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Il Cinquecento

Durante tutto questo secolo il volgare raggiunse la sua piena maturità, venne riconosciuto dai dotti e raggiunse un pubblico più ampio; siamo di fronte ad un processo di erosione del latino. Tuttavia, questa lingua aveva ancora un'importanza primaria: la gran parte dei libri pubblicati era ancora in latino, ma si sentiva aria di cambiamento dovuta soprattutto alla stabilizzazione normativa del volgare che a cavallo tra il '400 e il '500 ha raggiunto un suo equilibrio, e alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua (1525) ad opera di Pietro Bembo; nascono così le prime grammatiche e i primi lessici, atti ad insegnare al pubblico a scrivere bene e non ad acculturarli riguardo la questione della natura del volgare come fino ad allora era stato fatto. È ovvio inoltre che questa regolarizzazione della lingua ebbe come conseguenza il tramonto della Koinè, da allora usata dagli scriventi e parlanti meno colti.

Insomma, per mezzo di tutti questi fenomeni si ebbe un livellamento della lingua che portò piano piano l'italiano a trasformarsi in una vera e propria lingua. Tuttavia il latino ancora resisteva, e aveva una posizione rilevante in alcuni campi: uno tra tutti il campo giudiziario e quello della pubblica amministrazione; infatti nel '500 gli editti erano ancora tutti in latino, anche se, come nel Lazio, molti comuni si dettero da fare per tradurli in volgare. Anche durante i processi, ad esempio, il latino era usato: tuttavia, è ovvio che il volgare trovava spazio in aula, soprattutto se a parlare erano gli imputati o testimoni. Abbiamo infatti testimonianze di interrogatori, dove il latino e l'italiano si incrociano, si mescolano (i processi di Bruno e di Campanella). Le formule fisse erano tuttavia in latino, come la sentenza di condanna.

Un'ultima fonte scritta e pratica per provare che il latino ancora era in vita, possiamo prendere in esame i “privilegi”: queste erano delle concessioni con cui, non esistendo il moderno concetto di diritti d'autore, venivano attribuite delle esclusive sulla stampa ad un singolo tipografo impedendo così che la sua opera circoli stampata da altri editori. Ebbene, i privilegi del Decameron, ed. Salviati, su ben undici privilegi concessi dai governanti di stati italiani, sette erano integralmente in latino. È anche vero però, che l'uso del volgare varia da regione a regione: il governo spagnolo, in Lombardia, Sardegna e al meridione, fu molto rigido con l'italiano (conosciamo addirittura parole spagnole entrate nell'uso del tempo).

Inoltre, si può verificare l'incidenza del volgare per mezzo della stampa: gran parte dei libri prodotti erano in volgare, tranne alcune eccezioni; a Roma per esempio, così come a Napoli, la produzione di testi volgari era al di sotto del 50%, quando negli altri stati la percentuale oscillava tra il 60 – 75%.

La questione della lingua

Un importante sodalizio fu quello tra l'editore veneziano Aldo Manuzio e Pietro Bembo, perché entrambi difendono l'importanza del volgare; non a caso, nel 1501 esce il Canzoniere a cura di Bembo, nella cui premessa Manuzio stesso si difende dalle critiche che gli si sarebbero potute porgere a causa della discordanza con la grafia latineggiante del testo con l'originale: il segno dell'apostrofo, per esempio, viene inserito qui per la prima volta.

In questi stessi anni, Bembo scriveva gli Asolani, stampati nel 1505, dove l'autore provò quella che poi sarebbe stata l'imitazione boccaccesca delle Prose. Ma l'evento più importante è proprio il 1525, quando pubblica le Prose. È un'opera divisa in tre libri, il terzo dei quali contiene una grammatica dell'italiano che risulta però poco sistematica, in quanto scritta anch'essa, come il resto dell'opera, in forma dialogica. Il dialogo si svolge fra 4 personaggi: Giuliano de' Medici, portavoce dell'Umanesimo volgare, Federico Fregoso, portavoce delle tesi storiche riguardo la lingua, Ercole Strozzi, portavoce del latino, e Carlo Bembo, fratello di Pietro ma che ovviamente è portavoce delle sue idee.

