Introduzione
La parte più evoluta della borghesia italiana era giunta preparata al crollo dell’ancien régime determinato dalla vittoria ideologica e politica della Rivoluzione Francese. Avvalendosi della propria cultura, imperniata su valori razionalistici e illuministici e consapevole della propria forza economica, influì subito il ruolo istituzionale che era chiamata a svolgere. In tale prospettiva, essa promosse nelle varie regioni della penisola un vivace e acceso dibattito sullo stato e sul potere, dibattito caratterizzato da forti tinte rivoluzionarie che mirava a formulare un disegno politico alternativo alle monarchie assolutistiche del '700 e alle visioni oligarchiche delle repubbliche aristocratiche. Sulla base di questi, la borghesia avrebbe potuto partecipare al potere con le varie dinastie e con i ceti nobiliari, e avrebbe addirittura potuto gestirlo da sola.
Lo strumento attraverso il quale questa classe emergente avrebbe potuto esprimere e attuare la propria volontà, mirante a far sì che potesse assurgere a "rappresentante del popolo", fino ad allora ai margini della gestione del potere, fu la Costituzione. Documento con cui venivano determinati i limiti e le modalità di esercizio del potere, parallelamente agli obblighi e le restrizioni imposte dalla convivenza civile. Attraverso esso veniva stabilito un nuovo fatto sociale tra governanti e governati conforme a uno stato non più aristocratico ed oligarchico, ma liberale.
Nell’ultima fase del secolo, furono elaborati numerosi progetti costituzionali tra loro profondamente diversi a causa della differente personalità e dei differenti orientamenti dei singoli pubblicisti. Tra questi ricordiamo:
- Giuseppe Gorani e Francesco Maria Gianni cercarono di realizzare i postulati di un embrionale costituzionalismo in Corsica. Gorani, aspirando alla corona, aveva come modello una monarchia limitata come quella britannica, mentre Gianni, ispirato agli ideali di Rousseau, aveva come modello forme di democrazia diretta e partecipativa.
- Giovanni Francesco Gianni e Paolo Maggi elaborarono progetti di riforma dell’organizzazione statuale del Granducato di Toscana. Gianni cercava di attuare una forma di collaborazione nella gestione del potere tra i possidenti locali e l’attività del Granduca, mentre Maggi si ispirava a principi e ideali più progressisti e riformisti.
- Pietro Verri, ispirato anch’egli a un moderato riformismo, elaborò un progetto di riforma dell’organizzazione statuale della Lombardia austriaca, fondata su un accordo tra la dinastia degli Asburgo e la ricca borghesia lombarda.
- Scipione Piattoli propose una riforma dell’assetto statale della Polonia di Poniatowsky, cercando di opporre alla oligarchia feudale la forza congiunta della monarchia e del ceto medio.
Pur nascendo in differenti contesti storico-culturali, ciò che accomunava tali progetti era l'idea della "partecipazione della borghesia" alla gestione del potere. Tuttavia, allorquando ci fu in Francia l’avvento del regime costituzionale, tali progetti riformisti, miranti alla graduale intesa tra le oligarchie aristocratiche e i ceti borghesi come limite alla monarchia, lasciarono il campo e furono soppiantati da quei progetti che, avendo come base l’esperienza francese, cercarono di affermare la concezione democratica della sovranità popolare.
Ciò fu confermato dalle congiure di Bologna e di Napoli (1794) che rivelarono l’adesione dei giacobini italiani ai principi sanciti dalla Costituzione dell’Anno I (1793), che essi volevano rendere vigente soprattutto nelle regioni meridionali, dove più forte era la reazione dei conservatori, fautori del potere monarchico e feudatario. Questo dimostrava come la rivendicazione della sovranità popolare e l’affermazione del principio di uguaglianza e della necessità della conduzione della cosa pubblica da parte della borghesia rendevano ormai le prospettive di pluralismo classista che mirava a realizzare un governo fondato sul bilanciamento del potere tra monarchia, nobiltà e borghesia un lontano ricordo del passato.
Gli albori costituzionali dell’Italia ebbero come punto di riferimento la Costituzione dell’Anno II (1795) caratterizzata da un modello di gestione del potere fondato sul censo e sulla centralizzazione cui la borghesia italiana aderì non soltanto per la comunanza di ideali con il ceto intellettuale francese, ma anche per la necessità dettata dalla crescente forza economica di rifiutare modelli alternativi di gestione del potere.
