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DE CIVE - HOBBES

1637 Hobbes elabora il piano di nuova nuova opera "Elelementia philosophiae" composta da: "De corpore", "De

homo" e il "De Cive”. Quest'ultimo esce per primo nel 1642 --> Hobbes di trova a Parigi perché teme che il nuovo

parlamento possa opporsi violentamente contro i sostenitori della monarchia.Hobbes pone al centro la riflessione sulla

natura umana che si rivela incentrata esclusivamente su se stessa, quindi su ciò che è piacevole e utile.

Le idee di Hobbes sono innovative e in rottura con la tradizione della scolastica e della concezione aristotelica, ci

sono 2 premesse:

1) il tema della storia= è importante perché è una disciplina e perché è influenzato dalla storia politica del suo tempo,

inoltre ci permette di comprendere gli errori del passato per non commetterli nuovamente

2) Tema della scienza=sostiene che attraverso il metodo scientifico si può giungere alla verità e che il modello perfetto

è di Euclide

Hobbes elabora una filosofia nella quale abbiamo una profonda connesione tra 3 aspetti: la filosofia della natura=

com’è il mondo e cosa prova l’uomo; La filosofia morale= tratta di che cosa siano il bene e il male e quale relazione

intercorre tra questi due; La filosofia politica= si occupa di realizzare tramite mezzi politici il bene per i singoli individui

che accettano di entrare dentro una società;

lo stato degli uomini fuori dalla società civile

viene esposto il progetto dell'opera: mostrare la realizzazione della società civile. Hobbes afferma subito che verranno

analizzate le seguenti facoltà: forza fisica, forza dell’esperienza, forza della ragione, forza della passione.

Il concetto di esperienza dipende in Hobbes dalla concezione della storia come fonte di miglioramento per ciascuno,

l'esperienza non è detto che porti ad una verità immediata, deve essere corretta con una serie di altre esperienze dei

sensi che progressivamente ci aiutano a raffinare le nostre opinioni sul mondo. Troviamo anche il concetto di leggi di

natura = massime che poniamo in atto in quanto esseri umani.Per Hobbes lo stato è un cambiamento rispetto alla

condizione naturale degli uomini: gli uomini istintivamente si regolano però queste leggi non sono sufficienti per vivere

dentro una comunità. Lo stato di natura in Hobbes è determinato dalla contrapposizione dell'uno contro l'altro =

l'uomo vive nell'istinto e non è in grado di autoregolarsi. Gli uomini mettono al primo posto l'amore per sè e l'egoismo

vivendo in un continuo stato di guerra perpetua.

la legge di natura circa i contratti

Secondo Hobbes, studiando la storia umana, si capisce quanto la creazione di società non sia avvenuta per processi

necessari, ma per accidente. Dunque, per Hobbes, l'uomo come "animale politico" non è un interpretazione corretta,

non vi è nessuna predisposizione naturale alla socievolezza. Egli immagina un momento 0 in cui gli uomini non erano

in società, un secondo momento in cui viene costituita la società, e un terzo momento in cui tutti i figli e i discendenti

dei fondatori facciano già parte a priori di una società.

Società civile = intende non una semplice aggregazione di uomini, ma alleanze dentro le quali sono necessari patti e

fede: la società si dà quando si costituisce un patto tra due o più persone e questo patto deve essere rispettato; la

vera società si ha quando si stabilisce un principio su cui costituire la capacità di comprendere cosa sia un patto e

come di debba rispettarlo; l’educazione al vivere in società porta l'uomo a comprendere l'utilità del patto, non vi è

nell'uomo nessuna predisposizione naturale alla socializzazione.

Questo discorso è fondato sull'esperienza infatti secondo Hobbes l'uomo per natura non cerca dei soci ma solo di

trarre onore e vantaggio dagli altri. L'intento con cui gli uomini si associano può essere analizzato appunto con

l'esperienza proprio perché attraverso essa vediamo che in realtà il vero obiettivo di ogni singolo uomo sono gli

interessi personali che vengono in prima considerazione in ogni situazione sia privata che pubblica. Ne consegue che

tutte le forme di aggregazione riguardano ciò che è più utile per il singolo, mettendo al primo posto la propria gloria e

vanità personale. La natura quindi si dimostra divisa poichè l'uomo ha una naturale propensione a ricercare l'utile per

sé e non l'utile per gli altri.

