Storia della lingua italiana
Introduzione alla disciplina
Corso Lettere Moderne di Paola Manni
La storia della lingua italiana è una disciplina giovane: la prima cattedra risale al 1938 e fu ricoperta da Bruno Migliorini, considerato uno dei padri di questa materia. Il primo manuale da lui scritto sulla materia fu appunto "Storia della lingua italiana", che aspettò a pubblicare nel 1960 poiché ricorreva il millenario dalla nascita della lingua italiana sancita dai Placiti Capuani di Capua, Sessa e Teano. In particolare insisteva sulla separazione tra storia della lingua e storia della letteratura. Scriveva: "Per chi consideri la lingua nel suo insieme gli scrittori non sono che uno dei tanti fattori che agiscono sulla lingua nel perpetuo suo evolversi; giuristi, economisti, artisti, tecnici, scienziati agiscono anche essi sulla lingua, inoltre c’è il popolo che conia parole poi ripetute in un’intera città e magari in tutta Italia".
Si concentrava su questi fattori per contrastare l’idealismo crociano che attribuiva al linguaggio italiano un ruolo egemonico mettendo in subordine la lingua comune; mentre la lingua è caratterizzata per lo più dall’uso orale che ne fanno le persone.
Contributi significativi
Assieme a Giacomo Devoto fu fondatore a Firenze della rivista letteraria "Lingua Nostra", che inaugurò il percorso di questa disciplina assieme all’assegnazione della prima cattedra. Il primo manuale è stato scritto da Giacomo Devoto, "Profilo di storia della linguistica italiana", pubblicato a Firenze nel 1953. Prima aveva scritto "Il linguaggio d’Italia": prende in considerazione tutte le lingue che si sono succedute sul territorio italiano, dall’origine fino alla contemporaneità, dalle lingue italiche, prelatine, latino fino all’italiano. Con il termine linguaggio si indica quella facoltà linguistica necessaria per la comunicazione che si manifesta in maniera concreta nelle diverse lingue. La lingua è qualcosa di più concreto e la facoltà di linguaggio si manifesta in Italia in diverse lingue: etrusco contrapposto al latino, che poi si è evoluto nell’italiano.
Un manuale di storia, non di linguistica
Devoto nel manuale del 1953 scrive "questo libro non è un libro di linguistica" (anche se lui insegnava la linguistica, la glottologia che già esistevano), "ma un libro di storia". L’Italia come nozione geografica esisteva sin da tempi antichissimi: il nome ITALIA nasce dal popolo dei Vitali, abitanti della Calabria, e venne a designare prima l’Italia meridionale, poi fu adottato dai popoli italici dell’Italia meridionale (tra cui gli Osco-Umbri) che si contrapponevano alla potenza di Roma e vennero a formare la Lega Italica, e infine Roma all’epoca di Augusto si appropriò del nome Italia per designare l’intera penisola.
Evoluzione storica della lingua
Dalle origini all'unità
Dalla formazione dell’Italia come entità e nozione geografica alla formazione dell’Italia come realtà linguistica unitaria passano molti secoli, e altri secoli passano prima che si formi l’idea dell’Italia come entità politica, come nazione. La lingua è un organismo vivente che si evolve nel tempo, ma convenzionalmente l’origine della lingua italiana si colloca nel 960/963 d.C. (X secolo) con l’apparizione di un testo non più scritto in latino ma in una lingua che comincia ad avvicinarsi all’italiano: i Placiti Capuani.
Nel 1500 si può parlare di una lingua italiana unica, comune sul suolo dell’Italia: quando scoppia la questione della lingua si ricerca una lingua italiana letteraria che possa essere utilizzata dai letterati e dalle classi più alte, ed essa verrà identificata nel dialetto fiorentino. Le opere prese come modelli per la lingua letteraria italiana furono la Commedia di Dante prima, la quale riscosse grande successo (800 codici sono sparsi in Italia) che permise il successo della lingua stessa, e le opere di Petrarca e Boccaccio dopo: i tre assieme formano le tre corone su cui si fondano i canoni dell’italiano. Cominciano ad esistere grammatiche e dizionari basate sulla lingua di questi autori.
