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Storia della cultura francese - Appunti

Appunti di Storia della cultura francese sui seguenti argomenti trattati: l'Ancièn Regime in Francia e la Rivoluzione francese, la Costituzione del 1795, il triennio giacobino, il periodo napoleonico, Costituzione di Cadice del 1812, la Costituzione siciliana del 1812, le Costituzioni del 1848 in Italia e lo Statuto albertino. Vedi di più

Esame di Storia della cultura francese docente Prof. C. Ferrandes

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Parlamento e prevedendo diverse condizioni per l’eleggibilità sulla base della capacità e del censo

(i senatori erano aletti per otto anni da un corpo elettorale ristretto, i deputati erano eletti per

quattro anni da un elettorato più vasto) e il REFORM BILL che sancisce la preminenza del

Parlamento inglese e che riordinando le aristocrazie elettorali ha triplicato il numero degli aventi

diritto al voto da 150.000 a 450.000 permettendo la costituzione di contenuti liberali.

L’esperienza degli Stati dell’Europa occidentale che aveva dimostrato che monarchie

rappresentative erano funzionali al consolidamento dei poteri della borghesia ebbe per l’Italia un

carattere esemplare; tuttavia la resistenza dei sovrani ad abbandonare gli schemi della monarchia

consultiva era molto forte perché le monarchie avevano garantito la coesione popolare. Per questo

motivo la borghesia non poteva prescindere dall’accordo con la Corona soprattutto alla luce del

fallimento dei moti rivoluzionari; a questa visione moderata e gradualista si richiama il Progetto di

Costituzionale per l’Italia fatta libera e indipendente dell’anno 1835 di contenuto democratico e

d’ispirazione unitaria. Intanto, sempre più si andava diffondendo l’idea che la lotta per la

costituzione equivalente alla lotta per la libertà; ciò era confermato da Rossi che definiva la

Costituzione “la legge dei paesi liberi che si sottrassero al regno del privilegio” perciò quando nel

1848 trionfarono le esigenze statutarie nella penisola, queste trovarono un terreno molto fertile

preparato dalla diffusione delle idee liberali e per questo s’imposero naturalmente ad un’opinione

pubblica che vedeva nella costituzione un coronamento alle proprie aspirazioni politiche. I fermenti

che agitavano al fondo la società europea erano molto complessi e diversi secondo le varie

situazioni nazionali e secondo il livello di sviluppo raggiunto dai vari paesi; la tensione politica che

rendeva instabile l’assetto interno e internazionale degli stati europei fino al ’48 si articola in due

filoni:

1. LE LOTTE LIBERALI E NAZIONALI nei paesi politicamente divisi o dipendenti dal

regime assolutistico (Italia, Austria, Ungheria);

2. RIVENDICAZIONI DEMOCRATICHE nei paesi che già avevano un ordinamento

costituzionale moderato;

Di là da tali differenze non mancavano elementi comuni che diedero alla rivoluzione del ’48

un’impronta unica ed europea; il più importante fu il ruolo svolto dalle correnti democratiche. La

scintilla della rivoluzione si accese in Italia e fu rappresentata dall’elezione a Papa, di Pio IX

intorno al quale sorse un clima di forte attesa (essendo stato eletto da un candidato apertamente

conservatore quale il LAMBRUSCHINI); tal entusiasmo indusse i democratici a denunciare le

esiguità dei risultati raggiunti dal riformismo moderato e ravvisare nella lotta rivoluzionaria lo

strumento per ottenere la costituzione e conquistare la libertà. L’attività rivoluzionaria suscitò la

reazione dei governi ma la reazione non riuscì ad avere la meglio in Sicilia dove a Palermo il 12-

01-’48 ci fu un’insurrezione guidata da Pilo e Lamasa che prevalse sulle forze borboniche costrette

ad abbandonare la città in cui fu adottata la costituzione del 1812. La rivoluzione s’intese al resto

del mezzogiorno e a Napoli, Ferdinando II invocò l’intervento degli austriaci reso impossibile da

Pio IX a consentire il passaggio delle truppe sul proprio territorio; Ferdinando II fu costretto a

cedere e a promulgare una costituzione l’11-02-48 e tale evento travolse anche la resistenza degli

altri sovrani; infatti, il 17-02-48 fu pubblicata la costituzione in Toscana;

Il 14-03-48 fu pubblicata la costituzione nello STATO PONTIFICIO;

Si tratto comprese le costituzioni del regno di Sardegna e del ducato di Parma) di COSTITUZIONI

OTTRIATE concesse dal sovrano o da lui accettate per il precipitarsi degli eventi; solo lo

STATUTO DEL REGNO DI SICILIA e la costituzione della repubblica romana (1849), redatta da

un’assemblea costituente appositamente eletta, si sottraggono a tale carattere ottriato il quale fu al

centro di un dibattito poiché da un lato le forze liberali vedevano nella costituzione non un dono

elargito da un sovrano ma una CONVENZIONE o un PATTO tra questo e la nazione, dall’altro lato

gli ambienti aristocratici volevano rimanere legati allo schema dell’octroi francese del 1814 e

quindi affermavano il carattere spontaneo e volontario dell’azione del sovrano. Il modello cui gli

“STATUTI del 1848” si ispiravano era la costituzione francese (molto istituzionale) del 1814

perfezionata nel 1830 e la costituzione belga del 1831 fatta eccezione per lo statuto del regno di

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Sicilia ispirato alla Costituzione a sfondo democratico del codice del 1812 e per la costituzione

della repubblica romana il cui contenuto repubblicano la avvicinava a quella francese del 4-11-48.

Tali statuti erano CARTE BREVI, che più che prevedere le norme disciplinanti l’azione del potere

politico, cercavano di evidenziare le differenze tra il tipo d’organizzazione statale che esse

proponevano e l’assolutismo fino allora esercitato dai sovrani. In particolare:

1 Il POTERE LEGISLATIVO fu cumulativamente affidato al re e alle due camere ( ma di

nomina regia, l’altra elettiva)

2 Il POTERE GIUDIZIARIO fu subordinato alle attività del POTERE ESECUTIVO.

L’organizzazione statuale delineata era quella di una MONARCHIA COSTITUZIONALE PURA

in cui i pubblici poteri tra loro interdipendenti erano sottoposti alla volontà del re titolare peraltro

del potere di svolgere l’attività d’INDIRIZZO POLITICO con l’ausilio di ministri ( il

MINISTERO è emanazione del sovrano che ritiene il ministro responsabile nei suoi confronti

d’ogni azione politica) perciò le prerogative del re erano molto più forti di quelle parlamentari dal

momento che alla Camera elettiva spettava una funzione di generico controllo sull’attività

governativa, controllo privo d’ogni sanzione efficace in quanto non si poteva ravvisare un reale

contenuto alla messa in stato d’accusa dei ministri. Era tuttavia molto difficile contemperare le

tendenze conservatrici delle dinastie e le aspirazioni del ceto borghese che aveva individuato il

limite di tali statuti che attribuivano la prevalenza alla corona ma che comunque sulla base

dell’esperienza francese erano convinti che così come la CARTA del 1830 poi portò alla creazione

di un REGIME PARLAMENTARE, anche gli statuti potevano produrre tali effetti ad esso

favorevoli.

Ma sia a Napoli, che in Toscana, i sovrani assunsero un comportamento ipocrita e ambiguo che

portò alla crisi della alleanza tra essi e le classi borghesi e fu proprio la rottura di tale alleanza a

determinare la desuetudine e l’abrogazione degli statuti del 1848 per la loro incompatibilità con la

condotta assolutistica e reazionaria dei sovrani che le avevano emanate sotto la spinta

rivoluzionaria. L’unica eccezione fu lo STATUTO ALBERTINO destinato a convogliare tutte le

speranze di coloro che aspiravano ad una nazione unita su base costituzionale e liberale, mentre le

altre costituzioni cessarono di esistere. Ciò accadde a Napoli dove fu repressa dai Borboni una

sommossa popolare il 15-05-48. Diversa fu la vicenda dello Stato della chiesa: in seguito alla

uccisione del presidente del consiglio Pellegrino Rossi, il Papa PIO IX si rifugiò a GAETA e i

democratici approfittarono di tale situazione per eleggere un’assemblea costituente che proclamò la

fine temporale e l’istituzione della Repubblica che avrebbe dovuto comprendere anche la Toscana,

essendo il granduca Leopoldo II fuggito a Gaeta col Papa. Ma ben presto i grandi proprietari

terrieri e il loro clero rovesciarono il governo democratico al quale la prevalenza del Guerrazzi

( che governava con il MONTANELLI e il MAZZONI) aveva dato un’impostazione demagogica.

Più tenace fu la resistenza dei patrioti che collaborarono tra loro per sorreggere la Repubblica

Romana; Luigi Bonaparte per ottenere l’appoggio dei clericali francesi cercò di riportare sul trono

PIO IX e a tal fine inviò a Roma una spedizione guidata dal generale OUDINOT che dopo aver

subito il 1° scacco a Velletri da parte dei garibaldini riuscì a prevalere il ! luglio 1849 quando

l’assemblea costituente decise di promulgare la costituzione della repubblica il 2 luglio 1849

( lanciando quasi una sfida e mostrando come nella tenace resistenza dei garibaldini sconfitti solo

dalle armi ci fosse già la presa di coscienza dell’esigenza d’unificazione delle forze democratiche

della penisola) che era molto significativa e audace in quanto ispirandosi alla tradizione francese

più rivoluzionaria prevedeva il SUFFRAGIO UNIVERSALE e andava incontro alle esigenze delle

masse contadine alle quali furono distribuite le terre espropriate agli enti ecclesiastici; questa era

retta (dopo la proclamazione dell’indipendenza) da un triumvirato formato da SAFFI,

ARMELLINI, MAZZINI il quale comprese che proprio intorno a Roma si sarebbero dovute

raccogliere le migliori energie rivoluzionarie d’Italia, ma intanto a Gaeta il papa PIO IX lanciò

l’appello alle potenze cattoliche perché intervenissero ad abbattere la repubblica mazziniana. Per

questo lo STATUTO ALBERTINO divenne il fulcro delle speranze liberali in Italia. Una sua

caratteristica molto significativa fu la flessibilità che implicava che essa fosse modificata con legge

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ordinaria testimoniando la sua capacità di adeguarsi alle trasformazioni politiche e alle varie

circostanze della vita sociale; tuttavia tale caratteristica non risultava dalle intenzioni espresse da

CARLO ALBERTO il quale nel preambolo definiva lo STATUTO come “una legge

FONDAMENTALE, PERPETUA E IRREVOCABILE” con un’espressione che se da un canto

voleva apparire come un segno dei lealtà del sovrano nei confronti del nuovo ordinamento,

dall’altro sottendeva la contrarietà del monarca ad abbandonare l’applicazione dei principi in esso

contenuti, alla volontà del parlamento. Con l’emanazione dello STATUTO Carlo Alberto aveva

voluto creare una MONARCHIA LIMITATA in cui il sovrano non doveva avere soltanto un valore

formale ma doveva avere la titolarità del potere esecutivo esercitando notevole influenza sulla

attività legislativa e giudiziaria rispecchiando così le posizioni ideologiche del gruppo dirigente

subalpino timoroso di vedere alterate le componenti di classe sulle quali era fondata la società

piemontese e che riteneva che la corona dovesse svolgere un Ruolo Attivo lontano dall’idea

liberale del monarca che “REGNA MA NON GOVERNA”. Lo STATUTO, infatti, attribuiva al RE

la qualifica di:

1 CAPO DELLO STATO;

2 CAPO DEL GOVERNO;

3 CAPO DELLA AMMINISTRAZIONE, mentre negli altri organi erano subordinati al

sovrano.

L’art. 6 attribuiva la RE:

1. La PIENEZZA della FUNZIONE ESECUTIVA;

2. Il COMANDO delle FORZE ARMATE;

3. L’INIZIATIVA delle RELAZIONI INTERNAZIONALI con il DIRITTO di DICHIARARE,

LA GUERRA e di FIRMARE la PACE.

