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Con il termine “mass-media” si intendono i mezzi di diffusione di massa, in riferimento alla

cultura che viene prodotta in forma industriale. Con la stampa la diffusione dei testi venne

facilitata, l’editore-imprenditore continuò ad essere il protagonista, si diffusero i libri scolastici,

le grammatiche e le antologie, nacquero anche le prime collane di classici.

Accanto al libro, il giornale acquisì una maggiore funzione di divulgazione del sapere, trattando

di questioni dell’attualità, anche di quelle della lingua, la sua diffusione fu favorita dalla

crescente alfabetizzazione. Inoltre le principali innovazioni in campo linguistico lasciavano

traccia prima sui giornali (neologismi).

Radio e televisione permisero di raggiungere anche le classi più basse, qui il linguaggio tende ad

essere meno settoriale per raggiungere la maggiore fascia di pubblico.

4) Situazione della comunicazione: la varietà della lingua:

Lingua scritta e lingua parlata:

1.

La lingua è per sua natura caratterizzata da varietà. Una prima grande differenza va stabilita tra

lingua scritta e lingua parlata, anche se ci sono situazioni in cui è giusto contrapporre non tanto

il parlato, quanto il “parlato informale” al “parlato formale”. Nell’oralità sono presenti molti

elementi che entrano nella comunicazione che sono assenti nella scrittura, inoltre la scrittura ha

una maggiore durata che ne permette correzioni e ripensamenti. Nei casi in cui si analizza il

parlato occorre fare molta attenzione ad i canali da cui si attinge, ad esempio prima del

novecento non erano possibili registrazioni, quindi si studiava il parlato dai documenti più

spontanei, in primo luogo i graffiti. Un caso particolare è la lingua teatrale che può essere

considerata una simulazione di parlato, ed anche nelle novelle l’utilizzo di espressioni parlate è

corrente (Boccaccio). Anche se non si deve mai dimenticare che i dialoghi nella narrativa sono

prima di tutto creazione teatrale.

La lingua dei colti e quella degli incolti: varietà diastratiche:

2.

La lingua cambia in dipendenza del livello culturale e sociale di chi la usa. I linguisti parlano di

“varietà diastratiche”, difronte ad un documento del passato bisogna sempre chiedersi a quale

livello sociale si collochi lo scrivente. Di particolare interesse per chi studia i livelli bassi

dell’uso linguistico sono le scritte murarie. Qui è più facile trovare elementi del parlato

popolare. In quest’epoca la mancanza di una norma linguistica codificata rendeva normale il

ricorso a forme della lingua viva. Con l’affermarsi del modello bembiano, chi si discosta dalla

norma scivola in maniera più evidente nella scrittura popolare, anche se succedeva che individui

appartenenti a ceti colti commettessero gli stessi errori dei popolani, questo accadeva spesso in

regioni periferiche. Comunque da Bembo in poi, più è basso il livello culturale dello scrivente,

tanto più emergono vistosi elementi legati al dialetto.

Varietà diatopiche:

3.

Le varietà diatopiche della lingua sono anche definite “varianti geografiche”. L’italiano parlato

oggi nel nostro paese non è uniforme e varia da regione a regione, o anche all’interno di una

regione, anche in questo caso minore è il livello culturale dello scrivente e tanto più affiorano i

tratti locali. Dante nel “De Vulgari Eloquentia” ha condannato i dialetti che sapessero di

“plebeo” o “locale” in favore di un volgare illustre, questa linea fu confermata dall’opera di

Bembo, i problemi non si ebbero tanto nella lirica (più astratta) quanto nella prosa (più concreta)

4

dove la mancanza di alcuni termini tecnici sfociava spesso in regionalismi, successivamente si

risolsero questi problemi con la creazione di vocabolari specializzati. La spinta al livellamento

ebbe due motori: un principio estetico-letterario e un principio pratico. Anche tra i componenti

del clero più a contatto con il popolo si cercarono di eliminare i tratti più forti del dialetto per

apparire più comprensibili.

Il mistilinguismo:

4.

Il parlante o lo scrivente si è trovato spesso al centro di una seria di campi di forza divergenti: i

modelli della lingua, il dialetto d’origine, il latino. In questo ambiente era naturale lo sviluppo di

una lingua mista definita “mistilinguismo” che poteva essere volontario o meno. Essa trova la

sua applicazione nelle lingue “koinè”.

Varietà diafasiche:

5.

