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Razionalismo: Il fondamento primo, la base di partenza della conoscenza, è la e non le I filosofi razionalisti ritengono

ragione sensazioni.

che la ragione, la mente umana, possieda entro di sé, fin dalla nascita, idee e principi generali chiamati "idee non sono sensazioni ma

innate":

che la ragione, la mente, coglie in quanto presenti entro di sé e che comprende immediatamente senza bisogno di

sono "intuizioni"

dimostrazioni perché sono assolutamente evidenti (postulati della geometria). Quindi, partendo dalle idee innate e procedendo per deduzione

si giunge man mano, mediante la logica ed il ragionamento, alla dimostrazione di realtà particolari, di singole cose o fatti o gruppi di cose o di

fatti.

CARTESIO: Cartesio (1596-1650) ha avuto il merito di riassumere ed elaborare alcune idee che serpeggiavano già da qualche tempo in

seguito alla rivoluzione dell’Umanesimo, spinto verso una nuova visione filosofica del mondo e della ragione anche dalle grandi indagini sulla

natura della fine del ‘500-inizio ‘600.

Metodo: All’uscita dalla scuola gesuitica Cartesio perché si accorge che esso non si basa su criteri sicuri per

critica il sapere tradizionale

distinguere il vero dal falso. Solo la matematica gli appare degna di fiducia e pertanto si propone di costruire un nuovo metodo filosofico

ed in particolare della geometria. Il metodo che Cartesio cerca è nello stesso

prendendo per modello il metodo deduttivo della matematica,

tempo deve condurre a saper distinguere il vero dal falso, anche e soprattutto in vista dell’utilità e dei vantaggi che

teoretico e pratico:

possono derivarne alla vita umana (una per l’orientamento dell’uomo nel mondo). Così decide di mettere in dubbio tutto quello che non

guida

superi la prova del suo ovvero la (idea chiara è quella presente e manifesta ad uno spirito attento) e la

criterio di evidenza delle idee, chiarezza

(idea distinta è quella che, essendo chiara, è separata da tutte le altre e precisa così da non contenere nient’altro all’infuori di ciò

distinzione

che è chiaro). Superata tale verifica, si può accettare come evidente per sé una certa cosa; inoltre, da una verità evidente si potevano dedurre,

attraverso il ragionamento logico, altre verità. Ma soltanto la giustificazione (o fondazione) delle (evidenza, analisi, sintesi,

regole metodiche

enumerazione e revisione) consentiva la loro applicazione universale, cioè a tutti i domini del sapere umano.

Dubbio metodico: Egli puntualizza che per decidere di eliminare tutte le sue antiche opinioni non gli è necessario esaminarle tutte e

dimostrarne la falsità, ma è sufficiente accertare che è possibile dubitare della loro verità. Al fine di «attendere alla ricerca della verità», egli

afferma di aver proceduto col rifiutare «come assolutamente falso tutto ciò in cui potessi immaginare il minimo motivo di dubbio, per vedere

se, dopo un tale rifiuto, qualcosa sarebbe rimasto a godere la mia fiducia come del tutto indubitabile». I passaggi descritti sono tre, e segnano

la sospensione del giudizio (epochè) e l’applicazione del dubbio: alle («dato che i sensi a volte ci ingannano, volli supporre

apparenze sensibili

che nessuna cosa fosse tal quale ce la fanno immaginare»); ai apparentemente dimostrativi ed, infine, all’apparente lucidità

ragionamenti

dello sul quale getta l’ombra del dubbio «che tutto ciò che mi era passato per la mente non rivestisse maggior verità delle

stato di veglia,

illusioni dei miei sogni».

Cogito: Ci sono conoscenze che sono vere sia nel sogno che nella veglia, come le conoscenze matematiche, ma neppure queste si

sottraggono al dubbio: difatti, finché nulla si sappia di certo intorno a noi e alla nostra origine, si può sempre supporre che in luogo di «un vero

Dio, che è fonte sovrana di verità, vi sia un qualche cattivo genio (genium che abbia impiegato tutta la sua industria a

aliquem malignum)

ingannarmi», facendomi apparire chiaro ed evidente ciò che è falso ed assurdo. In tal modo, il dubbio si estende a ogni cosa e diventa

assolutamente universale (dubbio Io posso ammettere di ingannarmi e di essere ingannato in tutti i modi possibili; ma per

iperbolico).

ingannarmi o per essere ingannato io debbo esistere: oltre la strettoia angusta (ma inoccludibile) del Descartes è in grado di riaprire gli

cogito,

orizzonti del sapere e ricostruirne l’edificio dalle fondamenta. Ma evidentemente questa proposizione contiene pure una certa indicazione su

ciò che sono io che esisto. Non posso dire certo di esistere come corpo giacché non so ancora nulla sull’esistenza dei corpi intorno ai quali il

mio dubbio permane: non esisto se non come «una cioè come o (la certezza del mio

cosa che dubita, che pensa», spirito, intelletto ragione

esistere concerne soltanto tutte le determinazioni del mio pensiero).

Idee: Cartesio procede al superamento dello scoglio dell’ipotesi del genio maligno e ingannatore, che lascia ancora aperta la questione delle

esistenze ed evidenze, a partire dall’esame delle idee presenti nella nostra mente. Ora, io sono sicuro che tali idee esistono nel mio spirito

altre

perché esse, come atti del pensiero, fanno parte di me come soggetto pensante; non sono invece sicuro se a queste idee, alcune delle quali

figurano come immagini o rappresentazioni di cose, altre rappresentano modi di essere e di operare dell’Io (volizioni, affezioni, giudizi), altre

ancora risultano formate dal soggetto medesimo (come le idee di creature fantastiche), corrispondono realtà effettive. Le tre classi sono

rispettivamente denominate (riguardano verità eterne), (che ci arrivano dall’esterno) e (formate o trovate dal

idee innate avventizie fattizie

soggetto stesso, suscettibili di errore e quindi da verificare attraverso il metodo scientifico).

Metafisica: Per scoprire se a qualcuna di queste idee corrisponde una realtà esterna, devo chiedermi la possibile di esse; per quel che

causa

riguarda le idee che rappresentano altri uomini o cose naturali, esse non contengono nulla di così perfetto che non possa essere stato prodotto

da me; mentre, per quel che riguarda l’idea di Dio, è difficile supporre che possa averla creata io stesso. Difatti, la consapevolezza della

finitezza ontologica e dell’imperfezione di sé si determina per contrasto con l’idea innata di Dio nella sua assoluta perfezione, che precede e fa

da sfondo a quella stessa consapevolezza (prima prova); in secondo luogo, se il mio io ha natura finita, ed imperfetta (come è dimostrato dal

fatto che dubito) allora non sono creatore di me stesso, poiché se fossi tale mi sarei date le perfezioni che concepisco e che sono contenute

nell’idea di Dio; la terza prova (designata da Kant come “ontologica”) ricalca in parte l’anselmiana prova del Una volta dimostrata

Proslogion.

l’esistenza di Dio, il criterio dell’evidenza assume una validità assoluta perché Dio, essendo perfetto, non può ingannarci (né permettere ad

altri di ingannarci) e dunque noi possiamo senz’altro fidarci di quell’inclinazione a credere nelle idee chiare e distinte ricevute da lui.

Dualismo: Accanto alla (res inestesa, consapevole e libera), che costituisce l’io, si deve ammettere, come si è

sostanza pensante cogitans,

visto, una (res spaziale, inconsapevole e meccanicamente determinata), divisibile in parti, quindi estesa. Tale

sostanza corporea extensa,

sostanza non possiede però tutte le qualità che noi percepiamo di essa, Cartesio fa sua la distinzione già stabilita da Galilei (che in realtà risale

a Democrito), secondo cui tutte le determinazioni quantitative sono certamente qualità reali della sostanza estesa, mentre le determinazioni

qualitative non esistono come tali nella realtà corporea e sono qualcosa che noi non conosciamo. dall’altro. Di fronte al difficile problema di

riunire o di spiegare il loro scambievole (ritenendo intellegibile, per quanto riguarda l’uomo, la relazione tra anima e corpo), individuò

rapporto

nella (la moderna epifisi) del cervello l’elemento di congiunzione fra le due, in quanto concepita come la sola parte del

ghiandola pineale

cervello che, non essendo doppia, può unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso, che sono tutti doppi.

“Morale provvisoria”: Nell'opera Cartesio ci presenta le e i come cioè e

Le passioni dell'anima passioni sentimenti res extensa, materiali

non spirituali, perché anch'essi derivano da cause fisiologiche-meccaniche (da sensazioni piacevoli o spiacevoli). Al riguardo Cartesio distingue

tra che è libera, e che sono involontarie (essendo tali non possono essere né buone, né cattive, né eliminabili). È invece

volontà, passioni,

possibile evitare gli eccessi delle passioni sottomettendole alla guida della ragione e della volontà. Mentre nel campo gnoseologico la volontà

ha l'obbligo di non decidere finché l'intelletto non giunga ad idee evidenti, in quello morale essa si trova talvolta anche se

costretta a decidere

non ha raggiunto un'evidenza certa circa il comportamento da assumere, accontentandosi perciò di scelte solo probabili, di carattere pratico.

