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Storia della Medicina

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Esame di Storia della medicina docente Prof. L. Borghi

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Questo metodo, apparentemente semplice e banale, descritto nella sua opera più

importante: “Introduzione allo studio della medicina sperimentale”, permise la maggior

parte delle scoperte a lui successive.

I mezzi sono solamente lo strumento per giungere alla scoperta scientifica piuttosto nella

nostra mente devono essere presenti tre fasi: l’intuizione, la logica per formulare le

ipotesi e la verifica pratica. Per Bernard i tre pilastri della medicina contemporanea

sono la fisiologia, la patologia e la terapeutica. La fisiologia, che studia la funzione

normale, rappresenta un intermezzo fra le altre due, perché la patologia è simbolo di

indebolimento delle funzioni normali, mentre i farmaci agiscono modificando le funzioni

normali o anormali. Il controllo sperimentale deve consentire di scoprire la funzione

normale. Non si deve far ricerca per orgoglio o per invidia, ma per il semplice gusto di farlo,

per scoprire cose nuove per il bene dell’umanità.

Paradossalmente il matrimonio di Bernard terminò proprio per le sue posizioni riguardo la

vivisezione. La moglie e le figlie erano grandi attiviste in campo animalistico ed erano stufe

di vedere il proprio uomo propagandare pratiche di vivisezione animale. Bernard spiegò più

volte quanto è necessaria perché lo richiedeva la scienza e si curava, in ogni caso, di

mantenere nelle migliori condizioni possibili gli animali, utilizzando anche anestetizzanti.

Riteneva, infatti, la vivisezione come uno degli unici strumenti in grado di migliorare

esponenzialmente la ricerca scientifica. Tuttavia, la scusa della scienza rimase per molti anni

un alibi dietro il quale si celeranno, e continuano a farlo, gli scienziati in tema di animali.

10. La medicina ai tempi del colera

La peste fu una malattia sicuramente devastante che per quasi cinquecento anni flagellò

l’Europa, ma che scomparse improvvisamente all’inizio dell’Ottocento. Tuttavia, subentrò

una nuova malattia nel vecchio continente, endemica (all’interno della popolazione) delle

Indie e di altre zone dell’Asia, a causa degli scambi commerciali frequenti fra paesi europei

e asiatici come l’Inghilterra e le Indie. Questa malattia giunse in Italia per la prima volta nel

1835 e fece segnare ben 150.000 vittime, per poi tornare ancora più prepotentemente una

cinquantina di anni più tardi. Il colera - detto anche per molto tempo "morbo asiatico" a

motivo della sua provenienza - aveva un decorso impressionante: una persona che fino a

poco prima stava benissimo veniva colpita all'improvviso da violenti dolori addominali,

accompagnati da diarrea e vomito inarrestabili. Il cholera-morbus fu soprattutto una

malattia delle grandi città che avevano registrato un'impennata demografica a causa della

prima industrializzazione e, naturalmente, colpiva soprattutto i quartieri più degradati delle

città, dove viveva, ammassata in abituri angusti, umidi, sudici, la moltitudine delle classi

povere o meno agiate, in condizioni talmente miserabili da sfiorare, in specie nel

Mezzogiorno, l'abominio. La repentinità della malattia fece in modo che essa era difficilmente

curabile e si scatenarono di nuovo le corse agli untori, ai metodi miracolosi di cura e

all’ostracizzazione (bandire) dei malati.

Il colera non di rado colpiva anche personaggi benestanti e illustri i quali però, godendo di

uno stato di salute migliore e soprattutto essendo meglio nutriti e, curati, spesso se la

cavavano più facilmente dei poveri. Il primo geniale "teorico" della gastronomia italiana, il

romagnolo Pellegrino Artusi (1820-1911), racconta nel suo famosissimo trattato-ricettario

pubblicato per la prima volta nel 1891, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, un

episodio riguardo una trattoria livornese in cui mangiò del minestrone che non si rivelò la

causa prima del suo star male (avere diarrea e vomito); infatti, scappato a Firenze, seppe

che il giorno dopo a Livorno era scoppiato il colera ed il proprietario della palazzina dove

alloggiava era morto.

Durante il periodo di massimo pericolo per il colera, i medici, così come accadde per la

peste, elaborarono diverse teorie, distinguendosi in medici miasmatici e contagionisti. I

primi ritenevano che la causa fosse l’aria sporca/contagiata, gli altri pensavano che il

contagio potesse avvenire solo da uomo a uomo, dal malato al sano. Il Times la pensava,

invece, filosoficamente: non si poteva stabilire la causa perché è la natura che non vuole

farcela sapere.

Poiché non esisteva una terapia, i medici iniziarono a scrivere una serie di opuscoli su come

provare ad apportare alla malattia, anche se ognuno di essi ne proponeva una diversa, ad

esempio un composto di aglio e aceto per sconfiggere l’alito impregnato di germi. Di

osservavano molte cose curiose e inaspettate, come il fatto che birrai e ebrei si ammalavano

meno di altri.

L’eroe che entrò in campo in questo momento fu John Snow, medico inglese, a cui si deve

la nascita della moderna epidemiologia. Uomo di umili origini, non beveva alcolici ma solo

acqua distillata, dotato di grandi conoscenze e di grande intelletto, che divenne subito

importante per i suoi studi sugli anestetici che gli fecero guadagnare il compito di far

partorire in maniera indolore la regina Vittoria.

Dopo questa rapida ascesa, continuò ad occuparsi anche dell’epidemia di colera che colpì

Londra nel 1854 e, attraverso una particolare analisi, sempre più convinto che il mezzo che

favoriva il contagio fosse l'acqua contaminata e non l'aria, giunse a trovare la causa del

contagio. Egli aveva analizzato con molta accuratezza i dati sulle morti per colera avvenute

nelle diverse zone di Londra negli anni precedenti; si era allora reso conto che esse erano

nettamente superiori nelle zone della città la cui acqua potabile veniva fornita da un'azienda

che la pompava dal Tamigi a valle della città, in una zona cioè in cui la probabilità di

contaminazione dell'acqua del fiume da parte delle fognature urbane era ovviamente

superiore. Quando a fine agosto 1854 scoppia un'epidemia violentissima in una zona di

Londra non lontana dall'abitazione di Snow, egli - pur essendo un medico dell'alta società - si

dedica ai poveri malati con grande dedizione, a rischio della sua vita e senza volere alcun

compenso. Intanto, però, persegue una sua idea molto particolare e inizia a guardare con

sospetto una certa fontana pub-blica di acqua potabile, che poi, sotto sua sollecitazione,

verrà chiusa.

“Essendomi recato sul luogo, ho scoperto che quasi tutte le morti si erano verificate nelle vicinanze

della pompa e che solo io morti si erano verificate in altre case, più vicine ad un'altra pompa da

strada. In cinque di questi casi, le famiglie dei deceduti mi hanno informato che si servivano sempre

della pompa a Broad Street perché ne preferivano l'acqua rispetto a quella della pompa più vicina. In

altri tre casi erano morti bambini che andavano a scuola vicino alla pompa di Broad Street. Per due di

questi si sapeva che bevevano l'acqua della pompa, ed i genitori del terzo ritenevano probabile che

anche il loro bambino lo facesse. (...) Il risultato dell'indagine fu quindi che non vi erano state

particolari epidemie o aumento di casi di colera in questa parte di Londra, se non fra le persone che

solitamente bevevano l'acqua del pozzo o della pompa citata. Ho avuto un colloquio con il consiglio

della parrocchia di St. James la sera di giovedì 7 settembre ed ho esposto questi fatti. Come

conseguenza di ciò che ho detto la manovella della pompa è stata rimossa il giorno dopo.”

Rimasero inspiegabilmente sani per tutto il tempo sia gli ebrei che i birrai del posto. I primi

perché osservavano grande igiene, i secondi perché non bevevano acqua ma solo birra.

Nel frattempo, in Italia, Pacini fece la scoperta del vibrione, virus causante lesioni intestinali

nei contagiati, ma essa non fu accolta con la dovuta attenzione. Allo stesso modo, proprio

perché Snow non riuscì ad individuare la causa “medica” delle epidemie, non ebbe il

successo che avrebbe meritato.

Tuttavia, l’intuizione di Snow portò a galla due importanti conseguenze: la nascita

dell’epidemiologia e la nascita del concetto di igiene sanitaria sociale, cioè quel concetto

per cui per vivere bene è necessaria l’igiene. I problemi grandi di Londra, emblema della

città d’avanguardia, come nota Engels (amico di Marx) ne “La situazione della classe

operaia in Inghilterra”, risiedevano proprio nello scontro fra sviluppo a tutti i costi e

condizioni pietose degli abitanti. Chi ne risentiva di più di tali condizioni erano chiaramente i

poveri, che avevano anche più probabilità di contrarre malattie. Quindi, per poter iniziare

seriamente a pensare alla nascita di una società “del futuro” era necessaria l’igiene e per

garantirla era necessario l’intervento non dei medici, ma di quella che noi oggi chiameremmo

sanità pubblica.

Il fondatore di questa istituzione fu Rudolf Virchow, che non condusse degli studi

brillantissimi ma riuscì a laurearsi a Berlino e, dopo la laurea, a causa del suo attivismo

politico rivoluzionario, fu costretto ad andare a Wurzburg, dove iniziarono ad emergere le

sue grandi doti di medico e scienziato; riuscì a fondere l’approccio anatomo-patologico di

Morgagni e Bichat con le nuove teorie cellulari di Schwann, attraverso un uso sistematico

del microscopio.

Nel 1858 pubblicò la sua opera più importante: “La patologia cellulare fondata sulla

dottrina fisiologica e patologica dei tessuti”, con la quale egli intende superare tutte le

teorie pregresse basandosi sulla precisa osservazione cellulare, basando le sue

osservazioni non su basi teoriche ma su esperimenti da lui condotti.

