Averroè e la sua vita
Averroè nacque nel califfato di Cordova, in Spagna nel 1126 e visse finché non fu costretto a ritirarsi dalla vita pubblica e a trasferirsi a Marrakesh, in Marocco, dove morì nel 1198.
Il "commentatore" per eccellenza
Averroè è egli stesso qadi (giudice presso una moschea, e dunque massima autorità giuridica e religiosa) a Siviglia e Cordova, e non un filosofo di professione: Averroè non ha mai insegnato effettivamente filosofia, se non ad una cerchia privata e ristretta di discepoli. La sua fama è tuttavia legata alla composizione di un’impressionante serie di commenti a tutte le principali opere di Aristotele che faranno di Averroè il "Commentatore" per eccellenza. A quanto pare, Averroè si dedicò a questa impresa su invito del califfo almohade Aby Yaqub Yusud: il che testimonia ancora una volta l'interesse dei califfi arabi per la promozione degli studi filosofici.
L’ammirazione di Averroè nei confronti di Aristotele è incondizionata: Aristotele è per Averroè un dono della provvidenza divina, che ci è stato dato affinché potessimo apprendere tutto ciò che è possibile conoscere; è un modello a cui bisogna ispirarsi, perché ha raggiunto la verità in praticamente tutti i campi del sapere, senza che nessuno sia stato poi in grado di aggiungere nulla di decisivo alle sue conoscenze.
Averroè prende delle decisioni interpretative molto personali: è il caso della dottrina dell’intelletto e della questione del soggetto della filosofia prima. Per Averroè esso non coincide con l’ente in quanto ente, ma con Dio e le altre sostanze separate (le intelligenze). La metafisica è dunque non un’ontologia generale, ma una teologia filosofica; non è questo l’unico punto di distacco da Avicenna: quest’ultimo si è allontanato troppo spesso dalla lettura del testo aristotelico, inserendovi elementi tratti da altre tradizioni e istanze di tipo religioso.
L’accordo tra filosofia e religione
Il Trattato decisivo sull’accordo tra filosofia e religione è in realtà una fatwa. Il termine viene oggi tradotto con ‘condanna’ e ‘scomunica’, ma in realtà sta a significare la ‘risposta’ di un’autorità giuridico-religiosa a un quesito o a una consultazione giuridica. L’Islam è una sharìa (una ‘legge’), cioè una serie di precetti e norme di comportamento per guadagnarsi la salvezza: non sorprende che nell’Islam l’autorità religiosa e quella giuridica in qualche modo coincidano.
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Riassunto esame Storia della filosofia medievale, prof. Sorge