L’art. 6 conferiva il potere di NOMINARE le cariche dello Stato e un’ampia facoltà normativa in

materia di decreti e regolamenti;

L’art. 7 concedeva il potere di SANZIONARE e di PROMULGARE le leggi;

L’art otto gli concedeva l’INIZIATIVA LEGISLATIVA.

Le CAMERE si articolavano in:

1. SENATO VITALIZIO di nomina regia del quale facevano parte (art.33) i rappresentanti

dell’esercito, della burocrazia, del clero, individui qualificati per il CENSO e altri per aver

illustrato con servizi e meriti eminenti il paese. (CAMERA ALTA).

2. CAMERA DEI DEPUTATI (CAMERA BASSA) di nomina elettiva di cui facevano parte

(art.39) deputati scelti dei corpi elettorali, laddove il testo definitivo dello statuto in riferimento

all’elettorato attivo non poneva alcun limite di capacità e di censo (come risultava dalle

discussioni che si svolgevano nell’ambito del CONSIGLIO DI CONFERENZA) realizzando in

tal modo le aspettative dei liberali che auspicavano una maggiore partecipazione del popolo alla

vita pubblica forse per la preoccupazione dei nobili di mantenere aperto il dialogo con le classi

inferiori.

L’applicazione dello STATUTO condusse a risultati inaspettati che mutarono profondamente i

rapporti tra la Corona e le Camere e quindi tra la prerogativa REGIA e quella PARLAMENTARE;

nelle prassi, infatti, si venne a formare un RAPPORTO DI FIDUCIA tra Governo e Parlamento, per

cui il Ministero poteva rimanere in carica soltanto se avesse ottenuto un voto di fiducia da parte

delle Camere mentre il sovrano si sarebbe dovuto adeguare nella scelta dei ministri alla volontà

della CAMERA BASSA in cui era rappresentata la volontà del popolo. Nella prassi però ciò

avvenne in modo graduale: il 1° ministero presieduto da BALBO e nominato il 16.03.48 in

applicazione alle norme dello STATUTO convocò le CAMERE e pubblicò le legge elettorale che

prevedeva un SISTEMA UNINOMINALE A DOPPIO TURNO. Tale ministero si divise in seguito

al voto parlamentare che respingeva l’emendamento governativo al disegno di legge per l’unione

della Lombardia con le province venete liberate dagli austriaci che tuttavia secondo quanto afferma

il deputato PINTOR non doveva esser confuso con una MOZIONE DI SFIDUCIA, ma il ministero

era maggiormente preoccupato della propria responsabilità di fronte alla corona che non della

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concezione della fiducia da parte delle CAMERE e tale preoccupazione avviò anche il 2° ministero

presieduto da CASATI che tuttavia mostrò incertezza tra la fedeltà alla Corona e le aspirazioni

parlamentari quando la guerra obbligò il Governo subalpino a chiedere alle CAMERE i pieni

poteri. La concezione al governo dei pieni poteri per la condotta della guerra modificò

profondamente i rapporti tra il governo e la corona tra i quali ci fu una vera e propria scissione in

quanto ilo Governo fu investito di poteri che il monarca impegnato al fronte non poteva esercitare

direttamente. Il REGNO DI SARDEGNA fu l’unico a conservare gli ordinamenti costituzionali

concessi da Carlo Alberto; il nuovo sovrano Vittorio Emanuele II nonostante la sua mentalità

autoritaria conservò lo STATUTO ALBERTINO in quanto era consapevole che in questo modo i

liberali avrebbero guardato al Piemonte come alla guida di tutte le energie morali e materiali per la

lotta definitiva contro l’AUSTRIA. CAPITOLO 2

REGIME PARLAMENTARE NELLA MONARCHIA SUBALPINA

Fu proprio sotto il regno di VITTORIO EMANUELE II che si affermò il regime parlamentare in Pi

emonte anche se numerose furono le difficoltà da superare .

I PROBLEMA : quello dell’origine del rapporto d‘INTERDIPENDENZA e di FIDUCIA tra il poter

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e legislativo e quello esecutivo molto complicato da una prassi ancora confusa che caratterizzò gli a

nni seguenti la concessione dello statuto .Il ministero DE LAUNAY rifletté la visione monarchico-c

ostituzionale del regime cui sembrò aderire il nuovo re che voleva riaffermare l’indipendenza del le

gislativo dall’esecutivo dopo il fallimento delle esperienze precedenti dovute all’inesperienza dei co

mponenti della I legislatura subalpina .Fin dall’entrata in vigore dello Statuto la cultura politica e la

dottrina giuridica avevano iniziato un serio discorso sulla supremazia del legislativo e sul carattere r

appresentativo del regime , destinato a sancire la superiorità del Parlamento sugli altri organi dello S

tato ; come affermava il CAVOUR in un articolo su “LO STATUTO DI CARLO ALBERTO E I PA

RTITI AVANZATI“ il sistema rappresentativo consente “l’intervento legittimo e regolare del paese

nel governo dei propri affari attraverso la “RAPPRESENTANZA NAZIONALE “ , il quale peraltro

aveva evidenziato l’opportunità politica della iniziazione di un legame stretto tra il potere esecutivo

e quello legislativo .

Cavour non fu però isolato ; egli infatti era appoggiato da larghi settori dell’opinione liberale e da u

omini politici come il Boncompagni che nel suo libretto “DELLA MONARCHIA RAPPRESENTA

TIVA” riconosceva il ruolo preminente del potere legislativo nell’ambito del sistema costituzionale

laddove egli individuò un’applicazione immediata di tale supremazia nelle responsabilità dei minist

ri dinanzi al Parlamento .La ricerca di una soluzione politica fu alla base delle numerose e frequenti

esperienze elettorali che caratterizzarono la vita del Piemonte ; dopo le prime elezioni indette da BA

LBO nel 1848 , l’anno successivo si andò alle urne x altre 2 volte senza che la popolazione fosse ri

uscita a chiarire la propria intenzione in merito all’organizzazione dei rapporti tra i maggiori poteri

dello Stato senza che però di ciò fosse responsabile il sistema elettorale fondato sull’uninominale e

doppio turno che da anni era considerato come il necessario complemento del collegamento tra l’E

LETTO e gli ELETTORI , in quanto le dimensioni ristrette della circoscrizione elettorale rappresent

avano una garanzia per l’attuazione del sistema rappresentativo che si fondava su una forte selezion

e delle personalità migliori della nazione .

In uno stato in cui non si era ancora formato e diffuso un proletariato a base industriale e nel quale

l’aristocrazia e il clero avevano perso consistenza , i cosiddetti NOTABILI , coloro cioè che emerge

vano tra gli abitanti d‘ogni singolo collegio x capacità e prestigio , erano gli ELEMENTI DELLA B

ORGHESIA ; la CAMERA elettiva era composta da un numero elevato di liberi professionisti (qual

i avvocati e uomini di legge) , di professori universitari , funzionari dello stato , magistrati , una scar

sa rappresentanza d‘ecclesiastici (5 deputati su 204) e con una lieve presenza di nobili proprietari di

terre (30 su 204) .Tale struttura della Camera rispecchiava la struttura della società subalpina ansios

a di veder realizzata sul piano parlamentare quell’egemonia borghese necessaria x il progresso civil

e e politico e in tal senso molto utile risulta il sistema elettorale uninominale che più d‘ogni altro fav

oriva le forze liberali .Un gravissimo contrasto sorse quando fu proposta la convocazione di un’ASS

EMBLEA COSTITUENTE che , dopo aver proclamato l’unione del regno d’Italia subalpino delle p

rovince venete liberate durante la I guerra d’indipendenza , elaborava una nuova costituzione laddo

ve il contrasto sorse intorno al sistema attraverso il quale si sarebbe dovuto eleggere la Costituente ,

visto che la proposta prevedeva l’introduzione del SUFFRAGIO UNIVERSALE e lo scrutinio di lis

ta a base plurinominale e provinciale .Fu Cavour a criticare tale sistema a difesa dell’uninominale , i

n quanto egli riteneva che avrebbe reso gli elettori soggetti alla pressione di quei partiti estremisti , c

he avevano il loro centro operativo nei capoluoghi di provincia , e poi del clero e dei ricchi propriet

ari terrieri soprattutto nelle zone in cui la proprietà non era molto frazionata ; tale dibattito rimane tu

ttavia senza soluzione essendo venuta meno la necessità di convocare un‘ASSEMBLEA COSTITU

ENTE …Venne ribadita sempre più la convenienza politica del sistema uninominale ; il CARUTTI

definiva lo scrutinio di lista come “immorale xchè conduce ad accomodamenti contro coscienza tra

le diverse parti ,menzognero xchè concede alle minoranze una superiorità sproporzionata alla loro p

otenza effettiva e numerica , e perché (non consente alla maggioranza degli elettori) toglie ai più de

gli elettori la possibilità di giudicare i candidati .Un altro acceso dibattito sorse intorno al tema del S

UFFRAGIO UNIVERSALE ; al riguardo in un momento Cavour mostrò un certo scetticismo nei co

nfronti del suffragio universale “la cui bontà doveva ancora essere dimostrata “ oltre al fatto che sec

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ondo egli non sarebbe stato “rispondente allo stato intellettuale presente nella nazione “ .

PEVERELLI mostrava le inopportunità della previsione del sistema elettorale da parte della Costitu

zione , in quanto queste era poco flessibile mentre sarebbe dovuta essere la legge a determinare il si

stema elettorale in modo da adattare questo a tutte le vicende sociali quali appunto l’allargamento d

ei mezzi intellettuali e dell’educazione politica delle masse .

CARUTTI aderendo allo schema del collegamento tra sviluppo culturale e partecipazione politica p

revedeva x l’avvenire, il suffragio universale . Tale nuovo sistema elettorale era sostenuto dalle clas

si aristocratiche e conservatrici in quanto avrebbe diminuito il peso politico della borghesia liberale

che non potevano più contare sull’appoggio dell’elettorato ristretto che era ad essa vicino e che fino

ad allora era stato l’unico ad avere il diritto di partecipare alla vita politica .

Le elezioni si svolsero dopo la pace di Milano con l’Austria (con il sistema uninominale) non modif

icarono la prevalenza borghese nella Camera dei deputati che si era ripristinata già durante la I legis

latura , la quale continuava ad essere garantita dalla ristrettezza del corpo elettorale , dall‘omogeneit

à della classe sociale che esprimeva elettore ed aspiranti deputati .

Le differenze d‘opinioni e gli scontri verbali scoppiati in seno alla Camera dei Deputati non avevan

o motivazione di classe ma riflettevano i temi della condotta della guerra contro l’Austria e delle co

ndizioni contenute nella pace da firmare oltre ad altre materie di politica interna quali la legge sulla

repressione dei Gesuiti , la questione economica e finanziaria , le interpretazioni delle norme statuta

rie relative all‘interpretazione dei rapporti tra Stato e Chiesa .

Gli eventi bellici costrinsero la monarchia subalpina a sciogliere le Camere avvalendosi di un potere

che le era formalmente concesso dalla Costituzione ; è ciò che accadde sotto il regno per ottenere de

l paese il consenso dell’azione dell’esecutivo che la Camera era restia a concedere.

Tale atteggiamento fu seguito anche dal figlio Vittorio Emanuele II, in favore del quale abdicò dopo

la sconfitta di Novara; questi sciolse, attraverso la persona del Ministero de Launay, la camera per f

are in modo che il popolo si potesse opporre alla borghesia ritenuta responsabile delle disgrazie del

paese.