Ritornato trionfalmente a Berlino, forte del prestigio in campo scientifico, fu prima membro

del Consiglio comunale di Berlino (1859) e poi del Parlamento (1861), come esponente

del Partito Progressista di cui era stato tra i fondatori.

Virchow divenne il prototipo del medico-politico-riformatore e, profondamente convinto del

senso sociale del rinnovamento della medicina, si fece promotore di una serie di riforme

socio-sanitarie che resero Berlino un modello per tutto il mondo. Tra gli obiettivi perseguiti, e

in buona parte raggiunti da Virchow, ci furono: la costruzione di una moderna rete fognaria

e di una nuova rete di distribuzione idrica; la riorganizzazione e gestione del sistema

ospedaliero, compresa la qualificazione professionale del personale infermieristico

secondo il modello Nightingale; una nuova e rigorosa normativa igienico-sanitaria;

l'assistenza medica per i bambini nelle scuole e la loro educazione all'igiene.

Morì a 81 anni in seguito alla rottura del femore.

Nel 1888, provvedimenti furono presi anche in Italia a partire dal governo Crispi, quando fu

promulgata la prima legge “sulla tutela dell’igiene e della sanità pubblica”. Tutto questo

scaturì da una tragedia nazionale, quella del colera che colpì Napoli, dove partecipò ai

soccorsi Alex Munthe, (grande innamorato del nostro paese, in particolar modo di Napoli e

Capri, dove aveva la Villa San Michele) uno dei più ricercati medici dell’epoca, che curò

gratuitamente tutti coloro che gli si presentarono. Memori inoltre delle osservazioni di Snow,

il governo successivo, quello di Depretis addossò la colpa alla rete fognaria e fu subito

indetta una legge per la ricostruzione di essa, in nome della sanità pubblica.

Tre anni più tardi, il Regno D’Italia ebbe la legge che si stava aspettando, per cui si

garantiva a tutti assistenza medica e chirurgica, ed i medici dovevano aver conseguito per

forza una laurea per poter esercitare la professione. I progressi arrivarono negli anni

seguenti, ad esempio, la mortalità infantile calò drasticamente, di circa il 30%, rimanendo, ad

ogni modo, a cifre molto alte rispetto ai giorni moderni.

11. Microbi e Nazionalismo: LOUIS PASTEUR e ROBERT KOCH

Galileo propagandava il suo “occhialino” (microscopio) già dal 1624, ma il primo a dare

importanza a questo strumento fu Anthoni van Leeuwenhoek, un commerciante di stoffe

olandese, che cominciò a levigare le lenti e potenziare questo strumento di circa 266 volte,

permettendo di vedere batteri, globuli rossi, spermatozoi e capillari con osservazioni uniche

nella storia dell’umanità. Grazie ad un suo amico anatomista si rese conto dell’importanza

delle sue osservazioni e divenne corrispondente della Royal Society di Londra che spesso,

nelle sue riviste, pubblicherà parte del suo materiale: nessuno però ipotizzava un legame tra

questi microorganismi e le malattie.

Oltre al fatto che i microscopi composti, cioè formati da più lenti, avevano imperfezioni che

non rendevano l’osservazione chiara e totalmente efficace, c’era un vero e proprio blocco

mentale che impediva ai medici del tempo di aprire nuovi orizzonti sul legame tra

microorganismi e patologia: il grande medico-filosofo John Locke sosteneva che anche se si

fosse riusciti ad osservare l’invisibile con il microscopio, nessuna relazione logica si sarebbe

potuta porre tra il mondo macroscopico e quello microscopico. Per questo, i microscopisti più

abili continuando ad andare per la loro strada, venivano considerati dei “curiosi della

natura”.

Agostino Bassi (1773-1856), un proprietario terriero italiano, era riuscito a dimostrare, dopo

molti studi sulla malattia del baco da seta, il suo legame con un parassita microscopico

che si trasmetteva per contatto o tramite cibo infetto: era il primo ed inequivocabile

collegamento tra patologia e microorganismo. Intanto nella prima metà dell’800 alcune

innovazioni tecniche resero i microscopi sempre più potenti.

GLI IMPRPBABILI INIZI DI UN CHIMICO E UN MEDICO DI CAMPAGNA

Sebbene antagonisti, la vita di Pasteur e quella di Koch scorrono parallele e si incrociano in

più eventi. Hanno l’uno bisogno dell’altro.

LOUIS PASTEUR (1822-1895) era un chimico francese, docente in un’Università secondaria

che si interessava di cristallografia e patologie di piante e animali, ma ad un certo punto

cominciò ad interessarsi di fermentazione. Ai tempi di Pasteur si credeva, come sostenuto

dal grande Justus Liebig, che questa fosse dovuta a un principio chimico inorganico, mentre

gli studi di Pasteur dimostrarono che la fermentazione era dovuta a organismi viventi, i

microorganismi.

Nel 1870, l’idea che le patologie fossero causate da organismi viventi era ormai accettata

ma mancava la prova conclusiva.

Pasteur acquisiva sempre più notorietà: scoprì dei metodi efficaci per vincere malattie dei

bachi da seta e, nel 1865, brevettò la pastorizzazione del vino scoprendo che, riscaldando

leggermente, si potevano uccidere dei microrganismi, ritardando e regolando la

fermentazione della bevanda.

Nel 1878 espone, in un celebre discorso di fronte all’Accademia di Medicina di Parigi, “La

Teoria dei germi e la sua applicazione alla medicina e alla chirurgia” facendo nascere la

microbiologia.

“Per quanto potesse sembrare spaventoso vedere la vita in balia della moltiplicazione di

questi esseri infinitamente piccoli, è anche vero che finalmente i medici avevano qualcosa di

concreto da combattere.” (cit. Pasteur)

Dal 1870-71 si svolse la guerra franco-prussiana, che sancì una dura sconfitta per la Francia

e l’inasprimento delle ostilità tra le due nazioni. È evidente il clima di conflitto anche

nell’attribuzione del nome a questa nuova scienza: i francesi la chiamavano

“microbiologie”, i tedeschi “bakteriologie”.

Nel 1882 lo scontro tra Pasteur e Koch si rese pubblico, durante il IV Congresso

Internazionale di Igiene e Demografia a Ginevra, in cui Koch sottolineò tutta l’inutilità del

discorso di Pasteur.

Nel 1880 scoprì l’immunizzazione per mezzo di colture attenuate: nel corso di esperimenti

sul microrganismo responsabile del cosiddetto “colera dei polli”, un collaboratore di Pasteur

aveva dimenticato di inoculare un certo numero di polli con la coltura di quel batterio e,

tornato al lavoro dopo qualche settimana, la usò ugualmente e i polli, anziché morire come

avevano fatto dopo l’inoculazione delle colture fresche, si ammalarono e poi guarirono:

queste “colture invecchiate” procuravano persino l’immunizzazione dei polli alla malattia. Per

l’analogia con il lavoro svolto da Jenner, Pasteur le nominò “vaccinazioni”.

Nel 1881 annunciò all’Accademia delle scienze di aver prodotto un vaccino contro il

Carbonchio o Antrace, una malattia che colpiva i capi di bestiame.

La Società d’Agricoltura di Melun mise a disposizione dello scienziato 60 montoni: 25 da

vaccinare, 25 come prova e 10 da tenere di riserva. Davanti a una folla di testimoni, i primi

25 montoni vengono vaccinati in 3 cicli di inoculazione di una coltura di carbonchio

attenuato, e successivamente tutti i 50 montoni vennero infettati con colture fresche e forti

della malattia. Il risultato fu straordinario: dopo due giorni i montoni non trattati erano morti o

moribondi mentre quelli vaccinati erano in piena salute. Pasteur era ormai un eroe

nazionale!

Nel 1885 inventa la vaccinazione antirabbica: fu la scoperta di Pasteur che più incise

sull’opinione pubblica mondiale. La rabbia non era una delle malattie più diffuse ma era una

delle più temute per le sue caratteristiche animalesche e violente: era impressionante la fase

in cui il malato non riusciva più a deglutire e quindi non riusciva nemmeno a fare un sorso

d’acqua, era anche chiamata “idrofobia”, oppure la fase in cui il malato veniva preso da una

follia violenta con continue allucinazioni.

Pasteur provò la stessa tecnica, cioè quella di creare una coltura dell’agente patogeno

indebolita, pur senza riuscire a vederlo: la rabbia, infatti, è causata da un virus e non da un

batterio, dunque le dimensioni del primo sono nettamente inferiori al secondo.

Pasteur era riuscito a immunizzare dei cani ma non era ancora pronto per trasferire la cura

agli umani, ma un bambino di nove anni di nome Joseph Meister era stato morso 14 volte

da un cane rabbioso e fu portato da sua madre nell’ufficio di Pasteur: aveva ferite talmente

gravi che il bambino sarebbe sicuramente morto per il morbo, così Pasteur decise di

vaccinarlo e la sua scelta fu un vero successo perché il bambino non si ammalò.

Nel 1888 venne inaugurato a Parigi l’Istituto Pasteur, futuro santuario della ricerca

biomedica, sulla scia dell’entusiasmo generato dalla vittoria del medico sulla rabbia.

Pasteur muore nel 1895 e le sue spoglie sono conservate proprio nell’Istituto Pasteur di

Parigi.

ROBERT KOCH (1843-1910) era un medico di campagna vent’anni più giovane di Pasteur.

Egli aveva l’hobby delle osservazioni al microscopio tant’è che la moglie, dopo non pochi

sacrifici economici, gliene regalò uno dei migliori a quel tempo.

Koch, nel 1876, riuscirà non solo a collegare uno specifico microrganismo ad una specifica

malattia (si trattava di una malattia veterinaria chiamata Carbonchio o Antrace, a cui poi

Pasteur troverà rimedio con un vaccino) ma descrisse anche l’intero ciclo di vita di questo

bacillo (compresa la sua fase di spora che gli permette di vivere nel terreno per molti anni e

resistere alle condizioni ambientali più estreme).

