Antonio Gargano: Kant - le tre critiche
- La critica della ragion pura
- La critica della ragion pratica
- La critica del giudizio
Critica della ragion pura
Kant è stato definito un “Giano bifronte”: è una grande personalità che vive a cavallo tra la civiltà dell’Illuminismo e quella del Romanticismo. Si può considerare il più conseguente degli illuministi, ma nello stesso tempo apre le prospettive dell’età successiva. Kant, dunque, filosofo dal duplice aspetto. Qual era la caratteristica dell’Illuminismo che Kant riprende ed esalta? La fiducia nella razionalità. Kant porta questa fiducia all’estremo, nel senso che la ragione, dopo avere giudicato con l’Illuminismo la storia, la religione, l’autorità della tradizione, i miti, le credenze dei popoli, adesso sottopone anche se stessa a giudizio.
La Critica della ragion pura è una sorta di tribunale in cui il giudice delle capacità conoscitive dell’uomo è la razionalità stessa. Con Kant la ragione impera sovrana: non viene riconosciuto alcun giudice superiore alla ragione stessa, e la ragione non si sottopone ad alcun altro tribunale che a quello in cui giudice è essa stessa. Non c’è un’autorità superiore. L’Illuminismo, però, aveva inteso per “ragione” qualcosa che già in Kant viene problematizzato, e che verrà poi superato dai suoi successori idealisti.
L’Illuminismo, pur divinizzandola, aveva avuto della ragione una concezione in fondo abbastanza ristretta. Infatti, la ragione illuministica si limita alla conoscenza del mondo finito. La manifestazione più emblematica della razionalità illuministica è l’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, in cui tutto lo scibile umano è raggruppato pezzo per pezzo, frammento per frammento: alla lettera A succede la lettera B, poi la lettera C, e così via, ma questo dà l’idea di un sapere disgregato, frantumato, che viene messo insieme in maniera puramente sommatoria. La massima impresa illuministica, l’Enciclopedia, consiste nel mettere assieme l’immagine del mondo come un mosaico con tante tessere; il mondo è concepito dagli illuministi come composto di tante entità separate, di tante entità finite, limitate.
Che cosa voglio dire con questo? L’Illuminismo aveva dato per scontato che la ragione non si può avventurare in campi come l’assoluto, la metafisica: non c’è una metafisica dell’Illuminismo; la ragione illuministica si applica esclusivamente al finito. Kant è un grandissimo illuminista, ma va anche oltre l’Illuminismo perché (a parte quanto vedremo nella Critica della ragion pratica e quanto potremo accennare della Critica del giudizio, in cui si apre decisamente la strada alla visione romantica del mondo) già nella Critica della ragion pura tocca il problema metafisico, che era stato trascurato dall’Illuminismo.
La nuova filosofia di Kant, che viene chiamata ‘criticismo’, si confronta con la metafisica, e anche se Kant riconoscerà che per le vie tradizionali il discorso metafisico non si può affrontare, in fondo aprirà una strada diversa per tentare un discorso su Dio, sull’anima, sul mondo, quindi sui grandi oggetti della metafisica.
“Criticismo” significa bilancio critico delle facoltà conoscitive umane. Col criticismo kantiano l’Illuminismo raggiunge il suo culmine e viene superato, ma raggiunge il suo culmine anche la filosofia moderna nella sua interezza, che aveva avuto il momento di massima accelerazione con Cartesio. Già con Campanella, ma con Cartesio in maniera più decisa, l’attenzione della filosofia si era spostata dal mondo, dall’oggetto, al soggetto della conoscenza, all’uomo e alle sue strutture conoscitive. Questo era stato vero per il razionalismo, ma era stato vero in gran parte anche per l’empirismo, la cui opera maggiore è il Saggio sull’intelletto umano di Locke, che segnala già nel titolo un’attenzione alle facoltà conoscitive umane.
Lo spostamento dell’attenzione, del baricentro della filosofia dal mondo oggettivo alle strutture del soggetto raggiunge l’apice nel criticismo kantiano. Kant conclude la filosofia moderna e apre quella contemporanea con un discorso sulle facoltà conoscitive dell’uomo. Questo discorso sboccia a un certo punto della biografia di Kant (1724-1804). Con la dissertazione De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis, con cui Kant si presenta nel 1770 alla carriera accademica, carriera che per lui inizia abbastanza tardivamente, si afferma una svolta del suo pensiero e di tutto il pensiero europeo. Nasce il criticismo che implica un profondo riesame delle filosofie precedenti e un bilancio delle facoltà conoscitive umane quali erano state identificate dalla filosofia dei secoli precedenti.
