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Storia della lingua italiana (2017/2018)

Docente: Cotugno Alessio

L'identità italiana culturale e storica concepisce innanzitutto il suo fondamento nell’aspetto linguistico, essenziale e basilare.

Le categorie di norma e sistema linguistico

Le categorie di norma e sistema linguistico sono categorie di distinzione euristica ed operativa che ci consentono di guardare alle questioni che affronteremo offrendoci un quadro teorico di riferimento. La nozione più familiare è quella di norma linguistica, che concepisce i concetti di istituzione e di regole linguistiche, di una legislazione linguistica che stabilisce le regole di un qualcosa che non è più un gioco linguistico. Di fatto il concetto di norma ci orienta verso una sfera di consuetudine linguistica e di italiano tendenziale, nel quale si riconosce la maggior parte degli utenti linguistici, ed ecco che la norma sembra così astratta al principio astratto di istituzionale, ma riguarda di fatto un qualcosa di condiviso e riconosciuto dai parlanti ed è di fatto l'uso tendenziale e standardizzato della lingua.

Se ad oggi decliniamo la parola grammatica immediatamente pensiamo al “luogo istituzionale delle regole dello scrivere”, o del bello scrivere, e l'idea di grammatica è quella di un luogo che detta le regole (libro di grammatica) e che ci dice come scrivere; diversamente dal concetto che anima tutta la linguistica del '900, che afferma che la grammatica esplicita il modo in cui funziona la lingua, non in maniera prescrittiva ma descrittiva. Anche in questo senso il concetto di norma è fondamentale perché un sistema linguistico funziona in relazione all'uso che i parlanti fanno della lingua, motivo per il quale la grammatica non descrive ciò che appartiene allo stile individuale ma allo stile che condividono tutti i parlanti; nella concezione unitaria del binomio Langue e Parole, rispettivamente la dimensione istituzionale del linguaggio, a livello di paradigmi, di cui gli utenti fanno parte e le sue realizzazioni individuali.

Il concetto di sistema linguistico invece si concepisce nell’insieme delle possibilità astratte garantite dai meccanismi formativi di una lingua. Il concetto di sistema è paradossalmente più familiare poiché ha a che fare con la potenzialità espressiva, e cioè appunto come insieme di possibilità astratte. La norma è ciò che attualizza queste possibilità astratte, mentre il sistema è tutto ciò che può essere espresso restando dentro i sistemi di formazione della lingua, consistendo in quei tratti che individuano il sistema linguistico stesso nella sua specificità e che si differenzia dalla norma in quanto essa è realizzazione dell’italiano individuale.

Esempio di Eugenio Coseriu: La distinzione fra norma e sistema

L’esempio di Coseriu è quello di un treno espresso Venezia-Parigi, che parte alle 8.00 da Venezia ed arriva alle 20.00 a Parigi. Di questo treno ci interessa distinguere elementi di sistema e di norma.

  • Distinzioni di elementi sistema:
    • Se questo treno un giorno parte alle 9.00 e non alle 8.00 viene violato un elemento di sistema.
    • Il treno fa diverse fermate, un giorno però non ferma a Lione, la cui fermata è invece prevista violando così un elemento di sistema.
  • Distinzione di elementi di norma:
    • Il treno Venezia-Parigi ha di norma 10 carrozze, quello di domani ne ha 9; abbiamo così una violazione di norma, non di sistema.

Tuttavia, torniamo all’esempio del treno e consideriamo che un annuncio orale afferma che non c’è la seconda classe per quella tratta: abbiamo una violazione di norma o sistema? Dipende dal biglietto che ho. Significa che in ultima analisi il ruolo degli utenti della lingua è fondamentale, perché ha a che fare la reattività del parlante di capire se abbiamo una violazione di norma o sistema, portando il parlante a rifiutarla se abbiamo una violazione di sistema o accettandola di buon grado se è di norma (es. treno, si viaggia in prima classe quindi viene accettata).