Di conseguenza Cartesio elenca per guidare il saggio nel controllo delle passioni e sottometterle alla guida

quattro fondamentali regole morali

della ragione (definita perché priva di certezza evidente). Si tratta della regole seguenti: obbedire sempre alle leggi, ai

"morale provvisoria",

costumi e alla religione del proprio Paese; rimanere risoluto e coerente nelle proprie azioni; cercare di vincere (controllare) piuttosto se stessi

che la fortuna (la sorte); coltivare sempre la ragione e agire in modo razionale.

SPINOZA

Etica more geometrico demonstrata: Il titolo suggerisce l’intento pratico, morale, anche se l’opera rimase celebre come trattato

metafisico e qui sta il suo il voler parlare di cioè come un sistema di conoscenze che possegga la stessa

aspetto moderno: etica come scienza,

solidità delle altre scienze, la stessa dimensione dimostrativa (in quanto l’etica vuol essere una scienza dimostrata). I greci aveva pensato

l’etica come parte della filosofia, cioè come fondato sull’éthos (costume, modo di vivere, valori come caratteri di una

discorso razionale

comunità); fu Aristotele a dare un’organizzazione a questo fine, distinguendo una (che non possiede gli stessi

filosofia teoretica e una pratica

caratteri di necessità ed universalità ma è pur sempre dotata di una sua legittimazione razionale), se la via che percorre la scienza è

dimostrativa, quella intrapresa dall’etica cerca di condurre le azioni ed i comportamenti a princìpi generali (secondo l’idea che la mira al

pràxis

bene, alla felicità) che vanno stabiliti (diverse accezioni di “bene”). Secondo Spinoza l’etica può assumere la dimensione di scienza solo se è

possibile articolarla, esporla secondo il l’ordine matematico e formale della ragione. Il è l’organizzazione

mos geometricus, mos geometricus

della dimostrazione matematica, la quale procede da assiomi, corollari e (o teoremi), cioè secondo il metodo sintetico

definizioni, proposizioni

della matematica.

Sostanza: Il problema di Spinoza sta, anzitutto nel ricercare alcune che non siano semplicemente nominali, ma cioè che

definizioni causali,

contengano implicitamente la spiegazione (la causa) di ciò che si vuol definire. Partendo da queste definizioni si ottengono, come in

matematica, talune proposizioni e dimostrazioni; quest’ultime sono concatenazioni rigorose che conducono, attraverso una serie di passaggi,

da certi assiomi a necessarie conclusioni. La definizione centrale è quella di sostanza: ossia ciò il

ciò che è in sé ed è concepito per mezzo di sé,

cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa dal quale debba essere formato; Spinoza non indica la sostanza soltanto come ciò

che non ha bisogno di altro per essere pensato, ma è anche ciò che non ha bisogno di altro per esistere (increata, ed per

eterna, infinita unica),

essere quello che è. Egli giunge a questo passaggio per mezzo del criterio cartesiano dell’evidenza (che accanto alla sostanza prima di Dio

aveva ammesso la e la fermandosi ad un dualismo sostanziale; l’ambiguità era evidente: da un lato era sostanza ciò

res extensa res cogitans,

che per esistere non ha bisogno che di se medesima, dall’altro lato era ciò che per esistere ha bisogno soltanto di Dio, che è altro da sé) ma lo

supera, indicando come in quanto è concepita in sé, che quindi

sostanza è ciò che non ha bisogno di altro per essere pensato e per esistere,

(Dio come sostanza, che ne è medesima definizione).

dev’essere unica e causa sui

Gradi di conoscenza: Spinoza articola il processo conoscitivo secondo alcuni stadi o momenti, facendoli corrispondere ad altrettante

maniere di concepire la realtà e di di fronte ad essa. Distingue gradi del conoscere: la conoscenza di primo genere è la

atteggiarsi tre

o l’immaginazione, tramite cui la mente coglie la realtà in modo slegato e parziale, mediante idee «oscure e confuse», che

percezione sensibile

essa si limita a subire senza comprendere, come se fossero «conseguenze senza premesse». L’errore di questo tipo di conoscenza consiste nel

modo parziale e confuso di rappresentare le cose. Il corrispettivo di questo momento della conoscenza è la

etico schiavitù delle passioni,

ovvero quella situazione in cui l’uomo, il meccanicismo naturale che lo costituisce, si lascia tiranneggiare e sballottare dalle

non comprendendo

emozioni. La conoscenza di secondo genere scaturisce dalla ragione e concerne idee adeguate. Diversamente dal primo grado di conoscenza,

considera le cose come causalmente e nel loro ordine necessario. L’equivalente comportamento è la vita secondo ragione o virtù.

connesse

Infine, la conoscenza intuitiva si fonda sull’intelletto e si identifica con la metafisica stessa di Spinoza, ossia con la visione delle cose nel loro

scaturire da Dio, o, se si vuole, con quella suprema intuizione attraverso cui si coglie l’Uno nei molti e i molti nell’Uno. Giungendo alla

conoscenza intuitiva ed acquisendo consapevolezza di essere parte del Dio-Natura, l’uomo prova l'amor (amore intellettuale di

intellectualis

Dio): forma di amore in cui la somma conoscenza coincide col sommo bene e la somma virtù ed in cui si ritrova, perciò, la socratica coincidenza

tra conoscenza, bene e virtù.

Teoria delle passioni: Le azioni umane non sono niente altro che casi particolari di leggi universali comuni sia agli uomini che alle cose,

sottoposte anch’esse a regole fisse e necessarie e studiabili con matematica obiettività e precisione. Altrettanto vale per le passioni e, di

conseguenza, la morale non può essere prescrittiva, ma descrittiva: in tal senso la sua teoria delle passioni (o"geometria delle passioni") mira a

studiarle matematicamente, proponendosi di individuare le leggi che reggono la condotta pratica dell'uomo. Dalle tre passioni fondamentali

(istinto di autoconservazione, gioia e dolore) derivano tutte le altre passioni secondarie con geometrica necessità (determinismo assoluto).

LEIBNIZ

Calcolo combinatorio: La per Leibniz, serve per conoscere i principi primi della realtà; tale intendimento è presente nella sua

metafisica,

opera di logica in cui si propone la creazione di una scienza universale attraverso la riduzione di tutte le proposizioni vere,

Ars combinatoria,

dette “verità”, ad alcune proposizioni elementari o primitive, dette "verità prime", da combinare poi in tutti i modi non implicanti

contraddizione così da ottenere tutte le verità possibili. E si trova anche nei suoi ideali di pace politica e di conciliazione, fallita, tra

cattolicesimo e protestantesimo, nonché di organizzazione di una Repubblica delle scienze.

Verità di ragione e verità di fatto: Per Leibniz ordine del mondo non significa esclusivamente necessità di tutto ciò che accade. La

necessità si trova solo nella logica e nella matematica, ma non nel mondo naturale. Si tratta allora di distinguere ciò che è necessario da ciò che

è contingente, ossia possibile, anche al fine di salvare la libertà umana. Vi sono infatti, afferma Leibniz, due tipi di verità: le verità di ragione e

le verità di fatto. Le sono necessarie (il cui opposto è impossibile) e a priori (innate), non riguardano la realtà naturale, in

verità di ragione

quanto riferiscono a tutti gli eventi possibili (le possibilità sono infinite ma il determinarsi di una possibilità esclude le altre perché non tutto ciò

che è possibile si realizza concretamente). Coincidono per lo più con i principi della logica (quello di identità, di non contraddizione, del terzo

escluso). Le sono invece verità contingenti (che ci sono ma potrebbero anche non esserci) e riguardano ciò che effettivamente

verità di fatto

esiste e si è realizzato fra le tante diverse possibilità. Sono verità a posteriori il cui contrario è possibile. Secondo il principio di ragion

degli scopi di un fatto, di un evento, possiamo e dobbiamo pur sempre dare una spiegazione, anche se non completa ma, appunto,

sufficiente,

sufficiente: le cose non accadono necessariamente, non formano una concatenazione necessaria, ma derivano da un atto di libera scelta volto

ad un fine, atto che avrebbe potuto anche non essere compiuto e che comporta una responsabilità.

