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STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 15-4-2015

La paradossalità della morale socratica si mette in contrasto con elementi della tragedia euripidea, si

sottolinea la debolezza della volontà di fare il bene se sopraffatti dalle passioni.

Forse lo stesso Socrate ha posto il suo punto di vista filosofico mettendolo in esame con la

dimensione tragica. Si ha una grande importanza nel Gorgia in questo percorso, egli percorre una

visione critica di Platone, dove questi esprime una riflessione più propriamente platonica, una

critica verso la tendenza socratica dell’uomo proteso al bene; in questo processo naturale la ragione

è deputata a cogliere quale sia il vero bene. Nel Gorgia, Callicle (una costruzione platonica e non un

personaggio) condensa in se una pluralità di posizioni sostenute da sofisti e si fa portavoce contro

Socrate di un edonismo assoluto. Contesta che il piacere che l’individuo cerca sempre di soddisfare

non coincide con il vero bene ma con ciò che è bene per l’individuo (a volte anche attraverso azioni

ingiuste ma finalizzate al bene di chi le compie). Secondo Socrate il giusto è felice anche in mezzo

ai tormenti, mentre Callicle gli fa presente la problematicità di una concezione di questo tipo. Una

risposta a questa antitesi tara queste due visioni del mondo, quella socratica che pone la virtù sopra

ogni valore e quella di Callicle che non rifiuta alcun mezzo per imporre la propria superiorità su

coloro che sono deboli di natura, si profila nel Gorgia una possibilità di superamento, laddove

emerge in Socrate la necessità che l’ANIMA DEBBA ESSERE ORDINATA, complessa e che trovi

il proprio stato di felicità in un ordine chiamato “KOSMOS” (inizialmente in Omero significa

ornamento estetico). La nozione di ordine in greco si lega quindi a una dimensione estetica.

L’anima è ordinata in quanto temperante, affinché essa trovi un equilibrio complessivo tra esigenze

cognitive e componenti passionali. Questa idea viene espressa anche nella Repubblica di Platone.

Questa nozione di anima divisa in parti si collega da un lato a un riconoscimento da parte di Platone

della scissione tragica, quella che Socrate rifiutava invece. L’anima comprende diverse istanze

psichiche ma in Platone queste sono parti che devono essere atte a ricomporsi.

SVILUPPO DELLA PSICOLOGIA PLATONICA: la psicologia antica comprende anche il

rapporto tra le teorie dell’anima e sul suo rapporto. Si può intravedere uno sviluppo dal Fedone al

Timeo in tre fasi distinguibili (nota nove CAP 3); non si trascurano mai nemmeno le istanze

corporee. Nel Fedone (dialogo ambientato nel carcere nell’ultimo giorno di vita di Socrate e discute

sull’immortalità’ dell’anima): la vita del filosofo consiste in una preparazione alla morte, nel

momento della separazione dell’anima dal corpo, che è un puro impedimento di conoscenza.

Emerge un DUALISMO FORTE TRA ANIMA E CORPO nel Fedone, eredità delle religioni

misteriche. In realtà probabilmente Socrate non condivideva questo punto di vista, ma viene

espresso da Platone per bocca di Socrate. Il punto di vista dualistica è qui accentuato da un punto di

vista consolatorio, in un contesto drammatico per rendere meglio l’ideale di vita filosofica incarnata

dal maestro. L’anima è immortale ed è qualcosa di semplice. Di fronte alla morte si accentua la

speranza dell’immortalità’. I dialoghi di Platone a cui ci si riferisce quando si pensa a un’ANIMA

COMPLESSA sono SIMPOSIO, FEDRO E REPUBBLICA (387-367, periodo della maturità di

Platone). La cronologia è molto discussa tra i vari dialoghi per cui non si può parlare di inferiorità

dell’uno rispetto all’altro. Nel FEDRO questa immagine della tripartizione dell’anima la si trova

anche nel FEDRO nell’immagine dell’auriga (razionalità), che conduce un cavallo bianco (portatore

di istanze passionali che però possono agire nobilmente quasi a contrastare gli impulsi della

componente appetitiva del cavallo nero) e un cavallo nero (la parte irascibile, governata da un forte

impeto, THYMOS, rappresenta la parte bassa dell’anima). Si ricorda anche la reminiscenza nel

FEDRO in un percorso di sublimazione.

“Teoria della biga alata”: il cavallo bianco, sotto il comando dell’Auriga, agisce sul cavallo nero.

E’un mito che fonda la realtà varia della natura umana; nel Fedro è la reminiscenza, l’AMORE, la

forza che spinge alla conoscenza in un percorso progressivo di SUBLIMAZIONE.

Nel discorso di Diotima del Simposio è centrale l’energia che fa tutt’uno con l’anima; è una sorta di

corredo psichico dell’Eros: l’amore fisico va verso i piaceri più elevati. Nel Fedro si fa attenzione a

questa spinta energetica più che nella Repubblica. Si accenna all’anima con principio di

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 16-3-2015

Attore della tragedia: non è una figura scontata, nasce in questa fase con il genere del dramma nel V

sec a.C.; prima di Eschilo normalmente l’azione del dramma era raccontata è rappresentata da un

unico personaggio sulla scena, il POETA. Con Eschilo si crea la figura del SECONDO ATTORE,

con cui c’e uno scambio di discorsi. Gli attori diventano 3 con Sofocle, e con lui si abbandona

l’abitudine per cui il poeta stesso si metteva in scena come attore. Questi attori devono impersonare

diversi ruoli, in genere si ha anche una scalatura di importanza, al primo attore infatti si assegna il

ruolo del personaggio principale, il protagonista, da “agon”, azione, gara in greco. Gli altri due

attori hanno assegnato diversi ruoli, fatto che pone un problema nel cambio dell’azione. Ad ogni

scena vi erano delle pause, in cui gli attori cambiavano la MASCHERA e i costumi per

immedesimarsi in altri personaggi. Potevano anche esserci delle comparse per scene minute (es

nella Medea l’entrata in scena dei figli che sono muti; oppure il personaggio della nutrice che recita

il prologo ma poi non interviene quasi mai nell’azione-> comparsa silenziosa). Il protagonista ha un

unico ruolo, come il caso di Medea, della quale la nutrice racconta i lamenti e le sofferenze. Quando

arriva in scena Medea vi resta fino alla fine ed interagisce con vari personaggi. Di Benedetto nota

che la presenza di Medea e’fortissima e presuppone che la donna sia all’esterno della casa di

Corinto, e contribuisce a rovesciare il rapporto esterno interno che regola le convenzioni della

donna greca (e’ in casa a differenza del maschio che è all’esterno-> questa contrapposizione e’

evidente nell’Agamennone, dove Clitemnestra rivendica di essere stata per moltissimi anni

all’interno della casa in attesa del marito).

Maschera: si è discusso circa la sua origine rituale, ma aveva una funzione anche altamente

ESPRESSIVA, doveva amplificare il volume della voce; i tratti del volto delle maschere tragiche e

comiche sono molto caricaturali, sia nella dimensione del dolore (es quella di Medea anche se non

doveva presentare le lacrime, Medea e’ irata) che del grottesco. Sia la nascita dell’attore che l’uso

della maschera segnano la nascita della SIMULAZIONE, elemento fondamentale di ogni

rappresentazione. Maschere e costumi servivano poi a distinguere i diversi personaggi, ma anche a

sottolineare DIFFERENZE DI GENERE (il vestiario era sufficiente a distinguere il maschile e il

femminile sulla scena). Le maschere erano di legno o di sughero. Un elemento essenziale della

tragedia e poi il CORO, termine con cui si indicava la DANZA, o il posto in cui si danza, lo spazio

del coro (CHOROS). Il coro cantava sempre ma danzava anche; la musica era ridotta a movimenti

semplici ed essenziali, nella tragedia si usava solo il flauto per movimenti e modulazioni di canto.