A livello linguistico tutto ciò si verifica nel momento in cui il sistema di possibilità astratte si concretizza in norma. Consideriamo i seguenti esempi:

ARMA > pl. ARMI (non regolare) > ARME

Dal punto di vista grammaticale la parola ARMA non è priva di problemi perché ha come plurale ARMI, che non è regolare nella sua formazione. Il plurale in -i è maschile, e attualmente con ARMA siamo nell’ambito della prima classe femminile di nomi che produrrebbe un plurale in -e. Il plurale ARME è teoricamente regolare ed il sistema linguistico esprimerebbe un plurale soddisfacente alla categoria di femminile il cui plurale prevede l’uscita in -e. Il plurale ARME è quindi un plurale di sistema che la reazione dei parlanti può riconoscere però come estraneo. Idealmente il sistema linguistico si soddisfa appieno in ARME, ed è solo in relazione ad un insieme di circostanze che usiamo ARMI. Il plurale ARME è percepito come elevato ed arcaico ma che soddisfa il sistema linguistico. I processi che hanno portato ad usare ARMI, sottendono un cambiamento di paradigma (metaplasmo di declinazione), non di genere (l’orecchio/le orecchie).

L’esistenza del plurale ARMI ha legittimato la creazione retrospettiva di un singolare arme. Abbiamo quindi un sostantivo fem. singolare che dal punto di vista del sistema produce > ARME ma che per vicende extralinguistiche si è realizzato accanto al plurale ARMI che l’ha soppiantato, e dal plurale ARMI si è retroprodotto un sing. ARME al pari di classe/classi per analogia.

Tutto ciò ci porta a capire che se la prospettiva dei parlanti della lingua italiana ci porta a riconoscere che ARME può essere un plurale di ARMA e che come plurale ha, da un punto di vista linguistico le carte più in regola di ARMI, ad oggi non è realizzato.

BUE > pl. BUOI > pl. irregolare BUI

Anche questo è un plurale irregolare che ha a che fare con il concetto di funzionamento grammaticale ma che è in uso. La forma BUI di fatto è il plurale di BUIO in qualità di aggettivo nella forma di plurale regolare, ma la coincidenza dice che se BUI è plurale di BUIO allora non può esserlo di BUE. Ma a livello di sistema per analogia se CANE > CANI allora BUE > BUI (sistematicamente può essere espresso), ma è attestato?

Ciò ci porta a considerare che la legittimità di una forma è derivata dal suo uso, come per ARMA > ARME. Se la forma di BUI ci porta a condizioni di possibile realizzazione (singolare in -O plurale in -I), il plurale BUS non è accettabile da un punto di vista di sistema perché non è sua possibilità astratta: il sistema linguistico italiano non prevede le forme plurali in -s.

Se il plurale ARME è plurale di sistema non è un plurale di norma e cioè di uso ed è un caso paradossale di soddisfazione piena del sistema e di non accettazione normativa. Il plurale BUS nella virtualità e potenzialità di sistema non è ammesso.

Le differenze fra norma e sistema in alcuni casi sono quindi cristalline (BUS) mentre in altri casi sono opache (ARME/ARMI). Quando incontriamo questa distinzione fra forme comincia ad interessarci che una forma come ARME sia stata attualizzata perché significa che un certo uso legittima una certa forma, canonizzandola ed istituzionalizzandola, e concependo l’uso come elemento decisivo (chi, quali circostanze..); ma significa anche che questa vicenda linguistica, che ha a che fare con il processo storico, attesta che la forma delle parole ed il suo significato nel corso del tempo cambia, introducendoci al concetto di variazione linguistica.

Nella fattispecie la variazione che qui ci interessa si realizza nel corso del tempo, cioè in diacronia. Dire che le parole cambiano significa affermare che le parole cambiano nel loro aspetto, cioè nella loro forma, ma anche nel loro significato.