Sostanza individuale: Leibniz definisce aristotelicamente la sostanza come «ciò che è soggetto di più predicati e non è a sua volta

predicato di altro». Ma, in base al principio di identità, aggiunge che i predicati, per poter essere attribuiti con verità al soggetto, devono

essere identici a questo (identità totale come nelle verità di ragione) o devono essere almeno contenuti nella sua essenza, cioè nella sua natura

o nel suo destino (identità parziale come nelle verità di fatto). Il soggetto di una verità di fatto è sempre reale o esistente, è cioè una sostanza

(= che sussiste) ed è sempre una cosa specifica, uno specifico ( o ente). Non è possibile per gli uomini giungere ad una conoscenza

individuo

piena e completa di una sostanza individuale, non essendo in grado di conoscere la totalità delle ragioni sufficienti (di tutti i fatti e i motivi)

attribuibili ad una determinata sostanza individuale (che è possibile solo a Dio). Nelle verità di fatto, così come in quelle di ragione, sono già

contenuti ed impliciti nel soggetto (nel suo fine, nel suo destino) tutti i fatti e gli avvenimenti e sono da esso derivabili a priori qualora si

potesse conoscerlo pienamente, cosa invece possibile solo per Dio ma non per gli uomini.

Forza e materia: Al di sotto dei vari corpi materiali quali noi vediamo si trova una forza, un'energia (l'energia cinetica), che è la vera

sostanza invisibile costitutiva dei corpi stessi e del loro movimento, corpi che sono mossi da tale energia secondo uno sviluppo finalisticamente

indirizzato verso un ordine ed una perfezione sempre superiori. Non c'è dunque alcuna sostanza materiale (res bensì un'unica

extensa),

sostanza immateriale orientata finalisticamente verso uno sviluppo e una perfezione sempre maggiori (entelechia); in questo modo viene

superato il meccanicismo (la concezione meccanica della natura) ed anche il dualismo cartesiano tra sostanza estesa (materia) e sostanza

pensante (spirito). La materia e i corpi sono soltanto apparenza, sono cioè fenomeni, ma tuttavia, dice Leibniz, sono "fenomeni ben fondati",

nel senso che non sono pure illusioni, bensì i modi della nostra percezione (il modo in cui noi percepiamo le cose). L'attività della monade è

piena e perfetta solo in Dio, mentre in tutte le altre è limitata ed imperfetta, il che determina la materialità.

Monadologia: La vera realtà dunque è costituita da "centri di forza" che Leibniz, dopo averli dapprima chiamati "sostanze individuali",

chiama (dal greco “elementi semplici, non scomponibili”). Le monadi sono, si può dire, gli atomi metafisici ed immateriali di

monadi monas,

Democrito, costitutivi della realtà. Poiché la propria sostanza è spirituale e vitale (forza viva), ogni monade ha già in sé la propria finalità e

perfezione. Tutto ciò che esiste o è una semplice monade o è un complesso, un aggregato, di monadi. Due sono le attività delle monadi,

analoghe alle attività della nostra mente: la ossia la capacità di percepire e rappresentare in se stesse il mondo, l'universo intero e

percezione,

l’appetizione, che è la tendenza a passare da una percezione all'altra. La monade è un poiché rappresenta e percepisce in sé tutto

microcosmo,

il mondo, ciascuna peraltro secondo una differente angolazione o punto di vista e con un diverso grado di chiarezza e distinzione. Ogni monade

non comunica con le altre monadi, proprio come ogni anima, ogni mente umana, è indipendente dalle altre. Infatti ogni monade, essendo in se

stessa pienamente compiuta ed autonoma, non può essere influenzata dalle altre.

Migliore dei mondi possibili: Se c'è il mondo e la realtà delle cose così come li vediamo, tutto ciò non può che trovare la propria

ragione sufficiente (la propria spiegazione) in Dio, che ha voluto creare il mondo e le cose proprio così come sono. Dio avrebbe anche potuto

creare infiniti mondi diversi dal nostro tra quelli possibili. Se ha scelto questo mondo, ci deve essere una ragione sufficiente, un preciso motivo,

un perché (finalismo). Dio è bontà infinita, agisce in vista del bene, perciò se ha scelto questo mondo significa che lo ha scelto perché è il

miglior mondo possibile rispetto ad ogni altro. Tale spiegazione rivela l'ottimismo della filosofia di Leibniz.

di fondo

Armonia prestabilita: Per spiegare la relazione tra le monadi e soprattutto il collegamento, la reciproca influenza tra anima e corpo

mostrata dall'esperienza, Leibniz prospetta tre possibili ipotesi di soluzione: esiste un'influenza reciproca tra le monadi, cioè tra le monadi del

corpo e quelle dell'anima (rifiutata perché in contraddizione con l'incomunicabilità delle monadi); vi è un continuo intervento divino che, in

occasione di ciascuna percezione o decisione dell'anima, assicura il verificarsi del corrispondente movimento del corpo e viceversa (soluzione

"occasionalistica", scartata anch'essa perché dispendiosa e presuntuosa); esiste un'armonia da Dio tra le monadi dell'anima e

prestabilita

quelle del corpo. Dio, creando tanto l'anima quanto il corpo, si è preoccupato di sincronizzarli una volta per sempre fin dall'inizio della

creazione e di far sì che ad ogni decisione presa dall'anima, dalla mente, corrisponda sempre il rispettivo movimento del corpo e che ad ogni

modificazione o movimento del corpo corrisponda sempre la rispettiva percezione (sensazione) da parte dell'anima (accettata). Tale soluzione

sembra assomigliare al parallelismo mente-corpo di Spinoza. Però, mentre per Spinoza esso è la conseguenza meccanica dell'ordine

geometrico del mondo stabilito dal Dio-Natura, per Leibniz l'armonia mente-corpo è prestabilita dalla libera volontà di Dio e non deriva

dall'ordine necessario dell'universo e delle sue leggi.

Empirismo: Il fondamento primo, la base di partenza della conoscenza non è la ragione, la mente, ma è invece l'esperienza le

sensibile,

sensazioni. Le idee innate non esistono: la mente, quando nasce, non possiede dentro di sé alcuna idea; le idee verranno dopo, con

l’esperienze e con la conoscenza. La conoscenza è a posteriori, ma, per diventare tale, ha bisogno dell'intervento della ragione, la quale

elabora ed organizza le sensazioni, le esperienze, trasformandole in concetti ed in spiegazioni. La conoscenza procede per induzione, per

questo non è possibile giungere a conoscenze complete ed esaustive, a spiegare le cause prime e i fini ultimi della realtà.

LOCKE

Critica all’innatismo: Ispirandosi ad Hobbes, nel Locke depura la ragione umana da quei caratteri che

Saggio sull'intelletto umano

Cartesio le aveva attribuito; diversamente dalla (sostanza universale, unica e infallibile), la ragione in Locke

res cogitans non è unica o uguale in

(x x ), (spesso le singole idee sono in numero troppo limitato o sono oscure) e non possiede

tutti gli uomini non è infallibile idee

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ma le ricava dall'esperienza, la quale è sempre limitata e non universale (non si può fare esperienza di tutte le cose). Ciò nonostante,

innate,

anche se debole e imperfetta, la ragione è l'unica guida efficace di cui l'uomo dispone. Perciò è importante conoscere quanto valgono la

ragione e la conoscenza umana ma bisogna essere consapevoli altresì dei loro limiti, per non trattare problemi che sono al di là delle capacità

della ragione (problemi della metafisica→atteggiamento antimetafisico).

Le idee: Anche per Locke, come per Cartesio e per la filosofia moderna in genere, noi non conosciamo direttamente le cose, ma le idee delle

cose (rappresentazioni mentali). Esse derivano esclusivamente dall'esperienza, non sono create dall'intelletto (tabula che, in questa

rasa)

prima fase, è Poiché vi è una realtà esterna ed una interna, vi sono idee di (riguardano oggetti esterni, cose naturali) e di

passivo. sensazione

(avvertiamo i nostri stati d'animo, i nostri pensieri e sentimenti), che sono dette poiché non ulteriormente

riflessione idee semplici

scomponibili. Derivando dall’esperienza di oggetti esterni (o interni), allora c'è una realtà esterna che ha il potere di produrre in noi queste

idee e tale potere è chiamato essa può essere primaria (se oggettiva e propria delle cose esterne) o secondaria (relazionata ai nostri

qualità;

sensi), così come anticipato da Democrito e ripreso da Galilei e Cartesio. Una volta ricevute idee semplici l'intelletto si elaborandole in

attiva

vario modo e producendo e le prime sono costruzioni del nostro intelletto e consistono nella combinazione di più idee

idee complesse generali:

semplici, che possono essere distinte in idee complesse di (qualità o affezioni delle sostanze), di (sussistenti in se stesse) e di

modo sostanza

(prodotte confrontando un'idea semplice con un'altra, come l'idea di identità). Quando si riferiscono a cose esterne non sono mai

relazione

chiare e distinte, ma hanno bisogno di essere verificate attraverso l'esperienza (le scienze fisiche non sono scienze esatte), mentre quelle di

relazione possono essere conosciute con chiarezza (matematica e morale sì). Le seconde vengono ricavate astraendo alcune idee da altre e

formando così i (laddove per concetto intende un nome astratto costruito dall'intelletto→nominalismo), che svolgono un’utile

concetti

funzione di economicità del linguaggio.