Non esisteva la musica assoluta, poiché era sempre di accompagnamento alle parole. In greco

Mousikos e’ l’uomo colto, che fonde poesia e musica. I coreuti sono circa 50 e cantano all’unisono.

Il corifeo, colui che dirige il coro,si distacca e commenta un dialogo tra attori ad esempio. Anche il

coro e’ l’eredita’ di usi antichi dove la danza doveva essere una pratica molto diffusa, nell’agora di

VI sec vi era uno spazio chiamato koros’, spazio del coro nell’agora di una città, mentre sulla scena

teatrale il coro si muove nell’ORCHESTRA (ha un diametro di 20 metri circa). E’ un elemento

essenziale perché i movimenti di danza sottolineano espressivamente ciò che accade

nell’interazione tra i personaggi, ma ha anche la funzione di COMMENTO, solidale con la

sofferenza del protagonista tragico e di quanto accade sulla scena. Rispecchia un po' la funzione di

un’interazione emozionale tra coro e spettatori. Oltre a W. Allen, un altro autore che ha colto bene

la profondità del coro Nietzsche. Per lui il coro e’ il cuore della tragedia e porta l’attenzione a ciò

che Schiller pensa del coro: secondo Schiller e’ un “vivente muro di cinta che la tragedia alza

intorno a se per isolarsi dal mondo reale e serbarsi la sua libertà poetica”-> Ha una funzione ideale.

Di questa definizione Nietzsche contesta l’idea che questo muro di cinta separi il pubblico, il mondo

reale dallo spazio del coro, poiché il terreno su cui questo si muove (parla del coro greci dei satiri

nella fase originaria della tragedia) e’ ideale (i satiri sono figure semi divine) ma egli ritiene che i

satiri siano espressione di una sapienza dionisiaca e quindi della realtà migliore, di come l’uomo

dovrebbe essere realmente senza le scorie dell’apollineo (secondo Nietzsche il razionalismo

apollineo ha ucciso il vitalismo dionisiaco, la vera età arcaica della tragedia greca, che si esprime al

massimo quando mette in luce le emozioni). Ha la funzione di consolazione dello spettatore, e’

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 17-3-2015

Il coro si pone in una sorta di mediazione tra il passato mitico rappresentato e i valori del pubblico,

attuali nei quali la vicenda e’ pensata e vista.

Jean Pierre Vernant, insieme a Pierre Vidal Naquet, sottolineano nel libro “Mito e tragedia

dell’antica Grecia” che la tragedia mette in luce il contrasto tra il passato trascorso e l’ordine della

città; inoltre, il coro e’ composto da 15 membri, un gruppo collettivo e anonimo. Il suo ruolo e’

esprimere i sentimenti degli spettatori che compongono la comunità civica, mentre il personaggio

individualizzato che ha in genere la figura di un eroe e’ come proiettato in questo passato mitico e si

fa oggetto di discussione. Cessa di essere un modello e diventa un modello di cui discutere. Si mette

in rilievo l’ambiguità della tragedia greca.

Per Nieztsche la tragedia produce una trasformazione estetica attraverso la musica, con il flauto

nell’invito a calarsi nella situazione del dramma. Con la musica la tragedia esprime il carattere

arcaico della civiltà greca, nel ritorno a uno stato primitivo che però è quasi liberatorio. Egli rigetta

nella funzione del coro dalle interpretazioni date come “spettatore ideale” (secondo August Wilem

Schlegel)-> N. Rigetta ciò poiché non può essere una proiezione dello spettatore, perché il coro e’

dentro la vicenda e tratta gli attori della vicenda come reali, mentre gli spettatori sono comunque

distanziati + rifiuta e critica anche l’opinione che il coro rappresenti il popolo contrapposto alla

zona della scena, poiché ritiene che sarebbe da sciocchi parlare di una rappresentanza

costituzionale del popolo in questa fase.

Lettura della Medea: donna assai spietata, crudele, abile nelle arti magiche e nella stregoneria.

Medea aiuta Giasone nella conquista del Vello d’Oro, impresa degli Argonauti. Al ritorno, Giasone,

dopo aver ucciso il fratello usurpatore grazie a Medea, fugge a Corinto con lei e i figli. Il re di

Corinto Creonte offre a Giasone sua figlia Glauce/Creusa.

Si ha un PROLOGO, recitato dal personaggio della Nutrice, e’ molto lungo, si sviluppa tra la

nutrice e il pedagogo, maestro dei figli di Medea. La nutrice comincia con l’augurio ormai

irrealizzabile che mai fosse stata costruita la nave che ha portato Giasone nella Colcide, inizio delle

sventure e delle sofferenze della sua padrona Medea. Non abiterebbe in questa terra di Corinto con

il marito e i figli, giunge però come gradita dai cittadini, poiché avrebbe sollevato la città con le sue

arti magiche da una carestia. Ci sono dei motivi di disaccordo con il marito, ora tutto è in inimicizia

e i rapporti più cari sono compromessi, ammalati: Giasone ha tradito i figli e la sua padrona avendo

sposato la figlia di Creonte. Medea chiama a testimoni gli dei di cosa sta subendo e per averlo al

contrario aiutato in tutte le sue imprese, ha subito ingiustizie, e’ sofferente e ripudiata. La sua pelle

bianca mette in luce la vita che essa trascorre all’interno della casa a differenza del marito che vive

per lo più al di fuori della casa. Medea stessa ha tradito la sua casa per giungere a Corinto con un

uomo che ora l’ha disonorata-> un principio comune della tragedia e’ il PATHEI MATHOS,

l’APPRENDIMENTO ATTRAVERSO LA SOFFERENZA secondo la formula eschilea. Essa

dalla sventura ha compreso che cosa sarebbe significato non abbandonare la terra paterna, odia i

figli ne si rallegra a vederli, medita qualcosa di sinistro. Ha un animo violento e non vorrà essere

disonorata. Medea ha molti tratti maschili nel suo modo di porsi, e’ tremenda verso coloro che

hanno compito torti verso di lei.

Temi affrontati nel prologo: “DISONORATA”-> e’ un termine che fa riferimento ad un’etica

aristocratica tipica dei poemi omerici, Time’ onore. Qui è una donna che si sente disonorata è

privata del proprio onore: il tradimento di Giasone e’ presentato come una ingiustizia, e’ stata

trattata ingiustamente, poiché aveva stretto con lui dei patti, aveva sposato Giasone e aveva avuto

con lui dei figli. E’ disonorata del suo essere moglie + si ritiene inoltre di stirpe regale e per il suo

status principesco non avrebbe dovuto subire questo affronto. E’ un comportamento che risponde ad

un codice eroico in nome della propria origine regale e della propria personalità di donna che si

ritiene oppressa in una situazione in cui il maschile prevale.