Vittorio Emanuele II fu accusato d‘interferenza pubblica e di coartazione della volontà del paese per

ottenere appoggi e consensi per la sua azione, ma si trattò d’accuse superficiali che non tenevano co

nto del fatto che la Corona, per salvaguardare lo Stato dalle minacce delle forze reazionarie e da que

lle estremiste in senso democratico e rivoluzionario, si vide costretta a realizzare una forma di pater

nalismo dinastico nei confronti delle istituzioni statutarie e in tal senso fu molto significativa la sosti

tuzione del ministro de Launay con Massimo D’Azelio, il cui carattere moderato e il cui appoggio v

erso in costituzionalismo statutario fu una valida garanzia della sopravvivenza del regime liberare.

Il D’Azelio pur essendo favorevole agli ordinamenti rappresentativi non vagheggiò un vero e propri

o regime parlamentare; egli, infatti, fu legato profondamente alla dinastia, rendendosi interprete dell

e norme statutarie che dovevano essere applicate nell’ambito di una monarchia costituzionale. Nella

“Lettera agli elettori” (1849) egli si richiamava al cd. Popolo vero contro la demagogia delle funzio

ni, invitandolo ad impegnarsi per difendere le leggi e gli ordini stabiliti da Carlo Alberto.

Le elezioni del luglio 1849 rafforzarono, però, la posizione dei democratici, aggravando la frattura t

ra l’esecutivo e la Camera dei deputati, contraria alla politica del governo come risulta dalla mancat

a ratifica della pace di Milano con l’Austria; pertanto la mancata collaborazione della Camera si esp

licò anche nella mancata approvazione dei cinque disegni di legge (per l’abolizione dei diritti di pri

mogenitura e dei maggioraschi, per l’inamovibilità dei magistrati, per gli stipendi dei giudici, per il

rinnovamento delle segreterie giudiziarie e per l’istituzione dei tribunali di commercio) cui ne seguì

una forte tensione del paese.

Il bisogno di ottenere con la firma della PACE DI MILANO le basi politiche per la stabilizzazione d

el regime, indusse D’AZELIO a suggerire al sovrano di sciogliere la Camera elettiva con la speranz

a che le nuove elezioni potessero dare forza ai moderati.

Vittorio Emanuele II sciolse la Camera e indisse nuove elezioni precedute dal famoso PROCLAMA

DI MONCALIERI (20/11/49), redatto da D’AZEGLIO, con cui veniva accusa Camera di faziosità e

di scarsa rappresentatività ed erano esortati gli elettori a riflettere sulla situazione politica per compr

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endere che soltanto la vittoria delle forze dinastiche e quindi l’alleanza tra corona e popolo avrebbe

salvaguardato lo statuto salvandolo dalle minacce e dai pericoli che insidiavano la sua sopravvivenz

a e dichiarando che qualora le elezioni avessero dato potere alle forze rivoluzionarie egli sarebbe sta

to esonerato da qualunque forma di responsabilità per il disagio in cui sarebbe caduto il paese.

Se in tal modo si pose un freno alla minaccia della destra conservatrice di ricorrere ad un colpo di st

ato anticostituzionale, dall’altro si scatenò la reazione dei democratici che accusarono il governo di

aver violato la libertà di voto degli elettori avendo imposto una linea politica prefissata.

La dottrina costituzionalistica del tempo giustificare l’operato dell’esecutivo: il PEVERELLI ritene

va opportuno lo scioglimento della camera dei deputati in caso di conflitto tra questo e il ministro, a

l verificarsi di nuove circostanze politiche, del frazionamento dei partiti rappresentati nell’assemble

a con la conseguente incapacità di esprimere una maggioranza governativa coerente ed omogenea,

ma al tempo stesso egli affermava che la corona avrebbe dovuto sciogliere la camera elettiva con m

olta prudenza solo, cioè, quando fosse stata certa che dalle nuove elezioni potesse essere rafforzata i

n quanto, in caso contrario, sarebbe stato molto forte il rischio per le istituzioni rappresentative.

Tale rischio fu scongiurato dal risultato delle nuove elezioni in quanto ebbero la prevalenza le forze

moderate che rettificarono la PACE DI MILANO e se sanarono la situazione di legittimità costituzi

onale che si era prodotta nel corso della precedente legislatura quando il governo, d’innanzi alla ma

ncata approvazione del parlamento, prelevò imposte ed ordino spese, violando la norma statutaria c

he prevedeva il consenso obbligatorio della camera in materia di politica finanziaria.

D’AZEGLIO forte di un più ambio consenso nel parlamento e nel paese diede l’avvio ad una serie d

i riforme attraverso le LEGGI SICCARDI in senso laico e liberale il Regno di Sardegna;

Sancì L’INAMOVIBILITA’ DEI GIUDICI cercando di garantire autonomia alla magistr

1. atura per sottrarla alle ingerenze degli altri poteri dello stato e per evitare che si ripetesse

che quanto fosse accaduto durante la restaurazione quando i giudici erano subordinati al

l’esecutivo essendo la legge l’espressione della volontà dei sovrani. Con la legge del 19/

5/1851 furono concesse numerose guarentigie a favore dei giudici, ai quali dopo tre anni

dalla loro nomina non potevano privati della loro carica, non potevano essere sospesi dal

l’esercizio delle loro funzioni, non potevano, senza il loro consenso essere trasferiti o me

ssi in aspettativa, e ancora fu attribuito alla CASSAZIONE il compito di sorvegliare e di

comminare sanzioni disciplinari nei confronti dei giudici inferiori e giudicare intorno all

a LEGITTIMITA’ dei provvedimenti di trasferimento, collocamento e riposo, revoca dei

giudici. Tutta via a quel tempo, non fu compresa la portata innovativa in senso liberale di

tale riforma che per la prima volta segnò una rottura netta con il passato, caratterizzato d

all’ingerenza dell’esecutivo nella giustizia, furono solo evidenziate le lacune e i difetti, q

uali la dipendenza del PM dal potere esecutivo e il fatto, il ministro a stabilire l’ampiezz

a delle circoscrizioni territoriali giudiziarie, influenzando così la magistratura nell’asseg

nazione dei giudici alle varie sedi; né il fatto che nella prassi, tuttavia, a volte emersero l

acune e contraddizioni dovute ad alcuni giudici sostenitori della corona che sentendosi p

arte di un corpo privilegiato furono restii a rivestire una funzione pubblica può inficiare

l’ indubbio valore positivo di tale riforma anche perché tali soggetti che avrebbero potut

o ostacolare il processo risorgimentale furono oggetto d‘un‘espurazione.

Molto importanti furono le così dette LEGGI SICCARDI che proseguivano il percorso d

2. ella riforma; si trattava di tre DISEGNI DI LEGGE che mutarono profondamente i rappo

rti tra STATO E LA CHIESA e che in particolare miravano ad eliminare i privilegi di cui

fino ad allora avevano goduto il clero ed abbattere il connubio fra TRONO E ALTARE c

he aveva caratterizzato la RESTAURAZIONE. In particolare furono adottati numerosi p

rovvedimenti quali la 1. ABOLIZIONE DEL FORO ECCLESIASTICO, al quale era rise

rvato il diritto esclusivo di giudicare i sacerdoti accusati di aver violato la legge per cui i

sacerdoti erano immuni dal giudizio di tribunali statali; 2. ABOLIZIONE DEL DIRITT

O D‘ASILO di cui godevano le chiese e i luoghi di culto; 3.LIMITAZIONE DELLE P

ENE per chi non avesse osservato le festività religiose; 4. ELIMINAZIONE DELLA C

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D. MANOMORTA consistente nel divieto per gli enti ecclesiastici e gli istituti religiosi d

i acquistare beni immobili e di accettare donazioni e lasciti testamentari senza aver otten

uto l’autorizzazione del Re e il potere favorevole del Consiglio di Stato. L’importanza di

tali leggi fu dovuta soprattutto alla decisione e all‘energica fermezza dell’azione del gov

erno che persuase le camere alla loro approvazione e che soppresse le insurrezione cleric

ali fino ad arrestare due arcivescovi ed alcuni sacerdoti eversivi intendendo in tale modo

rendere effettivamente operante lo Statuto. Nella lotta tra moderati e conservatori si disti

nse il Cavour che entrò a far parte del governo D’Azeglio in qualità di ministro delle agr

icolture, delle finanza e della marina distinguendosi per abilità politica e larghezza di ve

dute che lo portarono a rendersi autore della prosecuzione della riforma liberale avviata

dal ministro D’Azeglio e gli consentirono di porre in Parlamento, rappresentante della so

vranità nazionale, l’interpretazione e l’applicazione dello Statuto; proprio tale prevalenza

del Parlamento sugli altri organi dello Stato aveva reso aristocratica la tutela monarchic

a della Costituzione attuata da Vittorio Emanuele II e il D’Azeglio era inadeguato ad attu

are tale regime parlamentare essendo legato agli schemi della monarchia costituzionali.

Per questo motivo fu nominato presidente del Consiglio il Cavour preferito al Balbo che

ravvisava nella Corona il Fulcro propulsivo dell’ordinamento ritenendo necessaria la par

tecipazione della monarchia all’attività parlamentare mediante L’INIZIATIVA e la SAN

ZIONI delle leggi e la NOMINA dei senatori mentre Cavour poneva nel parlamento il c

entro del sistema rivendicandone l’indipendenza della monarchia.

Rispetto allo STATUTO mentre BALBO lo riteneva un dato INTANGIBILE che poteva essere migl

iorato senza alterare la cornice monarchico-costituzionale, CAVOUR invece lo riteneva come il 1° p

asso verso la realizzazione della democrazia rappresentativa.

Salito alla presidenza del Governo in seguito alla caduta di D’Azeglio causata da un progetto di leg

ge che istituiva il matrimonio civile osteggiato dal Re e dai conservatori proprio grazie alla sua lont

ananza politica cercò di ottenere l’appoggio di una vasta maggioranza parlamentare; significativo fu

al riguardo il cd CONNUBIO, ovvero l’alleanza che egli realizzò tra la DESTRA MODERATA e pi

ù liberale e la SINISTRA MODERATA e riformatrice guidata da URBANO RATTAZZI grazie alla

quale il Piemonte entrò in una fase dinamica della propria vita politica e proprio in virtù di tale ragg

iunta maggioranza Vittorio Emanuele II nomino CAVOUR alla residenza del Consiglio considerand

olo un suo ministro come prevedeva lo STATUTO.

Ma contrariamente a quanto era avvenuto sotto il governo di D’Azeglio, CAVOUR non era disposto

ad accettare la tutela dinastica e l’ingerenza del re nell‘attività di governo; egli tra la prerogativa e q

uella parlamentare aveva preferito la prima atteggiandosi a capo di governo parlamentare,

responsabili solo di fronte alle camere in virtù di un rapporto di fiducia. Il connubio che unificò le f

orze parlamentari nella visione favorevole al liberalismo risorgimentale non consentì la realizzazion

e del bipartitismo che caratterizzava un efficiente sistema parlamentare; il fatto di aver riunito nella

medesima maggioranza le forze favorevoli alla sua politica non consentì infatti l’esplicarsi della din

amica e del parlamento che avrebbe dovuto caratterizzare i rapporti tra la maggioranza e l’opposizio

ne nella contrapposizione tra le forze liberali e quelle conservatrici come avveniva nella tradizione b

ritannica caratterizzata dall’alternanza al potere di due formazioni contrapposte.

