Estratto del documento

Filosofia morale, M-FIL/03, Prof. Roberto Formisano

La vita buona e la conoscenza del bene

Che cos'è la filosofia morale?

La filosofia morale è lo sviluppo di una riflessione incentrata sull’uomo e sul suo comportamento. La sua nascita è legata al contesto storico. Nel V secolo a.C. accanto alla narrazione discorsiva razionale si sviluppa la democrazia antica: un esperimento politico in cui le leggi che regolano la vita della collettività non sono più date dagli dèi, ma sono fondate razionalmente.

  • L'uomo comincia a rivendicare autonomia (decidere per il suo bene) rispetto alla natura (physis);
  • Nello spazio chiuso della città viene creato un ordine alternativo: l’uomo si crea le proprie leggi (consapevolmente) per rispondere alle sue esigenze;
  • L'ethos diventa pertanto oggetto autonomo di riflessione: dal comportamento dell’uomo dipendono le sorti della città.

Socrate (Atene, 470-399 a.C.)

La Sofistica e Socrate

Sono due visioni del mondo contrapposte, appartenenti alla medesima epoca. Per entrambe queste visioni vale il principio per cui il filosofo deve contribuire alla vita democratica. Più in generale, esse attestano l’idea secondo cui lo sviluppo delle facoltà razionali dell’uomo sono il viatico per l’affermazione della sua libertà.

Accade però che, con la Sofistica, l’educazione al corretto uso della ragione prende una piega troppo “tecnica”:

  • La filosofia è ridotta ad “arte retorica”;
  • La retorica presto degrada in eristica;
  • La ricerca del vero è abbandonata.

L'immagine di Socrate come “l’anti-sofista” si deve al suo allievo, Platone. Il Socrate platonico rifiuta la riduzione della filosofia a mera arte finalizzata alla conquista dell’onore nei dibattiti. L'apprendimento della retorica e della logica risponde ad un altro scopo: la ricerca del vero bene.

Per conoscere il bene è tuttavia necessario conoscere che cosa è l’uomo. Il bene, infatti, è tale solo se è bene per noi.

- Ma chi siamo noi? Cosa qualifica la nostra “umanità”?

Il problema della definizione dell’essenza dell’uomo si intreccia con il problema della virtù (arete). La virtù è ciò che porta a compimento l’essenza di qualcosa. “Virtuoso” è pertanto l’uomo che dedica la propria vita al compimento della propria essenza. Ma ciò in cui si esprime massimamente l’umanità è la ragione. Quindi, virtù = conoscenza.

La ricerca del bene è bene per l’uomo in quanto la conoscenza razionale del bene è ciò che rende l’uomo libero, cioè capace di autodeterminazione.

Intellettualismo etico

Nel Menone, Socrate spiega l’equazione “virtù” e “scienza/conoscenza”.

Virtuoso non è l’uomo che accetta e rispetta passivamente la legge. Se l'uomo comprende cosa è il bene, e se questo bene è veramente tale, è impossibile che questo bene non diventi la mia legge, la legge che dall’interno della mia volontà dirige le mie azioni. In questo senso, Socrate è stato accusato di intellettualismo etico, in quanto subordina il comportamento alla conoscenza del bene.

L'intellettualismo etico si caratterizza per una duplice convinzione:

  • “Chi agisce bene, necessariamente conosce cosa sia il bene” (è impossibile compiere il bene “a caso”, senza discernimento. Significherebbe essere soggetti al caso, e quindi non liberi);
  • “Chi conosce il bene, necessariamente sceglie il bene” (ovvero: l’uomo non potrebbe mai scegliere il male per il male, perché ciò sarebbe del tutto irragionevole, contrario allo scopo dell’esserci umano che è quello di favorire la propria esistenza).

La critica a Socrate (letture del Menone)

Si concentra su due aspetti:

  • La sopravvalutazione della ragione a scapito della volontà;
  • Il problema del male.

Socrate identifica il male con l’ignoranza. Chi commette il male:

  • O ha scarsa conoscenza del bene;
  • O ha confuso il bene con il male (cioè: vuole il bene, ma si è lasciato ingannare dal male che spesso “si traveste” da bene).