Il discorso è anche fondato sulla ragione: essa infatti analizza le categorie di volontà, bene, onore e utile e conclude

che la società si stringe volontariamente attraverso un patto. L'obiettivo di questa volontà è sempre il proprio utile,

viene quindi reintrodotto l'appiattimento del concetto di bene al concetto di utile, affermando che: tutto ciò che è bene

per noi è ciò che è piacevole e questo piacere per Hobbes si divide in:

- piacere degli organi= utile che avviene quando il nostro organismo accresce le sue capacità materiali di

sopravvivere;

- piacere dell'animo= è costituito dalla gloria che è il massimo piacere e bene dell'anima;

Nessuna società tuttavia può nascere dalla ricerca della gloria, ossia sul tentativo di essere superiori agli altri, l'onore

è il desiderio umano di riconoscimento da parte del prossimo della potenza e della capacità di raggiungere gli obiettivi

fondamentali prefissati e l'autoconservazione.

L'uomo volle raggiungere la gloria e l'onore perché in questo modo mostra la propria capacità di sopravvivere e

badare a se stesso.

In una società fondata su questi aspetti è inevitabile il conflitto: nella storia le società grandi e durevoli sono state

originate dal timore reciproco piuttosto che dalla reciproca benevolenza.

Il timore e il terrore permette al singolo e alle città di preservarsi riconoscendo l'autorità di un potere al di sopra di lui in

grado di proteggerlo = in uno stato di natura dove ogni uomo cerca di realizzarsi il conflitto porta all'autodistruzione,

per poter sopravvivere l'uomo deve per forza riconoscere volontariamente un patto che si instaura tra lui e gli altri

uomini, che pongono al di sopra di loro un sovrano in grado di garantire l'ordine.

Il sovrano detiene il potere che gli è stato delegato dagli altri uomini = non si fa i suoi interessi ma gli interessi di

coloro da cui ha ricevuto lo scettro del potere.

le altre leggi di natura

Qui Hobbes riflette sul fatto che l'uomo, all'interno dello stato di natura, ha paura per la propria incolumità. Gli uomini

qui sono tutti uguali e hanno la preoccupazione di proteggersi gli uni dagli altri. La disuguaglianza viene introdotta

dalla legge civile che consiste nel fatto di sanzionare l'uccisione del prossimo. Nello stato di natura tutti gli uomini

sono ugualmente esposti al pericolo della morte, indipentemente dalle loro caratteristiche fisiche. Nella società civile

non c'è più uguaglianza.

la legge naturale è una legge divina

La legge naturale morale è chimata anche legge divina. Quando si è nello stato di natura in tutti gli uomini è presente

la volontà di nuocere. Nelolo stato di natura l'importante è sopravvivere e questo richiede determinate condizioni che il

singolo deve conquistarsi. Si causa così un continuo conflitto: ciascuno si arroga un diritto sui beni necessari alla vita.

Non vi è una spartizione equa ma soltanto una lotta dove il più forte riesce ad ottenere ciò che desidera. La ragione

che è la stessa legge di natura viene data a ciascuno immediatamente da dio come regola delle sue azioni.

problema= Cosa sta alla base del conflitto? Il fatto che tutti gli uomini desiderano le stesse cose-> conclusione:

usiamo la ragione per la conservazione

Commento - discorso di Hobbes applicato agli animali:

L'antropologia di Hobbes è pessimistica = presenta l'uomo caratterizzato dalla paura di vivere nel mondo.

L'esperienza secondo Hobbes mostra che chiunque può farci del male e in ognuno di noi è innata la paura della

morte. La formazione della società garantisce la sicurezza e la protezione dal pericolo della morte. In secondo luogo

la natura umana è caratterizzata dall'egoismo. La proprietà privita è per Hobbes una cosa artificiale mentre nello stato

di natura vige solo la legge del più forte.

Gli uomini possano fare cose contrarie al loro stesso interesse: nel linguaggio è insita la forma della persuasione,

dunque un uomo può essere persuaso anche al suicidio. Inconsciamente l'uomo però compie sempre atti per

presevarsi dal dolore manifestando quindi sempre la paura della morte, anche gli animali hanno comportamenti legati

all'instinto dall'autoconservazione.