Lingua e nazione
Nella seconda metà del 1800 con Manzoni e con la formazione del regno d’Italia (1861), l’italiano diventa lingua di una nazione, non più solo letteraria. Manzoni si occupa del problema di trovare una lingua come strumento sociale di comunicazione: come soluzione dovette prendere la lingua letteraria fondata su canoni di scrittori trecenteschi e attualizzarla, utilizzando quindi il fiorentino vivo, non più quello del trecento. C’è quindi una contrapposizione tra lingua dell’Uso e lingua utilizzata nei libri.
Distinzione tra storia della lingua interna ed esterna
La storia della lingua interna è un approccio allo studio della lingua italiana volto a descrivere come le strutture della lingua italiana si formano, si evolvono e arrivano fino a noi. Con strutture della lingua italiana si intende quella che viene anche chiamata grammatica storica, la quale descrive come siano nate le strutture della lingua, che sono la fonologia (studio dei suoni), la morfologia (studio delle forme), la sintassi (studio dei costrutti che hanno avuto origine dal latino, poi trasformatisi fino all’italiano).
La storia della lingua esterna comprende l’insieme dei fattori di ordine fisico, economico, sociale, storico, antropologico, culturale, politico che possono condizionare l’evoluzione della lingua in rapporto alla comunità dei parlanti: sono le vicende della lingua in rapporto agli avvenimenti storici che condizionano le persone che si riconoscono in quella lingua. Questa distinzione tra linguistica interna ed esterna non può essere rigida: i fattori esterni spesso condizionano i mutamenti linguistici interni. Ciò che le accomuna è l’approccio storico.
Epoche della storia della lingua italiana
Periodo medievale (V sec. d.C. – XV sec. d.C.)
Nel corso di questa epoca non esiste l’italiano, ma una serie di lingue volgari, che non sono più il latino, le quali si differenziano da luogo a luogo. Sono lingue parlate nell’uso quotidiano anche se si continua a scrivere in latino per usi letterari, religiosi, civili, economici, sociali, giuridici. Nelle diverse aree italiane cominciano poi pian piano ad emergere degli scritti in volgare. Esistono vari volgari ma all’insegna del plurilinguismo (tanti volgari) e del policentrismo. Dal XIII sec. d.C. i testi in volgare aumentano in modo vertiginoso poiché i mercanti cominciano ad utilizzare i volgari negli scritti, sono loro i fautori di questo impulso. La civiltà mercantile si sviluppa soprattutto a Firenze.
Nel XIV sec. d.C. Dante scrive la Commedia: la sua lingua viene molto apprezzata e imitata. Infatti nel 1300 il fiorentino emerge rispetto agli altri volgari, grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio.
Periodo dal 1500 fino alla proclamazione dell’unità d’Italia (XVI sec. d.C. – XIX sec. d.C.)
Divampa la questione della lingua e il fiorentino diventa lingua letteraria italiana; a livello parlato esistono i dialetti. Il dialetto si definisce quando è presente una lingua egemone (il fiorentino).
Periodo post-unitario
Quando si viene a creare uno stato italiano è necessaria una lingua non più solo letteraria ma una lingua dell’intera nazione. La soluzione viene trovata da Manzoni: prendere il fiorentino trecentesco che era già lingua letteraria, e renderlo al passo con i tempi attraverso l’utilizzo del fiorentino dell’uso contemporaneo di fine ottocento. Nel corso del novecento tale lingua ha fatto regredire i dialetti e ha preso il sopravvento attraverso la scuola, i dizionari, i giornali, libri come "Pinocchio" e "Cuore", i mezzi di comunicazione audio-visivi (anche se localmente i dialetti continuano ad esistere).
Specificità dell'italiano rispetto ad altre lingue
In Italia il processo di unificazione linguistica è stato pilotato da una regione, la Toscana, e in particolare da una città, Firenze, dove il fiorentino si è imposto per il suo prestigio letterario: Dante, Petrarca e Boccaccio. Nelle altre lingue europee è avvenuta l’imposizione di una lingua ma ciò è avvenuto per mezzo dell’autorità politica, sono stati gli eserciti ad imporre una lingua; in Italia si è imposta una lingua attraverso la letteratura: prima è nata la lingua, poi è nato lo stato come entità politica. C’è stata una partecipazione di tutta Italia per difendere l’identità letteraria: i tipografi veneziani hanno accolto la lingua e l’hanno resa propria, Manzoni da lombardo ha appoggiato questa lingua.
