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abbiamo l’addomesticamento del latino: forme che danno il segno tangibile di quanto questa sia una

lingua di coinè con la presenza nuda e cruda del latino. Abbiamo di fatto la presenza del latino in varie

gradazioni:

1. un latino non adattato (es. del linguaggio giuridico come “me fecit”),

2. un latino addomesticato come diffiultà, che coabita al fiorentino parlato e vivo (metatesi indrieto

ecc.), in relazione ad una concezione vivace di lingua

Dedica del Principe: brano 1

Questa è l’offerta dell’opuscolo di Macchiavelli a Lorenzo de Medici databile 1515 ca.

Il primo problema che Macchiavelli si pone nell’offrire l’opera al dedicatario è di dire che coloro che si

accingono a acquisire grazia o favore o protezione di un principe, “il più delle volte sogliono farsi incontro al

principe con quelle cose che ritengono essere il modo migliore o offrire quelle cose che il principe maggiormente

gradirà” per questo motivo “si vede che molte volte queste consistono in cavagli, arme, prete preziose e altro

simili alla grandezza del principe.”

Linguisticamente notiamo

• il fenomeno dell’articolo -el la cui forma è tipica del fiorentino post trecentesco la cui forma plurale è

e; forme condannate nelle prose di Bembo, che accetta solo IL/E.

• Sulla stessa lunghezza si colloca l’abbino, l’ebbino, il possino, il vegghino, forme morfologiche di

congiuntivo che mostrano la vicinanza alla lingua viva del tempo.

• Le varianti prete, fenomeno di metatesi

• La forma cavagli fiorentina dei nomi che terminano in -li, che

come forma di palatalizzazione

subiscono una palatalizzazione in -gli

La forma offerirmi magnificenzia avvicina linguisticamente al latino, che coabita pacificamente nella lingua

machiavelliana.

Il passo celebre “io abbia più caro più tanto...la cognizione degli uomini grandi (conoscenza delle imprese degli

uomini protagonisti della storia) … esperienza delle cose moderne (esperienza politica viva di Macchiavelli) e la

lezione delle antiche (lo studio, la lettura come latinismo semantico degli antichi)”

Questo richiama il passo della lettera a Vettori quando alterna le giornate all’osteria dell’albergaccio allo studio

degli antichi in una logica di doppia esperienza che si riflette a livello linguistico, in cui abbiamo un uso

della lingua degli storici latini (Tito Livio) e la continua esperienza delle cose moderne, quel continuo lavorare

di Macchiavelli nella società del suo tempo.

Oltre a questi latinismi abbiamo anche qui l’irruzione del latino in purezza nelle forme di tamen (presenzia

latinismo), cioè tuttavia (benché quest’operetta la giudichi una cosetta rispetto alla sua magnificenza, tamen) il

latino dell’uso cancelleresco si impone nel vivo della prosa di Macchiavelli.

A riga 11 abbiamo dei fenomeni importanti: mia disagi… la forma mia è una forma invariabile di aggettivo

possessivo, forma del fiorentino argenteo che non corrisponde alla forma trecentesca né attuale (tanti miei

disagi e pericoli).

Che questo tipo di lingua risultasse agli occhi di Bembo del tutto incompatibile è evidente nella sua

composizione, e ci è del tutto chiaro che la proposta di Brembo e di Trissino agli occhi di Macchiavelli non

poteva che risultare estranea: perché da una prospettiva linguistica di Macchiavelli il discorso di Bembo e

Trissino è inaccettabile?

1. In quanto uomo dell’esperienza e del contatto vivo con le cose, che usa la lingua a fini pratici è quanto

di più istante dal processo di mediazione che Bembo stabilisce (riferimento al lessico di Boccaccio per

la prosa e Petrarca per la poesia)

2. Non sente uno stacco fra il fiorentino del ‘300 e il fiorentino vivo, argento dello stesso Macchiavelli

perché quella è la fiorentinità. Bembo invece trasforma un ambiente fiorentino vivo, in culturalmente

libresco e assimilabile.

3. Nella prospettiva di Trissino l’incompatibilità con Macchiavelli è esplicita, differentemente dal

contrario

4. Sono esistenti delle prese di posizioni di Macchiavelli contro il DVE che è ripreso da Trissino che

ne usa le tesi per militanza

Nel 1528 Macchiavelli mostra, un anno prima della uscita della traduzione di Trissino del DVE, l’uso che le tesi

dantesche potevano avere nelle mani di intellettuali come Trissino.

Le caratteristiche di aulicità e curialità potevano essere buone per prestarsi alla tesi di lingua italiana

cortigiana. Dante che critica il fiorentino, che parla di un volgare illustre aulico curiale non dato ma da

costruire; può essere prestato ad una certa strumentalizzazione, cioè la futura proposta di Trissino in relazione

alla faticosa conquista di una lingua ideale in cui l’apporto dei diversi e singoli volgari doveva essere presente.

Macchiavelli ritiene che il fiorentino sia l’unico volgare che deve detenere l’egemonia linguistica in ambito

letterario in senso ampio.

Citare il DVE e contrastare le tesi di Dante un anno prima di Trissino significa:

a. che il DVE era conosciuto

b. che le tesi di Trissino ed altri in relazione alla loro legittimità usata grazie alle tesi di dante, erano già

nel dibattito vivo

c. che il volgare fiorentino non è era volgare di tetto comune, promosso per la tradizione italiana;

diversamente dalla posizione assunta da Macchiavelli che sostiene il volgare fiorentino.

3° brano tratto dal discorso intorno alla nostra lingua (pag 98 Raffaella Scarpa)

Qui facciamo un salto: siamo difronte alla combinazione della teoria e della prassi linguistica di Macchiavelli.

Qui Macchiavelli parla della sua lingua attraverso la sua stessa lingua. Macchiavelli, sostenitore del naturale

primato del fiorentino argenteo come naturale erede di quello di dante che non necessita della scissione

bembiana e l’adesione a modelli, è un Macchiavelli che coerentemente scrive nel fiorentino argenteo.

(Manca un pezzo) 23/11/17

Il modo in cui Macchiavelli parla di lingua nel 1524 nel Dialogo intorno alla nostra lingua è fondamentalmente

da porre in termini di metalinguistica.

La distinzione tre approccio interno ed esterno alla lingua, fra storia dell’evoluzione delle strutture della

lingua e la storia dei cambiamenti esterni della lingua che la influenzano, al meglio si rispecchia nel caso del

fiorentino argenteo.

Abbiamo analizzato caratteristiche del fiorentino argenteo, ricapitolate nel Bruni, come strutture della lingua

ed in effetti il fiorentino argenteo differisce da quello del Trecento in base ad una naturale evoluzione che

caratterizza la lingua, nell’ambito della grammatica storica e del cambiamento delle strutture della lingua.

Tuttavia la domanda è: perché il fiorentino de ‘300 è cambiato così fortemente per strutture linguistiche?

La peste

Una delle possibili spiegazione che rendono ragione all’incidenza dei fenomeni è legata all’anno 1348, anno

della peste, che ha importanti conseguenze demografiche: uno spopolamento di Firenze dovuto al numero di

vittime della peste e a coloro che fuggivano dai luoghi insalubri per sopravvivere all’epidemia.

In seguito allo popolamento Firenze viene ripopolata dalla popolazione del contado, comprendente gli abitanti

dei territori della campagna fino a Pisa. Alcuni cambiamenti linguistici sono dovuti all’incidenza della lingua

popolare di territori extra-fiorentini, riscontrabili per esempio nel Pisano coevo.

Sia la storia interna della lingua nell’ evoluzione delle strutture, che cause esterne, concorrono alla

modificazione della lingua stessa. Non sappiamo definire fino a che punto un elemento linguistico sia causato

da una causa interna della lingua o esterna ad essa, certo è che alcuni fenomeni riflettono una situazione

linguistica estranea a Firenze. L’ausilio di documenti riguardanti la peste del 1348 permettono di individuare la

convivenza di fenomeni linguistici extra-fiorentini.

La natura del fiorentino argenteo è inoltre interclassista. Non è una varietà linguistica marcata dal punto di

vista sociale e usata da persone di bassa cultura, ma che invece neutralizza questi aspetti di variazione

diastratica. Non è percepita la frattura fra il fiorentino letterario e colto ed il fiorentino spontaneo poiché

viene meno questa percezione, ecco che dei fenomeni che hanno origine popolare (metatesi) vengono usati

senza che ci si risenta di un uso particolare. Questo coinvolge anche l’argomentazione del Macchiavelli.

Discorso intorno alla nostra lingua

Macchiavelli

Il titolo Discorso intorno alla nostra lingua è anche concepito nel titolo Dialogo intorno alla nostra lingua.

Lo scritto di Macchiavelli dal punto di vista del dibattito linguistico è pressoché ininfluente e la prima edizione

del 1530 è in appendice all’Ercolano di Benedetto Varchi, un importantissimo trattato. Posta in appendice

perché in sintonia con le tesi di Varchi.

I testimoni dell’opera di Macchiavelli si riferiscono all’opera di Macchiavelli come ad un’opera che parla della

nostra lingua.

L’aggettivo possessivo nostra veicola informazioni puntuali sui destinatari cui Macchiavelli si rivolgeva: se

Macchiavelli rivendica con quel nostra la fiorentinità ecco che è evidente il gesto patriottico di Macchiavelli.

Vengono qui sfruttate le potenzialità dell’aggettivo nostra, di inclusione per tutti i fiorentini che si riconoscono

appartenenti alla patria politica e linguistica fiorentina, e di esclusione di tutti coloro che sono estranei a

quella appartenenza, fra i quali i sostenitori delle tesi cortigianiste, italianizzanti e soprattutto Trissino, mai

nominato nel Discorso intorno alla nostra lingua, poiché pieno di protettori, ma si riferisce a Trissino con un

dispositivo allusivo cioè con il plurale “i vicentini”, un plurale indistinto e allusivo perché allude alla città di

origine di Trissino, altro indizio del fatto che il bersaglio polemico non è menzionato.

Nonostante la diffusione limitata del Discorso intorno alla nostra lingua è stato ritenuto importante alludere e

non affrontare direttamente il bersaglio poetico.

Il fatto che sia un dialogo non deve meravigliare poiché il dialogo è il genere testuale maggiormente usato per

questo tipo di discussioni intellettuali. È tramandato anche nella forma di discorso perché non è totalmente

dialogica: il dialogo è solo alla fine dell’opera e comprende due interlocutori, cioè Macchiavelli e Dante. Questo

ci offre un’altra prospettiva per considerare quel nostra: la lingua è inclusiva dei fiorentini post trecenteschi,

esclusiva di tutti gli altri, ma inclusiva anche di Dante.

L’entrata in scena di Dante è preparata dal Macchiavelli che si dà ad un’apologia di difesa della fiorentinità

linguistica e politica: quello che di Dante è incompatibile con Macchiavelli è questo suo aver “rotto i ponti”

con Firenze (l’esilio).

Macchiavelli nel Discorso intorno alla nostra lingua rivendica il mutamento delle condizioni della città, diverse

appunto da quelle di Dante, che in quanto ambiente intellettuale avevano fatto venir meno le condizioni di

possibile esilio.

Di fatto riduce una visione linguistica, cioè quella di Dante, al sintomo di una circostanza personale:

Macchiavelli riconduce la diffidenza e distanza dal fiorentino, al fatto che Dante non sceglie il fiorentino come

volgare ideale per l’esperienza dell’esilio. Venuto meno il problema politico dell’esilio Dante non avrebbe

ritenuto poco prospero il fiorentino stesso.

Macchiavelli a questo punto si scontra con l’uso che Trissino aveva fatto di Dante. Macchiavelli sostiene che

Dante che nel DVE critica il fiorentino e non la sceglie come lingua sulla quale si sarebbe dovuta orientare la

lingua volgare, sceglie poi nella commedia la concreta prassi linguistica della lingua fiorentina. Questa

posizione del Macchiavelli è piuttosto difficile da smontare, ma è da intendere anche che quando Dante è

venuto a dover scegliere un modello linguistico espressivo allora ha scelto il modello del fiorentino vivo, non

rarefatto.

Macchiavelli non è ingenuo da capire la differenza fra il DVE e la Commedia e non è così ingenuo come lettore

del DVE pubblicato da Trissino nel 1529, ma al quale Macchiavelli si riferisce nel 1524.

Altro aspetto che Macchiavelli non pop ignorare è che la commedia in realtà linguisticamente non contraddice

le tesi del DVE. Dante infatti nel DVE si riferisce alla ricerca di un volgare che debba prestarsi al genere

tragico, poetico e lirico, per il genere più eccellente nella sua forma metrica più eccellente, cioè la canzone.

Non contraffece quindi le proprie tesi perché impegna Dante in un altro genere, cioè nella commedia: il fatto

che Dante abbia scelto di affidare ad un genere diverso da bello che nel DVE gli sembrava il più importante è

sintomatico del mutamento nella visione dei generi, non di una contraddizione.