Diafasico è il termine tecnico per indicare differenze linguistiche all’interno della

comunicazione (aulico, colto, formale, medio, colloquiale, informale, popolare, familiare,

plebeo-basso), lo storico della lingua dovrà tener conto del registro in cui si colloca il

documento preso in esame. Molte tendenza innovative si manifestano nel livello diafasi basso-

medio.

5)Origini e primi documenti dell’italiano:

Dal latino all’italiano:

1.

L’italiano, come le altre lingue romanze, non deriva dal latino classico degli scrittori, bensì dal

“latino volgare”, questo concetto viene utilizzato per indicare i diversi livelli linguistici che

esistevano nel latino, già le fonti classiche avvertivano la differenza tra la lingua letterale e la

lingua popolare dei soldati. Lo sviluppo diacronico delle conquiste romane ha influenzato anche

nelle differenze tra le varie lingue romanze, ed una la componente sociolinguistica ha influito. Il

latino si impose principalmente a occidente dell’impero (ad eccezione della Romania), nella

parte orientale si diffuse maggiormente il greco.

I ceti colti parlavano sempre in modo differente dagli incolti (differenze sociolinguistiche), essa

però in età imperiale iniziò una decadenza che la porto ad identificarsi con il latino volgare,

anche se la lingua letterale rimaneva immutata, la progressiva espansione geografica

dell’impero comportò la nascita di un “latino delle province”, questi continuarono la loro

differenziazione con le invasioni barbariche, anche se sarebbe sbagliato non tener conto del

rapporto con le lingue sorelle.

Esiste una serie di testi che possono darci utili informazioni sulle caratteristiche del latino

parlato a livello popolare: alcuni testi teatrali di Plauto, nei testi informali dei grandi scrittori,

nella versione “vetus latina” della Bibbia, nelle iscrizioni murarie rinvenute a Pompei, nelle

lettere private dei soldati. Un particolare rilievo ha la cosiddetta “Appendix Probi” di un

grammatico tardo, datata III-IV sec., qui sono raccolte le forme errate dei suoi studenti e

affiancate con le forme corrette, questo ci permette di individuare le spinte popolari.

A influenzare lo sviluppo della lingua sono principalmente tre fattori:

• Sostrato, il latino si impose su lingue preesistenti che non mancarono di influenzare

l’apprendimento della lingua di Roma; 5

• Superstrato, cioè l’influenza esercitata dalle lingue che si sovrapposero al latino, come

avvenne al tempo delle invasioni barbariche (tre le più rilevanti: Ostrogoti 489,

Longobardi 568 e Franchi);

• Adstrato, l’azione esercitata da una lingua confinante.

Nozioni di grammatica storica:

2. Le modifiche subite dal latino nel suo processo di formazione non sono casuali, in esse si

riscontra una certa regola. Queste regole possono essere organizzate in forma sistematica da

fornire una descrizione metodica della lingua, questo è il campo della “grammatica storica”,

essa si occupa dello sviluppo diacronico della lingua.

Quando nasce una lingua: il problema dei “primi documenti”:

3. La genesi di una lingua è un fenomeno lungo e complesso, nel corso del tempo lo stesso

latino cambiò (latino medievale), di questa fase non ci sono pervenuti documenti ufficiali,

ma si è riusciti a comprendere il cambiamento tramite delle fonti indirette: come il “breve de

inquisitione” del 715 e “l’indovinello veronese” VIII-IX secolo. Perché si affermasse la

dignità delle nuove parlate romanze, era necessario che si accettasse di metterle per iscritto

sistematicamente, la resa grafica però creava molti problemi.

Inoltre l’intenzionalità di questi primi documenti non è accertata (ci sono casi in cui la

“disposizione psicologica” dello scrivente era chiara, come i “Giuramenti di Strasburgo”

atto di nascita del francese del 842).

I glossari:

4. Risale al X sec. Il “glossario di Monza”, un glossarietto bilingue romanzo-romaico. Anche

in questo caso il concetto di “registro intermedio” non ci permette di considerarlo uno dei

primi documenti del volgare italiano, ma ci permette di individuare un filone costituito da

glosse bilingui.

Il graffito della catacomba di Commodilla a Roma:

5. Le più antiche testimonianze in volgare sono atti notarili, caso diverso e curioso è

l’iscrizione della catacomba romana di Commodilla, la data è molto vaga comunque tra il

VII sec. e il IX sec. l’iscrizione sarebbe da attribuire ad un religioso il quale voleva invitare i

suoi colleghi a recitare a voce bassa il canone della messa. Dal punto di vista linguistico i

tratti più rilevanti sono la grafia “a bboce” e “ille” usato come articolo.

