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La filosofia del V secolo

Empedocle

Empedocle nasce fra il 490 e il 470 ad Agrigento, restando in contatto con gli ambienti pitagorici e parmenidei; era di nobile famiglia, ma si schierò con la fazione democratica. Esercitò la medicina, e spesso la sua figura è avvolta da un alone di mistero che lo vuole un santone mistico, forse anche per il suo stretto contatto con l’ambiente orfico di Pitagora. La sua filosofia postulava l’esistenza di quattro elementi, che egli chiama “radici”: fuoco, aria, acqua e terra, rappresentati da corrispettive divinità. Queste sono immutabili ed eterne come l’Essere parmenideo, ma non immobili, bensì in costante movimento. È il movimento stesso che produce la vita: ci sono due fasi, dominate rispettivamente dall’Amore e dall’Odio, in cui però non è possibile la vita; essa è possibile solo nelle fasi intermedie. Ultimo campo di ricerca è quello sull’anima, che egli vede essere stata “punita” da un’originaria condizione di beatitudine; essa è infatti costretta a girovagare sotto varie forme corporee, e trova la beatitudine solo in una purificazione grazie alla propria assoluta moralità.

Anassagora

Anassagora, nativo di Colofone in Asia Minore, si trasferì poi ad Atene, attorno al 460, e fece parte della cerchia di Pericle per una trentina d’anni; fu poi condannato a morte con l’accusa di empietà, accusa che i suoi delatori volevano colpisse soprattutto Pericle; fu costretto a lasciare Atene e a scappare. La sua filosofia trova nella teoria dell’Intelletto la sua più grande fortuna: esso ordina e mischia i “semi”, ossia particelle piccolissime e ulteriormente divisibili, che compongono la materia. Il loro movimento rotatorio determina la creazione di nuovi esseri; la prevalenza di un certo tipo di particelle su altre determina la consistenza, l’aspetto e la natura della cosa stessa; la nostra conoscenza è determinata dal possedimento di alcune particelle della cosa che si esamina.

Democrito

Democrito nacque ad Abdera, sulle coste della Tracia, attorno al 460. Fonti storiche collegano la sua teoria atomistica a Leucippo, che sarebbe stato maestro di Democrito. La materia primordiale e unica, la cui teoria è tratta dai maestri di Mileto, è formata da particelle invisibili e indivisibili, ossia gli atomi, essi sono pure eterni ed immutabili. Sono tutti uguali, e differiscono l’uno dall’altro solo per grandezza, peso e forma. Da tali differenze derivano le diversità delle cose nel mondo sensibile. Gli atomi si aggregano e separano nel vuoto, grazie ad un continuo movimento vorticoso. L’anima è pure mortale. La conoscenza si acquisisce grazie alla penetrazione di sottilissimi atomi attraverso i pori del corpo. Democrito si discosta dai predecessori soprattutto grazie alla diversità dei campi di indagine: astronomia, etica, matematica, linguistica, musica, ecc.

I sofisti e Socrate

Tramontata quella tipologia di filosofia che vedeva nella ricerca ultima dell’origine dell’universo la propria essenza, trascendendo dunque l’uomo, la filosofia, che ora si concentra in suolo ateniese, mira a scandagliare l’uomo e la sua natura. Questo è l’aspetto che accomuna la Sofistica e Socrate. I primi non costituiscono una scuola, ma trovano nell’utilizzo della parola come fonte di verità e nella professionalità della loro indagine un comune campo d’azione. I Sofisti trovavano nelle istituzioni di Atene il proprio campo da gioco, offrendo la propria abilità retorica e dialettica non alla collettività, bensì ad una cerchia ristretta di allievi, che pagavano lauti compensi per ottenere un loro insegnamento. Da ciò si distingueva Socrate, che per prima cosa non si faceva pagare, e, soprattutto, non era interessato all’insegnamento dell’abilità dialettica, ma della conoscenza stessa.

Protagora

Protagora nacque nella ionica Abdera, verso il 485. Visse poi ad Atene, dove Pericle gli assegnò il compito di redigere la costituzione di Turii. Fu accusato di empietà. Ci giungono pochi frammenti di una sua opera, ossia i Discorsi demolitori. Qui appare uno strenuo relativismo, che mette in luce l’impossibilità assoluta di ogni indagine esterna all’uomo, che è “di tutte le cose misura”. In realtà il passo appare polivalente e poco chiaro. È conosciuto anche il suo potente agnosticismo, giacché egli afferma di non poter conoscere gli dei, non avendone prova. La moralità e l’etica andrebbero insegnate, dal momento che non esiste un’etica universale e comune, ma deve essere sviluppata attraverso l’esercizio. Delle sue opere si conoscono anche le Antilogie, nelle quali egli esprime la teoria secondo cui attorno ad un argomento è possibile esprimere un’opinione contraria e a favore in maniera indistinta e del tutto credibile: aspetto che va ricollegato al suo profondo relativismo.

