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Storia della lingua italiana: Marazzini

3) Soggetti e oggetti della storia linguistica:

Volgari dialetti e spinte regionali:

1.

La storia della linguistica italiana si caratterizza da un costante rapporto tra centro (Firenze) e

periferia (resto d’Italia), il fiorentino non si è imposto per una forte autorità politica, ma si è

imposto per il prestigio culturale. C’è stata però una fase iniziale in cui tutti i dialetti (il primo il

siciliano) hanno potuto aspirare al primato.

Si può parlare di dialetto solo dopo che si è affermato l’italiano (prima volgare), la letteratura

dialettale può essere di 2 tipi: “riflessa”, si oppone coscientemente alla lingua, “spontanea”, non

è cosciente della propria opposizione. La pluralità linguistica è stata una risorsa a cui gli scrittori

hanno attinto per secoli, i dialetti sono entrati nella lingua per arricchirla e vitalizzarla.

L’azione delle lingue straniere: i prestiti:

2.

La lingua è esposta al contatto oltre che con i dialetti anche con altre lingue nazionali. Le lingue

dotate di maggiore prestigio influenzano le altre, ed esistono diversi tipi di prestito:

• Adattato: viene adeguato alla lingua che lo ospita (treno, bistecca);

• Non adattato: viene accolto nella forma originale (computer, équipe).

Il rapporto con un’altra lingua produce anche “calchi” che possono essere:

• Calco di traduzione: quando si traduce alla lettera una parola (grattacielo);

• Calco semantico: quando una parola già esistente in una lingua assume un altro significato

per l’influenza di un’altra lingua (autorizzare nel senso di “permettere”).

I prestiti possono essere anche:

• Di necessità: quando una parola arriva assieme ad un referente nuovo (patata, banana);

• Di lusso: la lingua possiede già un’alternativa alla parola forestiera, ma il loro uso prevale

per varie ragioni (pesticida).

Spesso l’osservazione dei forestierismi ha sviluppato un sentimento puristico, questo è avvenuto

nell’Ottocento dopo la forte influenza francese dovuta all’Illuminismo e durante il Fascismo.

Le lingue che hanno maggiormente influenzato l’italiano sono la seguente (in ordine di influenza):

• Francese: ha continuamente influenzato l’italiano ma in particolare durante l’Illuminismo,

sono entrati termini in diversi campi (moda, cibo, politica, settore militare);

• Spagnolo: tra Cinquecento e Seicento, quando la Spagna era un impero in piena espansione

e sono entrati diversi termini prima sconosciuti (banana, cocco, cacao);

• Inglese: dall’Ottocento ad oggi, da quando l’inglese si è imposto come lingua internazionale,

sono entrati molti termini soprattutto dal campo dell’informatica; 1

• Tedesco: che ha avuto la sua influenza durante le invasioni barbariche e ne ha quindi

influenzato la lingua (guerra, faida).

Tra le lingue a cui l’italiano attinse maggiormente: sono il greco, l’arabo (medicina, matematica)

ma soprattutto il latino (latinismi).

Gli scrittori e il linguaggio letterario:

3.

Gli scrittori insieme al popolo sono quelli che hanno maggiormente influito sulla lingua. Gli

scrittori hanno fornito gli elementi sui quali grammatici e teorici hanno poi stabilito la “norma”.

Ci sono stati molti scrittori che si sono dedicati alla teoria linguistica (Dante, Trissimo, Bembo,

Tasso, Manzoni, De Amicis).

Il popolo:

4.

Nella tradizione linguistica passata il popolo è stato spesso considerato come un corruttore della

lingua, ma con Manzoni questa idea venne trasformata e sostituì ai modelli trecenteschi la

lingua parlata dal popolo fiorentino, più “viva e vera”, naturalmente con il popolo si identificava

la classe medio-bassa fiorentina, i volgarismi delle altre regioni furono raramente oggetto di

attenzione, anche la letteratura religiosa ha influenzato la lingua (si sono spesso sviluppate

scuole che insegnavano i rudimenti dell’italiano).

Notai e mercanti:

5.

Il notaio è senz’altro il protagonista della fase iniziale della nostra lingua, il “Placito capuano” è

considerato l’atto di nascita della lingua, i notai hanno sempre dimostrato una passione per la

letteratura volgare. Inoltre spesso nei processi dovevano verbalizzare espressioni popolari.