L’iscrizione della basilica romana di San Clemente:

6. Mentre il graffito della catacomba è frutto di una certa casualità, l’iscrizione della basilica di

San Clemente rientra invece in un progetto grafico, la data è compresa tra il 1084 e il 1128,

esso narra la storia miracolosa della cattura di San Clemente. Il pittore ha aggiunto una serie

di parole che hanno la funzione di didascalia, alcune in latino (le parti più elevate) e le altre

in volgare, per riprodurre il carattere vivo della scena. Qui non vi è ombra di dubbio sul

carattere volgare del testo. Si noti che la grafia non ancora sviluppata portava alla scrittura

della parola “fili” che però si leggeva “figli”.

L’atto di nascita dell’italiano: il Placito Capuano del 960:

7. 6

Il Placito Capuano gode del privilegio di essere comunemente considerato come “l’atto di

nascita” della lingua italiana, anche perché si tratta di un documento ufficiale, qui la data è

certa il 960, che coinvolge un certo Rodelgrimo, che rivendicava dei terreni, e l’abate di

Montecassino invocava il diritto del “uso capione”. La contesa fu vinta dall’abata anche

grazie alla presenza di 3 testimoni che in volgare recitarono la medisima forma stabilita

precedentemente dal giudice “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le

possette parti santci Benedicti”, qui l’intenzionalità dello scrivente è chiara. In questo caso

non ricorre l’uso frequente di tradurre negli atti le espressioni volgari in latino (che

continuerà fino al Cinquecento) per motivi non chiari. Linguisticamente si è discusso

sull’uso di “Sao” che recentemente si è ritrovato in altri documenti e che testimonia una

prassi del tempo.

Il filone notarile-giudiziario:

8. Un buon numero dei più antichi documenti italiani è dovuto alla penna di notai,

continuamente impegnati in un lavoro di transcodificazione della lingua quotidiana alla

formulazione giuridica del latino, non a caso i più esposti a lasciare spazio alla lingua viva.

Anche se lo storico della lingua non può collocare tra i primi documenti dell’italiano le

filtrazioni del volgare che aspirano ad essere latino.

Una serie di documenti che alternano latino e volgare e che sono considerati intenzionali:

• Postilla amiatina, 1087;

• Carta osimana, 1151;

• Carta fabrianese, 1186;

• Carta picena, 1193;

• Testimonianze di Travale, 1158;

• Dichiarazione di Paxia, tra 1178 e 1182;

• Documenti sardi, del 1070-1080.

Il filone religioso nei primi documenti dell’italiano:

9. Particolare rilievo hanno 2 documenti scritti, un documento umbro datato tra il 1037 e il

1080, il testo è una vera e propria formula di confessione, abbastanza ampia, che il fedele

poteva recitare o leggere, e i “Sermoni subalpini” di area piemontese che contengono ben 22

testi piuttosto ampi e sono collocati a cavallo tra XII e XII secolo.

Documenti pisani:

10. Molto recente è la scoperta di un elenco di spese navali, che si può collocare tra la metà del

XI sec. e la metà del XII sec. il testo abbonda di parole settoriali della marineria.

I primi documenti letterari:

11. L’Italia non può qualche cosa di antico e dall’alto valore letterario come la “Chanson de

Roland” del XI secolo. Qualche “Ritmo” possiamo trovare a partire dalla seconda metà del

XII secolo, altri versi sono usciti dalla penna di poeti non italiani come Rambaldo di

Vaqueiras che scrive un discorso plurilingue in provenzale, italiano, francese, guascone e

gallego-portoghese. Per trovare versi italiani dobbiamo arrivare al XIII sec. con il “Ritmo 7

Laurenziano” e il “Ritmo di Sant’Alessio”. Del resto nel XIII sec. i tempi ormai erano

maturi, con un poeta come San Francesco e la scuola siciliana.

6) Il Duecento:

Dai provenzali ai poeti siciliani:

1. Vi è differenza tra l’uso occasionale del volgare e l’adozione di esso come lingua letteraria.

La prima scuola poetica italiana si realizzò all’inizio del XIII sec., presso la magna curia di

Federico II di Svevia in Sicilia, essa fu influenzata dalle già affermata lingua francese, ma

soprattutto dal provenzale (considerata la lingua della poesia). L’ambiente in cui si sviluppa

la Scuola poetica Siciliana è molto raffinato e ne fanno parte alti funzionari, ministri e lo

stesso Federico II (Giacomo da Lentini, Giacomo Pugliese, Percivalle Doria, Rinaldo

d’Aquino, l’Abate di Tivoli).