Conoscenza: Consiste nel percepire l'accordo o il disaccordo tra le idee ricevute dall'esperienza, che può avvenire in due modi diversi (due

specie di conoscenza): (infallibile) o per via (attraverso il ragionamento, fallibile). Siccome la nostra mente non

intuitivamente dimostrativa

conosce direttamente le cose, non possiamo avere la certezza che le nostre idee delle cose corrispondano pienamente alle cose reali; mentre

Cartesio aveva risolto questo problema con la prova dell'esistenza di Dio (garante della rettitudine nostre sensazioni), Locke osserva che ci

sono tre tipi di realtà e tre rispettive della (coscienza, conoscenza intuitiva→cogito della

forme di conoscenza: realtà dell’io ergo sum), realtà di

(conoscenza dimostrativa→Aristotele, prova causale), della (conoscenza per sensazione, non conosciamo

Dio realtà delle cose esterne

direttamente le cose, ma, se riceviamo idee dall'esterno vuol dire che al di fuori della nostra mente ci deve essere qualcosa, una realtà). Se nel

momento in cui riceviamo una sensazione possiamo essere certi che fuori di noi esista una cosa che la stia producendo, quando essa non è più

(non viene più ricevuta/riguarda una previsione futura) la nostra conoscenza sensibile non è certa ma solo (pur tuttavia

attuale probabile

bastevole per gli scopi pratici della vita, in quanto è ragionevole pensare che le cose e gli uomini continuino ad esistere anche quando non se

ne ha percezione attuale).

Politica: In merito all'origine rifiuta la concezione di Hobbes secondo cui la condizione originaria (primitiva) di natura degli uomini

dello Stato

è quella dell'egoismo, della prepotenza e della guerra di tutti contro tutti; nello stato originario di natura, per Locke, gli uomini si sentono

invece tutti uguali, riconoscendo che ciascuno possiede irrinunciabili diritti naturali (vita, libertà, proprietà dei frutti del proprio lavoro e diritto

alla difesa di tutti questi diritti), derivanti dalla stessa natura umana ed impressi in essa da Dio. Tuttavia gli uomini, a garanzia della loro difesa,

sentono la necessità di stipulare un per creare uno Stato, ma non per cedere ad esso, in quanto rinunciano alla sola prerogativa di

patto sociale

farsi giustizia da sé. In questo senso, diversamente da Hobbes, il sovrano (re/assemblea, il Parlamento) non è più al di sopra della legge e

rimane sottoposto al giudizio dei cittadini, i quali hanno il diritto di ribellarsi qualora non rispetti i loro diritti naturali. Locke si dimostra, così,

teorico dello e del I limiti del potere dello Stato sono stabiliti dalla e dal

Stato costituzionale liberalismo politico. costituzione principio della

tra potere legislativo (Parlamento), potere esecutivo (re/governo) e potere federativo o giudiziario (re/magistrati).

divisione dei poteri

HOBBES

Politica: Se, come sostiene Thomas Hobbes, non vi sono regole morali e sociali assolute, allora sembra impossibile la realizzazione storica di

società civili (fondate sul dovere morale di rispettare gli altri). Egli risponde che le regole morali e sociali non derivano da leggi o principi morali

oggettivi esterni, insiti nella natura umana, bensì da un calcolo di convenienza puramente artificioso, in base al quale gli uomini sono indotti a

stipulare fra di essi un patto o per salvaguardare il loro primo bene che è quello della vita e della sua conservazione. Non è la

contratto sociale

natura umana ma la che convince gli uomini a mettersi d'accordo per costituire uno Stato che, con le sue leggi, garantisca un'esistenza

ragione

pacifica. L'originario stato di natura dell'uomo (la condizione caratterizzante l'uomo primitivo) è la bramosia, l'egoismo (homo homini lupus);

da ciò deriva la sopraffazione, la prepotenza e quindi una continua lotta per prevalere, una continua guerra di tutti contro tutti (bellum

Da questo stato di cose si può uscire solo facendo ricorso all'istinto di conservazione e alla ragione, unico strumento

omnium contra omnes).

capace di calcolare i vantaggi e gli svantaggi che derivano dalla condizione di guerra permanente dello stato originario di natura e di indicare

quindi la scelta più conveniente. La ragione calcola e fa comprendere che è più conveniente limitare l'egoismo individuale naturale, rinunciare

alla pretesa di aver diritto a tutto, per conservare la vita e non essere soppresso dal più forte.

Stato assoluto: Uno Stato non può costituirsi e perdurare solo in virtù di un patto sociale, in quanto necessita di un che costringa

potere

ogni uomo a rispettare le regole del patto stesso. Con il patto sociale gli uomini di una comunità rinunciano a tutti i loro diritti (a parte il diritto

alla difesa della vita) e li cedono allo Stato. In tal modo, osserva Hobbes, il sovrano è al di sopra delle regole del patto sociale, delle leggi dello

Stato, ed è quindi l'unico a mantenere gli originari diritti dello stato di natura, il diritto su tutto, eccetto il diritto sulla vita altrui. Hobbes è

quindi il massimo teorico dello da lui definito «per per il suo mostruoso potere e perché è

Stato assoluto, metà uomo e per metà Dio mortale»

subito al di sotto del Dio immortale e quasi altrettanto potente (paragonato al Leviatano, mostro invincibile di cui narra la Bibbia).

BERKELEY: L'intento di Berkeley è demolire il meccanicismo, il materialismo ed il derivante ateismo dei nuovi filosofi del suo tempo,

attraverso la radicalizzazione della posizione empirista (dallo sviluppo idealistico). Al materialismo bisogna contrapporre l'immaterialismo, cioè

lo secondo cui tutto è spirito e niente esiste al di fuori della mente, che è

spiritualismo, sostanza spirituale.

Esse est percipi: Come Cartesio e Locke, anche Berkeley ritiene che tutta la nostra conoscenza abbia come oggetto le idee, ossia le

rappresentazioni mentali delle cose e non le cose stesse. Esse provengono dai sensi, dal nostro modo di percepire e non dalle cose, sono cioè

sensazioni e percezioni che stanno nella nostra mente e non al di fuori. Secondo lui non c'è nulla che dimostri l'esistenza di corpi materiali,

ossia delle cose, al di fuori della nostra mente, al di fuori delle nostre percezioni che dalla mente dipendono e non sono esterne ad essa. Se

tutta la nostra conoscenza nasce dalla sensazione allora una cosa esiste ed è conoscibile solo se viene percepita (esse la struttura

est percipi:

della realtà è la sua percepibilità; l'essere è l'essere percepito). Con questa concezione non nega l'esistenza del mondo esterno, egli nega solo

l'esistenza di quella supposta sostanza metafisica diversa dalle loro qualità ed esistente al di fuori della mente; anzi, egli dichiara: «non è tolto

il mondo non cambia, non ne risulta impoverito, tutto resta come prima; ciò che cambia è solo il nostro modo di considerare

nulla al mondo»:

il mondo, la realtà. L'unica vera realtà, considerata come condizione indispensabile per la nostra percezione, è l'esistenza della mente, cioè

della costituita dalle percezioni e dai pensieri, mentre la sostanza materiale (la di Cartesio) non esiste affatto.

sostanza spirituale res extensa

Dio: La mente umana, nella maggior parte dei casi, è solo la condizione e non la causa delle nostre percezioni, poiché gran parte delle

percezioni non sono prodotte da noi ma sono da noi soltanto ricevute. Poiché tali percezioni, o idee, non ci possono pervenire da una materia

esterna, ossia dalle cose esterne che non esistono allorché non siano percepite, si deve concludere che esse ci provengono direttamente da

Dio. Infatti la materia non può produrre un qualcosa di immateriale quali sono le percezioni; né sono prodotte dalla mente umana, poiché essa

produce soltanto quelle idee che sono le nostre immaginazioni e i nostri sogni.

HUME: Dalla riflessione di Hume Kant ha cominciato a intuire la funzione attiva che il soggetto conoscente svolge nella costruzione delle sue

conoscenze. Egli se ne distaccherà ben presto proprio in quanto, a differenza di Hume, arriverà a individuare dei concetti a priori, quindi non

derivati dall’esperienza, che tuttavia la articolano e le conferiscono forma.

Mente e conoscenza: La scienza dell’uomo è la base di tutte le altre scienze; essa si fonda sull’esperienza e l’osservazione, secondo il

modello newtoniano, cui Hume dichiara di ispirarsi. La mente è ritratta come una collezione di percezioni dove le diverse percezioni

compaiono in successione; aderendo, nella scia di Locke, alla teoria dell’associazione delle idee, Hume ne modifica profondamente gli effetti.