Secondo Hobbes l'uguaglianza è data dalla mancanza di sicurezza = dal fatto che c'è sempre la possibilità di subire

danno dagli altri. Se la pace non è possibile allora il nemico deve essere reso del tutto inoffensivo. L'uguaglianza sta

quindi nella vulnerabilità. Bisogna che si rinunci al diritto di avere tutto accettando l'idea che non si può prendere tutto

= lo stato è istituito sulla base di questo scambio, la libertà per la sicurezza.

Lo stato è un contratto di rinuncia in cui noi rinunciamo a tutto in cambio della Sicurezza (vedi Burkert).

Lo stato nasce da un patto attraverso il quale i singoli rinunciano a qualcosa nella speranza di guadagnare qualcosa,

non può essere fatto con gli animali perché non mostrano ne parola ne intelletto. Il contrattualismo è valido solo se le

parti sono coscienti. La relazione uomo-animale non può basarsi su un patto quindi l'unica soluzione è una guerra

perpetua: l'uomo si sentirà sempre legittimato a provocare danno all'animale.

Non c'è alcun diritto animale sul quale si fonda la letteratura animalista= se si pensa che gli animali abbiano diritti si

estendono alcuni diritti umani anche a loro.

Hobbes = sostiene che gli animali, non avendo intelletto e parola, non possano avere diritti.

Secondo Hobbes: Diritto e torto esistono solo se c'è un patto, mentre il bene e il male sono legati alla nostra natura

corporea. Il diritto è solo ciò che si stipula -> pur non essendo buono quello che facciamo agli animali non lede un

diritto ma è una semplice applicazione di forza. In Hobbes il tema del Leviatano mostro biblico che Hobbes utilizza per

mostrare la forza dello Stato -> si costituisce come un patto che vincola tutti allo stesso modo e tutti sono privati dei

diritti in cambio di pace e sicurezza.

Durante la guerra nessuno ha vincoli, lo stato di guerra è una situazione civile, è un tentativo egoistico di danneggiare

qualcuno a proprio vantaggio

lotta per la sopravvivenza=in guerra si usano strategie per sopravvivere->conclusione= uomo è in stato di guerra con

gli animali

predazone->comportamento occasionale indipendente dalle circostanze, è una superiorità momentanea per ottenere

profitti

dominio-> superiorità non occasionale, qualcuno che controlla la vita di altri-> è l’obbiettivo di una guerra

LA CREAZIONE DEL SACRO - BURKERT

“Lo scambio di doni sembra essere uno degli universalia delle civiltà umane.”

Dare è uno dei verbi fondamentali in quasi tutte le lingue -> vi sono studi che dimostrano come il principio del dono si

manifestò nelle cosiddette civiltà primitive. Ci sono anche forme di acquisizioni violente di un bene -> possono essere

altrettanto frequenti e comuni ma si tratta di fenomeni distinti. Il donare controlla un sistema gerarchico e ne

garantisce la stabilità = non è un atto né disinteressato né egoistico, è piuttosto un equilibrio precario tra il

disinteressamento e la modalità egoistica. (pag.166-167) Invenzione del libero mercato, denaro = il sistema muta

Donare crea un legame tra chi dà e chi riceve mentre lo scambio semplice di denaro è impersonale. Caso delle tasse

pagate allo stato = nei cittadini c’è l’aspettativa che in cambio dei soldi versati si otterranno privilegi, prestigio o

sicurezza personale. Per citare Bourdieu = “teoria della prassi” : le interazioni sociali sono trasferimenti di beni, fare

doni diventa un investimento, un’accumulazione di capitale simbolico che verrà utilizzato in un secondo momento.

Dimostra che il capitalismo opera anche sui sistemi primitivi di interazione: il donare è il modo in cui funzionano i

sistemi sociali. La reciprocità del donare è uno degli universalia dell’antropologia bisogna esaminare le caratteristiche

antropologiche: Dare presuppone una evoluzione della mano: si diventa capaci di una manipolazione (fatto che

distingue l’uomo dalla scimmia) = presuppone l’impresa intellettuale di costruire un oggetto separabile dalla sfera

personale, che verrà donato. Nella scelta del partner a cui donare entra in gioco quasi sempre una sorta di empatia

rivolta verso i partner di eguale status. In questi processi si sviluppano attività prettamente intellettuali come: contare,