Gorgia

Gorgia, capostipite della teoria della retorica della Sofistica, evidenzia il carattere “magico” e ipnotico della parola, se usata magistralmente. Egli insegna ai suoi allievi proprio questo. Nacque a Lentini in Sicilia nei primi decenni del V secolo. Giunse ad Atene nel 427. Ci pervengono alcuni titoli delle opere di Gorgia, di cui le più seducenti erano le orazioni: l’Epitafio per i caduti ateniesi nella guerra del Peloponneso, l’Encomio di Elena (che era un’esercitazione) e la Difesa di Palamede, due saggi in difesa di personaggi ingiustamente accusati. A lui si ascrive un potente relativismo che vede l’assoluta impossibilità di conoscenza: su ciò quindi si fonda la possibilità di conoscere e propagandare il verosimile, che Gorgia promette di insegnare tramite l’arte retorica.

I sofisti minori

  • Prodico di Ceo: di lui ci dà notizia Senofonte, il quale gli ascrive la famosa allegoria di Eracle al bivio.
  • Ippia di Elide: contrapposizione fusis e nomos.
  • Antifonte Sofista: predominanza assoluta del diritto di natura su quello positivo, eguaglianza tra popoli.
  • Crizia: vede la religione come creazione di un “antico sapiente” e dei potenti, che vogliono tenere sotto controllo le menti degli uomini.

Socrate

A distinguerlo dalla Sofistica è il principio dell’esistenza della verità come valore assoluto, scansandolo da ogni inutile relativismo. La spiegazione di questo è affidata al dialogo: in questa forma è possibile osservare il dinamismo del pensiero in atto, che giunge autonomamente a cogliere il senso delle cose. Nacque ad Atene verso il 470. Dedicò la propria indagine a scoprire quale fosse il Bene e quali fossero le strade per raggiungerlo. Nel 399 il politico Anito presentò una condanna nei suoi confronti articolata su tre capi d’imputazione: di non credere negli dei della città, di introdurre divinità nuove, di corrompere i giovani. Il malcontento ateniese verso la rinnovata forma democratica, che risentiva dell’ultimo periodo di governo affidato ai Trenta, e la messa in discussione delle convenzioni ataviche della società operata da Socrate, trovò nella sua condanna un sfogo naturale e in lui un potente capro espiatorio. Secondo la propria teoria filosofica, la verità è raggiungibile a gradi: essa può essere colta attraverso una profonda riflessione interna, che Socrate stimola tramite la forma del dialogo.

La storiografia del V secolo

Erodoto

Sarà Erodoto a definire il campo di indagine della ricerca storica: attraverso l’analisi diretta o indiretta dell’agire umano, il compito dello storiografo è quello di dare testimonianza di tali fatti. In realtà Erodoto rappresenta ancora l’aspetto primitivo di questa disciplina: inserisce fatti non solo acquisiti tramite metodo autoptico e accertamenti delle fonti, ma anche miti e costumi di varie popolazioni. La forma prosaica risulta funzionale al racconto delle varie sfaccettature della realtà.

Ecateo di Mileto

Ecateo di Mileto, nativo della città sulla costa ionica, fu a capo della rivolta contro i Persiani dell’inizio del V secolo. Lo si definisce “logografo”, non ancora storico. Ai connazionali sconsigliò vivamente l’insurrezione, enumerando le potenze militari su cui poteva contare l’esercito nemico. L’opera di Ecateo, ossia la Periegesi della Terra, è un periplo del Mediterraneo ad uso di commercianti e navigatori. La sua attitudine alla realtà è assolutamente laica e improntata ad una visione razionalistica della realtà: rifugge gli aspetti religiosi dogmatici e cerca di considerare il fatto da un punto di vista critico e razionale.

