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Storia della lingua italiana

Introduzione: la lingua degli scrittori italiani multietnici

Le migrazioni, sia politiche che economiche, hanno dato origine alla figura dello “scrittore multietnico plurilingue”. È una figura in voga nel Medioevo e nella classicità, meno nell’età moderna. Questo tipo di scrittore si identifica linguisticamente nelle abitudini del paese che lo ospita adottandone il codice espressivo. I “nuovi italiani” non si esprimono solo nella letteratura, ma sperimentano con successo forme artistiche come il teatro e la musica. Si hanno inoltre esempi di fondazioni di riviste di grande successo che trattano soprattutto temi intorno all’integrazione. La lingua “altra” non deve essere solo un puro strumento di sopravvivenza, ma deve diventare anche una modalità espressiva (tramite per esempio i laboratori di scrittura creativa). Gianfranco Folena ha coniato il termine eteroglossia a base italiana per indicare chi scrive in italiano pur non essendo italofono originario.

La critica letteraria si è occupata di questo fenomeno. Nel 2006 esce un’opera di Armando Gnisci, Nuovo planetario italiano, in cui viene espressa l’idea di disegnare una carta del mondo che segua le rotte delle correnti umane che da tutti i paesi si spostano verso l’area euro-occidentale (con inevitabili conseguenze sulle lingue). Un fenomeno di questa consistenza apporta qualcosa alla lingua: l’italiano in particolare ne viene investito. È sempre stato così nel corso della storia, a causa di invasioni e di migrazioni. Nel 2009 esce Nuovo immaginario italiano di Mariagrazia Negro (il cui titolo ricalca quello di Gnisci). Ciò che si propone di fare è una “panoramica di come lo straniero appare nell’immaginario contemporaneo degli scrittori italiani incrociata con la prospettiva degli scrittori migranti”.

Quasi contemporaneamente a questi volumi di critica letteraria, prende le mosse anche la critica linguistica. Sempre nel 2009 esce la prima descrizione del tipo di italiano parlato dai migranti. I migranti iniziano a “farsi” scrittori soprattutto a partire dagli anni Novanta, momento storico in cui in Italia viene promulgata la legge Martelli che cancella il reato di clandestinità. Carla Chiara Perrone analizza in particolare il romanzo del 2005 di Pap Khouma (Nonno Dio e gli spiriti danzanti), uno scrittore senegalese che vive a Milano. La lingua del romanzo è di tipo colloquiale e dialogica. L’italiano diventa una sorta di personaggio, di protagonista, di questi scritti. Per la sua origine diretta dall’oralità questo italiano risulta ricco di regionalismi, dialettismi e colloquialismi ma anche (per l’innesto di specie esotiche) di modi di dire calcati da altre lingue, metafore e similitudini che presentano comparanti inediti e innovativi.

Sempre nel 2009 esce lo studio Lingua Matrigna di Laura Ricci, il cui primo paragrafo è intitolato Un nuovo campo di studi (in riferimento alla letteratura post-coloniale italiana). In essa vengono inclusi gli autori del corno d’Africa (Etiopia, Eritrea, Somalia, Libia) e quelli albanesi. In particolare sono stati studiati gli autori africani di prima generazione, con le loro storie testimoniali: emerge soprattutto il tema della saudade, ovvero della nostalgia profonda della patria natia. La peculiarità viene individuata nella filiazione diretta di questa lingua dall’oralità, senza la mediazione letteraria che ha caratterizzato l’intera storia della lingua italiana (che è una lingua soltanto scritta fino all’unità linguistica). Non bisogna dimenticare che nelle loro culture di origine l’oralità ha un ruolo sacrale.

Vediamo qualche esempio di metafore e similitudini non dipendenti dalle abitudini italiane:

  • “Crescere senza l’educazione di una nonna” = Crescere senza regole
  • “Ritengo saliva persa i suoi consigli”
  • “Era così buio che riuscivano a malapena a intravedere il bianco dei loro denti”
  • “Aveva un cuore grande come una moschea”

Il loro italiano è una lingua in realtà molto controllata: non sperimentano per paura di violare dei tabù sociali e di non essere accettati per questo. Un termine coniato per indicare parole tipiche delle lingue di origine dei migranti è migratismi (non ne esiste ancora una raccolta completa e sistematica, ma è un lavoro a cui si sta dedicando Jacopo Ferrari; esempi sono burka o kebab). La scrittrice somala Igiaba Scego è invece un’immigrata di seconda generazione e narra in particolare del tormento sulla propria identità. In lei si vede una colloquialità più disinibita, che i primi autori non vogliono ancora affrontare; fa da contrappeso una presenza molto corposa nel lessico di termini somali.

