Le tecniche fotografiche
Schultze 1727: Scotophorus (portatore di tenebra)
Carbonato d’argento + nitrato di calcio = composto fotosensibile. Gli oggetti esposti al sole diventano rosso porpora (non al calore). Schultze usò dell'acqua regia contenente argento per ripetere l'esperimento di Balduin. Così sciogliendovi il gesso, si formò un composto di nitrato di calcio e carbonato d'argento. Espose il composto ai raggi solari e notò con sorpresa, che diventava di un colore rosso porpora scuro, cosa che non accadeva se lo esponeva al calore del fuoco. Schultze dedusse che la reazione era stata provocata dalla luce e non dal calore, così riempì una bottiglia di vetro con un miscuglio di gesso, acido nitrico e soluzione d'argento e affermò:
"Coprii quasi tutto il vetro con materiale scuro, lasciando esposta una piccola parte della bottiglia perché vi entrasse liberamente la luce. Poi scrissi più volte nomi e frasi intere sulla carta e ritagliai con cura le parti inchiostrate per mezzo di un coltello affilato. Con della cera feci aderire la carta perforata al vetro. Dopo poco tempo i raggi del sole, là dove colpivano il vetro attraverso le parti ritagliate della carta, scrissero ogni parola o frase sul precipitato di gesso, con tale esattezza e chiarezza che molte persone, curiose dell'esperimento ma ignorandone la natura, colsero l'occasione per attribuirlo a qualche trucco particolare”.
Schultze chiamò scotophorus (portatore di tenebre) il composto fotosensibile e nel 1727 pubblicò le sue scoperte negli atti dell'Accademia degli Scienziati di Norimberga, col titolo "Lo Scotophorus scoperto invece del Phosphorus, ovvero un Esperimento importante dell'azione dei raggi solari".
Wedwood (ceramista) 1802
Sensibilizza vari materiali (carta, cuoio ecc.) al nitrato d’argento (salva immagini per contatto), ma non riesce a fissare l’immagine, che sono visibili soltanto al buio.
Niepce 1827: Eliografia
Esperimenti con la camera oscura, cerca una sostanza che scolorisca alla luce - Bitume di Giudea (sensibile alla luce) + olio di lavanda. Tecnica fototecnica: eliografia. La usa per produrre lastre da incidere e per sensibilizzare metallo e vetro.
Joseph Nicéphore Niépce, ricercatore francese, è l’uomo chiave della fotografia: dapprima si interessò alla litografia e con l’obiettivo di perfezionarla. Nel 1817 riuscì a fissare l’immagine della camera oscura su carta sensibilizzata con il cloruro d’argento. Fece una camera oscura con una scatola di 3 cm per lato ed una piccola lente da microscopio solare, il risultato era un negativo: sfortunatamente i risultati non erano quelli ricercati. Per questo Niépce, nel 1822, trovò un prodotto diverso, il bitume di Giudea (un tipo di asfalto, normalmente solubile all'olio di lavanda, che indurisce se esposto alla luce) dopo aver notato le sue proprietà fotosensibili.
Il bitume di Giudea era usato dagli incisori per ricoprire la lastra di rame prima di tracciarvi il disegno e serviva per proteggere la lastra quando l’acido corrodeva le linee tracciate dal disegnatore. Niépce portò un'innovazione nelle arti visive in quanto la diversa misura di indurimento di una vernice, ad opera della luce, garantiva la riproduzione esatta dell’immagine sulla lastra. Niépce, inoltre, usò il procedimento al bitume per ottenere positivi sul metallo e su lastre di vetro. Dopo l’esposizione alla luce egli lavava la lastra ricoperta di bitume nell’acquaforte. Poi collocava la lastra capovolta sopra una scatola aperta contenente iodio che con i suoi vapori scuriva la lastra nelle zone che erano rimaste non esposte. Il primo esperimento riguardò un’incisione del cardinale Georges d’Amboise, che soddisfò Niépce e pose le basi dell’eliografia, l’antenata più diretta della moderna fotografia.
Daguerre 1837: Dagherrotipo
Lastra di rame placcata d’argento (cm 16 x 21). Scatola di vapori di iodio: ioduro sensibile alla luce d’argento. Esposizione alla camera oscura. Scatola con mercurio riscaldato (altra vaporizzazione, fissava l’immagine). Immersione nel sale marino (per rendere l’argento insensibile). Lavaggio in acqua.
Nel 1829 Niépce firmò un contratto di collaborazione di 10 anni con il pittore parigino, Louis Jaques Mandé Daguerre che aveva conosciuto due anni prima a Parigi: morto nel 1833, Niépce non riuscì, tuttavia, a completare i suoi studi e a vedere realizzato il frutto del suo lavoro, che fu portato avanti dal pittore e che portò alla dagherrotipia, una nuova tecnica fotografica per lo sviluppo d’immagini non riproducibili.
Daguerre fece una specie di fondale, detto Diorama, dipinto con l'aiuto della camera oscura, sulla quale venivano proiettate luci e colori di intensità diversi producendo effetti illusionistici. I quadri erano grandi 14 metri per 22. Un leggero velo semitrasparente era ai lati dei quadri. Se si spostava l’illuminazione un’immagine si dissolveva nell’altra. Daguerre e Bouton ricorsero alla camera scura per avere una prospettiva corretta.
