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Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

Forma fondamentale: strettoio fra le due mura del nulla, quello che precede la nascita e quello che

o segue la morte. Si riesce a uscire solo con la redenzione: si reintegra la colpa di Adamo.

Forma quotidiana: impossibilità di scelta, a causa della mancanza di strumenti per scegliere. La

o situazione di colpa è mancanza di stabilità, è la possibilità per la possibilità. L’angoscia nasce dal non

saper scegliere, la scelta è salto verso il religioso. Ma l’atto di fede implica l’uccisione del figlio, cioè

l’abbandono di ogni legame mondano.

Timore e tremore sono i costitutivi sentimenti della religione ebraica nei confronti della maestà di Dio.

L'approfondirsi del tema religioso è appunto un riflesso del suo progressivo disimpegno sociale. Lo si nota

molto bene nell'interpretazione del sacrificio di Isacco, che risulta forzata in quanto Kierkegaard estrapola

l'episodio dal contesto storico-sociale in cui è avvenuto o comunque in cui è stato elaborato. La decisione

di Abramo di sacrificare il figlio appare come la risposta a un ordine irrevocabile di Dio, e non come il

frutto di una decisione interiore, personale, maturata con grande angoscia. L'angoscia che prova Abramo

è nei confronti di una chiamata esterna, a lui superiore, alla quale non può disobbedire. L'Abramo di

Kierkegaard ha una fede per la quale solo Dio può dare delle risposte, ed è già quindi una fede astratta, che

si crea un Dio a propria immagine e somiglianza.

La fede di Abramo viene descritta nella pretesa di una superiorità della religione nei confronti dell'etica

hegeliana. Kierkegaard infatti risponde affermativamente a due domande poste nel libro: 1) Si dà una

sospensione teleologica dell'etica? (cioè esiste la possibilità di far valere gli interessi religiosi del singolo

su quelli etici della collettività?); 2) Esiste un dovere assoluto verso Dio? (che sia superiore assolutamente

a tutti gli altri doveri verso la collettività?). Alla terza domanda: Dal punto di vista etico si può scusare il

silenzio di Abramo con Sara, Eliezer, Isacco sul suo progetto?, Kierkegaard fa capire che se l'etica

giustifica il silenzio, essa è in accordo con la religione; se essa invece non lo fa, allora la religione deve

rivendicare la propria autonomia.

PREFAZIONE

Come Nietzsche, Kierkegaard sostiene che la scrittura abbia sempre una spinta emozionale e sia catarsi

dell’istintualità. Nello scrivere si svelano le pulsioni profonde che spingono a scrivere. Egli scrive per farci

capire la situazione dell’angoscia e nel farlo comunica allusivamente il suo piacere (in quanto suo è

incomunicabile).

Critica a Hegel: egli ha preteso di riassumente l’intero svolgersi della storia dell’umanità. Al contrario

Kierkegaard vuole dar rilievo a ciò che ogni lettore sente le pene e il dover badare a sé che è la stessa

situazione dell’autore. Kierkegaard è contrario all’universalità sistematica, vuole la momentaneità dei

singoli.

Critica agli accademici: vivono di filosofia e non per la filosofia. Tutti possono essere filosofi dal momento

che si pongono domande di senso.

INTRODUZIONE: PERCHÉ IL CONCETTO DELL’ANGOSCIA INTERESSA LA PSICOLOGIA

E AVVIA ALLA DOGMATICA.

L’intento dell’opera è il superamento dell’angoscia grazie alla redenzione (fede, scandalo di Abramo,

Isacco). Lo studio è psicologico non nel senso che è studio della psiche, ma nel senso dogmatico di studio

dell’anima umana (che è presa dall’angoscia in seguito alla caduta del peccato originario).

Critica a Hegel:

Hegel non comprende uno studio psicologico perché riduce le questioni d’esistenza a logos e a categorie

logiche. Per Kierkegaard la filosofia di Hegel è verbalismo e logicismo. Per questo Kierkegaard afferma che

ogni problema determinato ha il proprio posto nel tutto, e non è come, come sosterrebbe Hegel, il tutto.

Hegel, chiamando l’ultimo capitolo della sua logica «Realtà in atto» (=effettualità), mostra di aver scelto un

fondamento linguistico e di aver poi posto un’identità fra essere (fondamento ontologico) e pensare

(fondamento logico). Hegel compie l’errore di identificare essere e linguaggio, il concetto diventa la realtà in

atto (conciliazione fra essere ed essenza). Questo è per Hegel il punto più alto (quando l’essere si fa concetto)

e per Kierkegaard il punto più basso (riduzionismo logico, l’essere ridotto a concetto). È scorretto perché

introduce la realtà nella logica, inserendo un elemento di casualità e pretendendo che la logica possa

prevedere anziché predisporre il reale. Due principali critiche: 16

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

1. La fede non è l’immediato: se così la si pone si elimina il suo presupposto storico, cioè il fatto che la

dogmatica inizia col peccato e abbia alle spalle il concetto dell’angoscia. Inoltre l’immediato è

qualcosa che va tolto (per la logica), ma altrettanto non lo si può definire per la fede. Dunque le due

cose non possono coincidere.

2. casualità dell’esistenza: Secondo K. È impossibile la pretesa hegeliana di ridurre la storia e il mondo

a sistema logico perché l’esistenza è casuale. Studiare queste forme non prevedibili con strumenti

logici porta svantaggi: l’incomprensione della realtà e l’introduzione di un elemento illecito nella

logica. La realtà è invece dinamica, è movimento di un’esistenza come possibilità che non può essere

ridotto a statico/indeterminato.

3. Nichilismo: il sistema hegeliano ha un risvolto nichilistico. Per Hegel la conciliazione è la realtà in

atto, la coincidenza di essere ed essenza, il terzo momento della Aufhebung, non è negazione

assoluta. È una sintesi che nega e conserva per risolversi in un momento superiore conciliato. Per

Kierkegaard invece la conciliazione apre ad affezioni nichiliste e mette insieme termini inconciliabili

come logica e realtà. Hegel tiene insieme le due perché ne dichiara la conciliabili: scegliendo il logos

come fondamento. In questo senso Kierkegaard ironizza chiamando Hegel «spiritoso»: è qualcuno a

cui piace raccontar storielle (1) e ha posto lo spirito (Gweiss) come fondamento, che è il logos (2). È il

divenire che tramuta la conciliazione in esito nichilista. Il divenire deve entrare nella logica perché lo

spirito è in divenire e si fa mondo; lo spirito ha quindi bisogno del non, l’altro necessario. Ma senza

“non” non vi è nessun movimento (differenziazione), ma il “non” diventa quindi ontologico

(introduce una negazione nell’essere). Ma l’essere è il fondamento e non può divenire, l’eterna stasi

non può farsi tempo né sul piano logico (entrerebbe la casualità nella logica) né nella realtà. Dunque

questo divenire immanente trasforma il “non” in un gioco di parole. “mediazione” è un termine

ambiguo: indica movimento (termini in rapporto) e quiete (termini che non erano in rapporto,

prodotto della sintesi).

Riassumendo: nell’ambito scientifico ogni scienza particolare, pur mantenendo il suo interesse determinato,

deve mantenersi in rapporto con il tutto, non proseguire in modo anarchico. In questo consiste lo sbaglio di

Hegel: far corrispondere Logica e Realtà, cioè far entrare all’interno della logica la casualità, che invece

connota l’esistenza in quanto tale. Hegel viene accusato di adottare la mediazione e la conciliazione

confondendo etica e dogmatica.

Kierkegaard espone dunque il proprio metodo: egli non muove dallo spirito, ma dal mondo

dell’esperienza. Si deve fare filosofia dell’esperienza, cioè dell’ente del mondo, l’altro assoluto diventa

unicamente logico. Kierkegaard muoverà dal dogma dell’esistenza di Dio e dalla sua conseguenza, il

peccato. Egli vuole fare una trattazione psicologica, dove non s’intende la disciplina che tratterebbe l’oggetto

in modo statico (infatti l’errare è l’unica determinazione). Per trattazione psicologica egli intende

scandagliare l’anima nell’esistenza.