Si ricorda anche il termine “Meditare”: Medea e’ presentata come una donna molto abile e

meccanitrice (verbo bouleuo, boule’ volontà, decidere, mediare e formulare piani precisi sulle

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 18-3-2015

La vendetta di Medea si rivolgerà su obiettivi che non la giustificano; anche il fatto di rivolgersi

verso un marito infedele è qualcosa che va contro un topos comune, vista la subordinazione della

donna all’interno della società greca. Il discorso della nutrice accenna solo ma non si concentra

troppo su episodi del passato di Medea che dovrebbero già denunciare la sua natura crudele e

spietata. Si fa accenno solo al fatto che lei ha tradito la patria per Giasone e ha persuaso le figlie di

Pelia per uccidere il padre usurpatore. La nutrice insiste piuttosto sulla devozione di Medea per il

marito, ma omette che rispetto ai propri familiari Medea non ha usato altrettanta devozione (uccide

il suo stesso fratello). Per fuggire con Giasone dalla Colchide, Medea uccise suo fratello, ma

secondo i racconti del mito, lo uccise nella fuga smembrandolo e gettando le membra del fratello

via via per ritardare il padre. Si mettono in secondo piano questi aspetti della personalità della

donna, del tutto BARBARI, poiché essa proviene da una zona del mar Nero, non è una donna

greca, e mostra una grande violenza anche nel comportamento, qualcosa di molto distante dallo

stereotipo della donna nella società ateniese. Medea è una barbara, per questo ha comportamenti

così anti femminili. Sottolinea inoltre l’inferiorità della donna come qualcosa di ingiusto e da

superare per questo, ma è sminuita perché Euripide lo mette in bocca ad una donna barbara. Si

vuole mettere in vista una complessità di aspetti non conciliabili tra loro. Si ricordano anche le sue

ABILITÀ MAGICHE, tipiche della sua personalità, e la magia era vista come una importazione da

fuori e non insita nella cultura greca. In ogni caso questi aspetti barbari sono in sordina, verrano via

via fuori progressivamente. Un altro dei barbari è il LUSSO in cui anche Medea vive, una donna di

eccessi, materiali e di atteggiamenti.

Segue l’ingresso sulla scena del CORO, la parodo, ed è composto da 15 donne di Corinto (sono

sempre maschi che recitano)-> esprimono la loro grande solidarietà con l’infelice, che non verrà

mai completamente meno di fronte alle terribili azioni di Medea. Ribadiscono il lamento e la

sofferenza insanabile della donna. Si invoca ZEUS come garante della giustizia e dei patti che

Giasone e Medea hanno stretto e che non sono stati rispettati; secondo altre interpretazioni, quelle

dei manoscritti,Medea pare anche bramate del letto insaziato, perché non più condiviso con

Giasone (pag 119)-> è forte e determinante la GELOSIA e il desiderio di brama erotica di Medea.

Si deve anche notare che Medea quando fa riferimento al proprio dolore lo fa sempre in riferimento

al proprio onore venuto meno, l’offesa portata a lei in quanto moglie e legata al patto del

matrimonio. Giasone e la sua giovane sposa hanno per primi iniziato le ingiustizie; vi è poi un

accenno al modo turpe in cui Medea uccise il fratello (pag 121). Il coro chiede poi di consolare

Medea, ma non vi riesce perché lei si consolerà da se, con determinate e meditate azioni. La nutrice

persuade poi la padrona ad uscire dalla casa e le attribuisce l’immagine della LEONESSA che ha

appena partorito: è simbolo di una donna furente, e’ ironico data la vendetta che Medea riverserà sui

figli, tanto che già li guarda con odio perché in loro vede il loro padre. La nutrice nota inoltre che

nessuno ha inventato una poesia che potesse togliere gli affanni.

Si conclude la Parodo ed entra poi in scena Medea (pag 125), nel primo episodio, che si svolgerà

per 200 versi: vi è un contrasto tra il metro lirico usato dal coro e dalla nutrice con un effetto assai

emotivo ed emozionante, a differenza di quello di Medea molto razionale e lucido.

Medea esce dalla casa perché esse non abbiano nulla da biasimarle. Lei ha bisogno di accattivarsi la

simpatia del coro anche per una esigenza drammatica: l’evento del tradimento di vita le ha distrutto

l’anima, la gioia di vivere e per questo desidera morire, e suo marito si è rivelato il peggiore tra gli

uomini, e di ciò è consapevole. Segue un lamento molto razionale della condizione femminile, la

specie più sventurata, poiché si devono comprare uno sposo, lo devono accettare cattivo o buono, la

separazione è un disonore, non sa le regole della nuova società in cui vive e con cui poter

compiacere il marito; l’uomo invece può andar fuori e distrarsi (pag 129). Di fatto ciò è tutto un

monologo: afferma inoltre di preferire combattere in guerra piuttosto che partorire una volta sola!

Spiega la rivendicazione del suo ruolo e del suo potere in quanto donna (nello Coefore vi è un

dialogo un cui dibattono Clitemnestra e Oreste, e la donna porta le ragioni femminili, mentre il

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 18-5-2015

Primi capitoli del libro III dell’ETICA NICOMACHEA DI ARISTOTELE: pag 3 introduzione di

Natali-> ricorda che l’Etica come le altre è una raccolta di logoi, di lezioni tenute nel liceo ateniese

durante il soggiorno di Aristotele ad Atene. Scritti acroamatici (dal verbo akroaomai, ascoltare) +

esoterici (interni alla scuola) e sono poi distinti da quelli essoterici: destinati a un più ampio

pubblico (scritti essoterici). Si sono conservati solo i primi. È un testo che colpisce per la sua

estrema SISTEMATICITÀ, organizza i vari ambiti di discussione, dell’organizzazione del sapere

filosofico come dei TRATTATI. È evidente anche all’interno di questa sistematicità come questo

pensiero mostra l’attenzione costante di fare attenzione anche all’esperienza pratica.

L’Etica insieme alla Politica appartiene al sapere filosofico della PRAXIS, al sapere pratico:

inteso come studio delle motivazioni dell’azioni di un soggetto. Si distingue dalla POIESIS: è il

sapere produttivo, si produce qualcosa di tangibile all’esterno del soggetto.

III LIBRO: il primo libro si basa su una trattazione generale del metodo e dell’oggetto trattato,

segue poi una trattazione della felicità (ripresa poi nel X); verte poi sul concetto di virtù in relazione

alle parti dell’anima. Distingue tra VIRTÙ ETICHE (quelle del carattere, corrispondono ad una

parte irrazionale dell’anima che si presta però ad ascoltare e seguire quella razionale) e quelle

DIANOETICHE (corrispondono all’eccellenza della parte razionale dell’anima). Tra queste,

quella più importante è la PHRONESIS, ha una collocazione pratica in Aristotele ed indica non

solo il semplice pensare, ma pensare in relazione a un’azione-> SAGGEZZA.