I temi sono ripresi dalla poesia provenzale ed anche molti termini come le forme in -agio e

in -anza. Dante come molti altri pensava che questi poeti avessero sviluppato una lingua

staccata dal popolo e con caratteristiche sovraregionali, ma Dante non si era mai posto il

problema della veridicità dei codici studiati, questi erano stati trascritti da copisti toscani che

avevano modificato i tratti più marcati, ne risultava una lingua con caratteristiche simili al

toscano, la verità però è che, come si può vedere in un codice ritrovato da Barbieri “Libro

Siciliano”, la sicilianità di questi testi è vistosa. Anche la famosa “rima siciliana”

(conduce:croce), è frutto della traduzione compiuta dai copisti, infatti nel Libro Siciliano,

questo tipo di rima non è presente.

Documenti centro-settentrionali:

2. Con la morte di Federico II venne meno anche la poesia, la sua eredità passò in Toscana e a

Bologna, con i poeti siculo-toscani e gli stilnovisti. Prima di questi era già emersa la figura

di San Francesco 1223-1224, dopo di lui tra tradizione delle laudi religiose ebbe un grande

sviluppo soprattutto nella zona centro-settentrionale. Mentre nel Nord si sviluppo una

letteratura in volgare di carattere educativo essa conservava i propri tratti locali.

I siculo-toscani e gli stilnovisti:

3. L’area in cui si ebbe un maggior sviluppo della letteratura è quella compresa tra Pisa e

Lucca, qui tra il 1260-1280 si sviluppò la scuola “Siculo-Toscana”, che riflette quella

siciliana in molti gallicismi e sicilianismi. Dante attribuì a Guinizelli la svolta stilistica che

portò alla poesia d’amore, dal punto di vista linguistico si imitano i poeti siciliani, ma sono

presenti anche termini del volgare “illustre” bolognese.

Dante teorico del volgare:

4. Le idee di Dante sul volgare si leggono nel Convivio, dove il volgare viene celebrato come

“sole nuovo” destinato a spendere al posto del latino, e nel De Vulgari Eloquentia (composto

in esilio ed interrotto al II libro, è il primo trattato sulla lingua volgare), qui la superiorità del

volgare viene riconosciuta in nome della sua naturalezza, questo libro non ricevette

diffusione, alcuni (toscani) insistevano che non fosse stato scritto da Dante (perché criticava

il toscano). Nel trattato Dante parte ad analizzare il problema della lingua a partire da

Adamo e ripercorre le vicende bibliche, poi si concentra prima sull’area Europea e poi

sull’Italia. Lui passa in rassegna i vari dialetti alla ricerca del volgare “illustre”, vengono 8

scartati tutti i dialetti ma identifica nel Bolognese e nel Siciliano, dei poeti, come le più

adatte per lo scrivere poesia, qui viene introdotto il tema che la lingua non dovrà essere

quella popolare, ma quella utilizzata dai poeti. Le pagine che condannano il fiorentino

saranno riprese poi nel Cinquecento durante il dibattito sulla lingua.

Dante lirico:

5. Le prime esperienze poetiche di Dante appaiono ben radicate nella cultura volgare di

Firenze, sia per temi ì, sia per strutture stilistiche, sintattiche e metriche. Nella “Vita

Nuova”, commentando in prosa le proprie poesia realizza un connubio tra i due generi,

anche se per Dante la prosa è messa al servizio della poesia.

La prosa:

6. La prosa Duecentesca è quantitativamente inferiore rispetto alla poesia, il latino manteneva

il suo primato nel genere, ma è interessante il fenomeno della nascita dei “volgarizzamenti”

(che non equivale a tradurre, perché nel medioevo non esisteva una cultura filolofica) di

opere classiche, in queste opere data la mancanza di modelli di prosa da seguire si imitava la

struttura latina.

7) Il Trecento:

La “Commedia” di Dante:

1. La ricchezza tematica e letteraria della “Commedia”, favorirono una promozione del volgare

dimostrando che la nuova lingua aveva potenzialità illimitate, quest’opera è stata composta

durante l’esilio e si proietta sull’Italia settentrionale, si profila dunque un connubio tra Nord

e Centro che sta alla base della fortuna ottenuta dai modelli letterari del volgare.