Le percezioni si articolano in e che differiscono per l’intensità con cui si presentano. Ad apparire per prime alla mente sono le

impressioni idee,

impressioni, ovvero le sensazioni, le passioni, le emozioni e le immagini, mentre le idee sono le copie illanguidite delle impressioni. Memoria e

immaginazione operano per rappresentarci le idee e richiamarle alla mente o nella forma primigenia o in una forma modificata. Le proprietà

che danno origine all’unione fra le idee in modo tale che da una si generi un’altra, sono la rassomiglianza, la contiguità nel tempo e nello

spazio, la causa e l’effetto. Quest’ultima è la più estensiva perché coinvolge la maggior parte delle relazioni umane e sociali, si estende sia nel

passato sia nel futuro, inglobando ciò che è direttamente presente al senso e alla memoria. Compito del filosofo è primariamente quello di

esaminare gli effetti più che ricercare le cause.

Critica al concetto di causa: Partendo dall’assunto che la conoscenza si dà a partire dalla sensazione, Hume ne sviluppa gli aspetti

(relativi al soggetto individuale, ai modi gnoseologici soggettivi) derivanti. Il concetto di causa è una nel senso di forma

psicologici categoria,

logica fondamentale, di tutto il pensiero scientifico, quale forma di spiegazione che intende istituire un nesso logico, effettuale e controllabile

(capacità di previsione e controllo). Questa relazione che istituiamo fra due fenomeni non trova giustificazione nella sensazione,

nell’esperienza, perché questa, l’avvertire un fenomeno, contiene al massimo se stessa e non anche il legame con un altro fatto. La forza

dell’associazione e la ripetizione delle osservazioni (l’abitudine) induce gli uomini a ritenere sostanziale il legame fra i fenomeni percepiti e

conseguentemente a credere che sia possibile stabilire una deduzione logica l’uno dall’altro. L’abitudine è una struttura psicologica, che

connette memoria ed attesa, non dipende dal mondo esterno (non è struttura logica ma psicologica).

PASCAL: Per Blaise Pascal il problema centrale non è quello gnoseologico come nel razionalismo o nell'empirismo, bensì quello del senso e

del mistero della vita umana: «l'enigma dell'uomo non ha possibili soluzioni al di fuori della fede».

e

Esprit de geometrie Esprit de finesse: L'Esprit è lo spirito scientifico che ragiona ossia per

de geometrie discorsivamente,

dimostrazioni progressive; la scienza rivela tutti i suoi limiti nel comprendere veramente chi siamo, in quanto coglie solo gli aspetti esteriori,

quantitativi e meccanicistici, dell'uomo. Possiede limiti strutturali costituiti, da un lato dall'esperienza, dall'altro dai principi primi della scienza

medesima ed altresì dai suoi postulati, tutti indimostrabili in quanto non è possibile regredire all'infinito nella ricerca delle cause (le

formulazioni di cause e principi primi altro non sono che ipotesi). L'Esprit è la finezza di spirito, la sensibilità, che sa comprendere

de finesse

Gli aspetti più profondi, l'essenza vera della natura umana, il senso delle cose e del mondo, possono essere intuitivamente

intuitivamente.

colti, invece, solo con il cuore, con il sentimento, cioè con l’Esprit la fede, il senso delle cose e dell'esistenza non possono essere

de finesse;

dimostrati ma solo sentiti. Pur essendo la scienza autonoma rispetto alla teologia e ai sentimenti, l’Esprit è alla fin fine necessario

de finesse

alla scienza stessa: è grazie all'intuizione che sono colti i principi primi ed è grazie alla creatività che lo scienziato costruisce le proprie ipotesi.

Il «divertissement» e la fede: Nell'opera Pascal esplicita che di fronte ai problemi dell'esistenza, della nostra condizione di

I pensieri

esseri finiti e limitati, l'uomo assume due atteggiamenti: il cosiddetto"divertissement", ossia la distrazione, lo stordimento, la fuga da sé e

l'indifferenza verso gli altri uomini: non avendo potuto guarire l'infelicità, la morte, la miseria e l'ignoranza, l'uomo ha creduto meglio, per

essere felice, di non pensarci per dedicarsi alle cose e ai piaceri del mondo; ma si tratta di una felicità superficiale e inconsistente, che si

traduce in noia se non in disperazione. L'altro atteggiamento è quello della che parte dall'accettazione della nostra condizione e dei

fede,

nostri limiti e che nella fede trova la vera risposta. Senza la fede lo scetticismo è inevitabile. L'unica vera filosofia è quella consapevole dei suoi

limiti e tale consapevolezza spinge alla fede nella rivelazione divina e a ricercare nella religione le risposte fondamentali. Solo il cristianesimo,

con la dottrina del peccato originale, risulta in grado di spiegare simultaneamente le miserie e la grandezza dell'uomo, che avverte i suoi limiti

ma anche la propria aspirazione alla verità, alla felicità e al bene.

Il Dio della fede: Pascal entra in polemica contro i deisti, ovvero contro quei filosofi per i quali Dio, anche se potesse essere dimostrata la

sua esistenza, rimane tuttavia un Dio impersonale, puramente astratto e filosofico, mentre il Dio della fede è persona, è amore e consolazione.

In tal senso polemizza anche contro Cartesio, che si è preoccupato di tentare di dimostrare l'esistenza di Dio solo per servirsene come garante

della verità della conoscenza umana, rimanendo per il resto indifferente nei confronti di Dio stesso. La fede non solo ci fa conoscere Dio ma ci

porta comprendere noi stessi: la nostra miseria a causa del peccato originale, ma anche la nostra grandezza perché ci consente la salvezza. La

conoscenza di Dio senza la conoscenza della nostra miseria genera la superbia dei filosofi; la conoscenza della nostra miseria senza quella di

Dio redentore genera la disperazione degli atei.

La scommessa su Dio: La ragione è impotente a dimostrare Dio, però può mostrarci che non è irragionevole né irrazionale credervi. Noi

non conosciamo né l'esistenza né la natura di Dio giacché è privo sia di estensione sia di limiti. Pur tuttavia ci troviamo di fronte ad una scelta

(credere o non credere in Dio) cui non possiamo sottrarci. Tanto vale considerare allora quale sia la scelta più conveniente: se scommettiamo

sull'esistenza di Dio e vinciamo, allora vinciamo tutto; se invece perdiamo, non perdiamo nulla, solo i beni mondani che sono esteriori e

passeggeri. Scommettere su Dio è quindi una scelta ragionevole, niente affatto contraria alla ragione.

VICO

La Scienza nuova: La rinnovata metafisica di Vico, che non ha più nulla ormai della tradizionale metafisica di essenze eterne e immutabili,

è inscindibile dal programma che sta al centro della la “storicizzazione della ragione”. È una metafisica del genere umano, che

Scienza nuova:

nella storia ideale eterna non trova un luogo di immobili idee date una volta per tutte, ma la straordinaria invenzione della ragione di un

universale civile (cioè la Legge). A essa poi si affianca la scoperta dell’universale storico che si dispiega nelle forme di civilizzazione e

socializzazione dell’umanità, e, infine, la teorizzazione dell’universale fantastico che si manifesta nelle forme di creatività poetica e linguistica

di popoli e nazioni. La comprensione degli eventi storici, tuttavia, ha bisogno di tutti i sussidi della scienza filologica (dell’antiquaria,

dell’etimologia, della cronologia), ma ha ancor più bisogno di commisurare i movimenti della storia con le strutture ideali della mente umana,

con quelle strutture, cioè, dell’ordine naturale che attraversa, nel tempo, la vita degli uomini e delle nazioni. Si può cosi tornare agli essenziali

tratti del concetto vichiano di “storia ideale eterna” e al ruolo che essa svolge nel rinnovato significato della metafisica. Si definisce e si precisa

sempre di più il ruolo della storia dell’uomo, dell’umanità nel suo processo di civilizzazione, e si spiega, cosi, la centralità delle forme di

socializzazione e di organizzazione politico-giuridica.

Verum ipsum factum: Contro la filosofia cartesiana, e contro la scienza moderna in generale, Giambattista Vico rifiuta la pretesa di ridurre

la natura entro gli schemi della matematica. Anche per lui la scienza è conoscenza delle cause ma, similmente a quanto in parte sostenuto pure

Osserva che nell'antica lingua latina le

da Hobbes, le cause che davvero possiamo conoscere sono soltanto quelle che noi stessi produciamo.

parole "verum" e "factum", inteso come fatto prodotto da qualcuno, hanno un medesimo significato. Da ciò egli ricava la sua celebre

affermazione: "il (verum ossia si può veramente conoscere solo ciò che si fa, che si produce

vero è identico al fatto" ipsum factum),

direttamente. È questo il principio gnoseologico da cui Vico parte e da cui deduce che della fisica solo Dio ha scienza (in quanto solo da lui il

mondo della natura è stato prodotto), mentre l’abbiamo della matematica perché prodotta da noi stessi, e che soltanto della storia umana

abbiamo una vera scienza.

