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I medicamenti del duca

Dalla carità alla sanità: la reformatione del 400

Gli hospitalia creati e gestiti dai monaci erano luoghi caritativo-assistenziali aperti a chiunque, quindi tutti potevano godere di assistenza generica. Tutti i servizi erano svolti nelle sale dove i malati venivano collocati a caso su enormi letti, ciascuno destinato ad accogliere da uno a quattro infermi. Verso la metà del 400 questo modo di intendere la struttura e l’assistenza ospedaliera cambiava radicalmente. Una riforma di tipo giuridico-amministrativa modificava la gestione dell’ospedale: un importante rinascimento medico andava a realizzare una nuova sanità. Caratteristica fondamentale di questa reformatione era il passaggio da ospizio ad ospedale: non era più la carità a guidare l’assistenza ai bisognosi, ma la sanità che rivendicava il suo ruolo di curare gli ammalati.

I religiosi cedevano quindi posto ai laici nella gestione dei luoghi di cura, e il governo della sanità passava alle autorità preposte alla tutela dei bisogni dei cittadini. La riforma ospedaliera interessò in breve tempo tutta l’Italia ma trovò maggiore realizzazione all’Ospedale Maggiore di Milano. Era iniziato così un processo di razionalizzazione dell’assistenza ospedaliera. Il nuovo modello organizzativo prevedeva la distinzione tra malattie acute e croniche; malati acuti, quelli per i quali vi era una cura con speranza di guarigione nel nuovo grande ospedale milanese mentre negli ospedali satelliti i malati cronici. La divisione e lo smistamento dei malati era compito di medici-fisici e chirurghi. Questo rinnovamento ospedaliero segnava l’inizio di una nuova fase di assistenza medica: gli ospedali diventavano specifici luoghi di ricovero e cura dove la carità era sostituita dalla sanità.

Gli speziali ospedalieri: nascita di una professione

I medicamenti costituivano l’armamentario terapeutico più importante dei medici-fisici nell’ambito della cura razionale dei malati praticata nei nuovi ospedali. L’approvvigionamento dei farmaci rappresentava un problema di fondamentale importanza, e la distribuzione dei medicamenti all’interno degli ospedali diventava una regola costante e quotidiana. Questa necessità rendeva poco pratico e poco economico l’acquisto di medicamenti esternamente all’ospedale; questo portò all’istituzione all’interno dell’ospedale di una spezieria che fosse in grado di rispondere ai crescenti bisogni farmaceutici.

Nasce così, e ne è modello l’ospedale milanese, la figura del maestro speziale. I documenti relativi all’ospedale milanese riprendono uno schema contrattuale fra ospedale e speziale che sembra essere abituale, generalmente annuale e rinnovabile. Lo speziale prescelto (da una commissione composta da frate e medico) aveva l’obbligo di vivere all’interno dell’ospedale (in caso contrario rinunciava all’incarico), era tenuto al servizio notturno e somministrava personalmente le medicine ai malati. Similari impegni per lo speziale sono risultati nei documenti dell’Ospedale San Matto di Pavia.

Gli scopi di chi reggeva i grandi ospedali erano due: uno principalmente medico-sanitario e l’altro economico-amministrativo, mirante a produrre funzionamento efficiente e una spesa controllata per evitare sperpero di denaro pubblico. I “medicamenti del duca” (come venivano chiamati quelli utilizzati all’Ospedale Maggiore) dovevano essere validi, e insieme economici. Nasce quindi la figura di speziale ospedaliero, mestiere che richiede dedizione, attenzione, impegno a tempo pieno e capacità d’interazione con i medici dell’ospedale. Speziale e aiutanti avevano il compito di preparare farmaci richiesti, gestire la spezieria, seguire il medico per ottenere le prescrizioni e assicurarsi che i pazienti prendessero le medicine. Il loro lavoro richiedeva competenza tecnica e disponibilità umana. Lo speziale rivestiva dunque un ruolo importante anche se la condizione rimaneva sempre quella di uno stipendiato di rango minore, con compenso dimezzato rispetto al medico. Il modello italiano di spezieria ospedaliera fu scuola.