Quest’opera insieme al Canzoniere di Petrarca e al Decameron di Boccaccio predisposero i

letterati di tutta Italia ad accettare il fiorentino. Dante nella Commedia è in grado di toccare

tutti gli argomenti (filosofia, scienza, politica…), dando prova della duttilità e della

perfezione dell’italiano.

Il patrimonio linguistico da cui Dante attinge viene dalle Sacre Scritture, dalle opere

classiche e dalla scienza medievale. Questa scelta è definita come “plurilinguismo” (in

contrapposizione al monolinguismo lirico di Petrarca), Dante accoglie: latinismi,

forestierismi, termini provenienti da altri dialetti (sardo, bolognese…), provenzalismi e

sicilianismi, inoltre alterna forme cronologicamente differenti. Uno strumento di

consultazione utile per lo studio del linguaggio di Dante è l’Enciclopedia Dantesca, qui

viene spiegata la natura di tutti i termini utilizzati.

Il linguaggio lirico di Petrarca:

2. La caratteristica dominante del linguaggio poetico di Petrarca è la sua selettività, che esclude

molte forme usate da Dante non adatte al genere lirico, inoltre Petrarca scrive tutte le sue

opere in latino e per lui la poesia in volgare è considerato un gioco poetico.

Sul repertorio tradizionale linguistico Petrarca consacra la rima grafica e non fonetica,

elimina alcuni gallicismi e delinea una tendenza del linguaggio lirico che punta al “vago”,

inteso nel senso della sua genericità antirealistica (al contrario di Dante), sintatticamente si

ispira al latino nell’ordine delle parole e nelle sue opere ricorrono chiasmi, antitesi, 9

enjambements, anafore ed allitterazioni, anche la grafia era molto latineggiante (homo),

questi problemi grafici persisteranno fino al Cinquecento.

La prosa di Boccaccio:

3. L’importanza del Decameron è accentuata dal fatto che la prosa Trecentesca non era ancora

stabilizzata in una tradizione salda. Quest’opera assumerà la funzione egemonica quando nel

Cinquecento Bembo la indicherà come modello. Il modello che verrà esaltato da Bembo non

è quello presente nelle novelle ma quello presente nelle cornici, caratterizzato da una

complessa ipotassi, in cui le subordinate si accumulano in gran numero, questa struttura ha

un sapore latineggiante e si ispira a Cicerone, sono presenti anche molti elementi ritmici

ricercati.

Questo stile entra in contrasto con la lingua utilizzata nelle novelle, qui utilizza un

linguaggio più vivo e realistico dove sono spesso presenti espressioni di altri dialetti.

Il fiorentino utilizzato da Boccaccio è comunque di livello medio-alto con l’alternanza di

forme arcaiche e contemporanee, mentre la grafia è molto simile a quella di Petrarca.

Prose minori dell’aureo Trecento: la Toscana:

4. Durante l’Ottocento il movimento purista nel rivendicare la superiorità dell’italiano

iniziarono ad affiancare al modello delle “Tre Corone” anche gli altri scrittori minori del

Trecento affermando che tutti quelli che vissero in quel secolo avevano l’abilità di scrivere

bene, il purismo non faceva che riprendere le tesi del Cinquecentista Salviati. Gli scrittori

che assunsero importanza per questo motivo furono: Dino Compagni, Domenico Cavalca e

Iacopo Passavanti.

Primi successi del toscano:

5. Già nel Trecento alcuni scrittori non toscani assegnavano al fiorentino un carattere

superiore, ed iniziarono ad imitare questa lingua.

I volgarizzamenti:

6. Il fenomeno dei volgarizzamenti continua ad espandersi nel Trecento, alcuni di questi

volgarizzamenti sono molto interessanti per lo studio di settori tecnici del linguaggio.

L’”Epistola napoletana” di Boccaccio:

7. Questa lettera scritta da Boccaccio nel 1339 è il primo esempio di “letteratura dialettale

riflessa” (consapevole), l’autore conosceva molto bene il napoletano per un suo soggiorno in

Campania, la lettera ha carattere comico, Boccaccio commette degli “ipercorrettismi” (ad

esempio usa il dittongo napoletano anche dove non andrebbe”. Da sottolineare che in questo

caso Boccaccio non scrive in un dialetto “illustre” ma imita il linguaggio popolare.

8) Il Quattrocento:

Il rifiuto umanistico del volgare e il confronto con il latino:

1. Già abbiamo visto come Petrarca preferisse il latino nelle sue opere, la svolta umanistica

ebbe come conseguenza una “crisi” del volgare, il confronto del volgare con il latino fu 10

decisivo per la formazione di una mentalità grammaticale fondata sull’imitazione dei

modelli letterari classici.

