Università degli Studi di Cagliari,
Facoltà di Beni Culturali e Spettacolo, corso di Teoria e Storia della fotografia/e.
Docente: David Bruni.
Roberta Carta
Anno accademico 2018/19.
Il seguente documento passa in rassegna le principali tappe che hanno caratterizzato la storia della
fotografia, dalla sua nascita all’inizio del XIX secolo fino ai giorni nostri.
Vengono analizzati e descritti
a) i principali generi, come il ritratto, lo stile documentario, il fotogiornalismo, la street
photography, l’archivio e la fotografia messa in scena
b) i suoi rapporti con le altre arti espressioni artistiche
c) le fotografie di riferimento, analizzate dal punto di vista stilistico e tenendo conto del
contesto storico e artistico di appartenenza. Università degli Studi di Cagliari,
Facoltà di Beni Culturali e Spettacolo, corso di Teoria e Storia della fotografia/e.
Docente: David Bruni.
Roberta Carta
Anno accademico 2018/19.
Dalla nascita della fotografia alla prima metà dell’800.
Il 7 gennaio 1839 è, per convenzione, la data con cui si indica la nascita della fotografia.
In termini etimologici, fotografia significa forma di scrittura con la luce.
La fotografia si basa:
Sul principio della camera oscura, già noto dal tardo rinascimento e basato sul fatto che
se noi pratichiamo un piccolo foro nella parete di una stanza immersa nel buio, la luce che filtra
dal foro riflette sulla parete l’immagine capovolta di tutti gli oggetti che si trovano all’esterno.
Sarà però solo un secolo dopo che si parlerà di camera oscura come di uno strumento di cui ci si
poteva servire per ricalcare il disegno di ciò che si trovava all’esterno della stanza.
In realtà, già nel XIX secolo, con Nicéphore Niépce, ci si avvicina al risultato a cui noi siamo
abituati con la fotografia Vista da una finestra a Le Gras veduta scattata da Niépce nel 1826/27
con l’obiettivo di fissare l’immagine che vede dalla propria finestra.
Naturalmente, finché la camera oscura non diventò portatile rimase pressoché inservibile.
Sulla prospettiva quattrocentesca.
Lo spazio rappresentato è dunque univoco
centrato
ordinato
Simbolicamente riferimento alla posizione centrale che l’uomo occidentale assume nel periodo
rinascimentale.
Vi sono tuttavia studiosi che, avvicinandosi alla fotografia, preferiscono riferirsi ad altre opzioni
figurative, come la pittura nordica e l’impressionismo.
Come qualsiasi forma artistica, la fotografia è considerata il risultato di un determinato contesto
socioculturale ed economico.
Sul piano filosofico-culturale, si vede la nascita della fotografia come collegata ad alcuni temi
conduttori del pensiero illuminista e del pensiero positivista.
È anche vero che questa forma artistica ha molto a che fare con la classe borghese, classe
dominante della società del XIX secolo che sentiva la necessità di dare al mondo un’immagine di
sé. raccontare il mondo.
La fotografia sfruttava il principio della camera oscura, ma occorreva che l’immagine andasse
fissata attraverso un supporto e attraverso sostanze fotosensibili.
Sarà proprio Niépce ad avere un’importante intuizione: tenta di ottenere una matrice inchiostrabile
da cui trarre più copie e arriva anche a descrivere la nozione di negativo, pur non riuscendo a
stamparlo in quanto le figure impresse erano troppo deboli e non si riusciva dunque a fissarle.
Niépce usa come sostanza fotosensibile il cosiddetto bitume di giudea, sostanza che si induriva con
la luce del sole ma che era ben poco fotosensibile, motivo per cui l’esposizione durava 8 ore.
Egli definisce la Vista da una finestra a Le Gras un’eliografia, cioè scrittura del sole come se il
sole scrivesse, quindi imprimesse, ciò che lui osservava grazie all’azione del bitume di giudea.
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Docente: David Bruni.
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Anno accademico 2018/19.
Niépce coltiva in questi anni contatti frequenti con Louis Daguerre, oggi considerato il padre della
fotografia. I due avviano insieme una società, della durata di qualche anno, dopodiché Niépce
muore nel 1833 e i rapporti con Daguerre vengono mantenuti dal suo erede.
