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NB:
Esempi di allotropi, ovvero delle varianti: circolo/cerchio; plebe/pieve; vizio/vezzo; disco/desco. Le
basi latine sono: circulu(m), plebe(m), vitiu(m), discu(m) [le consonanti finali le abbiamo messe tra
parentesi perché cominciano a cadere abbastanza presto, già nel 3 secolo a.C abbiamo
testimonianze di ciò].
Quelli di sinistra sono gli allotropi dotti, che non hanno avuto continuazione di generazione in
generazione, sono più simili alle basi latine sia dal pov fonetico che dal pov semantico. Gli altri
sulla destra invece sono gli allotropi popolari, cioè di tradizione ininterrotta e che sono arrivati fino
ad oggi o quasi, hanno subito le diverse trasformazioni fonetiche e semantiche dal latino
all’italiano.
La pieve è una chiesa attorno a cui si forma un nucleo di case contadine intorno, quindi da ceto
sociale è diventato il nome di un certo tipo di insediamento. Il desco è la tavola apparecchiata, e
viene dalla parola DISCULUM perchè le tavole di norma erano rotonde.
-variazione diafasica (che ha a che fare con la situazione e quindi con gli interlocutori): la
riconosciamo perché ad esempio uno stesso autore ha scritto in una lingua diversa rispetto al
pubblico a cui si rivolgeva. Ad esempio Cicerone usava il latino aulico nelle sue famose orazioni,
nelle lettere ad familiares usava invece un latino del tutto diverso: “ut unus pater familias loquor”,
ovvero “parlo come un padre di famiglia”: “unus” è strano perché in latino classico non si usava in
questo senso ma come “uno solo” e non come un nostro articolo indeterminativo.
-variazione diamesica (dipende dal mezzo di comunicazione): la vediamo tramite le iscrizioni di
persone poco colte che scrivevano come parlavano.
Esempi: “Pupa qui bella is” “Ragazza che sei bella” (latino parlato dell’epoca). Formosa era un
altro modo di dire “pulchra” (che non si continua in nessuna lingua romanza) e si continua ai lati
dell’impero (Hermosa). Nel centro dell’impero si mantiene il diminutivo “bonulus/a” che diventa
“bello/a”.
Abbiamo allora il parlato che riesce ad essere rappresentato per iscritto. È anche un esempio di
variazione diatopica.
OSSERVAZIONE: i fonemi dell’italiano sono 45 ma in alcune parti possiamo trovare scritto che
sono 30, è un calcolo impreciso. Le lettere dell’alfabeto italiano invece sono 21. A scuola ci hanno
insegnato che le vocali sono 7 perché dobbiamo distinguere tra vocali aperte e chiuse (in
linguistica ciò è alla base delle coppie minime). 5 invece sono le vocali atone, tutte
tendenzialmente chiuse. Poi ci sono due semivocali o semiconsonanti: j (iod) e w (wow si
pronuncia, come l’esclamazione). Queste in realtà sono nella nostra grafia tradizionale
rappresentate come delle i e delle u. La differenza è che le semivocali o semiconsonanti formano
dei dittonghi.
LEZIONE 4/12
TRASCRIZIONE FONOLOGICA/FONEMATICA
ʧ
Aceto /a’ eto/ = il latino non conosceva suoni affricati, infatti questa stessa
parola in latino veniva pronunciata /a’ke:tum/. A Roma la parola viene
ʃ
pronunciata /a’ eto/
Cubo /’kubo/
ʧ
Caccia /’Kat a/ =la “i” è solo grafica. Le affricate sono composte da una
ʃ
prima fase occlusiva (t) e una seconda fase fricativa ( )
ʤ
Giacca /’ akka/
ɲ ɲ
Spegnere /’spe ere/ = il digramma “gn” oggi indica una nasale palate,
suono che il latino non conosceva. Le vocali atone sono tutte
tendenzialmente chiuse.
Sbattere /’zbattere/ = sibillante sonora davanti a consonante sonora =
varianti combinatorie (quando c’è una certa di sequenza di suoni noi
automaticamente produciamo un certo suono piuttoche che un altro). La
sibillante anticipa il tratto di sonorità della consonante successiva.
ʧ
Socialismo /so a’lizmo/
ʃ ʃ
Ascia /’a a/ = la “I” anche qui è solo grafica
ʃ ʃ
Fruscio /fru ’ io/ = la “I” in questo caso è la vocale tonica quindi va trascritta
e si pronuncia “i”. ʧ
Schiacciare /’skjat are/ = in latino “H”aveva un valore diverso rispetto al
nostro, infatti indicava un’aspirazione. “ia” forma un dittongo quindi la i si
pronuncia “j”. ɔ ɔ
In Italiano ci sarebbe la distinzione tra /’r sa/ e /’r za/ (una parola indica il colore
e l’altra il fiore) ma questa distinzione esiste ancora solo in Toscana.
45 fonemi =
7 vocali toniche;
2 semi-vocali /j/; /w/ = formano dei dittonghi;
1 consonante scempia/z/;
ɲ ʃ ʎ
5 consonanti intense / / nasale palatale; / / fricativa post-alveolare; / /
ʦ ʣ
laterale palatale; / / affricata alveolare sorda; / / affricata alveolare
sonora;
15 suono consonantici che possono essere usati sia come scempi sia come
intensi, che quindi diventano 30.
A sinistra ci sono le vocali palatali. A destra ci sono le vocali velari. L’italiano, come
lo spagnolo non ha vocali nasali, ma solo orali.
Le consonanti si classificano prima di tutto per il modo di articolazione (occlusive,
fricative e affricate):
OCCLUSIVE (8 consonanti che vanno contante 2 volte):
/p/ /b/ = bilabiali /p/ è sorda cioè è articolata senza la vibrazione delle corde
vocali; /b/ è sonora.
