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Storia della fotografia 25/03/2020

Robert Capa: su Life, morte di un miliziano

Robert Capa → su Life, morte di un miliziano. → controversia sulla veridicità della foto → ciò che è disegnato, dipinto era qualcosa di costruito, mentre alle origini, la fotografia, prima dell’avvento del digitale corrispondeva al vero (anche se in realtà ci saranno fin dall’inizio le immagini costruite).

È la fotografia di guerra più celebre nella storia del fotogiornalismo, ancor più degli scatti che testimoniano lo Sbarco in Normandia: è l’immagine de Il miliziano colpito a morte, versione contemporanea della fucilazione del 3 maggio 1808 di Goya; fotografia che ferma nel tempo l’istante esatto in cui un uomo viene raggiunto da un proiettile mortale.

L’immagine fu scattata durante la guerra civile spagnola degli anni ’30. Siamo a ridosso dello scoppio della Seconda guerra mondiale e nel luglio del 1936 in Spagna i miliziani combattevano contro il fascismo di Franco. Certo, altre guerre erano già state fotografate, ma quell’immagine diventò la prima e convincente istantanea scattata in tempo di guerra. Fra i motivi per cui lo scatto ebbe un certo rilievo fin da subito fu senz’altro l’evoluzione dei mass media e la loro crescente preponderanza nella formazione dell’opinione pubblica che raggiunse il suo culmine durante il secondo conflitto mondiale. Le immagini da questo momento in poi entravano nel dibattito politico quotidiano grazie alla stampa. Quella che si combatteva in Spagna, alla vigilia dello scoppio della guerra che avrebbe sconvolto l’Europa e il mondo, era diventata la lotta delle sinistre contro le destre. Le immagini di quel conflitto erano diventate di interesse nazionale.

Quella spagnola fu una delle prime guerre che Robert Capa scelse di documentare con la macchina fotografica appesa al collo. Il fotografo di origini ungheresi partì alla volta della penisola iberica nell’agosto del ’36, solo qualche settimana dopo l’inizio del conflitto. Capa partì insieme alla sua compagna e fotografa, Gerda Taro e scattò decine di foto che testimoniavano il conflitto visto dalla parte degli anarco-sindacalisti che combattevano il fascismo. Si spostò da Barcellona ad Aragona e a Huesca fino ad arrivare a Cordova dove prese la celebre foto.

Lo scatto ritrae un soldato del fronte lealista nell’istante in cui viene raggiunto dal fuoco nemico e sta per cadere a terra esanime. Nella composizione della foto c’è soltanto il soggetto, che tiene in mano il fucile. Sullo sfondo, il paesaggio non fa che risaltare la figura del soldato nell’atto di morire. L’immagine ha un’inquadratura orizzontale.

La foto è statica. Racconta della guerra ma non c’è azione. Eppure quell’istantanea è diventata un’icona, il simbolo della morte violenta che avviene in battaglia. Non c’è alcun segnale che identifica la foto con un luogo, né tantomeno si capisce qualcosa del soldato, per quale fronte combattesse e in quale parte del mondo. E sta proprio in questo la forza dell’immagine, così generica da diventare universale.

Robert Capa non si fermò a fotografare il conflitto in Spagna. Documentò, in tutta la sua vita, numerose guerre, fra cui la Seconda guerra mondiale. Sebbene sia considerato il fotografo di guerra più grande di tutti i tempi, nella sua carriera non scattò solo immagini di conflitti.

Nato il 22 ottobre del 1913 a Budapest, Robert Capa, il cui vero nome era Endre Friedmann, era una figura carismatica. Giovane, spavaldo, simpatizzante delle sinistre e tombeur de femmes, era amante dell’avventura. Proveniva da una famiglia modesta, era il secondo di tre figli e il padre era un sarto.

Nel 1931 si era trasferito a Berlino per studiare Scienze Politiche e con l’avvento del Nazismo fu costretto ad emigrare a Parigi. Qui conobbe, fra gli altri, il fotografo Henri Cartier Bresson con il quale, anni dopo, avrebbe fondato l’Agenzia Magnum.

Nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, si trasferì negli Stati Uniti. Lavorò per riviste del calibro di “Life” e “Vu”. Nel 1954 fu inviato da “Life” in Indocina per documentare, ancora una volta la guerra. Qui, però, avrebbe trovato la morte, in seguito allo scoppio di una mina.

