Storia della filosofia medievale
Il Medioevo è stato un periodo estremamente complesso e travagliato, anche dal punto di vista intellettuale. Infatti, la filosofia medievale (che prende complessivamente il nome di scolastica perché si sviluppa nelle scuole dei monasteri e delle cattedrali e nelle università) porta, da un lato, alla piena e completa affermazione del pensiero cristiano e, dall'altro, alla definitiva trasformazione e disgregazione del pensiero classico, mediato e filtrato alla luce della fede cristiana.
Severino Boezio
All'inizio del Medioevo, (480 – 524 d.C. circa), Anicio Manlio Torquato Severino Boezio ha un ruolo di primo piano nella trasmissione del pensiero classico. Egli svolge un'intensa attività politica nella convinzione di poter realizzare un rapporto armonico tra i romani e i dominatori del re Teodorico, ma viene fatto giustiziare da quest'ultimo con l'accusa infondata di tradimento. In carcere, prima di morire, scrive il celebre trattato De consolatione (La consolazione della filosofia), dove, in un'ottica neoplatonica, sostiene l'esistenza di un Dio come “sommo Bene” e di una provvidenza che regge le sorti umane, le cui alterne vicende possono essere spiegate dalla filosofia, che ha una posizione preminente su tutte le scienze e le arti.
Si dedica anche a un'intensa attività di traduzione e commento dei testi logici di Aristotele e Porfirio, assicurando la continuità fra il pensiero antico e quello medievale e di cui rispetta il metodo, l'indipendenza e la peculiarità. In questo contesto, tratta diffusamente del problema degli universali, cioè ciò che è comune a più oggetti particolari, assumendo una posizione di realismo moderato, cioè pensando che gli universali sono solo nell'intelletto per via di astrazione, e quindi sono incorporei.
Severino Boezio è l'ultimo dei romani (caduta dell'impero romano d'Occidente 476 d.C.) e il primo degli scolastici, perché vive nel mondo latino, sebbene non più il mondo dell'impero, ma quello dei regni barbarici, e perché pone le basi per il meglio della filosofia. Mentre Boezio pone una parte filosofica, metafisica e speculativa non all'inizio della sua opera, ma a metà dell'opera, soprattutto con il carme nono del libro, nel caso di Eckhart von Hochheim, meglio conosciuto come Meister Eckhart (1260-1327/1328), uno dei più importanti teologi, filosofi e mistici renani del Medioevo cristiano, all'interno della sua opera abbiamo all'inizio un prologo metafisico da cui poi egli ne dà degli insegnamenti.
Peculiarità di queste due opere è che entrambe hanno un cuore filosofico e speculativo ed hanno alle spalle la tradizione stoica e la tradizione neoplatonica per la parte filosofica speculativa. Entrambi gli autori subiscono una condanna e non sono ben chiare le ragioni di queste due condanne. Nel caso di Boezio le ragioni fondamentalmente sembrano politiche, ma di fatto i contorni del perché non emergono da un lato, dall'altro in Eckhart la condanna di eresia per errore dottrinale è postume. Infatti, delle 28 tesi incriminate 17 sono ritenute eretiche dalla bolla denominata “in agro dominico” del 1329 sottoscritta da Giovanni XXII. C'è chi sostiene che oltre la ragione dottrinale ci fossero anche delle ragioni politiche, infatti si dice che Eckhart fosse a favore del partito imperiale.
La consolazione della filosofia
Nel primo libro l'opera inizia con Boezio afflitto in un carcere che ha una visione di una donna bellissima, dalla statura fuori dall'ordinario che raffigura in senso metaforico la filosofia. Altro è la condizione della felicità identificata con il topos “sommo Bene”, cioè con Dio e che non può essere identificata con nessuno dei beni terreni, soggetti al mutamento, ma la felicità come l'insieme di tutte le perfezioni. Questa è una definizione pesante, in quanto tutto ciò che apparentemente ci rende felici, può essere qualcos'altro e non la felicità vera, ma contentezza, serenità ecc. Nascono allora delle tematiche che Boezio propone, come la differenza tra perpetuità ed eternità, il rapporto tra conoscenza proporzionale alla capacità di conoscere, il caso e i suoi elementi di causalità, il rapporto tra la provvidenza e il fato, l'esistenza o non esistenza del male, l'esistenza della fortuna e la sensatezza di prendersela con lei quando le cose vanno male, il possedere veramente le cose che possediamo in misura o in quantità maggiore o minore domandandosi se ci possiamo lamentare quando le perdiamo.