Durante l’Umanesimo gli uomini di alta cultura disprezzarono il volgare o lo ignorarono,

trai i pochi che la pensarono diversamente c’era Leonardo Bruni, che affermava che ogni

lingua ha la sua perfezione, quando chi la scrive sappia essere elegante dicitore, ci volle del

tempo perché questa idea fu condivisa dagli umanisti, l’atteggiamento più comune tra gli

umanisti invece fu il disprezzo per il volgare, considerata una lingua per appunti non

destinati ai posteri.

La cultura umanistica produsse anche alcuni tipo di scrittura letteraria ibrida tra latino e

volgare:

• Macaronico, è caratterizzato dalla latinizzazione parodica di parole volgari oppure la

deformazione dialettale di parole latine, lo scopo è comico e lo dimostra la sua

diffusione in ambiente universitario;

• Polifilesco, deve il nome al “Hyonerotomachia Poliphili” di alto prestigio per la

splendida edizione illustrata. Qui si tratta di un volgare che sopporta il massimo

numero di latinismi, la diversità con il macaronico è che questa scrittura non è

parodica ma seria.

Nelle predicazioni settentrionali nel Quattrocento questo fenomeno di mescolanza tra

latino e volgare era molto diffuso, questo avveniva anche in epistole, diari, libri di

famiglia…, spesso le forme iniziali e finali erano in latino e il corpo in volgare.

Leon Battista Alberti:

2. Lo sviluppo del volgare venne quindi rallentato dagli umanisti. Mancava un autore di rilievo

che manifestasse piena fiducia nell’italiano. Risulta innovativa la posizione di Leon Battista

Alberti, egli iniziò il movimento definibile “umanesimo volgare” ed elaborò un programma

di promozione della lingua in poesia ma soprattutto nella prosa, che utilizzò anche nel suo

trattato “Della Famiglia”. Alberti sosteneva che il la caduta del latino era dovuta alla

contaminazione barbara, compito del volgare è quello di riscattare se stesso, facendosi

copioso come il latino, infatti la sua prosa è fortemente influenzata da latinismi.

All’Alberti è attribuita la prima grammatica della lingua italiana “Grammatichetta

Vaticana”, che però non fu data alle stampe. Caratteristica della grammatica dell’Alberti è

l’attenzione all’uso del toscano del suo tempo (articolo “el” non “il”, imperfetto in “o” e non

in “a”. Questa tendenza di attenersi all’uso corrente e non ai modelli antichi verrò ripreso

solo nell’Ottocento.

Altra iniziativa dell’Alberti è il “certame coronario” del 1441, una gara poetica in volgare,

sabotata dalla giuria di umanisti che non assegnò il premio.

L’umanesimo volgare alla corte di Lorenzo il Magnifico:

3. Durante il regno di Lorenzo il Magnifico il volgare fu promosso all’interno della regione,

nelle università e nelle attività burocratiche; due autori che furono al centro di questo

progetto furono Landino, che tradusse la “Naturalis historia” di Plinio arricchendo il

vocabolario toscano con termini latini e greci, e Poliziano, a cui fu affidata la creazione di

un’antologia della tradizione volgare dallo stilnovo ai contemporanei denominata “Raccolta

Aragonese” (perché indirizzata al re di Napoli Federico d’Aragona), con un suo commento.

11

In questo periodo si assiste al primo successo del “cantare cavalleresco” che era inizialmente

indirizzato ad un pubblico medio-basso, ma Luigi Pulci dedicò alla sua opera “Morgante” a

Lucrezia Tornabuoni” madre di Lorenzo, in quest’opera si riscontra una notevole varietà

lessicale.

Nella prosa particolare successo, tra le classi, ebbe un’opera di Berberino “Reali di Francia”.

La letteratura religiosa:

4. Le sacre rappresentazioni erano messe in scena per un pubblico popolare, erano

un’occasione in cui gli incolti potevano incontrare una lingua superiore. Anche la

predicazione che si rivolgeva al popolo, aveva bisogno del volgare. Tra i predicatori spicca

la figura di San Bernardino da Siena, lui si proponeva una lingua semplice e colloquiale, era

anche cosciente della necessità di adeguare il proprio linguaggio con il dialetto del luogo.