Le età della storia: La storia, per Vico, non va intesa come una progressione indifferenziata, ma si articola in fasi peculiari. Il filosofo

italiano parte dall’analisi della mente per costruire una “psicologia della storia” nella quale ogni stadio del processo storico è ricondotto alla

psicologia delle differenti età della vita umana. A un’infanzia segnata dal dominio degli stimoli sensoriali (età abbandono della

degli dèi:

condizione animalesca e venerazione dei fenomeni naturali, identificati in divinità temibili) segue una giovinezza caratterizzata

dall’immaginazione e una maturità razionale e distaccata (età è il fine che la Provvidenza ha iscritto nella storia, agendo su impulsi e

degli eroi:

desideri umani che, lasciati liberi, sarebbero andati in senso contrario, ma che invece Dio ha vincolato a risultati costruttivi e storicamente

progressivi). Rimane tuttavia aperta la possibilità di regredire alla prima fase, ricominciando il percorso ciclico che ogni popolo compie secondo

tempi e modi propri. Benché siano infiniti i fatti, le parole e gli individui, il modello ideale, “la storia ideale eterna” che le circostanze incarnano

nel loro fluire, permane identica nella sua triplice scansione; compito della scienza storica è rintracciare tale modello.

ILLUMINISMO: Nel XVIII secolo, identificato come “l’epoca dei Lumi”, la filosofia, mentre riprende e sviluppa i temi fondamentali del

razionalismo e dell’empirismo del secolo precedente, procede a una critica serrata della metafisica tradizionale, dei principi religiosi, della

fiducia in un rapporto “facile” e garantito tra la mente umana e la realtà che essa presume di conoscere. La luce della ragione, il filtro spietato

dell’investigazione critica sembrano imporsi a ogni livello d’indagine. In questo senso non è inesatto vedere il secolo sotto il segno

dell’Encyclopédie. Con essa si sottomettono tutti i dati del sapere tradizionale a una radicale revisione critica; si presenta una silloge di tutte le

conoscenze nell’ambito della quale non si evitano le contraddizioni, i punti di vista diversi, tutti ammessi con pari tolleranza.

Deismo: L'Illuminismo rivolge vigorose critiche alle (positive=scritte, in riferimento alle Sacre Scritture), in quanto

religioni positive

superstiziose, fanatiche e intolleranti, poiché ognuna pretende di essere la sola vera religione. A queste vuole sostituire il deismo, ovvero la

credenza in una specie di "religione cioè terrena e umana, non basata sulla rivelazione di un Dio trascendente, ma fondata sui

naturale",

sentimenti e sulla ragione umana, per cui ogni uomo sente istintivamente e ritiene ragionevole pensare che esista una realtà, una ragione

("Dea cioè un'intelligenza superiore immanente) coincidente con l'ordine e l'armonia che governa il mondo della natura e il mondo

ragione",

morale degli uomini; ad esso aderisce la maggior parte dei filosofi illuministi.

Illuminismo francese: Il movimento illuminista si diffonde nei più avanzati paesi europei. Ha i suoi primi inizi in dove ormai la

Inghilterra,

borghesia aveva definitivamente superato l'aristocrazia agraria nella produzione della ricchezza, affermandosi come classe sociale prevalente

nell'economia; ma in ha il suo massimo sviluppo, dove era forte il contrasto tra la borghesia, che stava diventando sempre più

Francia

importante dal punto di vista economico, ed il sussistente sistema politico, ancora di carattere aristocratico e feudale. Tant'è che verso la fine

del Settecento gli interessi della borghesia e le idee di libertà e di uguaglianza civile dell'Illuminismo portarono allo scoppio della Rivoluzione

francese.

Voltaire: Più che per l'originalità, la filosofia di Voltaire si contraddistingue per lo spirito polemico e critico con cui intende diffondere la

nuova mentalità e le idee illuministe. Nel ridicolizza la concezione ottimistica di sul mondo quale il migliore dei mondi possibili,

Candido Leibniz

rispetto a cui il terribile terremoto accaduto a Lisbona nel 1755 gli appare la più recente smentita storica. Candido, spirito semplice, è vittima

di una serie interminabile di disgrazie; si domanda allora ironicamente Voltaire: «come potrebbe ciascuna di tali disgrazie avere la propria

ragion sufficiente e giustificazione in quello che Leibniz rappresenta come il migliore dei mondi?» Deride pure la credenza della vecchia

metafisica secondo cui l'uomo è il centro e il fine dell'universo. Il bene, come il male, è una realtà del mondo inspiegabile con i lumi della

ragione. Il potere dell'uomo, ribadisce Voltaire, è relativo e ha ragione Pierre Bayle (filosofo francese illuminista contemporaneo di Voltaire)

nell'affermare l'impossibilità di risolvere problema del male, come invece preteso da Leibniz. Nei confronti di giudica il suo pessimismo,

Pascal

quale espresso nel un'ingiuria contro l'umanità, da Pascal dipinta come sopraffatta dalla paura di vivere. Per Voltaire è invece

divertissement,

nell'azione, nonché nella accettazione delle proprie condizioni e passioni, che l'uomo è in grado di riconoscere le sue capacità nel bandire le

superstizioni, le intolleranze e «le crudeltà delle religioni dei preti».

ROUSSEAU

La storia naturale della società: Nel Rousseau esprime i cardini

Discorso sull’origine e sui fondamenti dell’ineguaglianza tra gli uomini

della propria critica teorica e politica. L’obiettivo è molteplice. In primo luogo, il testo colpisce i giusnaturalisti moderni (Hobbes e Locke in

particolare), i quali, nel raffigurare lo stato di natura e la natura originaria dell’uomo, hanno rappresentato in realtà l’uomo “civilizzato”,

prodotto di migliaia di anni di storia. Nel «trasportare nello stato di natura idee prese nella società», i teorici del diritto naturale «parlavano

dell’uomo selvaggio e dipingevano l’uomo civile», col risultato di conferire valore assoluto a una vicenda determinata e in larga misura

deprecabile. In secondo luogo, descrive la condizione naturale dell’umanità, dichiaratamente desunta da ipotesi e congetture. Diversamente

da quanto preteso dai teorici del diritto naturale, l’uomo è un animale semplice, con bisogni limitati e passioni elementari,

naturale

consegnato a un eterno presente perché incapace di riflessione e privo di immaginazione. Sarebbe pertanto assurdo giudicarlo sul piano

morale, salvo osservare che la natura lo ha dotato di uno spontaneo equilibrio tra egoismo (“amore di sé”) e solidarietà (“pietà”) nei confronti

degli altri esseri viventi. Il problema diviene quindi spiegare l’origine della violenza, dell’iniquità e, appunto, dell’ineguaglianza. Ad ogni

progresso tecnico ha fatto seguito l’aumento dei bisogni artificiali; a questo è seguita la propensione a scorgere nel prossimo una minaccia e,

complice la divisione sociale delle funzioni, uno strumento da asservire al proprio vantaggio. L’avvento dell’uomo che ha ormai

“dell’uomo”,

scalzato l’uomo “naturale”, vede finalmente il trionfo dell’inganno e della violenza a seguito dell’introduzione della proprietà privata della

terra. La nascita delle istituzioni non fa che consacrare lo stato di cose tuttora esistente, segnato dall’ineguaglianza, dall’ingiustizia e dalla

corruzione.

Illuminismo tedesco: Secondo la definizione che ne dà Immanuel Kant, l’Aufklärung (letteralmente “rischiaramento”) rappresenta

l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità determinato dall’incapacità di servirsi autonomamente della propria ragione. Lo spirito

dell’Illuminismo si incarna nel motto nell’invito a esercitare con coraggio una ragione ormai matura. Il giudizio kantiano,

sapere aude!,

ancorché pensato in riferimento all’Illuminismo inteso come tappa di uno sviluppo ideale dell’umanità, rappresenta in realtà il frutto più

genuino dell’Illuminismo tedesco. Il concetto di autonomia che ne deriva rappresenta infatti il che accompagna la riflessione tedesca

fil rouge

di quegli anni e che ne rappresenta il tratto peculiare. A differenza degli altri grandi illuminismi europei, l’Aufklärung si caratterizza per un

atteggiamento generalmente più moderato nei confronti della discussione politica e religiosa, il quale va ricondotto alle condizioni peculiari in

cui si trovava la Germania del tempo. Due sono i principali orientamenti: quello razionalistico-accademico (Wolff) e quello religioso-storico

(Lessing).