Nel II libro che tratta della virtù etica in genera si affronta il problema della natura della virtù, cose’

e come si forma nel soggetto. Si introduce poi il problema delle PASSIONI: la virtù etica ha luogo

quando l’individuo si atteggia correttamente rispetto alle passioni, ed è la PHRONESIS che lo

orienta e lo aiuta a scegliere di volta in volta l’azione giusta da intraprendere. Le passioni sono per

Aristotele un dato naturale che deve appartenere all’anima umana, non ad una parte dell’anima in

particolare. Si esprimono, hanno a che fare con la conoscenza di un dato più o meno appetibile e in

esso convergono ragione e desiderio. Hanno comunque a che fare con la natura umana. Il problema

della scelta morale ha luogo in ogni azione che richiede un determinato USO DELLE PASSIONI,

che non deve essere necessariamente repressivo. Le passioni sono una sorta di materiale psicologico

della virtù, e la VIRTÙ consiste nella scelta intermedia, in uno STATO, una disposizione

ABITUALE (“hexis”= lat habitus) di MODERAZIONE E MEDIETA’ tra due estremi rispetto

alla passione. La virtù non ha quindi a che fare con la conoscenza di un bene assoluto ma con le

scelte di mezzi con cui raggiungere un determinato fine in singole azioni, individuando quelle più

corrette da compiere in una determinata circostanza. L’etica di Aristotele si configura dunque come

un’ “etica di modelli” (bisogna guardare come si comportano gli uomini dabbene, l’uomo

“SPOUDAIOS”, serio, virtuoso, moderato). La PHRONESIS interviene nel momento della scelta

morale. Il coraggio è la virtù centrale nella morale di corrente aristocratica, è quella del cittadino

(vedi fotoc. Delle virtù). La temperanza ad es è la capacità di moderare la ricerca di piaceri

corporei (cibo e Eros-> per Platone è sempre negativa, vi è sempre errore morale, mentre per

Aristotele è sano avere una giusta misura di ricerca di piaceri corporei + chi non li ricerca sarebbe

un insensibile, ANAISTHESIA, difetto inteso come menomazione della natura umana,

insensibilità).

Nei primi 3 capitoli si ha una distinzione problematica e fondamentale tra AZIONI

VOLONTARIE E INVOLONTARIE, distinzione che può essere utile secondo Aristotele al

LEGISLATORE per quanto riguarda i premi e le punizioni (possibilità che egli rivolgesse la sua

distinzione a dei politici). Si ha qui un problema giuridico, quello dell’imputabilità’ dell’azione in

un contesto completamente laicizzato. Aristotele attinge qui all’esperienza dei fatti, di azioni che

possono essere volontarie o meno, ma usa anche situazioni tragiche come spunti su cui riflettere.

“Dato che la virtù riguarda passioni e azioni.....”: termine usato per l’azione volontaria (hekousios,

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 19-5-2015

III LIBRO: si delinea un prima distinzione fra azioni volontarie e involontarie; ci sono poi quelle

MISTE-> e’ dubbio se.... Sono azioni dove è difficile distinguere volontario e involontario, vi è

qualcosa di esterno ma anche il principio interno della decisione. Aristotele è distaccato dalla

necessità soprannaturale, ma ne sostiene una di tipo materiale (Pag 78-79), “tutti fanno qualcosa in

vista di qualcosa di bello”, in cui agisce qualcosa di esterno. Egli polemizza poi sul fatto che queste

azioni siano involontarie.

Es: quando si gettano fuori bordo oggetti durante una tempesta in mare-> si tratta di azioni miste.

Sono frutto di una scelta volontaria ma il fine dipende dalle circostanze ed è di tipo esterno.

Parti strumentali e parti sensibili: queste sono deputate alle sensazioni, le altre sono deputate aL

movimento, sono strumento di un’azione. Le parti strumentali sono messe in moto per un principio

che muove dall’anima. Le azioni miste quando si sopporta di fare qualcosa di turpe e dolorose

andando incontro a lode o biasimo mostrano che la scelta compiuta ha comunque un significato

morale; il fine dell’azione determina la sua valutazione in positivo o negativo. In certi casi si

perdona chi abbia ceduto a quella determinata costrizione anche se il fine non era particolarmente

bello e condivisibile. Altre volte è meglio morire più che sopportare certe cose. Es il matricidio di

Oreste è presentato come qualcosa di voluto dal dio Apollo per vendicare il padre.

Nelle azioni forzate, imposte dalla costrizione-violenza (bia), l’agente non vi ha nulla a che fare.

Ogni circostanza è diversa dall’altra e non vi sono principi generali orientativi-> posizione contraria

a un’etica di tipo normativa o prescrittiva, la sua è una MORALE DESCRITTIVA che trae i suoi

criteri dalla constatazione di come gli uomini agiscono nella realtà. La PHRONESIS va messa in

atto nella valutazione delle circostanze che di volta in volta si pongono di fronte, individuando quel

giusto mezzo che consentirebbe di affrontare le varie situazioni in modo virtuoso.

Un’azione che ha un impulso buono è quella in cui l’agente ci mette del suo: segue la polemica con

Gorgia circa l’Encomio di Elena (il personaggio argomenta che non è sua la colpa della guerra di

Troia, lei non è colpevole per aver seguito Paride poiché se lo ha fatto è stato per influenza esterna,

che può essere per colpa della dea Afrodite e della sua persuasione, per impulso amoroso, o per la

stessa visione sensibile di Paride che l’ha trascinata a lui, per il LOGOS di Paride visto quasi come

un tiranno per la sua potenza persuasiva).

Sono azioni miste in quanto il principio interno concorre comunque all’azione.

II CAPITOLO (da pag 81): ciò che si fa per ignoranza è involontario; dolore e pentimento sono

segno che qualsiasi cosa abbia commesso il soggetto per ignoranza il soggetto non lo avrebbe fatto

se lo avesse saputo. Es Edipo ha agito per ignoranza davvero involontariamente, e ciò è mostrato

dal suo grande dolore e pentimento. ( Chi non prova pentimento agisce non volontariamente).

Distinzione tra agire per ignoranza e agire ignorando: questo caso si ha quando si agisce non

conoscendo norme generali di condotta (es chi guida in stato di ubriachezza). Il vizio è lo stato

abituale di chi si atteggia in maniera errata rispetto a determinate circostanze.

Si parla poi dell’ignoranza universale (“kathouou”)per cui la gente merita in questo caso il biasimo.

Biasimo o lode si applicano in seguito a un’azione virtuosa o meno.

La scelta avviene secondo un meccanismo tale per cui si agisce secondo certe premesse e passaggi;

la premessa maggiore è costituita da quello che è il fine in generale. Natali e Veggetti affermano

che la PHRONESIS agisce nel momento del mezzo dell’agire, su come agire in una determinata

situazione.

L’azione VOLONTARIA è un’azione in cui il principio è in chi agisce; chi agisce mosso da un

desiderio o per THYMOS, impeto agisce come degli animali, privi di Logos ma spinti comunque da

volontà come reazione a una certa azione. L’emozione ha a che fare con qualcosa che si desidera;

OREXIS: a prescindere da ogni collocazione morale, definisce la tendenza ad acquisire qualcosa

che è buono per il soggetto. È una funzione che attraversa l’anima nel suo intero. Ci porta a

muoverci, crea nell’anima un movimento naturale.

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 20-4-2015

REPUBBLICA: I LIBRO-> definizione (di un concetto morale)della GIUSTIZIA con dei tratti

confutatori. Può appartenere alla prima fase di scrittura di Platone (dialoghi socratici o giovanili) +

circolava con il nome di TRASIMACO o DIALOGO DELLA GIUSTIZIA. Trasimaco è un sofista,

ritiene che poiché la giustizia si identifica con la prescrizione delle leggi.... da qui la conclusione

che la giustizia è l’utile dei più forti. Socrate stesso non si reputa soddisfatto della conclusione a cui

è arrivato: afferma che è “Meglio subire ingiustizia che commetterla”.

II LIBRO: il racconto dell’anello di Gige è introdotto da Glaucone, esponente ragionevole

dell’Atene degli ultimi decenni del V sec a.C. Glaucone è insoddisfatto dell’argomentazione di

Socrate->gli chiede di argomentare una qualsiasi utilità della giustizia.