Macchiavelli è un lettore sottile e questo argomento gli serve per smontare il pilastro della costruzione di

Trissino perché nel momento in cui si dice che Dante è artefice di una proposta che andava in senso

prettamente fiorentino, si dice anche che il DVE è stato smontato dallo stesso Dante e di fatto che Trissino si

appoggia al DVE per il sostenimento di tesi di italianità, significa per Macchiavelli affidarsi ad un’opera che lo

stesso Dante ha contrastato.

Tanti che Trissino nel Castellano, come maggior conoscitore del DVE, arriva a dire che Dante scrive la

Commedia (consapevole del fatto che sia realizzazione pratica della proposta linguistica di Dante) in una lingua

curiale, diversa e lontana dalla concezione linguistica del DVE. Ha bisogno di dire che la commedia è realtà di

concretizzazione della lingua curiale che andava nella direzione della concezione di lingua italianizzante e

cortigiana. Trissino fa quindi notare alcuni elementi della commedia, in maniera capillare, che

linguisticamente non sono fiorentini al 100%.

Contro Trissino Macchiavelli va quindi in maniera molto sottile, comprendendo quanto Dante per Trissino sia

così importante.

Dante entra in scena per essere smentito da Macchiavelli, per scusarsi ed ammettere di aver sbagliato: si apre

la vivacità del dialogo: Macchiavelli si rivolge a Dante, mettendolo nella condizione di accorgersi del suo errore

e di poter ritrattare le sue concezioni linguistiche e cioè facendo ammettere di aver scritto la Commedia nel

fiorentino ammettendo che il fiorentino è il volgare al quale Dante si è rivolto nel DVE.

Questo passaggio serve a Macchiavelli rivendicare il primato del fiorentino come un primato naturale

(diversamente dal Boemo). Non serve una tradizione letteraria, o l’uso che del fiorentino hanno fatto scrittori

per nobilitarlo come lingua per la letteratura: il fiorentino è una lingua naturalmente eccellente.

Da un lato segue Dante sul suo terreno affermando il primato del fiorentino, ma affermando anche che la

lingua è naturale, in questo modo la diversificazione fra parlato e scritto viene meno. La saldatura fra

scritto e parlato è relativa al fatto che se il fiorentino è un idioma perfetto, vivo, non può esistere nella sua

scissione di parlato e scritto e quindi il primato del fiorentino è al di là della bravura degli scrittori; risiede

nella lingua stessa.

Questo tipo di dibattiti linguistici hanno nel dialogo il genere preferito e molto spesso gli autori di un’opera

divengono interlocutori di altri dialoghi.

È il caso di Macchiavelli nel dialogo di Carlo Lenzoni, un altro fiorentino.

Se la proposta di Bembo si impone velocemente anche perché nel momento in cui escono le Prose, Firenze è

ina situazione di crisi ed instabilità politica ed impreparata a reagire. Dovremo aspettare almeno la meta del

‘500 perché nei fiorentini maturi un confronto anche polemico della proposta di Bembo. La proposta di

Trissino era contrastata perché dava poca importanza al toscano, diversamente dal Bembo e appena uscita la

proposta di Bembo non trova un contingente atto a reagire.

L’opera di Carlo Lenzoni è di difesa del fiorentino vivo contro il classicismo volgare. Questa è un’opera scritta

dopo che le prose sono diventate argomento di dibattito e la cosa curiosa, che è difesa del fiorentino contro

Bembo, Macchiavelli figura come uno degli interlocutori, insieme al letterato veneziano Maffeo, veneziano

come Bembo che del bembismo era diventato seguace.

Macchiavelli fa ragionare Maffio applicando la teoria di Bembo al contrario: cioè se avessimo un napoletano o

romano che parla e scrive il veneziano dopo averlo appreso dai libri.

Le forme che usa Lenzoni sono molto tecniche:

1. Parla di uso, come uso vivo attingente ad una qualcosa di fisico

2. E di naturalità, la proprietà naturale si riferisce alla connessione ad un uso vivo della lingua in

relazione al fatto che la proposta di Bembo è fondata sull’acquisizione con lo studio, diversamente

dalla naturalità di Macchiavelli.

Aldilà di riferimenti ai letterari di area veneta, il punto è che una lingua appresa dai libri, sarebbe distante da

quella dei parlanti natii e pretenziosa di impartire lezioni linguistiche attraverso esempi di letterati della lingua

stessa. Lenzoni di fatto capovolge il presupposto della dottrina bembiana ai danni dei veneziani ed è

interessante che lo scherno che caratterizza le righe susciti il riso, prima di una contro argomentazione

intellettuale, parimenti quella dei fiorentini difronte al Bembo.

La presenza del termine religiosamente, rivela l’apostolato bembiano che guarda alla teoria di Bembo come si

guarderebbe ad una religione e quel religiosamente allude a quell’atteggiamento di sudditanza di Bembo che

abdica al senso critico. Secondo Bembo il fiorentino è migliore se imparato sui libri, che acquisito per natura.

Incontriamo quindi un qualcosa di inedito verso la fine: uno che avendo studiato una lingua dai libri e nona

avesse avuto l’umiltà di impararlo nel vivo ed avesse la pretesa di farsi maestro di lingua stessa attraverso

illustri rappresentanti.

Quello che ci mostra la presa di posizioni contro Bembo è relativa al concetto di visita a Firenze: chi avesse

voluto insegnare il fiorentino ad un fiorentino avrebbe per lo meno aver dovuto impararlo nel vivo. Per

Macchiavelli il problema non è contemplato e municipalmente a livello intellettuale non si preoccupa di ciò che

è al di fuori di Firenze, Firenze lo assorbe quando parla del fiorentino, per Bembo l’apprendimento è scritto e

non parlato, quindi la dimensione viva viene meno, è estranea a Trissino perché il toscano di cui parla Trissino

è letterario e quindi scritto: la dimensione di Lenzoni è una dimensione che si fa viva quanto più Firenze si fa

viva della volontà di centralizzarsi e non rimanere municipalizzata., quando l’ambizione dell’egemonia

fiorentina matura allora matura anche questo problema: se è vero che la lingua fiorentina ha un primato come

fanno i non fiorentini accettare questo primato scrivendo in questo idioma? Matura quindi questa idea del

contatto vivo con la lingua di Firenze,

Detto che nel 1529 il DVE è pubblicato nella traduzione, nella forma latina entra in circolazione nel 1577 grazie

al personaggio di Jacopo Corbinelli che nel 1577 pubblica il testo latino del DVE con il chiaro intento militante:

l’opera esce a Parigi e Corbinelli la dedica al re di Francia Enrico II perché era uno degli esiliati di Firenze per

ragioni politiche e la sintonia che Corbinelli ha con il Dante esule è evidente. Quando rimette in circolazione il

DVE lo fa da esule ma senza grande esito, essendosi la discussione linguistica ormai consumata.

Le prose della Volgar lingua (passo nel dossier)

È un passo nel quale Bembo analizza i problemi linguistici come problemi di stile, poiché analizza i problemi

linguistici letterari. Le Prose sono un trattato in forma dialogica: i due primi libri sono una teoria del

volgare, applicati nel III libro e che contengono un elenco di forme del volgare promosse e rifiutate.

Il passo del II libro è di Carlo Bembo, fratello che si rivolge a Giuliano De Medici parlando del “vostro Dante”

ma non del “vostro Petrarca”, parlando di Dante suggerendo un legame inscindibile tra Dante e la fiorentinità,

stabilendo che Dante è un fatto dei fiorentini ed è proprio in questo legame che si consuma l’esclusione come

fatto marginale rispetto alle posizioni del Bembo, nella scelta di autori della lingua volgare, cioè Petrarca e

Boccaccio. Quel vostro è importante perché Dante per Bembo è un autore impossibile da grammaticalizzare ,

diversamente da Petrarca, modello per la poesia.

Bembo formula il proprio giudizio: testo

Gli aggettivi che qualificano queste voci è “vili, dure e dispettose”. Bembo qualifica le voci come plebee, basse,

dure e dispettose e se vili ha a che fare con la varietà diastratica delle voci, dure e dispettose alludono invece ad

un altro aspetto che da un criterio a Bembo di guardare alle caratteristiche fonetiche della lingua,. 24/11/17

P. Bembo, Prose della Volgar lingua, II 5

Con quali argomenti Bembo si relaziona alla lingua poetica di Dante?

Vedremo come, anelli di congiunzione, consentiranno a Dante di rientrare in gioco in modo non municipale,

rilanciando il proprio modello come modello valido per la comunità linguistica italiana.

Testo:

Acconce, adeguate, decorose

colori, nel suo significato retorico

sporre, nel senso di esporre, spiegare

“vostro dante”, confinato come una realtà fiorentina e municipale

“quando vuole fare comperazione”, in una similitudine

Il passo dantesco è un passo molto espressivo e Bembo lo prende come esempio per definire quelle voci o

parole vili e dure e dispettose.

Non cerano ragioni di necessità per le quali Dante avrebbe dovuto ricorre a queste voci vili, dure e dispettose.

È in gioco un problema sociale: quando la realtà chiamata in causa non può essere espressa in parole acconce,

il poeta dovrebbe tralasciare quella realtà.

Questo è un problema retorico che nella teoria dei generi si rifà al concetto di conveniis, cioè di adattamento

dello stile alla materia trattata. Il modello linguistico di Bembo è per la poesia Petrarca e nel postulare il

rapporto fra la materia reale e quella espressiva Bembo estromette dal predicabile tutto ciò escluso dal

vocabolario di Petrarca, e se la tavolozza espressiva del poeta è lessicalmente quella di Petrarca ecco che

Bembo inaugura un classicismo, in un’infinita variazioni combinatoria a partire da tessere lessicali

petrarchesche. Non tanto Bembo quando poeti che si richiamavano alla lezione di Bembo, hanno ridotto Le

Prose ad un prontuario di bello scrivere, coerentemente prodotto in una poesia lirica che consiste in una

variazione continua della poesia petrarchesca a partire dal medesimo vocabolario.

Se quel voci e quel vili si riferiscono al merito delle voci dantesche, dall’altro c’è il presupposto teorico che in

filigrana è rivendicato: quando il poeta si apre a queste voci vili, dure e dispettose, lo fa perché non dispone di

voci altre, cioè acconce.

Gianfranco Contini con una formula equivocata contrappone il plurilinguismo di Dante al monolinguismo di

Petrarca, che avrebbe consentito una pluralità espressiva più ampia del Petrarca. Bembo è uno dei più accaniti

sostenitori di Petrarca e che ha contribuito a fare leggere il Canzoniere di Petrarca attraverso la chiave del

monolinguismo. Petrarca ha evitato quella realtà alla quale Dante si riferisce.

Vaga è aggettivo petrarchesco per eccellenza, vicino ad acconcio (bello), è bello in quanto non troppo definito o

limitato

Rozze è sinonimo di vili, al pari di disonorate.

Grido è criptocitazione di Dante che mentre parla di Cimabue e Giotto, per assegnare la staffetta

dell’eccellenza poetica, nei pittori: la fama è intesa nel grido.

Biscazza deriva da bisca e Dante usa frequentemente questi verbi denominali

stregghia è striglia ma l’esito stregghia è un esito popolare toscano (al pari di mugghia per muggisca)

Signorso è un’aggettivo possessivo con enclisi, sta per “suo signore”

la scardova, grosso pesce

A differenza di sopra qui Bembo condanna quelle scelte linguistiche di Dante troppo concrete, condanna la

viltà come esito basso di lingua.

Bembo è infastidito dal fatto che i suoni sono particolarmente duri e aspri, duri e dispettosi, insistiti perché

allitteranti (idem biscazza); ma ciò che irrita di scardova è la concretezza nomenclatoria di Dante: petrarca

avrebbe usato più vagamente pesce, che tiene in gene reale il significato in un’armoniosità di suono.

Nel secondo momento Bembo propone delle alternative perché nel primo caso afferma che Dante avrebbe fatto

meglio a tacere perché quest’ultimo non avrebbe dovuto esprimersi di quella realtà così bassa; mentre nel 2°

caso Dante avrebbe potuto usare sinonimi più efficaci. Biscazza avrebbe dovuto essere sostituita da

disperdere. Biscazza non è voce usata, non ha precedenti nella tradizione (in una concezione diversa da “uso

vivo”) e non è una voce usata dagli scrittori del ‘300.

La scelta dantesca così vivida infastidisce Bembo: dove noi vediamo i tratti qualificanti dell’universo Dantesco,

Bembo vede una scelta stilistica troppo realistica.

La cosa interessante è che Bembo concepisce la lingua del Canzoniere come lento processo di lavorazione sul

materiale poetico in relazione al fatto che Bembo, nell’Aldina del 1501 ha preso contatto con gli autografi del

Petrarca, con la sua effettiva lavorazione e che mostra una parte del lavoro poetico che Petrarca ha condotto, in

relazione all’astrazione di una lingua che sia dolce e che acconcia, che nella sua veste fonetica sia piacevole.