L’operazione politica cavouriana sembrò sancire l’avvento del regime parlamentare mentre nel fratt

empo individuò nel Governo un organo autonomo e unitario avente fra i suoi compiti quello di gara

ntire il mantenimento dell’equilibri nei rapporti tra SOVRANO E PARLAMENTO, che doveva esse

re presieduto da un Presidente del Consiglio che ne guidava l’indirizzo politico con responsabilità v

erso le camere e il sovrano, che era tenuto ad attuare la linea politica voluta dalla maggioranza che l

o sorreggeva. Tuttavia mancarono norme giuridiche che codificassero in forma precisa non equivoc

a i poteri del presidente del consiglio e in tal senso fu proprio grazie all’attività e alle funzioni svolte

e alla personalità dominante del COVOUR che si configurò autonomamente la figura del Presidente

del Consiglio che fu il vero AGO DELLA BILANCIA tra la prerogativa regia e quella parlamentar

e. 12

Lo STATUTO ALBERTINO aveva affidato lo svolgimento dell‘attività legislativa al sistema BICA

MERALE caratterizzato dalla contrapposizione tra:

La CAMERA DEI DEPUTATI di nomina popolare, impulsiva nelle proprie decisioni e tend

1. enzialmente “progressiva” in quanto era propenso a cedere facilmente alle aspirazioni dell’el

ettorato;

Il senato di nomina regia più riflessivo e meno incline a cedere alle aspirazioni dell’elettorat

2. o e quindi tendenzialmente conservatore.

Tale antitesi aveva generato numerosi inconvenienti che suscitarono un dibattito volto ad elaborare

una riforma del sistema legislativo bicamerale; Cavour criticò aspramente il Senato ritenendolo arist

ocratico, anacronistico e ne propose la trasformazione su base elettiva. Egli partendo dal modello de

lla costituzione belga e nordamericana che prevedevano una netta distinzione tra le 2 camere cercò

di evitare che il senato si configurasse come il doppione della camera suggerendo l‘imposizione ai c

andidati di diverse condizioni di capacità e di modificare le circoscrizioni e di ammettere la durata d

el mandato, anche se la monarchia che nominava come senatori uomini ad esse fedeli per continuare

ad esercitare la propria influenza sulle attività legislativa si oppose a tali riforme.

La divergenza tra le due camere successivamente al 1848 riguardò soprattutto la delimitazione dell’

ampiezza della prerogativa regia; infatti durante la prima legislatura erano emersi contrasti in merito

alla convocazione dell’assemblea costituente che avrebbe dovuto sancire la fusione tra il Piemonte e

le province lombarde e venete e che erano state liberate verso le quali il Senato era contrario per il ti

more del pericolo che la monarchia avrebbe corso, e in merito alla legge sui PIENI POTERI che il s

enato voleva affidare al re e non al governo e tale situazione si ripeté anche nel corso delle altre legi

slature durante le quali il senato si mostrò destinato e frenare l’impulsività politica della camera dei

deputati; è ciò accade in relazione al progetto di legge d‘estensione automatica della cittadinanza sar

da agli emigrati provenienti dal lombardo-Veneto che fu approvato della Camera elettiva ma che fu

respinto dal Senato che non voleva alterare gli equilibri interni e in relazione all’interpretazione del

l’art 10 dello Statuto che prevedeva la priorità della Camera dei deputati ad esaminare le LEGGI C

HE IMPONEVANO TRIBUTI e ad APPROVARE I BILANCI e I CONTI dello STATO laddove al

riguardo gli esponenti della Camera elettiva e i liberali più avanzati sostennero che ad essi spettava i

l diritto d‘iniziativa in materia finanziaria.

Per porre fine al contrasto CAVOUR ritirò uno dei 2 disegni di legge presentati dal Niagara e indivi

duò la soluzione della contrapposizione tra Senato e Camera nell’intervento della sua persona che a

vrebbe dovuto scegliere alcuni nominativi dei senatori (eletti sempre con DECRETO REGIO) in m

odo da rendere omogeneo sul piano politico il comportamento dei 2 rami del Parlamento e consolid

ando ulteriormente il suo potere, (infatti, nel corso di 8 anni propose la nomina di 158 senatori) non

ostante la vittoria elettorale del CAVOUR, IL sistema parlamentare da questi vagheggiato e

idealizzato non fu pienamente realizzato in quanto si era lontani dal bipartitismo inglese simbolo del

la vita del Parlamento mentre dall’altro lato si era potenziato il ruolo del presidente del Consiglio le

ader della maggioranza che aveva vinto le elezioni e che si atteggiava a vero e proprio arbitrio della

vita politica e pubblica, il quale doveva ad ogni costo mantenere il controllo della maggioranza in q

uanto il venir meno di questa avrebbe portato al fallimento delle speranze risorgimentali per cui da

un sistema COSTITUZIONALE PURO, che prevedeva la tutela dello Statuto da parte del Sovrano s

i era passati ad un sistema parlamentare che poneva le istituzioni sotto il controllo e la protezione de

l presidente del consiglio. Il 2-3-54, la Camera dei deputati approvò un disegno di legge che preved

eva la soppressione delle corporazioni religiose che non presentavano alcun‘Utilità Sociale; ciò susc

itò una forte opposizione clericale la quale peraltro influenzò fortemente il sovrano che autorizzo il

vescovo di Casale, il senatore CALABIANA, alla presentazione di un disegno di legge contrario co

n lo scopo di rovesciare il ministero e di sostituirlo con un gabinetto reazionario. Di fronte a tale ma

novra eversiva Cavour si dimise ma in suo favore si mobilitò tutta l’opinione pubblica e la maggior

anza parlamentare a tal punto che il re fu costretto a richiamare al potere il presidente del consiglio

dimissionario e a far approvare la legge contro il clero che nelle elezioni del 1857 esercitò una forte

pressione sull’elettorato e contro il quale egli forte anche dell’appoggio del sovrano si oppose soste

13

nendo candidati liberali e orientando il popolo a favore di questi. Non dobbiamo però pensare ad un

a sorta di dittatura del presidente del consiglio in quanto anche se egli era l’organo di coordinament

o dell’attività legislativa il parlamento restava il fulcro propulsivo godendo di una notevole AUTON

OMIA nella produzione normativa peraltro rafforzata dalla l.1485 del 23-3-53 che attribuiva alle ca

mere la funzione d‘ISPEZIONE FINANZIARIA su ogni singola spesa; successivamente nella prass

i si affermò anche l’autonoma POTESTà REGOLAMENTARE.

CAPITOLO 3

L’UNIFICAZIONE POLITICA E LA COSTRUZIONE DELL’APPARATO STATALE

Il consolidamento del regime parlamentare durante il governo di Cavour sollevò la questione

dell’unificazione politica dell’Italia; ma Cavour contestava l’opportunità di convocare

un’ASSEMBLEA COSTITUENTE al fine di dare un ordinamento militare allo Stato perché dopo il

fallimento del progetto di una Costituente che doveva sancire la funzione del Piemonte con la

Lombardia e le quattro province venete liberate, la convocazione di una simile istituzione

contrastava con la linea politica preordinata dal liberalismo moderato per la formazione dello stato

unitario affermando la soluzione portata innanzi a dal regno subalpino sebbene il MONTANELLI

avesse dato un preciso contenuto sul piano istituzionale alla sua idea di Costituente e MAZZINI

l’aveva di forti motivi ideali. In modo esemplare il MELEGARI opponendosi ai fautori della

necessità di istituire un’Assemblea Costituente per rivedere e modificare lo STATUTO

ALBERTINO aveva riaffermato l’onnipotenza del Parlamento che era l’unico a poter modificare lo

Statuto in virtù di quell’alleanza tra dinastia e popolo alla base del liberalismo subalpino.

Tale struttura della monarchia subalpina ancorata su base rappresentativo-popolare non fu mutata

14

dagli eventi che accompagnarono la formazione dell’unità italiana tra il1859 e il 1861 e in

particolare della concessione dei pieni poteri da parte del Parlamento al Governo perché i pieni

poteri ebbero un oggetto ed una durata limitata anche perché la legge che li concedeva (L.n. 3345

del 23/4/1859) richiedeva l’INTANGIBILITA’ delle istituzioni costituzionali e delle annessioni dei

nuovi territori perché queste essendo ratificate con i plebisciti del popolo, non alterarono la struttura

statuaria della monarchia sabauda il cui sovrano fu investito dal Parlamento del titolo di RE

D’ITALIA.

Un acceso dibattito accompagnò la legge con cui furono concessi i pieni poteri al Governo; al

riguardo Cavour fu accusato dai conservatori di aver determinato una situazione antitetica al

costituzionalismo liberale fondato sulla separazione tra potere esecutivo e potere legislativo mentre

in conferimento dei pieni poteri fu giustificato dal convincimento che era necessaria la massima

unità di decisione per realizzare gli obiettivi risorgimentali.

Il Governo integrando in modo estensivo i poteri ricevuti prese sotto la guida di LAMARMORA

alcune fondamentali norme legislative che anche se potevano andare di là dai limiti della

concessione ottenuta dal Parlamento costituivano il presupposto di un’UNIFICAZIONE POLITICA

E GIURIDICA.

1. Ci fu la CONTROLLO e il COMPLETAMENTO della CODIFICAZIONE Carlo- Albertina

con la promulgazione del codice di procedura civile (20/11/1859), la modificazione del

codice penale militare e del codice di procedura penale;

2. Ci fu la RIORGANIZZAZIONE dell’AMMINISTRAZIONE e dei servizi pubblici, della

GIUSTIZIA e dell’ORDINAMENTO GIUDIZIARIO attraverso la pubblicazione di nuove

leggi sulla pubblica istruzione, sulle opere pie, sulla pubblica sicurezza,

sull’amministrazione sanitaria, sui lavori pubblici, sul riordinamento delle amministrazioni.

3. Fu votata la nuova legge elettorale (20/11/1859).

La violazione del postulato garantista della separazione dei poteri determinata dall’attribuzione

all’esecutivo della funzione legislativa, anche se fondamentalmente andava contro i principi del

costituzionalismo, si trattava di un episodio non rilevante per l’omogeneità della classe politica

rispetto all’elettorato che lo esprimeva sia per la coincidenza d’ideali e fini tra maggioranza

parlamentare e Governo, perciò era passata l’epoca in cui si richiedeva sulla base della tesi di

MONTESQUIEU la separazione dei poteri tra l’esecutivo monarchico e il legislativo affidato ad un

Parlamento che in un ramo era a base aristocratica in un altro a base borghese, proprio perché il

predominio assoluta di una borghesia omogenea e la scomparsa d’ogni potere dell’aristocrazia

potevano consentire la confluenza del potere legislativo nelle mani di un esecutivo in cui il

Parlamento aveva piena fiducia.

Per quanto riguarda le annessioni territoriali delle diverse regioni nonostante le differenze

riconoscibili da regione a regione nel processo formativo dello Stato nazionale e d’abbattimento

degli antichi ordinamenti ovunque ci fu un dato comune quale la formazione d’organi di governo

provvisori e straordinari che avevano la loro legittimazione nelle insurrezioni popolari con cui essi

erano stati sostituiti ai principi spodestati.

In Lombardia dopo una breve periodo di governo eccezionale da parte di commissari straordinari

subito dopo l’ingresso delle truppe piemontesi, fu introdotta un’amministrazione civile avente a

capo un governatore investito di pieni poteri per favorire l’annessione al regno subalpino; in

particolare, dopo il consolidamento della nuova amministrazione e lo scioglimento degli organi del

passato regime (la Congregazione centrale e quella provinciale) fu introdotta la legislazione

amministrativa vigente in Piemonte, mentre con il TRATTATO DI ZURIGO (10/11/1859) fu

riconosciuta la sovranità subalpina sulla regione e fu dichiarato valido il plebiscito che nel 1848

aveva espresso il consenso del popolo all’annessione della Lombardia al regno di Sardegna.

Anche nelle altre regioni, i Comitati, le Giunte di Governo, le Commissioni governative, i

Governatori, i regi commissari operanti nei ducati emiliani, in Toscana, in Umbria e nelle Marche

per favorire l’annessione estesero, nelle zone in cui esercitavano la loro influenza, lo STATUTO

15

ALBERTINO, cercarono di applicare le leggi e le istituzioni dello stato sardo anche se ciò doveva

avvenire con cautela per evitare l’insorgere degli autonomismi locali d’origine municipale.