[358d]: Glaucone chiede di voler udire da Socrate l’elogio della giustizia di per se stessa; chi si

comporta giustamente lo fa per timore delle sanzioni e quindi perché vi è costretto e non per la

presenza di un principio ulteriore che basta a se stesso. Glaucone esprime una critica che

probabilmente è di Platone.

[361a-326a]: contrappone la vita di piaceri dell’uomo ingiusto e la vita di sofferenze dell’uomo

giusto. È proprio sull’esperienza di Socrate che Platone sente il bisogno di teorizzare la politica +

Socrate non affronta la possibilità di cambiare considerare la giustizia come un bene per se stessi.

[368e]: non importa la reputazione che uno si fa, la giustizia è un bene per lui, Socrate sposta poi

l’attenzione al problema della GIUSTIZIA DELLA POLIS.

[368c-d]: viene introdotta l’analogia fra anima e polis-> deve essere letta con giustizia come riflesso

della giustizia dell’animo. Inizia un discorso sulla genesi della polis. Si attua una esperimento

mentale: si immagina come nasce una città, a Platone interessano i meccanismi che possono essere

alla base della vita di uno stato. Ad es dato che ognuno nasce diverso per natura, ognuno avrà

determinati talenti e perciò gli uomini si uniscono (“CHREIA”: intesa come bisogno, facoltà di

aggregarsi e scambiarsi le cose). La giustizia e l’ingiustizia hanno a che fare con il reciproco

scambio: di una tale città Platone dice che è uno stato di porci, poiché i cittadini sembrano contenti

solo se mangiano. Sui bisogni semplici si innesta il desiderio di stare sempre meglio quando si

introducono le arti e i beni di lusso. La città verrà portata a scontrarsi con le città vicine. Bisognerà

pensare a una categoria di cittadini che faccia da guardiani (a questo punto si passa al piano

normativo).

[375 a-b]: i guardiani devono essere dotati di Thymos, che deve essere usato con durezza verso i

nemici, ma con mitezza verso gli amici. Il THYMOEIDES è una forza irresistibile e invincibile

(ambivalenza del Thymos secondo Platone nell’anima).

[376c]: si precisa che il guardiano dello stato sarà per natura filosofo, animoso, veloce e vigoroso +

questo tema porta con se il problema dell’educazione dei giovani.

III LIBRO: progetto educativo dei guardiani-> si ha una critica forte alla poesia (ruolo educativo

che per Platone deve essere riformato). Ci sono delle componenti dell’anima che sono sollecitate

negativamente dalla poesia.

[414b]: dopo aver espresso la necessità di dover selezionare i guardiani che si mostrano

particolarmente resistenti alle seduzioni dell’anima, Socrate dice di poter definire costoro perfetti:

saranno gli ARCHONTES. Gli altri guardiani saranno detti Ausiliari, difensori e tutori dei

governanti. Per assicurare la distinzione delle 3 parti della città con il resto degli abitanti, bisogna

raccontare una NOBILE MENZOGNA: la cittadinanza sarebbe nata tutta dalla terra (gli ateniesi

credevano di essere autoctoni), tutti fratelli: ad alcuni è stato mescolato dell’oro (arconti), ad alcuni

dell’argento (ausiliari) e ad altri bronzo e ferro (contadini e artigiani) [415 a].

Bisogna accettare la diseguaglianza di attitudini naturali-> distinzione che non ha a che fare con le

classi sociali, perché può capitare che da un artigiano nasca un individuo con attitudini di comando

[416 d-e].

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 21-4-2015

La divisione fra III e IV libro non è interna alla trattazione.

[427d]: risposta alla definizione di giustizia.

[368d]: excursus sulla fondazione di uno stato con indagine sulla giustizia.

Pag 233: la ricchezza è negativa perché produce lusso, pigrizia e moti rivoluzionari; la povertà se

eccessiva produce grettezza e moti rivoluzionari. Coltivare la moderazione significa..........città del

corpo-> il cittadino robusto può difendere meglio la propria città + è attraverso la buona regolazione

della forza fisica che si potrà competere con gli eserciti di alte città. Si avverte una critica

all’imperialismo ateniese: l’espansione di Atene aveva provocato la rovina della città.

[424 a]: esigenza di mettere in (comune?) il possesso delle donne nella classe dei guardiani->

questo è detto COMUNISMO PLATONICO: i guardiani devono guardare all’insieme e non avere

distrazioni o debolezze. I giovani devono tacere in presenza degli anziani-> regole di vita tali sono

incorporate nelle leggi tradizionali di origine apollinea.

Pag 241: si passa dal problema dell’educazione dei giovani a quello del legiferare.

Adimanto e Socrate: è inutile proporre rimedi su piccole cose se gli individui non vogliono

cambiare stile di vita; vi è un’analogia fra l’opera della legge regolata con determinate regole e il

medico che prescrive delle medicine per preservare il corpo-> il principio è efficace se il paziente

prende le medicine, ma proporre rimedi non serve se il paziente non vuole curarsi. Lo stesso accade

in città se non c’e la volontà del cittadino stesso.

Pag 243: i membri della città a cui si impongono piccole norme si comporteranno come i malati che

non vogliono collaborare. Mentre il Logos punta su un discorso razionale, il mythos fa leva sulla

parte irrazionale. Il reato di empietà va punito in un’apposita prigione detta SOPHRONISTERION

dove si cura la non credenza negli dei-> negazione della legge dello stato.

L’anima è divisa divisa tra un aspetto razionale e uno irrazionale. Spesso THYMOS= IRA-> una

delle tante passioni. Si esprime un PESSIMISMO ANTROPOLOGICO, di una debolezza insita

nell’uomo.

Pag 243: Socrate (Platone) allude alla situazione del loro tempo + sono da criticare i malati che

perseverano negli eccessi. Da un lato va criticata questa posizione e anche quella di chi inserisce

norme legislative con atteggiamento di compiacimento.

427 c: fondando uno stato, si crederà solo al dio di Delfi, dio delle buone legislazioni.

427 d: lo stato che hanno pensato di fondare deve avere sapienza, coraggio, temperanza e giustizia

(si introducono le 4 virtù cardinali, che compaiono solo in 432 b4). Nel Protagora si da importanza

a una virtù che qui manca: PIETÀ. Da un lato il rispetto del culto dovrebbe essere inglobato nella

città, dall’altro l’assenza corrisponde ad un tentativo o intento di laicizzazione.

La prima virtù è la SOPHIA: sapere di governi, sapienza, saggezza di consiglio-> i cittadini devono

saper prendere buone decisioni grazie alla loro sapienza.

EPISTEME: scienza, capacità dei guardiani di difendere lo stato dai nemici esterni.

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 22-4-2015

Si precisano le parti della città: ceto produttivo e classe dirigente; nei guardiani ci sono gli arcontes

(insieme alla classe dirigente devono essere dotati di SOPHIA). Questi saranno la parte più esigua

della popolazione. Il coraggio viene visto come la “capacità di salvaguardare la propria opinione

sulle cose temibili per la loro natura”. I guardiani ausiliari devono avere il coraggio di reprimere

eventuali ribellioni. Questo coraggio non si esaurisce nel combattimento ma deve accompagnarsi

alla capacità di resistenza.

