Storia della lingua italiana
Nascita del volgare
Non è facile stabilire quando il latino si sia sviluppato in volgare né quando il volgare si sia trasformato nell’italiano. Comunque il latino volgare si sviluppa intorno al II-III secolo d.C. Le prime attestazioni scritte del volgare risalgono a diversi secoli dopo:
- L’indovinello veronese (VIII-IX d.C.);
- Il placito capuano (960 d.C.). La nascita del volgare si fa risalire a questo atto notarile;
- Le scritte esposte (murarie) nella catacomba di Commodilla (VII-IX d.C.);
- Le scritte esposte nella Basilica di San Clemente (fine XI d.C.).
Nascita della lingua letteraria
La nascita della lingua letteraria volgare avviene molto tardi rispetto alla Francia. Le prime opere risalgono al 1200, i “ritmi” a motivo religioso. La scuola poetica siciliana ebbe il suo periodo d’oro intorno alla metà del 1200, sotto la corona di Federico II di Svevia, vide tra i suoi partecipanti: Giacomo da Lentini, Rinaldo d’Aquino e l’Abate di Tivoli. Queste opere a noi sono pervenute, ed anche a contemporanei come Dante, mediate dai copisti toscani, che ne hanno tradotto molte parti. Intorno al 1500 il filologo Barbieri dimostrò come la lingua su cui aveva studiato Dante era molto diversa rispetto al siciliano. Il siciliano si rifaceva al provenzale. I copisti toscani correggendo i testi, hanno creato anche il mito della rima siciliana (imperfetta), questo dovuto a una diversa trasformazione del sistema vocalico.
Dalla scuola siciliana allo Stil Novo
Lo Stil Novo si sviluppa intorno al 1280, arrivando fino al 1310, e avrà come centro culturale la città di Firenze, di conseguenza la lingua utilizzata dai poeti era il volgare toscano. I principali esponenti sono: Guido Guinizzelli (bolognese), Dante e Guido Cavalcanti. I poeti dello Stil Novo verranno fortemente influenzati dalla poetica e dalla lingua della scuola siciliana, che però avevano conosciuto solo dalla mediazione di copisti toscani. Da essa riprenderanno: francesismi (amanza, coraggio), espressioni locali (saccio, aggio, priso) e participi diversi dal toscano (feruto). Nella lingua poetica restano a lungo forme dei poeti siciliani (foco, loco) con assenza di dittongamento o condizionali siciliani (amaria). Nel 1200 c’è stato un forte aumento della produzione poetica mentre la prosa era rimasta indietro, anche se esistevano volgarizzazioni di opere latine e francesi, che quasi sempre comportavano la modifica del testo. Successivamente la Toscana riuscirà ad imporsi come modello anche per la prosa con Boccaccio.
De Vulgari Eloquentia
Il De Vulgari Eloquentia è un trattato, rimasto incompiuto, in lingua latina scritto da Dante tra il 1303 e il 1305, prima di scrivere la Divina Commedia, in cui si affronta il tema della lingua volgare. La decisione di scrivere in volgare deriva dal fatto di voler far conoscere questo trattato ai dotti e farli riflettere sul problema della lingua. In questo trattato Dante individua nella penisola italiana 14 diversi dialetti, 7 a ovest degli Appennini e 7 ad est, anche se si rende conto che i dialetti possono cambiare nel giro di pochi chilometri. Lo scopo del trattato era una ricerca di una lingua che potesse essere in grado di unificare culturalmente la penisola e che fosse anche funzionale a una letteratura in sviluppo. Naufragata l’idea di una fusione di tutti i volgari, Dante si dedica alla ricerca del volgare “illustre”, tra i volgari meno adatti mette il romano, tra i 14 volgari ne individua due che gli sembrano più adatti: il siciliano (mediato dai copisti) e il bolognese. Del fiorentino dice che non è una lingua aulica e non è troppo concreto. Nel 1500 un avversario di Pietro Bembo, sulla disputa della lingua, riprenderà questa affermazione per far partire il dibattito.
Caratteristiche della lingua dantesca
Dante nella Divina Commedia, tocca diverse tematiche: l’amore, la politica …, per questo motivo Dante, che nel suo trattato aveva bocciato il fiorentino, scrive proprio in fiorentino, la sua lingua natale, con cui aveva maggiore confidenza. Anche scegliendo il fiorentino, Dante decide di inserire espressioni di altri volgari (siciliano, bolognese), utilizza forme arcaiche del toscano, trasporta parole dal latino anche scientifico volgarizzandole e crea dei neologismi (intuarsi e inmiarsi). Utilizza varianti diafasiche, diatopiche e diacroniche. Questa sua ricerca linguistica verrà poi definita polimorfia o plurilinguismo. L’esatto contrario è Petrarca che focalizza la sua ricerca sul singolo termine aulico, che viene utilizzato in più occasioni (monolinguismo), in lui c’è un forte interesse per la lingua classica, scrive molte opere in latino ed anche la sua grafia è latineggiante (homo, facto).
Il Decameron di Boccaccio
Il Decameron è una raccolta di 100 novelle scritte da Boccaccio nel 1349. La grandezza di Boccaccio è quella di ricostruire il parlato, attraverso tecniche come l’anacoluto (in cui non è rispettato l’ordine sintattico ed il soggetto resta in sospeso), la dislocazione a sinistra (mettiamo un elemento in prima posizione per poi riprenderlo con un pronome) e le concordanze a senso (la brigata se ne andarono). Anche lui come Dante predilige il polimorfismo, ricco di espressioni popolari e spesso in novelle ambientate al di fuori della Toscana utilizza i dialetti del posto (veneziano e siciliano). Anche se la lingua che verrà presa a modello per la prosa non sarà quella delle novelle, ma quella delle cornici (che collegano una novella all’altra), qui il linguaggio è più studiato e latineggiante, fa un forte utilizzo di ipotassi (molte frasi subordinate). Questo stile era molto apprezzato perché riprendeva la prosa ciceroniana. La grafia risente dell’umanesimo, come in Petrarca sono presenti molte parole latineggianti.
Letteratura dialettale riflessa di Boccaccio
Nel 1339 Boccaccio scrive una lettera in napoletano, con intento comico, ad un suo amico. Le tematiche riguardano la vita quotidiana e popolare. Questa lettera rappresenta la prima forma di letteratura dilettale riflessa (utilizzo di un volgare che non è proprio). Boccaccio conosceva molto bene il napoletano per un suo lungo soggiorno, in alcuni casi produce una ipercaratterizzazione (utilizza il tipico dittongamento napoletano anche dove non andava utilizzato “nuostra”).
Il macaronico e il polifilesco
Con l’affermarsi della lingua volgare si creano due filoni caratteristici che fondevano insieme volgare e latino: il macaronico ed il polifilesco. Il Macaronico nasce a Padova alla fine del 1400, è caratterizzato da opere in prosa latina con base lessicale volgare, il maggiore esponente fu Teofilo Folengo. Il Polifilesco deve il nome ad un’opera anonima edita da Aldo Manuzio, la Hypnerotomachia poliphili. Qui, al contrario del macaronico, si utilizza una lingua volgare fatta con latinismi spesso forzati.
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