Innanzitutto, l'opera procede con un'analisi storica: Ercole Strozzi difende l'idea di Bruni, secondo cui già al tempo di Roma sarebbero esistite due lingue (una dotta ed una volgare), ma Bembo difende la tesi di Flavio, secondo cui il latino è decaduto a causa della calata in Italia dei popoli barbari. Ma quando Bembo parla di volgare, è bene capire che egli intende il fiorentino letterario del '300, quello dei grandi autori Boccaccio e Petrarca. Infatti l'opera si fonda proprio sul primato della letteratura: la lingua si acquisisce non dal popolo, bensì leggendo i grandi testi letterari. Egli di conseguenza rifiuta la popolarità della lingua, e ne prende le distanze: motivo per cui non accettava Dante come modello assoluto, proprio a causa del suo mistilinguismo. Dal punto di vista lessicale, infatti, Bembo predilige Petrarca e da quello sintattico, Boccaccio.

Effettivamente, la sua è una visione classicista: trasferisce i canoni di giudizio del mondo latino a quello volgare; Cicerone (modello per la prosa) e Virgilio (modello per la poesia), si trasformano nel dittico Boccaccio – Petrarca ma soprattutto credeva nella massima espressione della lingua raggiunta nel periodo delle Tre Corone: non che escludesse un miglioramento, anzi; questo era possibile se si fossero seguiti i canoni stabiliti proprio dalle Prose. E la sua soluzione fu proprio quella vincente, perché da quel momento in poi gli scrittori avrebbero imitato più o meno il linguaggio toscano del '300.

Reazioni alla pubblicazione delle Prose

  • Teoria cortigiana: Ludovico Castelvetro afferma che la fiorentinità della lingua di Dante e Petrarca dovrà poi essere affinata nella corte di Roma, città cosmopolita in cui si mescolavano molte lingue. Questo avrebbe portato alla formazione di una lingua oltre il dialetto, e con base toscana. Di simile matrice è la teoria di Mario Equicola, il quale afferava di aver usato una lingua “commune”, così come Castiglione ha definito la sua nel Cortegiano. La differenza con Bembo sta nel fatto che la lingua cortigiana non voleva imitare solo il toscano arcaico, bensì anche quello corrente, quello vivo adatto alla vita di corte.
  • Teoria “italiana” di Trissino: nel suo Castellano, Giovan Giorgio Trissino sosteneva che la lingua usata dal Petrarca fosse stata attinta da diverse regioni italiane (e proprio per questo è stata definita teoria dell'”italiano”). Egli nega la fiorentinità della lingua letteraria, facendo riferimento anche al De vulgari eloquentia di Dante, da Trissino tradotto in volgare e fatto circolare: egli si avvalse delle tesi contro il dialetto fiorentino che Dante mostrava nella sua opera.

Reazioni su reazioni vi furono alle tesi di Trissino, tutte quante ribadendo la supremazia del fiorentino ed il primato linguistico di Firenze (ad esempio Discorso sulla nostra lingua attribuito a Machiavelli, dove Dante stesso viene fatto protagonista e si smentisce da solo). Scoppiò addirittura una polemica sull'autenticità del De vulgari eloquentia in quanto Trissino aveva mostrato solo la sua traduzione, senza mettere a disposizione anche il fronte latino: Benedetto Varchi disse addirittura che Dante non avrebbe mai potuto scrivere queste cose; insomma, il trattato divenne riferimento degli anti – fiorentinisti e nemico di coloro che vedevano Firenze come centro supremo della lingua.

È ovvio che da questo dibattito linguistico uscì vincente la teoria arcaicizzante di Bembo. Ma già quando Benedetto Varchi pubblicò nel 1570 l'Hercolano, le cose cambiarono. Varchi, sebbene fosse fiorentino, frequentò l'Accademia degli Infiammati a Padova dove l'insegnamento di Bembo era vivo; tornato a Firenze diffonde il bembismo ma poi è costretto ad una rilettura delle Prose: Varchi rimise in gioco il fiorentino vivo, riscoprendo il parlato alla cui base non vi era, come diceva Dante, una maledizione babelica, bensì la naturale tendenza alla varietà dell'uomo. L'origine del linguaggio era perciò vista sotto il punto di vista filosofico. La cosa fondamentale di Varchi fu proprio l'accostare il modello della prosa scritta di Bembo a quello del parlato di Firenze.

Stabilizzazione della norma linguistica

La conseguenza del dibattito sulla lingua fu proprio una stabilizzazione della stessa; nel 1516 Giovan Francesco Fortunio pubblicò le Regole grammaticali della volgar lingua, anticipando di 9 anni Bembo: è vero che Fortunio non si distanziò da quelle che saranno le tesi di Bembo in quanto anche lui fa esplicito riferimento alle norme usate dai grandi del '300. Ma grammatiche più complesse e soprattutto al passo con le idee di Bembo non tardarono ad arrivare:

  • Ludovico Dolce, Osservazioni nella volgar lingua, 1550
  • Alcuni compendi di storia della lingua che comprendevano le maggiori opere linguistiche del secolo.
  • Pier Francesco Giambullari, unico autore di una grammatica fiorentina che però non ebbe successo. Firenze infatti rimase fuori da questo circolo di editori, sottomessa alla straripante mole di stampe che provenivano da Venezia. La grammatica di Giambullari, uscita nel 1552, prendeva il titolo di De la lingua che si parla e scrive in Firenze.