Nel 2017 un’intera sezione della rivista online El Ghibli è dedicata a interventi di taglio linguistico di esperienze ormai mature di scritture italiane multietniche. Questi studi sono dedicati in particolare a Youssef Wakkas, che si è autopubblicato: così facendo si è sottratto alla revisione linguistica e per questo la sua lingua viene definita “italiano fuorilegge”. Le redazioni infatti fanno talvolta interventi molto pesanti su questo tipo di scritture, e spesso gli autori non si oppongono a causa della loro insicurezza. Questo problema sarà ampiamente affrontato dagli autori stessi solo successivamente a questa prima fase. Una delle novità più importanti è la creazione di nuove parole italiane: attenzione non di migratismi, ma proprio di neoformazioni che ottengono secondo le regole della morfologia derivativa italiana. Proprio questi neologismi sono palesi indizi di integrazione matura ai meccanismi della lingua: es. dismatria = esilio (da “dispatria”), imbarazzismo = imbarazzo + razzismo (fenomeno linguistico del tamponamento).

Un altro aspetto da considerare è la presenza rilevante all’interno della comunità italofona di una dibattuta e articolata “questione della lingua”. Si va dalla rivendicazione del diritto di uso dei dialetti contro la barriera protezionista innalzata dai locali che ne pretendono l’esclusiva (in passato l’avevano pretesa contro le migrazioni interne nel cosiddetto triangolo industriale, mentre ora nei confronti delle migrazioni esterne) all’assunzione di responsabilità nei confronti della diffusione dell’italiano all’estero. L’italiano ha una debole vocazione coloniale, di qui la scarsa incidenza del bilinguismo italiano. È questa una tematica complessa. Gli oriundi sono i discendenti degli italiani emigrati all’estero e sono più di 50 milioni. Tendenzialmente essi non parlano l’italiano, che infatti come lingua etnica si è completamente perduta all’estero: questo è dovuto anche al fatto che emigravano persone non solo economicamente disagiate ma anche culturalmente. Quindi imparavano la lingua del paese, visto che faticavano a intendersi anche fra loro essendo spesso esclusivamente dialettofoni. L’italiano ad oggi è attivo praticamente solo nei residenti italiani all’estero, professionisti che si spostano per lavoro spesso con la famiglia (sono circa 5 milioni, ma è una cifra fluttuante).

Tra i temi sconosciuti alla questione della lingua italiana classica c’è proprio quello dell’editing transculturale, che vede in prima linea gli scrittori stessi. La maggioranza delle forme particolari della loro scrittura tende ad essere ricondotta ad una correttezza standard. Non mancano comunque scrittori che si oppongono alla normalizzazione contrastandola (anche se questo fatto è più comune negli autori italiani). Una certa standardizzazione può essere comunque connaturata al lavoro di revisione, ma deve arrestarsi al di qua di un certo limite: l’appiattimento. Non può inoltre violare la libertà compositiva. Lo scrittore algerino naturalizzato italiano Tahar Lamri scrive: “Scrivere in una lingua straniera è un atto pagano, perché se la lingua madre protegge, la lingua straniera dissacra e libera”. Malek Smari interpreta l’intervento delle case editrici come una violenza; secondo lui esiste anche l’opposto dell’adattamento, e consiste nel mettere dentro delle spezie esotiche perché sia più appetibile alla vendita (fatto successo proprio a lui).

Per quello che concerne il genere, la narrativa è sicuramente la formula più scelta tra le due sponde letterarie. Meno frequentata è la poesia, anche se nelle culture di origine (specialmente africane) la lirica ha una grade importanza. È vista come redenzione e salvezza del mondo e si proietta nella direzione dell’epos (non più praticato in Occidente). È comune anche l’espressione attraverso la musica e il rap.