calcolare, misurare e soppesare. Alla base del concetto di scambio dovrebbe esserci un concetto di eguaglianza e di

misura. Nella storia umana troviamo estensioni del principio di reciprocità abbastanza irrazionali = queste rimangono

comunque presenti e molto soddisfacenti per la mente umana. L’aspetto del dono domina anche il sesso e il

matrimonio = spesso la sessualità è irrazionale , perché rifiuta il conformismo, ma lo scambio di doni risulta essere il

mezzo per imporre razionalità sulla sessualità. La femmina diventa “oggetto” dello scambio = la sposa viene data al

pretendente dal padre e, mediante uno scambio di donne, famiglie e tribù stabiliscono rapporti e legami di amicizia. Il

matrimonio diventa un contratto che regola diritti di proprietà: lo sposo deve dare qualcosa in cambio per ottenere la

sposa o per ricevere assieme alla sposa anche una dote. Nelle diverse civiltà ci sono delle variazioni di questo

meccanismo, ma quello che è chiaro è che un dare per avere ci deve essere! Anche il più intimo rapporto maschio-

femmina richiede dei doni = la femmina dona la sua verginità al maschio e vuole in cambio un compenso. Lo scambio

di cose di valore sta anche alla base del concetto di prostituzione. (pag 168-169)Altra applicazione del principio di

reciprocità = nella sfera della giustizia punitiva.La punizione viene accettata come giusta se sottostà al concetto del

dare reciproco, della retribuzione. Il colpevole sa di subire ciò che lui stesso ha fatto ad altre persone, ma vi sono dei

limiti alla legge del taglione. Tuttavia il principio della reciprocità, per quanto primordiale, non è innato = deve essere

imparato di nuovo da ciascun individuo.Tra gli animali esistono delle pallide analogie di questo principio: l’esempio dei

genitori che curano i figli va lasciato da parte perché questo è un istinto. Altresì potrebbe essere l’origine del concetto

di charis. Qualche accenno del concetto di dono si trova nei riti di accoppiamento animale = si tratta di un

comportamento finalizzato a suscitare interesse e ridurre l’ansia, non ne deriva alcun principio di reciprocità. (pag

170-171)

Ambito religioso = lo scambio di doni è onnipresente. Ma nella sua critica Platone sostiene che il commercio tra

uomini e dei sia eseguito da demoni, questo commercio consiste in preghiere e sacrifici e anche in ricompense.

Potrebbe essere una buona definizione della religione come “sistema di scambio sacrificale”. Democrito conviene che

gli dei danno agli umani solo le cose buone, mentre le cose cattive accadono perché gli uomini sono ciechi. I doni

dall’altro sono solo un lato del commercio, ad essi devono corrispondere i doni umani per le dività. (forma di

ingraziamento umana verso gli dei). Per Socrate: ricambiare è obbligatorio da entrambe le parti. (pag 172-173).

L’atteggiamento religioso è stato definito come il principio del “do ut des”, io do affinché tu dia a me. Il principio del “do

ut des” ammette variazioni: contro la sfacciata richiesta di reciprocità in primo luogo si scaglia Gesù: “dare è più

benedetto di ricevere”. (pag 174-175). La reciprocità è una forma di moralità. Come si è sviluppata la moralità

all’interno di un contesto darwniano dominato dalla lotta per la sopravvivenza? Questo è stato riesaminato alla luce

della teoria dei giochi e della simulazione con elaboratori elettronici. Questi studi hanno demolito l’idea di selezione

gruppo cara al darwnismo sociale. Anche Durkheim e Mauss si sono scagliati contro Darwin e miravano a dimostrare

la priorità delle società rispetto all’individuo. Giustizia e collaborazione è chiaro che portano un vantaggio al gruppo

ma il vantaggio maggiore andrà a coloro che barano, a prosperare sono i geni egoisti come direbbe Dawkins.