Nel 1877 inventò, grazie alla sua genialità che lo portò a fondere due tecnologie così

diverse, la microscopia fotografica consistente dapprima in un collegamento verticale tra

macchina fotografica e microscopio, risultato insoddisfacente, poi modificata in un

collegamento orizzontale molto più efficace. Nel suo articolo intitolato “Procedure

d’indagine per conservare e fotografare i batteri” pubblicò le prime 24 foto di batteri della

storia e descrisse le procedure da seguire per realizzarle: era la prova visiva e tangibile con

cui pochi miasmatici più ostinati furono messi a tacere.

Questa strada porterà Koch a scoprire:

Nel 1882 il bacillo della tubercolosi.

1. Nel 1884 il bacillo del colera.

2.

Nel 1883 Koch e i suoi collaboratori gettarono quelle che sono ancora ora le basi della

moderna microbiologia: I Postulati di Koch. Questi consistono in 3 o 4 criteri per stabilire

che un certo microrganismo sia l’agente patogeno di una certa malattia:

-il microrganismo deve essere presente in ogni caso di quella determinata malattia;

-il microrganismo deve poter essere isolato dall’ospite ammalato e fatto crescere in una

coltura pura;

-inoculando il microrganismo della coltura pura in un animale sano deve sopraggiungere la

stessa malattia;

-nell’animale infettato deve essere nuovamente possibile reperire il microrganismo.

Nel 1890 propone, durante il decimo Congresso Internazionale di Medicina tenutosi a

Berlino, un rimedio contro la tubercolosi: la Tubercolina, un estratto di bacilli di tubercolosi,

che si rivelò un passo falso: il primo a notare l’inefficacia del suo metodo fu Arthur Conan

Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, che lo criticò in una lettera.

Nel 1891, viene inaugurato a Berlino il Robert Koch-Institut e pochi anni dopo, nel 1905,

Koch vinse il premio Nobel per la Medicina per le sue ricerche e scoperte sulla tubercolosi.

Per renderci conto della rivoluzione di questi due personaggi basta fare un passo indietro e

vedere come veniva precedentemente curata la rabbia: si pulivano le ferite arrecate dal

morso del cane rabbioso con acqua salata, si faceva bere al paziente del vino di Bordeaux e

del mitridato (antico preparato farmaceutico) riscaldato e si catturavano due piccioni vivi e,

tagliati a fette, si poggiavano ancora caldi sulle mani del paziente se questo era stato morso

alle braccia, o sui piedi se era stato morso alle gambe. Era indicato anche come catturare i

piccioni vivi: bisognava far bollire un misto di vino e orzo, buttando qualche briciola del

prodotto ottenuto per terra al fine di attirarli, ancora meglio se sulla neve alta.

17. I grandi contaminatori: Etienne Jules Marey e Angelo Mosso

Nel 1972, un ragazzo un po' strano al Reed College di Portland nell'Oregon aveva

abbandonato i corsi regolari perché li trovava insopportabilmente noiosi e si era iscritto a un

corso di calligrafia e tipografia. Quel ragazzo si chiamava Steve Jobs e nel giro di qualche

anno avrebbe rivoluzionato in successione il mondo dei computer, il packaging e la grafica

pubblicitaria, il cinema d'animazione, la fruizione della musica e il mondo della telefonia. In

campo biomedico, come in tanti altri, ci sono state persone che, come Steve Jobs, si

potrebbero chiamare "contaminatori". Uomini e donne capaci di mettere in collegamento, in

sinergia, ambiti del sapere e dell'agire che a chiunque altro sembrano totalmente estranei

l'uno dell'altro.

Nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento, bisogna parlare a questo proposito di due

“illustri sconosciuti”: Etienne Jules Marey e Angelo Mosso.

Etienne Jules Marey, che sua madre avrebbe voluto prete, desiderava fare l'ingegnere: fin

da ragazzo aveva dimostrato il suo “genio meccanico” costruendo macchine di ogni tipo, ma

alla fine il padre lo convinse ad intraprendere la professione più “onorevole” del medico,

anche se Marey, pur svolgendo un brillante curriculum clinico e di ricerca fisiologica, amerà

sempre definirsi “un ingegnere della medicina”, anticipando in qualche modo le figure

dell'ingegnere biomedico e dell'ingegnere clinico.

Ebbe ben presto occasione di entrare in polemica con Bernard, poiché non era d'accordo

con il “metodo sanguinario” della vivisezione tanto apprezzato dallo stesso. Marey pensava

che alterava troppo fortemente la struttura e il funzionamento degli organismi viventi,

rischiando così di falsare la ricerca fisiologica. Sicuramente era una visione un po'

estremista, che però avrebbe spinto Marey a concepire, costruire e perfezionare nuovi

apparecchi in grado di rilevare e registrare accuratamente molti parametri fisiologici, in un

modo che oggi definiremmo “non invasivo”.

Marey aveva cominciato ad interessarsi alla circolazione del sangue e ai movimenti del

cuore fin dalla sua tesi di Dottorato, nel 1859, e aveva cercato dei metodi per oggettivarne le

caratteristiche senza interferire o alterarne l'andamento.

Operò la sua prima “contaminazione” riuscendo ad unire tra loro le tecniche di

rappresentazione grafica e i primi tentativi “invasivi” di misurare la pressione o la velocità del

sangue inserendo direttamente dentro le arterie di un animale degli opportuni sensori o

rilevatori e osservandone il movimento.

Nel 1860, Marey riuscì a costruire un meccanismo in cui una leva appoggiata delicatamente

alla pelle del polso riusciva a rilevare con precisione le pulsazioni delle arterie che seguono il

battito cardiaco e in cui una penna d'oca, posta all'estremo opposto della leva, iscriveva tali

movimenti in forma d'onda su di un rotolo di carta fatto scorrere da un meccanismo ad

orologeria: lo “sfigmografo” di Marey riusciva a visualizzare in una forma oggettiva e

permanente le caratteristiche e l'andamento del “polso” arterioso ed ebbe un rapido e diffuso

successo in molti ambienti clinici.

Marey (che era un riduzionista, cioè riduceva tutto al concetto meccanico) era molto critico

nei confronti di quei fisiologi, suoi contemporanei, che pur utilizzando concetti e analogie

meccaniche per i loro studi sul movimento, conservavano ancora una visione di fondo

“vitalista”.

Eppure c'era ancora qualcosa che sfuggiva alle macchine di Marey. Nel movimento umano,

così come in quello animale, c'erano aspetti così rapidi, sottili, cangianti e nascosti che

nessun cilindro grafico riusciva a fissare compiutamente. Era necessaria una nuova

“contaminazione” e Marey capì di poterla trovare in quello che molti un tempo continuavano

a considerare soltanto una forma di espressione artistica: la fotografia.

Nel 1878, il fotografo anglo-americano Muybridge aveva pubblicato una bellissima serie di

fotografie che raffiguravano un cavallo in movimento. La sequenza era stata ottenuta con

una serie di macchine fotografiche allineate lungo il percorso del cavallo e predisposte per

scattare a brevissima distanza di tempo l'una dall'altra. La macchina fotografica poteva

fissare le singole fasi di qualunque movimento si volesse studiare; era però necessario

trovare un sistema per scattare fotografie in rapidissima successione impressionando

un'unica lastra fotografica e Marey lo trovò nel meccanismo delle mitragliatrici, ovvero dei

fucili (che si stavano diffondendo in quegli anni) che sparavano a ripetizione.

Nel 1882, Marey costruì un “fucile fotografico” (una sorta di mitragliatrice che invece di

sparare proiettili) che scattava foto in rapidissima sequenza.

Le straordinarie “foto di movimenti” effettuate da Marey cominciarono a svelare aspetti della

locomozione umana e animale, che avrebbero avuto grande rilievo non solo per le scienze

anatomo-fisiologiche, ma anche per la nascente scienza dell'aviazione, per gli studi legati

all'educazione fisica e per quelli legati all'organizzazione del lavoro nelle fabbriche.

Per non parlare dell'industria cinematografica, dato che Marey, che si serviva da tempo di

materiale fotografico prodotto dalla Ditta Lumière di Lione, col suo cronofotografo fu

sicuramente uno dei principali ispiratori dei due celebri fratelli Lumiére.

Tra i collaboratori e gli amici di Marey ricordiamo uno scienziato italiano che in quanto a

capacità “contaminatorie” non aveva nulla da invidiargli: Angelo Mosso.

Angelo Mosso era il figlio di un umile falegname di Chieri e per potersi permettere gli studi

universitari di Medicina a Torino li aveva dovuti conciliare con l'insegnamento delle scienze

naturali nel liceo del suo paese natale; così per quattro anni aveva quotidianamente

percorso a piedi i chilometri che separano Chieri da Torino. Tra i suoi primi innovativi lavori

ricordiamo quello sull'accrescimento delle ossa e lo studio fisiologico della fatica.

Mosso studiò a lungo i molteplici fenomeni legati all'affaticamento, da quello muscolare degli

uccelli migratori a quello intellettuale che riguarda (talvolta) gli studenti: cercava di capire “di

dove provenga la forza dei muscoli e del cervello”, come questa forza si esaurisca e come si

rigeneri. Riguardo all'affaticamento muscolare non era soddisfatto delle prove e misurazioni

che ormai da tempo si facevano con i dinamometri perché esse non erano in grado di

distinguere l'attività di un muscolo da quella di un altro muscolo, che subentra quando il

primo ha esaurito la sua energia. Mosso capì di aver bisogno di un nuovo strumento di

misura, più sensibile e più raffinato:

“Ho cercato innanzitutto di costruire uno strumento che misurasse con esattezza il lavoro

meccanico dei muscoli dell'uomo, e le variazioni che per effetto della fatica potevano

succedere durante il lavoro dei muscoli medesimi. Le difficoltà che dovetti superare furono

essenzialmente due. La prima stava nell'isolare bene il lavoro di un muscolo, di modo

che nessun altro muscolo potesse aiutarlo nella sua fatica e specialmente quando esso era

stanco. La seconda difficoltà consisteva nel tenere bene fissa una estremità di questo

muscolo, mentre che l'altra lasciata libera doveva scrivere le sue contrazioni. Allo

strumento che costrussi, diedi il nome di ergografo che vuol dire registratore del lavoro. Si

compone di due parti, una che tiene la mano ferma, l'altra che scrive le contrazioni sopra un

cilindro ricoperto di fumo, il quale gira lentamente, come si fa in tutte le ricerche grafiche”.