La lingua di cui si vanta amore, Furio Brugnolo (lezione di Jacopo Ferrari)

Il manuale esce per Carocci nel 2009. Il titolo riprende il verso finale di una strofa di John Milton, che ha scelto la lingua italiana per alcune delle sue composizioni. Gli ultimi due versi riportano: “Dice mia Donna, e ‘l suo dir, è il mio cuore. Questa è lingua di cui si vanta Amore”. Questo è un titolo che ripercorre, e in qualche modo condensa, uno dei miti relativi alla lingua italiana che ha più colpito l’immaginario degli stranieri: l’italiano è il linguaggio dell’amore. Proprio Gianfranco Folena, iniziatore degli studi sull’eteroglossia (in particolare di quella europea degli scrittori del Settecento), diceva che quando uno scrittore sceglie di adeguarsi a una lingua che non è la propria deve riprodurre non solo la grammatica ma anche l’immaginario di quella lingua. Deve riprodurre il genio della lingua (per usare un termine settecentesco, abbandonato dalla linguistica moderna, che indicava il cuore e l’essenza della lingua). Allora lo spirito della lingua italiana è di essere la lingua di cui si vanta Amore (personificazione o divinità), ed è evidente qui l’influenza del petrarchismo. È anche la lingua degli angeli. L’italiano è la quarta fra le lingue più studiate al mondo, ma solo la ventesima per madrelingua. È questo un dato recente molto interessante; certo non è per motivazioni economiche, ma perché questi miti sulla bellezza intrinseca dell’italiano continuano ancora oggi.

Il libro si presenta come bipartito. La prima parte contiene un’introduzione più teorica: L’italiano in Europa e la letteratura italiana “fuori d’Italia”: aspetti e problemi. L’italiano in Europa era il titolo del manuale di Folena uscito nel 1983, maestro di Brugnolo. Nel 1993 si è tenuto un importante convegno dell’Università di Padova a Bressanone dedicato all’italiano in Europa. Un secondo convegno di Bressanone nel 2000 era intitolato Plurilinguismo e letteratura. Gli atti dei due convegni sono stati pubblicati in un unico volume del 2002 intitolato Eteroglossia e plurilinguismo letterario. Nel 2009 a Padova si è tenuto il convegno Scrittori stranieri e lingua italiana dal Cinquecento a oggi, in cui vengono identificate le migrazioni come elemento di recupero degli scrittori plurilingue.

Il termine eteroglossia è un tecnicismo appartenente al linguaggio settoriale degli studi linguistici. Brugnolo e Orioles, curatori degli atti dei due convegni, scrivono che è: “apertura della creazione letteraria e testuale alla mescidanza e alla contaminazione linguistica”. Quindi gli autori vogliono aprirsi a nuovi modelli linguistici. E ancora, in maniera più specifica e tecnica, è: “l’intersecarsi e il sovrapporsi dei diversi codici linguistici che si coglie nelle parallele esperienze settecentesche della scrittura in francese di Goldoni o dell’italiano epistolare di Voltaire e Mozart”.

Esiste dunque anche l’esperienza opposta, di scrittori italiani che scrivono in altre lingue. Bisogna specificare una questione: scrivere in latino per un letterato o uno scienziato italiano non è propriamente eteroglossia, perché è una scelta obbligata e convenzionale (così come l’inglese professionale al giorno d’oggi). Diverso è il caso per esempio di Sordello che scriveva in provenzale. Si collega a questo discorso anche quello sulle attese del pubblico: seguendo ciò che si è appena detto, al giorno d’oggi un pubblico specialistico si aspetta, in un articolo scientifico, l’uso dell’inglese. La scelta del dialetto non si può inserire in questo fenomeno perché fa parte di un campo di studi diversi. Si nota però che i confini non sono netti, specialmente nel corso del tempo: il campo dell’eteroglossia diviene più chiaro solo dal Cinquecento in avanti e soprattutto nel Settecento (che è l’età del cosmopolitismo per eccellenza).

Brugnolo cerca proprio di definire questo campo di studi. Si chiede in primis se conti solo l’uso organico dell’italiano o anche un uso disorganico e giocoso; e ancora se solo testi letterari o anche non letterari (come i testi epistolari di Byron, Joyce, Rubens, Voltaire). Lo scopo del libro è: “illustrare il fenomeno dell’eteroglossia letteraria nella sua dimensione più intellettualmente e culturalmente impegnata”. Quindi esclude gli usi disorganici e rifiuta i testi non letterari (ma è una scelta personale, perciò in altri studi può essere fatto altrimenti). Bisogna stare attenti a non confondere l’eteroglossia con il plurilinguismo naturale: non è lo stesso caso se qualcuno possiede fin dalla nascita più codici linguistici, deve invece essere un apprendimento successivo. Brugnolo parla infatti di occasionalità più che di stabile plurilinguismo: “il soggiorno in Italia, l’amore, vero o presunto, per un’italiana, la destinazione di una lettera ecc.; rarissimamente, se non nelle scritture pratiche e nei casi di più o meno completa ‘italianizzazione’, la primaria destinazione a un vero e proprio pubblico di italiani”.