Mentre la prima fase del processo d’unificazione politica fu caratterizzata dalla formazione di

governi provvisori che smantellarono con energia i vecchi apparati statali cercando di introdurre gli

istituti giuridici della monarchia subalpina, la seconda fase fu caratterizzata dall’istituzione delle

cd. LUOGOTENENZE REGIONALI cui erano delegati poteri straordinari di governo su un

determinato territorio e su una determinata popolazione e aventi natura amministrativa dal

momento che operavano alle dipendenze dello Stato sabaudo a differenza dei governi provvisori

che invece operavano in modo autonomo.

Con decreto del governo subalpino furono istituite le principali luogotenenze (quali quelle del

principe EUGENIO in Toscana, molto cauto nel procedere alla modificazione politica,

amministrativa, legislativa, ansioso di estendere le leggi subalpine, e quella del principe EUGENIO

DEL CORDERO DI MONTEZEMOLO in Sicilia) con il compito di adottare i provvedimenti utili

a determinare le annessioni di tali territori con lo Stato sabaudo.

Tali luogotenenze furono soppresse nel 1861 alla vigilia della proclamazione dell’unità d’Italia,

perché granparte dei loro compiti erano esauriti e ad esse furono affidate soltanto alcune funzioni

avente carattere locare. Nonostante alcuni limiti, quali il grado d’arretratezza culturale della

popolazione, è sicuramente molto indicativo il fatto che l’intera popolazione fu resa partecipe del

processo d’unificazione, la quale, attraverso plebisciti, esprimeva il proprio consenso alla funzione

e all’integrazione con la monarchia subalpina. Furono usate formule diverse per i plebisciti

popolari e in particolare si chiedeva al popolo se avesse preferito l’unificazione alla monarchia

costituzionale di VITTORIO EMANUELE II o il regno separato, e per evitare qualunque contrasto

con l’organo parlamentare fu esteso il suffragio e in particolare fu attivato il diritto di voto a coloro

che abitavano nelle province lombarde e nell’Italia centrale ed in particolare il numero dei deputati

passò da 204 a 387, ma tale legislatura ebbe vita breve perché travolto dalla vicende della

rivoluzione nazionale; la cessione di NIZZA e della SAVOIA alla Francia era avvenuta senza la

deliberazione del Parlamento necessaria per ogni trattato che aveva implicato modifiche territoriali.

Le esigenze di rendere partecipe tutto l’elettorato della penisola alla formazione del 1° Parlamento

italiano indussero Cavour a sciogliere nel dicembre del 1850 la camera elettiva al fine di indire le

elezioni con l’applicazione della nuova legge elettorale che portava a 443 i deputati, comprendendo

anche i deputati rappresentanti del Mezzogiorno eletti uno per ogni 49.000 abitanti con il sistema

uninominali a doppio turno, mentre il numero dei senatori fu elevato a 211. Il nuovo Parlamento

eletto il 27 gennaio 1861 proclamò l’unità d’Italia per CAVOUR i plebisciti per le annessioni

significarono l’effettiva adesione della nazione allo stato costituzionale e parlamentare senza

assumere valore di volontà diretta a mutare le forme e gli istituti di questo. Egli volle mantenere

inalterata l’iniziativa governativa nella guida del parlamento al momento della proclamazione del

Regno d’Italia e per questo affidò ad un disegno di legge universale e non ad una proposta di legge

parlamentare il compito di proclamare la nascita del nuovo Stato. Tale legge con il voto unanime

della Camera fu promulgata il 17-03-61, nella quale si affermava che “ Vittorio Emanuele II

assume per se e per i suoi successori il titolo di RE D’ITALIA”, laddove il numero ordinale II

garantiva la continuità del nuovo stato rispetto all’ordinamento subalpino e la sussistenza del titolo

“re d’Italia” è a fondamento del potere monarchico, ma accanto alla presenza dell’elemento

dinastico è riconosciuto un certo rilievo anche all’elemento popolare come dimostra la formula “

per grazia di Dio e per volontà della nazione”, laddove tale formula sancendo la nascita della nuova

realtà statale segna una netta cesura con il passato. Ci fu un acceso dibattito tra chi come

ROMANO affermava la continuità statale nel passaggio dalla monarchia subalpina alla monarchia

nazionale ritenendo che i plebisciti fossero privi d’efficacia giuridica senza la convalida di una

legge del regno e chi come l’anzillotti asseriva l’esistenza di una nuova realtà basata sulla fusione

dell’entità particolari regionali, realtà riconosciuta dalla coscienza nazionale e internazionale. Tra

queste posizioni rilevante fu quella dell’ORLANDO che dichiarava NUOVO l’ordinamento posto

in essere nel 1861 la cui natura parlamentare si poteva cogliere nella convalida delle assemblee

16

legislative nei confronti dei plebisciti con cui si era espressa la volontà del popolo. Anche dopo

l’unificazione d’Italia, la dottrina costituzionale (FIORENTINI – CASTIGLIONI) ha continuato ad

elaborare quella concezione pedagogica che dominava il pensiero liberale moderato con la quale

era affermata la necessità di allargare con l’istituzione popolare la base consensuale ancora precaria

sulla quale si fondava il nuovo Stato. Mentre prema dell’unificazione il Mancini esaltava il

principio di nazionalità come fondamento della costituzione dei singoli Stati, dopo la

proclamazione del regno d’Italia, la dottrina costituzionalistica cercò di mettere in luce i profondi

legami che univano la costituzione alla storia e alla cultura del popolo; da ciò il frequente richiamo

alle vicende delle istituzioni politiche italiane e straniere quali quelle francesi, dal momento che le

esperienze d’oltralpe avevano avuto un carattere flessibile dello Stato suscettibile di subire

modifiche per consentire il miglioramento seguente al progresso civile e politico della nazione.

Con la nascita del nuovo stato, in particolare la dottrina più consapevole dell’esistenza di limiti

intrinseci alla frammentaria codificazione di diritto pubblico esistente e per questo che ribadì il

carattere non perpetuo ma modificabile della cornice statutaria in modo che questa si potesse

adeguare alle circostanze che si sarebbero verificate nel tempo consentendo riforme e

miglioramenti all’intero ordinamento dello Stato. All’indomani dell’unificazione del regno d’Italia

erano la grande BORGHESIA E L’ARISTOCRAZIA IMBORGHESITA, e tenere nelle loro mani

la direzione politica del paese orientandone lo sviluppo sociale e politico.Il contrasto con la chiesa

e l’esclusione delle masse contadine e della piccola borghesia da ogni possibile influenza nella vita

dello Stato costrinsero la borghesia liberale ad accettare il compromesso con le FORZE SOCIALI

più arretrate e quindi con la borghesia agraria del mezzogiorno garantendo a questa la continuità

del suo dominio e ricevendone in cambio il sostegno nell’attuazione del proprio programma

unitario. Per sopperire all’esiguità delle forze sociali su cui si appoggiava e per rafforzare l’unità

appena raggiunta, il partito moderato dovette dare un’impronta molto accentrata dell’ordinamento

politico amministrativo rinunciando a quelle idee d’autonomia regionale che avevano fatto parte

del suo programma accentuando il peso della burocrazia per affidare al Piemonte un ruolo

privilegiato nella vita dello Stato. L’unificazione dello Stato costituì il naturale presupposto

dell’unificazione legislativa e amministrativa, ma proprio in cui fu avviata la nuova legislazione

che doveva individuare le basi istituzionali e giuridiche della vita del nuovo stato venne meno

CAVOUR che morì il 06-06-61 ma egli aveva già tracciato le linee fondamentali

dell’organizzazione del nuovo stato caratterizzato dall’estensione al Regno D’Italia d’istituti già

esistenti nel regno di Sardegna aventi come modello il sistema amministrativo napoleonico. Il 1°

parlamento italiano riunitosi a febbraio del 1861 si articolava:

1. Nella SINISTRA in cui esistevano numerose sfumature; ALL’ESTREMA SINISTRA

sedevano i repubblicani (UNITARI E FEDERALISTI), i mazziniani, i garibaldini, i

democratici toscani del GUERRAZZI e c’era poi una SINISTRA Più MODERATA

rappresentata dal RATTAZZI dal DEPRETIS la quale si mostrò propensa ad accettare

l’ordinamento monarchico dello Stato mantenendo la rivendicazione del suffragio

universale e sostenendo la loro politica per la liberazione di Roma e del Veneto.

2. Nella DESTRA costituita nella sua ala ESTREMA da uomini trincerati nei loro pregiudizi

antidemocratici e una DESTRA MODERATA formata da liberali fedeli alla monarchia che

volevano proseguire la politica cavouriana e l’esperienza parlamentare.

La contrapposizione tra destra e sinistra no si basava su una contrapposizione d’interessi tra classi

diverse ma dipendeva dagli orientamenti culturali e dalle esperienze personali dei singoli deputati.

Nonostante i problemi interni, la DESTRA STORICA pose in essere quella costruzione giuridica e

istituzionale mirante al consolidamento dell’unificazione appena raggiunta; da ciò derivò la sua

venerazione per lo Stato, il culto per la sua idea, la fiducia nelle sue leggi e nelle sue istituzioni; si

cercò quindi di impedire con l’autonomia e il decentramento, lo sfaldamento dell’ordinamento e la

caduta di province e dei comuni periferici nelle mani dei gruppi conservatori e reazionari e a tal

fine si estesero anche alle regioni da poco annesse le leggi vigenti nello stato sabaudo, tant’è che

sorse un vero e proprio dibattito in merito al cd. PIEMONTESISMO contestato da coloro che

17

sostenevano che l’accentramento dei fedeli e l’estensione delle istituzioni sabaude, rispondeva ad

un esigenza d’uniformità, avrebbe finito con il distruggere quanto di vivo o di vitale c’era negli

stati della penisola e quindi gli usi, le consuetudini, le tradizioni e la prassi amministrative che si

erano ben consolidate. Peraltro si era affermata, in conformità con l’astensione alla penisola di

un’organizzazione amministrativa uniforme, l’idea di un’Italia indivisibile con il conseguente

rifiuto d’ogni soluzione REGIONALISTICA articolata nel decentramento delle funzioni statali

considerate inalienabili, CAPITOLO 4

L’OPERA DELLA DESTRA PER LO STATO UNITARIO

Nel 1866 scoppiò la 3 guerra d’indipendenza in cui l’Italia alleata con la Prussia ambiva a

conquistare il Veneto sottraendo agli austriaci; tuttavia le insufficienze organizzative dell’esercito

piemontese determinarono le gravi sconfitte di CUSTOZA (24.6.66) e sul mare a LISSA (20.7.66);

la condotta della guerra, nonostante le annessioni del Veneto, avendo determinato tali umilianti

sconfitte suscitò violentissime polemiche contro il governo e i comandi militari accusati di aver

male utilizzato mezzi materiali e umani che il paese aveva fornito con gravi sacrifici.