Il dagherrotipo: lo specchio dotato di memoria. Daguerre, nel 1835, scoprì che i vapori di mercurio possono rendere visibile l'immagine altrimenti invisibile sulle lastre di rame argentato e vapori di iodio che Niepce aveva cominciato ad usare. Da questa scoperta fondamentale deriva il procedimento della dagherrotipia che richiede cinque fasi di lavorazione:
- Si pulisce perfettamente la lastra di rame, argentato per elettrolisi o secondo il metodo di Sheffield, usando abrasivo molto fine e acqua.
- La lastra o le lastre (più lastre possono venire trattate contemporaneamente) si sensibilizzano esponendole a vapori di iodio fino a che sono ricoperta uniformemente di uno strato di ioduro d'argento di colore giallo arancio.
- Si espone per una ventina di minuti a luce solare intensa.
- Si sviluppa l'immagine esponendola a vapori di mercurio riscaldato a circa 60 gradi con una fiamma ad alcool: il mercurio entra in lega con l'argento formando un amalgama biancastro in corrispondenza delle luci.
- Si stabilizza l'immagine. Nel procedimento originale si usava stabilizzare l’immagine con cloruro di sodio concentrato (sale marino). Successivamente si è impiegato tiosolfato di sodio, detto dai fotografi “iposolfito”.
Per impedire l'annerimento all'aria dell'argento, ad opera di tracce di idrogeno solforato, il dagherrotipo doveva essere montato sotto vetro. La daguerrotipia rimase estremamente popolare fino all'introduzione del processo al collodio umido e venne ritenuta superiore alla calotipia di William Henry Fox Talbot, perché in grado di fornire direttamente un'immagine positiva molto più dettagliata e nitida. Una società fondata da Daguerre, I. Niépce e A. Giroux, provvide a produrre e commercializzare l'attrezzatura necessaria. L'inconveniente principale era che i tempi di posa erano lunghi fino a otto minuti, pur avendo aumentato la luminosità, facendo riflettere la luce solare per mezzo di specchi ed utilizzando la macchina di Wolcott, importata dagli Stati Uniti da Richard Beard (apparecchio catottrico che sostituisce all'obiettivo uno specchio concavo).
Nel 1840 ci furono nuovi progressi tecnici: Voigtlander mise sul mercato un obiettivo perfezionato e molto luminoso; J. F. Goddard, secondo licenziatario della dagherrotipia in Gran Bretagna, trovò che è possibile aumentare la sensibilità delle lastre esponendole a vapori di bromo dopo la iodurazione. Il primo licenziatario inglese, A. Claudet, si accorse che un risultato analogo lo si ottiene con il cloro; infine Fizeau indorò la lastra: la immerse in un bagno di iposolfito, poi la scaldò ponendola orizzontalmente sopra una fiamma e infine la cosparse di una soluzione di cloruro d’oro, che dava alle parti luminose dell’immagine maggiore intensità e la superficie del dagherrotipo era meno deperibile. Da allora divenne pratica corrente sensibilizzare le lastre iodurate con cloro, bromo o entrambi.
I ritratti più comuni erano di tre quarti di figura. I tempi di posa erano diventati di mezzo minuto. Il ritratto non portava il nome dell’autore. Vi erano daguerrotipi di panorami di città e architetture. Il dagherrotipo non si prestava a rapide riproduzioni poiché era fragile, doveva essere conservato sotto vetro e era costoso. I tempi di esposizioni erano così lunghi che era impossibile fissare sulla lastra le persone, e il pubblico era insoddisfatto perché era interessato ai ritratti ed era un supplizio stare immobili per tanto tempo (20/30 minuti). Il ritratto più comune era quello di ¾ di figura. Gli Stati Uniti fecero più largo uso di dagherrotipi. Il dagherrotipo non si prestava a rapide riproduzioni, era fragile e doveva essere conservato sotto vetro e costava caro.
Fox Talbot – 1841: Calotipo
Calotipo: disegno fotogenico. Sensibilizzazione alla carta con cloruro di sodio (sale da cucina). Seconda sensibilizzazione al nitrato d’argento. Immagine negativa per contatto (shadografia). Positivo su fogli trasparenti. Differenze Dagherrotipo: positivo diretto, una sola copia, supporto metallico. Calotipo: stampa a contatto (no sviluppo), sia negativo che positivo, riproducibile.
Il calotipo "il pennello della natura". Talbot aveva inventato il sistema fotografico basato sul negativo-positivo. Talbot stava conducendo esperimenti analoghi a Daguerre con la camera oscura. Ma mentre Daguerre parlava di lastre di rame, Talbot parlava di fogli di carta. Fin dal 1835 Talbot aveva realizzato dei cosiddetti disegni fotogenici (negativi su carta) stampati poi in positivo, che col tempo perfezionò. Si trattava del metodo fotografico attuale (negativo-positivo). In pratica egli usava come supporto un foglio immerso in una soluzione di sale da cucina sensibilizzata.
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