Mestiere che cambia in un mondo che muta: da semplici vegetali a composti alchemici

Le spezierie ospedaliere rinascimentali non differivano molto dalle botteghe private. L’officina apotecaria era arredata con mobilio in legno, con esposti ricchi vasi decorati che spesso riproducevano il simbolo dell’ospedale di appartenenza. Scatole di legno per i medicamenti sotto forma di erbe, contenitori in vetro, mortai di marmo, ecc. La pillola era il medicamento principe, di forma sferica e consistenza solida; venivano ricoperte spesso da foglie di oro o argento e verniciate per essere protette da agenti atmosferici. Era di comune consultazione il Pillolarium, testo magistrale che indicava la preparazione.

Le spezierie inoltre dovevano essere ben fornite di piante medicinali nostrane ed esotiche, polveri animali e minerali, per preparazione di più forme medicamentose: linimenti, cerotti, pomate, unguenti, empiastri, cataplasmi, eluttuari, trocisci, elisir, sciroppi, colliri, lozioni, acque profumate, loch, giuleppe, tinture, rob, oli e vini medicati. Questi ultimi erano di particolare importanza nell’ambito ospedaliero. Es: vino bianco, vino naturalmente lassativo, vino rosmarinato, vino barbanico, vino raspativo, salviato, estivo, mellito, rigenerativo, vino all’oro spento (vero toccasana), ecc. Se niente dava sollievo allora si passava al remedium magnum: la triaca, o teriaca, panacea universale, con certa efficacia, e massima efficacia intorno ai dieci anni.

La farmacologia vegetale costituiva la base principale dei rimedi naturali approntati dagli speziali. L’apprendimento e la circolazione di questi saperi vennero accelerati con l’avvento della stampa nel 1450. Si avviava così un rinascimento della farmacologia vegetale. La scienza dei farmaci però a metà 500 conobbe un processo di revisione e innovazione: la rivoluzione farmacologica era strettamente legata all’idea di Paracelso nell’intendere la medicina. Il farmacista paracelsiano era radicalmente diverso dallo speziale di tradizione. Si disegnava così il concetto di effetto placebo.

La grammatica dello speziale

I sillabari dello speziale: formulari e farmacopee

La Grammatica a cui si riferiva Capello nel suo ‘Lessico farmaceutico’ era riferito alle informazioni desumibili dai ‘libri di formule’ o ‘elenchi di medicamenti’ che lo speziale era tenuto a conoscere e a consultare per la corretta preparazione dei rimedi. Formulari e farmacopee erano i sillabari dello speziale e non potevano mancare sul bancone dell’officina farmaceutica ospedaliera. La necessità di razionalizzare la preparazione e di contenere i costi fece sì che ogni spezieria ospedaliera si dotasse di un proprio corredo di libri, formato principalmente da classici trattati della farmacologia arabo-medioevale.

Accanto a questi vi erano anche formulari più modesti, come il Pillolarium, integrati da semplici elenchi di medicamenti, raccolte di ricette e formule elaborate. Per eliminare le disomogeneità, nel 1948 venne stampato a Firenze il Ricettario Fiorentino, la prima vera Farmacopea Ufficiale, divisa in tre sezioni: la prima conteneva indicazioni sulla figura dello speziale, la seconda costituita da 18 capitoli, ognuno riguardante una specifica forma farmaceutica, la terza riportava alcune regole fondamentali sulle composizioni e preparazioni e trattava pesi e misure utilizzabili in spezieria. Le Farmacopee furono quasi tutte compilate da medici, solo poche da commissioni di medici e farmacisti.

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Scienze biologiche BIO/14 Farmacologia

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