CORAGGIO: d'azione istintuale di difesa-> è involontario e non ha a che fare con quel coraggio

definito virtù. Questo è invece un coraggio politico: in quanto in possesso di un cittadino o in

quanto fedeltà ai principi della legge espressi dalla città. SOPHIA (saggezza) + ANDREIA (coraggio)-

> ARETE’ (VIRTÙ).

La SOPHROSYNE cioè la temperanza ha a che fare con un altro ambito di riflessione, riguarda il

porre un limite ai propri desideri e sottoporsi a una struttura gerarchica-> il posto più basso è

quello dei produttori e mantiene la proprietà privata. La temperanza è la virtù in cui deve eccellere

il terzo ceto, ma deve essere anche distribuita fra tutte le parti dello stato. Essa assicura un certo

ACCORDO O ARMONIA: elementi di diversa forza che devono cercare di vivere insieme secondo un

principio di ordine, KOSMOS.

“È più forte di me”: all’interno di un individuo agiscono due forze-> una MIGLIORE (RAGIONE) è

una PEGGIORE (Irrazionalità). Io sono più forte di me stesso quando agisco facendo prevalere la

ragione, mentre sono più debole di me stesso quando faccio prevalere la parte peggiore sulla

ragione-> INTEMPERANZA. Intemperante è colui che non ha potere su se stesso (è AKRATES:

agiscono dinamiche politiche complesse, forze che competono per il potere sull’anima).

Vegetti parla di POLITICA DELL’ANIMA: situazione in cui la temperanza è la virtù più richiesta al

ceto produttivo, ma deve essere presente anche in quelli più alti.

Si parla di “HARMONIA”: connettere elementi diversi (primo significato trovato in Omero); si parla

poi di armonia indicando un accordo musicale (i suoni hanno qualità diversa). Accordo è un

termine che si lega intrinsecamente al concetto di gerarchia.

CAP XI: conclusione dell’excursus iniziato nel II libro.

434 d-libro IV: l’esigenza di cercare la giustizia è lo stato più noto dell’anima; sembra che sia la

città il primo stadio; l’articolazione della città in tre parti non è data nella realtà. La teoria tripartita

non è desunta da una serie di comportamenti: manca un fondamento etico ed ontologico. Nei

primi quattro libri si conclude un discorso sulla giustizia ma esso non è completo, si concluderà nei

libri successivi.

La giustizia consiste nell’adempiere i propri compiti interiormente, deve essere quindi uno stato

psicologico interno. L’individuo può padroneggiare le proprie azioni qua di sta bene con se stesso.

Pag 293: parallelo fra salute del corpo e quella dell’anima (giustizia). La medicina è presa come

modello di attività consapevole-> analogia con la salute dell’anima. La VIRTÙ è sanità, bellezza e

felice condizione dell’anima-> è desiderabile per questo la giustizia.

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 23-3-2015

Verso 409: a queste monologhi corrisponde la grande complessità psicologica del personaggio di

Medea; nell’ultimo riprende tra i motivi della sua vendetta verso Giasone, la sua sposa e il padre di

lei Creonte, l’ATIMIA cioè il disonore in cui Giasone l’ha gettata non avevano rispettato i patti con

lei + teme di essere oggetto di riso (si veda il riferimento ad Aiace). Per non essere oggetto di riso

rinuncia di uccidere con la spada e ricorrere al veleno di cui è abile nell’uso.

I STASIMO: è la prima parte che il coro recita stando nell’orchestra, già il coro aveva espresso la

sua solidarietà con Medea benché composto da donne di Corinto-> qui ribadisce questa sua

solidarietà con Medea, si nota la disapprovazione verso il comportamento di Giasone che non

rispetta i patti. Alla situazione di Medea segue una posizione poetica di Euripide stesso che fa dire

al Coro che la tradizione poetica ha fatto emergere le donne in una visione e un giudizio negativi,

esse stesse non sono state in grado di esprimere la poesia a causa dell’impedimento di Apollo, dio

delle arti e della poesia. Questa è una rivendicazione in generale del ruolo sociale della poesia che

può dar voce a nuove esigenze e pone anche attenzioni a problemi sociali, specie quelli sulla

posizione subalterna della donna. Il coro torna poi sulla triste vicenda che caratterizza Medea, triste,

sola, infelice e in esilio. Il coro non toglierà mai del tutto la propria simpatia verso Medea.

Pag 147: inizia qui il SECONDO EPISODIO, che vede dialogare Giasone e Medea-> egli è

presentato come un personaggio molto freddo, scialbo è meritevole di rimprovero per come si è

comportato e come continua a comportarsi. Rimprovera a Medea il suo atteggiamento aggressivo

per cui si è meritata l’esilio, e cerca di difendere il proprio comportamento dicendo di essere

preoccupato per lei, per cui offre aiuto a lei e ai suoi figli per l’esilio imminente. Medea risponde a

Giasone con un insulto per la sua impudenza, il suo infatti non è un atto di coraggio o di audacia ma

è il più grande di vizi umani. La Philia è un rapporto importante tra una coppia di coniugi, e il fatto

che Giasone abbia il coraggio di guardarla in faccia è simbolo per Medea di sfrontatezza,

impudenza, “ANAIDEIA”, da AIDOS cioè onore, rispetto, e di conseguenza mancanza di vergogna

pur avendo commesso un torto, l’aver violato i patti e i vincoli del matrimonio.

Medea rievoca poi tutto ciò che lei aveva fatto per Giasone, per la conquista del Vello d’oro ma

anche per la sua fuga, tradendo essa stessa suo padre e la sua patria, e uccidendo anche Pelia, per

mano delle sue stesse figlie. Segue uno dei rari momenti in cui Medea sembra fermarsi in un ricorso

commosso di ciò che è stato con Giasone (pag 151), segue però poi una nuova argomentazione

insultante che si conclude con nuovi rimproveri a pag 153. Il loro è e resterà ormai un rapporto

conflittuale, solo un tempo era di amicizia, un’amicizia che Medea ha rispettato mentre Giasone ha

tradito non rispettando i patti-> l’ira è giustificata ma solo se tenuta entro confini ragionevoli.

Giasone risponde in maniera irritante ancora una volta, di fronte alla sfrontata loquacità di Medea:

afferma che fu AFRODITE la vera salvatrice della sua spedizione e ricorda i vantaggi che Medea ha

ricevuto per averlo seguito fin in Grecia. Inoltre, circa le sue nozze regali, afferma di essere stato

saggio, assennato e grande amico per lei e per i figli-> ha fatto ciò perché vivessero bene e senza

privazioni, e volendo allevare i suoi figli in modo degno della sua stirpe. Tutto il suo discorso è

assolutamente falso e ipocrita. Rimprovera a Medea una gelosia di tipo sessuale, attraverso

un’espressione molto antifemminile. Il coro non è stato ingannato dalle parole di Giasone e

tantomeno Medea: riconosce l’abilita’ oratoria ingannevole di Giasone, è abile nel parlare ma è

ingiusto per cui merita di essere punito. Giasone ha promesso una sicurezza esteriore, che Medea

però rifiuta poiché gli negherebbe comunque il suo onore + propone a Medea di cessare l’ira

volendola aiutare materialmente anche per il suo esilio.