La previsione di un’assoluta separazione dei poteri tra governo ed assemblee, un corpo legislativo bicamerale eletto a suffragio non troppo ristretto costituivano le caratteristiche principali della Costituzione dell’Anno III, che ne avevano determinato l’encomio da parte di tutta l’Europa, in quanto strumento normativo capace di segnare la fine di tutte le rivolte e le tensioni interne agli Stati. Tuttavia, l’esperienza l’aveva rivelata non idonea a fronteggiare la situazione contingente.
Le insufficienze e le lacune della Costituzione del 1795 portarono al suo superamento. Fu proprio quel documento la causa delle paralisi degli organi sociali, dei conflitti tra poteri pubblici e dei contrasti politici, portando al progressivo innalzamento del ruolo dell’esercito e del peso dell’apparato burocratico potenziati dalla Rivoluzione.
Con l’avvento di Napoleone, la situazione mutò profondamente in quanto la gestione del potere, consolare prima e imperiale poi, tendeva alla concentrazione di ogni potere decisionale al vertice dello Stato. Ma proprio l’autoritarismo statualistico ed accentratore di Bonaparte agevolò, razionalizzandolo, la posizione della borghesia alla guida dello stato, né tanto meno Napoleone, che era erede della Rivoluzione, poteva proporre il "governo misto" auspicato dalle forze conservatrici.
Ciò che caratterizzò la vita della penisola tra il 1800 e il 1815 fu l’emergere e il consolidarsi della visione centralizzata e statualistica della cosa pubblica. Ma già durante il cosiddetto Triennio Giacobino le repubbliche della penisola, ispirandosi al modello francese, perseguivano il consolidamento dei poteri statali e l’accentramento delle funzioni pubbliche senza riuscire nel loro intento per le mancanze strumentali della società e per l’insufficienza dei mezzi politici di cui poterono disporre le classi divergenti.
In età napoleonica, il ceto dirigente, data la sua maggiore consistenza numerica rispetto alla borghesia giacobina e grazie alla sua maggiore potenza economica derivante dagli acquisti dei beni espropriati alla Chiesa e ai nobili, vide nell’accentramento dei poteri dello Stato e nella gestione statualistica della società uno strumento per gestire dall’alto l’intera vita sociale. In ogni caso, quando venne meno il regime napoleonico, non poté venir meno l’egemonia borghese sulla società dal momento che questa aveva ormai compreso il ruolo che era chiamata a svolgere nella vita civile e sociale.
Perciò i sovrani restaurati dopo il Congresso di Vienna si sarebbero solo potuti illudere di ripristinare forme di governo misto, che poteva in qualche modo rievocare la struttura oligarchica e aristocratica dell’ancien régime, in quanto l’abrogazione degli statuti napoleonici non era sufficiente a compromettere l’omogeneità della società né a far venir meno i contenuti che le strutture amministrative e giudiziarie d’età napoleonica avevano impresso all’organizzazione degli stati.
Il potere dinastico, pur uscendo dal Congresso di Vienna rafforzato, si rese conto che non poteva prescindere dall’intesa con le altre forze sociali. Sorsero la cosiddetta monarchia amministrativa, in cui l’efficienza del sistema napoleonico era garantita dalla collaborazione tra nobiltà e borghesia, mentre la conduzione della vita pubblica fu affidata alla monarchia. Ciò portava al mantenimento degli istituti amministrativi e giudiziari introdotti dalla Rivoluzione Francese.
Ma era assurda la concezione di un’amministrazione distinta dalla politica, in quanto le scelte amministrative e tecniche rispondono sempre a finalità generali e quindi politiche. Perciò l’idea di una monarchia amministrativa, in cui si riservavano alla Corona le decisioni politiche e si utilizzavano i contributi delle altre classi in un’attività amministrativa fine a se stessa, si rivelava illusoria. Anche perché era illusorio che la borghesia potesse accettare di buon grado di essere estromessa dalla gestione diretta del potere, rinunciando alle conquiste fatte.
Fu proprio questo contesto a suscitare i moti rivoluzionari del 1820-21, nel corso dei quali i rivoluzionari, sul piano del diritto pubblico, s’ispirarono a tre modelli costituzionali:
- Costituzione di Cadice (1812), a sfondo democratico, in quanto garantiva un notevole potere della borghesia nell’ordinamento attraverso un sistema parlamentare monocamerale.