La filosofia del Seicento e del Settecento si era concretizzata nei due filoni dell’empirismo e del razionalismo. Kant, in due momenti successivi della sua stessa vita di studioso, è prima razionalista, poi empirista: in un primo momento aderisce al razionalismo nella forma tedesca, nella forma wolffiana e leibniziana, poi la lettura di Hume, del grande empirista inglese, lo risveglia dal “sonno dogmatico”, dall’adesione al razionalismo, e lo convince del fatto che la conoscenza ha sempre a che fare prima di tutto con l’esperienza sensibile. Nella formazione di Kant entrano dunque sia il razionalismo, sia l’empirismo. Kant si confronta con i due secoli che lo hanno preceduto, superandoli.
Per questo è importante, nell’esposizione del pensiero di Kant, partire dalle critiche che egli rivolge all’empirismo e al razionalismo: il vero punto di vista del criticismo kantiano non si può cogliere se non come superamento delle due scuole di pensiero precedenti, che, una per un verso, l’altra per l’altro, avevano portato a una crisi, a uno scacco del metodo filosofico e del metodo scientifico.
Per quanto riguarda l’empirismo, è noto che Hume stesso aveva dovuto fare confessione di scetticismo. L’empirismo, che vuole fondarsi sulla conoscenza sensibile, sulla conoscenza delle cose materiali per la via che sembra più concreta, paradossalmente era andato a sfociare nello scetticismo. Questo si può capire agevolmente: se mi affido alla conoscenza sensibile è chiaro che non riuscirò mai ad arrivare a una conoscenza che sia universale e necessaria, sarò sempre costretto a riferirmi a qualche cosa di estremamente limitato e, in fondo, alla mia stessa esperienza personale. Affidarsi ai sensi sembra un punto di forza, in realtà è fonte di estrema debolezza. Hume con la critica dell’idea di causalità aveva sgretolato le basi stesse della scienza; la scienza si fonda sul principio di causalità e sull’aspirazione ad arrivare ad affermazioni che siano valide per tutti e in ogni tempo (universali e necessarie). È evidente che tali affermazioni devono essere di una solidità ben diversa da quella che può essere fondata sui sensi, variabili da individuo a individuo. L’empirismo portava a un naufragio della scienza, a non poter affermare niente di sicuro, niente di universale. Addirittura Hume giunge a dire che soltanto affidandosi al buon senso si può dire che domani sorgerà il sole. Dalla prospettiva dell’empirismo non si può avanzare nessuna previsione sui fenomeni futuri, ma la scienza invece pretende proprio questo, di giungere a leggi universali, necessarie, che ci permettano di predire anche come andranno i fenomeni domani e dopodomani, oltre a sapere come sono andati oggi e ieri.
Il razionalismo era arrivato a uno scacco di carattere diverso, ma ugualmente dannoso per la scienza: con il suo metodo del tutto opposto, fondato sulle conoscenze a priori, non riusciva a spiegare come si può operare il salto dalle costruzioni a priori della mente al mondo a posteriori dell’esperienza. Esso si poneva su un piano di universalità, ma di un’universalità astratta. Se l’empirismo portava allo scetticismo, il razionalismo riusciva a conseguire universalità, ma un’universalità non accettabile da parte della scienza, perché consistente in costruzioni a priori, non verificabili nell’esperienza stessa. Il razionalismo si irrigidiva nel “dogmatismo”, nella pretesa di validità (non dimostrata) delle deduzioni a priori.
Nella seconda metà del Settecento, di fronte alla crisi di queste due scuole di pensiero, si erige la figura di Kant, il quale, nella Critica della ragion pura, demolisce e supera empirismo e razionalismo.
Intorno a che cosa si appunta la critica di Kant? Il conoscere, dice Kant, è giudicare: si ha una conoscenza quando si collega un soggetto con un predicato. Il giudizio è appunto unione di un soggetto con un predicato. La conoscenza scientifica consiste in una concatenazione di termini. La più elementare concatenazione di termini è il giudizio. Kant, analizzando come funzionano i giudizi nell’empirismo e nel razionalismo, ne riesce a mettere in rilievo la debolezza.
