Storia della filosofia
Modulo II: "Lettera sulla tolleranza" di John Locke e "Il diritto di essere un uomo" di Jeanne Hersch
Prof. Simona Langella
John Locke
Locke appartiene alla corrente dell'empirismo, di cui è uno degli esponenti, insieme a Hobbes e Hume. L'empirismo sostiene che la nostra capacità razionale non vada oltre il dato sensibile. Noi mettiamo insieme le idee in modo matematico, formando concetti, e possiamo conoscere solo ciò che deriva dai sensi. Locke, quindi, adotta un modello empirico, secondo cui i sensi dettano i confini della ragione; gli empiristi recuperano la premessa aristotelica.
Confronto con Hobbes e Hume
- Hobbes: visione materialistica, democritea, pessimismo antropologico (homo homini lupus). L’uomo è egoista ed individualista.
- Hume: critica radicale che investe tutto l’ambito del sapere. Ciò che permette la conoscenza è l’abitudine, la quale lavora sul dato empirico.
- Locke: l’uomo è un animale socievole, il suo modello è contrapposto a quello hobbesiano. Tra Hobbes e Locke c’è uno scarto sul piano politico.
Biografia e contesto storico
Locke nasce nel 1632. Nel 1652 è ammesso al College di Oxford, dove inizia gli studi filosofici, studiando logica, metafisica, teologia e il pensiero classico, confrontandosi con la scolastica aristotelica. Successivamente si dedica agli studi di ebraico, medicina ed anatomia. Nel 1658 viene nominato senior student e master of arts, diventando professore. In Inghilterra, Locke fa esperienza del fanatismo religioso e dello scontro tra fedi, che portò alla morte di Cromwell. A seguito di ciò, egli si convince che al fanatismo sottostà un problema razionale; esso non è sostenuto dalla ragione, ma dalla fantasia.
Tra il 1660 e il 1664, Locke ha un periodo di rifiuto dell’irrazionalismo religioso e scrive: Scritti sul magistrato civile (1660) e Saggi sulla legge di natura (1662-1664). Il primo dei quali decide di non pubblicarlo, lo farà poi in latino successivamente. Locke si chiede come sia possibile, per uomini di diverse fedi religiose, vivere sotto un unico governo in pace. Come è possibile coniugare diversi riti con un unico potere? Come si può portare la diversità all’unità? Questo è un problema di convivenza civile risolvibile a livello politico. Si passa così dalla riflessione sulla tolleranza a livello religioso a quella a livello politico.
Scritti sul magistrato civile (1660)
Egli auspica l’intervento dell’autorità politica nelle questioni religiose; il magistrato deve risolvere il problema della tolleranza. Queste idee non saranno presenti nella Lettera sulla tolleranza e sono ancora in linea con Hobbes, per la concezione di un potere politico forte e di uno stato assoluto (Leviatano), nel quale potere politico e spirituale coincidono nel sovrano. La libertà generale implica una schiavitù generale; l’esperienza delle guerre civili porta a reclamare uno stato forte, è l’insicurezza che ci porta a richiederlo.
Il magistrato civile può intervenire sugli aspetti estrinseci al culto, egli può intervenire sugli indifferenti religiosi, i quali non sono sostanziali e non compromettono il contenuto religioso. Gli indifferenti non sono regolati dalla legge di natura, per questo il magistrato può intervenire; infatti, la legge positiva è riflesso di quella naturale. Nella legge di natura neanche Dio può intervenire. Gli animali sono inclinati a compiere la legge di natura per istinto, l’uomo, invece, ha libertà, egli ha in sé una legge che lo porta alla realizzazione del suo fine, ma è libero di non seguire questa legge di natura. Egli può anche conoscerla, gli animali no.
L’uomo ha codificato il primo riflesso della legge naturale nelle tavole della legge, egli può arrivare a questi precetti tramite uno sforzo razionale. Il tema della legge di natura diventa importante dopo la scoperta dell’America, per creare un ponte con i popoli non evangelizzati. La sinderesi costituisce un ponte per comunicare; tutti gli uomini possono capire ciò che è bene fare con un lungo lavoro. La legge di natura offre la possibilità di riconoscere che l’uomo ha una direzione, che può capire i suoi doveri a partire dalle sue inclinazioni naturali.
Le inclinazioni secondo Tommaso d’Aquino
- Tutti gli esseri vogliono permanere nell’essere (inclinazione comune a tutti gli esseri).
- Conservazione della specie (comune con gli animali).
- Razionalità, inclinazione a conoscere la verità (propria dell’uomo).
Da queste inclinazioni, si ricavano i precetti della legge di natura, che coincidono col decalogo. La ragione, però, può compiere degli errori nel conoscere la legge naturale. Il legislatore deve averla presente, poiché essa è universale, e può legiferare sugli indifferenti; egli non può negare il precetto di natura, perché altrimenti la legge positiva diventerebbe solo una convenzione, come è avvenuto nel positivismo.
Secondo il giusnaturalismo, di cui Locke fa parte, ciò che dà obbligo è la legge di natura, quella positiva ne è riflesso, esse sono parallele. Resta da vedere se essa risponde ad un atto della ragione divina o della volontà divina e riguardo a ciò esistono due interpretazioni principali:
- Ockham: se il precetto è espressione della volontà divina, Dio potrà negare o cambiare questo precetto, non c’è limite alla potenza di Dio.
- Tommaso: se esso è espressione della ragione, che coincide con la volontà, Dio non si può contraddire. Ragione = volontà.