In Italia i dialetti hanno avuto un’importanza e una forza superiore rispetto a quelli presenti in altre aree europee perché il parlato è rimasto di pertinenza dei dialetti, e senza una identità politica i dialetti hanno potuto prosperare.
La matrice letteraria dell’italiano è responsabile di un altro fattore importante: oggi riusciamo ancora a leggere e comprendere testi di Dante, Petrarca e Boccaccio senza bisogno di vere e proprie traduzioni perché essendo stato l’italiano per molto tempo una lingua letteraria, è stato preservato da eccessivi mutamenti. Le strutture fono-morfologiche sono le stesse. L’italiano ha anche aspetti negativi: il vizio della forma dovuto spesso alla norma grammaticale.
Francesco Sabatini e l'Accademia della Crusca
Francesco Sabatini ha insegnato storia della lingua italiana a Roma ed è stato presidente dell’Accademia della Crusca, istituzione che ha come impegno quello di studiare e salvaguardare la lingua italiana in Italia e nel mondo, ha sede a Firenze ed è stata fondata nel 1582-1583 da Leonardo Salviati. Nel 1612 tale accademia produrrà il primo vocabolario della lingua italiana, fondato sulle idee del fondatore ormai defunto. Le edizioni del vocabolario della Crusca in tutto sono 5: la prima nel 1612, la seconda nel 1623, la terza alla fine del seicento, la quarta nella prima metà del settecento, e la quinta ed ultima edizione a cavallo tra 1800 e 1900 interrotta nel 1923 alla lettera o. Questo vocabolario si è arricchito col tempo e ha cambiato impostazione: nel 1612 il canone fondato sugli autori del trecento compresi quelli minori.
Considerazioni di Sabatini sul percorso dell'italiano
Nel 1997 in una edizione dell’Accademia della Crusca Sabatini riepiloga il percorso dell’italiano concentrandosi sulla sua singolarità: "Il processo storico di formazione della lingua italiana presenta aspetti peculiari e di grande complessità che ne fanno un caso particolarmente ricco di insegnamenti per la riflessione sui rapporti tra realtà demografico-sociale, dimensione politica, tradizioni culturali e funzioni della lingua. La singolarità del caso è data in sintesi da questi fatti: la lingua italiana si è formata quasi di un balzo sette secoli orsono, si è affermata rapidamente al di sopra di una forte varietà di tradizioni linguistiche-culturali esistenti nel suo territorio di espansione e si è collocata presto anche come lingua di cultura tra le grandi lingue nazionali d’Europa, il tutto in assenza di una specifica entità politica di riferimento, e dunque senza il sostegno che di norma è determinante di una corte, di una aristocrazia al potere, di una capitale che ne fossero promotrici. La lingua italiana ha avuto un preciso luogo di nascita, Firenze, soprattutto in quanto patria di una letteratura di prorompente e sfolgorante novità, una letteratura che a differenza di molte altre letterature europee non aveva le sue radici nell’epos di un popolo, in quelle tradizioni etnico-militaresche che altrove hanno prodotto un poema epico come prima manifestazione culturale e atto di individuazione e affermazione di una compagine demografica. Per quasi sei secoli, dall’età del giovane Dante fino alle soglie dell’unità politica della nazione la letteratura fiorentina, poi italiana, è stata espressione di una cultura poco legata a un concreto contesto sociale e molto più spesso ispirata invece da ideali emotivi universalistici: le varie concezioni dell’amore, la perfezione morale dell’individuo, il suo rapporto con il soprammondo… In virtù di tali suoi caratteri e non al seguito di eserciti la cultura italiana ha varcato i confini del suo territorio per svolgere anche una funzione sovranazionale, dapprima in Europa e poi negli altri continenti; e in proporzione all’ampiezza dei suoi orizzonti ideali si misura la distanza dei luoghi raggiunti e la permanenza della sua azione nel tempo. Per questi stessi motivi e fini, per poter essere impiegata in pagine scritte tendenti soprattutto ai valori universali, la lingua italiana fu però codificata a suo tempo in un modo che ne riduceva fortemente le capacità comunicative dirette".
