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Storia della filosofia antica

Molti possono parlare di filosofia, o sentirsi filosofi, ma la filosofia è una disciplina che ha radici molto profonde, ha una metodologia precisa e che soprattutto dà una grande importanza alle parole. Cominciando dalla filosofia greca, ci rimanda molto alle parole, non solo perché la lingua greca sia molto ricca e complessa sotto vari aspetti, ma anche perché la riflessione dei primi filosofi, la filosofia in sé, è nata da un peso rilevante delle parole e in un certo senso combattendo con i significati veicolati dalle parole in modo riflesso e che invece richiedono una riflessione più seria, una riflessione più profonda. Soprattutto quelle parole che sono capaci di suscitare anche emozioni, sentimenti e quindi che strutturano la propria identità. Le parole non incidono solo nel modo di pensare, ma anche nel modo di essere. Qui gli aspetti teoretici si legano dunque agli aspetti etici, in quanto si pongono come guida dei comportamenti e delle azioni e nelle proprie relazioni e nei propri atteggiamenti.

La filosofia greca

La filosofia greca inizia inaugurando questo tipo di riflessione rispetto a una cultura già molto sviluppata. C’è una sorta di convinzione morale e anche un certo sviluppo scientifico, parlando dei primi naturalisti come li definiva Aristotele. La filosofia quindi parte con un pensiero riflessivo sulla natura, sulla realtà e con una sorta di disciplina di questo pensiero. Il versante etico, quello che dopo sarà l’etica filosofica, nasce da una base morale, in quanto nasce una morale prima che nasca una riflessione etica filosofica strutturata e misurata. Sulla base morale si possono riconoscere valori e disvalori. Questi solo dopo verranno presi in considerazione dalla riflessione etica filosofica.

Un’espressione che esprime ciò è “logon didonai” cioè “dare ragione” o “rendere ragione”, che vuol dire che qualsiasi cosa io pensi o faccia, io mi devo fare la domanda “perché penso sia così?”. Quindi dare ragione del mio pensiero è la prima operazione del pensiero filosofico. Aristotele, nel IV secolo a.C., mentre dava l’appellativo di filosofi ai naturalisti greci, in quanto si ponevano la domanda sul “perché”, poi attribuisce a Socrate il titolo di primo pensatore etico, perché Socrate avrebbe importunato i suoi concittadini con un unico interrogativo: “ti estì?” cioè “Che cos’è questo?”. Capire quindi il perché delle cose che si dicono. Tutti mostrano Socrate nell’atto di interrogare, anche chi non lo poteva soffrire come Aristofane che ne fece una commedia satirica (gli altri autori che ci raccontano di Socrate sono Senofonte, Platone ed Aristotele). Quindi Socrate interroga, soprattutto figure politiche, su che cosa siano determinate cose di cui parlano.

La filosofia come pratica

La filosofia non è allora un insieme di dottrine, ma più una pratica, infatti si pongono domande e si conducono dei ragionamenti e delle riflessioni. Quindi un modo di vedere la filosofia come sapienza e un modo di vedere la filosofia come pratica. Infatti Socrate non dice di possedere la “sofia”, cioè la sapienza, anzi egli afferma di essere completamente vuoto di essa e per questo ne va alla ricerca.

Tema della virtù (areté)

La virtù è il massimo valore all’interno della morale. Che cos’è la virtù? Ciò che rende un uomo migliore degli altri, che lo qualifica. La virtù è qualcosa per cui ci si può spendere, ci si allena. La virtù è qualcosa per cui si viene lodati. Sempre che esista una misura di virtù condivisa. Il fatto che la filosofia è una particolare pratica che non nasce dal nulla, ma dall’interno di una cultura, istituisce una dialettica al suo interno.