Erodoro

Erodoro, nativo di Alicarnasso, dove nacque attorno al 484, viaggiò molto: si recò in Egitto, in Scizia, ecc., dove apprese e trascrisse le usanze di molti popoli. Entrò poi in contatto con l’ambiente culturale di Pericle, e ad Atene tenne letture pubbliche della propria opera. Morì a Turii, in Magna Grecia. Alla sua opera venne dato solo successivamente il titolo di Storie, e pure successiva è la sua suddivisione in nove libri, a ciascuno dei quali venne assegnato il nome di una delle Muse. Della sua opera si è molto discusso, soprattutto riguardo alla sua struttura: solo la seconda parte è dedicata alla congiuntura e al successivo scontro tra Greci e Persiani, mentre la prima è dedicata alla Persia e alle popolazioni cui essa venne in contatto. Due sono le tesi principali: si è supposto che dapprima lo storico volesse fare un’opera logografica, incentrata sui costumi e usi delle popolazione, e solo in un secondo momento, dopo il contatto con Pericle, ci sarebbe stato un “cambio di rotta”; la seconda tesi vuole che fin dal principio Erodoto volesse fare un’opera storica. In ogni caso appare evidente come l’oggetto al centro della ricerca di Erodoto sia la Persia e il suo ipertrofico allargamento, fino all’inevitabile scontro con la Grecia. Le storie si concludono nell’anno 478, con un episodio poco significativo: ciò fa supporre che l’opera sia rimasta incompiuta.

Nel prologo delle sue Storie, Erodoto parte prima con una leggenda che spiegherebbe l’originaria ostilità tra Greci e Barbari (il ratto delle europee Io ed Elena da parte di uomini d’Asia), ma accantona questi miti, preferendo una spiegazione laica: il re di Lidia Creso fu il primo che portò guerra alle città d’Asia Minore. Da qui il logos lidio, da cui si passa alla storia della Persia. Il II libro tratta dell’Egitto. Il III tratta estesamente della Persia, e dell’avvento al trono del re Dario. Il IV libro tratta di due campagne militari di Dario: contro la Scizia e contro la Libia. Il V libro si concentra sulla rivolta ionica (ha quindi inizio la parte storiografica vera e propria), e sugli aiuti chiesti dai Milesii, cui rispondono solo gli Ateniesi. Il VI libro si concentra sulla disfatta di Maratona. Il VII libro tratta della battaglia delle Termopili, condotta dal nuovo re Serse. Il libro VIII si apre con la battaglia navale dell’Artemisio, seguita dallo scontro cruciale, ossia Salamina. L’episodio di Platea si prolunga per il IX libro, che termina con la conquista di Sesto da parte dei Greci.

Sull’attendibilità storiografica dell’opera erodotea si è molto discusso: va comunque considerato come egli non abbia precursori nel proprio campo. L’elemento favoloso e soprannaturale trova ampio spazio nella sua opera, indirizzata ad un pubblico vasto e che richiede intrattenimento letterario: egli non nega la possibilità di inserire nel proprio racconto numerose “novelle”, che danno all’opera corpo ed offrono allo spettatore una “pausa” dalla riflessione storica. Il suo appare come primo abbozzo di una consapevolezza storica.

Tucidide

Tucidide si differenzia profondamente dall’opera dei propri predecessori: informa egli stesso il lettore che le opere precedenti erano destinate all’ascolto; nella sua opera invece la lettura rappresenta il corretto meccanismo di fruizione. Lo scritto tucidideo va collegato all’ambiente politico in cui esso prende forma, ossia l’Atene del V secolo, e la ragione costituisce il metro su cui si fonda tutto il suo apparato storiografico.

Egli nacque attorno al 460 ad Atene. Il padre Oloro era di origine tracia. Qui la sua famiglia possedeva ampi possedimenti terrieri e viveva in una condizione agiata. Nel 424 egli fu nominato stratego: non riuscì tuttavia ad arrivare in tempo per salvare il territorio di Anfipoli, dove nel frattempo si erano recati gli Spartani, dalle grinfie nemiche. Dalla sua stessa opera si ricava che Tucidide fu esiliato per vent’anni nel Peloponneso, sebbene questa pare essere una notizia falsa, giacché altre fonti collocano il suo esilio presso i suoi possedimenti in Tracia. Aristotele stesso ci conferma la sua presenza ad Atene; incerte sono pure le notizie della sua morte, che alcuni collocano ad Atene, altri in Tracia. L’opera consta di otto libri (da una suddivisione tarda) e si interrompe bruscamente nell’anno 411. Anomalie simili si avvertono anche nel V libro, nel quale viene presentato il “secondo prologo”, in occasione della pace di Nicia, che in realtà non determina una soluzione di discontinuità per i fatti bellici. Appaiono dunque diverse interpretazioni di ciò: una teoria “analitica” vuole scindere l’opera Tucidide in due parti: una relativa alla prima fase, fino alla pace di Nicia, l’altra introdotta dal “secondo prologo”. L’altra teoria, quella unitaria, vuole leggere l’opera in completa continuità, senza frammentazioni. Ma come mai l’opera tucididea si arresta nell’anno 411? Diogene Laerzio ci informa che fu Senofonte ad essersi appropriato della seconda parte delle Storie, e di averla aggiunta alla prima premettendovi il secondo prologo. Un accidente della trasmissione avrebbe determinato che l’ultima parte, relativa all’esito della guerra, passasse alla sua opera.