In effetti, il Menone si presta a due letture:

Una prima lettura insiste sul primato della conoscenza. L'anima razionale, desiderosa di ordine, sceglie sempre il bene. Se sbaglia, è perché la sua conoscenza non è adeguata. Il male è pertanto da intendersi come l’effetto involontario di un uso non adeguato della libertà umana in quanto privo della necessaria scienza. Ne consegue che la libertà (contrassegno della condizione umana) senza scienza genera il male. In questo caso, la responsabilità grava l’uomo.

Una seconda lettura insiste sull’ambiguità del male. Non è infatti detto che il male sia originato solo dall’uomo. Certo, per Socrate, l’uomo, in quanto razionale, tende al bene. Sennonché il male s’insinua e disorienta l’anima la quale, per questo motivo, necessita della scienza per poter affermare la propria libertà. Secondo questa lettura, il male è qualcosa di più profondo, radicato nell’essere (male metafisico).

Entrambe queste letture hanno trovato spazio nell’evoluzione successiva del pensiero filosofico:

  • Nell'ellenismo, una nuova forma di intellettualismo etico punterà sulla capacità di autonomia, quindi di indipendenza rispetto alle circostanze e al caso, che la ragione può fornire all’animo umano.
  • Nel cristianesimo, la tesi del male metafisico sarà variamente sviluppata.

Platone (Atene, 428-348 a.C.)

Platone assiste alla condanna a morte di Socrate. Per lui è il segno evidente della crisi della democrazia. La sola virtù (ricerca del bene fine a sé stessa) non basta a garantire una reale emancipazione dell’uomo.

Dal piano antropologico a quello metafisico

Socrate dimostrava l’ignoranza dei suoi interlocutori per esortarli a dedicarsi alla ricerca del bene. Per questo non forniva mai una definizione del bene. Per Platone questa lacuna andava colmata: la concezione socratica della virtù come scienza (cioè ricerca del bene) ha senso solo se si parte dal presupposto della effettiva esistenza di un Bene assoluto, autonomo, eterno, garante della sua stessa esistenza.

Per Platone, dunque, non è possibile concepire il Bene altrimenti, che come una realtà esistente di per sé, una realtà metafisica trascendente garante della sua stessa perfezione (Parmenide). Nel tentativo di ampliare l’insegnamento socratico, Platone deve però confrontarsi con un problema: chi ci garantisce, infatti, che questo essere in sé necessario non sia indifferente rispetto al destino dell’uomo, ma sia anche buono per l’uomo?

Il problema

Cosa fornisce la dovuta garanzia che la conoscenza del Bene sia fonte di reale emancipazione per l’uomo?

Il Bene va pensato come quella realtà assoluta e necessaria che in sé predispone e istituisce le condizioni della sua desiderabilità:

  • Affinché il Bene sia desiderato, è necessaria l’esistenza del desiderante (cioè l’uomo);
  • L'esistenza dell’uomo non può provenire da altro che dal Bene stesso;
  • Questo Bene assoluto che provvede all’esistenza umana è necessariamente anche bene per l’uomo.

L'idea platonica (Idea, Eidos, Essenza)

L'idea platonica del Bene non è l’oggetto di una rappresentazione mentale (la cui esistenza dipende dal soggetto pensante):

  • È condizione dell’esistenza del pensante (che desidera conoscere);
  • Ha natura intelligibile;
  • È anche (ma non solo) oggetto di desiderio;
  • Attrae a sé le anime razionali;

L'allegoria del Sole

Per descrivere il carattere di intelligibilità del Bene, nel “mito della caverna” esposto nell’opera intitolata Repubblica, Platone ricorre all’allegoria del sole e della luce:

  • Nucleo di luminosità che irradia in molteplici direzioni;
  • Ogni raggio è illuminazione di un’anima: ne dischiude gli occhi sul mondo e su sé stessa;
  • Come la luce rende visibili le cose del mondo all’anima, ma non può essere essa stessa oggetto di visione, così l’idea del Bene, che introduce l’anima nell’orizzonte della conoscenza delle Idee, non si lascia “vedere” essa stessa.

La “vita mista”

Nel dialogo Filebo, Platone, ormai maturo, attenua l’iniziale contrasto tra la ricerca del piacere e la ricerca del vero bene. Certamente, il bene non può ridursi a solo piacere, in quanto sarebbe troppo fugace. Inoltre, una ricerca del piacere condotta senza l’aiuto della ragione ci espone all’errore e all’inganno. Dal canto suo, Filebo fa notare che la totale assenza di piacere in una vita fatta solo di ricerca non è neppure auspicabile. Platone ammette che il bene umano ha piuttosto una natura mista (ma questo riguarda solo il bene per l’uomo).