1- Weegee: Domenica di Pasqua, Harlem 1940

Weegee → Domenica di Pasqua, Harlem 1940. Colpo di flash → come è usato? È sparato in faccia al soggetto, che risultato dà? Rappresentazione di questa famiglia che vuole farsi fotografare, la fotografia è all’epoca il più grande mezzo di comunicazione di massa.

Fotografia di reportage, differenza con l’attenzione allo sguardo che aveva Nadar → 2 dei soggetti guardano in macchina (uomo e bambino), inoltre tra l’uomo e la donna c’è un occhio che guarda in macchina (e anche la signora sullo sfondo con il cappello bianco guarda in macchina).

Foto sensibile alla comunità nera, ci troviamo negli anni ‘40 (Apartheid); la foto mostra una famiglia americana in un giorno di festa → l’uomo risulta impacciato, non solo per la foto, ma è a disagio anche nei suoi stessi vestiti. La donna invece non si concede allo sguardo del fotografo, mantiene una certa dignità che invece non è data agli altri → Flash rivelatore: questo colpo di flash tecnicamente sbagliato per fare un bel ritratto ci racconta delle contraddizioni negli Stati Uniti negli anni ‘40 → Utilizzo di una luce sbagliata per esprimere un concetto, per raccontare la verità, che in questo caso non riguarda l’esistenza di quest’uomo e della sua famiglia ma la realtà sociale del periodo con le sue contraddizioni.

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“Ho scattato le immagini più famose di un’epoca violenta, le foto che tutti i grandi quotidiani, con tutte le loro risorse, non riuscivano ad avere ed erano costretti a comprare da me. E scattando quelle foto, ho fotografato anche l’anima della città che conoscevo e amavo”.

<<Weegee è riuscito a fissare i segni della depressione in fotografie dirette e opprimenti. Ancora oggi i suoi lavori sono considerati un’impressionante documentazione della vita moderna nella grande metropoli, della sua violenza e della sua crudele brutalità.

Nel 1936 lascia l’Acme per dedicarsi all’attività di fotogiornalista free-lance. Equipaggiato di una Speed Graphic inizia una frenetica attività frequentando il quartier generale della Polizia di Manhattan. Ciò gli permette di essere sempre presente in occasione di assassini, risse notturne, incidenti ed incendi. Le sue foto vengono pubblicate negli articoli di cronaca delle principali testate newyorkesi: Herald Tribune, Daily News, Post, World-Telegram, Journal America, Sun ed altri. La sua fama è talmente nota al Dipartimento di Polizia a Spring Street che Weegee può organizzare la sua attività basando un ufficio personale ed informale all’interno dell’Ufficio Persone Smarrite, ed è lì che tiene i suoi contatti, fa le sue chiamate telefoniche, riscuote compensi, invia conti, incontra gli amici.

Weegee rivela al pubblico un’altra America, quella della resa dei conti e dei diseredati svelando con le sue foto l’anima della grande città di New York con fotografie dirette, immediatamente comprensibili che non hanno bisogno di alcuna intermediazione didascalica.>>

<<La notte e la strada erano il suo tempio, la morte la sua musa, il flash il suo più fedele alleato. Ribelle, sicuro di sé e perennemente a caccia di scoop, aveva fatto delle disgrazie e degli omicidi i suoi soggetti d’elezione, sostenendo in più di un’occasione, non senza un pizzico di cinica ironia, che questi ultimi erano i più facili da fotografare perché i soggetti non si muovevano mai, non si agitavano. Weegee è stato sicuramente un fotografo tanto leggendario quanto controverso, ma affermarsi nel campo della cronaca nera nella New York a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta non