La lingua di “koinè” e le cancellerie:

5. Il modello di Boccaccio non era adatta a tutte le occasioni di scrittura extraletterarie

(cancelleresca, scientifica, familiare…), questo permise all’interno delle corti lo sviluppo di

una lingua con tendenze al “conguaglio” (eliminazione dei tratti più vistosamente locali) e

accogliento molti latinismi, che la rendeva una lingua superregionale, denominata “koinè”.

Fortuna del toscano letterario:

6. Il volgare toscano acquistò di fatto un prestigio crescente fin dalla seconda metà del

Trecento dovuta ad autori come Petrarca e Dante, il pubblico ideale, di rango signorile era

trilingue (latino, volgare e francese). A Milano l’apertura verso la letteratura toscana fu

sensibilizzata da Filippo Maria Visconti e successivamente da Ludovico il Moro, anche

Venezia grazie alle sue stamperia aveva conosciuto i grandi autori toscani.

Matteo Maria Boiardo arrivò alla poesia in volgare dopo l’esperienza in lingua latina, egli

operò in una dimensione “acronica”, sradicato dal proprio terreno linguistico, apprese il

toscano dagli scrittori del Trecento, né derivò la sua opera più famose l’”Orlando Furioso”

di cui però non possediamo l’originale e non possiamo risalire con certezza alla lingua

utilizzata. Anche al Sud il fiorentino ricevette una certa diffusione ad esempio

dell’”Arcadia” di Sannazaro che fu ebbe 2 edizioni la prima in napoletano e la seconda in

toscano.

La prosa narrativa non toscana:

7. I contatti con la lingua locale più intensi della prosa, specie in quella narrativa, anche per

esigenze immediate di realismo.

9)Il Cinquecento:

Italiano e latino:

1. Nel Cinquecento il volgare raggiunse una piena maturità, ottenendo un consenso unanime,

in questo secolo assistiamo ad un trionfo della letteratura volgare con grandi autori come:

Ariosto, Tasso, Machiavelli e Guicciardini. Comunque in questo periodo il latino manteneva

una posizione di rilievo. Determinante per lo sviluppo dell’italiano fu l’opera di Bembo del

1525 “Prose della volgar lingua”, rilevantissima per la stabilizzazione normativa. 12

Verso la metà del Cinquecento si assiste al tramonto della scrittura di “koinè”, nella pubblica

amministrazione e nella giustizia nella maggioranza degli stati italiani il latino continuò ad

avere un ruolo di rilievo anche se veniva spesso affiancato dal volgare, specie nelle

verbalizzazioni dei processi.

Nella produzione dei libri il latino rimase la lingua unica per la filosofia, la matematica e la

medicina; mentre in volgare erano scritte le opere di divulgazione come i testi sulle “arti

applicate”. Nella seconda metà del Cinquecento i libri in italiano rappresentavano il 60/75%

del totale.

La “questione della lingua”:

2. Bembo durante i primi anni della propria carriera si legò alla figura dello stampatore Aldo

Manuzio, presso di lui pubblicò nel 1501 l’opera volgare di Petrarca con ammodernamenti

grafici e qui compariva per la prima volta l’apostrofo. Nel 1502 sempre presso Manuzio

pubblicò un’edizione della Commedia di Dante. Nella sua opera successiva “Asolani” iniziò

ad ispirarsi alla prosa di Boccaccio.

La svolta avvenne nel 1525 quando sempre presso Manuzio pubblicò le “Prose della volgar

lingua”, queste sono divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria

grammatica italiana in forma dialogica. Al dialogo prendono parte 4 personaggi: Giuliano

de’ Medici, che rappresenta la continuità con il pensiero dell’Umanesimo volgare, Federico

Fregoso, che espone le tesi storiche, Ercole Strozzi, che espone le tesi avversarie a Bembo e

Carlo Bembo, a cui sono affidate le idee di Bembo.

Bembo prende le distanze dalla tesi pseudo-bruniana (esistenza di un italiano popolare già in

età romana) e riprende la tesi di Biondo Flavio secondo il quale il volgare è nato dalla

contaminazione del latino dalle invasioni barbariche.

Quando Bembo parla di lingua volgare fa rifermento al toscano letterario trecentesco dei

grandi autori (Petrarca e Boccaccio), sostenendo che la lingua non si acquisisce dal popolo

ma dalla frequentazione dei modelli letterari trecenteschi. Con questo Bembo riuscì a

coniugare la modernità della scelta volgare con un totale distacco dall’effimero (requisito

necessario per la nobilitazione del volgare era una totale rifiuto della popolarità.