Aristotele (Stagira, 384-322 a.C.)

  • Autore dell’Etica nicomachea e dell’Etica eudemia;
  • Allievo di Platone, ne critica la teoria delle Idee;
  • Aristotele definisce il bene comune come “ciò verso cui tutto tende”;
  • La concezione aristotelica del bene è strettamente legata alla dimensione teologica che per Aristotele è costitutiva del cosmo.

La pluralità dei beni

Nel cosmo aristotelico tutto tende verso un ritorno al principio originario che è fonte di perfezione. Questa teologia vale per le cose inanimate come per gli enti animati. Aristotele ammette dunque l’esistenza di una pluralità di beni (fini, scopi), da cui si ricava una gerarchia di valori:

  • Fini funzionali ad alti fini (beni relativi);
  • Fini che sono fini a sé stessi (bene assoluto).

Nell'ambito dell’attività umana, il fine assoluto individua ciò in funzione del quale si determina il senso del nostro stare al mondo e del nostro agire. Per Aristotele, il bene supremo dell’uomo è la felicità (eudaimonia). Ma qui sorge il problema: cosa bisogna intendere per felicità?

Felicità

Secondo Aristotele, è una condizione che non può essere passivamente “trovata”, ma deve scaturire da un agire consapevole.

  • Non si identifica né con l’onore, né con il piacere, in quanto queste sono forme di eteronomia;
  • Non si identifica con la ricchezza, che è un mezzo per raggiungere uno scopo e non un fine in sé stesso;
  • La felicità ha piuttosto a che fare con il perfezionamento della funzione che contraddistingue l’uomo: la ragione.

La teoria dell’anima tripartita

Aristotele distingue tre forme dell’anima:

  • Vegetativa (governa le attività più elementari: la nutrizione e la riproduzione);
  • Sensibile/desiderativa (ricomprende le funzioni dell’anima vegetativa, con in più la sensibilità);
  • Razionale.

Queste tre forme non sono separate: nell’anima umana coesistono tutte. Anche l’uomo, come l’animale, è attraversato da passioni, istinti. Ma l’uomo, a differenza dell’animale, può dirigere e controllare gli istinti attraverso la ragione. Benchè l’uomo sia sempre influenzabile dall’esterno (e, quindi, passibile di eteronomia) è tuttavia sempre in grado di convertire questa apparente passività in attività: attraverso la ragione, l’uomo è in grado di “piegare” la realtà ai suoi scopi, darle un senso in vista della realizzazione della sua umanità. Questa capacità che ha l’uomo, grazie alla ragione, di ribaltare la sua sudditanza rispetto al mondo esterno, è ciò che Aristotele chiama virtù.

La teoria delle virtù

Aristotele distingue due forme di virtù:

  • Le virtù dianoetiche sono quelle inerenti all’anima razionale: sono la sapienza (sophia: sapere e conoscere) e la saggezza (phronesis: applicare la conoscenza ai casi particolari della vita).
  • La virtù etiche riguardano la capacità di controllo che la ragione può esercitare sugli aspetti, indirizzando l’azione verso il giusto mezzo.

Plotino (Licopoli, 203-Minturno, 270)

Autore delle Enneadi, raccolta di scritti ed opera del suo allievo Porfirio. Ha influenze platoniche e aristoteliche, infatti Plotino identifica il Bene platonico con l’Uno (unico) e ha una concezione finalistica del cosmo. Per spiegare il passaggio dall’Uno al molteplice, rigetta la dottrina cristiana della creazione e sostiene la tesi dell’emanazione.

  • Dalla pienezza dell’Uno scaturisce il molteplice;
  • Il molteplice tende naturalmente a tornare all’origine.

L'ontologia neoplatonica

Il Bene assoluto, da cui tutto nasce, “attrae a sé" il molteplice. L'uno (Hen) è il solo e unico essere. Dall'Uno discendono le forme, dette “ipostasi”, dell’Intelletto (Nous) e dell’Anima (Psyche), a sua volta divisa in:

  • Anima universale;
  • Anima del mondo;
  • Anima individuale;
  • Al più basso grado dell’essere vi è la materia.