L’Hercolano

Benedetto Varchi

(pagg.125-140 Scarpa)

Il passaggio successivo ci permette di fare i conti con un problema che ci documenta un mmento in cui la

proposta di Bembo aveva potuto essere assimilata e la reazione non è quella di respingere la proposta di, ma di

mediare tra questa e la prospettiva fiorentinista di Macchiavelli.

Benedetto Varchi è un fiorentino, vissuto dal 1503 al 1565, la cui opera esce nel 1570 postuma.

L’occasione che spinge il Varchi alla stesura dell’Hercolano è molto concreta: un poeta molto noto per essere

grande traduttore dell’Eneide di Virgilio, Annibal Caro, nel 1533 aveva scritto una canzone dedicata al Re di

Francia intitolata Venite all’ombra dei gran gigli d’oro, che aveva succitato delle aspre critiche di una delle

figure più complesse del’500, un critico militante, cioè Lodovico Castelvetro che criticando le scelte

linguistiche di Annibal Caro le definì “che troppo concedevano al fiorentino moderno”. L’attacco di Castelvetro è

molto frontale e rigoroso e Annibal Caro si rivolge al Varchi, che aveva maturato nel 1553 una riflessione

approfondita in materia di lingua, perché lo aiutasse a rispondere al Castelvetro.

Si farà quindi promotore di un’Apologia (data alle stampe nel 1558) ma pochi mesi dopo, il Castelvetro rende

ragione delle critiche che aveva mosso nei confronti della canzone di Annibal Caro.

A questo punto il Caro richiede un intervento più energico al Varchi: gli chiede di fornire una giustificazione

teorica più solida che potesse giustificare la canzone di Caro e di fornire un armamentario concettuale tale da

poter discutere in un orizzonte teorico più ampio di difesa delle scelte linguistiche.

Varchi accetta quindi la richiesta e di fatto comincia ad occuparsi della stesura di un trattato, informa di

dialogo, delle riflessioni maturate in materia di lingua non solo astrattamente, ma anche attraverso lo studio

delle schedature usate nei testi antichi ecc. producendo un lavoro sistematico.

Castelvetro, modenese di origine, rispetto alle scelte del Caro, si rifiuta di accettare le scelte linguistiche

fiorentine nel metro della canzone, che metricamente è impegnativa (argomenti amorosi, politici). Il fatto che

Annibal Caro avesse aperto al fiorentino vivo la metrica della canzone costituiva per Castelvetro, grandissimo

grammatico e linguista ante litteram e di approccio scientifico alla lingua (non estetico come Bembo),un

pretesto per scontrarsi con Caro. Hercolano

È chiaro che il pretesto dà vita ad un trattato compatto ed organico della tradizione e l’argomento base

dell’opera va dal legame della difesa del Caro ad un respitto più ampio ed ambizioso, divenendo trattato sulla

lingua, ma il criterio di base rimane quello della fiorentinità. Il criterio del primato della fiorentinità regge

tutta opera e la veste dell’Hercolano è scientifica: procede dal generale al particolare (diverso da dante:

linguistica biblica > rassegna volgari), muovendo da problemi di carattere generale delle lingue, producendo

delle classificazioni e confronti fra lingue antiche e moderne, facendo emergere il primato del fiorentino, che

soddisfa alcuni requisiti, attraverso un criterio scientifico di classificazione di caratteristiche delle lingua:

a. originalità: nel senso di appartenenza ad un origine: il fiorentino non è una lingua importata

b. articolata: sia scritta che orale. Questa congiunzione fra scrittura ed ora lira fa capire l’opera di

mediazione fra Bembo e Macchiavelli.

c. nobile: grazie all’eccellenza della tradizione delle 3 corone.

d. bontà

e. armoniosa

f. Dolce, foneticamnete

Ci sono sì delle categorie estetiche ma altre che sono estranee alla concezione delle prose.

Il ruolo chiave è certamente assegnato alla vitalità: è l’uso attuale che rende interessanti gli aspetti precedenti

della tradizione, se si fosse estinto non sarebbe una lingua così interessante, una lingua che è usata, e

rigogliosa. La vitalità del fiorentino conduce Varchi in una dimensione dell’uso sociale del linguaggio: la

lingua usata per uno scopo comunicativo, che a Bembo stava a cuore solo nella dimensione micro-sociale dei

letterati.

La lingua è una realtà ricca di dimensioni e non è rilegabile ad una o più realtà espressive letterarie, il codice

letterario fornenisce un modello di riferimento in termini di stile.

Varchi è interno alla linea di continuità ma si percepisce, rispetto al Macchiavelli, all’interno di una linea di

evoluzione linguistica: mentre Macchiavelli riteneva compatibili le espressioni del fiorentino auro e quelle

dell’argenteo, diversamente Varchi, che si pone prospettivamente, il cambiamento è inizio e base della

vitalità della lingua.

La lingua, propor perché è usata garantisce l’arricchimento del lessico e se non fosse viva ed usata sarebbe

chiusa (nella visione del Bembo), è viva perché si sviluppa aprendosi a universi differenti. La vitalità e l’uso

della lingua, è la ragione per cui ha senso studiarne la tradizione. L’operazione di Varchi è orientata alla

combinazione delle esigenze della comunicazione linguistica, con l’esigenza della classicità: l’idea che la

lingua sia un organismo in divenire e che al contempo, in quanto vivo, tiene conto delle proprie origini

tenendo insieme la prospettiva classicista di Bembo e quella di Macchiavelli di apprezzamento della lingua

viva.

L’assimilazione delle teorie di Bembo serve per legittimare lo studio della lingua fiorentina nella tradizione,

senza svalutarne il divenire e la vivacità; nei modelli di stile, cioè le Tre corone, lingua classica quindi, ma

sociale e fruibile.

Si recupera quinsi la dimensione dello studio: per comprendere la lingua delle Tre corone occorre studiare la

lingua del ‘300 ma il possesso della lingua fiorentina argentea, non ne preclude lo studio, come invece

sostenuto da Bembo.

Man mano che l’esposizione dell’Hercolano matura, Varchi si allontana dalla visione di Bembo che è comunque

considerata fondamentale, poiché strutturalmente forte ed umanista, giocando il ruolo di Dante, che consente

a Varchi di non appiattirsi sulla proposta di Bembo, ma di aprirsi alla concezione di una poesia molto più

ampia, ma soprattutto diminuire l’importanza della pratica imitativa, (la commedia è una coabitazione di

registri, di stili e realtà) garantendo grande nutrimento espressivo alla poesia. Inoltre prendendo coscienza

della importanza della dimensione parlata: l’Hercolano pone al centro della riflessone, nella II parte, la

dimensione del parlato che permette a Varchi di distinguere 2 caratteristiche che descrivono lo scritto e il

parlato

Scritto

1. Stile

2. Norma

Parlato

1. Dimensione sociale

2. Accrescimento del lessico

In questo Varchi coglie un aspetto che la linguistica contemporanea ha messo al centro: quando parliamo di

norma grammaticale implicitamente ci riferiamo ad una norma dello scritto, alla quale il parlato viene meno,

che consente realizzazioni che la scrittura esclude. E’ un fatto di varietà diamesica, cioè di mezzo (lingua che

cambia in relazione al mezzo al quale è vincolata) La scrittura ha un alto tasso di codificazione grammaticale,

mentre il parlato non è prescritto grammaticalmente

a. l’apertura alla dimensione del parlato come dimensione che consente l’accrescimento del lessico,

permette alla lingua di essere sociale, cioè collante che garantisce la stessa funzione sociale della

lingua. Basti pensare che la linguistica moderna ci porta a riflettere sul fatto che la scrittura ha una

funzione transazionale, cioè il cui scopo è di veicolare e scambiare informazioni; diversamente dal

parlato che ha funzione interazione, consolidante di relazioni sociali prima che transazionale. 29/11/17

La dimensione del parlato nell’Hercolano del Varchi

La fiorentinità che ispira l’Hercolano assume quella dimensione totale, che Manzoni avrebbe definito nel

concetto stesso di lingua “che o è un tutto o non è”. Varchi è dentro questa linea di pensiero e la fiorentinità

non può che includere la dimensione scritta, ma anche quella parlata. La dimensione del parlato, che

differentemente dalla scrittura è difficilmente normabile e prescritta a livello grammaticale, individua come

criterio determinante la necessità di conoscere la lingua fiorentina non solo attraverso la cultura libresca, ma

anche attraverso un soggiorno a Firenze, cioè attraverso un argomento maturo in quegli anni: per accedere

alla fiorentinità nel suo complesso occorre soggiornare a Firenze, accedendo ad una cultura viva della lingua.

Altro problema che la dimensione del parlato poneva era la molteplicità di registri espressivi, che ci porta

alla dimensione diastratica della lingua: Varchi identificava il parlato che si sarebbe dovuto assimilare, nel

fiorentino parlato dalle classi alte, un fiorentino colto.

Uno dei problemi che evidentemente poneva l’Hercolano, intrinseco alla dimensione stessa del fiorentino

argenteo, era la concezione del rapporto mediato fra quell’attenzione allo studio e alla conoscenza delle

strutture della lingua e la legittimità dell’ereditarietà del fiorentino del ‘500. La fiorentinità per Varchi è

insieme una dimensione spontanea e culturale in quanto conquista. Si parte dall’essere fiorentini ma si arriva

a conoscere le piene potenzialità del fiorentino attraverso lo studio, coniugato al soggiorno per gli stranieri, per

il contatto vivo.

Come distinguere le voci di registro popolare e quelle dotte?

Il parlato apriva l’ingresso a forme che difficilmente possono essere definite dotte o colte ma nella dimensione

del parlato, la sensibilità sociolinguistica di Varchi è massima, atta a cogliere la differenziazione fra forme di

fiorentino popolare e forme di fiorentino dotto.

L’italiano è una lingua che conosce una grande varietà di registri espressivi: se prendiamo la voce del verbo

morire possiamo definirla scelta priva di demarcazione ma più in alto andiamo nell’asse paradigmatico più

incontriamo forme come perire, spirare, trapassare o esalare l’ultimo respiro (variazione eufemistica,

allontanandoci dalla realtà concreta); e più in basso andiamo possiamo incontrare crepare, tirare le cuoia

(sempre eufemistico): quanto più ci spostiamo dalla neutralità tanto più le scelte sono marcate, legate a

situazioni comunicative.

Il registro non solo ci mette in sintonia con una situazione comunicativa, ma nella dimensione scrittaè

responsabile della perdita della carica semantica delle varianti di registro, alle quali è difficile accedere

attraverso la lingua letteraria che non ci restituisce tutti i contesti i cui le espressioni linguistiche possono

essere utilizzate e la dimensione del parlato apre quindi:

1. alla necessità del contatto con l’uso vivo

2. di una specifica comunità di parlanti, colti

per riguadagnare la centralità di Firenze Varchi si rifà all’assegnazione di due varietà diamesiche differenti per

scritto e parlato, l’una che permette la dimensione normativa e stilistica della lingua, l’altra di ampiezza

lessicale per lo più.

Tutto ciò apre ad un'altra caratteristica fondamentale: se guardiamo al modello scritto sparisce in Varchi il

riferimento specifico ad una cerchia ristretta di autori, in favore dell’idea secondo la quale non sono gli autori

ad aver reso elevata la lingua del ‘3oo, ma che sia la lingua del ‘300 ad essersi espressa al meglio negli autori

delle Tre corone. Sebbene la personalità di Dante ed il suo plurilinguismo era importante, il Varchi considera

che per condizioni era la lingua del ’300 ad essere uno stadio eccellente, espresso al massimo in quegli autori

ma in un terreno comunque più ampio.

Il Varchi pone il presupposto della compilazione del primo grande vocabolario monolingue europeo, il

Vocabolario della Crusca. Vocabolario degli accademici della Crusca

Viene pubblicato a Venezia nel 1612 come primo grande dizionario monolingue europeo. Il vocabolario per

definizione una elenco di lessemi con relativi significati, categorizzazioni grammaticali degli stessi che vengono

predisposti in ordine alfabetico e con relativa etimologia, di esempi del linguaggio del quotidiano e di

fraseologia. Possono inoltre comprendere arcaismi semantici (cambiamenti di significato) e arcaismi lessicali

(forme in disuso).

Se consideriamo la parola come una sequenza inalterabile di suoni e lettere, che in quanto elementi elementari

sono combinabili in maniera illimitata per economicità della lingua per produrre nuove parole, diversamente

dalle polirematiche cioè somme di parole dalle quali ricaviamo il significato (es. ferro da stiro) consideriamo

anche che il vocabolario degli accademici della Crusca è importante perché i compilatori si pongono

primariamente il problema di definizione dello statuto di parola.