La consolazione divina
Eckhart dedica questa opera, insieme all' Uomo Nobile del Liber benedictus dedicato alla Regina di Ungheria, al giusto e alla giustizia. Eckhart riprende una filosofia tipicamente quella degli trascendentali che vanno oltre le categorie aristoteliche, parlando di “perfezioni generali” nelle quali aggiunge altri beni trascendentali: giustizia e giusto. Queste due sono il paradigma di eccellenza di Eckhart che spiega il rapporto tra Dio e il rapporto umano.
Il pensiero eckhartiano è particolarmente un pensiero neoplatonico: giusto e giustizia significano rispettivamente livello della realtà e livello della divinità (la giustizia astratta e il giusto come sua incarnazione). È lo stesso meccanismo che sussiste e che regola la dottrina platonica delle idee. Eckhart si serve di questa teoria per spiegare tutte le consolazioni che propone nella seconda parte dell'opera. Eckhart fu il secondo domenicano a insegnare teologia a Parigi, prima di lui c'era stato Tommaso d'Acquino. Nello stesso periodo in cui Tommaso veniva santificato, Eckhart veniva condannato. L'ordine domenicano prendeva di riferimento le teorie di Tommaso escludendo quelle teorie che si discostavano da esse.
Nella conclusione dell'opera c'è una sorta di autodichiarazione e un'autodifesa di Eckhart che sono state tradotte dal tedesco al latino e quindi reinterpretate. Nella premessa alla condanna viene detto che Eckhart avesse predicato in volgare agli incolti e nel suo trattato egli si difende dicendo che si deve predicare agli incolti perché questi divengano persone istruite.
Il Medioevo
Il Medioevo è visto come un'età oscura, o come un'età di mezzo tra la civiltà antica e la civiltà rinascimentale. Un'epoca barbara e un'epoca in cui prevale la prevaricazione teologica e religiosa. Sostanzialmente l'idea del medioevo come monolitico, senza una dinamica interna. Sono mille anni caratterizzati dall'assenza ma da una sostanziale uniformità. Alle origini c'era un'idea formulata come una cultura di ombra.
Il primo teorico del millennio buio è un preumanista che vive ancora in epoca medievale che porta il nome di Francesco Petrarca, il quale era affascinato dall'antichità classica e la sua storia e viveva nell'idea che la sua epoca fosse un'epoca di decadenza e che sarebbe arrivata una rinascita, quindi il classico modello tenebra e luce, sebbene la luce di cui parlava Petrarca non era ancora formata. Petrarca, corrotto dai barbari, disprezza l'impero carolingio raffigurato appunto come spartiacque tra l'epoca gloriosa e quella di decadenza, la caduta dell'impero romano d'occidente. La dialettica luce-ombra è una dialettica religiosa, ripresa dal Vangelo di Giovanni, quindi la sua non è solo una morale della storia, ma anche per certi versi una teologia della storia.
Il modello di Petrarca diviene reale con l'avvento degli umanisti del Rinascimento, con una ripresa critica del medioevo. Questa la ritroviamo con i riformatori, come Martin Lutero, e con gli illuministi, come Voltaire. Con Petrarca inizia una forte critica alla filosofia araba, soprattutto descritto come “un cane rabbioso che latra contro Gesù Cristo”. Averroè e l'insieme della filosofia medievale era vista come una massa pantagruelica al servizio del papato, come una massa di scritti che parlavano di tutto e non dicevano niente. A questo atteggiamento si contrappone un altro atteggiamento che sarà tipico nell'epoca del Romanticismo, fede vicina al sentimento. Finora si è fatta ideologia del pensiero medievale.
Il medioevo non esiste
Lo studio del pensiero medievale come disciplina inizia verso la metà dell'Ottocento in Francia. È un interesse selettivo, non a tutta la tradizione medievale, ma solo ad alcuni temi, come quelli degli universali, e ad alcuni autori tra cui Abelardo, Averroè che si ritengono più eretici, cioè più lontani dall'influenza teologica (anche questo è un presupposto ideologico se ci si fa vaso).
Papa Leone XIII promulgò un enciclica (Aeterni Patris) nel 1879 che pone le fondamenta per un movimento teorico che dominò in Europa fino agli anni sessanta del Novecento, cioè il neotomismo di cui il protagonista principale era San Tommaso d'Acquino. Tale movimento era incentrato sul recupero della filosofia di Tommaso. Alcuni autori che si collegano a questo movimento sono De Wulf, fondatore del Centro Neotomista a Luvignano, che scrive la sua storia della filosofia medievale già nell'Ottocento alla quale seguono sei edizioni. In quest'opera dice che nel medioevo ci fu la filosofia medievale, ci fu un corpo dottrinale comune a tutti i sistemi principali degli autori medievali e che questo corpo ha un'evoluzione biologica che lo porta ad una crescita, ad una maturazione e poi una morte. La sua maturazione e perfezione si raggiunge con San Tommaso D'Acquino e questo è il dogma del neotomismo. Tommaso è il vertice della scolastica e ciò che viene prima di lui è sostanzialmente una preparazione, infatti si parlava all'epoca di pre-tomismo. Anche in Italia c'era un forte centro neotomista all'Università Cattolica di Milano in cui Padre Gemelli diceva che la filosofia di Tommaso aveva un valore metro storico, cioè su cui basare la correttezza delle filosofie successive.