IMMANUEL KANT: La filosofia di Kant (1724-1804) è definita "criticismo" per il costante impegno volto ad analizzare criticamente la

validità ma anche i limiti dell'intelletto e della ragione. Con le sue tre celebri e

Critiche della ragione pura, della ragione pratica del giudizio,

Kant opera una sintesi formidabile tra razionalismo ed empirismo, collocando illuministicamente la ragione a fondamento di ogni indagine,

insieme tuttavia alla consapevolezza dei limiti della ragione umana medesima. Nell’istanza critica di Kant risulta dunque centrale e qualificante

l’aspetto del limite; pertanto, il criticismo si configura come una e può venir definito un’ermeneutica della finitudine, ossia

filosofia del limite

un’interpretazione dell’esistenza volta a stabilire, nei vari settori esperienziali, le “colonne d’Ercole dell’umano”.

Saggio sull’Illuminismo: Nel 1784, Kant definisce l’Illuminismo come il momento che segna «l’uscita dallo che l’uomo

stato di minorità

deve imputare a se stesso»: l’uomo si trova in una condizione di minorità di cui egli stesso si rende responsabile nel momento in cui non ha il

coraggio di fare uso del proprio intelletto e, per pigrizia o viltà, si fa guidare da altri nell’esercitare la propria intelligenza. L’epoca dei lumi

rappresenta quell’evento storico in cui l’uomo acquisisce consapevolezza della sua razionalità e libertà: è proprio la ragione l’organo che rende

l’uomo libero in quanto capace di pensare e, quindi, di agire moralmente e responsabilmente. Assieme all’analisi della portata storica della

illuministica, il filosofo königsbergico compone un progetto di liberazione da quei freni che impediscono all’uomo la conquista

pars distruens

della propria autonomia. Egli considera necessaria a questo fine la creazione di uno spazio in cui la libertà di pensiero e di discussione possa

emergere e qui acquista significato il motto di cui si diceva prima: “Ragionate quanto volete e su tutto ciò che volete; ma obbedite”; la

limitazione dei comportamenti consentiti si accompagna all’apertura di un campo in cui lo spirito umano può svilupparsi in tutta la sua vitalità.

L’Illuminismo è quindi possibile solo all’interno di una restrizione della libertà civile: in un regime di limitazione dei comportamenti individuali,

dove un monarca degno di questa carica detenga un’autorità che raccoglie in sé la volontà generale del popolo.

Influenze: Kant è figlio dell’Illuminismo, in quanto combatte instancabilmente ogni tentativo di segnare limiti alla ragione in nome della fede

o di una qualsiasi esperienza extrarazionale, tuttavia se ne distanzia parzialmente: se quello aveva portato dinanzi al tribunale della ragione

l’intero mondo dell’uomo, egli si propone di portarvi la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e possibilità. Si interessa alle

concezioni filosofiche di e alla metafisica di ma è la lettura delle opere di a svegliarlo dal "sonno dogmatico", ossia dalle

Newton Leibniz, Hume

illusioni della metafisica; tuttavia ciò non equivale, per lui, a una rinuncia a fondare la validità delle varie attività umane, poiché tracciare il

limite di un’esperienza significa nel contempo garantire, entro il limite stesso, la sua validità. Kant è altresì influenzato dalla filosofia di

secondo cui l'etica è autonoma rispetto alla metafisica: l'intelletto è la facoltà che può cogliere il vero ma non il bene, che semmai

Rousseau,

può essere colto da quell'altra facoltà che è la volontà; vero e bene non coincidono.

Iter precritico: Prima del raggiungimento completo del punto di vista trascendentale nella sua filosofia, negli scritti giovanili di filosofia

naturale Kant adotta l’ideale di una descrizione dei fenomeni e rinuncia ad ammettere cause e forze che trascendano tale descrizione; ma

questa filosofia gli prospetta l’esigenza di una che si costituisca in base agli stessi criteri limitativi. Tale metafisica avrebbe dovuto

metafisica

avvalersi del metodo della ragione fondante, che dominava l’ambiente filosofico in cui Kant si era formato. Le analisi degli empiristi inglesi,

verso le quali egli si orienta in virtù di quella stessa esigenza, gli prospettano dapprima questa metafisica come scienza limitativa e negativa,

quindi come un’autocritica della ragione. Per la prima volta, nella (1770), il punto di vista critico si chiarisce come

Dissertazione punto di vista

limitatamente alla conoscenza sensibile: la validità di questa conoscenza viene fondata sui suoi stessi limiti. Da lì in poi, il punto

trascendentale,

di vista critico viene esteso a tutto il mondo dell’uomo.

Dissertazione: Dal titolo originariamente in latino l’opera segna la soluzione critica del

Forma e principi del mondo sensibile e intelligibile,

problema dello spazio e del tempo; Kant comincia con lo stabilire la distinzione tra conoscenza sensibile e conoscenza intellettuale: la prima è

dovuta alla (o passività) del soggetto ed ha per oggetto il cioè la cosa come appare nella sua relazione al soggetto; la

ricettività fenomeno,

seconda è una del soggetto ed ha per oggetto la cosa com’essa è, nella sua natura intelligibile, cioè come Nella conoscenza

facoltà noumeno.

sensibile si deve distinguere la dalla la materia è la sensazione, una modificazione dell’organo di senso che testimonia

materia forma:

l’esistenza dell’oggetto, la forma è la legge, indipendente dalla sensibilità, che ordina la materia sensibile. La conoscenza sensibile,

anteriormente all’uso dell’intelletto logico, si chiama la conoscenza riflessa, che nasce dal confronto, compiuto dall’intelletto, di

apparenza,

molteplici apparenze si chiama Dall’apparenza all’esperienza si va dunque attraverso la riflessione che si avvale dell’intelletto. Gli

esperienza.

oggetti dell’esperienza sono i fenomeni; la forma, cioè la legge che contiene il fondamento del nesso universale del mondo sensibile, è

costituita dallo spazio e dal tempo. Dunque, in ultima analisi, che li presuppone. Essi sono

spazio e tempo non derivano dalla sensibilità,

che precedono ogni conoscenza sensibile e indipendenti da essa, quindi Non sono realtà oggettive, ma soltanto condizioni

intuizioni pure.

soggettive e necessarie, alla mente umana, per coordinare a sé, in virtù di una legge, tutti i dati sensibili. Questi intendimenti rimangono

invariati nella Quanto alla conoscenza intellettuale, Kant ritiene ancora che essa, pur nell’ambito si una serie di limiti,

Critica della ragion pura.

abbia la possibilità di cogliere le cose ossia come sono nel loro ordine intelligibile (i noumeni), a differenza della sensibilità, che le

uti sunt,

percepisce come appaiono (i fenomeni).

uti apparent,

Critica della ragion pura: Il titolo significa, nel complesso: analisi, esame della conoscenza, ossia dei modi del conoscere non limitati ma

indipendenti dall'esperienza. Proponendosi di verificare in modo approfondito se vi siano, e quali, conoscenze valide, Kant scopre che la

conoscenza non si basa nel comprendere quali sono le effettive proprietà e caratteristiche dell'oggetto che si vuol conoscere, ma deriva dai

modi in cui il soggetto organizza i dati sensibili percepiti nell'oggetto, deriva dai modi di funzionare del suo intelletto, ossia dai modi in cui il suo

intelletto classifica ed interpreta le sensazioni ricevute a contatto con l’oggetto; si tratta di una del modo di intendere il processo

rivoluzione

conoscitivo paragonabile alla rivoluzione operata da Copernico in astronomia, perciò denominata “copernicana”.

Trascendentale: Sinonimo di "a priori", significa che trascende l'esperienza, nel senso che il fondamento di validità delle nostre

conoscenze, pur collegate all'esperienza, sta nei modi di funzionare della nostra sensibilità (conoscenza sensibile) e del nostro intelletto

(conoscenza intellettiva), modi che, in quanto tali, trascendono appunto l'esperienza, sono al di là e indipendenti dall'esperienza, e quindi sono

universali e necessari perché tali modi di funzionare appartengono universalmente e necessariamente (costantemente) al soggetto conoscente

e non all'oggetto conosciuto del quale si fa esperienza.