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era certo cosa per animi sensibili o di specchiata moralità. La sua ascesa professionale coincise infatti con il periodo culminante della Murder Inc., la gang ebrea di Brownsville che forniva sicari a pagamento al Syndacate, l’associazione newyorkese di boss della malavita, soprattutto italiani, che non esitava a regolare i propri conti per le strade della città, già duramente provata dagli effetti della crisi del 1929. Violenza e omicidi erano all’ordine del giorno e per battere sul tempo la vivace concorrenza dell’epoca occorreva essere talentuosi, scaltri, pronti a sporcarsi le mani; qualità che Weegee sembrava incarnare alla perfezione. Grazie ai felici rapporti instaurati con la polizia locale – ma anche con alcuni gangster di alto livello, come Bugsy Siegel, Lucky Luciano e Legs Diamond – egli riusciva a essere sempre nel posto giusto al momento giusto arrivando talvolta sulla scena del crimine persino prima della stessa polizia. Ciò gli dava il tempo di ispezionare con attenzione il luogo del delitto e di trovare l’angolazione migliore per realizzare quelle foto che divennero poi, da un lato, fonte d’ispirazione per il filone cinematografico del noir, dall’altro, un punto di riferimento imprescindibile nella fotografia di cronaca, nonché l’anticamera di quello che verrà in seguito definito giornalismo da tabloid. Quello di Weegee era infatti uno stile aggressivo, votato al sensazionalismo e connotato da un approccio altamente soggettivo e da un «rozzo realismo, rafforzato da una tendenza all’allestimento espressionista» – come scrive Marianne Bieger-Thielemann in Fotografia del XX secolo (Taschen, 1997) – che faceva delle prospettive azzardate e degli effetti drammatici restituiti dal flash il suo punto di forza. Le sue foto (e i suoi testi) erano veri e propri pugni nello stomaco studiati appositamente per un pubblico di basso profilo culturale. Un’estetica nuova, dai toni volutamente gridati e priva di spessore concettuale, ben diversa dunque da quella proposta dai grandi documentaristi dell’epoca, come Dorothea Lange, Walker Evans o Berenice Abbott. Una fotografia d’assalto, volutamente non impegnata, in grado però di mostrarci oggi come allora il volto più cruento della Grande Mela negli anni della Depressione.>>

Henry Peach Robinson, 1858

L’immaginario letterario nella fotografia → rimanda ai promessi sposi, la foto non vuole raccontare una realtà sociale → il fotografo sta mettendo in immagine un immaginario letterario che tutti abbiamo.

È un’immagine composta, realizzata a partire da 5 negativi → fotomontaggio → controversia della verità in fotografia, che può essere costruita

<<Henry Peach Robinson (Ludlow, 9 luglio 1830) è stato anche uno dei più grandi combattenti per il riconoscimento della fotografia nel mondo dell’arte. La disputa tra fotografia considerata come “riproduzione” della realtà e quella considerata come “interpretazione” è antica. La fotografia veniva vista come un semplice strumento di riproduzione, a causa dei procedimenti meccanici richiesti per la produzione delle immagini.

Lo scopo del movimento pittorialista, di cui Robinson fece parte, fu quello di elevare il mezzo fotografico al pari della pittura o della scultura. I pittorialisti usavano tecniche e i processi che rendevano l’immagine simile ad un disegno, adoperando la stampa alla gomma bicromata o al bromolio, gli obiettivi soft-focus o la stampa combinata di più negativi su un unico positivo. Preferivano il procedimento della calotipia, dove la superficie irregolare del supporto cartaceo rendeva confusi i dettagli.

Le fotografie di H.P. Robinson sono di evidente derivazione pittorica, al punto che addirittura, nel 1856, finì in tribunale con l’accusa di avere plagiato il dipinto del preraffaelita Henry Wallis. Le sue composizioni sono frutto di un complesso e maniacale lavoro. Le sue opere più belle sono state realizzate tramite il fotomontaggio manuale di diversi negativi su un’unica stampa positiva. Si partiva da un disegno iniziale su cui venivano in seguito applicate, grazie al fotomontaggio, le immagini fotografiche vere e proprie. Il fotomontaggio aveva, anche, il compito di eliminare le perdite di nitidezza ai bordi dovute agli obiettivi del tempo. Fotografando le figure centralmente e

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mettendole poi insieme mediante fotomontaggio si poteva godere di una nitidezza ineguagliabile su tutta l’area dell’immagine. Di seguito si passava ad un puntiglioso lavoro di rifinitura, con tinta e pennello, per suavizzare le piccole imprecisioni della composizione.

Fading Away è forse la foto più famosa del fotografo britannico. Si tratta di una immagine costituita mediante l’assembleamento di cinque diversi negativi. Mostra l’agonia di una ragazza sofferente di tubercolosi, circondata dalla sua famiglia. Ben visibile il grano lasciato dal collodio, che dà all’immagine l’aspetto pittorico. Morfologicamente, ci sono linee contrastanti che regolano l’armonia del quadro. Da una parte le pieghe della tenda, le figure dei familiari e le gonne tendono alla verticalità, dall’altra la finestra e la stessa protagonista tendono all’orizzontalità. Vi è uno spazio simbolico rappresentato dal cielo in tempesta, che si intravede al di fuori della stanza, metafora della sofferenza dei parenti. Il risultato, trovato nell’armonia della composizione, coinvolge lo spettatore nel dolore e nel dramma, rendendolo partecipe delle emozioni dei personaggi.