Intende quindi il peccato come caduta (da pes-cadere), un mettere un piede in fallo, cioè vivere in una

situazione di costante erranza (per questo non ha affatto un posto). L’errore rispetto al cadere dalla dimora

originaria della verità, Dio- è stato d’animo che accompagna l’erranza e la fonda. Kierkegaard distingue

peccato originale (erranza originaria di tutti gli uomini) e il primo peccato di Adamo.

Si può trattare il peccato con altre discipline che però si rivelano insufficienti:

Estetica: (Don Giovanni) vivendo momento per momento non ha serietà, è appunto ciò che è estetico e

rimane sulla superficie delle cose, invece il peccato riguarda la serietà, l’interiorità del sé con sé. Se non si

assume l’atteggiamento della serietà esso assume le forme del tragico (si trasforma il peccato in spauracchio)

o del comico (si trasforma il peccato in spaventapasseri), questo è perché non vi è corrispondenza fra le due

cose: l’estetico è in superficie mentre il peccato in profondità (nell’interiorità).

Metafisico: sia la filosofia che la teologia hanno lo stesso esisto. Lo stato d’animo implica assumere un dato

punto di vista perché il modo di sentire ci avvicina alla cosa in un modo o nell’altro e condizione l’agire.

Kierkegaard si confronta con la Metafisica di Hegel: per Hegel il peccato è un errare (per la conoscenza) e il

male (per la morale). Ma il metafisico hegeliano, di fronte all’errare rimane indifferente perché lo supererà

nel successivo momento dialettico, l’errare fa parte del movimento necessario. Ma per Kierkegaard il

superamento dialettico del peccato è inaccettabile perché significherebbe il superamento dell’esistenza stessa

(quanto meno nel livello universale).

Psicologico: prende in esame il peccato come qualcosa di fisso, consideriamolo come “momento di peccato”,

ma questo sarebbe possibile solo se l’esistenza fosse un momento quando invece è un insieme di momenti

(un continuo succedersi). La psicologia altera il dato riducendolo a normalità, ma per Kierkegaard il peccato

non è nell’atto, non si fa mai stato ed è sempre in potenza perché è continuo nullificarsi. Ciò che deve trattare

la psicologia è l’angoscia. 17

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

I 3 modi alterano il concetto, il peccato è la situazione di esistenza dell’individuo stesso. Lo stato adeguato è

probabilmente l’etica perché guarda all’agire degli uomini, o all’intenzione con la quale agiscono (etica

dell’intenzione, come Nietzsche guarda all’intenzione e non all’effetto). L’etica guarda all’interiorità e alla

serietà. Ma il difetto dell’etica è la sua idealità. Essa non coglie il peccato perché è un insieme d’idee, si

riferisce a modelli fissi non in grado di cogliere l’erranza dell’esistenza. Sviluppa la contraddizione di voler

ingabbiare il fluente in modelli fissi, la contraddizione è fra essere e dover essere (disfasia reale - ideale).

L’etica condanna e non da vita perché fornisce linee di guida all’intenzione, inoltre condanna il peccato e

quindi l’esistenza. Il peccato dunque non appartiene all’etica se non come pentimento, altrimenti la sua

idealità è eliminata. Il peccato appartiene all’etica solo come suo fallimento, o come pentimento. (questo è il

punto debole dell’etica: essa ritiene che il peccato sia un elemento casuale e non costitutivo dell’esistenza

umana, per risolvere questa sua debolezza ha appunto inserito il concetto di peccato originale).

In Timore e Tremore (Johannes de Silentio): l’idealità auspicata dall’estetica naufraga per quella dell’etica e

sprigiona l’idealità della realtà, cioè quella religiosa (desiderabile e possibile). Irrompe con un salto dialettico. È

ripetizione della prima esistenza.

La ripetizione (Costantin Constantius): ripetizione dell’esistenza attraverso il salto qualitativo. La ripetizione è

dell’uomo etico che sceglie se stesso continuativamente.

L’etica ha un movimento discendente, muove dall’ideale (=scienza di concetti) per imporsi al reale. In questo

è inadeguata: considera il reale come qualcosa d’insufficiente da correggere. Si può invece uscire

dall’erranza solo col pentimento, con un ritorno alle origini, alla dogmatica.

Solo la dogmatica è la disciplina adatta a trattare del peccato. Quest’ultima è ascendente, accoglie in sé

l’esistenza in quanto tale e muove dal reale verso l’idea. L’esistenza non deve essere corretta, ma riportata

all’origine. L’etica naufraga perché considera la virtù attuabile e il peccato come insignificante. La nuova

etica che invece si occupa dell’esistenza, deve presuppore la dogmatica, cioè il peccato originale ed ha come

compito l’idealità, è ascendente al contrario di Hegel.

La psicologica indagherà a questo punto la possibilità reale del peccato, e sarà compito della dogmatica

spiegare il peccato originale e la seconda etica, fondata sulla dogmatica, si occuperà del peccato (che la prima

ignora in quanto ideale).

CAPITOLO I. ANGOSCIA COME PRESUPPOSTO DEL PECCATO ORIGINALE E COME

PECCATO ORIGINALE.

CENNI STORICI SUL PECCATO ORIGINALE.

Polemica con la teologia Luterana/Protestante = Feuerbach nei Principi della filosofia dell’avvenire (1843)

affermava che la teologia cattolica studia la natura di Dio, la Cristologia Protestante studia la natura umana di Dio,

ma entrambe avevano perso Dio: la prima trattava Dio come un oggetto della ragione e affermava implicitamente

la superiorità del soggetto conoscente, la seconda trattava Dio come uomo.

Il compito dell'età moderna è consistito secondo Feuerbach, nella trasformazione e dissoluzione della

teologia in antropologia. Noi dipendiamo dalle esigenze materiali. Già il protestantesimo, secondo

Feuerbach, è originariamente antropologia religiosa: in esso, infatti, è rilevante ciò che Dio è per gli

uomini, non tanto ciò che egli è in sé, anche se in teoria gli è riconosciuta esistenza indipendente.

Feuerbach sviluppa così un'antropologia filosofica che scava nella coscienza dell'uomo per scoprire le

origini del senso del divino come infinitizzazione di sé. Si tratta di un'analisi intorno a un fondamento

antropologico, che non è altro che la proiezione fantasmatica dell'uomo in un ideale ultrauomo "infinito".

Tale infinito è la rappresentazione unitaria di tutti gli attributi relativi a ciò che egli vorrebbe essere o

diventare, portati all'estremo positivo.

Kierkegaard accoglie la critica di Feuerbach: sostiene che entrambe le religioni partano da una finzione

d’innocenza (L’eden) e introducono il peccato come rottura di questa situazione. Introducono questa

soluzione fantastica perché hanno identificato il concetto del primo peccato con quello del peccato originale

generando contraddizione. L’eden è solo un mito fantastico di cui si dovrebbe dimostrare l’esistenza. È

inoltre un mito che inficia il discorso dogmatico fin da principio, infatti pone due problemi: 18

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

1. Se separiamo Adamo dal resto degli uomini, il peccato appartiene a lui e non al resto degli uomini.

2. Come si può separare Adamo dal resto degli uomini? Non apparterrebbe all’umanità.

Inoltre distinguere peccato e originale e primo peccato non significa che l’individuo attuale si rapporta al

peccato originale solo tramite Adamo, perché sarebbe altrettanto fantastico.

Il vero peccato è la realtà, l’esistenza che è peccaminosità. Adamo appartiene a questa erranza solo perché

appartiene all’umanità, non è artefice del Peccato originale, ma del primo peccato. Ritenerlo responsabile del

peccato originario è separarlo dall’umanità.