L’italiano è una lingua che essendo nata come lingua di poeti è molto adatta nel descrivere sentimenti e cose astratte rispetto al concreto, a ciò che riguarda la quotidianità, funzione che è cominciata a servire dall’ottocento. "Nasce da qui un’altra particolarità dell’intera storia della linguistica italiana: l’attesa dialettica fra la lingua di cultura intellettuale, capace di occupare un posto di primo piano nel mondo, e le lingue locali, i numerosi e assai differenziati dialetti a lungo depositari quasi esclusivi sia delle funzioni pratiche sia delle capacità di espressione viva e immediata".
Il rapporto dell'italiano con il latino
L’italiano è una lingua neolatina o romanza. Fanno parte delle lingue romanze quelle dell’aerea Ibero-romanza, il portoghese, lo spagnolo e il catalano, quelle dell’area Gallo-romanza, il francese e il provenzale (che ha avuto una grande tradizione con la poesia provenzale in lingua d’Oc durante il XII-XIII sec. d.C. che ha fatto scuola alla poetica siciliana), quelle dell’area Italo-romanza, l’italiano di stampo fiorentino e i dialetti italiani, e il romeno, lingua romanza dell’area balcanica. Tutte queste lingue romanze sono neolatine.
Il latino da cui derivano è un latino parlato, non quello divenuto norma grammaticale che generalmente viene insegnato nelle scuole, noto come latino classico. In particolare durante il I sec. a.C. è avvenuta la codificazione della lingua latina: alcuni grammatici hanno preso testi di autori del periodo aureo, Virgilio per la poesia e Cicerone per la prosa, e hanno codificato la grammatica latina, rendendo la lingua letteraria depositata nella grammatica immutabile. Le lingue romanze derivano da un latino parlato che ha subito nel tempo molte mutazioni, diventando da lingua di pastori a lingua di un impero. Inoltre il latino ha subito influssi da parte delle altre lingue italiche, come l’Osco-umbro, l’Etrusco soprattutto per parole legate alla vita più minuta, rappresentazioni teatrali, piccolo commercio, organizzazione dello stato in classi…
Nonostante la vicinanza territoriale tra popoli parlanti etrusco e latino, il confronto interlinguistico non è stato molto invasivo, poiché l’etrusco non era una lingua indoeuropea come il latino. Le strutture grammaticali, la fonologia e la morfologia, sono ciò che fonda una lingua. Secondo alcuni studiosi, tesi oggi poco avvalorata, la "c" aspirata toscana sarebbe stata retaggio dell’etrusco. L’Osco-umbro, l’Etrusco, il Greco sono le lingue con cui Roma viene a contatto, in particolare l’influenza del Greco sul latino avviene attraverso il contatto sia diretto con i popoli della Magna Grecia sia indiretto con le opere della letteratura greca, che per il loro prestigio viene molto apprezzata dai latini.
I testi arcaici latini già nel I sec. a.C. non erano più compresi, proprio per il rapido mutamento a cui la lingua latina andava incontro. Grande importanza assume il latino parlato nel periodo tra il I sec. a.C. e il V sec. d.C.
Latino volgare
Il latino volgare è un fascio di devianze dalla norma grammaticale, all’interno del quale ogni singolo aspetto richiede di essere definito in base a tre coordinate: il tempo (variabili cronologiche legate al momento in cui è utilizzato), la società (variabili sociolinguistiche in base alla classe che lo utilizza), la geografia (variabili geografiche legate ai luoghi dove viene utilizzato). Le differenze tra le lingue romanze dipendono dal riaffiorare delle lingue di sostrato che si trovavano al di sotto del latino.
Come è possibile conoscere il latino volgare essendo parlato
Attraverso diverse fonti dirette è possibile avere una conoscenza, anche se parziale, del latino volgare:
- Autori latini che per la natura della loro opera (culinaria, medicina popolare, veterinaria, agricoltura) usano una lingua vicina a quella del parlato.
- Autori latini che per motivi espressivi utilizzano in alcuni brani un latino vicino a quello parlato (Petronio nel Satyricon nell’episodio della cena del Trimalcione).
- Grammatici latini che parlano degli errori più comuni nell’uso quotidiano da evitare quando si scrive in latino, quindi di quegli errori che si commettono nel latino volgare che però non possono essere commessi nel latino classico (ad esempio nel III sec. un grammatico scrive che la "u" subisce un’aspirazione che la rende la consonante "v").
- Appendix probi, documentazione delle devianze grammaticali rispetto al latino classico.
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