Bembo precisa che il modello linguistico per la prosa è sì presente nel Decameron ma non

nelle novelle (dove vi è un continuo riferimento ad espressioni popolari), ma quello presnete

nelle cornici caratterizzato da una sintassi fortemente latineggiante, dalle inversioni, dalle

frasi gerundive.

Gli avversari della teoria di Pietro Bembo:

• Teoria Cortigiana: supportata da Calmeta e Castelvetro, che al apprendimento dei

modelli Trecenteschi affiancava l’uso della lingua utilizzata nelle corti di Roma, in

quanto città cosmopolita, Roma aveva sviluppato un linguaggio superregionale,

riprendendo la tipologia della lingua di “koinè”, che ormai andava tramontando.

• Teoria “Italiana”: supportata da Trissino, che per contrastare il primato della lingua

fiorentina aveva ripubblicato il “De Vulgari Eloquentia”, in cui Dante aveva

condannato il dialetto fiorentino. I fiorentini aprirono una polemica sull’autenticità

del “De Vulgari Eloquentia” mentre Machiavelli scrisse un dialogo immaginario con

Dante in cui ammetteva i propri errori e riconosceva il primato del fiorentino. 13

La teoria di Bembo trionfò sulle altre perché offriva modelli precisi nel momento in cui

gli scrittori avevano necessità di una norma a cui attenersi.

La cultura fiorentina respinse però il modello di Bembo perché non vedeva riconosciuta

la lingua parlata dai contemporanei ma quella arcaicizzante. La situazione mutò quando

Benedetto Varchi nel “Hercolano” vanifica il rigore del modello di Bembo (di fatto

tradendo il modello stesso) e affianca ai grandi scrittori il primato della lingua viva di

Firenze in quanto concreto e reale. Da questo momento le tesi di Bembo (mediate da

Varchi) vennero accettate anche a Firenze.

La stabilizzazione della norma linguistica:

3. Con l’affermarsi del modello di Bembo si diffusero anche le prime grammatiche (anche se la

prima grammatica di Fortunio è anteriore alla pubblicazione di Bembo), in questo settore

Venezia primeggiava ed è da segnalare l’assenza di grammatiche fiorentine dovute alla

minore necessità di strumenti normativi di questo genere. Oltre alle grammatiche si

diffusero i primi lessici ricavati dagli spogli condotti su Dante, Petrarca e Boccaccio.

L’adozione del modello di Bembo aveva il vantaggio di liberare gli scriventi dall’incertezza,

l’esempio più noto è la terza edizione del “Orlando Furioso” di Ariosto corretto secondo il

modello bembiano.

L’Italiano come lingua popolare e pratica:

4. Al di fuori della letteratura si assiste, nei settori pratici, all’aumento degli scritti volgari, il

modello di Bembo agisce però sugli scriventi colti, al di sotto di questo livello non mancano

forme ibride (diari, epistolari, quaderni di annotazioni e libri di famiglia). Anche nelle opere

a stampa dedicate alla vita quotidiana e pratica si ricorre a una termini estranei alla cultura

poetico letteraria.

Il ruolo delle accademie:

5. I decisivi progressi per la crescita qualitativa del volgare vennero compiuti in ambienti di

livello più alto, le accademie:

• L’accademia degli Infiammati di Padova: fondata nel1540, frequentata da Speroni

che scrisse un dialogo immaginario tra Bembo e un esponente della teoria cortigiana;

• L’accademia Fiorentina e l’accademia degli Umidi: fondate nel 1541-42, patrocinate

da Cosimo de’ Medici, qui vennero affrontate molte questioni linguistiche, non

furono in grado di realizzare una grammatica ufficiale della lingua toscana;

• L’accademia della Crusca: fondata nel 1582, acquistò prestigio con l’ingresso di

Salviati, che si fece conoscere per le polemiche contro lo stile di Tasso e per la sua

edizione del Decameron di Boccaccio depurata delle parti ritenute moralmente

censurabili (clima della controriforma). Con Salviati l’accademia si avviò verso

l’attività filologica, compiendo un’edizione critica della Commedia di Dante, che

anche se non ricevette successo segnò un rinato interesse per l’autore.

La varietà della prosa:

6. La diffusione molto ampia della lingua italiana nei libri contagiò anche alcune discipline,

come l’architettura, che raggiunse una maturità assoluta tanto che molti termini entrarono

nelle altre lingue europee. Aumentarono le traduzioni soprattutto di testi classici, di 14


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Paolot97

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Paolot97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Picchiorri Emiliano.

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