Il mercante invece rappresenta un’esperienza molto diversa, a differenza dei notai non

conoscevano il latino e non avevano una cultura classica, si dedicava maggiormente all’attività

pratica, sapeva leggere, scrivere e fare i conti. Il Decameron di Boccaccio ebbe molto successo

tra la classe mercantile, ed in generale i mercanti erano interessati alle opere in volgare come il

Canzoniere o la Divina Commedia.

Un altro documento importante per lo studio della lingua sono i “libri di famiglia” in cui si

annotavano memorie, avvenimenti familiari e dati patrimoniali, molto spesso in volgare.

Scienziati e tecnici:

6.

Fino al Rinascimento il latino è rimasta l’unica lingua nelle discipline scientifiche, verso il

Cinquecento il volgare iniziò ad affermarsi con maggior forza, anche se nelle università e nelle

accademie il latino sopravvisse allungo. Galileo fu il protagonista della svolta culturale, anche

se va ricordato anche lo sforzo dei traduttori dei testi classici in volgare, loro hanno sviluppato

la rigorosità e la chiarezza logico-sintattica che sono il requisito di una lingua scientifica. Si

sono sviluppati successivamente anche molti vocabolari con tecnicismi. Il linguaggio scientifico

però è molto differente dal quello letterario, il suo obbiettivo è la chiarezza che può essere

supportata da formule, sigle e tecnicismi non sempre accessibili a tutti.

La forza della norma: i grammatici:

7.

La prima grammatica pervenutaci è la “Grammatichetta vaticana” di Leon Battista Alberti,

l’opera non ricevette né fortuna né diffusione. La prima grammatica di successo fu pubblicata

nel 1516 da Fortunio e venne seguita delle “Prose della volgar lingua” di Bembo, un’opera di

enorme importanza per lo sviluppo successivo della lingua. I grammatici del Cinquecento 2

fisseranno come modello per la poesia Petrarca e per la prosa Boccaccio. Le grammatiche oltre

ad essere uno strumento normativo e scolastico, fornirono anche un supporto per gli scrittori del

tempo.

Lessicografi e accademici:

8.

Accanto alle grammatiche, l’altro grande presidio della norma linguistica è rappresentato dai

dizionari, i più antichi furono realizzati fuori dalla Toscana (probabilmente perché i toscani non

ne sentivano il bisogno), ma successivamente Firenze si impossessò anche della loro diffusione

tramite l’Accademia della Crusca, che nel 1612 pubblicò un dizionario largamente più ampio

rispetto agli altri ed aderirono al modello di Bembo, escludendo Tasso (considerato un

oppositore al modello bembiano). Successivamente nei vocabolari furono compiute scelte

innovative come l’introduzione di alcuni regionalismi, ma molto spesso esso fu oggetto di

polemiche e discussioni.

La burocrazia e la politica linguistica degli stati:

9.

Il fiorentino non si è imposto per la forza di uno stato accentratore come è avvenuto in diversi

stati, in Toscana la lingua parlata era molto vicina a quella scritta, questo permise alla corte

medicea di promuoverla anche come lingua ufficiale. Nelle cancellerie dei vari stati si ebbero

casi di precocie adesione al toscano al posto del latino. Nelle cancellerie si formarono anche le

lingue “koinè” (un conguaglio linguistico superregionale), gli addetti erano spesso notai che

conoscevano il latino e ripresero proprio da esso. Il volgare venne utilizzato anche in bandi e

iniziative rivolte al popolo.

Con l’occupazione napoleonica il francese divenne lingua ufficiale nel Nord Italia, questo

sviluppò un sentimento nazionalistico, che successivamente portò ad antipatie per il diverso

(minoranze francesi in Valle d’Aosta e tedesche in Tirolo), che turbò la vita di alcune

minoranze. Nel periodo Risorgimentale anche i dialetti vennero avvertiti come avversari

dell’italiano, perché non aiutavano l’unità nazionale. L’unità linguistica è sempre un risultato,

non un mezzo di essa.

Uno degli strumenti della politica linguistica sono le scuole, fino al Ottocento l’istruzione

primaria non interessava i governi e nelle università la lingua utilizzata era il latino. Esistevano

però scuole “sotterranee” tenute da religiosi o mercanti che insegnavano i rudimenti della lingua

agli alunni. Con il Settecento e l’Illuminismo l’argomento scolastico prese maggior rilievo, fino

ad arrivare alla scolarizzazione di massa nell’Ottocento.

Gli editori e la tipografia:

10.