Tale critica si allargò alla Destra mentre il partito democratico recuperava vigore e prestigio

inasprendo la polemica contro la classe dirigente, le forze regionalistiche cercarono di sfruttare il

malcontento popolare e al riguardo significativa fu la rivolta scoppiata a Palermo domata

dall’esercito. Intanto la guerra del ’66 aveva aggravato le condizioni economico finanziarie del

paese il cui deficit era ormai solito oltre il 60% del bilancio complessivo dello Stato italiano e al

fine risanare questo disavanzo fu inasprita la politica fiscale a danno sopratutto dei ceti più deboli

facendo ricadere le imposte in base ai consumi e non in base al reddito e alla proprietà; nel 1868 il

18

ministro delle finanze QUINTINO SELLA fece adottare dal Governo una tassa d sul Macinato che

aggravò ulteriormente le condizioni dei ceti più poveri. Furono pure venduti i beni demaniali

confiscati agli ordini religiosi che furono soppressi; questi beni sarebbero dovuti essere venduti

ratealmente a piccoli lotti per consentire l’acquisto a piccoli lotti da parte dei contadini più poveri

ma essi finirono nelle mani dei ricchi speculatori. Peraltro colpendo l’apparato ecclesiastico,

considerato un ostacolo al processo risorgimentale a causa dei suoi atteggiamenti conservatori,

senza procedere alla sostituzione con strutture o mezzi pubblici più rispondenti alle esigenze dei

tempi e alla visione dello Stato come fulcro della vita sociale. Abbiamo già detto che la terza guerra

d’indipendenza era sorta per ottenimento del Veneto, le stesse idealità della classe dirigente della

penisola furono fatte proprie anche dagli esponenti della classe politica veneta che fu decisa nella

sua scelta indipendistica e unitaria sia verso gli austriaci sia verso Napoleone III, ma le forze

dominanti dopo la liberazione persero l’omogeneità che le contraddistingueva e cominciarono a

differenziarsi sopratutto nei confronti del plebiscito che avrebbe dovuto sancire la fusione della

regione al resto della penisola. Ad alcuni esponenti progressisti lontani dal pensiero moderato il

plebiscito appariva superfluo perché ritenevano ancora valida la volontà ANNESSIONISTICA delle

popolazioni venete già manifestata nel 1848 reputando inutile la reiterazione voluta dalla Francia; in

ogni caso il 21-10-66 fu sancita con un plebiscito l’annessione del veneto all’Italia mentre il 4

novembre fu il Governo del Regno a decretare tale annessione cui seguì la soppressione dei

commissariati civili e l’estensione alle province venete degli ordinamenti vigenti. Intanto il

Parlamento arricchito dalla presenza dei deputati veneti riprese a svolgere la sua attività in modo

molto fervido; sorse un acceso dibattito intorno al disegno di legge sull’incompatibilità parlamentari

approvato solo dalla camera elettiva e bocciato dal senato con la conseguenza di un vuoto

legislativo molto pericoloso essendo stato il disegno sostenuto soprattutto dagli ambienti della

sinistra che vedevano in lui un tributo di moralità che i deputati avrebbero dovuto pagare alla

Nazione tutte le volte in cui fosse sorto un conflitto tra l’interesse generale e quello personale e un

modo per rafforzare le istituzioni nella coscienza del paese. Un’altra questione politicamente

rilevante fu quella suscitata dal processo al senatore Persano in cui fu affidato il comando della

flotta a Lissa e che per questo fu considerato dall’opinione pubblica come il responsabile della

sconfitta; la questione consisteva nel decidere se sottoporre il Persano al giudizio di un tribunale

militare o a quello del senato. In conformità dell’art.37 dello Stato prevalse la 2° soluzione perché

l’articolo affidava al Senato il giudizio dei reati compiuti dei nuovi membri; il Senato scagionò il

Persano dalle accuse di viltà e alto tradimento che le erano state rivolte e lo ritenne responsabile

soltanto di dissobedienza agli ordini ricevuti, negligenza e incapacità. Il Parlamento affrontò anche

la questione della qualificazione confessionale dell’ordinamento italiano dopo aver discusso sulla

liquidazione dell’asse ecclesiastico; l’art.1 dello Statuto che prevedeva la religione cattolica come

sola religione dello Stato limitandosi soltanto a tollerare gli altri culti sembrava contrastare con i

principi liberali propri di una visione garantistica. L’opposizione del parlamento al disegno di legge

SCIALOJA-BORGATTI sulla libertà della chiesa e sul separatismo tra autorità ecclesiastica e

autorità statale costrinsero il re a far cadere il RICASOLI e ad indire nuove elezioni (10-03-67) che

portarono alla presidenza del consiglio il Rattazzi. Sebbene vigeva una situazione politica molto

delicata essendo ancora fresca la disfatta delle guerre del ‘66, il Rattazzi ebbe il merito di

interrompere l’apertura del Ricasoli alla conciliazione con la chiesa; egli inoltre incoraggio il partito

d’azione a nutrire nuovamente la speranza di liberare Roma dallo Stato Pontificio a tal punto che

Garibaldi, fuggito da Caprera ove era stato confinato, reclutò numerosi volontari mentre un gruppo

di patrioti guidati dai fratelli ENRICO E GIOVANNI CAIROLI sarebbe dovuto entrare in Roma per

congiungersi con gli insorti ma tale colonna fu amministrata dai soldati pontifici a VILLA GLORI.

Le schiere garibaldine, mentre Rattazzi dava le dimissioni, si scontrarono a Mentana dapprima con

successo contro le truppe pontificie e poi con un corpo di spedizione sapientemente equipaggiato da

Napoleone III che per la sua superiorità tecnica ebbe facilmente la meglio sui garibaldini costretti a

riparare in Toscana. Il Rattazzi durante la sua presidenza del consiglio emanò il 15-08-67 una legge

x, la soppressione delle corporazioni religiose e la liquidazione dell’asse ecclesiastico che fu molto

19

importante perché al contrario dell’opera legislativa del Ricasoli eliminava vastissimi patrimoni

terrieri ritenuti inalienabili contribuendo all’accelerazione di un processo di laicizzazione della

società italiana a favore del consolidamento della borghesia in grado di acquistare i beni

appartenenti alla manomorta che erano esclusi dalla libera circolazione.

Anche se fu criticato da alcuni per la sua spregiudicatezza, il Rattazzi aveva unificato e rafforzato

l’apparato statale emanando numerose leggi in materia finanziaria, tributaria e in materia di

delimitazione delle attribuzioni del Presidente del Consiglio e di definizione dei rapporti tra questo

e il Consiglio dei Ministri. La disfatta garibaldina indusse però il re a sostituire il Rattazzi

determinandone una crisi extraparlamentare tanto più grave per il fatto che le dimissioni del

presidente del Consiglio avvennero per l’esclusivo esercizio della prerogativa regia e con il totale

scavalcamento dell’istituto parlamentare; tuttavia l’iniziativa del sovrano fu giustificata

dall’impossibilità di sostenere un conflitto con la Francia e quindi poteva rispondere al suo compito

di garante della politica internazionale ma fu anche l’ambiguità del Rattazzi di collocarsi rispetto

alla questione romana tra Corona e Parlamento a rafforzare le prerogativa della monarchia. Il re

Vittorio Emanuele II sostituì il Rattazzi con il Menabrea che diede vita ad un governo

extraparlamentare che entrò in funzione senza un visto del Parlamento e ciò fu alla base dei

numerosi e accesi contrasti con le assemblee legislative; il Governo dovette fronteggiare anche le

opposizioni del popolo poiché la classe dirigente per opera del ministro delle finanze CAMBRAY-

DIGNY aveva esautorato i ceti più umili al fine di risanare la grave situazione finanziaria che si

era determinato in seguito al ‘65 sancendo una netta svolta in senso conservatore della libera

politica. Il re peraltro bocciò anche una proposta di legge mirante ad estendere la cittadinanza agli

abitanti delle province annesse approvate dai 2 rami del parlamento e proprio il persistere di questo

contrasto insanabile tra un Ministero (non gradito alle forze politiche) e un Parlamento che si

reputava offeso nei suoi diritti portò ad una nuova grave crisi di governo risulta questa volta in sede

parlamentare con l’elezione del ministero LANZA-SELLA che ebbe il merito di reintegrare la

Camera elettiva nelle sue prerogative che ultimamente era andata perdendo e di restituirle il ruolo

d’effettivo rappresentante della nazione.

Dopo la sconfitta che, nel corso della guerra franco-prussiana, la Francia subì a SEDAN il governo

italiano si ritenne libero dagli impegni assunti verso Napoleone III e per questo decise di procedere

alla liberazione di Roma; fallito un tentativo d’accordo con il Papa, il 20–10-70, le truppe italiane

attraverso la breccia di PORTA PIA entrarono in Roma e il 2 ottobre l’annessione dei territori

pontifici fu ratificata da un plebiscito. La particolare natura dell’avversario e le complicazioni di

natura internazionale che potevano sorgere avevano indotto il ministero LANZA ad una particolare

cautela nella redazione delle “istruzioni politiche alle truppe d’occupazione” che costituivano la

piattaforma programmatica della prima azione governativa a Roma e con cui s’invitava la sovranità

militare a non pregiudicare con il suo atteggiamento la soluzione delle varie questioni politiche e

religiose e a rispettare le popolazioni e le istituzioni civili e amministrative già insediate. In

esecuzione di tali direttive venne stabilità nella città del generale CADORNA che guidava il corpo

di spedizione la GIUNTA PROVVISORIA di governo operante secondo quanto era stabilito dal

governo di FIRENZE. La nuova giunta, che rimase in carica fino alla proclamazione del risultato

del plebiscito, affrontò problemi amministrativi miranti ad accelerare il processo di fusione del

Lazio al resto della penisola abolendo certi vincoli doganali propri della politica protezionistica

dello stato pontificio; affrontò il problema dei beni delle corporazioni religiose sancendo il divieto

d’alienazione e di costituzione d’ipoteca su essi. Ma il tema più importante fu la formula da

introdurre nel plebiscito che fu stabilita anticipatamente dal governo di Firenze in modo da garantire

l’indipendenza dell’autorità spirituale del papa collegandola al voto positivo dei romani che

risultava però condizionato fortemente in ossequio alla diplomazia; ciò suscitò la reazione della

Giunta che improntata su ideali liberali soppresse ogni limitazione dal plebiscito lasciando al

popolo romano ampia libertà di scegliere anche se il Governo cercò di indirizzare i romani verso il

rispetto dell’indipendenza dell’autorità spirituale del papa. Fu affidato ad una luogotenenza il

compito di favorire la definitiva integrazione della città di Roma e delle province dello stato

20

pontificio nel territorio nazionale con l’unificazione delle leggi civili e penali; tale carica fu

attribuita al generale LAMARMORA che attese l’accettazione del plebiscito con cui sarebbe stato

consolidato il potere nazionale sulla Città. Il luogotenente avrebbe dovuto svolgere una funzione

d’equilibrio e di moderazione nei confronti del vaticano e per questo alcuni ritenevano che la

luogotenenza doveva far cessare l’attività della giunta e del comando militare; in ogni caso

LAMARMORA diventò luogotenente, avviò il tentativo di riconciliazione col vaticano. La

luogotenenza aveva anche altri compiti definiti da un decreto del LANZA quali quello di reggere e

governare Roma e le province dello stato pontificio “in nome del signore e dell’autorità regia”, di

adottare provvedimenti utili per l’ordine, la sicurezza, l’amministrazione pubblica, tutti su decreto

del governo di Firenze. Non dobbiamo pensare che la luogotenenza fosse una sorta d’istituzione

secondaria, la cui funzione era di attuare le decisioni assunte dall’esecutivo in quanto essa svolgeva

numerose funzioni che andavano di là della burocrazia di Lanza nella difficilissima e

complicatissima sfera di trasformazione di una città depressa e sottosviluppata quale era stata Roma

fino al settembre del 1870 nella sede di un apparato burocratico e governativo che doveva essere

funzionale per tutta la nazione italiana. LAMARMORA, orgoglioso della propria “piemontesità”,

non era entusiasta del progetto di fare di una città arretrata come Roma assoggettata per molto

tempo alla cultura gretta del clero, la capitale del regno d’Italia, ma ciononostante assecondò i

progetti del governo. Per attuare l’unificazione legislativa il Consiglio dei Ministri pubblicò lo

Statuto del Regno sulle province romane, dettò disposizioni sulla pubblicazione, l’interpretazione,

l’applicazione delle leggi, proclamò l’uguaglianza di tutti i cittadini al fine di tutela, le minoranze in

modo da evitare che i territori pontifici liberati restassero soggetti ad una diversa condizione

amministrativa. La luogotenenza fu invece lo strumento attraverso il quale fu attenuata

l’unificazione legislativa osteggiata dalle ambizioni unificalistiche dei centri del Lazio ed essa

rimase in vigore fino ad un mese dopo le elezioni del 20 – 11 - 1870 che sancirono l’ingresso nel