Forme a priori: Se la possibilità del conoscere le cose non dipende dalle cose stesse, cioè dalla preliminare esperienza di esse, ma deriva

dai modi di funzionare dell'intelletto, dai meccanismi con cui l'intelletto classifica ed organizza le sensazioni, che sono costanti e uguali in tutti

gli uomini, allora questi modi di funzionare sono "a priori", sono cioè indipendenti dall'esperienza e quindi universali e necessari come i giudizi

analitici. D'altro canto, i modi di funzionare dell'intelletto non sono fini a se stessi ma la loro funzione, pur essendo indipendenti

dall'esperienza, è tuttavia quella di essere applicati all'esperienza: si può allora concludere che, in virtù di tali modi del conoscere, sono

davvero possibili i su cui si fonda la scienza autentica. Poiché vi sono tre tipi di conoscenza, ossia la conoscenza sensibile

giudizi sintetici a priori

(le sensazioni), la conoscenza intellettiva (quella che avviene mediante l'intelletto) e la conoscenza tramite la ragione, Kant distingue tra forme

della sensibilità, forme dell'intelletto ed idee della ragione. Rispettivamente, divide l’opera in che studia le forme della

estetica trascendentale,

conoscenza sensibile e che studia le regole del pensiero in generale; a sua volta, quest’ultima è suddivisa in

logica trascendentale, analitica

che studia le forme della conoscenza intellettiva e che studia le idee della ragione.

trascendentale, dialettica trascendentale,

Giudizi sintetici a priori: Vi sono due modelli di giudizio (laddove per giudizio s’intende quella proposizione che consiste nell’aggiungere

un predicato ad un soggetto) che Kant analizza: il proprio del Razionalismo, e il giudizio sintetico, proprio dell’Empirismo. In

giudizio analitico,

un giudizio analitico (“tutti i corpi sono estesi”, “il triangolo ha tre lati”) il predicato afferma qualcosa che era già contenuto nel concetto del

soggetto; così questo tipo di giudizio è formulato a priori, cioè indipendentemente dall’esperienza, ha valore universale e necessario, la sua

validità è garantita dal principio di non contraddizione ma non fornisce alcuna informazione nuova. In un giudizio sintetico (“alcuni corpi sono

pesanti”) il predicato aggiunge un’informazione nuova sul soggetto in virtù dell’esperienza; tuttavia, come sostiene Hume, sulla base di

collegamenti empirici non posso formulare una conoscenza universale e necessaria. Il vero problema della scienza è quello di trovare dei

giudizi sintetici a priori, fecondi per il sapere scientifico. Per Kant è possibile trovare tali giudizi a priori nella matematica pura e nella fisica

pura, persino nella metafisica. Nelle preposizioni “5+7=12”, “la somma degli angoli interni di un triangolo è equivalente ad un angolo piatto”,

“ogni fenomeno rimanda ad una causa”, i diversi predicati (il numero 12, l’angolo piatto, la causa) costituiscono concetti non contenuti,

neppure implicitamente, in quelli dei rispettivi soggetti.

Analitica trascendentale: Nella conoscenza sensibile le singole sensazioni non sono ancora collegate fra di esse: la funzione di collegarle

formando i che ci permettono una conoscenza più completa delle cose, è svolta dal secondo tipo di conoscenza, cioè dalla

concetti,

conoscenza intellettiva, dall'intelletto. Le sensazioni sono cioè trasformate dall'intelletto in pensieri: per Kant, infatti, pensare equivale a

connettere tra loro le sensazioni, i dati sensibili e intuitivi dell'esperienza; le sensazioni in se stesse non possono infatti essere pensate, essere

oggetto di pensieri, perché esse, per loro natura, sono intuitive e immediate. Ma anche la conoscenza intellettiva deve assumere il valore di

conoscenza trascendentale, a priori, universale e necessaria, basata su giudizi sintetici a priori: ciò è possibile proprio per il modo di funzionare

dell'intelletto. Così come il modo di funzionare della conoscenza sensibile è quello di organizzare e collocare le sensazioni nello spazio e nel

tempo attraverso le relative forme a priori, alla stessa maniera l’intelletto trasforma in concetti le sensazioni attraverso le forme a priori, in

base a cui l'intelletto stesso funziona. In verità l'intelletto, per essere veramente trascendentale, non può limitarsi a collegare le sensazioni

trasformandole in normali concetti, perché i concetti sono astrazioni ricavate dall'esperienza e quindi non sono indipendenti da essa.

Categorie: L'intelletto collega le sensazioni e le trasforma in "concetti puri", universali e necessari, che Kant chiama Ad esempio,

categorie.

mentre quello di "uomo" è un concetto ordinario, ricavato dall’astrazione delle caratteristiche comuni dei vari uomini concreti di cui si è fatta

esperienza, le categorie riguardano i modi del conoscere, di funzionare dell'intelletto a prescindere dai contenuti empirici. Esse sono dodici e

corrispondono alle categorie già indicate da Aristotele, ma le più importanti sono quelle di e di Per Aristotele, a differenza di

sostanza causa.

Kant, le categorie non hanno un valore solo gnoseologico ma anche ontologico, ora esse perdono invece ogni consistenza ontologica e

metafisica. In tal senso, ne risulta altresì riformulato il concetto di sostanza, considerata non più come realtà oggettiva, analogamente ai

filosofi empiristi, bensì come categoria mentale a priori, cioè come schema di funzionamento dell'intelletto. Similmente a Hume, anche Kant

afferma che sia la sostanza sia il concetto di causa non derivano dall'esperienza, aggiungendo però che ciò non è tuttavia senza alcun valore

poiché esse, anzi, sono le condizioni (le forme) necessarie ed universali della stessa esperienza. Ebbene, poiché le scienze fisiche e naturali si

fondano proprio sulle categorie e poiché le categorie sono a priori, indipendenti dall'esperienza anche se applicate ad essa, allora, conclude

Kant, anche le scienze fisiche e naturali sono valide come scienza, sia pur limitatamente alla conoscenza dei fenomeni e non per quanto

concerne la conoscenza diretta delle cose in se stesse.

“Io penso”: Mentre per le intuizioni pure della sensibilità (spazio e tempo) il loro riferimento ad un oggetto è immediato ed evidente, poiché

tale oggetto non può che apparirci se non in un certo spazio e in un certo tempo, per quanto riguarda invece le categorie Kant si trova ad

affrontare quello che lui chiama il problema della attraverso cui dimostrare la legittimità dell'applicazione delle

deduzione trascendentale,

categorie ai fenomeni della natura. Per Kant nel soggetto conoscente, cioè nell'intelletto, funziona un centro complessivo di coordinamento e

di unificazione di tutte le sensazioni percepite e di tutte le conoscenze acquisite circa i fenomeni tramite le categorie. Questo centro è

l’autocoscienza, che Kant chiama "io penso" perché ogni nostra conoscenza è un nostro pensiero, o "appercezione Tutti i

trascendentale".

pensieri presuppongono un soggetto che le pensi, altrimenti sarebbero impossibili, ma esso pensa attraverso le categorie: allora è legittimo

applicare le categorie agli oggetti, ai fenomeni della natura. Quindi il complessivo ordine universale e necessario che ognuno vede nel mondo e

nella natura non deriva dall'esperienza ma dall'io penso; è il modo supremo in cui l'io penso classifica, organizza e collega fra di esse le varie

conoscenze fenomeniche. Perciò Kant lo definisce “legislatore cioè come quella attività, quella funzione suprema dell'intelletto

della natura”,

che ci consente di attribuire precise leggi e regole circa il modo in cui accadono i diversi fenomeni naturali ed altresì i fatti umani e della storia

umana. In tal senso l’io penso non è costituito dalla sola autocoscienza individuale ma anche da quella collettiva: costituisce il sapere in

generale.

Dialettica trascendentale: La metafisica cerca di cogliere le tre dimensioni della totalità attraverso tre scienze: la razionale, la

psicologia

razionale e la razionale (che sono accomunate dal metodo dialettico, che in Kant assume il significato negativo di

cosmologia teologia

superamento del sensibile da parte della ragione). La ricerca dell’anima conduce la ragione ad un errore, definito con un termine aristotelico

“paralogismo”, che consiste in un difetto formale nella costruzione del sillogismo; l’idea del mondo come totalità compiuta di fenomeni

conduce ad antinomie della ragione, che sono contraddizioni insolubili; in esse tesi e antitesi si bilanciano e si equilibrano, entrambe sorrette

da ragionamenti rigorosi, ma non sostenuti dal confronto dell’esperienza. Le quattro antinomie riguardano le seguenti questioni, su cui la

filosofia ha lavorato per millenni senza mai trovare un punto fermo: il problema se l’universo sia eterno o meno, se sia composto da elementi

indivisibili o divisibili all’infinito, se esiste una causa libera, oltre a quella naturale, o se esiste solo una causa naturale (la cui tesi, che appare


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DESCRIZIONE APPUNTO

Gli appunti vogliono offrire una visione d'insieme della storia della filosofia moderna, ma anche particolareggiare filosofie meno conosciute di questa, una su tutte quella di Steuco, filosofo umbro. Essi contengono un'ampia trattazione dei principali filosofi moderni, in particolar modo di Kant ed Hegel. Infine, è trattata la filosofia di Kierkegaard, critico di Hegel assieme ad Arthur Schopenhauer, pensatore la cui filosofia verrà riscoperta e ampiamente ripresa nell'esistenzialismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Filosofia e scienze e tecniche psicologiche
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher pexolo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Capecci Angelo.

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