Oggi l'ergografo di Mosso è considerato il simbolo di una straordinaria stagione di fioritura

della fisiologia italiana alla fine dell'Ottocento. Nel suo classico studio su “La fatica” (1891)

dimostrò per primo che l'affaticamento muscolare è dovuto all'accumulo di una tossina

prodotta durante la contrazione del muscolo. A partire dal 1894, nella capanna-laboratorio

Regina Margherita, ideata e fatta costruire sulla punta del Monte Rosa da Mosso,

quest'ultimo avviò una serie di importanti ricerche sulla fisiopatologia dell'altitudine che

avrebbero contribuito significativamente alla sua crescente notorietà internazionale:

“Pensavo che per studiare alcuni problemi sulla fisiologia alpina bisognava fermarsi

parecchie settimane sulla vetta del Monte Rosa, e siccome non era possibile col solo aiuto

delle guide e dei portatori fare una serie esatta di ricerche sull'uomo, chiesi al Ministero della

guerra dieci soldati alpini, sotto il comando di un medico militare”.

Dal lavoro di quella inusuale e coraggiosa equipe scientifica emersero molti risultati

importanti tra i quali la spiegazione del mal di montagna con una insufficiente

concentrazione di anidride carbonica nel sangue, stato per il quale Mosso coniò il termine di

acapnia. Le traduzioni inglese e tedesca del capolavoro di Mosso “Fisiologia dell'Uomo

sulle Alpi” danno il senso del prestigio internazionale raggiunto in un'epoca in cui la scienza

italiana non era al suo apice.

Contemporaneamente era già impegnato su di un nuovo fronte di studio e di azione socio-

educativa: negli stessi anni in cui il barone Pierre de Coubertin ravvivava l'ideale antico dei

Giochi Olimpici, Mosso si fece promotore in Italia di un importante movimento a favore della

diffusione sociale dello sport e dell'introduzione dell'educazione fisica nelle scuole. Egli fu il

principale artefice dei primi corsi universitari di Educazione Fisica in Italia, ma già nel

1904 (lo stesso anno in cui era stato nominato senatore ed era stato acclamato durante il

Congresso Internazionale di Fisiologia a Bruxelles) Angelo Mosso aveva manifestato i gravi

sintomi della tabe dorsale (grave manifestazione della sifilide), che lo costrinse da subito a

lasciare la cattedra e il laboratorio. Venuto a conoscenza della malattia, resistette per altri sei

anni: non appena seppe che climi più caldi e soleggiati di quelli piemontesi gli avrebbero

potuto portare qualche miglioramento, si lanciò in una nuova avventura, quella

dell’archeologia, che lo portò a condurre importanti campagne di scavi e di studio delle

antiche civiltà mediterranee, a Creta, in Puglia e in Sicilia, i cui affascinanti risultati sono

raccolti nell'ultima delle sue opere “Le Origini della Civiltà Mediterranea” pubblicata pochi

mesi prima della sua morte. In una delle copie di quest'ultimo libro vi è una dedica alla

Signora Mengarini che, laureatasi a Roma in Scienze naturali, era diventata una delle

donne scienziato più stimate della sua epoca. Oltre ad aver prodotto importanti lavori di

fisiologia e di chimica, si era impegnata nel movimento per l'emancipazione femminile. Nel

1906 la sua firma era apparsa sulla petizione al Parlamento italiano in cui si chiedeva il

diritto di voto per le donne. Questo per dimostrare che anche le prime donne-scienziato

avevano capacità “contaminatorie”.

18. Vedere attraverso. Wilhelm Conrad Röntgen e la rivoluzione radiologica

Wilhelm Conrad Röntgen era un fisico tedesco nato nel 1845 e vissuto nell'Engadina, una

delle valli alpine più incantevoli. I primi decenni del suo percorso professionale erano stati

accompagnati dai normali alti e bassi di una carriera accademica e scientifica. Quando

Röntgen approda all'Università di Würzburg nel 1889 è già un fisico sperimentale, quasi

ossessionato dalle musure.

Meno di cinque anni dopo viene eletto Rettore dell'Università e dirà con convinzione:

"L'università è il luogo dove coltivare gli ideali, sia da parte degli studenti che da parte dei

professori".

Sul suo bancone di lavoro e sugli scaffali vi erano strumenti e tecnologie legati ai suoi

interessi del tempo: un rocchetto di Rhumkorff (uno strumento a bobina capace di

produrre scariche elettriche ad alta tensione), alcuni tubi di Crookes (dei tubi di vetro sotto

vuoto contenenti degli elettrodi), uno schermo ricoperto di platino-cianuro di bario (una

sostanza fluorescente, cioè capace di emettere luce dopo aver assorbito onde

elettromagnetiche in certe condizioni) e molto materiale per la fotografia. Si trattava di

oggetti e tecnologie molto eterogenei (che necessitavano di capacità “contaminatorie”).

Röntgen studiava da tempo le caratteristiche delle scariche elettriche nei gas rarefatti e in

particolare, si era concentrato sulla questione dei raggi catodici.

Nel 1895, Röntgen sapeva già che:

i raggi catodici procedono a grande velocità dal catodo all'anodo di un tubo di Crookes,

1. quando si produce una grande differenza di potenziale;

viaggiano in modo rettilineo;

2. producono un effetto luminoso (fluorescenza) sulla parete di vetro vicina all'anodo;

3. non dipendono dal materiale del catodo né dal tipo di gas rarefatto all'interno del tubo;

4. hanno una carica elettrica negativa perché vengono deviati da un campo magnetico;

5. possono fuoriuscire dal tubo (ad esempio una sottile lamina di alluminio) e produrre

6. propri effetti (ad esempio eccitare uno schermo fluorescente o impressionare una lastra

fotografica) ma solo fino a pochi centimetri di distanza.

Röntgen stava cercando di verificare se i raggi catodici erano in grado di fuoriuscire dalle

spesse pareti di vetro di un tubo di Crookes ed eccitare uno schermo a fluorescenza: lo

ricoprì accuratamente di cartone nero, lo collegò al rocchetto di Rhumkorff e, oscurata la

stanza, verificò con soddisfazione che durante le scariche elettriche nessuna luce emergeva

dal tubo ricoperto. Ma prima ancora di poter avvicinare al tubo lo schermo a fluorescenza

necessario per l'esperimento, egli notò a circa un metro di distanza un bagliore intermittente

che sembrava seguire esattamente il ritmo delle scariche. Accese un fiammifero e si accorse

che il bagliore veniva emesso proprio dallo schermo fluorescente ancora appoggiato su di un

ripiano.

Lo strano fenomeno lo affascinò e per oltre un mese visse praticamente recluso nel suo

laboratorio, dove si faceva portare i pasti e persino un lettino su cui riposare ogni tanto.

Fu proprio mentre teneva davanti allo schermo un pezzo di metallo che notò per la prima

volta, che le dita con cui lo reggeva apparivano sullo schermo quasi trasparenti, mentre si

vedevano distintamente le ossa. Röntgen si era ormai convinto di aver scoperto un nuovo

tipo di radiazioni sconosciute e capiva di dover pubblicare al più presto i risultati preliminari

del suo lavoro, così consegnò il manoscritto al segretario della Società Fisico-Medica di

Würzburg e il celebre articolo intitolato “Un nuovo tipo di raggi” venne alla luce il 28

dicembre 1895.

A quel punto Röntgen sottopose la sua scoperta al vaglio di fisici di grande prestigio e il

giorno di Capodanno del 1896 inviò per posta una copia della sua relazione preliminare

accompagnata da alcune immagini fotografiche prodotte sotto l'azione di quei raggi che,

proprio a causa della loro natura ignota, egli propose di chiamare “raggi X”.

Due particolari mettono in luce il notevole livello umano di questo scienziato:

-Röntgen non voleva che i nuovi raggi portassero il suo nome e fu solo a malincuore che

dovette accettare la proposta di chiamarli raggi Röntgen, come in effetti fu abituale lungo i

primi decenni del Novecento quando si parlerà spesso di Röntgenologia

- era, inoltre, contrario alla brevettazione delle scoperte scientifiche ed era tanto lontana da

lui l'idea di potersi arricchire grazie alla sua scoperta che si limitò a chiedere uno sconto di

10 marchi su ogni tubo radiogeno che la Ditta gli forniva:

“Sono dell'opinione che scoperte e invenzioni appartengono all'umanità e non dovrebbero in

alcun modo essere ipotecate da brevetti, licenze, contratti.”

Röntgen fedele al suo rigore metodologico, pubblicò altre due memorie sui raggi X nel

marzo 1896 e nel marzo 1897 poi, mentre altri cominciavano a presentare le spettacolari

applicazioni pratiche della sua scoperta, ricominciò a occuparsi d'altro.

Nel 1901, a Stoccolma, vinse il premio Nobel per la Fisica.

Inizio della Radiologia - Il 29 agosto 1862 Giuseppe Garibaldi viene ferito due volte dai

bersaglieri del neonato Regno d'Italia; mentre la ferita della coscia è superficiale e di poca

importanza, più seria appare quella al malleolo (prominenza sul collo del piede). I medici che

lo assistono restano a lungo incerti sulla posizione della pallottola, in più la diagnosi viene

complicata dall'artrite di cui soffriva Garibaldi, ma sta di fatto che ci vorranno quasi due mesi

per arrivare all'intervento chirurgico che finalmente riesce ad estrarre il frammento di piombo

dal piede.