Il male

Plotino identifica il male con l’assenza di essere. Plotino non è un dualista: il male non ha realtà autonoma, ma è solo privazione di bene. Tutto ciò che è, in quanto proviene dall’Uno, è il bene. Il male consiste solo in un allontanamento delle anime dalla naturale attrazione esercitata dall’Uno.

La vita buona

Per avvicinarsi al Bene, la via di cui dispone l’anima individuale è la sola ragione. L'unione dell’anima con l’Uno si ottiene attraverso un percorso ascensionale per cui gradualmente l’anima deve:

  • Dapprima abbandonare la doxa;
  • Elevasi alla conoscenza delle Idee (dianoia);
  • Per poi elevarsi al Nous.

L'ascesi

Per Plotino la sola conoscenza non basta. Lo scopo della scienza non è solo conoscere l’Uno ma diventare tutt’uno con l’Uno. Non si tratta solo di un processo conoscitivo, ma di un vero e proprio percorso di purificazione interiore.

Felicità e virtù: Aristotele, Epicuro, lo Stoicismo

Abbiamo visto il ruolo centrale che gioca l’aspirazione all’autonomia nel mondo antico (nascita democrazia e nascita della riflessione morale).

  • La libertà umana si estrinseca nella capacità di creare un ambito d’ordine (città), alternativo alla natura e dotato di leggi proprie, razionalmente fondate;
  • Nell'etica antica matura la consapevolezza che la legge non può essere qualcosa che domina l’uomo, come un potere estraneo a cui l’uomo deve sottomettersi.

Felicità o dovere?

Nella riflessione morale antica la felicità occupa maggiore spazio che l’appello al puro dovere. Felicità (eudaimonia) è la condizione di piena realizzazione dell’essenza dell’uomo. Dunque, non può essere temporanea, ma stabile. Poiché l’essenza umana consiste nella capacità di comprensione razionale, va da sé che la felicità sia contrapposta alla fortuna: non è nulla che provenga dal caso, ma da un progetto consapevole e coerente stabilito liberamente (quindi razionalmente) dall’uomo per l'uomo.

Felicità e virtù

Sono due termini-chiave attorno a cui si sviluppa la riflessione morale dopo la fine dell’esperimento democratico antico. La nozione di felicità è a un tempo sia scopo ultimo dell’azione virtuosa, sia condizione di senso della virtù. Felicità è ciò che dà senso alla vita buona, all’agire virtuoso. Questo rapporto così stretto tra felicità e virtù può assumere tuttavia articolazioni diverse, come testimoniato dalle filosofie di Aristotele, Epicuro e dello Stoicismo:

1) Aristotele: La virtù è condizione necessaria e sufficiente della felicità?

Felicità è il bene (=fine) supremo per l’uomo: viene ricercato per se stesso e non in vista di altro. Questo scopo in sé coincide con il perfezionamento dell’essenza umana. Pertanto, le virtù (combinazione di virtù dianoetiche e etiche) sono condizione imprescindibile per la realizzazione della felicità. Ma basta la virtù per essere anche felici?

Dire che la virtù è necessaria alla felicità non è la stessa cosa che dire che l’uomo virtuoso è necessariamente anche felice. Nell'Etica nicomachea Aristotele sembra suggerire che l’azione virtuosa sia sufficiente a dare la felicità. Ma questa tesi è difficile da difendere. L'uomo virtuoso può agire in un contesto in cui fattori esterni alla sua volontà possono impedirne la felicità (esempio dell’uomo sottoposto alla tortura).

Aristotele parla pertanto di una incompiutezza della virtù, nel senso che da sola, la virtù non è sufficiente a garantire la pienezza richiesta dal concetto di felicità.

Se la virtù non basta ad assicurare la felicità, di cos’altro si ha bisogno? Oltre la virtù intervengono beni come l’amicizia, il potere politico, la ricchezza. A questa si aggiunge poi una dose di fortuna (bellezza, buoni figli). In ogni caso, l’assenza di condizioni favorevoli non giustifica mai l’abbandono dell'esercizio della virtù. La scelta di aderire ad una vita buona è comunque la migliore per l’uomo.

2) Epicuro (Samo, 342 a.C.- Atene, 270 a.C.): principio e fine del vivere felicemente è il piacere

Il piacere è criterio di giudizio fondamentale: la vita è sofferenza; quel che si cerca, nella felicità, è un termine a questa sofferenza.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher a_21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Formisano Roberto.
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