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L'opera di Immanuel Kant

L'opera di Immanuel Kant ruota, come tutte le trattazioni filosofiche, attorno ad alcuni specifici problemi, ereditati dalla tradizione filosofica. Le grandi opere di Kant sono tre: La Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio.

Le tre critiche di Kant

La Critica della ragion pura risponde a una domanda relativa alle nostre possibilità di conoscenza, cioè Kant si chiede come e cosa possiamo conoscere.

La Critica della ragion pratica risponde alla domanda sulle modalità del nostro agire: come devo agire per essere morale?

La Critica del giudizio risponde al problema relativo alla bellezza: cosa è bello e perché qualcosa è bello? Relativamente alle opere d'arte o alle cose naturali.

La Critica della ragion pura

La Critica della ragion pura fa riferimento al problema della conoscenza. Che cosa io posso conoscere e come posso conoscere le cose? Kant non arriva per primo a trattare questi problemi, ma deve fare i conti con una tradizione che lo precede e che fondamentalmente ha risolto il problema in due modi: Leibniz sosteneva che il rapporto tra l'individuo conoscente e la realtà conosciuta non abbia il proprio cardine nella realtà empirica.

Noi, quando conosciamo una certa realtà, siamo in grado di dire che abbiamo una percezione di tipo sensoriale. Possiamo percepire con l'olfatto la realtà, vederla con la vista, toccarla col tatto, cioè possiamo apprezzarla da un punto di vista sensoriale. D'altro lato sappiamo anche che siamo dotati di una serie di criteri di ordinazione della realtà di tipo razionale, cioè siamo in grado di dire, sempre usando il senso comune, che la nostra ragione collabora alla formazione della conoscenza, quindi possiamo dire che sono investiti in questa esperienza conoscitiva sia i sensi che la ragione.

Leibniz sosteneva che la ragione avesse un ruolo fondamentale. Lui diceva che non possiamo affidarci ai sensi nella percezione perché Tizio vedrà questo tavolo opaco, Caio lo vedrà più lucente. La percezione empirica offertaci dai sensi è una percezione variabile, contingente, non solida e che non porta alla realtà. Viceversa, il ruolo che la ragione ha nella conoscenza, per Leibniz, è di tipo legislativo, cioè è la ragione che consente una conoscenza vera, universale e necessaria.

Conoscenza secondo Leibniz e Hume

Quando i filosofi parlano di conoscenza si preoccupano di capire come arrivare a una conoscenza solida e se sia possibile una conoscenza solida. Per Leibniz la possibilità di una conoscenza solida ci è data solo dal ruolo legislativo che la ragione riveste nell'ambito della conoscenza. Sono le leggi razionali che la nostra mente imprime a far sì che si possa avere una conoscenza razionale, vera, universale e necessaria.

Dall'altra parte, abbiamo un altro grande filosofo, Hume, che diceva che non è possibile alcun tipo di conoscenza universale e necessaria. Tanto meno è possibile parlare di un dominio della ragione. Ciò che noi conosciamo lo conosciamo con i sensi e poi tendiamo a considerare che esistano delle leggi universali, necessarie, assolute. Tendiamo a farlo ma non abbiamo nessun sostegno a questa tesi, non possiamo dimostrare che esista la possibilità di una conoscenza vera, universale.

Esiste la nostra abitudine di concepire le realtà in un certo modo, quindi noi ci abituiamo fondamentalmente che sorge il sole ogni giorno, e questa abitudine non è necessaria e universale. Niente ci garantisce che domani il sole smetta di sorgere: è la nostra abitudine che ci induce a vedere nel ciclo degli eventi qualcosa di stabile. Leibniz direbbe che le leggi razionali sono in grado di dirci cosa sta accadendo quando il sole sorge e se ne va e che accadrà anche in futuro perché sono delle leggi universali e necessarie che sono alla base del sapere scientifico.

L'opposizione tra ragione e sensi

Quindi, esiste una grande opposizione: da un lato chi sostiene la possibilità di individuare nella conoscenza un ruolo preponderante per la ragione, dall'altro lato chi, come dice Hume, non esiste niente di universale e necessario. Tutto ciò che noi conosciamo lo conosciamo con i sensi e i sensi hanno un ruolo fondamentale nell'ambito della conoscenza. Oltre i sensi non si può andare. Kant cerca di portare a sintesi queste due tradizioni, cioè cerca di dimostrare che c'è del vero in entrambe e la Critica della Ragion Pura altro non è che l'esito di questo tentativo.

L'analisi dei giudizi di Kant

Per elaborare una teoria che regga da questo punto di vista, Kant parte dall'analisi dei giudizi. Noi quando conosciamo le cose siamo in grado anche di esprimere dei giudizi (es. la rosa è rossa), il che significa attribuire un predicato a una determinata realtà e significa quindi articolare un giudizio. Kant dice che conoscere è come articolare un giudizio. Ogni volta che noi conosciamo non stiamo facendo altro che associare delle qualità a determinate realtà.

Quanti tipi di giudizio esistono? Esistono, secondo Kant, tre tipi di giudizio:

  • Giudizio analitico a priori: è un giudizio che secondo Kant è tipico del razionalismo. Questo tipo di giudizio è quello in base al quale noi sostanzialmente affermiamo di un soggetto un qualcosa che è già contenuto nella nozione del soggetto (es. i corpi sono estesi). Il fatto che i corpi siano estesi, la qualità dell'estensione che è tipica dei corpi è già contenuta nella definizione della parola corpo. Non c'è quindi bisogno che io dica i corpi sono estesi. Se lo dico sto articolando un giudizio che non si serve dell'esperienza, è a priori rispetto all'esperienza. È analitico in quanto si limita ad analizzare una qualità che è già presente nel soggetto dell'affermazione ed è a priori in quanto non aggiunge niente: non sto scoprendo niente di nuovo rispetto alla realtà.
  • Giudizio sintetico a posteriori: un giudizio che effettivamente aggiunge qualcosa al soggetto. Se io dico la rosa è rossa, sto determinando un giudizio sintetico a posteriori, ovvero un giudizio dal quale io apprendo qualcosa in più sulla realtà che ho di fronte, ma è a posteriori perché l'ho constatato attraverso l'esperienza. Il problema è che il giudizio analitico a priori non mi consente di apprendere niente di nuovo, non incrementa la conoscenza. Il giudizio sintetico a posteriori è indubitabilmente accrescitivo perché io comunico un'informazione nuova al mio eventuale interlocutore dicendo che la rosa è rossa, cosa che magari lui non sapeva. Questo non ha carattere di universalità e non è necessario ed è il tipo di giudizio empirista. Hume direbbe sì, sono gli unici giudizi che possiamo esprimere perché sono quelli che noi facciamo con l'esperienza.
  • Giudizio sintetico a priori (non ancora trattato nel testo)

Leibniz direbbe sì, è un giudizio che starebbe in piedi e...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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