Si può capire facilmente che tutto questo, dopo la scoperta di Röntgen, non sarebbe più

successo. Chirurghi e ortopedici saranno tra i primi a cogliere l'enorme valore pratico della

scoperta dei raggi X che consentivano, ad esempio, di visualizzare con facilità la forma e la

posizione di un corpo estraneo.

Uno dei primi e più celebri incontri tra la nascente radiologia e un problema medico-

chirurgico avvenne solo quattro mesi dopo la scoperta dei raggi X, nella cittadina di Nelson,

dove un marito geloso aveva sparato quattro volte alla testa della giovane moglie prima di

suicidarsi. Incredibilmente la donna era sopravvissuta in stato comatoso e, per cercare di

localizzare i proiettili, si ricorse per la prima volta ai raggi X. Le lastre fotografiche permisero

di individuare uno dopo l'altro i quattro proiettili, anche se pochi giorni dopo purtroppo la

giovane morì.

Una delle cose più impressionanti della scoperta di Röntgen fu la rapidità con cui si diffuse

(l'unico precedente simile era stata la scoperta dell'anestesia chirurgica nel 1846) e

l'immediatezza con cui se ne colsero e sfruttarono le potenzialità diagnostiche.

Nell'arco del 1896 vennero pubblicati molti articoli scientifici che proponevano nuovi ambiti di

applicazione (ad es. in chirurgica, in odontoiatria, cardiologia) e migliorie tecniche per il

lavoro radiografico (stereoscopia radiologica).

Cominciarono ben presto anche i tentativi di divulgare il significato e le applicazioni dei raggi

X: sulla rivista popolare americana The Century Magazine, a parlare di “Fotografare

l'invisibile” erano stati invitati Thomas Edison, che si stava già dedicando al miglioramento

delle lastre fotografiche per applicazioni radiologiche, e Thomson, che proprio in quei mesi

riusciva ad applicare la stereoscopia ai raggi X. La radiologia nascente fu da subito anche

fonte di spettacolo, tanto che dei “volontari” venivano arruolati per pochi soldi allo scopo di

farsi radiografare in pubblico.

E fu proprio da questi malcapitati che giunse un primo segnale allarmante: nel giro di pochi

mesi cominciarono a manifestarsi le prime “radiodermatiti” (bruciature della pelle causate

dalla ripetuta esposizione ai raggi). Verso la fine del 1896 venivano già segnalati altri effetti

avversi dell'irradiazione: arrossamenti, insensibilità, perdita di capelli a chiazza (alopecia),

desquamazione della pelle, dolore. Dapprima si cercò di discolpare i raggi ipotizzando altre

cause patogene come l'ozono generato dalle macchine, l'eccesso di calore o di umidità, e

perfino l'allergia ai raggi X, ma presto si dovette riconoscere che erano proprio i “raggi

invisibili” ad avere un preciso e rilevante effetto biologico.

Si cominciò a porre il problema della protezione dai raggi: nasceva il concetto di

radioprotezione. Pian piano si imposero prassi e procedure più prudenti, come quella di

aumentare la distanza tra tubo radiogeno e cute, di schermare con il piombo l'apparecchio e

l'operatore, di trovare modi per “misurare” la dose di raggi assorbita e determinare le soglie

di pericolo (dosimetria). La durata dell'esposizione ai raggi per ottenere una radiografia

accettabile era un problema molto serio, come si può evincere da questo ricordo del grande

Harvey Cushing, il padre della neurochirurgia, che fu uno dei primissimi ad utilizzare i raggi

X in chirurgia:

“...quelle lastre erano il risultato di 35 minuti di esposizione in media. E devo

aggiungere che le immagini che vennero pubblicate non erano il frutto di un singolo

tentativo, ma penso che il paziente fu sottoposto ad almeno una dozzina di sessioni,

prima che potessimo disporre di lastre sufficientemente buone per la stampa.”

Un episodio che, alcuni anni dopo, scosse l'ambiente medico internazionale fu il caso del

radiologo bergamasco Eugenio Tiraboschi, uno dei pionieri della “Röntgenologia” in Italia,

che aveva esercitato per quattordici anni, senza alcuna protezione. Alla sua morte (1914) fu

effettuata l'autopsia e i risultati furono pubblicati su “La Radiologia Medica”:

“La descrizione delle lesioni cutanee, midollari, spleniche e testicolari, mise i radiologi

di tutto il mondo di fronte alla cruda realtà del danno radio-indotto.”

Si dovette attendere fino al 1928 perché la Società Internazionale di Radiologia decidesse di

costituire The International Commission on Radiological Protection (ICRP), che opera

tuttora con l'obiettivo di prevenire tumori e altre malattie legate all'esposizione alle radiazioni

ionizzanti.

Il primo passo avanti per ridurre l'esposizione alle radiazioni a parità di risultato venne nel

1896 dall'invenzione dei cosiddetti schermi di rinforzo, cioè degli schermi a luce

fluorescente che venivano posti tra il tubo radiogeno e la lastra fotografica per fare da

“amplificatori” della radiazione.

In seguito, però, dato che altre migliorie sul fronte dell'apparecchio radiogeno tardavano a

venire, si puntò a migliorare la qualità del processo dal lato del materiale fotografico: a inizio

Novecento si era migliorata la sensibilità delle emulsioni fotosensibili delle lastre, poi, nel

1914, la Compagnia Eastman (poi Kodak) mise in commercio una pellicola per

radiografia che ben presto mandò in soffitta le lastre in vetro, molto più ingombranti e fragili.

Verso il 1920, infine, fu creata una pellicola in grado di accogliere l'emulsione fotosensibile

su entrambi i lati e questo consentiva un'ulteriore significativa riduzione dei tempi di

esposizione a parità di qualità dell'immagine.

Insomma, la storia della radiologia continuava a intrecciarsi con quella della fotografia.

Il 15 maggio 1929 un tragico incendio all'ospedale di Cleveland, nell'Ohio, causò 125 morti.

L'emozione fu ancora maggiore quando si capì che l'incendio era partito proprio dal deposito

delle radiografie in nitrocellulosa: andava trovato al più presto un materiale altrettanto

flessibile ma decisamente meno infiammabile.

Dalla scoperta di Röntgen si svilupperà quella che poi sarà definita radioattività.

Infatti, il giorno stesso in cui giunse a Parigi la notizia degli esperimenti di Röntgen, nel

gennaio del 1896 (quando spedisce le famose copie), il fisico francese Henry Becquerel si

domandò se ci fosse qualche collegamento tra tale fosforescenza e quella naturale di altre

sostanze. Avendo a disposizione dei sali di uranio si accorse ben presto che essi

emettevano delle radiazioni in grado di impressionare una lastra fotografica anche in

assenza di alcuna fonte luminosa o di raggi X.

Venuta a conoscenza della scoperta di Becquerel, una giovane polacca di ventinove anni,

Marie Curie, che sta facendo il Dottorato in Fisica a Parigi, decide di orientare la sua tesi di

Dottorato allo studio di questi raggi emessi dall'uranio. Studiando, assieme a suo marito

Pierre Curie, la pechblenda, un minerale di uranio che aveva ottenuto in grande quantità

dal Governo austriaco, si accorse che esso emetteva i “raggi di Becquerel” in misura

maggiore dell'uranio e ipotizzò che in esso era contenuta qualche altra sostanza dotata di

analoghe proprietà. Nel 1898, i coniugi Curie, identificano all'interno della pechblenda una

sostanza che risulta essere 400 volte più attiva dell'Uranio e che Marie, per affetto alla sua

patria, propone di chiamare Polonio. Poco dopo scopriranno il Radio, che è 900 volte più

attivo dell'Uranio. E coniarono, per descrivere questo fenomeno, il termine radioattività.

Nel 1901, Becquerel riceve dai Curie una piccola quantità di radio e si accorge che la

presenza di un campo magnetico consente di differenziare tre tipi di raggi nelle emissioni

radioattive: due fasci di raggi, infatti, sono deviati dal campo magnetico, sia pure in direzione

opposta (saranno i futuri raggi α e β ) mentre un terzo fascio procede in modo rettilineo,

come i raggi X, senza subire apparentemente l'effetto del campo (i futuri raggi γ).

Nel 1903 Becquerel e i coniugi Curie condividono il Premio Nobel per la Fisica per la

scoperta della radioattività. Marie, dopo la tragica morte di Pierre avvenuta nel 1906, vincerà

anche quello per la Chimica, nel 1911, per la scoperta di due nuovi elementi: il Polonio e il

Radio.

Infine nel 1910, al Congresso di Radiologia di Bruxelles si decise di chiamare “Curie” l'unità

di misura della radioattività. In seguito fu preferito il nome “Becquerel” (Bq), che è quello

ancora attualmente in uso. È interessante la conclusione del discorso per il Nobel fatto da

Pierre Curie nel 1903:

“..gli esplosivi più potenti hanno consentito all'uomo di fare cose meravigliose. Ma essi sono

anche dei terribili mezzi di distruzione nelle mani di grandi criminali che stanno portando i

popoli verso la guerra. Io sono uno di quelli che credono, con Nobel, che l'umanità trarrà più

benefici che danni da queste nuove scoperte.”

Era profondamente vero: da quelle scoperte avrebbe preso il via il dramma dell'era

anatomica, ma intanto qualcuno cominciava anche ad evidenziare le possibilità terapeutiche

delle nuove radiazioni.

Già nel 1904 un medico italiano, Nieddu, pubblicò la descrizione di dieci casi di tumori

trattati con raggi X tra cui c'erano stati dei risultati positivi soprattutto per gli epiteliomi

cutanei. Risale al 1907 una celebre rappresentazione pittorica di questi primi tentativi

terapeutici: Georges Chicotot, un medico pittore, si raffigurò mentre effettuava uno dei

primissimi tentativi di cura di un tumore al seno con i raggi X.