Il 7 gennaio 1839, il parlamentare Arago annuncia la nascita di un metodo per fissare le immagini
da sole dentro la camera oscura: la dagherrotipia.
metodo sviluppato da Daguerre che usa come sostanza fotosensibile lo
DAGHERROTIPIA ioduro d’argento, che lascia un’immagine latente che viene rivelata
attraverso l’impiego di vapori di mercurio.
L’immagine viene fissata poi con un bagno di soluzione di sale marino.
L’esposizione non è più prolungata, riducendosi a un tempo che va dai 3 ai
30 minuti.
La cura per i dettagli è minuziosissima, tanto che una definizione ricorrente di dagherrotipo lo
paragona a uno specchio, parallelismo che ha ragioni anche di natura estetica: il dagherrotipo si
presenta come una lastra di dimensioni relativamente ridotte, costituita da rame argentato e
priva di matrice. La superficie è riflettente e monocroma.
Il risultato della dagherrotipia è un’immagine prospettica del reale, filtrata attraverso la camera
oscura, in copia unica non duplicabile.
I limiti della dagherrotipia sono:
Tempi di esposizione ancora abbastanza lunghi.
Macchina costosa e voluminosa.
Dagherrotipi molto fragili, che devono essere in virtù di questo necessariamente
incorniciati o riposti in appositi astucci.
Nonostante questi limiti, i dagherrotipi acquistano una notevole popolarità.
Inizialmente rappresentano perlopiù monumenti architettonici, poi per movimentarli si
aggiungeranno anche figure umane e carrozze.
Per quanto riguarda il ritratto, tuttavia, per ottenerlo con il dagherrotipo il processo era lungo e
faticoso: la persona che si voleva ritrarre doveva infatti sopportare una luce accecante e posare
contro uno sfondo liscio per un tempo abbastanza lungo in assoluta immobilità per non alterare
l’immagine.
Esempi dagherrotipi di Daguerre.
Esempio 1. Natura morta del 1887. dettagli minuziosi.
vasta gamma di sfumature.
realismo dei contorni e dei volumi.
Esempio 2. Veduta sul Boulevard du temple.
scattata nel 1838 dall’abitazione di Daguerre stesso
precisione estrema di dettagli, che riesce a riprodurre tutto ciò che ha a che fare con il paesaggio
e gli edifici.
nonostante fosse una via molto trafficata, compaiono soltanto la figura di un uomo che si fa
lustrare le scarpe. C’è chi ha ipotizzato che questo elemento fosse frutto di una messa in scena:
probabilmente Daguerre ha richiesto che i due stessero immobili in un punto per dei dati minuti in
modo che le loro figure si potessero immortalare, al contrario delle macchine e dei passanti che
andavano e venivano continuamente e che quindi non potevano essere fissati nell’immagine.
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Nel 1839, presso la Royal Society di Londra, William Henry Fox Talbot propone il modello del
calotipo.
Nel 1834, egli comincia a dedicarsi a quello che lui chiama “disegno fotogenico”, che prevedeva
l’impiego del nitrato d’argento. Una volta proiettata l’immagine su carta, però, gli oggetti non
vengono fissati permanentemente. Immerge allora la carta in una soluzione di cloruro di sodio, poi
la bagna con il nitrato d’argento, formando il cloruro d’argento, sensibile alla luce.
Il negativo viene così fissato, in quanto il supporto cartaceo viene sensibilizzato a contatto con il
soggetto.
La svolta avviene tra il 1839 e il 1840, quando viene introdotto il concetto di immagine latente.
L’immagine latente sta alla base della concezione di fotografia come impronta: non è più necessario
che il supporto impiegato per ottenere questa immagine sia esposto fino alla comparsa di una traccia
visibile, ma può essere sviluppata dopo grazie a un rilevatore, ovvero l’acido gallico.
Tale procedimento prende il nome di calotipia o di talbotipia.
Calotipia dal greco calos, assumendo quindi il significato di stampa del bello.
Caratteristiche del calotipo:
presuppone l’uso del negativo, quindi della matrice e della possibilità di riprodurre infinite
copie.
Si possono trarre copie positive in successive fasi di stampa sfruttando un processo di
annerimento, ovvero un ulteriore rovesciamento tonale rispetto a quello immediatamente
precedente.