Parlamento dei deputati e dei senatori eletti nelle province appartenenti allo stato Pontificio,

elezioni che riportarono la vittoria della destra nonostante la propaganda astensionistica svolta dal

clero. Il 13 – 5 – 71, il Parlamento approvò la cd. LEGGE DELLE GUARANTIGE che attuando il

principio cavouriano “ LIBERA CHIESA LIBERO STATO” garantiva alla chiesa il libero esercizio

dei suoi poteri spiritual e la piena sovranità pontificia sui valori del Vaticano e del Laterano e sulla

villa di Castelgandolfo (diritto d’extraterritorialità); in tal modo lo stato non avrebbe più preteso,

com’era avvenuto nella prassi delle monarchie assolute, di esercitare controli sull’attività spirituale

della chiesa e questa a sua volta avrebbe rinunciato alla pretesa di determinati privilegi

nell’amministrazione civile e politica. Tuttavia non fu facile attuare in concreto la separazione tra

chiesa e Stato per la presenza della norma statutaria che attribuiva alla religione cattolica il carattere

di religione di stato laddove i costituzionalisti del tempo si erano sforzati di limitare attraverso la

loro interpretazione, la portata di tale disposto statutario sottolineando la parificazione di tutti i culti

dinanzi alla legge sulla base del principio d’uguaglianza mentre lo statuto si limitava a constatare il

fatto che la religione cattolica era quella alla quale aderivano la maggioranza dei cittadini dello

Stato. La legge delle guarantige fu promulgata il 15-5-71 ed essa fu divisa in 2 titoli, il 1°

riguardante, le materie “ delle prerogative del sommo pontefice e della santa sede”, e il 2°

riguardante “ le relazioni della chiesa con lo Stato in Italia”. Il 1° titolo aveva un contenuto liberale

in quanto non riconosceva al popolo alcuna sovranità territoriale se non con il controllo del

vaticano, del laterano di castel gandolfo; gli riconosceva gli onori sovrani e lo dichiarava esente

dalla giustizia italiana, gli consentiva di tenere presso di se corpi armati, gli attribuiva una datazione

annua di 3.225.000 lire. Alcuni critici mancando d’intuito politico criticarono tale larghezza in

quanto contrastava con la sovranità dello Stato italiano che però in tale modo realizzò la convivenza

a Roma tra autorità civile e autorità religiosa senza che la fine del potere temporale avesse privato il

pontefice della sua indipendenza. Il 2° titolo attuò il principio della libertà della Chiesa con la

rinuncia dello Stato ad alcuni diritti come il controllo sulla stampa, sugli atti dell’autorità

ecclesiastiche, al giuramento di fedeltà dei vescovi e alla nomina di questi ma subordinava ancora al

“placet et exequatur” regi le nomine ai benefici ecclesiastici e gli atti concernenti le proprietà

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ecclesiastiche. La legge delle guarantige fu comunicata dal governo agli stati cattolici quasi

riconoscendo alla santa sede la soggettività internazionale. La destra storica in questo modo

realizzava la formazione di un’Italia una e indispensabile retta da un sistema monarchico-

rappresentativo in base al principio del costituzionalismo liberale. Nonostante gli obiettivi raggiunti,

il ministero LANZA-SELLA fu progressivamente logorato nella lotta parlamentare

dell’opposizione di Sinistra che si rese interprete dei disagi del paese oppresso da un crescente

carico tributario; Lanza, battuto una 1° volta in un disegno di legge relativo allo stanziamento di

fondi per la costruzione di un arsenale a Taranto e una 2° volta su provvedimenti in materia

finanziaria, fu costretto a dimettersi il 23-6-73.

CAPITOLO 5

LA SINISTRA AL POTERE E IL TRASFORMISMO

La destra costituì un nuovo Governo con a capo il MINGHETTI caratterizzato sulla politica finanzi

aria mirante al raggiungimento del pareggio, ma la non raggiunta maggioranza su un provvedimento

fiscale che prevedeva la nullità degli atti non registrati per incrementare le entrate tributarie costrins

ero il MINGHETTI a ricorrere a nuove elezioni nel novembre del ’74 furono contraddistinte da un

‘affermazione della sinistra il cui programma fu enunciato a Strabella da DEPRETIS nell’ottobre de

l ’75.

Egli propose l’allargamento del diritto di voto, l’istruzione elementare obbligatoria laica e gratuita, i

l decentramento amministrativo, una riforma fiscale che eliminasse l’odiata tassa sul macinato; tale

programma fece molta presa sull’elettorato che criticava la destra x la durezza della politica fiscale

ma anche x la gestione oligarchica del potere riservato ad una piccola consorteria.

Il 18 marzo 1876 la Destra cadde perché fu messa in minoranza dall’opposizione di Sinistra nelle cu

i fila confluì anche una parte della borghesia medievale che aspirava ad una diversa distribuzione re

gionale del carico fiscale e della spesa pubblica rispetto al voto concernente un disegno di legge con

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la quale la destra propose la destinazione dell’intera rete ferroviaria alla gestione dello Stato senza l

asciare alcuno spazio all’iniziativa privata.

Fu proprio il programma moderato capace di testimoniare alla Corona l’avvenuta acquisizione d‘un

‘ideologia costituzionale e liberale ad indurre il re ad affidare a DEPRETIS il compito di formare il

nuovo governo; l’avvento della sinistra parlamentare al potere suscitò un’ondata di recriminazioni e

di timori soprattutto negli ambienti della destra che oltre ad accusare la sinistra di essere scesa a co

mpromesso con chiunque pur di governare sfruttando peraltro il malcontento popolare riteneva

molto pericoloso l’allargamento della classe dirigente ai rappresentanti della piccola e media borghe

sia.

Ma la polizia del nuovo governo sotto la guida di DEPRETIS fugò questi timori perché si vide subit

o che le differenze tra le 2 correnti parlamentari che x Giustino Fortunato erano soltanto “ 2 nomi n

on divisi da alcun‘idea e da alcuna tendenza “; Depretis ebbe il merito di prendere atto di tale realtà

scaturente dall’abbandono da parte della sinistra delle velleità rivoluzionarie e di una maggiore aper

tura politica da parte della destra.

Si realizzò finalmente quell‘alternanza di forze al potere che era stata da sempre auspicata come un

fatto intrinseco alla successione del sistema rappresentativo e che fino a quel momento non si era po

tuta attuare x le circostanze politiche che avevano incontrato l’egemonia incontrastata del liberalism

o moderato ma a ben guardare in Italia sotto il governo liberal-moderato non si era mai realizzato u

n perfetto BIPARTITISMO ossia una divisione netta delle forze rappresentate in Parlamento in 2 for

mazioni politiche omogenee sia x l’esigenza d‘unitarietà nelle lotte x il conseguimento dell’indipen

denza da cui era scaturita la convergenza nel moderatismo subalpino e nel liberalismo moderato x la

costruzione di un solido apparato statale sia x il sistema elettorale a doppio turno introdotto nel 184

8 nel Regno di Sardegna x poi essere esteso a tutte le altre province.

Tale sistema elettorale non aveva favorito la formazione di gruppi parlamentari distinti poiché nella

maggior parte dei casi si andava al ballottaggio tra i primi 2 candidati e nel 2 turno si andavano for

mando vasti schieramenti politici composti di forze eterogenee anche se convergenti.

Tuttavia il ballottaggio fu introdotto al fine di correggere il sistema elettorale inglese a TURNO UN

ICO ritenuto imperfetto x il fatto che creava a maggioranze parlamentari troppo esigue e x il fatto c

he lasciava inutilizzati tutti i voti che non erano andati a favore del candidato eletto al quale era suff

iciente la maggioranza relativa dei voti che era possibile recuperare attraverso il ballottaggio e che i

nvece in Inghilterra si preferiva sacrificare pur di creare ad una stabile maggioranza di governo (nell

a scelta tra TORIES e WHIGS, liberali).

La Destra di governo a ben guardare non era un vero partito ma un raggruppamento parlamentare et

erogeneo e composito tenuto insieme da una fondamentale vocazione centrista e mediana che peralt

ro caratterizzava anche la Sinistra al momento della sua ascesa al potere senza che quindi tale avven

imento realizzasse quella “ rivoluzione parlamentare “ tanto esaltata dalla pubblicistica del tempo.

Depretis, infatti, non s‘irrigidì in una rigorosa politica di partito ma si sforzò di dichiarare al govern

o una larga maggioranza parlamentare facendo in modo che in essa confluissero anche gruppi parla

mentari appartenenti ad altri schieramenti politici e in particolare alla Destra; nella prassi politica tal

e atteggiamento prese il nome di Trasformismo e portò all’abbattimento di ogni tipo di barriera tra i

due partiti lasciandosi ai margini della maggioranza parlamentare gruppi esigui quali i conservatori

di Jacini a destra e i repubblicani e i radicali guidati da CAVALLOTTI e BERTANI all‘estrema sinis

tra.

Fu proprio questa tendenza della maggioranza alla dilatazione verso la Destra oltre alla sua natura b

orghese a rendere difficile l’azione riformatrice del DEPRETIS verso le classi subalterne tenute ai

margini del sistema da un meccanismo elettorale censitario; la legge elettorale del 1882 con cui il n

umero degli elettori fu portato a 2 milioni mantenne la discriminazione nei confronti dei contadini

meridionali mentre la legge COPPINO (1877) era congegnata proprio in modo da restare inoperante

nelle zone più arretrate e povere del Mezzogiorno.

Anche la soluzione data alla questione ferroviaria durante il governo MINGHETTI rivelò la scarsa

possibilità di un’azione governativa riformatrice sul piano sociale la sinistra, infatti, abbandonò all’i

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ndustria privata l’esercizio delle comunicazioni ferroviarie laddove la preferenza data all’iniziativa

privata rispetto alla gestione statale trovava la sua ragion d’essere nell’adesione ideologica al liberal

ismo economico e nell’intesa con i gruppi capitalistici che si andavano rafforzando x il crescente svi

luppo industriale, gruppi che sotto il governo della destra erano stati penalizzati dalle esigue dimens

ioni delle imprese e dalla scarsa disponibilità di capitale finanziario dovuta all’arretratezza economi

ca di un paese privo di una solida base industriale che non aveva consentito la creazione di un saldo

legame tra il ceto dirigente e i rappresentanti del mondo finanziario. Si ebbe così la netta contrappos

izione tra le tesi liberiste del CRISPI, dello ZANARDELLI e del DEPRETIS i quali si resero fautori

dell’ingerenza privata e capitalistica della vita pubblica e le idee statualistiche e nazionalistiche del

MINGHETTI, del SELLA e dello SPAVENTA i quali ritenevano necessario x promuovere il progre

sso e la civiltà del popolo, che lo stato intervenisse nella guida della vita economica della società ga

rantendo lo sviluppo nell’interesse della collettività; rispetto alla questione finanziaria i gruppi priva

ti cui la sinistra affidò la gestione non erano certo i garanti degli interessi di tutti i cittadini.

L’accentramento difeso dalla destra non era più lo strumento di una politica amministrativa volta al

rafforzamento dell’apparato dello Stato ma era concepito come mezzo x la difesa della collettività c

ontro gli arbitri di individui che forti della propria posizione di supremazia economica e della loro p

otenza monopolistica cercavano anche di corrompere i pubblici poteri; la sinistra con la sua azione c

ontraria a tale tendenza accentratrice insabbiò tale programma nazionalizzatore e interventista propr

io del più avanzato stato liberale a grave danno delle prospettive di sviluppo economico del paese (il

liberalismo politico sostenuto dalla destra non va confuso con il liberismo economico difeso dalla si

nistra).