Tensione etica + filosofia della storia: gli individui non sono considerabili come indipendenti, ma sono

dentro la storia che è fatta di relazioni. L’uomo ha in sé la perfezione, nel senso che ha in sé l’intera umanità.

L’individuo è solo differenza nell’identità (umanità) e contemporaneamente è identità in sé e con sé (ha in se

l’umanità). In ogni momento l’individuo è se stesso e la specie ed è questo che genera la contraddizione che

l’uomo non capisce.

L’individuo è:

contraddizione ( è elementi contradditori congiunti; singolarità e universalità, egli si sa in maniera

- imperfetta).

Egli ha un compito: si pone l’obiettivo/compito (etico) di arrivare alla comprensione della

- perfezione.

Apre così il movimento verso uno stato di perfezione (da individuo che non si sa a individuo in

- quanto tale).

Crea il movimento storico: entra nella dimensione temporale, nell’esperienza reale individuale. Si

- relaziona con individui in un ethos, in un ambiente sociale/economico/politico. L’individuo

appartiene alla storia e dunque anche il genere.

Dunque ogni individuo ha uguale perfezione, ha in sé completamente il genere umano e riflette la storia del

genere umano.

Consonanza tematica/lessicale con Schopenhauer:: l’individuo come espressione singolare della volontà di vita (che

s’individualizza senza frammentarsi), la volontà è tutta in tutti.

Anticipa Nietzsche e Heidegger: l’individuo non è riducibile a misura. L’impostazione metafisica si è ridotta a

tecnica e misura dell’individuo. La storia umana non è passato o presente, ma assoluta contemporaneità e non si

può ridurre a uno.

IL CONCETTO DI PRIMO PECCATO:

Se veramente il peccato appartenesse ad Adamo, egli non apparterrebbe al genere umano (storia). Secondo

la tradizione Adamo condiziona la peccaminosità degli altri, mentre per Kierkegaard la peccaminosità è

condizione del primo peccato. Il primo peccato è una determinazione di qualità (dall’innocenza alla colpa),

nasce col salto; è infatti scorretto pensare che la peccaminosità del singolo sia derivata da Adamo come

generazione quantitativa, questa sarebbe solo una scusa per eliminare la responsabilità del primo peccato.

Sarebbe infatti assurdo pensare che con numerosi peccati si possa modificare l’essenza del genera umano e

far nascere già l’individuo peccaminoso. Prima del primo peccato non vi era pensiero di peccaminosità che

ora vi è, ma l’individuo nasce comunque innocente ed entra nella peccaminosità con la prima colpa.

Il racconto della genesi è un mito (il peccato presuppone se stesso) e porta a contraddizione che viene risolta

con un altro mito, quello dell’innocenza. Il peccato originale è la peccaminosità della specie ed appartiene

allo stesso Abramo. Ogni individuo è peccatore in quanto è genere umano e forma di erranza.

CONCETTO DELL’INNOCENZA.

Critica a Hegel che sosteneva l’identità fra innocenza e immediatezza: nella Fenomenologia, il cammino dello

spirito passa dall’innocenza (sapere dell’immediatezza, doxa) al sapere filosofico, attribuendo così

all’innocenza il “dover esser tolto”.

Kierkegaard critica: (1) la concezione d’immediato: quando pronunciato è mediato, quindi non esiste se non

come attributo logico; (2) in quanto attributo logico non è comunque immediato, ma elaborato dal giudizio;

(3) Hegel collega innocenza e immediatezza perché secondo lui l’etica presuppone la logica a proprio

fondamento. Secondo Kierkegaard proprio per questo Hegel confonde i due momenti, mentre l’immediato

appartiene alla logica, l’innocenza all’etica e non DEVE essere superata dal sapere. Infatti l’innocenza è un

qualcosa e può essere tolta solo da un qualcosa, che è la colpa. L’innocenza si ritrova in ogni uomo e può

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Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

essere persa solo come Adamo: con la colpa. L’intero genere umano è colpevole e il peccato lo riguarda in

quanto è la sua esistenza ad essere erranza.

L’innocenza per Kierkegaard è ignoranza (=stato che precede ogni sapere). L’innocenza non è uno stato di

perfezione, altrimenti non si sceglierebbe di perderla con la colpa. Invece la si perde continuamente col salto

qualitativo dell’individuo. La peccaminosità è lo stesso progresso della specie, l’innocenza è l’ignoranza.

Inoltre l’innocenza di Adamo non è diversa dagli uomini posteriori, le si distingue solo quantitativamente.

Questa colpa etica (peccato) si sorpassa solo con la dogmatica, redenzione. La riflessione di Kierkegaard è

sempre orientata all’esistenza dell’uomo di fronte a Dio e il significato di Dio è un suo presupposto, al

contrario Schopenhauer è interessato alla vita in tutte le sue forme (esistenza e fondamento).

Hegel Kierkegaard

Spirito: Logos, fondamento logico- Sintesi di corpo e anima, è ciò che

ontologico. li mette in movimento, altrimenti

sarebbero solo giustapposti.

Insieme definiscono l’uomo.

Innocenza: doxa, qualche conoscenza che Assenza di conoscenza, pre-

deve essere persa, si perde. categoriale e prefilosofico.

Per Kierkegaard lo spirito è ciò che unisce anima e corpo e li mette in moto, senza esso l’uomo non si

distinguerebbe dalle sue naturalità, sarebbe solo un ente naturale. Nell’Eden lo spirito è sognante, cioè è

sospeso tra essere dell’esperienza umana e il nulla. Proprio questa sospensione consente il collegamento fra

innocenza e angoscia. La pace e la quiete si danno perché nell’ignoranza dell’innocenza non si distingue fra

bene e male, è tutto indistinto. Sono in pace perché non so e non sapendo non lotto contro niente. L’oggetto

dell’ignoranza è quindi il nulla ma quindi proprio per questo nell’innocenza c’è l’angoscia.

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Il peccato non deriva dalla concupiscenza svegliata dal divieto divino, ma dall’angoscia: cioè dalla

consapevolezza di potenza (sebbene s’ignori di cosa).

Per studiare quest’angoscia serve la psicologia (intesa come studio dell’esistenza che non agisce come la

scienza psicologica. Quest’ultima analizza lo “stato di normalità” trasformando l’angoscia in stato e

considera l’errore patologico, ascrivendo dunque l’angoscia ad alterazione). L’angoscia ha una sua forma

ontologica (qualitativa) che consiste nel senso di mancanza, nel sentirsi strangolati fra due nulla. Essa però

ha altre forme, ha forma esistenziale (quantitativa): è modo dell’erranza, è “possibilità per la possibilità”,

potenza in Sé per sé. Non si danno momenti precisi per scegliere, l’angoscia reitera la sospensione a livello

esistenziale.

L’esistenza è casualità, in quanto costante erranza; la libertà si da con l’angoscia. L’angoscia è un termine

ambiguo: vale come essere e come nulla, il suo oggetto è sospeso e in quanto tale è indicibile (è mistero), non

si può chiudere in categorie. È quasi come la dimensione del sogno: lo si vive, ma non si può dirlo (come

Schopenhauer il limite della filosofia è che le idee sostanziali non sono esprimibili in concetti). In quanto lo

spirito è sognante l’uomo si ritrova sospeso nell’indistinzione fra corpo (natura) e anima (animale). È lo

spirito a dare animo, soffio vitale, a queste due res e genera angoscia che è ambigua in quanto:

è ostile: dinamizza la quiete dell’ignoranza introducendo il conflitto.

- È amica: porta a superare l’angoscia e a diventare umani.

-

Nulla: Kierkegaard non attribuisce lo stesso significato di Schopenhauer al nulla: per Kierkegaard non è nulla che

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afferma, ma totale mancanza (di questo o quello), è mancanza di esistenza umana fino a che lo spirito è sospeso.