Tralasciando i casi di sparizione delle parole, legate a referenti che non appartengono più ad una società (es: farsora) di elementi concreti, si possono considerare mutamenti nel significato:

CORTESE / GENTILE

Due aggettivi il cui significato può essere intercambiabile e compresi nella sfera del concetto di “buone maniere”. CORTESE tuttavia ci riporta ad un’entità socio-politica della struttura sociale della corte e la cortesia è attributo di chi appartiene alla corte. GENTILE nasconde molte insidie: concepita nel sonetto di Dante riporta al significato che la cellula latina gens contiene, cioè nobile. L’elemento qualificante della gentilezza è la nobiltà ed ecco che una parola che è continuata nell’italiano di oggi in realtà se concepita in un testo antico ci porta in una dimensione culturale diversa. La parola GENTLY inglese riporta ancora una volta al concetto di gens e l’inglese ci permette di fare un’esperienza di sano straniamento linguistico come capita per gentile in italiano.

Se si dà il caso di sparizione del lessico si può anche dare il caso di parole che nell’italiano moderno hanno un significato diverso rispetto a quello della lingua antica, distinguendo così degli arcaismi lessicali.

SEROCCHIA/SIROCCHIA la parola non esiste nell’italiano di oggi ma è da ricercare in repertori storici della lingua, che includono forme che non esistono più, è un arcaismo quindi lessicale, una parola che c’è stata ma non c’è più. Se mi riferisco invece a GENTILE nel significato di nobile possiamo parlare non di arcaismo lessicale ma di arcaismo semantico: la parola continua ma ha assunto un significato diverso.

De Vulgari Eloquentia (pp.19-35)

Abbiamo detto che il filo rosso del corso ha a che fare con nodi problematici della lingua italiana e sul quando la riflessione sulla lingua e la consapevolezza sull’uso linguistico si è imposta come determinante nella storia della lingua italiana. Il DVE è il primo testo a riflettere in maniera consapevole sul problema linguistico, riflessione appunto “sulla eloquenza volgare”.

È un paradosso che il DVE sia fondativo della tradizione della riflessione sulla lingua italiana perché un testo il cui impatto è stato pressoché nullo fino al '500. Le tesi di Dante così come la circolazione del testo furono problematiche ma che per qualità degli assunti e per il fatto che si tratta della prima e sistematica riflessione sull’eloquenza a volgare deve essere preso in considerazione. Siamo fra il 1304-1305 e come molte altre opere anche il DVE è rimasto incompiuto, consta infatti del I e di metà del II libro. È scritta in latino, il che ci mette già di fronte al fatto che è un’opera in latino che parla della legittimazione linguistico-letteraria del volgare.

Perché un’opera in latino sul volgare? Perché il latino è la lingua dei doctores illustres che assicura a Dante un pubblico di lettori particolarmente istruito e su di quello era necessario fare breccia circa la questione linguistica e al fine di legittimare un uso alto ed elevato quindi letterario del volgare. Lo stesso Convivio, opera il volgare, si riferirà direttamente alla ormai prossima stesura del DVE, indicandolo come il “luogo” dove verrà ampiamente trattata la questione dell’uso letterario del volgare. Il DVE è una riflessione che si impernia sul ruolo e sullo statuto del volgare e non ha un granché a che fare con gli aspetti della sociolinguistica, cioè della lingua come istituzione, mirando invece a chiarire e valorizzare l’uso letterario del volgare, stando in un po' della retorica e della stilistica, non della linguistica.

Oggetto della trattazione è infatti il volgare, tematizzato come lingua naturale, appreso senza l’applicazione di regole dalla “nutrice” e contrapposto a quelle lingue che sono normate attraverso la grammatica, cioè il greco ed il latino. Il chiarimento e l’analisi del volgare è funzionale al progetto di elevare il volgare a lingua letteraria. Ovviamente il prodotto è problematico perché essendo un’opera incompleta si ferma al concetto di usi del volgare letterari ma non considerando quelli quotidiani. Se pensiamo che il DVE si arresta alla discussione del volgare impegnato in un uso letterario elevato, tragico, non può essere concepito nella sua concretizzazione della commedia, che è appunto comedià cioè colloquiale e comico.