Interessante, poi, è il rapporto tra i Beatles e la nascita della Tomografia Assiale

Computerizzata (TAC), che fece entrare la radiologia nell'era della diagnostica per

immagini, quando nel giugno 1962, quattro ragazzi di Liverpool si presentarono per

un'audizione musicale negli studi discografici della EMI (Electric and Musical Industries) a

Londra, un'azienda che, oltre alla nota casa discografica, possedeva degli importanti

laboratori di ricerca in campo elettronico e informatico, nei quali lavorava un ingegnere

elettrico Hounsfield.

Quest'ultimo, dopo aver partecipato, durante la Seconda Guerra Mondiale, a importanti studi

pionieristici sul Radar, fin dal suo arrivo nella EMI aveva cominciato ad interessarsi ad un

nuovo strumento di calcolo, il computer. A partire dal 1958 aveva guidato l'equipe che

costruì il primo computer funzionante interamente a transistor, invece che con le molto più

ingombranti valvole termoioniche di quel tempo. E così era nato l'EMIDEC 1100, un

computer di grandi dimensioni.

A quel punto Hounsfield passò a lavorare sui primi computer capaci di riconoscere immagini

e parole stampate (i progenitori degli attuali scanner) e si imbatté nei raggi X.

La grande intuizione (contaminazione) di Hounsfield fu quella di collegare l'analisi

computerizzata delle immagini con la radiografia che era ormai una branca consolidata e

centrale della medicina moderna. Se si fosse riusciti a ricostruire al computer un'immagine

tridimensionale dell'oggetto da analizzare, partendo da un numero sufficiente di immagini

radiografiche dei singoli strati di quell'oggetto, si sarebbero potute ottenere immagini di

grande utilità diagnostica.

Per rendere però quell'idea realizzabile, occorrevano molti soldi. Fortunatamente i favolosi

guadagni che l'EMI stava facendo in quegli anni grazie al successo dei Beatles, le permisero

di investire una considerevole somma di denaro sul progetto di Hounsfield. Inoltre, lo stesso

Paul McCartney, venuto a conoscenza delle ricerche dello scienziato, decise di investirvi

una parte considerevole del suo patrimonio.

Seguirono quasi cinque anni di duro lavoro anche se i primi prototipi, sebbene davano buoni

risultati in termini di qualità delle immagini, non erano affatto veloci. Nel 1971 la prima TAC

fu installata in un ospedale di Londra e nell'aprile 1972 l’EMI poté annunciare che gli

scanner TAC erano in produzione. Le prime apparecchiature TAC, vendute in tutto il mondo,

erano in grado di esaminare solo la testa, ma già nel 1975 furono messe in commercio le

prime TAC total-body.

L'importanza del lavoro di Hounsfield fu riconosciuta in tutto il mondo e egli fu il primo

ingegnere della storia a ricevere il premio Nobel per la Medicina, nel 1979 assieme a

Cormack, fisico sudafricano che aveva dato importanti contributi teorici al lavoro di

Hounsfield.

19. Meglio tardi che mai: la terapia. Paul Ehrlich e Alexander Fleming

Verso la metà dell'Ottocento, secondo taluni medici, la stessa malattia poteva essere curata

in mille modi diversi; per altri un solo farmaco o un solo approccio terapeutico “infallibile”

poteva curare mille malattie differenti. Il risultato fu una situazione di confusione

generalizzata che un grande storico della medicina ha definito “caos terapeutico”.

I medici più consapevoli delle recenti scoperte della fisiopatologia e della patogenesi

diventavano ogni giorno più scettici sulle reali capacità curative dei rimedi del tempo e

talvolta amavano definirsi, come nel caso di William Osler, dei “nichilisti terapeutici”:

meglio non fare nulla se facendo qualcosa si rischia di fare danno.

L'acquisizione teorica che avrebbe permesso di uscire da questa situazione venne ancora

una volta dal lavoro combinato dei due grandi istituti rivali, a Parigi e a Berlino: due

ricercatori dell'Istituto Pasteur, Emile Roux e Alexandre Yersin, avevano dimostrato che

ciò che produce una malattia non è tanto la presenza del microrganismo, quanto il

particolare “veleno”, la tossina, che esso produce. Tanto è vero che la malattia si manifesta

anche in seguito alla somministrazione della sola tossina. Poco tempo dopo, i colleghi rivali

dell'istituto Koch, Emile von Behring e il suo assistente giapponese, erano riusciti a

dimostrare che l'organismo animale o umano reagisce alla presenza di una tossina con la

produzione di una specifica sostanza chimica chiamata antitossina, in grado di

neutralizzarla, sempre che tale produzione abbia il tempo per avvenire nella sufficiente

quantità.

In tal caso, l'organismo che ha prodotto l'antitossina acquisisce una immunità nei confronti

di quella certa malattia.

Questa nuova comprensione del rapporto tossina-antitossina permise di intuire e mettere

alla prova una nuova possibilità di prevenzione o di cura di specifiche malattie: si trattava di

una specie di vaccinazione ed era stata chiamata “sieroterapia”. Mentre nella vaccinazione

vengono inseriti nel corpo umano gli stessi agenti patogeni, attenuati o morti, della malattia

che si intende prevenire per provocare la reazione immunitaria dell'organismo, nella

sieroterapia si usa, invece, il siero sanguigno di qualche animale che è stato

precedentemente infettato e in cui, quindi, si è già sviluppata l'antitossina specifica per la

malattia, da combattere o prevenire.

Nel 1890, Behring dimostrò che con il siero era possibile non solo prevenire ma anche

curare la difterite (che provocava la morte di migliaia di bambini per soffocamento) anche se

già manifesta. Questa scoperta gli valse il primo premio Nobel per la Medicina della

storia, nel 1901.

Nel frattempo era sopraggiunta anche quella che qualcuno ha definito l'”ondata

antipiretica”, ovvero la diffusa convinzione che la guarigione da malattie acute,

accompagnate da febbre, fosse da ricercarsi mediante l'abbassamento della temperatura

corporea.

Oltre i tradizionali antipiretici “naturali”, come la chinina e la digitale, l'industria chimica si

mise alla ricerca di nuove sostanze di sintesi dotate di proprietà antipiretiche e, attraverso un

percorso abbastanza lungo e tortuoso, si giunse prima alla sintesi dell'acido salicilico e

poi alla fine dell'Ottocento, a quella dell'acido acetilsalicilico, meglio tollerato

dall'organismo, che nel 1899 fu trionfalmente lanciato sul mercato mondiale dai Laboratori

Bayer con il nome di “Aspirina”.

Ma si capisce facilmente che non bastava un'aspirina per curare tutte le malattie, e

purtroppo anche i vaccini e i sieroterapici avevano ambiti di applicazione limitati. Era ormai

chiaro che bisognava trovare o inventare sostanze capaci di colpire e distruggere in modo

specifico e selettivo gli agenti patogeni o, più in generale le cause delle malattie all'interno

dell'organismo.

La rivoluzione industriale aveva riguardato, innanzitutto, l'industria tessile e una crescita

esponenziale della richiesta di tessuti per l'abbigliamento e per l'arredamento della casa era

stata una naturale conseguenza dell'emergere della borghesia come classe guida della

società alla metà dell'Ottocento. Ma la qualità e la ricercatezza dei tessuti dipendeva in

particolar modo dal loro colore. Inventando dei coloranti artificiali più economici in grado di

fare concorrenza a quelli naturali si poteva rivoluzionare quell'enorme business.

Uno dei primi a riuscire nell'impresa, anche se per caso, fu William Henry Perkin, uno

studente diciottenne del Royal College of Chemistry di Londra, che proprio nel 1856 stava

cercando di sintetizzare la chinina (ovvero un farmaco febbrifugo e antimalarico) e che

invece finì per produrre un precipitato nerastro che colorò sorprendentemente di un viola

uno straccio usato da Perkin per ripulire il recipiente usato per l'esperimento e si accorse che

quella sostanza era in grado di dare alla seta un bel color malva: era nata la porpora di

anilina o malveina, il primo colorante ottenuto con un processo di sintesi.

Ben presto Perkin avrebbe brevettato la sua invenzione e sarebbe entrato con successo

nell'industria chimica dei coloranti sintetici. Intanto però, in Germania, sull'onda del

successo di Perkin, sono varie le industrie chimiche che cominciano a lavorare con coloranti

e farmaci come Bayer e Hoechst.

Paul Ehrlich era un giovane tedesco che avrebbe potuto diventare un pittore o uno stilista

ma invece decise di diventare un medico. La sua tesi di laurea però riguardò i colori o,

meglio, la teoria e la pratica delle tecniche di colorazione delle cellule e dei tessuti

biologici che a quel tempo (Golgi e Ramon y Cajal) stavano assumendo una grande

importanza per la comprensione del livello cellulare dell'anatomia umana. Riflettendo sulla

capacità dei coloranti di impregnare in modo stabile e selettivo solo alcuni tipi di tessuti e

non altri, Ehrlich arrivò a convincersi che tale affinità tra colorante e tessuto doveva

dipendere dalla particolare conformazione chimica di entrambi. Questa intuizione condusse il

giovane scienziato a elaborare una teoria generale sintetizzata in una sua espressione latina

divenuta celebre, corpora non agunt nisi fixata.

Una sostanza può produrre diversi tipi di effetti biologici (nutritivi, tossici, curativi o

semplicemente cromatici) ma solo nella misura in cui nella cellula con cui essa viene a

contatto c'è un qualcosa in grado di accoglierla: Ehrlich chiamerà questo qualcosa “catena

laterale o recettore”. Questa corrispondenza di uno a uno lo porterà a mettere l'accento

sull'importanza della quantità della sostanza chimica necessaria per produrre un certo

effetto. Ciò gli permetterà, ad esempio, di dare nel 1897 un contributo decisivo al gruppo di

Behring che stava lavorando sul siero antidifterico, creando un metodo per determinare

l'esatta quantità di siero necessaria per un efficace trattamento.