La cultura greca è estremamente ricca e complessa e se poniamo l’inizio della riflessione filosofica all’interno di tale epoca, nel V secolo a.C. Socrate nasce ad Atene nel 470/469 a.C. e muore nel 399 a.C., quindi sia l’età periclea che l’età post-periclea. Un’epoca di grandi conflitti, in cui la città democratica per eccellenza (Atene) arriva a un’egemonia su tutto il mondo greco, arrivando quindi al suo apogeo: nel 469 a.C. abbiamo la vittoria dei greci sui Persiani (battaglia dell’Eurimedonte); nel 404 a.C. abbiamo l’Età dell’oro di Pericle che poi s’imbatte in una guerra forse inevitabile, cioè la guerra del Peloponneso. Dal 411-404 a.C. giunge a un livello di difficoltà di mantenere intanto il proprio impero che poi sfocerà in una sanguinosissima guerra civile, con precedentemente due colpi di stato. Nel 411 a.C. abbiamo un governo oligarchico, cioè un governo di pochi. Poi un ritorno alla democrazia e successivamente il Governo dei Trenta Tiranni nel 404 a.C., un durissima oligarchia. Nel IV secolo a.C., che è il secolo dei filosofi, si ritorna alla democrazia, ma la civiltà di Atene continua nelle sue politiche contraddittorie.

La morale greca

Che cos’è la morale greca prima dell’elaborazione di Socrate? Socrate mette in dubbio ciò che i greci davano per scontato. Nella tradizione non tutte le cose erano così lisce e lineari, ma vi erano dei capisaldi, come un’idea di moderazione. Prima di questo il centro dell’educazione che impartiva tali insegnamenti sulla morale erano i poeti, tra cui spicca Omero. Intorno al VI secolo a.C. i poeti erano la fonte di educazione primaria. Il poema che conserva i valori più antichi e più arcaici è l’Iliade che ha una costruzione della figura del virtuoso intorno all’eroe, che sfocia nel coraggio (andreia). L’eroe come colui che sa svolgere il proprio compito e soprattutto la funzione di difesa, la funzione più importante per i greci. Essi venivano rappresentati in danze, balli, drammi teatrali. Il grande eroe che viene idealizzato, con cui i greci s’identificano, oggi non diremmo che non sono grandi virtuosi, in quanto incontrollabili: “L’ira funesta di Achille”.

Have Lock – primi anni ’60 in Preface to Platone (“Cultura orale nella civiltà della scrittura”) in cui sostiene che la caratteristica della cultura greca prima della filosofia era quella di essere trasmessa attraverso una forma orale. La poesia allora diviene una “mnemotecnica”, cioè la cultura s’insegna attraverso l’associazione di nomi, attraverso l’epiteto che facilitano la memorizzazione. Have Lock parla di “enciclopedia omerica”. Per ogni occasione c’è un episodio che possono rendere l’idea e indirizzare l’azione. Nell’antichità greca le muse (memosun) servivano alla memorizzazione. Platone però non vuole che s’impari memorizzando, senza alcuna riflessione, ma che si apprenda dialettizzando la cultura.

Nella civiltà urbana tali caratteristiche non sono compatibili con un sistema civile. Non è di per sé superata, perché si pensi quando scatta una guerra, l’enfatizzazione guerresca, che di per sé non ha nulla di civile. Ma nella mentalità greca la forma dell’eroe risulta la migliore, perché quella particolare figura sceglierà quella determinata azione o quella particolare impresa che lo condurrà alla gloria, anche se questo vorrà dire la sua morte. Quindi questo particolare senso di virtù non ha nulla a che vedere con un senso di moderazione o di civilizzazione. La virtù della gloria in qualche modo appartiene alla cultura arcaica, ma non scompare nemmeno nella nostra cultura.

L’attore potente e temuto è comunque una figura spesso ammirata e glorificata. Es. nella Seconda Guerra Mondiale delle pensatrici pacifiste, tra cui anche Virginia Woolf, analizzano L’Iliade, valutano i valori messi in circolo dai nazisti a confronto con i valori greci guerreschi. Quell’elemento della forza, del potere (kratos) valorizzato a virtù rientra ogni qualvolta che si parliamo di guerra in entrambe le parti. Più modernamente si parla di potere anche nel successo personale. Anche i greci collegano il principio del kratos con l’aver successo (agathos-on = colui che è virtuoso, cioè capace con le azioni di realizzarsi e avere successo, quindi potremmo tradurlo con “buono” e “capace”). La parola kratos la si ritrova anche in “democrazia” come demos cioè il popolo e quindi “potere del popolo” o in “aristocrazia” che si riferisce agli Aristoi che come parola sarebbe il superlativo di Agathoi, e per questo detti “i migliori” che nella cultura arcaica ha un significato di classe, cioè coloro che vengono alle migliori famiglie e, soprattutto nella tradizione omerica, coloro che sanno esercitare il kratos attraverso l’addestramento o particolari virtù che possiedono. Quindi nasce una questione che si estenderà fino ad Aristotele sulla virtù che da una parte si assume per diritto di nascita, dall’altro per merito all’addestramento, quindi nasce la questione se la virtù è insegnabile. Ma questo è caratteristica di chi comunque ha tempo libero e la ricchezza per permettersi l’insegnamento e tale è solo per i ricchi.