L’empirismo, col suo metodo induttivo, cioè col metodo che va dal particolare all’universale, e si fonda sui sensi, dava luogo a giudizi sintetici a posteriori. Che cosa sono i giudizi sintetici a posteriori? Sarà più facile capirlo ricorrendo a un esempio: «Il corpo è pesante». Perché questo giudizio è sintetico? Perché nel concetto di corpo non è implicita necessariamente la pesantezza, quindi soltanto verificando coi sensi la pesantezza del corpo si può dire che esso è pesante; e dire «il corpo è pesante» vuol dire sintetizzare, unire – sintesi in greco significa unione – due termini, “corpo” e “pesantezza”, che di per sé sono distinti. Questo giudizio è sintetico e, nello stesso tempo, è a posteriori. Perché soltanto dopo – a posteriori, dal latino “postea” – che ho fatto la verifica sensibile della pesantezza del corpo, posso dire che il corpo è pesante.
Riepiloghiamo: il giudizio è sintetico perché unisce due termini non necessariamente collegati fra loro, ed è a posteriori perché lo posso enunciare soltanto dopo che l’ho verificato con i sensi. Questo tipo di giudizio presenta un vantaggio: è produttivo di vera conoscenza in quanto il predicato mi dice qualche cosa di nuovo rispetto al soggetto, mi dà una conoscenza in più rispetto al soggetto. Un altro esempio di giudizio sintetico a posteriori potrebbe essere: «Il tavolo è verde». Nella nozione di tavolo non è implicito il fatto di essere verde. Che questo tavolo specifico sia verde lo posso dire soltanto dopo che l’ho visto, quindi a posteriori rispetto all’esperienza visiva, e unirò il verde, che è un concetto a sé stante, con quello di tavolo. Non sono due nozioni che si implicano reciprocamente, in maniera necessaria.
Vengo pertanto a sapere qualche cosa di nuovo del tavolo quando dico che esso è verde: il giudizio sintetico a posteriori degli empiristi è produttivo. A fronte di questo vantaggio c’è però un elemento negativo: questo tipo di giudizio non riesce mai a pervenire all’universalità e alla necessità della scienza, in quanto è fondato sui sensi. I sensi sono sempre stati considerati in filosofia come qualche cosa di soggettivo nel senso negativo del termine, cioè di variabile da individuo a individuo. Questi giudizi, essendo fondati sui sensi, sono soggettivi, e quindi non possono aspirare alla universalità e alla necessità indispensabili per la scienza. Per riepilogare: i giudizi sintetici a posteriori hanno il vantaggio di essere produttivi, di ampliare la conoscenza, ma presentano lo svantaggio di non raggiungere l’universalità e la necessità.
Dall’altra parte il razionalismo, con il suo metodo deduttivo, per cui si parte da affermazioni universali e si cerca di arrivare a conoscenze più particolari, si fonda su giudizi analitici a priori. L’esempio che fa Kant nella Critica della ragion pura è: «Il corpo è esteso». Questo giudizio è tipico del razionalismo. Perché è un giudizio analitico a priori? È analitico in quanto analizzando – anche analizzare viene dal greco e significa “sciogliere nelle componenti” – sciogliendo il soggetto, “il corpo”, nelle sue componenti, ritrovo già necessariamente l’estensione. Lo sappiamo dal concetto di res extensa di Cartesio: non ci può essere un corpo che non sia esteso, al concetto di corpo è connaturato quello di estensione.
Quindi, il giudizio: «Il corpo è esteso» è un giudizio analitico in quanto analizzando il soggetto ritrovo il predicato, ed è a priori perché non ho bisogno di verificare con i sensi l’estensione di un corpo: che un corpo è esteso lo posso sapere prima dell’esperienza sensibile per via di ragionamento, senza né vederlo né toccarlo. Il giudizio razionalistico presenta quindi questo vantaggio: è un giudizio assolutamente necessario. Visto che nel predicato non faccio altro che ripetere quello che è già presente nel soggetto, sono sicuro della verità, dell’assoluta necessità di quanto sto affermando.
Conseguito però il vantaggio della necessità non mi ritrovo più quello della produttività, della estensione delle mie conoscenze. Il giudizio analitico è sterile, non è produttivo: quando ho detto che il corpo è esteso, non ho aggiunto una nuova conoscenza a quella che già avevo col concetto di corpo, ho semplicemente sottolineato un aspetto di questo soggetto che è il corpo, ma non ho fatto un passo in avanti nella conoscenza, sono rimasto al punto di partenza. I giudizi analitici a priori sono necessari, sono universali – devono essere riconosciuti da tutti – ma non ci danno nuove conoscenze. La scienza però tende a un accrescimento continuo di conoscenze. Anche il giudizio razionalistico quindi non serve ai fini scientifici.
Ora, Kant sostiene che esistono giudizi che sono sintetici e a priori insieme: riesce a unificare gli aspetti positivi del giudizio dell’empirismo e di quello del razionalismo identificando i giudizi sintetici a priori.