Ehrlich era un ricercatore dotato di un'intelligenza estremamente chiara e metodica. Fu

messo alla guida di un nuovo centro di ricerca, prima in un sobborgo di Berlino (1896) e poi

a Francoforte (1899): qui poté dedicarsi allo sviluppo della sua teoria, che era sempre

accompagnata da un grande numero di verifiche sperimentali. Poco a poco, arrivò a

convincersi che quando la “catena laterale” o “recettore” di una cellula viene occupato da

una sostanza estranea (ad es. una tossina) non è più in grado di svolgere la sua normale

funzione fisiologica e ciò è spesso l'avvio di un processo patologico. Ma alcune cellule

presenti nel sangue hanno la capacità di reagire a quel blocco sviluppando altre catene

laterali che quindi diventano in grado, loro volta, di inglobare e in qualche modo neutralizzare

molte altre tossine e corpi estranei. Anche se in seguito sarà parzialmente confutata, questa

teoria di Ehrlich apriva le porte alla moderna immunologia e alla moderna farmacologia

e, nel 1908, gli meritò il Premio Nobel.

Amava dire che cercava la “pallottola magica”, cioè quella sostanza in grado di entrare

nell'organismo malato e di distruggere l'agente patogeno, senza danneggiare l'organismo

stesso.

Da quando, nel 1905 Schaudinn e Hoffman avevano scoperto l'agente patogeno della

sifilide, un batterio a forma di spirale, Ehrlich era ossessionato dall'idea di scoprire la

pallottola magica in grado di uccidere quel microrganismo. Era ormai da secoli che

l'arsenico veniva usato per cercare di combattere la sifilide, ma anche se questo veleno era

in grado in qualche misura di contrastare l'avanzamento della malattia, i suoi effetti collaterali

sull'organismo erano a dir poco devastanti. Si convinse che nell'arsenico c'era qualcosa di

realmente efficace e decise di cercare nel suo laboratorio qualche derivato dell'arsenico che

fosse letale per il batterio ma innocuo per l'organismo. Sotto la sua direzione, i suoi

collaboratori iniziarono a sintetizzare e a testare sugli animali decine e poi centinaia di

composti arsenicali: qualche speranza era venuta dal composto numero 418 che però,

efficace sugli animali, non si era dimostrato tale sull'uomo. Finalmente nel marzo 1909,

l'arrivo in laboratorio di un giovane ricercatore giapponese, Hata, molto abile nella

trasmissione agli animali di laboratorio dell'infezione sifilitica, aveva dato nuovo impulso agli

esperimenti. Hata sperimentò per la prima volta su animali infettati con il batterio della sifilide

il composto numero 606 e questa volta il risultato fu ottimo: in brevissimo tempo gli animali

guarivano completamente. Il derivato arsenicale numero “606”, che commercialmente

avrebbe preso il nome di Salvarsan, era davvero la pallottola magica contro la sifilide.

Ma dal momento che, alla lunga, si dovette ammettere che gli effetti collaterali tossici del

Salvarsan erano ancora rilevanti, i due scienziati si rimisero a lavoro fino a produrre, nel

1911, il composto numero 914 che, con la denominazione commerciale di Neosalvarsan, si

dimostrò ugualmente efficace contro la malattia e molto più tollerabile per l'organismo grazie

al suo ridotto contenuto di arsenico.

Non era affatto facile entrare nell'Inoculation Department di Almroth Wright, al St. Mary's

Hospital di Londra, e qualcuno ha detto che Alexander Fleming ci riuscì solo grazie alle

sue notevoli doti sportive. Nel 1906, Wright era un'autorità riconosciuta a livello mondiale nel

campo delle ricerche sulla vaccinazione, sia preventiva che terapeutica, ma nel suo

importante laboratorio si dava parecchia importanza anche alle prestazioni sportive delle

squadre della scuola e, fortunatamente, il giovane Fleming era un grande tiratore della

squadra di tiro a segno, nonché esponente di spicco del locale Club di nuoto, oltre ad essere

uno dei migliori studenti di Medicina degli ultimi anni. Il suo sogno era di specializzarsi in

Chirurgia e accettò il posto di laboratorio solo perché era retribuito e le sue condizioni

finanziarie non erano delle migliori. Ma il fascino di quell'ambiente lo colpì a tal punto che vi

sarebbe rimasto per 49 anni.

All'inizio degli anni Venti, Fleming, che si stava interessando alla ricerca di sostanze con

proprietà antisettiche, fece la sua prima scoperta: il lisozima, ovvero una sostanza

contenuta nel muco nasale e in altri liquidi organici con discrete proprietà antibatteriche.

Fleming, in pratica, aveva scoperto un antisettico naturale contenuto nel corpo umano come

strumento di difesa contro gli agenti patogeni.

Quando, all'inizio del settembre 1928, Alexander Fleming (da poco nominato Professore di

Batteriologia della St. Mary's Hospital Medical School) tornò dalle vacanze trovò all'interno di

una piastra di Petri (contenitore di vetro ideato da un assistente di Koch) rimasta

abbandonata per alcune settimane, una colonia di Staphylococcus aureusl, un batterio

abbastanza comune, era stata inquinata da una muffa.

La cosa strana fu che nessun stafilococco si era sviluppato vicino alla muffa, anzi era

evidente che altri batteri erano stati uccisi, quindi, quella muffa produceva qualche sostanza

in grado di inibire la proliferazione batterica. Fleming la chiamò inizialmente “succo di

muffa”, ma con un po' di lavoro scoprì che si trattava di un fungo della specie dei

penicillium, in particolare di Penicillium notatum: Fleming aveva appena scoperto la

Penicillina, una sostanza che si sarebbe rivelata un potentissimo agente antibatterico, il

primo grande antibiotico a disposizione della medicina. Ma prima che diventasse un farmaco

a disposizione di tutti dovettero passare parecchi anni: nel laboratorio di Fleming, nonostante

brillanti test sperimentali e clinici, non si era stati capaci di purificare e di rendere stabile la

Penicillina, inoltre non si trovava un modo per produrla in grandi quantità.

Furono due scienziati di Oxford, Howard Florey e Ernst Chain, a superare queste difficoltà

e, con l'aiuto dell'industria farmaceutica americana, riuscirono ad avviare la produzione

su larga scala di Penicillina proprio durante la Seconda Guerra Mondiale. Fu grazie alla

Penicillina che migliaia di soldati feriti e milioni di vite umane riuscirono a

sopravvivere; essa divenne anche il prototipo per cercare altre sostanza batteriostatiche o

battericide sempre più potenti ed efficaci come ad es. la streptomicina e l'aureomicina,

dando origine a quella che sarà definita la “rivoluzione antibiotica”. Intanto Alexander

Fleming nel 1945 aveva condiviso con Florey e Chain un Nobel per la Medicina pochi

mesi dopo la caduta del Nazifascismo e dopo le due bombe atomiche sul Giappone.

Divenuto quasi il simbolo stesso di una medicina che sembrava aver sconfitto la malattia,

passò gli ultimi anni della sua vita a fare conferenze in giro per il mondo.

Ciò che più affascina della personalità di Fleming è il “fattore umano” che, come molti, lo

contraddistinse. Egli lavorava molto intensamente, con molta concentrazione, ma non era un

fanatico del lavoro, infatti era convinto che sei o sette ore al giorno in laboratorio fossero più

che sufficienti; poi veniva il tempo per gli amici, per la famiglia e per gli hobby. Era inoltre

convinto che gli studenti di medicina non dovessero soltanto studiare ma anche prediligere

la collaborazione sulla competizione.

Anche Paul Ehrlich aveva caratteristiche simili nel modo di lavorare.

20. La lotta contro la malaria: un caso di eccellenza italiana

Il nuovo Stato Unitario italiano (1861) trovò ben presto a dover fronteggiare non solo

imponenti problemi sociali come il brigantaggio, l'analfabetismo o l'emigrazione, ma anche

gravi e diffusi problemi sanitari. Primo fra tutti quello della malaria che perseguitava le

popolazioni contadine

Nel 1887, la prima statistica nazionale sulla malaria registrò circa 20.000 morti l'anno, ma

oltre al numero impressionante di decessi vi era il problema dei malati più o meno cronici

che suscitava preoccupazione.

Un grande clinico dell'epoca, Guido Baccelli, confrontava la situazione fisica degli abitanti

dei villaggi delle paludi Pontine "ove la malaria è una vera endemia" con i loro

contemporanei sani della città di Roma. Uno dei grandi misteri che accompagnavano la

medicina era quello delle febbri periodiche o intermittenti, quelle cioè che ripresentano il

picco febbrile a intervalli abbastanza regolari, come le febbri terzane (picco febbrile ogni

due giorni) e quartane (picco febbrile ogni tre giorni). Una delle poche cose chiare era che

queste febbri erano spesso collegate ai climi caldi e umidi, soprattutto alle zone paludose o

ricche di acquitrini. Ma c'erano anche delle eccezioni: zone paludose in cui le febbri erano

assenti e zone relativamente asciutte in cui questa strana malattia imperversava.

Da quando si conoscono l'agente patogeno e il vettore della malaria, molti storici hanno

cercato di ricostruire a ritroso quale peso possa aver avuto questa malattia su importanti

dinamiche socio-economiche dei secoli e dei millenni passati: alcuni sono arrivati ad

affermare che l'infezione malarica fu uno dei fattori determinanti del declino

dell'Impero Romano. L'unico rimedio per molto tempo fu quello di cercare di prosciugare le

zone paludose o almeno, dato che queste bonifiche antiche erano spesso parziali ed

effimere, di starne alla larga il più possibile: non è un caso se in tante zone d'Italia la

popolazione si concentrava nelle zone collinari e montuose, lasciando quelle a rischio (zone

pianeggianti) quasi spopolate.

Lo stesso Dante Alighieri pare che sia morto a causa di una forma grave di malaria

perniciosa, da lui contratta mentre attraversava le paludose valli tra Ferrara e Ravenna.