Una questione politica aperta nell’epoca ateniese è quella riguardante il demos come popolo privo di virtù e questa sarà la conseguenza si scatenerà sulla guerra civile. Infatti in un dialogo tra due Agathoi che si chiedono se il popolo sia buono, se sia capace di fare il proprio bene opportunisticamente, a prescindere dal fatto che essi siano privi di ogni virtù, quindi definibili per privazione.

L'evoluzione politica ad Atene

Atene, la più grande democrazia della storia antica, in cui si apre un vero e proprio dibattito su chi possieda le virtù, se le virtù sono solo per alcuni soggetti, o se vi siano delle virtù particolari per una categoria di soggetti. E allora di parla di “isonomia” che corrisponde all’anti-valore per gli Agathoi, in quanto corrisponde ad essere “uguali per legge”.

Considerare la morale tra i filosofi

Nell’etica contemporanea un punto di riferimento fondamentale che è stato ed è ancora ritenuto il punto più alto raggiunto sulla riflessione sull’etica è Immanuel Kant. Con Kant bisogna cominciare a porsi il problema sul che cosa bisogna fare e non sul che cosa si desidera fare. L’azione compiuta, anche se buona, che ha come scopo il raggiungimento di una soddisfazione personale, o di un qualsiasi voglia tornaconto, non è di per sé morale secondo la logica kantiana. E quindi tutta l’etica di Kant si basa sull’idea che l’azione etica si basi solamente sulla razionalità. Questo viene considerato un punto di arrivo della riflessione morale, in quanto si dà una responsabilità totale al soggetto, come fosse il rappresentante dell’intera umanità.

Se valutiamo da questo punto di vista la cultura greca è esattamente il contrario, in quanto nella Grecia antica non vi era la nozione di dovere, l’obbligazione morale di cui discutono i filosofi morali moderni (deontologici = logica del dovere; consequenzialisti = logica del se... forse;). Uno dei più grandi studiosi della morale greca Arthur W.H. Adkins nel suo libro La morale dei greci da Omero ad Aristotele del 1964 si pone il problema di indagare la morale greca e l’etica filosofica a partire da un sunto: “noi siamo kantiani”, cioè noi sappiamo che la morale parte dal dovere e prescinde dal piacere e dalla felicità. La felicità per Kant può arrivare e può andare a comporre il sommo bene che consiste nel dovere compiuto e nel raggiungimento della felicità, ma il sommo bene è un’idea della ragione che si collega alla prospettiva filosofica di Dio e nella possibilità di un’altra vita. Quindi il sommo bene è un’unione di virtù e felicità ed è una cosa che il soggetto morale non deve perseguire in quanto vuole essere morale. I greci pensavano esattamente il contrario. Per i greci non esiste un’analisi della virtù che prescinda dalla felicità. La virtù concerne in sé la felicità, in una prospettica filosofica già matura, in quanto non è che la virtù è un mezzo per raggiungere la felicità, ma virtù in se stessa è felicità. Questo pensiero invaderà tutto il pensiero greco da Socrate a Plotino.

Ci sono conflitti enormi sul modo di intenderli, ma nessuno mette in dubbio che l’una preveda necessariamente anche l’altra. Il problema si allarga quando dobbiamo chiederci che cosa intendiamo felicità? Alla lunga sembra non ci sia una differenza sostanziale tra piacere e felicità. Dal punto di vista soggettivo, è una condizione che ogni soggetto vuole per sé. Identificare la felicità con il piacere crea degli errori di prospettiva. In una prospettiva di tipo edonistico, dato che ognuno vuole conservare il piacere per sempre e pensa la felicità come una dilatazione del piacere, bisognerà pensare seriamente se sommando diversi piaceri si raggiungerà la felicità. Tale prospettiva ha quasi il carattere strategico perché se io connetto una somma di piaceri con una condizione stabile e permanente di felicità allora non avrei altri problemi, ma già compiere questa operazione comprende la virtù. Se io riesco a pensare la connessione tra piacere immediato e stabilizzazione della felicità, anche come fine ultimo, pensare tale percorso vuol dire avere virtù. Ogni filosofo greco s’interroga allora su quale sia quella virtù per arrivare a una felicità stabile.