Tucidide sceglie la materia da trattare in base alla propria vicinanza temporale e alla conseguente attendibilità storica degli eventi narrati, e in base alla portata storica che la guerra tra Atene e Sparta ebbe per il mondo greco. Egli dichiara di essere a conoscenza delle fonti cui attinge, e che queste sono sempre attendibili. Il racconto appare rigorosamente suddiviso per anni e stagioni (metodo annalistico e sovente triennalistico).

  • I libro: ha posto l’Archeologia, ossia una sintetica storia della Grecia fino alle invasioni persiane. Da essa si passa alla causa “superficiale”, ossia l’intervento a favore di Corcira da parte di Atene, e il conseguente intervento spartano a favore di Corinto. Segue la Pentecontetia, che spiega la causa “profonda” e vera, ossia la crescita egemonica di Atene nel Mediterraneo.
  • II libro: primi tre anni di guerra. Epitafio di Pericle. Peste che devasta Atene.
  • IV libro: alterne vicende belliche.
  • V libro: pace di Nicia. Segue il “secondo prologo”, che riporta come, in realtà, il conflitto non abbia mai avuto fine. Dialogo dei Melii con gli Ateniesi.
  • VI e VII libro: accentrati sulla spedizione in Sicilia. Caso della mutilazione delle Erme.
  • VIII libro: si interrompe bruscamente al 411, con l’arrivo dei Quattrocento e le interferenze persiane in politica.

L’opera tucididea appare sorretta dalla convinzione che l’agire umano sia retto da leggi immanenti: gli dei sono totalmente esclusi e relegati, per loro non c’è posto. La storia si configura infatti come un possesso per l’uomo, che in se stesso trova l’oggetto d’indagine. Nell’opera trovano ampio spazio i discorsi, sovente pronunciati da potenti uomini politici: essi rispondono alla categoria dell’eikos, ossia del verosimile, tramite cui Tucidide si ripromettere di ricostruire un fatto nella sua maggiore aderenza al reale (qui si nota l’influsso sofistico). Vi appare anche la sorte, vista come espressione della complessità e contraddittorietà del reale.

L’oratoria del V secolo

Il grande successo di quest’arte nell’Atene del V secolo è dovuto alla grande partecipazione cittadina nei processi e nei procedimenti giudiziari, che si fecero sempre più insistenti dopo le guerre persiani, lungo tutto il secolo. Già la critica antica suddivideva la tipologia dell’oratoria in tre categorie, a seconda del contenuto messo in evidenza e dell’occasione: discorso epidittico (in occasione di feste e cerimonie), discorso giudiziario, discorso deliberativo (in sede politica). L’oratoria giudiziaria, e il suo ampio uso nell’Atene classica, la schematizzarono entro precisi confini: vi era il ricorso ad argomenti di carattere generale, e il proposito di suscitare emotività nel pubblico. Il successo dei “logografi” (da differenziare da quelli “storici”) fu dovuto al fatto che l’imputato doveva leggere personalmente il proprio discorso di difesa: la maggior parte dei cittadini, non essendo esperta, si rivolgeva a esperti.

Antifonte e Andocide

Antifonte fu invischiato nel governo dei Quattrocento, e venne poi accusato di aver venduto la patria agli Spartani. A noi ci giungono un complesso di 15 sue orazioni. La sua più famosa e lunga orazione è Sull’uccisione di Erode, pronunciata da un giovane che si difende dall’accusa di aver ucciso per mare il suo anziano padre, Erode. Orazione databile attorno al 420/413. Le altre dodici orazioni sono raccolte in un complesso chiamato Tetralogie, in numero di tre.

Andocide apparteneva ad una famiglia aristocratica ateniese. Venne accusato di aver partecipato, assieme ad Alcibiade, alla mutilazione delle Erme. Lasciò quindi la patria e fuggì a Cipro. Una delle sue orazioni rimaste, intitolata Sui misteri, fu da lui pronunciata quando, ritornato in patria, venne di nuovo accusato ma poi assolto.

Lisia

Lisia fu il primo grande oratore ateniese, egli compì per lo più orazioni giudiziarie.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

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