Pietro Abelardo
Gli universali e la teoria dello status
L'originalità di Abelardo emerge in molti campi, ma sono forse due gli elementi che meritano di essere sottolineati in particolare:
- La nuova soluzione relativa alla disputa sugli universali;
- La reinterpretazione della qualità morale delle azioni umane.
Per quanto riguarda la questione degli universali, Abelardo si confronta, secoli dopo il primo tentativo di sistemazione di Boezio, con due posizioni contrapposte. La prima è quella realista di Guglielmo di Champeauz, che abbiamo già incontrato come fondatore della scuola di San Vittore: essa riproponeva l’antico impianto platonizzante. La seconda è quella vocalista di Roscellino di Compiegne, che riduceva gli universali a pure emissioni sonore: poiché nella realtà esistono solo individui, non c’è nulla di concreto che corrisponda al termine specifico “uomo”, se non il puro suono della parola pronunciata.
La soluzione di Abelardo consiste nel negare, contro Guglielmo, che esista un’essenza comune a tutti gli individui di una stessa specie; ma nell’affermare, contro Roscellino, che esiste invece una ragione comune per cui Socrate e Platone sono entrambi uomini, mentre un altro animale non lo è. Insomma, pur non essendo nulla di ontologicamente comune tra i vari individui di una stessa specie, è possibile adoperare un nome comune per indicare il fatto che ciascuno di essi si trova nello stesso stato: una soluzione simile, anche se del tutto indipendente, a quel che abbiamo incontrato in Avicenna.
L’etica dell’intenzione
Il secondo elemento è rappresentato dal modo in cui egli reinterpreta la qualità morale di un’azione. Cosa costituisce per esempio la peccaminosità di un singolo atto? Non l’inclinazione abituale o naturale a compierlo (il vizio), perché è altamente meritorio resistere alle proprie inclinazioni; ma neppure le conseguenze dell’atto, che sono invece indifferenti da un punto di vista strettamente morale.
Per riprendere l’esempio dello stesso Abelardo, non è peccato desiderare di avere un rapporto sessuale illecito con una donna, perché l’inclinazione alla lussuria non è ancora in sé peccaminosa, e analogamente non è peccato il piacere che si prova nei rapporti coniugali. Il vero peccato è dunque quello che si commette deliberatamente, contro coscienza, e non per ignoranza o inconsapevolezza.
Si tratta di una prima, originale formulazione di un’“etica dell’intenzione”, che Abelardo non ha timore di applicare a molti altri casi: se una madre, nell’intento di proteggere il figlioletto d
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