Quanto alle cause della malattia, alcuni autori antichi nel I secolo erano arrivati ad intuire un

ruolo eziologico di alcuni minuscoli animali, ma quell'intuizione fu ben presto dimenticata e,

siccome la cosa più evidente era il cattivo odore emesso dalle acque stagnanti e paludose,

si finiva per dare la colpa con sempre più convinzione ai miasmi corrotti, all'aria

maleodorante e malsana: alla mal'aria.

Una prima svolta sul piano terapeutico si ebbe quando alcuni Padri Gesutiti, verso la metà

del '600, portarono con sé dall'America la corteccia di un albero peruviano che gli indigeni da

tempo utilizzavano come febbrifugo. Si cominciarono a studiare le proprietà terapeutiche

della corteccia dell'albero di Cinchona, così denominato da Linneo. La polvere derivata dalla

corteccia divenne popolare come "polvere dei gesuiti" o "polvere di china" e si diffuse

sempre più come efficace rimedio alle febbri intermittenti.

Nemmeno in questo caso mancarono i critici e gli oppositori sia tra chi restava abbarbicato

alla teoria umorale e non poteva approvare un farmaco che non aveva nessun effetto

evidente sugli "umori", sia tra quelli che osservavano che la polvere di china non era sempre

efficace e, talvolta, sembrava addirittura produrre effetti nocivi.

Chi mise ordine nel dibattito e aiutò a precisare indicazioni e dosaggi efficaci della polvere di

china fu il medico italiano Francesco Torti che, nella sua importante opera "La terapia

speciale delle febbri perniciose" (1712), riuscì a distinguere con accuratezza e precisione

le febbri malariche da altre patologie febbrili sulle quali la china era perlopiù inefficace.

L'uso della china si diffuse sempre più nel corso del Settecento ma un nuovo passo avanti si

ebbe nel 1820 quando due chimici francesi, Pellettier e Caventou, riuscirono ad isolare ed

estrarre il principio attivo della china: l'alcaloide che denominarono chinina.

Una fiorente industria chimica per la produzione di chinina fece la sua comparsa in molte

nazioni del mondo, ma nell'Ottocento il problema della malaria, nonostante la chinina,

restava gigantesco: benchè si disponesse di un farmaco abbastanza efficace, non si sapeva

ancora nulla sulla reale causa della malattia, che per qualche tempo fu attribuita ai

microrganismi sulla scia delle idee di Pasteur e Koch sull'origine microbica delle malattie.

Finalmente nel 1880, un medico militare francese, Laveran, riuscì ad individuare il vero

colpevole. Studiando al microscopio il sangue di alcuni soldati malati o deceduti di malaria di

un Ospedale militare in Algeria, vi notò la costante presenza di parassiti di un tipo ben

preciso. Per essere sicuro di non aver commesso un falso avvistamento, si trasferì a Roma

dove, ospite di Guido Baccelli nell'Ospedale di Santo Spirito, riuscì a ritrovare

costantemente nel sangue dei malariosi ricoverati gli stessi parassiti già osservati in Algeria:

era certa la natura parassitaria dell'infezione malarica e poco tempo dopo, due medici

italiani, Angelo Celli e Ettore Marchiafava, riuscirono a trasmettere sperimentalmente

l'infezione iniettando in vena ad un individuo sano del sangue con i parassiti e a denominare

Plasmodium malariae il protozoo individuato da Laveran.

Tra il 1885-86 Camillo Golgi riuscì a spiegare la periodicità delle febbri malariche

associandola al ciclo evolutivo del parassita, all'interno del sangue umano.

Restava da capire come tale parassita riuscisse a penetrare nel corpo dell’uomo: a poco a

poco si fece strada l'ipotesi che il vettore potesse essere un insetto, dato che si era già

potuto osservare, in una malattia come l'elefantiasi, che le zanzare erano in grado di

assorbirne il parassita succhiando il sangue di un individuo infetto. Tale ipotesi era stata

avanzata dal grande parassitologo inglese Manson, considerato il fondatore della medicina

tropicale, ed era stato proprio Manson, nel 1894, a suggerire ad un medico coloniale inglese

di stanza in India, Ronald Ross, di studiare quella ipotesi per la malaria. Nel 1897, Ross

riuscì a scoprire il parassita della malaria nel corpo di alcune zanzare che aveva fatto

alimentare col sangue di pazienti malariosi. Poco dopo però fu trasferito in una zona priva di

malaria umana e fu costretto a continuare le sue ricerche sugli uccelli: nel corso del 1898

riuscì a dimostrare sia che le zanzare infette potevano infettare con le loro punture uccelli

sani, sia che le zanzare sane potevano infettarsi pungendo uccelli malati. Dunque la zanzara

si infettava succhiando il sangue di un individuo malato e poi trasmetteva la malattia ad un

individuo sano sempre attraverso le sue punture.

Restava il dubbio di quali specie di zanzara potessero fare da vettore della malattia, che fu

risolto dallo zoologo italiano, Giovan Battista Grassi, che sempre nel 1898 riuscì a

dimostrare che solo le zanzare del genere Anopheles, relativamente rare, sono in grado di

trasmettere la malaria.

L'ultimo grande contribuito italiano a questa indagine scientifica venne, a cavallo tra il 1898 e

il 1899, dalla collaborazione tra Grassi e due patologi dell'Ospedale di Santo Spirito,

Bignami e Bastianelli, che nella ormai celebre "camera delle zanzare" allestita

all'Ospedale dimostrarono sperimentalmente la trasmissione della malaria all'uomo ad opera

delle zanzare anofele.

Agli inizi del Novecento cominciarono a giungere i riconoscimenti per le varie scoperte: Ross

vinse il Nobel nel 1902 e Laveran nel 1907, mentre i malariologi italiani non furono presi in

considerazione, sebbene godevano già di un grande prestigio internazionale. Ormai era

chiaro che, nelle zone a rischio, la lotta doveva essere sia difensiva (evitare le punture

dell'anofele) sia offensiva (cercare modi per contrastare la crescita del parassita e del suo

vettore, eliminando le condizioni ambientali che ne favorivano la diffusione. Bisognava, ad

esempio, mettere delle zanzariere alle finestre delle abitazioni, sui letti e non andare in giro

dopo il tramonto, quando la zanzara anofele punge maggiormente.

D'altra parte era sempre più evidente l'importanza del chinino che, uccidendo i parassiti,

non solo costituiva un efficace presidio terapeutico per i malati, ma svolgeva anche un

importante ruolo profilattico, poiché era ormai chiaro che è proprio il malato di malaria la

principale fonte di "approvvigionamento" di parassiti da parte della zanzara anofele.

Uccidendone i parassiti si evitava che ogni malato di malaria diventasse a sua volta una

fonte di contagio.

Vari malariologi italiani erano attivi in politica e furono tra i principali promotori di due filoni

legislativi direttamente legati alla questione malarica: quello delle leggi che, a partire dal

1900, cercarono di favorire la diffusione e l'accessibilità del chinino (di questo filone è

protagonista indiscusso Angelo Celli) e quello delle leggi relative alla bonifica idraulica e

agraria, nelle zone paludose e malsane di tutta Italia (in questo secondo ambito fu decisiva

l'azione di Guido Baccelli).

Crebbe poi, a poco a poco, la consapevolezza che anche l'impegno sul fronte educativo

era importante. In questo campo, dall'inizio degli anni Venti, un ruolo significativo fu svolto

dall'Istituto Italiano di Medicina Sociale che, attraverso diverse iniziative

propagandistiche, cercava di educare la popolazione a metodi per prevenire e combattere la

malaria.

È in questi stessi anni che la Fondazione Rockefeller decide di investire nel nostro Paese

ingentissime somme di denaro per favorirne lo sforzo volto a debellare la malattia, la

cosiddetta “lotta anti-larvale”: si cercavano di individuare e distruggere le larve di zanzare

anofele mediante l'irrorazione di superfici di pozze e acquitrini con il “verde di Parigi”, un

derivato dell'arsenico che aveva un'efficace funzione insetticida. Verso la metà degli anni

Trenta la Fondazione Rockefeller si ritirò temporaneamente dall'Italia (non prima però di aver

finanziato la costruzione di quello che poi sarebbe diventato il nostro Istituto Superiore di

Sanità a Roma) a causa di crescenti contrasti con il regime fascista, ma la lotta contro la

malaria aveva già fatto passi da gigante.

Durante la Seconda Guerra Mondiale le truppe tedesche cercarono di scatenare nuove

epidemie di malaria tra la popolazione attraverso azioni di guerra biologica, per cui la

malattia ebbe una temporanea recrudescenza, ma ormai il suo destino era segnato. Un

nuovo insetticida, molto più efficace dei precedenti, fu introdotto dalle truppe alleate fin dal

1943: era il DDT (dicloro-difenil-tricloroetano). Il suo sistematico impiego negli anni

successivi alla guerra ridusse sempre di più i focolai di malaria fino a che, nel 1965, il

Governo Italiano poté chiedere all'Organizzazione Mondiale della Sanità di dichiarare

l'Italia libera dalla malaria. Tale riconoscimento giunse ufficialmente nel 1970 ma, nonostante

ciò, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2009 ci sono stati nel

mondo 225 milioni di casi di malaria, soprattutto in Africa dove un bambino muore di

malaria ogni 45 secondi.

Oltre a preoccupanti fenomeni di resistenza dei parassiti ai farmaci anti-malarici, bisogna

considerare che in vaste zone della terra è praticamente impossibile condurre opere di

bonifica integrale come quelle che portarono all'eradicazione della malaria in Italia. C'è

ancora bisogno di medici e di ricercatori come Giovan Battista Grassi che decise di

trascorrere gli ultimi anni della sua vita tra le povere popolazioni delle zone ad alta densità


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Fufitus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in medicina e chirurgia (ordinamento U.E. - 6 anni)
SSD:
Docente: Borghi Luca
Università: Catania - Unict
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fufitus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della medicina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Borghi Luca.

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