Dilemma del prigioniero = a lungo andare le strategie oneste hanno più successo di quelle aggressive, basate sulla

tendenza a ingannare il più presto possibile (strategia del risentimento o del pan per focaccia). Reciprocità e

collaborazione si sono forse rivelate più vantaggiose e quindi per questo sono diventate valori della tradizione

culturale? Merita attenzione il Commercio silenzioso = definito la forma più antica di commercio estero. (pag 176-177)

Sud di Gibilterra = i mercanti fenici sbarcano e mettono le loro merci sulla spiaggia, poi risalgono sulle navi e fanno

segnali di fumo, i nativi li vedono e portano oro in misura alle merci. Sembra che queste forme di commercio

silenzioso nascano spontaneamente , specie in situazioni in cui la diffidenza è alta e la comunicazione limitata. Il

principio della reciprocità viene accettato in partenza: anche senza contatto o discussione diretta. Se in questo

Commercio silenzioso prevalessero inganno o violenza esso non reggerebbe. Commercio silenzioso = analogie con

certe forme di dono agli dei (offerte fuori dall’habitat normale, l’offerente si ritira aspettando il contraccambio). Questo

dono del contraccambio non è per nulla ovvio e scontato, ma allora perché prevale questa pratica? Il principio del

donare non è verificabile in relazione agli dei e ai morti, e decisamente non è naturale (non è un fatto biologico), ma

esso domina le religioni, civiltà primitive e arcaiche. (pag 178-179) Non esistono prove statistiche dell’efficacia del

dono religioso, quanto piuttosto del contrario. Nella letteratura troviamo molti esempi del fatto che donare agli dei è

stato vano. Sta di fatto che le delusioni non impediscono agli uomini di credere che tutte le cose di cui hanno bisogno

nella vita siano doni che provengono dall’alto. La religione è costosa, e anche se il cristianesimo si è imposto come

una religione a buon mercato, gli altri dei sono avidi ed esigono doni ad ogni occasione. L’ingiustizia sembra prevalere

nonostante l’aspettativa di una ricompensa, che probabilmente mai arriverà. Gli antichi ponevano questa questione:

se i doni contano allora il ricco avrà più possibilità di avere rapporti con i suoi dei. Esiodo = bisogna sacrificare

secondo i propri mezzi. (pag 180-181)

Altri aneddoti = gli dei preferiscono le offerte semplici dell’uomo povero ai sontuosi sacrifici del ricco. Critica più

radicale = avanzata da Platone scandalizzato all’idea che i doni persuadono, influenzano gli dei. La sua teoria

potrebbe eliminare le forme fondamentali del culto lasciando solo una filosofica assimilazione a dio. Nonostante i

tentativi filosofici, tra cui quello platonico, di proporre una teologia più elevata basata su divinità autosufficienti, il

donare non è stato estromesso dalla pratica religiosa. È ovunque sottinteso che la comunicazione col divino avvenga

mediate uno scambio, un dono reciproco. (pag 182-183) Nel regno della realtà il dono religioso non raggiunge mai il

destinatario il commercio col divino si svolge mediante formule e simbolismi, non c’è un contatto diretto. Non c’è mai

stata la possibilità di mandare direttamente doni agli dei. Gli oggetti da donare si trattano in questo modo : o vengono

cerimonialmente distrutti oppure si riciclano. Distruzione cerimoniale = gettare in acqua, bruciare col fuoco, o versarci

liquidi sopra. Possono anche essere sepolti col defunto e anche questo li rende non riciclabili. Se doni commestibili

vengono depositati all’aperto è molto facile che gli animali se ne cibino (inizia il riciclaggio). (pag 184-185) Il riciclaggio

è una tradizione antica = uso fondamentale per il sistema templare vicino all’Oriente e in Egitto. Forma più semplice

di riciclaggio, dopo quella animale = i doni vengono raccolti in nome di dio dai suoi rappresentanti – forma di mendicità

sacralizzata (tipico dei monaci buddhisti). (pag 186-187)

Terzo modo di trattare i doni = fondamentale nella Grecia arcaica: questi doni non vengono né distrutti né riciclati ma

trasformati in monumenti durevoli che apparterranno per sempre alla divinità (sono posti nel recinto di dio, dove si

svolgono a lui i sacrifici). I concetti di dono agli dei e di sacrificio coincidono in larga misura ma non del tutto = il rito

centrale del sacrificio antico è l’immolazione sacra che introduce al banchetto comune, in cui la porzione lasciata agli

dei è esigua. Banchetto sacrificale = questa cerimonia sembra derivare dalla pratica della caccia. Costituisce il

paradigma della spartizione del cibo, forma basilare di collaborazione tra esseri umani. (pag 188-189) Le scimmie