Il DVE si arresta alla considerazione degli usi tragici del volgare e su quello che c’è dopo non possiamo ragionare pensando di verificarne gli assunti nella commedia in quanto appartenente ad un genere differente a livello espressivo. Il DVE esplicita una ricchezza problematica importante ma la sua grandezza riguarda l’articolazione della riflessione, partendo dalla differenziazione culturale tra un lettore moderno e Dante. Nel DVE Dante comincia, in linea con la trattatistica medievale, con un caso generale tipico della linguistica biblica: il modo in cui Dio ha parlato all’uomo, la lingua degli angeli ecc. procedendo gradualmente attraverso un tipo di ragionamento deduttivo.

Quando Dante ragiona sugli aspetti di linguistica biblica tocca uno dei temi centrali della linguistica neotestamentaria: le conseguenze dell’episodio che ha come nucleo centrale la Torre di Babele e segnando quindi come passaggio topico il processo di disgregazione dell’unità della lingua adamitica in quella babelica:

L'episodio della Genesi

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si disserero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.»

Rispetto al concetto di lingua comune e di origine divina della stessa, dopo quell’episodio avviene una rottura dell’armonia linguistica iniziale e con essa la differenziazione e la formazione di lingue diverse. Dante quindi evidenzia una differenziazione geografica:

  • Un’Europa Nord Orientale in cui si parlano le lingue che si distinguono per l’uso della particella IOD per dire “si” della Grecia e della Grecia orientale.
  • Un’Europa centrale in cui si distinguono tre volgari:
    • Una lingua d’Oil della Francia del Nord
    • Una lingua d’Oc della zona Provenzale della Francia
    • Un volgare del Sì, cioè l’italiano.

Dante si concentra su questi tre volgari, procedendo per comparazione, confrontando le tradizioni letterarie in cui le diverse tradizioni linguistiche si sono espresse. Il confronto che Dante ingaggia si propone di capire quale di questi idiomi si prepone al meglio per esprimere argomenti letterari. Il modo in cui Dante articola il confronto implicita il riconoscimento che i tre volgari hanno molti elementi comuni e che di fatto sono derivati sincronicamente dal latino. A Dante tale concetto è tuttavia estraneo e la vicinanza che sente è condizionata da aspetti di tipo letterario più che linguistico.

È indubbio il fatto che vi sia una vicinanza linguistica ma che a Dante è totalmente estranea ed il presupposto di Dante è capovolto: il latino per Dante è una lingua artificiale creata dai dotti per potersi intendere. Una creazione che ci consente di vedere qual è il cambiamento di prospettiva nelle coordinate di un uomo del medioevo e quello che ci interessa è innanzitutto il concetto di artificialità che a noi sembra negativo mentre in Dante è ambivalente: il DVE fa i conti con la volontà di dimostrare alle intelligenze che contano che il volgare era perfettamente in grado di misurarsi con contenuti intellettuali latini e che la naturalità del volgare depone, rispetto al latino che è una lingua artificiale, molti più presupposti di essere adottata come lingua letteraria.

Dante è tuttavia consapevole che l’artificiosità del latino gli conferisca stabilità. Dante stesso concepisce il latino nel concetto di grammatica, creata dai positoes grammaricae. Il latino è quindi grammatica in quanto è perfettamente codificata in quanto artificiale. Nel passo del VI canto del Purgatorio Virgilio e Dante incontrano Sordello da Goito. Sordello è un poeta mantovano la cui produzione letteraria è provenzale. Nel purgatorio Dante inscena l’incontro in relazione al fatto che anche Virgilio è Mantovano e quando Sordello dice “Mantua me genuit” il collegamento è immediato: il fatto che Virgilio potesse parlare in volgare era segno della continuità di una continuazione linguistica per la quale Virgilio parlava in volgare alternando con il latino le situazioni comunicative più elevate (Eneide).

Dato per acquisito che questi sono i presupposti culturali il primo aspetto con cui dovremo prendere confidenza è l’importanza dell’elemento.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giorgiabuso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Cotugno Alessio.
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