Dall’innocenza si passa all’ignoranza, alla sospensione, all’angoscia. 20

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

ANGOSCIA COME PRESUPPOSTO DEL PECCATO ORIGINALE.

Mito della genesi: Adamo + Eva (sua ripetizione numerica) pongono il rapporto di generazione e nessun

individuo è superfluo in quanto è la specie.

Il divieto divino non sveglia la concupiscenza, ma la libertà di potere. A tentare la donna è un serpente:

questo è scorretto perché non è tentata da qualcosa di esterno che per altro Dio non avrebbe permesso, ma è

tentata da se stessa. Questa tentazione è angoscia e se ne occupa la psicologia, ma questa non può spiegare il

salto qualitativo al peccato. Si pongono dal peccato due conseguenze inscindibili (proprio perché l’individuo

è sintesi di anima e corpo): si pone l’elemento spirituale e la peccaminosità. La caduta avviene quando lo

spirito cessa di essere sognante ponendo se stesso e facendosi reale.

Ogni uomo è solo ripetizione quantitativa di Adamo (cioè eredita la peccaminosità, la predisposizione a

peccare), ma esce dall’innocenza col suo stesso salto qualitativo, la colpa. Nell’uomo posteriore l’angoscia è

solamente più riflessa in conseguenza della sua partecipazione alla storia della specie. Col peccato inizia la

storia perché vi si lega la sessualità, la generazione, ripetizione.

Mito:

1. Stato d’innocenza di Adamo ed Eva: non è immediatezza e può essere tolta solo con la colpa (salto

qualitativo). Non è perfezione perché si percepisce angoscia.

2. Divieto divino: non risveglia la concupiscenza, ma l’angoscia intesa come possibilità per la

possibilità, il potere. È privo di oggetto del desiderio perché sono nell’ignoranza e non distinguono

fra bene e male.

3. Angoscia: tentazione interna (non serpente) priva di oggetto. si deve allo spirito che muove anima e

corpo fuori dalla quiete. È di competenza psicologica, è sentimento della possibilità che porta al:

4. Peccato: salto qualitativo (di ogni uomo) con 2 conseguenza: inizio della sessualità (storia e

generazione) legata alla peccaminosità, cioè esistere è peccaminosità.

CAPITOLO 2. L’ANGOSCIA COME SVILUPPO DEL PECCATO ORIGINALE.

Peccato originale = peccaminosità, angoscia è primo peccato è angoscia, sessualità.

Nell’individuo originale l’angoscia è ambigua: deve portare al salto qualitativo, ma non lo condiziona

(peccare o non peccare). Negli uomini posteriori essa è meno ambigua: è qualitativamente identica a quella

di Adamo, ma se ne distingue nel senso che è più riflessa storicamente (non è pura innocenza).

L’uomo posteriore deve riappropriarsi della propria peccaminosità, deve capire che gli è propria. Egli prova

angoscia, ma non del peccato (in quanto ancora non ha peccato), egli prova angoscia che appartiene

all’uomo in quanto sintesi che in lui è mediata storicamente (riflessa) in quanto in lui c’è il sapere

dell’abitudine ( un sapere impersonale, la chiacchera). Quest’angoscia mediata non ha comunque oggetto.

Una volta posto il primo peccato si distinguono due forme di angoscia: (1) angoscia = ripetizione del salto

qualitativo nella colpa, possibilità di libertà (2) angoscia come attesa del niente, lo redenzione. Possibilità di

redenzione, attesa.

Solo dopo la redenzione, l’angoscia è tolta, ma la redenzione la si ama e teme. La si ama in quanto

fuoriuscita dall’erranza e ritorno all’identità, ma la si odia perché è fuoriuscita dall’esistenza.

ANGOSCIA OGGETTIVA E SOGGETTIVA.

La differenza tra le due sta nel confronto con mondo e innocenza.

Oggettiva Soggettiva

Riflesso della peccaminosità della Angoscia contenuta nell’innocenza del singolo che corrisponde a quella

generazione in tutto il mondo. di Adamo, ma se ne distingue quantitativamente.

L’angoscia oggettiva è posteriore L’angoscia è la vertigine della libertà che sorge mentre lo spirito sta per

al primo peccato perché è attesa porre la sintesi, e la libertà, guardando i miao nella possibilità si ferma

della redenzione, si annuncia lo nel finito.

stato che l’uomo desidera

lasciare. È più riflessa: “si trasforma i qualche cosa” un complesso di

presentimenti (che significano comunque il niente).

Questo qualche cosa che si ha nell’angoscia soggettiva deriva da: 21

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

A - CONSEGUENZA DEL RAPPORTO DELLA GENERAZIONE

La conseguenza del rapporto di generazione è il procreare più sensuale dell’originale, e l’aumentare

dell’angoscia che raggiunge il suo massimo nell’angoscia del peccato che genera il peccato. L’individuo non

è concupiscente, ma innocente e colpevole, questa è l’ambiguità dell’angoscia. Si crea cioè un di più rispetto

all’angoscia.

Ad esempio Eva, in quanto generata, ha in sé un angoscia più riflessa. Infatti ella è più sensuale (sebbene

questo non voglia dire sia meno originale). In quanto più sensuale la donna ha più angoscia, perché la donna

è meno determinata come spirito.

Cioè gli uomini posteriori ad Adamo non possono avere il suo uguale grado d’ingenuità perché hanno alle

spalle una storia. Questo non significa che siano obbligati a peccare. La vera ignoranza della sessualità è

dell’animale perché è soggiogato dall’istinto. In questo senso va interpretato il pudore: esso è già una forma

di sapere rispetto all’innocenza di Adamo e si tramuta in vergogna sebbene non vi sia la voluttà sensuale. Il

pudore è ciò che può distinguere uomo e animale.

B - CONSEGUENZA DEL RAPPORTO STORICO.

La conseguenza consiste nel fatto che all’angoscia dell’uomo posteriore ad Adamo si aggiunge la possibilità

della conoscenza dell’identificazione del rapporto sessuale con la peccaminosità. Quest’identificazione (può

variare secondo l’interpretazione religiosa) si da in rapporto con il contesto storico e si da come un di più

rispetto all’angoscia.

Questo di più può avere gradi diversi: un’ammonizione, uno scherzo, tutto può svegliare angoscia. Può

arrivare al massimo in cui la paura di essere considerati colpevoli produce il peccato, cioè il punto in cui

l’individuo scambia se stesso con la conoscenza storica della peccaminosità e dimentica la libertà, dimentica

cioè che solo tramite la sua cattiva libertà si entra nel peccato. In qualsiasi grado si presenti comunque questo

di più, l’angoscia mantiene la medesima ambiguità.

Per questo è un errore dare la colpa del peccato al cattivo esempio corruttore, perché questo elimina la

responsabilità. Il bambino, pur nel cattivo esempio, mantiene la propria libertà e questo andrebbe

evidenziato con determinazioni medie che permettano al bambino di diventare sia innocente che colpevole e

non di diventare colpevole per conseguenza del cattivo esempio.

È ugualmente scorretto pensare che il peccato coincida con l’egoismo, questo perché il Sé e l’egoismo

scaturisce solo dopo il salto qualitativo, solo quando si abbandona l’innocenza e lo spirito si pone.

CAPITOLO 3. L’ANGOSCIA COME CONSEGUENZA DI QUEL PECCATO CHE È LA

MANCANZA DELLA COSCIENZA DEL PECCATO.

Nella filosofia si usa spesso la categoria del «passaggio» senza darne spiegazione. Hegel e la sua scuola

hanno affermato di cominciare la filosofia senza presupposti, ma appunto non spiegano il passaggio, cioè i

principi del moto hegeliano (negazione e mediazione). Mentre loro lo affermano come evidente e

trasparente, diventa sempre più misterioso. Nella sfera logica il termine passaggio è strano, va piuttosto

trattato nella sfera storica come fece Aristotele. Il passaggio è uno stato e non si deve dimenticare che non si

passa al nuovo, il nuovo viene col salto.