L’invenzione della stampa di Gutenberg del 1456, incise profondamente sulla cultura europea, ci

fu una diminuzione del prezzo dei libri con un aumento delle tirature. L’innovazione della

stampa influenzò anche la linguistica, che portò al trionfo delle idee di Bembo. Venezia divenne

la capitale della stampa italiana, tra gli stampatori più attivi ricordiamo Aldo Manuzio.

Nel Quattrocento la maggior parte di libri stampati era in latino, ma già nel Cinquecento il 60%

dei libri stampati era in italiano, questo avvenne anche grazie allo sviluppo di un modello

linguistico affidabile. Acquisì inoltre molta importanza il correttore tipografico, che si adeguò

alle norme di Bembo, ci furono anche casi in cui l’autore svolse questo compito (Ariosto).

Attraverso la stampa si arrivò anche alla stabilizzazione grafica e della punteggiatura.

Dalla stampa ai “mass-media”:

11. 3

Con il termine “mass-media” si intendono i mezzi di diffusione di massa, in riferimento alla

cultura che viene prodotta in forma industriale. Con la stampa la diffusione dei testi venne

facilitata, l’editore-imprenditore continuò ad essere il protagonista, si diffusero i libri scolastici,

le grammatiche e le antologie, nacquero anche le prime collane di classici.

Accanto al libro, il giornale acquisì una maggiore funzione di divulgazione del sapere, trattando

di questioni dell’attualità, anche di quelle della lingua, la sua diffusione fu favorita dalla

crescente alfabetizzazione. Inoltre le principali innovazioni in campo linguistico lasciavano

traccia prima sui giornali (neologismi).

Radio e televisione permisero di raggiungere anche le classi più basse, qui il linguaggio tende ad

essere meno settoriale per raggiungere la maggiore fascia di pubblico.

4) Situazione della comunicazione: la varietà della lingua:

Lingua scritta e lingua parlata:

1.

La lingua è per sua natura caratterizzata da varietà. Una prima grande differenza va stabilita tra

lingua scritta e lingua parlata, anche se ci sono situazioni in cui è giusto contrapporre non tanto

il parlato, quanto il “parlato informale” al “parlato formale”. Nell’oralità sono presenti molti

elementi che entrano nella comunicazione che sono assenti nella scrittura, inoltre la scrittura ha

una maggiore durata che ne permette correzioni e ripensamenti. Nei casi in cui si analizza il

parlato occorre fare molta attenzione ad i canali da cui si attinge, ad esempio prima del

novecento non erano possibili registrazioni, quindi si studiava il parlato dai documenti più

spontanei, in primo luogo i graffiti. Un caso particolare è la lingua teatrale che può essere

considerata una simulazione di parlato, ed anche nelle novelle l’utilizzo di espressioni parlate è

corrente (Boccaccio). Anche se non si deve mai dimenticare che i dialoghi nella narrativa sono

prima di tutto creazione teatrale.

La lingua dei colti e quella degli incolti: varietà diastratiche:

2.

La lingua cambia in dipendenza del livello culturale e sociale di chi la usa. I linguisti parlano di

“varietà diastratiche”, difronte ad un documento del passato bisogna sempre chiedersi a quale

livello sociale si collochi lo scrivente. Di particolare interesse per chi studia i livelli bassi

dell’uso linguistico sono le scritte murarie. Qui è più facile trovare elementi del parlato

popolare. In quest’epoca la mancanza di una norma linguistica codificata rendeva normale il

ricorso a forme della lingua viva. Con l’affermarsi del modello bembiano, chi si discosta dalla

norma scivola in maniera più evidente nella scrittura popolare, anche se succedeva che individui

appartenenti a ceti colti commettessero gli stessi errori dei popolani, questo accadeva spesso in

regioni periferiche. Comunque da Bembo in poi, più è basso il livello culturale dello scrivente,

tanto più emergono vistosi elementi legati al dialetto.

Varietà diatopiche:

3.