Pubblico è la parola chiave e va a identificare i letterati e le persone colte che dovrebbero determinare l’ingresso di questo scrittore alloglotto, straniero, nella letteratura italiana: così non è, perché appunto non è a loro che si rivolge lo scrittore. È giusto poi anche chiedersi quale italiano viene scelto: dipende, fra le altre cose, dal periodo in cui lo straniero si affaccia al panorama italiano (il che non vuol dire per forza scegliere l’italiano a lui contemporaneo, ma comunque una scelta va fatta). Quindi la lingua passa agli stranieri attraverso le tappe fondamentali della sua storia: “ogni scrittore straniero in italiano ha dovuto affrontare, volente o nolente, consapevole o meno, una sua piccola, privata, questione della lingua [...] una questione dello stile”. Nella seconda parte dell’antologia si ha proprio a che fare con una riassuntiva storia dell’italiano vista attraverso la promozione delle opere degli stranieri.

Raimbaut de Vaqueiras (1165-1207) è un poeta provenzale che scrive due composizioni in italiano addirittura prima che esistesse davvero una lingua italiana. Una delle due è un contrasto poetico fra un giullare e una donna genovese, siamo dunque in un particolare esempio di poesia amorosa. Si tratta della prima composizione in volgare di sì (riprendendo una classificazione dantesca). Si colloca intorno al 1190, quando non è ancora attiva la scuola poetica siciliana. Riproduce in modo un po’ stilizzato il parlato dell’area ligure, conservando dunque delle varietà diatopiche (fatto assolutamente raro). L’occasione è il trasferimento dell’autore in quel periodo a Genova e poi alla corte di Monferrato. La destinazione del componimento era quindi orale, di recitazione davanti a un pubblico. Fa parte di un discordo plurilingue in cui per la prima volta il volgare di sì compare sullo stesso livello di altre lingue già prestigiose e ufficiali (come lo erano quelle provenzali).

John Milton (1608-1674) scrive cinque sonetti in italiano, che fanno parte dell’edizione dei suoi Poems editi nel 1645. Ciò significa che sono stati scritti ben prima del suo viaggio in Italia, fatto molto importante perché vuol dire che Milton ha studiato i grandi autori sui libri (in particolare Petrarca, da cui riprende la lingua e lo stile). Persino la regina Elisabetta ha scritto molte epistole in italiano, dirette addirittura in Giappone. Negli stessi anni (1598) John Florio, figlio del traduttore toscano Michelangelo Florio, pubblica un vocabolario bilingue. Se lo fa è perché evidentemente c’era una richiesta, un’esigenza. La seconda edizione è nel 1611; l’anno dopo viene pubblicata la prima edizione del vocabolario degli Accademici della Crusca. In Milton c’è inoltre un vero e proprio ragionamento metalinguistico sulla sua scelta dell’italiano: “Mentre io di te, vezzosamente altera, / Canto, dal mio buon popolo non inteso”.

Ciò che questo manuale cerca di trasmettere è il fatto che gli orizzonti vadano ampliati: bisogna considerare la totalità della letteratura italofona, e non solo quella italiana, per arricchire il panorama culturale.

Alessandro Manzoni

Il rilievo del posto occupato da Manzoni nella storia della lingua è stato paragonato a quello di Dante per l’eccellenza e l’analogia che lega le due figure: entrambi accompagnarono alla produzione artistica somma una riflessione teorica sul fare linguistico vissuta con la più partecipe passione.

Partiamo dalla lingua della poesia lirica e drammatica di Manzoni. Sarebbe diventato il più grande poeta neoclassico italiano se, a un certo punto, non avesse abbandonato i versi. Nella sua formazione scolastica aveva acquisito una solida cultura sia latina (con Virgilio in particolare).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher letteralMENTE30 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Cartago Scattaglia Gabriella.
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