Oscar G. Rejlander, The two ways of life 1857

L’Inghilterra ipocrita del 1857. Rejlander è un fotografo artista, la foto è un racconto senza tempo, non ci sono abiti dell’epoca ma vestiti antichi e pose rinascimentali → due figli, uno che guarda la “retta via” e uno al “male” (donne che leggono – donne che bevono)

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Parallelismo con i dipinti di Raffaello → all’epoca in Inghilterra c’era il movimento dei pre-raffaeliti → Tutti guardavano al rinascimento italiano

<<Il fotomontaggio che lo rese celebre nel 1857. Si tratta di un’opera enorme per l’epoca, circa 80 per 40 cm, realizzato dal poliedrico pioniere unendo la bellezza di 36 fotogrammi scattati in studio, e chiaramente ispirata alla “Scuola di Atene” dipinta da Raffaello. Al centro della composizione di Rejlander un vecchio saggio mostra a una coppia di giovani due diverse possibilità di vita: sulla sinistra una esistenza assolutamente dissoluta fatta di allegre donnine, bevande alcoliche, gioco d’azzardo, e sulla destra un’esperienza fatta di lavoro, religione e solidi impianti familiari.>>

Romano Cagnoni, Nigeria 1968

Foto caratterizzata da una grande carica formale, non ci sono grigi ma solamente contrasti di nero e bianco. Realizzata con un teleobiettivo che annulla la profondità nella foto.

<<Ironico, sagace e rivoluzionario, Romano Cagnoni nel corso della sua carriera di fotografo ha raccontato gli eventi più importanti dell’ultimo cinquantennio, facendo della veridicità dell’informazione il principio animatore della sua intensa ricerca professionale.

Fotografo di estrema coerenza intellettuale, Cagnoni ha abbracciato l’idea di fotografia totale, ovvero “quella che racconta la storia dell’uomo, il rapporto con se stesso, con il prossimo e la società in cui vive”, tanto da definire le sue fotografie “un documento umano di impatto visivo”, perché solo capendo l’umanità intorno a sé, il fotografo può comprendere e far comprendere la vera essenza della storia.

Le sue fotografie sono rivelazioni d’esistenza, frutto di un’esplicita scelta stilistica caratterizzata da un’estrema sintesi visiva che, concentrandosi su pochi ma ben definiti elementi, permettono di rivelare il fenomeno della vita stessa e la dignità propria delle persone da lui incontrate. Sinfonica è la gestualità dei cavatori di Carrara, leggiadro il passo della donna incinta che attraversa l’instabile passerella in Nuova Guinea e tragica la vista delle macerie di Dubrovnik. Le composizioni sono nitide e, piuttosto che inserire elementi, Cagnoni procede per sottrazione, focalizzandosi su dettagli altamente evocativi che si caricano di una devastante forza persuasiva.>>

Nel 2005, quasi ottantenne, entra in Siria clandestinamente per documentare la vita nei campi profughi, ed è qui che ai ragazzi presenti chiede di scattare un selfie con l’intento di far dire loro: “nonostante la guerra, nonostante le discriminazioni, nonostante la violenza, io esisto”.

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Parallelismo Cagnoni/Giacomelli

Mario Giacomelli, foto preti

I contrasti spinti sono simili nelle due foto, in entrambe c’è una quasi assenza di grigi

Nasce a Senigallia nel 1925, il lavoro in tipografia, iniziato da giovanissimo, influenzerà tutto il suo lavoro di fotografo. Fino ai 28 anni, infatti, il lavoro di tipografo è la sua unica occupazione (interrotto solo dalla guerra), finché nel 1953 non decide di acquistare una macchina fotografica iniziando a fotografare parenti e situazioni quotidiane, finché nel ’55, dopo aver vinto il suo primo premio in un concorso nazionale, inizia a produrre i suoi primi lavori e riceve le prime pubblicazioni.

La carriera di Giacomelli si dividerà tra paesaggio e reportage, il file rouge che legherà tutti i suoi lavori è la sua estetica influenzata dal lavoro in tipografia; la dimestichezza acquisita in fase di stampa assume un ruolo primario nella sua produzione, i segni che rintraccia nelle sue fotografie vengono accentuati in camera oscura, i suoi lavori sono ricchi di contrasti esasperati, bianchi e neri portati agli estremi, su alcune stampe si riescono a notare delle maschere tanto sperimentali quanto artigianali, effettuate in

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher zais di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della fotografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Napoli - Accademianapoli o del prof Scienze letterarie Prof.
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