normalmente non spartiscono il cibo (anche se esempi di questo genere sono stati osservati tra i primati), per gli

umani invece la spartizione del cibo è fondamentale (questa importanza viene assunta in età paleolitica). La caccia

era un’occupazione esclusivamente maschiale mentre le donne erano raccoglitrici. Lo scambio reciproco diventa

quindi la base della struttura famigliare umana. Riconoscimento dell’eguaglianza di rango = le parti vengono

distribuite con debito ordine e non a caso. Concetti greci di moira e aisa = risalenti alla spartizione della carne,

significano parte, porzione o quota, per designare l’ordine generale, l’ordine del mondo e il fato. Ma qual è il ruolo

degli dei nella commercialità umana? Gli dei partecipavano alla consumazione del pasto ma, come dice Omero, solo

presso gli etiopi o i feaci. Anche se il rito di immolazione e il consumo di carne potevano essere vietati in ambito

profano, in ambito ritualistico erano concessi: vengono sacralizzati. I rituali che seguono per preparare e

accompagnare l’immolazione e il banchetto aiutano a vincere forme speciali di ansia, comportano l’uso di armi, il

versare sangue, la rappresentazione dalla morte e doni propiziatori. L’integrazione degli dei al pasto ha lo scopo di

consolidare il gruppo stabilendo un’autorità superiore e di assicurare la continuità nella precaria trasmissione della

vita. Accumulazione e consumo devono essere bilanciarsi = altra messa in atto della legge di reciprocità. (pag

190-191) Certe offerte, più che un gradito contraccambio, rimandano a situazioni di minaccia e violenza, I tributi

possono essere pretesi non solo dagli dei, ma anche da barbari, predatori, pirati e ladri di ogni genere. Anche nella

tradizione religiosa i doni agli dei possono essere visti come un tributo imposto da una potenza minacciosa. Non è

strano che anche le divinità “minacciose” della pestilenza e della febbre siano venerati: per renderli innocui. Tipo affine

di offerte irrazionali = doni ai defunti, illusione di una famigliarità che continua dopo la morte e la credenza che i morti

doneranno in cambio doni di varia prosperità. Nascita e morte diventano un grande ciclo del ricevere e restituire. Allo

stesso tempo: forte credenza che i morti quando sono adirati diventano pericolosi quindi è meglio placarli prima con

doni per tenerli buoni. L’origine di questi timori è chiaramente l’orrore per la morte. Questo ci porta alla reazione

preumana del gettare via cose di valore in una situazione di pericolo, tale reazione deve essere ancor più antica della

spartizione del cibo. Tuttavia col dare si ottiene qualcosa: il panico muta in un comportamento controllato. L’ansia

viene mascherata da un sorriso esitante e la speranza di una futura stabilità permane. Il principio di reciprocità = è

una strategia onesta (che si tratti di rapporti tra umani o tra umano-divino), vittoriosa, un postulato accettabile per

mantenere un mondo stabile. La vita è indubbiamente legata all’ottimismo = anche questa può essere chiamata una

“necessità biologica”. Il postulato della reciprocità sembra corrispondere a leggi oggettive e questo ha avuto molto

successo nell’interpretazione fisico-matematica del nostro mondo. La fisica opera mediante proPORZIONI (si noti il

temine porzioni) = il principio di reciprocità è il fondamento stesso del nostro mondo razionale e scientifico. Anche per

Platone il principio del restituire garantisce continuità alla vita: anzi sono gli elementi stessi che costituiscono il corpo

umano ad essere “presi in prestito dall’universo” per poi essere restituiti.

Le teorie oggi più in voga abbracciano in modo entusiasta il concetto di Chaos più che di ordine, e molti osservatori

contemporanei sono giunti all’ideale dell’universo sia una proiezione mentale sempre in cerca di stabilità (non un

universo ordinato). La vita è una transitoria stabilità che dipende dal giusto scambio. Il postulato della reciprocità si

accorda con la biologia è viene debitamente inculcato nella mente umana dalla tradizione religiosa.

Conclusione = ne consegue che il postulato della reciprocità non è un fatto biologico ma puramente culturale

(così come le abitudini alimentari che ci vengono inculcate nella mente sin da piccoli).


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Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GinevraLindi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Mormino Gianfranco.

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