Le varietà diatopiche della lingua sono anche definite “varianti geografiche”. L’italiano parlato

oggi nel nostro paese non è uniforme e varia da regione a regione, o anche all’interno di una

regione, anche in questo caso minore è il livello culturale dello scrivente e tanto più affiorano i

tratti locali. Dante nel “De Vulgari Eloquentia” ha condannato i dialetti che sapessero di

“plebeo” o “locale” in favore di un volgare illustre, questa linea fu confermata dall’opera di

Bembo, i problemi non si ebbero tanto nella lirica (più astratta) quanto nella prosa (più concreta)

4

dove la mancanza di alcuni termini tecnici sfociava spesso in regionalismi, successivamente si

risolsero questi problemi con la creazione di vocabolari specializzati. La spinta al livellamento

ebbe due motori: un principio estetico-letterario e un principio pratico. Anche tra i componenti

del clero più a contatto con il popolo si cercarono di eliminare i tratti più forti del dialetto per

apparire più comprensibili.

Il mistilinguismo:

4.

Il parlante o lo scrivente si è trovato spesso al centro di una seria di campi di forza divergenti: i

modelli della lingua, il dialetto d’origine, il latino. In questo ambiente era naturale lo sviluppo di

una lingua mista definita “mistilinguismo” che poteva essere volontario o meno. Essa trova la

sua applicazione nelle lingue “koinè”.

Varietà diafasiche:

5.

Diafasico è il termine tecnico per indicare differenze linguistiche all’interno della

comunicazione (aulico, colto, formale, medio, colloquiale, informale, popolare, familiare,

plebeo-basso), lo storico della lingua dovrà tener conto del registro in cui si colloca il

documento preso in esame. Molte tendenza innovative si manifestano nel livello diafasi basso-

medio.

5)Origini e primi documenti dell’italiano:

Dal latino all’italiano:

1.

L’italiano, come le altre lingue romanze, non deriva dal latino classico degli scrittori, bensì dal

“latino volgare”, questo concetto viene utilizzato per indicare i diversi livelli linguistici che

esistevano nel latino, già le fonti classiche avvertivano la differenza tra la lingua letterale e la

lingua popolare dei soldati. Lo sviluppo diacronico delle conquiste romane ha influenzato anche

nelle differenze tra le varie lingue romanze, ed una la componente sociolinguistica ha influito. Il

latino si impose principalmente a occidente dell’impero (ad eccezione della Romania), nella

parte orientale si diffuse maggiormente il greco.

I ceti colti parlavano sempre in modo differente dagli incolti (differenze sociolinguistiche), essa

però in età imperiale iniziò una decadenza che la porto ad identificarsi con il latino volgare,

anche se la lingua letterale rimaneva immutata, la progressiva espansione geografica

dell’impero comportò la nascita di un “latino delle province”, questi continuarono la loro

differenziazione con le invasioni barbariche, anche se sarebbe sbagliato non tener conto del

rapporto con le lingue sorelle.

Esiste una serie di testi che possono darci utili informazioni sulle caratteristiche del latino

parlato a livello popolare: alcuni testi teatrali di Plauto, nei testi informali dei grandi scrittori,

nella versione “vetus latina” della Bibbia, nelle iscrizioni murarie rinvenute a Pompei, nelle

lettere private dei soldati. Un particolare rilievo ha la cosiddetta “Appendix Probi” di un

grammatico tardo, datata III-IV sec., qui sono raccolte le forme errate dei suoi studenti e

affiancate con le forme corrette, questo ci permette di individuare le spinte popolari.

A influenzare lo sviluppo della lingua sono principalmente tre fattori:

• Sostrato, il latino si impose su lingue preesistenti che non mancarono di influenzare

l’apprendimento della lingua di Roma; 5

• Superstrato, cioè l’influenza esercitata dalle lingue che si sovrapposero al latino, come

avvenne al tempo delle invasioni barbariche (tre le più rilevanti: Ostrogoti 489,

Longobardi 568 e Franchi);

• Adstrato, l’azione esercitata da una lingua confinante.

Nozioni di grammatica storica:

2. Le modifiche subite dal latino nel suo processo di formazione non sono casuali, in esse si

riscontra una certa regola. Queste regole possono essere organizzate in forma sistematica da

fornire una descrizione metodica della lingua, questo è il campo della “grammatica storica”,

essa si occupa dello sviluppo diacronico della lingua.

Quando nasce una lingua: il problema dei “primi documenti”:

3. La genesi di una lingua è un fenomeno lungo e complesso, nel corso del tempo lo stesso

latino cambiò (latino medievale), di questa fase non ci sono pervenuti documenti ufficiali,

ma si è riusciti a comprendere il cambiamento tramite delle fonti indirette: come il “breve de

inquisitione” del 715 e “l’indovinello veronese” VIII-IX secolo. Perché si affermasse la

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Paolot97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara o del prof Picchiorri Emiliano.
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