- Costituzione Siciliana (1812), a base aristocratica, accolta favorevolmente dalle oligarchie-feudali che, essendosi sottratte all’occupazione francese, erano rimaste estranee all’opera accentratrice compiuta da Napoleone nel resto d’Italia.
- Costituzione Francese (1814), molto istituzionale, mirante a realizzare un compromesso tra la monarchia da un lato e l’aristocrazia ereditaria e la ricca borghesia terriera dall’altro, elette rispettivamente nella Camera Alta e nella Camera Bassa.
Fu proprio il carattere popolare del testo a rendere la Costituzione di Cadice il modello al quale si rifacevano i gruppi rivoluzionari del Regno di Sardegna e del Regno delle Due Sicilie. Essi ne esaltavano le norme liberali, credendo in loro lo strumento che poteva garantire nuovamente alla borghesia l’egemonia nella vita sociale, che aveva in parte perso nel corso della Restaurazione. Anche se a ben guardare la società italiana non era in grado di recepire tale modello d’organizzazione politica in modo automatico. Era, infatti, impensabile che a Napoli o a Torino la borghesia potesse essere in grado di raccogliere tutte le proprie forze per governare da sola, dovendo fronteggiare le ostilità delle dinastie che, attraverso la loro influenza, erano capaci di condizionare le plebi prive di una coscienza politica. Proprio la mancanza di coscienza da parte del ceto dirigente dell’impossibilità di essere appoggiati dai ceti subalterni, per istinto favorevoli alla conservazione monarchica, aprì un acceso dibattito politico nel corso del biennio 1820-21, incentrato soprattutto sull’opportunità delle scelte della Costituzione di Cadice come modello per il quale combattere e se non fosse conveniente contemperare il carattere democratico e popolare di questa costituzione con modifiche sostanziali. Addirittura sull’opportunità di scegliere come modello un’altra Costituzione meno omogenea e più variegata nelle sue componenti di classe (Costituzione di Francia del 1814).
Questa era, infatti, più accetta agli ambienti moderati e filomonarchici e aristocratici, in quanto riservava ampi spazi di potere alla Corona e tutelava certe posizioni nobiliari. Al tempo stesso sembrava riflettere meglio di ogni altra le aspirazioni borghesi a un costituzionalismo moderato che la borghesia voleva appunto conseguire dopo il fallimento delle speranze del 1820-21, a causa dell’impulso che ne aveva guidato la rivoluzione per la conquista del potere. Dopo i moti del 20-21, la borghesia comprese che non poteva prescindere dall’accordo con la dinastia per fare salve le conquiste civili e amministrative della Rivoluzione, ma tale accordo divenne sempre più difficile a causa della diffidenza delle corti italiane verso ogni progetto costituzionale.
Un dato rilevante sul piano politico-istituzionale fu l’introduzione di semplici organi consultivi, favorita dal Metternich dopo la conferenza di Lubiana, nel tentativo di moderare certe aspirazioni borghesi a una maggiore partecipazione al potere. Furono, infatti, create numerose rappresentanze borghesi inquadrate in un sistema piramidale con al vertice le Consulte o i Consigli di Stato, destinati a fiancheggiare l’azione governativa in quanto erano investite del compito di esprimere al potere dei pareri non vincolanti in materia amministrativa e politica. Tali rappresentanze costituivano un modo esemplare di composizione di interessi tra loro confliggenti, in quanto erano viste dai conservatori come l’argine estremo contro le aspirazioni della borghesia e dagli esponenti liberali come un passo verso l’introduzione di una monarchia rappresentativa a base parlamentare.
Capitolo 1
Le costituzioni del 1848 e lo Statuto Albertino
Fu proprio il fallimento della consulta di Stato e il crollo della mitizzata monarchia consultiva a segnare il trionfo dell'esigenza di uno statuto, che era stato uno dei motivi dominanti del pensiero politico liberale della prima metà dell’800. Sul piano politico-letterario, Cesare Balbo aveva dapprima (Speranze d’Italia) giustificato le consulte in una prospettiva gradualistica come la prima tappa degli ordinamenti rappresentativi, ma giunse necessariamente (dalla monarchia rappresentativa in Italia) a mostrare come le consulte realizzavano una “forma ibrida e falsa” in quanto non si poteva ammettere un tertium genus tra l’assolutismo e il costituzionalismo.