L’uomo è sintesi di anima e corpo e nello stesso tempo è sintesi di tempo e di eternità. Questa seconda sintesi

non ha però il terzo elemento in cui si supera la contraddizione, si deve quindi chiarire cosa sia il tempo.

Si definisce il tempo come successione infinita (successione che passa), ma non include, come sembra alla

chiacchera, le determinazioni tra presente, passato, futuro. Infatti non si da un presente per permettere la

divisione perché è un processo di somma di momenti e nessuno dei momenti è presente. Chi lo crede sta

spazializzando il tempo o introducendone una rappresentazione. Per il pensiero il succedersi è privo di

continuamente, per la rappresentazione si estendono all’infinito. Per il pensiero l’eternità è il presente come

successione tolta, per l’immaginazione è un andare avanti che però resta immobile. La vita sensuale è nel

«momento», dove per momento s’intende l’astrazione dall’eternità.

L’unica caratteristica del tempo è il passare quindi se lo si volesse determinare sarebbe col passato. Quando

invece eternità e tempo devono toccarsi questo avviene nel momento. Il momento indica il presente in

quanto non ha né passato né futuro e anche l’eternità indica il presente in quanto non ha passato o futuro. Il

momento è il batter d’occhio, lo svanire è il tentativo di arrestare il tempo. La sintesi di tempo e di eternità

non è un'altra sintesi, ma l’espressione della prima quando portata allo spirito, appena è posto lo spirito, c’è

il momento 22

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

Il momento è quell’ambiguità in cui il tempo e l’eternità si toccano. Una volta posto il momento, il tempo

può dividersi in passato presente e futuro.

Nella suddivisione ha maggior importanza il futuro in quanto è il tutto di cui il passato è una parte e può

significare il tutto (per esempio, nel caso della vita futura s’intende la vita eterna). Il momento e il futuro

pongono il passato.

Per Adamo e per ogni individuo umano c’è il momento. La sintesi deve essere posta dallo spirito che però è

eternità e quindi esso non si pone prima delle due sintesi. La differenza è che per l’individuo successivo il

futuro è più riflesso, ha un di più che però non ha valore essenziale. Il futuro sembra anticipato dal passato.

Prima che si ponga il momento si pensa all’eternità come al futuro. Il possibile è il futuro. Sia al possibile che

al futuro infatti corrisponde l’angoscia. Una volta posto il peccato, la temporalità diventa peccaminosità.

Divenendo spirito l’uomo ha nel contempo coscienza di sé in quanto animale e si sente impuro. Quanto più esclude la

sensualità come peccaminosità tanto più avverte la corporeità. La temporalità, in quanto dimensione dove l’uomo si

muove, è coinvolta nella sensualità (o meglio nella spazialità). In questo senso l’uomo è sia sintesi di anima e corpo che

di eternità e temporalità. Ma per comprendere questo si deve avere un corretto concetto del tempo. Questo concetto del

tempo è completamente diverso dalla definizione che ne aveva dato Hegel: in virtù del contatto con l’eterno egli

affermava che il tempo fosse il costante dileguarsi la cui essenza è strutturata in presente, passato e futuro. Per

Kierkegaard l’unica determinazione del tempo è quella del passare e in esso non si da un presente, infatti ogni istante

svanisce prima di pensarlo e quindi non esiste un punto fisso (concretamente). Per distinguere passato, presente e

futuro si deve trovare qualcosa che non sia soggetto alla temporalità come l’istante; questo qualcosa è il momento, il

luogo dove temporalità ed eterno si toccano. Il rapporto che l’individuo temporale può avere con l’eterno è nel futuro,

nell’attesa. Il momento è nel tempo, ma fuori dal tempo.

1. L’ANGOSCIA DELLA MANCANZA DI SPIRITUALITÀ.

Per mancanza di spiritualità s’intende la mancanza di una pura intenzione o introspezione religiosa. Dalla mancanza

di spiritualità si possono fraintendere i diversi concetti della dogmatica (peccato, angoscia, redenzione, colpa).

L’angoscia è l’ultimo stato psicologico col quale il peccato prorompe col salto qualitativo. Questa si è sempre

manifestata storicamente, nella grecità ha il suo oggetto nel destino, nell’ebraismo nel concetto di colpa.

L’ortodossia cristiana riteneva il paganesimo giacesse nel peccato, sebbene il concetto del peccato si sia posto

col cristianesimo, ma non aveva tutti i torti: il paganesimo non arriva al senso profondo del concetto del

peccato (che concerne Dio) e proprio questa mancanza di spiritualità è peccato. La mancanza di spiritualità è

peccato in quanto elimina il rapporto con lo spirito.

Si deve distinguere però fra paganesimo cristiano, in cui vi è un effettiva mancanza di spiritualità, e

paganesimo che è semplicemente mancanza di spirito.

Anche nella mancanza di spiritualità si può possedere la verità ma in modo casuale. cioè anche dalla loro

bocca può uscire meccanicamente la verità, ma questo non implica la loro comprensione di ciò che stanno

dicendo. Nella mancanza di spiritualità si possono dire le stesse cose, solo che non sono dette in forza dello

spirito. Nella mancanza di spiritualità non c’è angoscia perché essa manca di spirito. Ma appunto per questo

il paganesimo non è mancanza di spiritualità: il paganesimo è rivolto verso lo spirito (verso la

comprensione), mentre la mancanza di spiritualità si allontana dallo spirito. Il paganesimo è quindi solo

mancanza di spirito.

Il paganesimo cristiano dunque non comprende nulla spiritualmente e adora i feticci, mentre il paganesimo

in senso proprio era teso alla comprensione, sebbene ancora non vi fosse giunto.

Nella mancanza di spiritualità (che potremmo considerare come la condizione tipica dell’uomo moderno), l’angoscia è

apparentemente rimossa, perché le viene a mancare, per così dire, la materia prima, ma in realtà essa rimane allo stato

latente, pronta a manifestarsi quando le si presenti l’occasione. Solo nel cristianesimo l’angoscia si confronta con il suo

oggetto reale, la possibilità di scelta da cui scaturisce il peccato (perché, se non potessimo peccare, non saremmo liberi), e

con la possibilità reale del suo superamento, che è il pentimento.

Il Paganesimo (pre-cristiano) non manca di spiritualità, ma di spirito, cioè di una corretta comprensione. Nel

Paganesimo si avverte dunque l’angoscia, ma non se ne comprende l’oggetto (il nulla) e lo si fraintende col nome di

destino (grecità) e colpa (ebraismo).

2. LA DIALETTICA DELL’ANGOSCIA ORIENTATA DIALETTICAMENTE VERSO IL DESTINO.

Il capitolo tratta della manifestazione dell’angoscia come destino all’epoca pagana. Propriamente il destino è il niente

dell’angoscia. Nella cultura greca, non esisteva il concetto della colpa, o al massimo esisteva in forma soggettiva: un

uomo poteva violare un divieto divino senza saperlo, ed ecco che incorreva nell’ira del dio, ma senza colpa; oppure

23

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

poteva sfidare deliberatamente la divinità, ed ecco l’empietà: ma la sua colpa rimaneva un fatto strettamente

individuale, legato all’imperscrutabilità del destino.La legge divina, nella cultura greca, non era codificata chiaramente

ed esplicitamente, era piuttosto un fatto di coscienza e poteva entrare in conflitto con essa, come avviene nel caso di

Antigone.

L’atteggiamento greco nei confronti della colpa è inadeguato, essi non sanno far di meglio che rivolgersi agli oracoli e

interrogare la divinità per sapere in che cosa abbiano sbagliato o come possano allontanare da sé l’ira degli dèi.

Il destino è unione della necessità e della casualità. Cioè è necessità inconsapevole e, in quanto tale, è per noi

casualità. L’angoscia del pagano trova il proprio oggetto nel destino, il pagano non può mettersi in rapporto

col destino, e quindi se ora lo vede come necessità poi lo vedrà come casualità. Il suo rapporto col destino è

l’angoscia.