Il legislatore può imporre le leggi positive, che determinano l’indeterminatezza della legge di natura, la quale è generale e non copre tutto (indifferenti). C’è un margine assoluto di libertà riguardo alle cose non regolate dalla legge naturale, qui l’uomo è naturalmente libero e può, attraverso un contratto, trasferire questa libertà a qualcun altro, può delegare un legislatore che decide. Non si può, invece, delegare rispetto alla legge di natura; se essa non ci fosse, il magistrato non avrebbe limiti.
Libertà religiosa e tolleranza
A seguito delle guerre civili, occorre limitare la libertà religiosa. Nei saggi giovanili, Locke non riconosce il valore della libertà religiosa, egli cambierà poi idea quando vedrà in Olanda la convivenza pacifica di più fedi. Gli uomini tendono di per sé al fanatismo; l’intervento del magistrato è doveroso. La tolleranza sarebbe bella se gli uomini non fossero fanatici; quella religiosa è impossibile. Sarebbe possibile solo se gli uomini si concentrassero sul fatto che ognuno va in cielo per la sua strada, ma non sono in grado. La tolleranza di Erasmo è impraticabile.
Per Hobbes, il potere forte deve riguardare anche il potere religioso, ma ciò crea problemi per la tolleranza e crea una teocrazia, quindi il potere religioso si identifica con quello politico. Per Hobbes il sovrano ha i due poteri, ma sa che essi sono distinti. Più si fa stretta la relazione tra i due ambiti e meno c’è spazio per la tolleranza.
Saggio sulla legge naturale (1662-64)
Nello stato di natura, ci sono rapporti amichevoli tra gli uomini, al contrario di quanto sostenuto da Hobbes, il quale affermava che per sopravvivere fosse necessario lo stato di diritto, il quale diventa garante della pace, limitando il diritto su tutto. Locke ha un modello politico con un presupposto diverso; nello stato di natura l’uomo può esprimere la sua socievolezza, non è egoista, è aperto all’altro. Si è portati ad uscirne perché:
- Non c’è abbastanza sviluppo delle potenzialità umane.
- Ci sono comunque contese, c’è bisogno di un potere che legittimi certe condotte e chiarisca i diritti.
I diritti originari sono inalienabili, sono naturali, non si possono delegare e non si può abdicare da essi, non si può rinunciarvi. Per Hobbes, c’è solo il diritto alla vita, mentre per Locke, i diritti naturali sono:
- Vita
- Libertà
- Proprietà privata
Proprietà privata: se ne può fare ciò che si vuole, se ne ha il dominio (si è dominus), si può esercitare un potere su di essa. Consiste nell’avere la facoltà di essere dominus, di esercitare un potere. La prima forma di dominio è sul nostro corpo, per questo quello della proprietà è un diritto connesso alla vita, la prima potestas è verso noi stessi. Avere il dominio è avere un diritto, il diritto di fare, di agire. Il diritto positivo e la proprietà privata, però, vengono dopo, la proprietà comune ha la priorità. In un mondo con risorse limitate non si può usare quella privata in modo che danneggi gli altri e quella comune. La proprietà è connessa agli altri due diritti, è conseguente ad essi.
Per Hobbes, il Leviatano ha un solo limite, ovvero non compromette la vita dei sudditi che hanno rinunciato a tutti gli altri diritti per aver assicurata la vita, che è l’unica ragione per rinunciare al diritto illimitato. Si ha il diritto di sottrarsi se il Leviatano non riconosce questo diritto, in questo caso cade il patto.
Per Locke, non c’è l’urgenza che descrive Hobbes, non c’è un costante pericolo di vita, ma non è uno stato in cui si può compiere la propria natura. Si entra nello stato di diritto perché esso tutela la libertà individuale in relazione a quella altrui; qui si vede maggior possibilità di sviluppo per la propria persona. L’essere razionale si esprime tramite la libertà, egli è libero rispetto alla sua libertà, può abdicare rispetto ad essa tramite un atto libero, non vi può rinunciare. La proprietà implica il possedere i propri atti (espressioni della libertà), la proprietà dei propri atti liberi.
Ogni cosa segue una legge fissa; la coscienza ci dice quando siamo o no aderenti a questa legge. Se non ci fosse, non ci sarebbero neanche vizi e virtù, possiamo dedurla con la nostra ragione, ma non è innata. Locke rifiuta l’innatismo, che è presupposto del razionalismo cartesiano. Ogni cosa si deduce dall’esperienza, senza di essa l’uomo è una tabula rasa.
Trattato sul governo civile
La legge di natura è evidente alla ragione umana. La legge divina corrisponde alla ragione divina e alla volontà divina. La legge civile deve ispirarsi a quella naturale, altrimenti non potremmo fondare una società civile o politica, la quale nasce da un patto tra individui. Lo stato di natura è un tema fondamentale nel '600 e nel giusnaturalismo ed è la premessa per fondare lo stato di diritto. Esso è uno stato talvolta considerato ipotetico, talvolta storico; in Hobbes, esso è un’ipotesi, mentre in Locke c’è un’ambivalenza delle due concezioni. A seconda dell’interpretazione dello stato di natura, si arriva ad un modello etico-politico diverso. Per Locke, lo stato deve solo tutelare i diritti naturali, non è ciò che permette di avere i diritti. Sebbene lo stato di natura sia uno stato di libertà, non è di licenza. Non c’è libertà per distruggere sé stesso; è una libertà che non è anarchia, c’è un limite, l’uomo è dominus, ma non padrone assoluto. Essendo tutti uguali, nessuno deve recar danno agli altri nella vita, nella salute o nei beni; la vita ci è data e non siamo padroni di toglierla. Tutti partecipano...
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