Vanno completamente a svanire quel senso di reazione e di rifiuto dell'ideologia costituzionale che aveva caratterizzato le opere di alcuni ideologi conservatori quali il De Maistre, che vedeva nella emanazione della costituzione una “lesione del diritto divino del re”, e il Burke, che asseriva la superiorità assoluta dei regimi tradizionali e consuetudinari. Ciò era la base di un’attenta riflessione degli esperti politici che avevano caratterizzato le esperienze costituzionali della Francia e dell’Italia tra il 1789 e il 1814, in quanto la lotta per la costituzione si identificava nella lotta per la libertà.
Il fatto che si trattava di chartes octroyées, cioè di statuti elargiti dal sovrano, non mutava la situazione di legame tra la cultura politica e le vicende del liberismo europeo, in quanto il carattere unilaterale della corte era una finzione visto che il sovrano non poteva né abrogarla né modificarla. Negli ambienti letterari (Romagnosi, Constant, Rossi, Balbo) era fortissima la suggestione suscitata dall’idea della costituzione come strumento che realizza una monarchia rappresentativa, come aveva insegnato l’esperienza francese, visto che la Francia aveva cercato sempre di realizzare la forma più adatta per le esigenze di una realtà liberale trovandola nella monarchia rappresentativa introdotta dalla Corte del 1814, perfezionata nel 1830. Questa corte, come già visto, costituiva, nonostante la riaffermazione del diritto divino del re, la prima testimonianza, sia pure molto moderata, dell’adesione a un regime legato ai presupposti del liberalismo europeo.
La carta francese del 1830, conosciuta grazie all'apologia fattane dal Rossi (il maggiore costituzionalista italiano del primo '800), presentava una sintesi dei pregi di tutte le esperienze politiche vissute dalla Francia e dall’Europa, dimostrando peraltro la necessità di superare il testo del 1814 (emanato da Luigi XVIII) in quanto questo era sorto da un compromesso tra le concezioni monarchiche dell’ancien régime e il principio della sovranità nazionale elaborato dalla rivoluzione con tutti i limiti di questa sua origine.
Secondo la carta del 1814, il monarca era il titolare del potere esecutivo e giudiziario, mentre divideva il potere legislativo con le due camere su cui, tuttavia, aveva una forte influenza potendo:
- Convocare e prorogare le camere;
- Indicare le elezioni;
- Promuovere le leggi, spettando al parlamento soltanto la discussione secondo l’impostazione britannica che vedeva nel sovrano il “king in Parliament”.
Il Rossi aveva posto la sua attenzione sui limiti intrinseci della Corte del 1814 e individuò nell’interpretazione antiparlamentare e reazionaria fatta da Carlo X il motivo della crisi. Carlo X cercò di impedire il consolidamento del sistema parlamentare rinunciando al rapporto fiduciario tra governo e camere e restringendo la libertà politica della nazione con la limitazione della libertà di stampa e con la sottrazione del potere normativo alle camere.
La carta del 1830 emanata dopo la salita al potere di Luigi Filippo fu valutata positivamente da Rossi, in quanto non era più “octroyée” essendo stata stabilita di comune accordo tra il sovrano e la camera. Anche se formalmente doveva essere la ritrazione della corte del 1814, in realtà se ne discostava profondamente. Luigi Filippo, nel tentativo di contemperare il principio della legittimità dinastica con quello della sovranità popolare, si rivelò profondamente innovatore in senso democratico-liberale perché soppresse il potere d’ordinanza, emanò numerose garanzie che prevedevano la concezione di libertà, trasformando la paria da ereditaria in elettiva.
Sono fattori che rendono la corte del 1830 aderente al carattere borghese impresso dalla rivoluzione alla politica della Francia e che trova un altro elemento di notevole rilevanza nel rapporto di fiducia che lega il governo detentore del potere esecutivo al parlamento. In tale clima, sorge anche la Costituzione Belga (1831), che ripeteva il primato del Parlamento in un ordinamento costituzionale, stabilendo l’elettività della Camera Alta, la differenziazione tra i due rami del Parlamento e prevedendo diverse condizioni per l’eleggibilità sulla base della capacità e del censo (i senatori erano eletti per otto anni da un corpo elettorale ristretto, i deputati erano eletti per quattro anni da un elettorato più ampio).
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