Nel Vocabolario degli accademici della Crusca abbiamo un insieme di lemmi e dei loro significati, privi di

categorizzazione grammaticale e di etimologia, ma con riferimenti a derivazioni greche e latine, ma l’idea che

guida l’edizione del 1612 è il proseguimento dell’assunto di Varchi di studiare il fiorentino del ‘300 aprendolo

linguisticamente a tutte le testimonianze scritte riferite a quel secolo, non solo alle Tre corone: ci si apre quindi

ad una molteplicità di generi che sono comprensivi di quell’inventario del sapere recuperabile come

testimonianza. L’allargamento del canone degli autori e dei generi in questa dimensione circoscritta del

Trecento, come fase aurea della lingua, si dimostra orizzontalmente aperta ad un recupero di testi che ha

portato gli accademici a sfogliare manoscritti privati, definiti “a penna”.

La stesura del vocabolario degli accademici della Crusca è un’impresa di carattere privato, priva di supporto

politico-istituzionale, in una fase pionieristica della lessicologia, motivo stesso della pubblicazione a Venezia e

non a Firenze. La concorrenza del mercato librario veneziano permetteva maggiore vantaggio economico.

Uno dei problemi che pone il vocabolario degli accademici della Crusca è la necessità di mettere in chiaro i

criteri di composizione: l’introduzione posta in apertura all’edizione del 1612 come prefazione, spiega i criteri

che hanno guidato all’allestimento del vocabolario ed è ripresa nell’edizione del 1623:

▪ viene citata la figura di Bembo e citato poi Leonardo Salviati per l’interesse nei confronti del fiorentino

moderno

▪ comprende il concetto di autorità di scrittori: gli autori modello sono tutti gli autori che avevano

scritto nel fiorentino del Trecento il fiorentino aureo, chiaramente le Tre corone sono i “leoni” della

produzione

▪ viene citato il concetto di lingua che nasce acquistando una fase di splendore corrompendosi poi dopo

il ‘300 e che per essere risanata deve essere recuperata nella fase del suo aureo splendore attraverso lo

studio

▪ i compilatori ritengono che il fiorentino aureo sia la lingua più regolata, quindi la migliore, nella

accezione di lingua regolata che è codificata, stabile e poco aperta alle oscillazioni, normata anche

perché conosciuta attraverso la scrittura, meno esposta alla variabilità.

Il primo problema che questa prospettiva pone è relativo alla ampiezza degli autori presi in considerazione.

Autore molto caro agli Accademici della Crusca è Ludovico Ariosto, che nell’Orlando Furioso toscanizza la

lingua avvicinandola al modello Bembiano ed il grande escluso è invece Torquato Tasso che contrariamente ad

Ariosto, nonostante sia ferrarese e quindi vicino alle influenze del Bembo, scrive in una lingua aperta ai

latinismi, agli apporti più vari, che agli accademici non confacevano nella ricerca di una purezza del fiorentino

aureo.

Nel concreto dell’impresa lessicografica le voci del vocabolario degli accademici della Crusca sono riversate

elettronicamente relativamente a tutte le edizioni (le principali sono quella del 1612, 1623 e 1691) e sono così

costituite Analisi scheda A

▪ Refaiuolo:

1. non ci sono informazioni di tipo grammaticale,

2. non è trasparente il significato di refaiuolo, in relazione ad un continuo riferimento delle voci

contenute nel vocabolario.

3. È una voce tipicamente fiorentina per il dittongamento spontaneo.

4. Viene indicata la fonte sulla quale viene condotto lo spoglio linguistico, dalla quale è stata ricavata

la parola. Il libro dei Sagramenti la cui abbreviazione è sciolta nella tavola dei citati, come

elemento di scientificità, ma la cui fonte in questo caso è un manoscritto privato e non verificabile.

L’aver fatto uno spoglio molto esteso rende difficilmente verificabile il criterio di costruzione del

vocabolario. L’estensione dello spoglio comprende anche testi e manoscritti anonimi in quanto

realtà testuali ammesse, pratici o di mercatura per esempio

5. Tra […] è espresso, non sistematicamente, il lessema corrispondente moderno, saldando la lingua

antica alla lingua d’uso (merciaio è fiorentino per -aio). Non sempre siamo in presenza di un

arcaismo lessicale, sostituito nella lingua d’uso.

6. La definizione di refaiuolo è una definizione con un solo significato ma se consideriamo

▪ Refe

1. Abbiamo dei segni ¶ che distingue le zone di comparsa fraseologica, che sono sistematicamente

prive di fonti.

2. Abbiamo un Lat.filum che è espressione non dell’etimologia, perché è un’altra parola, ma che

esprime una dimensione bilingue di tipo semantico, atta ad accostare alla forma fiorentina un

corrispettivo non volgare ma latino, per orientare nella concezione del significato: questo ci

permette di comprendere che i destinatori del vocabolario degli accademici della Crusca sono

uomini dotti, che conoscevano il latino (idem per linum tenue)

3. Abbiamo i riferimenti allo spoglio linguistico (Vit. S. Gio. Bat; Vegez; Bocc.)

Mentre quello di Bembo è un interesse per lo stile, questo è un interesse che comprende aspetti di lingua, da

non travisare, che una scelta di un certo autore non sia stilistica ma lessicale.

Analisi scheda B

Un’operazione di questo tipo si prestava ad azioni molto forti: siamo di fronte ad un modello fiorentino che è

non privo di reazioni: Paolo Beni, settentrionale docente a Padova, nel 1612 scrive l’opera dal titolo L’anti

Crusca che vede nella prosa di Boccaccio una realtà linguistica non al passo delle esigenze letterarie, una prosa

che sintatticamente è latineggiante e che necessitava di modernizzazione.

Beni riscrive quindi una novella del Decameron in fiorentino moderno, un po’ come quella tradotta in italiano

moderno da Aldo Busi; che salvava quindi il Decameron, adattandolo alla lingua moderna.

È la novella I, 9 che come tutte le novelle è introdotta dalla rubrica, breve riassunto delle coordinate di

lettura, che nell’edizione di Beni sono diverse in forma modernizzata. Innanzitutto quella mutazione che ha

prodotto Bembo fa sì che l’esito dell’italiano sia vicino alla fase trecentesca. Capiamo meglio il Boccaccio del

Trecento che Boccaccio nel ‘500.

Analisi del testo:

▪ l’uso del toponimo moderno Cipro per il trecentino Cipri

▪ l’uso dell’espressione latina et iniquo

▪ l’uso di una sintassi latina con posticipazione del nesso verbale trafitto

▪ permanenza della h grafica (bilinguismo e bialfabetismo)

▪ nella riedizione di Beni il discorso diretto non è introdotto da segni diacritici (in Bembo : ) 30/11/17

Alessandro Manzoni

Siamo nel 1823 anno coincidente con l’autodiagnosi di Alessandro Manzoni, che affidava alla stampa la

introduzione di Fermo e Lucia, che si racchiude nella formula “Scrivo male”. L’affermazione è

contestualizzabile nel fatto che Manzoni era un Milanese, nutrito di cultura francese, e parla da scrittore che si

sta cimentando in una prova non di poco conto: parliamo di un romanzo nel senso moderno del termine, e

quindi di una prosa che ha per protagonisti due personaggi di estrazione popolare, il che pone un gran numero

di problemi che hanno a che fare con un criterio importantissimo, cioè quello della verosimiglianza.

Come si applica alla lingua il problema della verosimiglianza?

Il problema è relativo alla scrittura: mai Manzoni si sarebbe sognato di scrivere “parlo male” e la questione è il

travasare la lingua parlata nella scrittura e quel male si riferirebbe agli errori di orografia, nel mondo

moderno, il che ci porta ad una nozione superficiale di scrittura, come traduzione in simboli grafici di qualcosa

che avviene a livello fonetico, ma questo è un significato parziale e ridotto di scrittura.

I problemi di scrittura e di ortografia, tanto osannati dai giornali, riguardano la parte superficiale della lingua

ma le proprietà della scrittura sono molto più profonde e non possono essere ricondotte ai soli aspetti grafici.

Cosa distingue la scrittura dall’oralità?

La scrittura richiede una pianificazione, differentemente dall’oralità che per quanto un discorso orale possa

essere stato pensato prima, il progetto del discorso coincide con la sua esecuzione, alla presenza

dell’ascoltatore. Differentemente dall’oralità la scrittura permette la registrazione di informazioni che non sono

soggette alla temporalità, quindi la scrittura non è volatile rispetto all’oralità. Se nell’oralità c’è feedback,

questo nella scrittura manca e attraverso la reazione dell’interlocutore ottengo un segnale tangibile, che

permette una retroazione, della efficacia o inefficacia del messaggio trasmesso.

Un testo scritto in particolare ha molto tempo per essere pianificato e programmato e quindi la dimensione

che differenzia la scrittura dall’oralità è la dimensione testuale, non che la parola testo si debba riferire solo al

testo scritto, ma che si riferisce ad un qualsiasi messaggio che viene prodotto da un IO intenzionalmente,

veicolandolo ad un Tu, ottenendo un effetto: un testo è un qualcosa scritto per qualcun altro soddisfando

l’esigenza comunicativa. Uno dei padri della linguistica Benveniste afferma “il Tu è l’interruttore che accende la

comunicazione”, l’Io può trasmettere un messaggio ma se il Tu non reagisce allora il messaggio non si dà.

La vera dimensione che conta è quindi quella della testualità che riguarda la chiarificazione, la lunghezza dei

periodi un testo scritto è più lunga di quelli orali, e portano avanti un’informazione in maniera

grammaticalmente corretta, più logica; l’oralità invece non permette di rivedere “cancellando” gli elementi,

tutto accade davanti al Tu che ascolta.

La stessa parola testo ha alla base il participio latino che deriva da testum, tessere: il testo è un intreccio, un

tessuto che compone un qualcosa che “ha una tenuta” che “sta assieme” e capiamo che alla base della nozione

di testo la scrittura è quella che ne soddisfa la sua piena accezione. Testo è una nozione linguistica molto

ecumenica e mette insieme la presenza di un messaggio, di qualsiasi tipologia esso sia.

Nonostante ci siano delle differenze c’è un rapporto intimo nella misura in cui, tutti scriviamo ciò che parliamo

e che l’esperienza più comune di scrittura è di scrivere ciò che si parla.

In Manzoni c’è il problema costante della lingua che deve essere utilizzata da coloro che si pretendono italiani

e che hanno intenzioni importanti di scrittura e Manzoni quando scrive il Fermo e Lucia (1823) di fatto, nella

pratica, traduce un’idea di lingua che aveva maturato e l’introduzione esplicita l’idea di lingua come un

consultivo: dopo tanto sforzo Manzoni si ritiene insoddisfatto della lingua di Fermo e Lucia, un impasto fra un

milanese (di Manzoni e dell’ambiente di Fermo e Lucia) di elementi toscani, ma anche di francesismi e

latinismi, una realtà linguistica composita e disomogenea. Se Manzoni aveva chiaro che questo era uno

“scrivere male”, non aveva chiaro cosa significasse allora “scrivere bene”. Un romanzo che pretendeva di essere

letto in tutta Italia non poteva esprimersi nella lingua della Milano del ‘600 e questo milanese che doveva

allontanarsi dalla matrice lombarda, era per Manzoni un problema di verosimiglianza.

Manzoni cerca un compromesso perché ha chiarissimo il fatto che l’unica lingua che avrebbe avuto una

dimensione non disomogenea e composita, come dimensione naturale delle lingue, un holos, era il dialetto,

ma per la frammentazione linguistica dell’Italia sarebbe stato inutile affidarsi al proprio dialetto pretendendo

di collocare il romanzo nella tradizione italiana. Già il toscano gli si prospettava come varietà linguistica che

per la promozione linguistica, gli consentiva di rendere meno milanese il suo romanzo.

Per rendere meno disomogeneo il romanzo era necessario liberarsi innanzitutto dei latinismi e dei francesismi,

ma che cosa fosse la dimensione più integralmente italiana che andava cercando era un problema: a Manzoni

era chiaro il doversi avvicinare al toscano, attraverso lo studio libresco; a noi resta un’edizione del

Vocabolario della Crusca Veronese, compilata dall’abate Antonio Cesari, che era stata ampliata ma che

aveva una forte impronta fiorentina del ‘300, esteso a tutti i generi ed ambiti, di ampliamento dello spoglio.

Manzoni lavora a quest’edizione del vocabolario e dopo il Fermo e Lucia, cioè dopo il periodo che possiamo

datare post edizione del Cesari, Macchiavelli studia ciò che gli serviva per un romanzo di ambientazione

popolare il cui ricorso alla fraseologia e proverbi aveva un ruolo fondamentale.

Manzoni procede quindi attraverso un criterio comune di un apprendente di lingua seconda fermandosi sulle

coincidenze fra milanese e fiorentino, come per esempio la locuzione “a naso”, che corrisponde al milanese

“a lume di naso”: la forma che avrebbe scelto sarebbe stata una forma che non sarebbe stata marchiata dal

colore municipale milanese, ambendo ad una prosa omogenea che non portasse troppo prepotentemente il

marchio del luogo e queste coincidenze permettevano di ricorrere a forme non particolarmente marcate e

condivise.