Caratteri fondamentali del neotomismo
Il movimento neotomista si origina dall'enciclica di Papa Leone XIII. Caratteri fondamentali del neotomismo secondo De Wulf sono che nella filosofia del Medioevo esiste sostanzialmente una sintesi scolastica, cioè un comune teorico cioè la filosofia di Tommaso D'Aquino.
Un altro dei più grandi studiosi di filosofia medievale è Etienne Gilson che scrive varie opere tra cui una storia della filosofia medievale, recentemente ripubblicata, La storia della filosofia medievale - Lo spirito della filosofia medievale, nella quale ripercorre la storia della filosofia, ma non è una vera e propria storia, ma un ripercorrere delle caratteristiche peculiari della filosofia medievale. Che cos'è la filosofia medievale? Per Gilson è “filosofia cristiana”. Questa definizione dice della filosofia qualcosa, che è cristiana, ma esclude altre cose. La filosofia cristiana è un ausilio alla rivelazione, cioè il compito della filosofia è spiegare i dati della rivelazione. Anche qui lui parla di un meta sistema che raccoglierebbe tutte le dottrine fondamentali, che sarebbero, a prescindere dalle varie differenze, la dottrina dell'anima, Dio, la creazione, l'uomo. In altri termini la teologia, l'antropologia, l'angeologia, anche se egli afferma che la filosofia è una cosa distinta dalla teologia, l'oggetto della filosofia sono prontamente questioni teologiche.
Gilson non solo era storico della filosofia medievale, ma è anche un filosofo cattolico. La conclusione è che c'è una filosofia che riassume tutte le altre e cioè quella di Tommaso, soprattutto la dottrina dell'essere affrontata soprattutto nell'Ens et Essentia, sintesi della filosofia cristiana. Nella sua opera Tommaso fa filosofia, ma riflettendo sui dati della teologia. Anche per Gilson allora la vera filosofia del medioevo è quella di Tommaso D'Aquino.
Naturalmente le conseguenze del concetto di filosofia cristiana sono:
- Primo punto: il pensiero di Gilson è incentrato sul medioevo latino, sulla filosofia cristiana e la storia della filosofia medievale tematizza il problema della relazione tra ragione e fede. Dicendo così però si escludono le altre filosofie, tra cui quella araba e quella ebraica. È la prima grande semplificazione e porta alla creazione del concetto di “filosofia cristiana”.
- Eppure vi era un panorama estremamente vario delle filosofie, nel XII e XIII secolo, in quanto caratterizzato dalle esperienze più varie anche dall'influenza bizantina. Il secolo d'oro della fortuna boeziana è il XII secolo. Il XIII secolo è il secolo della nascita della teologia come scienza, cioè i principi degli Analitici Secondi di Aristotele vengono aggiunti agli studi della teologia.
A partire dagli anni '70 il neotomismo entra in crisi, quanto offriva un panorama sterile del medioevo, ed emergono delle tendenze nuove e su sollecitazione di queste fanno emergere delle nuove prospettive, come la contestualizzazione del testo scritto e dell'autore ponendosi i singoli problemi nel loro contesto storico. Non sono più le idee generali a preoccupare gli studiosi, ma sono le loro origini, il loro sviluppo ed eventualmente la loro fine (De Wulf e Gilson sono sempre stati alla ricerca dei caratteri peculiari di ciò che più li interessava).
Per capire il Medioevo di Tommaso bisogna tener conto dello sviluppo delle università, degli ordini monastici, del grande sviluppo urbano, soprattutto per Alberto Magno che opera a Colonia e proprio in quel periodo la Germania comincia ad urbanizzarsi.
La domanda è per quale motivo possiamo dare più importanza a Tommaso rispetto ad un altro autore? Se Gilson parlava di filosofia cristiana, Adlen De Libera dice che non esiste una filosofia cristiana, perché il concetto della filosofia medievale è per sua natura una filosofia pluralista, in cui esistono varie culture, araba, ebraica, bizantina ecc. quindi lo storico deve ricostruire la filosofia medievale non accentrando la cultura latina. Diviene in questo senso importante la cultura della trasmissione dei saperi.