Per intrattenere un rapporto col destino, i pagani scelsero un medio ugualmente ambiguo, l’oracolo, che

pertanto è amato e odiato, ma in nessun caso se ne può fare a meno.

I concetti di colpa e peccato non si danno in senso proprio nel paganesimo perché un uomo dovrebbe

diventare colpevole col destino. Questa è la grande differenza col Cristianesimo, dove i due concetti

pongono il singolo in quanto singolo, la libertà (nel senso essenziale) non è più stroncata dal destino, si

riabilita col concetto di colpevolezza (di responsabilità) e si scopre la Provvidenza.

Esempio del genio: colui che vive nella temporalità, ma è sempre rivolta all'esterno; suscita la meraviglia

degli altri, ma non arriva mai a se stesso. La figura simbolica in questo rappresentata da Napoleone. Il genio

è una soggettività soverchiante, un uomo che vive nella temporalità e quando rivolto verso l'esterno è

onnipotente. Ma egli stesso si crea il proprio freno che è il destino, appena si rivolge verso sé egli cade

nell'angoscia del destino che solo la fede potrebbe eliminare, ma che nel suo caso non è possibile perché egli

non ha risvolto religioso. Così è pronto a interpretare ogni gesto perché in sé non si sente sensato. Egli

persegue le glorie che reputa immortali, il grande onore e le imprese, ma non comprende che queste sono

sempre immerse nella temporalità e che l'unica cosa che è veramente immortale è il significato. Egli non

riesce a darsi significato perché non riesce a scoprirsi colpevole (di desideri temporali) e non riesce a intuire

la Provvidenza, né il suo senso come può invece fare il genio religioso.

LA DIALETTICA DELL’ANGOSCIA ORIENTATA VERSO LA COLPA.

Il capitolo tratta della manifestazione dell’angoscia come colpa nella cultura giudaica. Propriamente la colpa è il niente

dell’angoscia. Per la cultura giudaica, la colpa è anteriore all’individuo, senza che perciò non possa anche essere di

natura individuale: la colpa è la violazione del comando divino e può accadere eccezionalmente che l’individuo sia

ritenuto colpevole, pur non sapendo di averla commessa, come nel caso di Giobbe.

Ciò avviene perché, nell’ebraismo, la sanzione del peccato è automatica e immediata; per cui chi viene colpito da una

grave disgrazia, è portato a interrogarsi se abbia commesso una colpa, se abbia peccato. Per espiare la colpa, consapevole

o inconsapevole, che genera angoscia, l’ebreo offre continui sacrifici a Dio: cerca di placare la collera divina e di stornare

da sé il castigo, consapevole che la Legge mosaica è talmente complessa e articolata, che è praticamente impossibile non

violarla, magari in qualche suo divieto particolarissimo.

Il sacrificio viene continuamente ripetuto perché, osserva Kierkegaard, nell’ebraismo manca il concetto di redenzione; o,

per essere più esatti, esso viene continuamente sospinto in un futuro imprecisato e imprecisabile: e questo fa sì che la

vita interiore dell’ebreo sia dominata dall’angoscia: il pentimento, infatti, non è sufficiente a rimuovere l’angoscia.

Per Kierkegaard l’atteggiamento ebraico nei confronti della colpa è inadeguato: essi offrono a Dio incessanti sacrifici,

che non restituiscono loro la pace dell’anima, perché nessun sacrificio è in grado di garantire la certezza della

redenzione.

L’ebraismo giace nella legge perché è immerso nell’angoscia, cioè la disciplina ferrea codificata in leggi del

popolo ebraico dipende dal fatto che essi sentono una profonda angoscia verso la colpa e per liberarsene si

legano alla legge (cioè al sacrificio). La colpa è qui l’oggetto dell’angoscia, ed è vero che essa dunque è pur

un oggetto, ma in senso generale non ha nulla di concreto e quindi è sempre angoscia di nulla.

Col concetto di colpa l’ebraismo oltrepassa la grecità rifiutando le concezioni di destino, fortuna, sfortuna...

La colpa diventa qui il sostituto del destino, e il sacrificio il sostituto dell’oracolo. Ma essi non hanno ancora

un concetto preciso di colpa (la interpretano come forza che pervade) e per tanto neanche di sacrificio (in

questo senso sono ambigui). Per scoprirlo essi dovrebbero comprendere il peccato, perché solo in esso si

scopre la Provvidenza e la redenzione.

Solo con il peccato sorge la Provvidenza e si pone la redenzione. Quest’angoscia provata nella grecità e nel

giudaismo si ripete nel Cristianesimo nelle individualità, benché si riconosca la perfezione assoluta del

sacrificio. 24

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

Esempio del genio (religioso): il genio si distingue da ogni altro per il fatto che egli, nel suo contesto storico,

percorre e rivive tutto ciò che è passato (anche l’originarietà di Adamo) fino a raggiungere se stesso. Il genio

religioso è quel genio che decide di non sfruttare il tuo talento ma di volgersi ala propria interiorità, egli non

cede alla tentazione dei piaceri temporali (che potrebbe realizzare con estrema facilità) e segue il proprio

compito: spiegare come la sua esistenza religiosa si rapporti con la sua esistenza esteriore e si esprima in

essa. Egli rifiuta di correre dietro al momento (come farebbe il genio immediato).

Ma fino a che punto questa ripetizione, questa riflessione religiosa può riuscire a impadronirsi di sé?

Mentre il genio immediato si affianca al destino, il genio religioso sceglie la colpa: volgendosi verso sé,

desidera vedere Dio e deve riconoscersi colpevole. Nello stesso movimento scopre la libertà che è per lui

beatitudine perché non è libertà nel senso di determinarsi esteriormente, ma libertà di scegliere Dio. Egli

teme solo di essere colpevole. Il rapporto della libertà (di scelta) con la colpa è angoscia è perché libertà (di

scegliere Dio) e colpa sono possibilità. In questo si ha un di più rispetto ad Adamo: la colpa è una

rappresentazione più concreta e quindi più possibile. Sembra che sia la colpa umana a rendere l’uomo

colpevole, ma questa è un’illusione, la colpa non ha mai una causa esteriore.

Grecità Ebraismo

Oggetto dell’angoscia Destino Colpa

Si rapporta all’oggetto Oracolo (che ama e odia) Sacrificio (in senso non ancora

dell’angoscia con: assoluto)

Concetto del peccato: assente, sarebbe contraddittorio Presente, ma non in senso

che l’uomo si rendesse colpevole proprio. È ambiguo in quanto non

per destino. se ne ha una profonda

comprensione, ma lo si vede come

una forza soverchiante da

combattere. Sarebbe invece da

seguire per capire la via per la

redenzione.

CAPITOLO 4: L’ANGOSCIA DEL PECCATO OVVERO L’ANGOSCIA COME CONSEGUENZA

DEL PECCATO NEL SINGOLO.

Si potrebbe sostenere che una volta che il peccato entra nel mondo di ognuno l’angoscia sia eliminata perché

si eliminerebbe la possibilità che la generava (peccare o non peccare), ma non è così. La libertà non comincia

con il libero arbitrio che sceglie ugualmente il bene o il male, perché gli oggetti della libertà non sono il bene

o il male (che la renderebbero finita). La libertà è infinita e sorge dal nulla.

Libertà:

libero arbitrio: scelta fra due opzioni ugualmente indifferenti in quando completamente sconosciute. Rivendicazione di

un’autonomia di scelta incondizionata. Contrasta con la visione dell’uomo finito.

libertà post peccato: libertà come potere determinante. È misura della possibilità. Libertà come possibilità del paradosso.