II STASIMO: ha uno statuto molto gnomico, di sentenza di carattere generale. La prima strofa è

una considerazione sulle sventure dell’amore quando questo è eccessivo. AFRODITE ha il merito

della riuscita del merito di Giasone, ma perché ha instillato amore in Medea, un amore causa di tutte

le sofferenze di Medea stessa. Si contrappone la TEMPERANZA (SOPHROSYNE) a questo amore

eccessivo, la saggezza ma anche intesa come moderazione e contenimento degli eccessi sia in senso

fisico che mentale. Si ribadisce comunque l’adesione ai sentimenti negativi di Medea.

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 24-3-2015

La motivazione più profonda della scelta di Medea: oltre ai patti traditi, uccidere i figli significa

cancellare ogni traccia evidente dell’amore tradito, è una vendetta autodistruttiva la sua che nasce

anche dall’ambivalenza della passione. Oscilla sempre tra amore materno e la necessità per la sua

anima di questa vendetta tremenda. La NECESSITÀ è un motivo molto importante in Medea: non

è più possibile vivere nella sofferenza per quello che è stato. La passione erotica, il desiderio di

possesso e quindi di distruzione, la gelosia è qualcosa che conferma la sua antifemminilita’, il suo

essere più vicina alla natura maschile che a quella femminile. La necessità si AUTOIMPONE da

una volontà autonoma di quello che sta per fare, come per la vicenda di Aiace.

III STASIMO: nella prima parte un po' inaspettatamente il coro tesse una lode della città di Atene

(è un aggancio fra la vicenda del mito e l’esito che si suppone poi trovi in Atene come conciliazione

dopo tanti conflitti-> Euripide vuole dare spessore all’ideologia periclea di Atene come città

conciliatrice di conflitti) + il coro nota la perplessità per il fatto che Atene possa accogliere

un’assassina come Medea.

Il IV EPISODIO è un dialogo tra Giasone, mandato a chiamare da Medea attraverso la nutrice, e

Medea stessa: vuole ingannare Giasone, Medea finge di accogliere l’invito di Giasone a deporre la

sua ira (pag 183), esprime la volontà di aver preso delle decisioni migliori. Giasone ingannato si

compiace del nuovo modo di agire di Medea, vista come donna saggia, equilibrata e temperante. Si

accorge poi del pianto di Medea, che piange pensando ai suoi figli. Finge poi di voler aiutare

Giasone a convincere la sua futura sposa a far restare i figli in patria e punta sul sentimento di

VANITÀ che caratterizza le donne (fa inviare dei doni estremamente belli e preziosi nonostante

l’opposizione di Giasone).

Ciò che interessa a Pasolini nel suo film “Medea” è la contrapposizione tra il mondo della

modernità di Giasone e il mondo barbaro da cui invece proviene Medea.

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 25-3-2015

Pasolini vuole rappresentare il mondo barbaro e primitivo di Medea, agganciato alla ritualità e

sacralità; quello di Giasone è quello della civilizzazione, della disinvoltura e della ricerca di

ricchezze, un mondo distaccato dal contatto con la terra, con una natura divina e sacra; un mondo

quello di Giasone che si è staccato dalla ritualità del mito, presente invece in Medea.

Prova una pulsione erotica alla visione di Giasone, una pulsione che la porta a tradire la sua casa, la

sua patria, e a fuggire con uno straniero dopo aver rubato il Vello d’oro sacro per quella terra.

Pasolini vuole leggere in questa vicenda una problematica per lui urgente: è interessato alla

persistenza nel presente moderno borghese un passato che rifiuta di morire nella persona di Medea

che distrugge mentre è distrutta.

Segue il IV STASIMO, dove il coro non ha smesso la sua compassione per Medea; in seguito

Medea chiama i figli con l’anziano pedagogo a cui essa chiede di provvedere loro nella successiva

permanenza a Corinto dei figli.

Vi è poi un nuovo monologo di Medea, cui segue un commento del coro che dice che in fondo è

una sventura avere dei figli. Giunge poi un messaggero che racconta con grandi particolari la morte

di Glauce e di suo padre Creonte (la morte è descritta a pag 205). Quando guarda i bambini prova

disgusto, e viene persuasa solo da Giasone ad accettare i doni a lei offerti.

Pag 211: Medea esulta che il suo piano sia riuscito e progetta di uccidere anche i figli perché è una

necessità ma lei giustifica ciò affermando che devono morire perché non cadano vittime di una

mano ostile.

Il finale si svolge dal 1293 in poi: Giasone è irato con Medea perché ha ucciso la sua sposa e

vorrebbe salvare anche i figli in modo molto paterno; a quel punto il coro gli rivela che i figli sono

morti per mano della madre. Medea appare su un carro, il carro del Sole con i corpi dei figli morti

ed è pronta a fuggire verso Atene dove la aspetta Egeo. Medea vuole negare anche la sepoltura ai

suoi figli negandolo a Giasone, affranto è vivo nella sua sofferenza. Medea su questo carro del Sole

(svolge la funzione del deus ex machina) è come se fosse divinizzata e per alcuni questo finale

avrebbe una funzione catartica. Di Benedetto nota che si ha una assenza assoluta di mediazione tra i

due personaggi, ed è sottolineata anche nella sceneggiatura di Pasolini.

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 25-5-2015

Volontario e involontario: sono volontari anche gli atti compiuti sotto l’effetto dello THYMOS o

EPITHYMIA, dell’impetuosità’ o del desiderio. È evidente che in questi termini chi commette un

delitto lo commette volontariamente perché il principio agente è sempre presente nell’azione. Si

richiama il comportamento di alcuni animali (leone, cinghiali.. ) e dei bambini. È evidente il

carattere anti socratico di questa argomentazione. Si può quindi commettere il male volontariamente

(pag 83). Le azioni che si aspira a fare nel momento in cui tendiamo ad esse si esercita un fatto di

volere, “OREGHESTAI”, trattata da Aristotele come una funzione dell’anima: la OREXIS->

l’azione del tendere a qualcosa, l’appetire, è la funzione dell’anima della tendenza, del desiderio,

dell’appetizione (da non confonde però con Epithymia, che è una forma dell’orexis, quando il

desiderio ha una valenza più irrazionale); l’orexis può assumere anche la sfumatura della boulesis,

del volere secondo una prospettiva più razionale. L’orexis e’ quindi una componente essenziale

dell’anima + si lega al movimento locale, un movimento che può avvenire sotto l’epithymia o sotto

la boulesis. Si connette poi nell’animale anche alla percezione sensibile, quella che distingue

l’animale ad esempio dalle piante. Sono basi importanti nella SCELTA MORALE sec Aristotele

(pag 85): essa appare strettamente connessa alla virtù, poiché è nel momento di una scelta che

decidiamo di scegliere di compiere un’azione buona o cattiva + la scelta è un che di volontario, ma

non è identica ad esso, che ha invece una maggiore estensione-> le scelte sono solo compiute da chi

si comporta irrazionalmente (non si può attribuire ragione agli animali e nemmeno ai bambini che

devono maturarla). La scelta è presentata come frutto di una Deliberazione razionale che il

soggetto compie, scelta definita in greco “PROAIRESIS”, del preferire qualcosa rispetto a qualche

altra azione. La deliberazione si chiama “BOULEUSIS”, fare un ragionamento sviluppato su come

sia meglio comportarsi. I piani della Medea sono deliberati, sono bouleumata. La boulesis si

esercita sui mezzi per il raggiungimento di un determinato fine. Nel momento della deliberazione

agisce anche la PHRONESIS, la SAGGEZZA PRATICA, una virtù dianoetica, ovvero una virtù

della parte razionale dell’anima ed è quella che agisce nel momento dell’azione, in cui si pone una

scelta.