Enorme quantità di dettagli.
Elevata definizione dei contrasti.
L’opera più celebre di Talbot è un libro fotografico intitolato “The pencil of nature”, pubblicato tra
il 1844 e il 1846 e costituito da 6 fascicoli e 24 stampe originali.
Ciascuna immagine è accompagnata da una/due pagine di testo che ne illustrano il significato.
Le immagini proposte si riferiscono soprattutto a:
Soggetti architettonici.
Nature morte.
Opere d’arte.
Esempio. Porta aperta rivela una notevole cura per i dettagli e il riferimento alla dimensione
descrittiva-quotidiana tipica della pittura olandese del 600.
Altro protagonista degli anni di esordio della fotografia è Hippolyte Bayard, la cui opera più
celebre si intitola Ritratto di un annegato opera che allude in maniera simbolica al fatto che le
lunghe ricerche e i risultati del suo sforzo non vennero premiati con lo stesso trattamento riservato
invece a Niépce e Daguerre.
Nella metà del XIX secolo si assiste a una vera e propria rivoluzione con l’introduzione del collodio
umido. Università degli Studi di Cagliari,
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Il collodio umido prevedeva un procedimento basato sull’uso del negativo su vetro e una
successiva produzione di immagini su carta. La carta generalmente impiegata era la cosiddetta
carta albuminata, caratterizzata da dettagli molto nitidi e tonalità sul grigio e sul marrone.
Il problema principale è che la fase dello sviluppo doveva avvenire subito dopo la cattura delle
immagini, altrimenti il collodio si sarebbe asciugato e diventato quindi impermeabile. Questo
problema si presentava soprattutto nel caso delle fotografie all’aria aperta, caso in cui bisognava
portarsi dietro qualcosa che fungesse da camera oscura, come un carro aperto o una tenda, e i
prodotti chimici necessari.
Per ovviare a questo problema si cominciarono a sensibilizzare le lastre di vetro con sali d’argento
mescolati a collodio umido.
Tipologie di immagini ottenute con il collodio umido più frequenti:
Immagini in formato stereoscopico procedimento che assicurava un effetto di
tridimensionalità, in quanto vi erano due immagini dello stesso soggetto scattate da
fotocamere a due obiettivi.
Il ritratto, che diventa il genere di riferimento inizialmente presso le classi più abbienti poi,
una volta diminuiti i costi, anche presso la medio-bassa borghesia.
Per la borghesia, il ritratto rappresentava una forma di autorappresentazione e un modo
per affermare la propria immagine nella società.
Successivamente permetterà anche ai meno abbienti di conservare in qualche modo dei
ricordi, tramandando quindi l’immagine dei propri simili.
Da questo traspare fotografia come risposta a un bisogno sociologico solidificare la
propria immagine in termini identitari agire in qualche modo sulla mortalità del
singolo individuo.
Quando il ritratto diventa “moda”, si diffondono i fotografi urbani, i quali agiscono al di
fuori dei centri più popolosi permettendo quindi anche a chi abitava lontano di ritrarre.
Il biglietto da visita fotografia su carta, incollata su un cartoncino delle dimensioni di
10x6cm. metteva in risalto l’abito, la condizione sociale, ma anche le peculiarità fisiche.
Questo tipo di immagine era sempre a figura intera, quindi non vi era la possibilità per il
fotografo di sfoggiare il suo talento né di approfondire la psicologia del personaggio.
Il biglietto da visita viene introdotto nella seconda metà del XIX secolo da Disderì, il quale
brevetta una macchina dotata di 4 obiettivi, attraverso i quali era possibile effettuare riprese
di altrettante pose su ciascuna metà di una normale lastra di vetro. Si ottengono così otto
immagini distinte, che potevano essere ritratti propri o dei propri cari, ma anche di individui
famosi.
L’aspetto più interessante è che spesso venivano raccolte e scambiate, tanto che quest’epoca
è nota anche come epoca dell’album fotografico, in cui il contenitore più adatto non è più
la cornice ma l’album, che dà alle immagini un valore narrativo.
Possiamo considerare il biglietto da visita come una forma di ritratto a basso prezzo.
La sua produzione aumenta la domanda di ritratti e spesso quella di staff di fotografi che
lavorassero assieme.