È libertà dell’uomo come essere finito. Può essere fondata solo in campo religioso. La libertà deve essere liberata, è

infinita dinamica dello spirito. Parte dalla consapevolezza della differenza tra la possibilità dell’uomo di essere un

individuo posto in modo rassegnato di fronte al tutto e quella di essere un singolo che si ritrova con timore e tremore al

cospetto della singolarità di un Dio personale. Tutto questo fa supporre che è la volontà umana di attribuire certi valori

al divino a farlo entrare in contraddizione una volta assunti questi valori. Tuttavia rimane sempre la possibilità,

perorata dai fedeli contemporanei, che il divino sia irrazionale puro, entità non riducibile ad alcuna logica umana e che

sia proprio dell'essenza della fede, in ultima analisi, la volontà di credere, scandalosamente, contro ogni ragionevolezza

Il libero arbitrio non è indifferenza per Leibniz, ma «determinazione secondo quanto la ragione considera il meglio».

Kierkegaard tratta ora due possibili stati psicologici della libertà di fronte al peccato, appena si concretizza

l’azione lo studio non è più psicologico, ma etico, perché è appunto l’etica ad esigere l’azione.

1. L’ANGOSCIA DEL MALE

il capitolo tratta dei possibili stati psicologici della libertà di fronte al peccato (che non spiegano il peccato

nella sfera etica) 25

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

a) quando il peccato si pone si esclude una possibilità, ma la realtà che si crea non è giustificata.

[giustificazione: 1) dimostrazione della necessità della cosa 2) chiarimento della possibilità della cosa

rispetto a un campo determinato 39 prove a favore di] La realtà del peccato non è giustificata nel

senso che la sua necessarietà non è dimostrata e pertanto ancora si muove ancora nel campo della

possibilità che crea angoscia.

La condizione ha presumo si riferisca a chi si crogiola nel peccato e diventa peccatore. Tipo appunto il Don Giovanni.

Sofisticamente si giustifica delle proprie azioni e si immerge nel ruolo del peccatore. La realtà del peccato non è

giustificata in quanto lui non ne ha consapevolezza, o semplicemente lui sofisticamente non ne vede le ragioni

sufficienti.

b) il peccato pone la conseguenza. Sebbene la conseguenza non abbia nulla a che fare con la libertà,

essa scaturisce l’angoscia vero il futuro, verso la possibilità di un nuovo stato, è possibilità di cadere

più in basso.

Presumo intenda dire che poi il peccato si fa paura della conseguenza e indirizzamento verso il pentimento, che però è

realmente conseguito in rari casi.

L’angoscia vuole che sia eliminata la realtà del peccato, ma solo fino a un certo punto: appena sembra porsi il

salto qualitativo della redenzione l’angoscia si ritira. È dunque quindi raro un profondo e serio pentimento.

Ma non è come sostiene Schelling un genio, o una dote speciale solo di alcuni. La dote è il volere ed è libero.

L’angoscia si fa sentire maggiormente in (a), mentre in (b) va a diminuire. In (a) è rivolta alla possibilità del

peccato e sofisticamente vi produce nuova possibilità. Procede in direzione opposta rispetto all’innocenza è

possibilità interiore. In (b) è possibilità esteriore, diminuisce quando la conseguenza del peccato trionfa.

C) al peccato posto come realtà ingiustificata si pone come possibilità il pentimento. Essa è la conseguenza

che segue il peccatore e ad ogni nuovo peccato l’angoscia si dispera. Il pentimento non può liberarlo, solo la

redenzione può e infatti a ogni sua angoscia egli pecca, se pur il pentimento ritarda l’azione.

L’ANGOSCIA DEL BENE (IL DEMONIACO).

Si descrive solitamente il demoniaco come schiavitù del peccato, ma le cose non stanno in questi termini.

Quando è posto il peccato e l’individuo permane nel peccato, si possono assumere due atteggiamenti:

1. dalla sfera del bene si prova angoscia del male (capitolo precedente)

2. si prova angoscia del bene (demoniaco).

La schiavitù del peccato è un atteggiamento non libero di fronte al bene (reintegrazione della libertà o

redenzione), il demoniaco si distingue solo quando viene toccato dal bene e si manifesta nel silenzio o nel

grido indistinguibile, cioè nella non comunicazione. La schiavitù del peccato non è demoniaco perché è

angoscia del male, mentre il demoniaco è angoscia del bene.

Storicamente si è considerato il demoniaco:

dal punto di vista estetico-metafisico: il fenomeno si presenta come sventura/destino, come nel caso di un

bambino nato deficiente. L’atteggiamento che si assume è quello della compassione, ma è compassione in

senso fittizia perché è riparo del proprio egoismo (questa compassione è elemosina, alzata di spalle..). La

vera compassione è profonda riflessione, ci si identifica talmente con il sofferente da lottare per la stessa

spiegazione e soffre in una forma superiore: capisce che se il demoniaco è un destino, esso può capitare a

tutti. Con la vera compassione si arriva a comprendere le vere più alte tentazioni spirituali che non sono i

meri intrighi amorosi.

(parla di estetico nel senso del destino tragico che elimina libertà umana imputando l’azione appunto al destino)

Dal punto di vista etico: nell’etica il demoniaco è scovato e punito. Dai lumi non si punisce più con tanto

ardore. Ma quel giudizio severo dimostra una compassione superiore in quanto si identifica col fenomeno

del demonio e non lo imputa al destino, ma alla colpa. Il giudizio è convinto che l’uomo demoniaco desidera

la punizione e la severità. È il conforto etico di sentirsi dire che è colpa e non destino, è confortante in quanto

evidenzia la libertà, che l’estetica aveva cancellato con l’idea di destino.

Dal punto di vista medico: si cerca di curarlo e si isola il paziente. Lo si vede come un fenomeno puramente

fisico.

Il termine è trattato in diversi ambiti (somatica, psichica e pneumatica) perché l’uomo è sintesi di anima e

corpo portato dallo spirito, in modo che quando una delle sfere è disorganizzata si ripercuote nelle altre. Ciò

significa che il demoniaco si presenta (come traccia) in ogni uomo. 26

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

Il demoniaco è uno stato (in senso psicologico) dal quale in qualsiasi momento può prorompere l’azione

peccaminosa, e questo stato è una possibilità (benché sia uno stato posto col salto qualitativo dall’innocenza

al peccato, ha in sé altre possibilità, come ogni stato). Il demoniaco è l’angoscia del bene. Il demoniaco è la non-

libertà che vuole chiudersi in stessa, ma non può farlo mai completamente perché resta comunque in un certo

rapporto col bene. L’essere demoniaco è taciturno e si rende manifesto contro la volontà.Queste tre

determinazioni sono la stessa cosa: chi è chiuso (non-libertà) è anche muto (taciturno) e si esprime contro la

libertà.

La libertà è espansione e comunicazione, mentre il chiudersi in sé è ciò che potremmo chiamare il negarsi e il

non voler comunicare. Quando la libertà entra in contatto con la taciturnità genera angoscia.

La rivelazione (che può essere nel senso più alto come redenzione che come dichiarazione casuale) è l’inizio

della salvezza. Il criterio per capire se il fenomeno è demoniaco o meno sta nel suo rapporto con la

rivelazione: se esso non la desidera, il fenomeno è demoniaco. Ma anche chi lo desidera è essenzialmente

demoniaco perché ha due volontà, una vuole la rivelazione e una la taciturnità (dipende da quale è più

forte).

L’individuo può desiderare la rilevazione in senso pieno, o parziale (rimanendo chiuso).

IL DEMONIACO È L’IMPROVVISO.

È taciturnità per quanto riguarda il contenuto, immediato per quanto riguarda il tempo. L’individuo si

chiude in se rifiutando la comunicazione, ma la comunicazione è continuità (con ciò che è intorno), la sua

negazione l’improvviso (improvviso parlare a sé).