Nel compiere quest’operazione Manzoni è consapevole dei limiti intrinsechi ad un’operazione che è ancora del

tutto libresca: per l’edizione dei Promessi Sposi del 1827, Manzoni deve confrontarsi con il vocabolario di

Cesari e mentre fa quest’operazione si accorge che, se il fiorentino che ha guadagnato nell’edizione del ’27 è un

fiorentino libresco e le forme che ha approfonditamente studiato non sono garantite nella loro vitalità perché

ciò che lo lascia sempre in dubbio è questo “indigesto composto”, il fiorentino appreso per formazione e studio

libresco era troppo distante dall’uso vivo .

La centralità della nozione di uso è ricavata dallo studio della linguistica francese, imponendola come nozione

intrinseca e centrale alla lingua stessa.

Questo tipo di esperienze narrative di Manzoni andrebbero lette a doppio filo con lo sviluppo di un pensiero

teorico linguistico. Quando matura questa riflessione gli appare chiaro che l’aver scelto una varietà di lingua, il

fiorentino, era la scelta giusta ma si rende conto che l’unico modo per dare coerente traduzione all’idea

narrativa che aveva maturato, era apprendere il fiorentino vivo sul campo: l’apprendere il fiorentino vivo era

un problema delicato; significava per Manzoni adattare una lingua parlata che avrebbe appreso, alle esigenze

della lingua scritta. Manzoni quindi deve garantirsi l’apprendimento di una lingua parlata colta, che avesse

una patina di presentabilità che la rendesse adatta a essere espressa nella scrittura.

Nell’impostare così il problema continua:

a. a scegliere un’unica varietà linguistica, quella fiorentina (simile al Bembo)

b. a scegliere un modello presente, vivo e parlato (totalmente differente da Bembo, fiorentino aureo)

questo contatto cioè la “risciacquatura dei panni in Arno”, lo porterà all’uscita del 1840-1842, dei Promessi

Sposi con un’assidua frequentazione con un fiorentino parlato dalle classi colte, lontano dalle forme vivide e

popolari, ma al contempo sufficientemente distante dalla patina letteraria, un fiorentino agile usato nella

conversazione. Le reazioni

Quest’opzione pratica suscita molte reazioni, ma l’esperienza narrativa di Manzoni, ha un rapporto molto

stretto con la riflessione di Manzoni, giustificata teoricamente.

Nel 1868, l’Unità d’Italia, pone sotto una luce diversa il problema della lingua, non più confinato alla

letteratura, diviene un problema sociale ad assume una dimensione che fino a prima era molto più marginale e

Manzoni in questo processo è coinvolto.

Relazione sulla lingua italiana e i mezzi per diffonderla

Viene istituita una commissione che imposti il problema della unità linguistica italiana affidando la

presidenza a Manzoni, in forza del successo che i Promessi Sposi avevano riscosso, condizionando la politica

linguistica della prima unità d’Italia e scrive nel 1869 una relazione sulla lingua italiana e i mezzi per

diffonderla.

Quando Emilio Broglio gli affida la presidenza ha chiaro che la scelta del Manzoni è una scelta felice perché la

soluzione dei Promessi Sposi era un soluzione applicabile facilitata dalla semplicità teorica, fortemente

centralista e Manzoni matura questa soluzione centralista sia politica che linguistica, da un centro che si

irradia e che deve molto a quel lato francese della sua cultura: Manzoni infatti era venuto a contatto con la

familiarità dell’assetto politico istituzionale della Francia (“Il dialetto è una lingua….”) e Manzoni mutuava da

questa familiarità il presupposto di un modello centrale che si potesse estendere, identificato nel toscano.

La soluzione teorica era chiarissima, ma diversa era la realizzazione: Manzoni era responsabile della sezione

milanese, opposta alla fiorentina. La reazione della commissione fiorentina nei confronti della proposta di

Manzoni (uso fiorentino vivo) fu contraria perché riteneva che la soluzione di Manzoni tagliasse troppo fuori il

fiorentino letterario, giocando il prestigio della letteratura che non doveva compromettersi troppo con una

lingua sia pure colta ma pur sempre maneggevole.

Manzoni ricompone in una sintesi dei criteri vivi in una relazione finale ma quando si trova a dover riflettere

sui mezzi di diffusione ci arriva con la strumentazione di letterato:

punto su cui riflette è l’identificazione della scuola come agenzia educativa e linguistica ideale, la scuola è

elemento centrale e nevralgico. Manzoni ritiene che sia sufficiente inviare maestri toscani in tutte le scuole

d’Italia perché conosce il fiorentino colto, unificando la penisola. Il limite evidente era il numero limitato di

maestri toscani, ma a questo punto si passa ad una formazione di una classe di insegnanti che costituiva un

problema da affrontare insieme agli studenti.

L’educazione quindi avviene anche attraverso libri pensati per le scuole, catechismi, abecedari, come

strumenti di insegnamento nella scuola primaria ma ciò non risolve il problema di educazione degli insegnanti

e qui Manzoni torna all’idea iniziale dell’importanza dello studio del vocabolario, riportandoci alle postille della

Crusca del Cesari che affiancavano i corrispondenti milanesi del Manzoni e segnalavano le coincidenze con il

fiorentino del ‘300 ed il vocabolario è il pilastro su cui si regge il mezzo principale di diffusione della lingua

italiana. Gli interessa un vocabolario monolingue che in seconda fase metta a confronto soluzioni fiorentine ai

localismi.

Questo vocabolario monolingue verrà alla luce nel Giorgini-Broglio come Novo vocabolario della lingua

italiana. L’idea di Manzoni di costruire un vocabolario monolingue del fiorentino vivo, al quale si sarebbero

affiancati altri vocabolari locali, esce con questo titolo programmatico perché novo rivendica la novità

dell’impostazione, e perché nel fiorentino corrente la forma monottongata era la forma parlata diversa da

quella scritta dell’800 nuovo. Rivendendo la forma monottongata si rivendicava la vivacità del vocabolario, una

fiorentinità che oppone il fiorentino a tutti gli altri dialetti d’Italia sul quale non convergevano: questo apre un

punto delicato: se capita che su alcuni punti non solo il singolo dialetto diverge dal fiorentino, risolto dal

prestigio fiorentino, ma accada che il fiorentino discosti da tutti gli altri dialetti che linguisticamente fra

loro andrebbero d’accordo, diversi solo dal fiorentino.

Una delle reazioni più forti arriva dal raffinato accademico e cattedratico di Gorizia, docente di glottologia, cioè

Garzia Dio Isaia Ascoli che, differentemente da Manzoni è un accademico cioè studia le verità e le lingue

dialettali in una visione d’insieme. Le reazioni al progetto di Manzoni convergono sulla sua irrealizzabilità

nonostante gli allievi di Manzoni tradussero nella pratica l’idea di Manzoni, scrivendo i libri da usare in classe,

il cui più famoso è il Rubacuori di De Amicis.

La reazione di Ascoli è diversa perché di maggior spessore, era fondatore dell’Archivio glottologico italiano,

prima rivista di glottologia il cui primo numero è del 1873, a 4 anni dalla pubblicazione della relazione di

Manzoni, si apre con un manifesto, intitolato “Proemio all’archivio glottologico italiano “, che è di fatto un

confronto accanito ed una discussione importante (Scarpa, 209-2010), nel quale si confronta con i presupposti

teorici di Manzoni e con le sue realizzazioni pratiche. Essendo un accademico Ascoli ritiene opportuno mirare

alle fonti dell’impalcatura teorica, discutendo i presupposti settecenteschi adottati da Manzoni che gli appaiono

molto tarati: dobbiamo pensare che i testi della linguistica del ‘700 di Manuzio erano testi di filosofia del

linguaggio, ed il tempo era ormai maturato e non riconosceva degli antenati della scienza della linguistica, che

ha culla nell’800 tedesco.

Ascoli a buon gioco, considera i riferimenti culturali di Manzoni come nutriti di una bibliografia disomogenea

ed essendo studioso, vuole metterne in luce i fondamenti, discutendo i presupposti settecenteschi di Manzoni.

La parte che di Ascoli è la più interessante è che il proemio si apre al problema di ordine sociale ed i punti su

cui davvero le riflessioni di Ascoli ribadiscono i limiti della proposta Manzoniana hanno come orizzonte il

problema sociale della lingua. È uno scritto che coglie dei nodi della travagliata vicenda culturale italiana

ancora da scogliere, capace di coniugare l’acutezza dell’analisi storica al realismo dei fatti: una delle prime

critiche è la mossa dell’inadeguatezza della realtà politica dell’Italia, eccentrica rispetto al centralismo

francese, policentrica, all’interno della quale era impossibile scegliere una sola varietà: davvero c’è un

problema linguistico nella lingua? No. Uno dei limiti forti della proposta di Manzoni, nella sua traduzione

erano le esigenze della società progredente, non relative alla ricerca di una lingua adeguata alla letteratura,

ma la nascita di saperi diversi che comprendono più espressioni linguistiche che rendeva evidente

l’inadeguatezza della proposta fiorentina di Manzoni, ed il fatto è di densità della cultura: allora la proposta di

Manzoni è certamente pratica ma che esclude un intero spettro di elementi che avrebbero contribuito allo

sviluppo culturale in toto precludendo e disorientando una comunità dei dotti, costretti ad imparare il

fiorentino vivo, cioè preoccuparsi di lingua e non di pensiero. 1/12/17

Ascoli non è riducibile, per proposta, ad una forma facile: il concetto di densità della cultura e il

policentrismo italiano (simile alla Germani), sono presupposti simili a quelli dei Trissino, che permettono di

guardare con simpatia alle diverse espressioni locali della lingua ed il fatto che ci siano molti volgari e che,

ciascuno a suo modo esprimono le proprie caratteristiche non è un fattore negativo, ma sono mutati i tempi:

Ascoli è consapevole che i tempi dell’unificazione richiedono una soluzione linguistica unificante, che risolva il

problema della identità regionali perché come queste entità si esprimessero nella loro casistica non era

maturo.

Fa quindi un passo ulteriore: ritiene che ci sarà un processo di naturale confronto che riguarderà

prevalentemente i saperi tecnico-scientifici, e che quelle località che avrebbero rappresentata una più forte

densità culturale si sarebbero imposte, nell’ottica della ricerca di una soluzione culturale ad un problema

linguistico; differentemente da Manzoni che pensa che la lingua sia strumento privilegiato di soluzione dei

problemi culturali della unità Italiana. Ascoli, che non è un intellettuale in senso ampio, ma è uno scienziato

accademico, affronta il problema linguistico non analizzandolo con la lente dello scienziato ma reimpostandolo

e sostenendo che il problema deve essere risolto ponendolo in senso culturale.

La prospettiva di una competizione fra culture avrebbe alla lunga fatto sì che le energie intellettuali si

concentrassero perché attratte, in quel centro che a mano a mano si sarebbe imposto.

Se a imporsi fossero due o può centri culturali, la competizione farebbe sì che uno si imponesse come centro

scientifico, altri come centro umanistico e coesistendo. La comunità dei dotti avrebbe poi convenuto, per

ragioni di progresso delle scienze, nell’adattarsi in una varietà condivisa. Il problema linguistico di Ascoli è

quindi prioritario nella sua soluzione l’orientamento della discussione della comunità dei dotti che avrebbe

fornito alla nazione un “collante culturale” per farla progredire. La prosa di Ascoli sebbene più complessa di

quella di Manzoni, comprende un passo del proemio che esemplifica l’impostare culturalmente un problema

linguistico: anello/ditale

Ascoli che è un grande esperto di dialettologia ha una visione d’insieme e lo studio dei geo-sinonimi,

variazioni locali e realizzazioni verbali di un medesimo oggetto. Ascoli osserva che se tutti i dialetti italiani

dovessero orientarsi nell’ottica fiorentina avrebbero dovuto convergere in anello, nonostante tutti

condividessero la forma ditale. Questo ci riporta al modello di competizione, che nella impostazione di

Manzoni è considerata inaccettabile, tutte le varietà convergono su un punto e solo uno si distacca, nei

confronti del quale, il fiorentino, tutte dovrebbero convergere.

Con un argomento affine a questo, che ha un affondo polemico e arguto, mostrando un’attenzione da

illuminista, si occupa di una realtà del suo tempo, guardando alle parole che la esprimono:

ammazzatoio/mattatoio/a(b)batoir

se consideriamo la realtà dei mattatoi, dovrei convertirla in ammazzatoio, in fiorentino colto; ed ancora una

volta la maggior parte dei dialetti, seppure con variazioni fonetiche si riconosce nella forma mattatoio.

Ascoli fa presente che se consultiamo un’enciclopedia culturale, quando si doveva parlare di quella realtà il

compilatore utilizzava una terza formula, la parola francese abbatoir. Qui non è in gioco solo un problema

linguistico, è in gioco la “cosa” cui la parola si riferisce e se prendiamo come oggetto di studio un strumento

che analizza la struttura culturale colgo l’utilizzo del francesismo. Perché?