Esistevano anche i cosiddetti coloristi, professionisti in grado di colorare il positivo e
ricostruire l’ambiente negli studi fotografici tramite sfondi dipinti e oggetti di scena.
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Con l’introduzione del biglietto da visita, Disderì viene accusato di meccanicizzazione della
fotografia, cioè di aver privato la fotografia di quell’aurea artistica che finora aveva mantenuto.
Negli anni successivi, tuttavia, saranno molti a dedicarsi a questa forma di ritratto.
Tra questi, il fotografo Nadar, il quale fu prima giornalista e caricaturista.
Avvicinatosi alla fotografia, Nadar lavora a partire dal 1853 ed è tra i primi a scattare con la luce
naturale. Egli si dedica soprattutto a ritrarre personaggi famosi nel suo studio: faceva posare i
personaggi contro uno sfondo lucido, sotto un lucernario piuttosto alto, in modo da calibrare
l’azione delle fonti luministiche. I ritratti non erano quasi mai frontali, ma di tre quarti.
Esempio. Ritratto di Sarah Bernardht L’attrice viene trasformata in una figura classica, avvolta
da una tunica il cui drappeggio assicura al ritratto l’illusione di tridimensionalità.
Tra il 1843 e il 1845, David Octavius Hill e Robert Adamson stringono un patto societario e
diventano famosi grazie alle foto scattate ai pescatori di una zona a nord di Edimburgo.
Foto dei pescatori:
attente ai valori luministici
soggetti disposti secondo una configurazione di valore simbolico
antecedenti del cosiddetto documentario sociale
Tra i due, Hill era il più creativo e particolarmente attento ai valori del chiaroscuro.
Di Adamson veniva elogiata la mano particolarmente esperta nella fase di stampa.
È importante anche la figura di Lewis Carroll, celebre più come scrittore che come fotografo.
Egli stringe amicizia con la famiglia Liddell, ma in particolare prova interesse verso Alice Liddell,
bambina che ritrasse insieme alle sorelle e anche da sola.
Esempio. Ritratto di Alice Liddell: Alice Liddel nei panni della piccola mendicante Per la
messa in scena della foto Carroll si ispira a un’opera poetica intitolata La piccola mendicante. Lo
sguardo della bambina, che guarda fisso la macchina, appare piuttosto audace.
Alcuni elementi, come i piedi nudi della bambina, hanno attirato l’attenzione degli storici, facendo
supporre un’allusione a una certa disponibilità sessuale.
Potremmo citare anche la fotografica di Margaret Cameron intitolata Beatrice.
Margaret Cameron ritraeva spesso le donne nei panni di eroine classiche e tragiche.
Il soggetto ritratto in Beatrice è in realtà la nipote e dalla foto emerge la volontà di proporre una
dimensione non realistica dai margini sfumati. Il ritratto è in primo piano e mette in risalto
l’aspetto intimo, accentuato dall’uso di una luce laterale.
La fotografia nella seconda metà dell’800.
Nella seconda metà dell’Ottocento si apre un dibattito a livello teorico e critico sullo statuto della
fotografia, dibattito che coinvolse personaggi celebri, tra cui Charles Baudelaire.
Tra gli anni ’50 e ’60, Baudelaire viene più volte ritratto da alcuni fotografi, tra cui Nadar. Egli
assume tuttavia una posizione fortemente polemica nei confronti della fotografia.
Baudelaire considerava l’industria fotografica il “rifugio di tutti i pittori mancati”, cioè un rifugio
per tutti quei pittori poco dotati o pigri per completare i loro studi. Egli riteneva che la fotografia,
nel sostituire la pittura in alcune sue funzioni, potesse comprometterla o sostituirla completamente.
La fotografia doveva quindi limitarsi ad essere serva delle scienze e delle arti. visione manichea
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Anno accademico 2018/19.
In questo periodo il dibattito verte su tre elementi
la fotografia come arte
interesse dal punto di vista tecnico
dimensione industriale della fotografia
Baudelaire prende in considerazione solo l’aspetto tecnico e quello industriale.
Egli ritiene, quasi in maniera normativa, che le uniche funzioni fotografiche siano:
Funzione documentaria
Funzione naturalistica
Funzione di conservazione della memoria
Negli ultimi decenni del XIX secolo, i progressi t
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