Allo stesso tempo uscirono i primi lessici antenati dei vocabolari: il più famoso del '500 fu La fabrica del mondo di Francesco Alunno (1548).

L'effetto più noto degli insegnamenti di Bembo si ebbe senz'altro nell'opera di Ludovico Ariosto, l'Orlando Furioso. Delle tre edizioni (1516, 1521, 1532) la terza è quella che più ne risentì: corresse infatti tutti i padanismi illustri, inserì l'articolo “il” al posto di “el”, l'imperfetto lo modificò in -a (quindi “andava” invece di “andavo”), alla maniera dei trecentisti.

Italiano come lingua pratica e popolare

Risulta evidente che le lezioni de Bembo sono giunte solo agli scriventi colti; tuttavia nel '500 possiamo notare, tramite numerosi fonti scritte (ricordiamo il quaderno della pizzicarola romana Maddalena, dove scrive e registra ciò che accade al suo bancone: registro popolare e basso, colmo di dialettismi; anche le lettere sono importanti dati: per esempio quelle inviate ai cardinali Carlo e Federico Borromeo, dalle quali emerge una media-bassa cultura dell'italiano. Realtà povera ed ignorante dell'Italia.

Le Accademie

  • Accademia padovana degli Infiammati: oltre che da Benedetto Varchi, era frequentata anche da Sperone Speroni autore di un importante dialogo, Delle lingue (1542), dove si discutono le due teorie fondamentali del tempo quella cortigiana e quella di Bembo. Un personaggio controcorrente è senz'altro Pietro Pomponazzi, il quale propone di tradurre la filosofia in volgare, senza dare conto alla lingua in cui verrà tradotta.
  • Accademia fiorentina: come abbiamo già visto, nel '500 Firenze e l'Accademia fiorentina (finanziata dal gran duca di Toscana Cosimo de' Medici) non riuscirono a tenere testa alle stampe veneziane, per quanto riguarda le grammatiche (se non quella di Giambullari, rimasta peraltro ignota a molti). Fu un fallimento.
  • Accademia della Crusca: fondata a Firenze nel 1582, divenne in poco tempo la più famosa accademia italiana che si occupava di lingua. Come dice la parola stessa, inizialmente si formò con l'intento di comporre “cruscate”, opere giocose ed inutili. Ma nel 1583 quando entrò a far parte dell'Accademia Lionardo Salviati, la Crusca cambiò atteggiamento: Salviati fu addetto ad una rassettatura del Decameron di Boccaccio, dovette cioè ripulirlo dai contenuti antimoralistici. Ma proprio questa correzione portò l'Accademia a valutare gli scrittori del '300: non solo le Tre Corone ma anche quelli più umili. Difatti, nel 1590 deliberò di rivedere e correggere il testo della Commedia di Dante. Al contrario di quel che pensava Bembo, il quale metteva Dante in secondo piano, la Crusca lo reputa “la migliore parte della nostra favella”.

La prosa

Come è normale che sia, la diffusione rapida di questo nuovo italiano portò anche ad una divisione interna dei generi della prosa:

  1. Architettura: in questo campo si impose molto l'italiano (i nostri termini architettonici sono stati esportati in gran parte delle altre lingue). Fu molto importante la traduzione del maestro latino Vitruvio di cui abbiamo due testimonianze importanti, che fanno notare il cambiamento repentino avvenuto nella lingua italiana. Cesare Cesariano e Daniele Barbaro traducono lo stesso testo ma il primo usa la koinè, con evidenti latinismi (sia lessicali che sintattici), mentre il secondo segue le lezioni Bembo (testo più fluido e scorrevole). Questo genere è stato fondamentale perché permetteva l'introduzione di tecnicismi (si vedano i testi di Palladio, quattro libri dell'architettura).
  2. Le traduzioni: quelle dei classici furono importanti soprattutto per quanto riguarda la stabilizzazione dell'italiano grazie al confronto con il latino (come successe per Petrarca, ma con l'effetto contrario). Si tengano a mente le traduzioni in volgare di Aristotele (la Retorica tradotta da Annibal Caro). Come nel '400 Landino tradusse Plinio e la sua Storia naturale, anche nella metà del '500 si continuava non solo a tradurla, ma anche a metterla in discussione. Comunque, la traduzione metteva alla prova l'italiano: gli Annali di Tacito tradotti da Bernardo Davanzati volevano mettere in mostra la capacità della lingua italiana, la sua “brevità più di quella corneliana”; di conseguenza, egli rinunciava alla complessa ipotassi di Boccaccio cercando invece semplicità. Da questo ne derivò una sorta di statistica con cui Davanzati confrontò la lunghezza della sua traduzione italiana con quella di una francese: ne risultò, effettivamente, che la lingua italiana si prestava meglio a questo tipo di operazioni. Si noti inoltre che in questo periodo, uscì la prosa di Machiavelli che nel suo De principatibus sfoggiò un italiano ben diverso da quello che Bembo professava: un fiorentino ricco di latinismi.
  3. Il linguaggio scientifico: in campo scientifico abbiamo due risvolti:
    • Pratico: Pierandrea Mattioli nel 1544 pubblica i Commentarii, un'opera medica arricchita di immagini proprio per favorire l'uso pratico, il che giustifica anche la scelta del volgare.
    • Teorico: è il caso di Galileo Galilei, il quale descriveva le sue speculazioni, che andavano però oltre il livello del pratico. Infatti il volgare lo penalizzò in quanto le sue opere non riuscirono ad affermarsi in campo internazionale. Questo mette in evidenza come il latino rappresentasse ancora a quel tempo la lingua madre e universale, compresa da tutto il ceto dei dotti.
  4. La prosa da viaggio: tra il 1550 ed il 1559 uscì l'opera di Ramusio Navigazioni e viaggi, una silloge di tutti i testi genere fino ad allora disponibili (dalla Classicità fino al secolo XVI). L'interesse linguistico per questo tipo di prosa nasce proprio dalla presenza in essa di termini nuovi, neologismi, prestiti di necessità che poi sono entrati a far parte della lingua. Tra i maggiori esponenti abbiamo i Gesuiti e i loro missionari (ricordiamo il maceratese Matteo Ricci autore dei Commentarii della Cina), Francesco Carletti autore dei Ragionamenti; quest'ultimo è molto importante perché sottolinea l'importanza che lo spagnolo avesse in quel tempo (come poi lo avrà due secoli dopo il francese): inoltre egli fa molta attenzione all'uso della lingua, al punto che riporta nella sua opera una sommaria descrizione della scrittura giapponese e cinese e di altre lingue orientali (il filippino, ad esempio), così come citazioni all'interno del quale Carletti non può fare a meno di usare prestiti di necessità (per indicare per esempio i frutti esotici, o le imbarcazioni).
  5. La commedia: sebbene non rientri in maniera precisa nell'ambito della prosa, si può annoverare però tra le innovazioni linguistiche del '500. La commedia infatti era specchio del parlato e quindi di una sorta di mistilinguismo; a partire dai fiorentini, si può ricordare Giovan Maria Cecchi, che riempie le sue commedie di riboboli, proverbi e motti esclusivamente toscani (propri quindi del parlato). Queste evoluzioni ebbero anche dei risvolti scenici: ad ogni personaggio si cominciò ad attribuire un determinato modo di parlare: si ha quindi una compresenza di diversi codici per i diversi personaggi. Agli innamorati si addice il toscano, ai vecchi il bolognese o veneziano, ai servi il milanese, bergamasco o napoletano. Un esempio di questo tipo di mescidanza è dato da Giambattista Della Porta che, ne La fantesca rappresenta questi personaggi dialettali che si trovano a convivere. Allo stesso modo non mancano trovate di plurilinguismo dei personaggi, come quelli sfruttati da Andrea Calmo che ne Las Spagnolas usano più lingue.

Il linguaggio poetico

Le più importanti voci poetiche sono:

  • Ariosto, di cui abbiamo già parlato. Machiavelli lo criticò tuttavia, per non aver usato un linguaggio che non gli veniva naturale. Ma le lezioni di Bembo portarono alla nascita di un nuovo fenomeno poetico, il petrarchismo: molti autori infatti scrivevano versi, sonetti, opere alla maniera di Petrarca; sceglievano un vocabolario lirico selezionato ed un determinato gruppo di topoi.
  • Torquato Tasso: il rapporto tra questo autore e l'Accademia della Crusca costituiscono un capitolo celebre nelle discussioni linguistico-letterarie della fine del Cinquecento.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gabriorzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di istituzioni di storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Serianni Luca.
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