Perché i macelli italiani non erano all’altezza della qualità delle norme igienico sanitarie degli abatoir francesi. I

compilatori dell’enciclopedia avevano fornito la diagnosi del prestito linguistico, era la denuncia più eclatante

perché mancava la cosa: ammazzatoi e mattatoi nulla avevano a che vedere con gli abatoir. Il primo problema

era fare la nazione, prima che fare la lingua, era dotarsi di istituzioni all’altezza della posta in gioco, richieste

da un paese unito e al passo con il progresso delle altre culture. La lingua si sarebbe imposta attraverso i

processi fisiologici di sviluppo culturale

In una abdicazione, di cessione di sovranità linguistica, della scelta di non utilizzare una parola italiana non

deve essere letto un gesto di pigrizia, ma sintomo che quelle parole italiane non erano adeguate. Il lento

progredire si rifletteva in un processo di importazione linguistica.

È certo che non mancano traduzioni di testi in volgari un volgare di super lingua o viceversa: lo stesso Linardo

Salvati traduce la novella II della 9° giornata di Boccaccio, in 12 volgari italiani, per mostrare come tutti gli

altri dialetti avrebbero corrotto la bellezza della lingua di Boccaccio, come argomento per il recupero della

lingua del ‘300, ed è un problema legato a divertissemont letterari; l’altro problema è pratico e organizzativo,

legato alla mancanza di maestri toscani il problema di avere bisogno di traduttori avrebbe rallentato l

progresso, oltretutto il traduttore deve avere familiarità con lingua prima e lingua seconda, nonché delle cose

che designano.

Questi aspetti culturali che per Ascoli sono la via privilegiata attraverso la quale affrontare un problema

linguistico: “mutazione dell’apparato intellettuale di una nazione da cui sarebbe conseguito un rivolgimento pur

nell’ordine della parola” Quest’implicazione fra problema culturale e soluzione linguistica è interessante nel

modo in cui Ascoli la esprime: a mutazione corrisponde rivolgimento e all’apparato intellettuale corrisponde la

parola, un cambiamento della cultura avrebbe consentito un mutamento della lingua, stabilendo attraverso i

fenomeni l’implicazione.

Anche se Manzoni e Ascoli arrivano, partendo da premesse culturali diverse (francese l’uno, glottodidattico

l0altro attento al progresso della linguistica storica nutrito di cultura tedesca), a punti diversi , ci accorgiamo

che la questione della lingua si sposta su un terreno politico, il processo di unificazione mostra con tutta

evidenza come il terreno di gioco sia quello politico, nella stessa relazione di Manzoni dice esplicitamente l

questione linguistica non era una questione letteraria ma che coinvolgeva la nazione e rispetto alle sue

premesse di letterato che lo portano dal Fermo e Lucia, alla Quarantana dei Promessi Sposi, le riflessioni vanno

progressivamente assumendo valore politico alto w la lingua è elemento fondamentale per promuovere il

progresso politico di unificazione

Il De la Lingua Italiana o il Sentir messa, sono scritti inediti di Manzoni che presenta il problema della lingua

come sviluppato e non solo enunciato e nello sviluppare quella prospettiva Manzoni fa i conti con il DVE di

Dante: Dante nel DVE preconizzava il volgare illustre come aulico curiale ecc. come utopia da raggiungere ma

che sarebbe risultato da una creazione artificiale di una lingua, regolata e stabile con il latino, che avesse un

supporto politico in grado di promuoverla, ma che fosse una realtà nella quale una comunità di dotti si

riconoscesse, non imposta dall’alto. Manzoni quindi risolve il problema della scomoda presenza delle tesi del

DVE osservando che quello che Dante e ciò di cui parla nel De vulgrai eloquio sive idiomate, era lo stile, la

letteratura, confinato nel problema letterario, non linguistico in toto.

È una lettura parziale e tendenziosa perché le premesse di Dante cominciano proprio dai problemi del

linguaggio, sostenendo che la letteratura offra l’angolo più importante e migliore per occuparsi del linguaggio,

nel suo massimo potenziale; per Manzoni il DVE si occupa di visioni non urgenti, non di un codice espressivo

letterario, e non del problema linguistico popolare. Il DVE va relativamente discusso che non è un’opera che

taglia i ponti con la lingua identificando nella letteratura la via privilegiata per approcciarsi alla lingua.

Implicitamente Manzoni ritiene che il nesso lingua-nazione il DVE sia estraneo a questa dimensione

pienamente politica anche se Dante quando espone i requisiti del volgare si rifà al concetto di curialità e

aulicità, constatando l’idea che l’imperatore mancava, che la sede imperiale non c’era. La soluzione di Manzoni,

che avendo trovato una via linguistica, con cui affrontare un problema culturale in senso ampio, è stata presto

abbracciata in ambito letterario dopo l’unità d’Italia. Le proposte di Manzoni e Ascoli, parlano di problemi che

si ponevano direttamente a chi doveva scrivere.

Nel ‘500 le discussioni in materia di lingua cominciano a diventare importanti anche per chi si occupava di

scienza e filosofia, perché riguardavano il problema di standardizzazione della lingua del sapere, Bembo e

Trissino non toccano direttamente i linguaggi del sapere ma assistiamo al panorama della realtà colta italiana

come spugna di influsso diretto delle questioni.

L’emersione del fattore politico è un sottofondo, nella questione della lingua, agendo come tale, quando si pone

in Italia il problema linguistico: la dimensione politica e la dimensione della lingua sono aspetti interrelati.

Antonio Gramsci

Uno dei più importanti pensatori italiani Antonio Gramsci, nella sua opera, scritta quasi interamente durante

la carcerazione fascista 1929-1934, Quaderni del carcere, comprende una serie di appunti, note e recensioni,

rimasti inediti fino al ’48 quando Einaudi li ha pubblicati con la premessa di Palmiro Togliatti.

Sono un’opera monumentale sistematica nel quale il tema del linguaggio si addensa negli ultimi quaderni e in

particolare nel quaderno 29, nel quale Gramsci affida una importante riflessione (Scarpa): Gramsci che parte

propri da Manzoni, ritiene che la questione della lingua abbia delle implicazioni politiche molto forti e che

quando si parla di lingua unificante in gioco non ci siano aspetti solo nominalistici (lingua, comune, cortegiana

ecc.) ma che si in gioco una partita che riguarda rapporti di forza e di egemonia culturale, di una politica

culturale nazionale nel caso di Manzoni, ma che in Gramsci non riguarda solo il quadro Ottocentesco ma che

riguarda anche il caso passato e non a caso, uno dei suoi riferimenti più costante è il DVE di Dante. A proposito

del problema che è racchiuso nel nesso lingua-politica, il DVE mette in luce secondo Gramsci che prima la

dimensione linguistica acquista una grane importanza politica, anche quando ci sembri una questione di dotti,

è comunque in gioco un monopolio di posizioni di dotti e non è indifferente che tutto ciò sia discusso da dotti,

ma che ne è della dimensione popolare?

Tutte queste dinamiche, fin tanto che non si pone il problema della nazione, escludono la dimensione popolare

e uno dei problemi che Gramsci ci consente di porre è: in che italiano si esprimevano quelli che dotti non

erano? Come la questione della lingua tocca qualcosa al di fuori della letteratura? Che ne è delle testimonianze

scritte delle persone non dotte?

L’italiano Nascosto di Enrico Testa va indagando le scritture marginali, occasionali, pratiche di quelle che

erano le classi subalterne, di chi dotto non era, che aveva potuto apprendere un elementare possesso della

scrittura. Un italiano unitario è quindi esistito prima dell’unità Italiana. Le figure con cui il libro di Testa viene

in contatto, sono quelle dei semicolti, persone che non hanno avuto un’istruzione completa ma sufficiente per

scrivere, e attraversando questa tradizione Testa riconosce una lingua scritta che non varia così drasticamente

e che doveva avere una sia pur diversa manifestazione parlata.

Noi siamo portati a pensare ad un rapporto positivo fra lingua e dialetto, che ci sia su un polo l’italiano e

sull’altro il dialetto: con italiano dovremo intendere la varietà dell’italiano standard, di riferimento. Oggi

questo monopolio di standard non è detenuto dall’italiano letterario, ma ci è testimoniato dalla scrittura colta

in senso alto e ampio, ma quando scriviamo ci adeguiamo all’italiano standard. Nel parlato certamente

manifestiamo la componente dell’italiano standard ma fino al punto in cui questo non è più modello

omogeneo, a stretto rigore un italiano standard parlato non esiste: il modo in cui realizziamo i suoni che

produciamo non corrispondono per tutti i parlanti ed il toscano, in astratto, fornirebbe la pronuncia standard

dell’italiano. Una volta l’italiano standard parlato si imparava attraverso i mezzi di comunicazione come radio,

Tv tant’è che gli speaker dovevano seguire corsi di dizione.

Zucchero- zebra

Di certo parliamo italiano ma non ci poniamo il problema fonetico, la pluralità della varietà linguistica noi

neutralizziamo la standardizzazione, nella tonetica, nei fonemi ecc. perché la scrittura ha un più alto tasso di

normatività. Il modo in cui l’oralità agisce condizionando la scrittura fa sì che alla scrittura apporti quegli

elementi che nel parlato si neutralizzano: tutto ciò non riguarda la tonetica, ma riguarda fonetica, morfologia,

sintassi e lessico.

Il punto è che tra dialetto e italiano non c’è un’opposizione di polo, ma realizzazione intermedie, delle realtà di

compromesso, che ritroviamo anche nella scrittura. L’italiano che è realizzato nella scrittura molto spesso è

qualcosa che sta in mezzo fra questi due poli.

1. Italiano

2. Italiano regionale

3. Dialetto italianizzante

4. Dialetto

Il passaggio dall’oralità alla scrittura, coinvolge tutte le fasi intermedie comprese nel passaggio italiano-

dialetto.

Se prendiamo come esempio la frase in bellunese di Pellegrini che per dare l’idea di questa articolazione e di

questi gradini intermedi comprende quattro realizzazioni di una frase dialettale locale, identificandone

realizzazioni intermedie comprese fra dialetto e italiano

1. Frase in dialetto locale No sai kande ke podaron zi ta cesa de nos santol.

2. Italiano Non so quando potremo andare a casa del nostro padrino

Le differenze ricadono sotto categorie linguistiche diverse:

• lessicali: geosinonimi santol-padrino, zi è forse parente dell’antico italiano zie (ire lat.)

• fonetici: coerentemente al comportamento dei dialetti settentrionali abbiamo apocope di vocale finale -

o in santol; cesa in dialetto bellunese il suono diventa palatale per il passaggio da -a ad -e da c velare di

casa come conseguenza

• sintattici: kande ke non realizza quando che

• morfologici: sai/so

solo osservando queste realtà osserviamo varietà che non sono né italiani né dialettali:

santolo è più vicino al dialetto per la presenza della vocale, ma non ricade nei due poli opposti, ma che cade

nella realizzazione intermedia, cioè quella del dialetto italianizzante o italiano regionale, come forma estranea

all’italiano (padrino)ma che discosta dal dialetto che prevede la caduta della vocale finale.

In queste situazioni intermedie di italiano regionale corrisponde la realtà parlata in Italia, che non è solo

neutralizzante dei problemi di pronuncia ma nel quale sopravvivano delle varianti del dialetto della variante

dalla quale il parlante proviene, in una realtà linguistica più omogeneamente diffusa. 06/12/17

I due livelli intermedi di interferenza fra dialetto italiano sono il dialetto italianizzante e l’italiano regionale.

Nella distinzione polare fra italiano e dialetto abbiamo visto come esistano interferenze ed osmosi fra italiano e

dialetti e questi incroci possono essere classificati come dialetto italianizzante che procede verso un italiano

regionale e all’italiano, sia nella scrittura che nell’oralità.

Nella concreta realizzazione l’italiano reginale corrisponde alla piena concretizzazione della varietà

comunicativa. L’italiano parlato consiste i una variazione regionale di uno standard. Se guardiamo dal punto

di vista tonetico le diverse realizzazioni si rendono tali, in presenza di uno standard toscano tonetico, che

nell’oralità è neutralizzato. Sono anche neutralizzati altri tratti, come il raddoppiamento fonosintattico, escluso

dai parlanti settentrionali. Non si è vigili da produrre realizzazioni fonetiche dell’italiano standard. Soprattutto

negli aspetti intonativi e fonosintattici la varietà parlata in Italia è di fatto un italiano regionale e non un

italiano standard realizzato e la varietà comunicativa parlata corrisponde a tante parlate regionali ma il

parlante medio sa di parlare italiano standard poiché neutralizzando tali aspetti non siamo vigili nel

riconoscere tale verità.

Tra le caratteristiche dell’italiano regionale non vi sono solo caratteristiche fonetiche o tonetiche, realizzazioni

intenza delle intervocaliche, raddoppiamento... ma anche il fatto che italiano regionale attinge il lessico dalla

base dialettale. Le realizzazioni in italiano regionale sono attrazioni del dialetto verso dell’italiano nel quale

permangono elementi dialettali (raddoppiamento o meno ccasa, casa) lessicali, come santolo, adattato in veste

italiana: la parola regionale è santolo e l’italiano regionale utilizza la parola dialettale in veste italiana, da un

punto di vista fonetico e tonetico; proiettano il dialetto nell’italiano, nella forma ma non nella sostanza.