/t/ /d/ = dentali
/k/ /g/ = velari
/m/ = consonanti nasale labiale
/n/ = consonanti nasale dentale
Ci sarebbero altre nasali ma che non sono fonemi in italiano come ad esempio la
nasale velare /ŋ/ = questa in italiano è una variante combinatoria, ma in altre
lingue la nasale velare può essere un fonema.
FRICATIVE (4 consonanti che vanno contate doppie, quindi 8):
/f/ /v/ = labiodentali ʃ
/s/ = sibillante sorda (*ci sono le altre 2 sibillanti /z/ sibillante sonora; / / sibillante
palatale)
/r/ = VIBRANTE apicale. Ci sono delle varianti come la vibrante uvulare /R/, che
però in Italiano non costituisce un fonema
/l/ = LATERALE (*c’è anche la laterale palatale //)
Sulla base di quanto abbiamo detto la settimana scorsa sulle variazioni
linguistiche, il latino volgare si ricollega ad una dimensione diastratica. Dimensione
a cui i latini erano particolarmente attaccati. Sulla variazione le classi sociali basse
hanno avuto un ruolo preponderante ma poi sono state accolte da tutti, e sono
diventate patrimonio di tutta la popolazione. Scende chiaramente anche in campo
una dimensione diacronica, infatti ci sono studiosi che hanno coniato le diciture
“latino volgare antico” e “latino volgare tardo”. Il latino volgare che è quello alla
base delle lingue romanze ha ovviamente una componente diastratica ma anche
diacronica. Così come entra in gioco anche la diatopia perchè il latino non è
arrivato nelle varie provincie dell’impero nelle stesse epoche e quindi si è, presto
differenziato nelle varie zone.
Iniziamo a vedere la dimensione diacronica = Ci sono alcuni tratti lessicali,
morfologici e fonetici da analizzare. Tra i tratti fonetici possiamo ricordare la
apocope (caduta di un suono in posizione finale) delle consonanti finali. Le
consonanti finali del latino cominciano ad indebolirsi e a cadere, questo avviene in
tutte le lingue romanze, con poche eccezioni. La prima a cadere la –M, che aveva
un ruolo piuttosto importante perchè, nella prima, seconda e terza declinazione,
era la marca del caso accusativo. Noi abbiamo di questo fenomeno una
testimonianza del terzo secolo a.C, nella lapide funeraia di L. Cornerlio Scipione
Barbato. “Duonoro optumo fuise viro” = “ Bonorum optimum fuisse virum” “Fu
l’ottimo tra i buoni uomini”. La “u” di VIRUM si trasforma in “o”. Dopo la –M
cominceranno a cadere anche la –T, come abbiamo visto nell’iscrizione di Pompei,
e anche la –S (nell’ibero-romanzo e nel gallo-romanzo la –S resta). In Francese
antico la –S era stabile, nel francese moderno si trova in posizione di “lieson”. La
perdita di –S è quello che distingue le lingue romanze occidentale (spagnolo e
francese) e le lingue romanze orientali, dove la –S cade (italiano e rumeno). Nel
frontone del Pantheon (periodo di Adriano) troviamo questa iscrizione “M.
Agrippa Cos”= COS è l’abbreviazione di CONSULEM. Questo è un altro tratto del
latino volgare cioè, l’abbreviazione del nesso “NS” in “S” (-NS > /s/). Il terzo tratto
interessante è la monottongazione del tratto –AU. In questo caso abbiamo delle
tracce nel La vita dei Cesari di Svetonio, in cui si dice che l’imperatore pronunciava
“PLOSTRUM” il termine “PLAUSTRUM”. Il dittongo –AU poteva essere
monottonghizzato in /o/. Possiamo chiudere con un esempio da Plauto, il termine
“domani” si diceva CRAS, ma accanto a questo termine Plauto usa MANE, con il
significato di “domani mattina”. MANE è l’antenato del nostro “domani” = questo
è un fatto lessicale/morfologico che ci fa capire come in Plauto già c’è
un’innovazione che poi porterà al nostro termine “domani”.
Fenomeni generale:
AFERESI = caduta di un suono in posizione iniziale;
APOCOPE = caduta di un suono in posizione finale;
SINCOPE = caduta di un suono in posizione interna Ex. SPECULU(M) = speclu=
specchio;
PROSTESI/PROTESI = aggiunta di un suono in posizione iniziale;
EPENTESI = aggiunta di un suono in posizione interna (fenomeno comune in osco-
umbro)
EPITESI = aggiunta di un suono in posizione finale
LEZIONE 7/12
COMPUTO FONEMI DELL’ITALIANO: sono 45:
-7 vocali toniche
-2 semiconsonanti /j/ e /w/
-1 consonante scempia (debole) /z/
-5 consonanti intense
-15 consonanti che possono essere tanto scempie quanto intense, che quindi vanno contate due
volte e quindi sono 30: queste sono le consonanti occlusive e fricative
FENOMENI DEL LATINO, del cosiddetto antico latino volgare, che si sono manifestati già in età
arcaica e poi si sono continuati nelle lingue romanze:
-apocope di -M finale (già nel 3 sec. a.C)
-semplificazione di -NS- che passa a /-s-/
-monottongazione del tratto -AU- che passa a /-o-/
Quali sono le fonti del latino volgare? Cosa ce lo documenta? Qualche esempio sono le iscrizioni
di Pompei ma esiste anche una categoria di fonti che ci aiuta a rispondere a queste domande. Per
definirla possiamo adottare le parole di Luca Serianni, il quale ha definito il latino volgare così: “il
latino prevalentemente parlato (siamo nell’ambito della variazione dia