Il demoniaco non è dunque qualcosa di somatico, se lo fosse se ne troverebbe una causa fisica, ma è psichico

ed un’espressione della non-libertà. Il bene qui è la continuità che è la prima forma di salvezza (per la

taciturnità era la salvezza).

il suo è, ad avviso di Kierkegaard, un carattere demoniaco, in quanto contrassegnato dalla rinuncia alla scelta e,

conseguente ad essa, dalla taciturnità. Infatti, “l’essenza del demoniaco è di essere taciturno” (Il concetto dell’angoscia),

ritirato in se stesso a rimuginare. A tal proposito, Kierkegaard racconta un aneddoto: per far cadere l’uomo nel peccato,

il diavolo ci mise ben tremila anni, durante i quali non fece altro che pensare standosene zitto, proprio come fa il

seduttore che, nel suo silenzio, medita sulle prede da conquistare. Per converso, Kierkegaard attribuisce un valore

positivo alla parola e alla sua “forza redentrice” che non viene mai meno; infatti, se il silenzio implica la rinuncia alla

scelta, la parola è invece una scelta continua (si sceglie, per l’appunto, che cosa dire). L’esito a cui conduce la fase

estetica è la disperazione, che può portare alla fase etica solo se è accettata in quanto tale. Detto altrimenti, l’esteta deve

accettare la necessaria disperazione che nasce in lui e scegliere di compiere quel “salto” che lo porta alla seconda fase,

quella etica.

IL DEMONIACO È MONOTONO

In quanto la monotonia è una continuità del nulla, il demoniaco è anche il vuoto, la monotonia, il Mefistofele

drammatico che attende 3000 anni prima di sedurre. La monotonia è vuoto nulla, ma anche la taciturnità è

vuoto del contenuto. (questa taciturnità si deve distinguere da quella che si ha con Dio, quella con Dio

significa al contrario la massima espansione, anche se si chiude al resto del mondo).

Se la non-libertà fosse perfettamente chiusa nel demoniaco non si darebbe l’angoscia del bene, ma proprio

nel contatto col bene si da l’angoscia. Il demoniaco non è quindi schiavitù dei sensi perché esso è connesso

all’angoscia del male, ma perdita della libertà e paura di riacquistarla. Si hanno diversi modi di perdere la

libertà:

I) la perdita somatico\psichica della libertà: il corpo è l’organo dell’anima e dello spirito. Quando esso si

ribella a tale rapporto strumentale e congiura con la libertà contro se stessa allora sorge il demoniaco.

quando il corpo si ribella non è più angoscia del male, ma del bene. Ne sono manifestazione una

sensibilità morbosa, l’isterismo, l’ipocondria…il suo estremo è l’abbrutimento, cioè la perdizione

bestiale, il quale rifiuta ogni contatto che minacci la libertà.

II) la perdita pneumatica della libertà:

a) osservazioni generali: il demoniaco non dipende dal diverso contenuto intellettuale, ma dal

rapporto della libertà col contenuto dato e col contenuto possibile ( cioè il demoniaco è un uomo che

si pone il problema di verità, ma non si impegna a risolverlo). È l’uomo che non vuole conoscere la

libertà. La verità è qualcosa d’interiore e certo e si ottiene solo con l’azione. Il demoniaco manca di

certezza di contenuto, egli si affatica per provare l’immortalità dell’anima (o l’esistenza di Dio) pur

non ponendovi la propria fede e questo genera in lui angoscia. E quando cerca la prova

dell’esistenza di Dio si trova davanti a contraddizioni perché egli non riesce a vivere l’interiorità

della verità. Si deve qui intendere la verità nel uso vero significato, quello di certezza e interiorità:

conoscere le prove dell’esistenza di Dio non significa averne la certezza anzi significa angoscia nel

27

Storia della filosofia morale L’esistenza e il nulla

momento in cui le cose non tornano esattamente come si sanno dalla prova. È la certezza che elude

superstizione e incredulità (forme della non- libertà). Più cresce l’eccellenza della prova, più ne

diminuisce la certezza, perché per la verità è necessaria l’interiorità (autonomia). Si sentirà infatti che

non si danno prove di Dio, ma che il pensiero di Dio s’impone incessantemente.

b) Schema per l’esclusione e l’assenza della verità:

c) Che cosa sono la certezza e l’interiorità: certezza ed interiorità sono la serietà, chi le ha perse vive in

un gioco, vanità (cit. Macbeth). L’interiorità è sorgente dell’immortalità, e il modo per approcciarsi

ad essa è la serietà. Non si ha una definizione della serietà perché essa è un concetto dell’esistenza e

definendola si rischia di renderla a noi estranea.

Nella Psicologia di Rosenkranz: animo = unita di sentimento e autocoscienza. Il sentimento si schiude

nell’autocoscienza, e il contenuto di essa è sentito dall’autocoscienza come suo. Questo suo è l’animo.

Se prevale il sentimento siamo portati dallo spirito naturale, se l’autocoscienza il concetto astratto.

Nell’identità nasce l’animo, l’io. L’animo è una determinazione dell’immediatezza e la sua

espressione più profonda è la serietà, che è la sua originalità conquistata (cioè la profonda

espressione dell’intimo di quell’individuo lì, che se autentica viene ripetuta e non cade

nell’abitudine). Così anche la serietà nasce dalla profonda interiorità ed è occuparsi del sé. L’uomo

serio è se stesso (ed è l’uomo etico, è l’uomo che si sa e che sceglie una precisa strada. L’uomo

estetico non può essere se stesso perché in lui non c’è continuità). L’interiorità è l’eternità nell’uomo,

è ciò che lo rende immortale, l’eterno nella serietà è concreto. Molti hanno frainteso il concetto di

eternità (i demoniaci).

a) negano l’eterno nell’uomo: per quanto lo nega non riesce a sbarazzarsene. Cerca di predicare il

momento, ma l’angoscia riduce questo momento ad astrazione. L’esempio è il razionalismo,

indaffaramento. Sono cioè individui che si riempiono i momenti per evitare di pensare a

questioni interiori come l’eternità.

b) Concepiscono l’eterno in termini completamente astratti: alcuni pensano di poter pensare

l’eterno per astrazione dal tempo, ma chi vive nella temporalità non arriva al limite.

c) Si trascina l’eternità nel tempo – cioè tramite l’arte si può avere la certezza dell’intuizione, ma

non l’interiorità della serietà.

d) S’intende la libertà metafisicamente: s’intende se stessi come l’eterna autocoscienza, si diventa

noi stessi l’immortalità.

CAPITOLO 5. L’ANGOSCIA CHE SALVA MEDIANTE LA FEDE.

Imparare a sentire l’angoscia è un’avventura attraverso la quale deve passare ogni uomo. Se l’uomo fosse un

animale (senza anima) o un angelo (senza corpo) egli non potrebbe angosciarsi, ma in quanto sintesi questo è

possibile.

L’angoscia è la possibilità della libertà e solo mediante la fede ha la capacità di formare assolutamente in

quanto distrugge tutte le finitezze svelando le loro illusioni. Quando ci si forma mediante l’angoscia ci si

forma mediante le possibilità, cioè mediante l’infinità. Non si deve intendere la possibilità come possibilità di

felicità, fortuna etc., ma quella possibilità in cui tutto è ugualmente possibile. Nel primo senso la possibilità

ridurrebbe l’uomo a essere finito, ma per imparare l’individuo deve avere fede, la certezza interiore che

anticipa lo spirito (cit. Hegel). Se l’individuo non si forma con l’angoscia la sua fede diventa prudenza delle

cose finite. L’unico rischio di questa formazione è la tentazione del suicidio (quando si fraintende il senso

dell’angoscia). La si deve seguire sinceramente, essa scoprirà il destino, ma ne distoglierà l’individuo.

L’angoscia lo porterà poi a scoprire la Provvidenza e la propria colpevolezza. Colui che si angoscia di

bagatelle (es. ipocondriaco) vive l’angoscia e nel momento del terribile egli saprà usare la forza che ha

addestrato e redimersi. 28


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Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Mistium di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Bazzani Fabio.

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