L’italiano regionale concepisce un insieme italiano con elementi regionali, al contrario il dialetto italianizzante

è la dimensione dialettale che sia lontana da quella dimensione particolare appienandosi di elementi italiani. Le

caratteristiche del dialetto italianizzante sono per esempio la struttura quando+che che proviene dal dialetto,

dal punto di vista sintattico abbiamo la presenza del dialetto; diversamente nell’italiano regionale la struttura

sintattica è italiana.

Si parla di proiezioni reciproche di italiano nel dialetto e viceversa.

Nel italiano regionale sono di tipo: fonetico, tonetico, lessicale

Nel dialetto italianizzante: sintattico, fonetico, lessicale, morfologico

Il fatto che l’italiano regionale prende materiale lessicale dal dialetto, presentandole in una veste morfologica

italiana ma dal punto di vista orale il salto è molto più ampio, a livello intonativo. il discorso è importante non

solo perché mostra il fenomeno della sparizione dei dialetti e del loro mondo dei saperi, in visione di eclissi ma

anche perché questi fenomeni sono molto più sfumati rispetto alle visioni nette: la zona più vitale del dialetto

sta in questa forma di interferenza con l’italiano perché se è vero che l’italiano regionale è la zona che più

rispecchia l’incontro e l’interferenza con il dialetto. A rendere vitale il tessuto comunicativo italiano sono i

dialetti e nel caso dell’italiano regionale si rispecchiano nella fonetica, nella tonicità e nel lessico, diversamente

dal lessicale, tonetico, morfologico e sintattico del dialetto italianizzante, che lo rendono proiettato verso

l’italiano. Lo schema graduale che evidenzia queste realizzazioni esemplifica il fatto che questo quadro è

complesso e uno standard di italiano parlato propriamente detto non si realizza nella quotidianità, anche la

frase italiana che è italiana nell’ultimo gradino di realizzazione in realtà non corrisponderà allo standard

toscano.

Se guardiamo allo sviluppo dell’italiano come sovralocale siamo nell’ottica di una lingua che nasce della scritta

e che è appannaggio della scrittura, una lingua in cui prevalentemente si scrive ed arriviamo nel ‘900 ad vere

una lingua pienamente diffusa nel parlato ma che comincia a mostrare delle incertezze sul piano della

scrittura: un lingua che nasce scritta per la comunicazione letteraria, che sia afferma lentamente con eccezioni

sfumature in lingua parlata, ma che proprio quando si afferma nel italiano crea complicanze nell’italiano

scritto e assistiamo a degli allarmi sui problemi connessi all’uso scritto dell’italiano.

La lingua a cui pensava Ascoli era una lingua in cui gli apporti locali esistevano nei fatti, ma le istituzioni

dell’unità d’Italia consentono di allontanarsi dalla varietà locale che caratterizza i parlanti.

Il novecento

Italo Calvino

Il testo è apparso nel Il Giorno, nel 1965 e lo scritto origina nel panorama di una polemica che riguarda una

realtà linguistica di un italiano nazionale che secondo Pier Paolo Pasolini, l’italiano nazionale si apriva alle

esigenze della modernità che aveva il proprio centro nella borghesia, nell’area geografica del boom economico

ed adatto alle esigenze dei linguaggi della borghesia economica che non era però stata in grado di esercitar una

varietà di italiano medio, mediocre e incolore tanto quanto la classe che lo esprimeva, cioè la borghesia. Per

Pasolini, lettore autodidatta di linguistica e molto attento a Gramsci, esiste nella tradizione linguistica

letteraria un italiano particolarmente alto che si allontana dall’uso e quello che conta è l‘italiano iperletterario

della gande tradizione, quello di Ghadda, e quel in basso, vicino al mondo spontaneo e autentico delle sue

origini e l’italiano iperletterario sa impreziosirsi dalle verità basse, unendo il registro alto e basso e ciò che

rende espressiva una lingua è che questa lingua si allontani da quella zona grigia, media e incolore che

caratterizzava quel registro comune di italiano ce si stava affermando, quindi quello borghese e che quindi

distaccandosi consentisse allo sviluppo di un pensiero originale e non omologato. L’italiano che conta non è

quello medio, ma è quello dell’italiano che è stato iperletterario e iper popolare in sintesi.

Con tutt’altro tipo di impostazione Calvino si esprime nel concetto di antilingua: comincia immaginando una

situazione di passaggio da oralità a scrittura.

Analisi testo, L’antilingua, Italo Calvino

“nel modo più preciso” esattezza

“senza una parola di troppo” economicità

Calvino coglie delle caratteristiche dell’oralità e della scrittura che la maggior parte dei linguisti riconosce.

Il cambiamento dal primo al secondo testo è evidente: capita di sentire che il II testo sia più formale, ma

che è una aberrazione che mostra il terrore del significato e che fa un’operazione sul testo di partenza. Il

mondo che separa il I dal II testo è quello che separa la cultura di colui che denuncia da quella del

brigadiere che lo trascrive, ma soprattutto il ondo dell’oralità della scrittura.

Se prendiamo il primo testo ci imbattiamo subito nel stamattina, che rivela che il testo è popolare:

stamattina fa riferimento ad una situazione comunicativa del io-qui-ora, cioè al mondo dell’oralità,

contestuale. Tutte le coordinate di questo genere anno riferimento ad una realtà spaziale temporale e

personale che hanno senso solo nell’oralità.

Parte delle manovre che compie il brigadiere sono manovre che a diversi livelli di profondità reinterpretano

la dimensione contestuale della oralità convertendola nella scrittura. 7/12/17

La lettura di Contini nel 1964, periodo d’inizio del boom economico, serve a Pasolini per ricostruire la tesi che

la nostra tradizione letteraria si distingue da quella che è la lingua comune.

Egli attribuisce grande importanza ai termini espressione e comunicazione. Questi due sono elementi in

antitesi: la comunicazione sta dalla parte della funzionalità del linguaggio che serve ma che si consuma nella

sua funzione, mentre l’espressione ha a che fare con l’uso più creativo del linguaggio.

Quando Pasolini pensa a questi due aspetti è sollecitato dalla filosofia marxista filtrata da Gramsci e al

contempo guarda ai fenomeni di lingua facendo direttamente riferimento alla nuova scienza che andava

sviluppandosi. Pasolini commette nell’analisi nelle nuove impostazioni linguistiche degli errori, infatti a volte

toccando questioni molto tecniche spesso le fraintende e le banalizza.

Per quanto riguarda la questione dell’espressione, Pasolini si rifà a uno dei testi fondatori della linguistica

generale, scritto dal primo allievo di Saussure, Charles Bally, che raccoglie gli appunti del suo maestro e

risulta lo studente più interessato al legame che intercorre tra lingua e società. Nel 1962 Bally pubblica un

libro Linguistica generale e linguistica Francese edito postumo in Italia nel ’63, da questo Pasolini ricava

l’esistenza più concreta di lingue contrapposte e tramite questo scritto la sua posizione di “linguista” si fa più

radicale.

Nello specifico Bally paragonava la comunicazione alla standardizzazione delle fabbriche e alla razionalità

vigente. Si razionalizza il lavoro industriale e così facendo si traeva dallo stesso il massimo rendimento con il

minimo sforzo. La standardizzazione comportava la riduzione al minimo delle differenze tra i fabbricati che

avevano uno stesso scopo comune, di questo esempio il linguista si serve per spiegare il paragone con gli effetti

comunicativi propri del linguaggio. Egli percepisce quindi una stretta connessione tra l’industria e il

linguaggio tecnologico, nato come prodotto della borghesia industriale del nord Italia. Per Pasolini invece

si tratta di stabilire un nesso causale tra l’industria e la creazione e l’uso di un nuovo linguaggio. Il nuovo

“italiano tecnologico” ora non si elabora più nei centri di Roma e Firenze ma nei centri industriali del nord

Italia, da questo momento in poi alla guida della lingua non ci sarà più la letteratura bensì la tecnica. Pasolini

ricava dal testo di Bally l’opposizione netta che vi è tra espressione e comunicazione che per Bally aveva un

significato molto più generale e non così arguto come lo intende Pasolini. In particolare per Bally la

standardizzazione dal punto di vista industriale è la produzione di un prodotto, adatto ad uno scopo, fatto

in serie, il cui obiettivo è rendere al minimo le differenze tra una serie di prodotti pensati per lo stesso

scopo. Quando Bally tratta i processi comunicativi della lingua arriva a dire che anche un uso strettamente

comunicativo funzionale della lingua preveda una riduzione del ventaglio delle possibilità espressive, in cui si

privilegia la comunicazione sull’ espressione.

Prendiamo ad esempio le parole sommità e cima, sono parole dal significato simile, non sono sinonimi perfetti

in quanto presentano una sfumatura di registro diversa: sommità è una voce più alta (aulica), mentre cima fa

parte delle voci medie. Bally sostiene che un uso solo funzionale della lingua renderebbe antieconomica la

doppia soluzione e quindi è portato ad usare la parola meno marcata, quella centrale, e usarla in tutti gli scopi.

Essendo cima la parola standard va bene in qualunque circostanza, questo uso potenziale della lingua limita

però le potenzialità espressive del linguaggio. Una cosa è la comunicazione che ha come unico fine la

funzionalità e corrisponde a principi di standardizzazione, altra questione invece sono le sfumature delle

parole che sono legate alla sensibilità individuale e che vengono appiattite da un uso comunicativo della lingua,

proprio perché è un uso omologante. Pasolini porta all’ estremo anche questa impostazione e ne ricava una

contrapposizione netta tra espressione e comunicazione, ricavato direttamente da un assunto di Bally “si può

ammettere in un modo generale che i bisogni della comunicazione sono opposti a quelli della comunicazione”.

Per Pasolini invece la comunicazione limita la possibilità espressiva del linguaggio individuale e quindi sono

omologanti, non siamo noi a parlare una lingua ma è la lingua a parlarci.

La prospettiva di Calvino è molto più articolata e va contro le forzature di Pasolini. Nel 1964 Pasolini poteva

registrare la nascita di un linguaggio tecnologico, ma questa secondo Calvino è una forzatura, al massimo egli

poteva registrare il decadimento di un italiano comunicativo o strumentale. Un conto sono gli usi forzati di

Pasolini della bibliografia linguistica, un testo molto fragile in cui le tesi sono forzate ma allo stesso tempo

risulta provocatorio e diede appunto il via ad un dibattito acceso.

La riflessione sulla lingua, nella moltitudine delle voci, subisce una diffrazione e in molti casi si sviluppa anche

al di là dell’obiettivo polemico da cui aveva preso le mosse, Pasolini per l’appunto. L’ obiezione più diretta e

mirata alle sue tesi fu dunque quella di Calvino che presentò un articolo, in risposta allo scritto di Pasolini del

1964 Nuove questioni linguistiche, che venne pubblicato sul Giorno nel febbraio del 1965, in cui espone il

concetto di “antilingua”, ovvero quel linguaggio burocratico di cui propone una celebre riscrittura. Secondo

Calvino è questo il sottocodice che sarà in grado di omologare la lingua italiana, caratterizzato da vocaboli che

di per sé stessi non hanno significato o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Calvino auspica, come

soluzione produttiva in risposta a questa nuova tendenza, l’evoluzione dell’italiano in lingua strumentale e

moderna, capace quindi di nominare in modo diretto, preciso e concreto servendosi di espressioni esatte ma

semplici, eventualmente facendo ricorso alla terminologia tecnica ma senza consentirle di annullare il

significato: evoluzione che dovrebbe coinvolgere in toto italiano scritto, letterario e parlato.

II analisi del testo L’antilingua, Italo Calvino

Calvino attribuisce una funzione al linguaggio tecnologico differente a quella di Pasolini che aveva compreso

solo gli aspetti negativi che lo avevano portato al pensiero ultimo “dove vi è comunicazione non può esserci

espressione”. Calvino invita a concentrarsi su questo tipo di nuova varietà linguistica, l’antilingua. La realtà

linguistica che la parola antilingua descrive per Calvino corrisponde ad un mondo di espressione burocratico e

scuro, è un modo prodotto da funzionari statali, da industriali e giornalisti. Quello che interessa a lui è quello

che Pasolini chiama linguaggio tecnologico che è qualcosa di diverso e che in realtà non ha proprio a che fare

con la tecnologia. Calvino diagnostica una patologia linguistica e gli dà un nome, il nome che inventa è una sua

creazione egli ritiene necessario porre attenzione sulla nozione di terrore semantico.