Capitolo 7 pag 95: il fine è oggetto del volere (il fine è voluto) mentre i mezzi sono deliberati e

scelti (sono frutto di riflessione in quella determinata circostanza). Anche la virtù dipende da noi,

come pure il vizio. La virtù è uno stato abituale in quanto acquisito mediante le azioni virtuose (es

la giustizia si apprende ripetendo azioni giuste secondo uno stato abituale). Ciò a cui si richiama

Aristotele sono opinioni correnti o usi dei legislatori, secondo la maniera consueta della dialettica

aristotelica (ENDOXA, le opinioni autorevoli sostenute o dai sapienti o dai più, in quanto opinione

corrente dotata di forte valore). Per Aristotele si danno poi punizioni anche per l’ignoranza, quando

uno sembri colpevole della sua ignoranza (es per gli ubriachi-> in questo caso la loro ignoranza è

pienamente responsabile e lo stato di ubriachezza non è per questo giustificabile).

Anche il vizio è sempre volontario e non può rendere una azione scusabile. Sono volontari sia i vizi

dell’anima che quelli del corpo, almeno per le persone oggetto di biasimo (pag99)-> i vizi che sono

biasimati sono cose che dipendono da noi. Si deve essere dotati per natura di un occhio con cui

giudicare bene e scegliere bene (PHRONESIS, la capacità di giudicare correttamente e scegliere il

vero bene). In realtà questo occhio non ci viene dato per natura, ma ha comunque bisogno di

esercizio e di abitudine. Si fa poi una distinzione tra la volontarietà delle azioni (sono volontarie o

meno dall’inizio alla fine) e quella degli stati abituali (solo all’inizio).

LETTURA DELL’EDIPO RE: si tratta della possibilità di leggere nella tragedia l’agire in quel

complesso definito “il complesso di Edipo”, quello stato che secondo Freud attraversa un maschio

di attrazione per la madre e odio per il padre. Questa interpretazione della tragedia fu inaugurata da

Freud nell’interpretazione dei sogni e fu poi variamente elaborata; Vernant ha scritto alla fine degli

anni 60 un saggio intitolato “Edipo senza complesso”-> si rivolge contro Freud e contro una lettura

molto analitica della tragedia di Sofocle, vuol mostrare che il protagonista non ha il complesso di

STORIA DELLA FILOSOFIA ANTICA 26-5-2015

Tema della RESPONSABILITÀ insieme a quello dell’IO E DEL SOGGETTO a partire da

Omero: Snell afferma che non emerge da Omero una nozione unitaria di io, soggetto in termini

moderni. Per Vegetti inoltre i personaggi omerici non sono figure storiche; uno degli argomenti

principali di Snell è dato dalla prova questa debolezza è ritrovata nel fatto che le funzioni psichiche

sono dislocate in vari organi del corpo, ad es il cuore (sede del THYMOS), o il diaframma

(membrana che era vista dagli antichi com'è possibile luogo di sensazioni, emozioni..). A ciò si può

obiettare per es come fa Williams: quando Odissea parla al suo cuore esortandolo ad essere paziente

e a non vendicarsi subito contro le ancelle di Penelope, che avevano tradito la casa e la loro

padrona-> è parlando al suo cuore che lui prende la decisione, il principio dell’azione è

evidentemente in Odisseo (è connotato da METIS, dall’intelligenza astuta, come individuo capace

di riflettere su azioni da fare o meno). Il tema della responsabilità è presente anche in Dodds ne “I

greci e l’irrazionale”: egli da importanza soprattutto al condizionamento e all’intervento delle forze

divine sul personaggio omerico che chiama di “intervento psichico” (a volte si parla di divinità vere

e proprie e a volte di daimon, una forza divina impersonale, misteriosa e inquietante). Anche il

destino viene spesso invocato, la “MOIRA”, il destino come ciò che è assegnato all’uomo da una

potenza superiore contro cui nulla si può fare. A volte si parla anche di “ATE”, un accecamento del

personaggio voluto dal dio (es Aiace di Sofocle), inteso come follia del personaggio. Interventi di

questo tipo perdono via via forza nell’Odissea, che rappresenta uno stadio posteriore, forse redatta

per iscritto successivamente all’Iliade e rappresenta un mondo psicologico più complesso.

L’intervento psichico perde via via forza + gli dei vengono a poco a poco moralizzati. Nella

seconda metà del V sec ci sono testi che mettono infatti in discussione la presenza degli dei nel

mondo umano e naturale, viene meno l’idea del condizionamento delle forze divine anche nella

riflessione filosofica e scientifica. Si nota anche che il fatto che certe forze agiscano non vuol dire

che non siano ammesse anche componenti individuali nell’agire (es Agamenonne, dopo la sua

hybris verso Achille, prende Briseide e ammette di essere stato accecato da ATE ma con ciò non

negava la sua responsabilità giungendo per questo a domandargli le sue scuse). Questo

Agamennone che nell’Iliade ammette la responsabilità del proprio comportamento dovuto ad ATE

esprime una continuità con l’Agamennone di Eschilo (il coro che rievoca il sacrificio di Ifigenia,

uccisa dal padre per la partenza degli achei verso Troia-> Williams da importanza a questo fatto,

incentrandolo sul discorso della NECESSITÀ). Contro la prospettiva di Snell e quella di Dodds, di

fronte a una personalità come quella di Agamenonne non si nota una personalità frammentaria, ma

piuttosto la difficoltà perenne della vita di conciliare motivazioni e sentimenti contrastanti.

Discorso sul MIASMA, sulla contaminazione: nozione che trova nella tragedia greca grande

approfondimento-> un delitto, un atto di sangue è un miasma, una contaminazione, una impurità

fisica non dipendente dalle intenzioni dell’agente e che si propaga. I rimedi sono catartici, ovvero

sono rimedi rituali che hanno luogo da purificazioni di vario tipo. Una credenza come questa è di

tipo religioso e magico, inibisce e impedisce il senso di piena responsabilità etica e giuridica

dell’uomo (il problema è rimediare l’ira divina, eventualmente espellendo l’aitios). All’interno di

questo quadro ereditato, si fanno però strada elementi di responsabilità, evidenti già nella stessa

situazione tragica: es Edipo è vittima ma anche causa del miasma. Secondo Vernant, in “Abbozzi

della volontà nella tragedia greca”, il comportamento di Agamennone si muove tra ethos

individuale e volontà divina, daimon (necessità di obbedire a ciò che il destino gli impone). Dopo

aver notato ciò, passa a parlare dell’Edipo di Sofocle notando una tensione analoga: da un lato il

daimon è frequentemente invocato da Edipo (si dichiara come odiato dalla divinità, e per questo

infelice al verso 816, 828, 1193-1196, 1213-> “il tempo che vede ogni cosa, tuo malgrado” (akon: il

coro riconosce che egli ha agito senza intenzione); Edipo si riconosce però anche responsabile per

cui si autoacceca, prendendo atto di ciò che ha compiuto e cercando una riparazione nei confronti di

se stesso e della comunità). Nell’Edipo a Colono, la tragedia inizia con Edipo che afferma con forza

la sua innocenza e perché gli dei lo abbiano preso a zimbello, e risponde che la sofferenza scaturisce

dalla sua condizione umana (questa si sublima solo attraverso la sofferenza). Sofocle come Eschilo


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Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fred10 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Sassi Michela.

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