I greci per felicità hanno diversi tipi di espressione. La più comune nella morale greca è “eu prattein” che vuol dire “agire bene”. Il sostantivo è praxis, cioè agire in maniera forte. Quindi l’eu prattein vuol dire avere successo, agire come si deve ed efficacemente. Avere successo per i greci non vuol dire solo averla per se stessa, ma mostrarla a tutti: concetto di visibilità. Per esempio la felicità del guerriero è morire bene e avere gloria (time), così da poter essere cantato e lodato per sempre. Lo stesso vale per gli atleti e i potenti dell’epoca. L’Aghatos è eu prattein perché compie kala, cioè azioni di bene, ma fa vedere che le compie.

Uno dei problemi della morale greca è l’avere da una parte dei valori agonali che richiedono il compiere belle azioni per conquistarsi l’ammirazione degli altri. Accanto a tali figure, vi sono delle espressioni che chiamano alle cose peggiori: aidos che vuol dire “vergogna”, ma anche “pudore” e non è un’espressione necessariamente negativa. Lo sguardo degli altri è molto importante. Quindi si è sostenuto che la cultura greca non sia una cultura della responsabilità, ma una cultura della vergogna e della colpa. Questo non vuol dire che la responsabilità morale sia un oggetto sconosciuto ai greci, anzi ne diviene la problematica fondamentale della riflessione filosofica. Sarà per l’appunto la cultura greca a parlare della formazione dell’individuo. Da una parte c’era la questione della visibilità, ma dall’altra si suppone che chi fa belle azioni abbia dentro di sé un principio di bontà e quindi che sia un uomo capace, coraggioso, quindi dotato di tutte quelle capacità che la società apprezza. Apprezzano la virtù attraverso la sua visibilità.

Kalokagathia = essere bello e buono, cioè tanto buono da apparire bello. Quindi curare sia il versante della virtù sia la sua fluidità esterna. Collegamento tra l’essere buoni e apparire belli, in quanto si dà importanza a quello che vedono gli altri. Questo concetto compare nella letteratura del V secolo a.C. come se fosse l’espressione della morale popolare più accreditata. Questo concetto che comincia a diffondersi nella fiorente Atene periclea, quindi nel pieno sviluppo dei sofisti, città della democrazia, ha un ambito di discussione che è la politica dove tutti possono fare strada.

Nella città dell’isonomia diventa importante saper parlar bene, in quanto ha sostituito i valori eroici del passato, in quanto le grandi gesta non si compiono più sui campi di battaglia, ma nelle assemblee politiche dove per ottenere il kratos bisogna saper parlar bene, perché bisogna persuadere tutti. I sofisti che si presentavano come maestri di virtù, mettono in circolo la kalokagathia come se la potessero insegnarla a tutti. Quindi si parte da una base isonomica, di uguaglianza, ma il punto di arrivo è la diseguaglianza.

Da qui che cos’è la virtù? Che cos’è la giustizia?

Tema: virtù e felicità

Virtù come concetto chiave della morale greca rispetto al problema del migliore comportamento possibile per un uomo. La cesura tra un prima in cui ci si occupava di argomenti naturalistici e un dopo in cui ci si occupa di etica è delimitato da Aristotele, quindi l’operazione che fa un pensatore il quale è il primo a costruire una storia della filosofia. Ad Aristotele interessava la base scientifica di ogni filosofia e il suo metodo consisteva nell’andare a ricercare le opinioni che circolavano all’epoca e tra queste ne ricava una “endoxon” cioè un’opinione così diffusa da dare per certa come vera. Poiché a lui interessava il fondamento della ricerca scientifica nell’ambito della natura, infatti sarà egli poi ad ideare ed a creare la fisica, egli ricerca nel passato i suoi predecessori che hanno ragionato sulle tematiche naturalistiche e per lui questi sono i primi filosofi, in quanto hanno affrontato un problema di fondamentale importanza per Aristotele, cioè la causa delle cose.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

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