La lingua oscura prodotta in seno agli apparati burocratici non è una parola nuova; la parola burocratese

tutt’ora attuale, nasce successivamente allo scritto di Calvino 1979 per indicare il linguaggio oscuro prodotto

per indicare l’oscurità del linguaggio delle amministrazioni, nel 1968 l’ antilingua è definita burolingua. Tale

realtà linguistica però esisteva anche prima di Calvino, abbiamo un corrispettivo di questa parola anche

nell’800 officialese (1885). Burocratese e burolingua presuppongono una base francese, officialese invece è

parola autoctona. Prima della metà dell’800, troviamo un testo Manuale per migliorare lo stile di cancelleria

(1839) che testimoniava che le cancellerie avevano il proprio stile scrittorio, le lingue di koinè. In questo

manuale è possibile leggere alcuni consigli per migliorare la lingua di cui parlerà Calvino in seguito:

costruzione semplice, periodi brevi, evitare parole dal multiforme significato etc.

Calvino imputa a questa lingua di usare parole di significato vago, eliminare la sovra-complicazione dal

punto di vista delle strutture sintattiche, e dà quasi un manuale per come usare le costruzioni più semplici

possibili con riferimento alla gerarchia delle frasi. Tutto questo per dire che quando Pasolini scrive della

nascita di un italiano Calvino vede invece la fine di una lingua, o si invertiva la rotta o altrimenti l’antilingua si

sarebbe imposta definitivamente. Quello che per Pasolini è un aspetto negativo del linguaggio tecnologico,

l’aspetto omologato, una varietà che cancella la libertà espressiva individuale, sopprime l’espressione, questo

aspetto per Calvino può avere delle risorse positive, perché omologazione e standardizzazione potevano

consentire l’uso di una lingua più regolare non soggetta alle variazioni della lingua caso per caso. Pasolini

confondeva i problemi di una lingua letteraria con l’uso sciolto di una lingua adatto alle esigenze della società

moderna. Per Calvino può esistere un rapporto tra lingua funzionale e lingua letteraria, prospettiva

completamente differente dalla posizione di Pasolini. La chiave di lettura di Pasolini viene completamente

ribaltata da Calvino nel momento in cui attacca il cuore stesso della posizione di Pasolini, rapporto lingua

letteraria e lingua d’ uso.

Il periodico letterario La fiera letteraria era uscito con un numero Lingua letteraria e lingua d’uso (1965) e

aveva sottoposto ad un gruppo di intellettuali italiani un questionario in 4 punti:

1. problema unificazione linguistica (dopo uscita articolo Pasolini e Calvino, questionario sollecitato dal

confronto tra questi due),

2. ruolo esercitato dalle koinè regionali,

3. emergere dei linguaggi specialistici (tanto più la società progredisce tanto più aumentano i rami del

sapere, esigenze della realtà complessa, con linguaggi specifici più propriamente chiamati linguaggi

speciali-settoriali, sottocodici). Se guardiamo al ramo della chimica o della fisica non sono

propriamente lingue in quanto si avvalgono di simboli extralinguistici, fatti di una complessità di

simboli, uso specializzato della lingua, con vocabolario specifico che o lo creano a doc o usano parole

di significato generale e lo specializzano: è il caso della parola lavoro in fisica che assume altro

significato rispetto all’ italiano generale. Una società che cresceva vedeva aumentare i settori del

sapere e allo stesso modo dei linguaggi speciali che dovevano essere al passo con i tempi.

4. Il questionario sollecitava gli intellettuali a dire la loro tra il ruolo e la definizione di linguaggi speciali

e lingua letteraria.

Se guardiamo alla tradizione toscana sta nella continuità tra l’uso della lingua viva, letteraria e scientifica

(Galileo usa occhiale per descrivere lo strumento del cannocchiale, telescopio odierno). Il rapporto tra lingua e

linguaggi emergenti era difficile, ciò che Calvino ritiene è che la lingua tecnologica avrebbe potuto portare

l’italiano a coniare delle parole oppure a prendere delle specifiche parole dell’italiano e attribuirne un unico

significato specifico. Tali aspetti dei rapporti tra lingua letteraria e d’ uso settoriale era al centro dei problemi

linguistico-sociali. Punto di avvio è sicuramente il testo di Pasolini ma che è un problema vitale per l’Italia di

quegli anni in cui esisteva un linguaggio aulico inadatto alle esigenze moderne e c’era una lingua parlata

diffusa che non era arrivata ad una sua piena standardizzazione: necessità del linguaggio strumentale questo

doveva essere lingua o antilingua?

Quando Calvino passa al problema della lingua parlata, fa un esempio attinto dal linguaggio dell’italiano

parlato. Se la lingua tecnologica mi dà un modo nuovo, sciolto ed economico per avere un linguaggio

comunicativo comprensibile per un settore specifico in tutta Italia allora la lingua tecnologica è valida. Calvino

passa poi dal problema della lingua parlata comune al problema dello stile. La parola stile ci riporta al concetto

di espressione così come lo ritroviamo in Bally, e lingua al concetto di comunicazione, Calvino salda la lingua

allo stile. La lingua letteraria aveva cancellato una serie di realtà per cui non aveva parole e se doveva trovarsi

a descrivere tali realtà usava qualcosa che si avvicinava all’ antilingua. I dialetti sono rimasti vitali perché

colmavano un vuoto lasciato dalla lingua letteraria, questa è la ragione che spiega la vitalità dei dialetti.

Il destino della lingua non è più legato alla lingua letteraria, ma alle nuove esigenze comunicative che la

lingua deve affrontare inserendosi nelle nuove realtà.

Le lingue settoriali possono dare degli apporti alla lingua letteraria: per Calvino la lingua letteraria doveva

allontanarsi dal classicismo linguistico e doveva avere delle parole per denominare le cose. Pascoli polemizza

contro il poemetto di Lopardi A Silvia in cui spiega che le uniche viole che poteva portare la donzelletta erano

delle viole aciocche(?), evidenzia qui che la scelta di Leopardi è lontana dalla realtà delle cose, non era

congruente con lo scenario. Secondo Pascoli la realtà reclama le sue parole nello specifico. Questa è

un’obiezione che ci illustra la costrizione che molti hanno avuto nel mentre avevano a che fare con questa

lingua nuova che li portava a commettere delle imprecisioni, Calvino dice che la precisione che le lingue

settoriali avrebbero potuto portare avrebbero dato benefici anche al codice letterario. L’uso simbolico della

lingua implica lontananza dalla realtà concreta.

I problemi che Calvino ci sottopone non sono problemi nuovi, esistevano già prima, ma non era nuova

nemmeno la polemica tra lingua letteraria e parlata, il salto che lui fa è l’associazione tra comunicazione ed

espressione, nella sua visione compatibili. Questo problema non è presente solo per la lingua italiana, ma

anche per quanto riguarda ad esempio la lingua francese, la cui lingua letteraria è molto classicheggiante, poco

adatta a situazioni comunicative moderne, poco adatta al confronto e allo scambio di una società industriale

che ha sempre più punti di vicinanza. Una lingua per essere forte doveva anche essere tradotta per la

possibilità di scambi culturali. (oggi lingua tetto è l’inglese “global english”).

I destini generali della lingua avrebbero preso due linee diverse ma complementari, da una parte la lingua

avrebbe elevato una lingua sempre più adatta ad essere tradotta e che con il tempo si sarebbe dissolta in una

lingua d’ uso funzionale per tutti, dall’ altro canto le singole lingue nazionali avrebbero intensificato le loro

risorse espressive negli usi letterari e funzionali assieme. Quindi la creazione di un codice adatto agli scambi,

quello dei linguaggi speciali e settoriali che non negava la lingua letteraria.

Questo codice quindi non sottraeva il terreno in cui poteva crescere la lingua letteraria, non è una minaccia,

Calvino distingue due realtà che non vede antitetiche. È l’antilingua che esclude comunicazione e espressione,

l’antitesi che va considerata è tra lingua e antilingua. La lingua deve essere una lingua strumentale e quindi

lingua strumento è accezione positiva. Quando Calvino descrive questa realtà linguistica, sta esprimendo

un’idea di lingua opposta a Pasolini e sta allo stesso modo caricaturando una realtà che esisteva, il burocratese,

nel testo prodotto dal brigadiere che traduce in forma scritta quello del parlato, Calvino concentra tutte le

caratteristiche del linguaggio burocratico.

Le caratteristiche principali di distinzione da testo A da B:

• presenza di perifrasi, ci si allontana dal significato

• in rapporto di partenza il testo orale è più breve, strano, nella norma il testo orale è più lungo di un

testo scritto economizza il testo orale. Il brurocratese allunga una realtà che potrebbe essere

semplificata, abbiamo allargamento allungamento formale senza che vi sia aggiunta di informazione,

perversione antilingua per calvino.

• uso parole generiche cantina: locale (parola generica) Il testo di arrivo deve precisare di quale locale si

tratta, il linguaggio burocratico è costretto a specificare le parole generiche, contrario al linguaggio

strumentale teorizzato da Calvino,

• Accendere stufa, eseguire avviamento impianto tecnico in partenza abbiamo un verbo specifico mentre

eseguire non significa propriamente azione

• prodotti vinicoli/fiaschi raramente parole giustificate nel burocratese. 13/12/17

Dialogo delle lingue

Sperone Speroni

Il profilo dell’autore è inconsueto rispetto al normale, è un padovano, che ha avuto un’esistenza piuttosto

lunga, 1500-1588 ed i contesti con cui è venuto a contatto ci offrono un diagramma valido per studiare i

fenomeni che hanno caratterizzato il secolo, attraverso una chiave di lettura privilegiata del secolo ‘500. È un

padovano che non fa parte del patriziato ma che per una parte significativa della sua vita fa il professore

universitario e gli anni che speroni dedica all’insegnamento sono sì pochi ma significatovi, interni al 1520.

Insegna logica, in quanto filosofo di professione, il cui incarico lascia nel 1523 perché vuole irrobustire la sua

preparazione filosofica, lascia Padova e va a Bologna come studente, assistendo alle lezioni di uno dei filosofi

più originali del ‘500, Pietro Pomponazzi, che muore nel 1525 e Speroni torna a Padova per assumere

l’incarico di professore di filosofia, che però ugualmente lascia nel ‘28, quando lascia definitivamente il mondo

universitario. Siamo quindi a contatto con una figura piuttosto inconsueta: per ragioni contingenti, come la

morte del padre che ne consegue la gestione della proprietà familiari, ma anche per un’operazione intellettuale

importante e caratteristica.

Il punto è che lasciare l’università non significa lasciare il mondo dell’organizzazione culturale, infatti Speroni

è centrale dentro alla realtà dell’Accademia, parallela a quella dell’università. Le Università sono gli studia, le

accademie sono invece luoghi di studio più esclusivi e l‘accademia che frequenta Speroni è quella degli

Infiammati, la cui vita è piuttosto breve che sorge a Padova, in una realtà per cui è complementare e

competitiva con lo studia padovano e che attrae sia come studenti che come docenti, una presenza molto forte

di personalità anche di primo piano dell’università e un contingente molto forte di studenti dell’università che

frequentano anche l’accademia. Parliamo quindi di un laboratorio nel quale si persegue una forma di

apprendimento particolare e nel quale si studiano materie alternative, in parte, a quelle dello studia.

La preoccupazione degli accademici era infatti legata alla distinzione dalle facoltà più importanti di Padova,

medicina e diritto, tant’è che vengono esclusi dal ventaglio degli insegnamenti dell’accademia.

L’accademia nella sua breve vita ci mette a contatto con un numero di sapere ampio ma distante

dall’università, assistiamo quindi a un’istituzione si diversa dallo studia, ma anche vicina: la lingua del sapere

era il latino, ma dentro l’accademia degli Infiammati matura la questione sulla lingua da adottare durante le

sedute accademiche. Una componente molto forte riteneva impossibile escludere il latino per una ragione di

prestigio e di accesso al sapere, ma anche perché a livello pratico, considerando il contingente di studenti

stranieri (soprattutto tedeschi), questi sarebbero stati esclusi attraverso l’uso del volgare. Se seguiamo lo

sviluppo dell’accademia ritroviamo un momento di forte spaccato quando Speroni, viene investito del ruolo di

Principe cioè rettore dell’accademia, e che voleva imprimere all’accademia stessa una direzione integralmente

volgare, che non riguardasse solo la lingua da usare nelle sessioni, ma anche l’esclusione programmatica di

diritto, medicina, filosofia, ritenendo che l’accademia dovesse concentrarsi sui prodotti della cultura letteraria

volgare. Inizialmente l’apertura di Speroni è anche rivolta alla discussione di testi di filosofia pratica e uno dei

testi che la rispecchiano è l’Etica di Aristotele, che Benedetto Varchi spiega in volgare: il problema pratico

nasce quando la protesta degli studenti tedeschi si fa sentire tant’è che possediamo frammenti di

quest’esposizione di Varchi.

Quando diventa principe dell’accademia, gli accademici cominciano a condurre un’intensa attività di lettura e

spiegazione degli autori volgari, soprattutto il Petrarca, che viene tuttavia visto sotto una nuova ottica: la

filosofia che era stata “cacciata dalla porta” rientra: personalità come Varchi esercitano un tipo di lettura

particolarmente attenta ai contenuti, volta ad analizzarne le componenti filosofico-concettuali il che era


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giorgiabuso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Cotugno Alessio.

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