Dinanzi al carattere composito della sinistra e ai frequenti contrasti che sorgevano al suo interno (do

vuti in gran parte alle intemperanze del ministro degli Interni NICOTERA) DEPRETIS volle riaffer

mare l’autorità della presidenza del Consiglio rispetto agli altri ministri del Consiglio; con un decret

o del 25/8/76 DEPRETIS sancì la preminenza del presidente del Consiglio che non erano più consid

erato come un PRIMUS INTER PARTES ma come un LEADER cui facevano capo tutti i ministri e

tale situazione fu sancita sul piano normativo dall’art. 5 del decreto che affermava che “Il presidente

del Consiglio “ rappresenta il Gabinetto, mantiene l’uniformità nell’indirizzo politico e amministrati

vo di tutti i ministri, e cura l’adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Coron

a, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al paese “. tuttavia la resistenza dei

ministri ad accettare un ruolo subalterno al presidente del consiglio non consenti al DEPRETIS e al

suo successore, IL CAIROLI e rendere operanti tali norme a discapito della struttura governativa ch

e rimase priva di un sostanziale coordinamento politico. la sinistra, nonostante la sua eterogeneità,

si mostrò unita e decisa nella volontà di mantenere il Governo impedendo alla Destra di tornare al

potere; particolarmente espressiva fu l’attività del NICOTERA il quale predispose da ministero

degli interni le basi per la gran vittoria elettorale (1876) del nuovo governo della sinistra. Mentre

fino allora la destra aveva cercato di orientare l’elettorato mantenendosi sempre entro il limite della

correttezza, dell’onestà e in particolare in quello necessario a contrastare l’opposizione del clero,

poiché la sinistra aveva bisogno del consenso popolare per rafforzare il proprio potere, la lotta

politica si fece molto dura e degenerò sul piano del comportamento morale; il NICOTERA senza

alcuno scrupolo introdusse nella campagna elettorale per il rinnovo del parlamento sistemi e

atteggiamenti propri di certi ambienti sottosviluppati, inaugurando una prassi quale quella di

presentare ricorso ad ogni strumento e quindi anche il broglio e la corruzione per ottenere i suffragi,

destinato ad avere un lungo seguito anche se in ogni caso essa garantì alla sinistra una schiacciante

vittoria elettorale. Alla degenerazione della lotta politica si accompagnò anche lo scadimento della

qualità morale e professionale della rappresentanza politica e quindi della serietà del ceto dirigente a

causa dell’allargamento del suffragio determinato dalla nuova legge elettorale. Il governo

rendendosi conto della gravità di tale situazione si propose di ripresentare il disegno di legge sulle

incompatibilità parlamentari al fine di evitare la commistione tra lo svolgimento della funzione

d’amministratore d’ impresa statali e la carica di deputato; tale progetto fu convertito in legge il 13-

05-77 anche se il testo riguardava la materia dell’eleggibilità vietando l’elezione di chi ricopriva

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determinate cariche o svolgeva particolari attività al fine di impedire che questi potessero influire

sulla volontà del corpo elettorale condizionamento le scelte e da ciò derivava l’ineleggibilità di

ministri di culto, le limitazione all’eleggibilità dei magistrati e degli appartenenti alle forze armate.

In questo modo si voleva evitare che gli esponenti della burocrazia e delle amministrazioni

pubbliche quali funzionari e impiegati pubblici diventassero deputati per l’impossibilità di

esercitare due funzioni contemporaneamente che avrebbero determinato un conflitto tra interesse

privato del singolo e quello dello Stato. Nonostante i lodevoli intenti la legge fu molto lacunosa

perché attribuiva maggior rilievo all’ineleggibilità e non all’incompatibilità senza riserve ad evitare

in modo assoluto l’insorgenza di conflitti tra il deputato e lo Stato, questo limite della sinistra di non

riuscire a tradurre sul piano normativo tutti i suoi progetti si presentò anche in altri momenti. Un

esempio espressivo della lacunosità dell’azione legislativa del Governo è dato dalla LEGGE

COPPINO sull’istruzione elementare obbligatoria; queste si prefiggeva di elevare l’istruzione della

popolazione per preparare le basi per la riforma elettorale che avrebbe attribuito il diritto al voto ad

un numero maggiore di persone sulla base non solo del requisito del censo ma su quello della

CAPACITà ma tale obiettivo non fu pienamente raggiunto sia per il fatto sia la legge prevedeva

l’obbligatorietà del solo BIENNIO sia per il fatto sia facendo ricadere sui comuni l’onere delle

spese per le scuole non faceva che aggravare gli squilibri esistenti tra Nord e Sud e tra le campagne

sottosviluppate e le città. Effettivamente l’alfabetizzazione del popolo avrebbe rappresentato una

base espressiva per il rafforzamento delle istituzioni poiché l’allargamento indiscriminatorio e

incontrollato del suffragio universale avrebbe costituito un pericolo notevole per lo stato perché

avrebbe potuto implicare un ritorno alla conservazione. Ma la sinistra non riuscì a far accostare il

popolo allo Stato perché non riuscì ad elaborare un sistema fiscale equo; infatti, anche se la

borghesia dominante era disposta a contribuire alle finanze pubbliche con le proprie risorse in modo

PROPORZIONALE e non progressivo il 28-2-77 fu emanate una legge con la quale fu ridotto a

vantaggio della borghesia produttiva il numero dei contribuenti con detrazioni per i redditi

industriali e commerciali a scapito del prelievo fiscali in forma DIRETTA; furono incrementate le

IMPOSTE INDIRETTE che gravando sui consumi di 1° necessità aumentavano il dissenso

popolare e il malcontento nei confronti dello Stato. Il DEPRETIS al potere si distinse per il suo

opportunismo politico con il quale egli per allargare la base del suo Governo ricorse all’appoggio

dei suoi avversari della Destra e dall’altro lato mostrò un atteggiamento compiacente verso la

monarchia rompendo così la rigidità della destra che era stata poco incline ad accordare le pretese

della corona; egli non fu un uomo di Stato ma abile manovratore che cercava in tutti i modi di

trovare consensi e legittimazione alla sua azione. Proprio in conformità a tale intento DEPRETIS

ricorse frequentemente alla pratica delle cd. INFORNATE di senatori on cui egli interpretando

estensivamente l’art. 60 dello Statuto cercò di controllare e giudicare la legittimità dei titoli ma

anche le qualità e i precedenti delle persone nominate al fine di garantire anche l’appoggio della

Camera Alta. Morto VITTORIO EMANUELE II, DEPRETIS conformemente alla prassi

parlamentare diede le dimissioni al nuovo sovrano UMBERTO I (1878-1900) il quale respinse le

dimissioni confermando la propria fiducia al ministro dimostrando peraltro piena fiducia

nell’istituto parlamentare. Il 26-12-77 a causa dell’emergere di dissesti interni ci fu la caduta di

DEPRETIS ricomposta subito dopo. Il 24-3-78 l’aggravarsi delle tensioni all’interno della sinistra

portarono alla situazione del DEPRETIS con CAIROLI che sembrò essere l’espressione della

volontà della camera elettiva mostrando maggiore correttezza e onestà rispetto agli interessi

economici e affaristici dal Governo precedente ma egli si trovò di fronte ad una maggioranza ancor

più composita perché in alcuni suoi atteggiamenti sembrava più vicino alla destra che non alla

sinistra; era però lontana l’idea di un governo che potesse raccogliere sia esponenti dell’una sia

esponenti dell’altra corrente e ciò causò la caduta di CAIROLI l’11-12-78. La distinzione sul piano

costituzionale tra il governo spregiudicato di DEPRETIS e quello più prudente del CAIROLI

emerse rispetto al delicato problema della organizzazione dello Stato; il DEPRETIS incline ad

assecondare le pressioni di quei gruppi economici che non sopportavano l’ingerenza dello Stato o il

controllo pubblico sulla loro attività imprenditoriale attuò la soppressione del ministro dell’

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AGRICOLTURA, INDUSTRIA e COMMERCIO suscitando l’aspra opposizione della Destra che

accusò di INCOSTITUZIONALITà il comportamento del parlamento in quanto l’istituzione o la

soppressione dei ministeri doveva essere fatta per legge e non con semplice decreto ministeriale;

raccogliendo tali critiche e rispettando le prerogative parlamentari, il Cairoli ricostruì il

MINISTERO dell’AGRICOLTURA, INDUSTRIA E COMMERCIO con la legge del 30-6-78 e

rispetto alla materia dell’ordine pubblico in ossequio ai principi di libertà sanciti dallo STATUTO

che si fondavano sul postulato “PREVENIRE NON REPRIMERE” egli reagì alla condotta

illiberale del NICOTERA che sotto il DEPRETIS aveva strumentalizzato prefetture e polizia per

ragioni di partito, ma l’attentato al sovrano e le manifestazioni di piazza di Firenze e di Pisa

indussero la sinistra a mostrare scetticismo verso tale atteggiamento liberale; ciò determinò la

caduta del CAIROLI che fu sostituito dal DEPRETIS che tenne il potere fino al 14-8-79 quando

esso fu fatto cadere per una mozione di sfiducia dell’opposizione sull’abolizione delle tasse sul

macinato che invece fu difesa dal Senato con la conseguenza di un grave contrasto parlamentare tra

Camera e Senato in relazione alla interpretazione dell’art. 10 dello Statuto Albertino che prevedeva

la priorità della discussione all’interno della camera elettiva delle leggi in materia tributaria e nel

quale la sinistra vedeva un mezzo per limitare la facoltà al Senato a proporre emendamenti. Al

DEPRETIS successe un 3° ministero CAIROLI che restò in carica fino al 26-5-81 quando il

Governo venne meno in minoranza dal Parlamento rispetto alla politica estera; (il cd. Affare di

Tunisi) il ministero venne presieduto da DEPRETIS che rimase in carica dal 29-5-81 al 29-8-87.

In questo periodo venne introdotto (1882) il nuovo sistema elettorale che portò a 2 milioni il

numero dell’elettorato attivo a seguito di un lungo dibattito in cui le forze clericali e conservatrici si

fecero paladine dell’introduzione del suffragio universale in quanto contando sulla loro capacità di

strumentalizzare le classi contadine esse cercavano di contrastare il predominio politico della

borghesia liberale; in questo dibattito fu significativa la tesi del SONNINO favorevole al suffragio

universale ma egli non fu un conservatore in quanto in lui il sostegno al suffragio universale si

fondeva sulla visione progressista di uno Stato che attraverso una massiccia partecipazione popolare

alla vita politica sarebbe uscito sicuramente rafforzato. La sinistra respinse tuttavia tale istanza

approvando un testo unico il 24-9-82 che era caratterizzato da due elementi di novità:

1. ALLARGAMENTO DEL CORPO ELETTORALE che comprendeva tutti coloro che compiuto

il 21° anno d’età sapevano leggere e scrivere o pagassero una certa somma di imposta diretta

(CENSO + CAPACITà) perciò erano favoriti i cittadini sui contadini perché più colti e le

province settentrionali su quelle meridionali perché queste vivevano in una situazione di

sottosviluppo. L’abbassamento del limite di età mirò a far partecipare alla vita politica i più

giovani che erano più vicini allo STATO LIBERALE rispetto agli anziani spesso nostalgici del

passato dinastico;

2. INTRODUZIONE DELLO SCRUTINIO DI LISTA nel quale alcuni vedevano uno strumento

per abbattere il potere della oligarchia moderata, altri un mezzo per allargare l’ampiezza della

circoscrizione elettorale al fine di garantire maggiore adesione del contado della città.

Il territorio nazionale fino allora suddiviso in 508 collegi uninominali fu articolato in 135

COLLEGI PLURINOMINALI; di questi i 36 più grandi portarono in Parlamento 5 candidati ma gli

elettori potevano esprimere 4 preferenze perciò uno dei 5 seggi andava alla lista minoritaria e ciò

per favorire la tutela delle minoranze mentre negli altri collegi erano eletti 2,3,4, candidati ma il

voto avveniva per l’intera lista. Il sistema non raggiunse gli obiettivi prefissati perché era troppo

forte l’egemonia dei cosi detti NOTABILI e la mancanza di un’ apparato (quale il futuro partito

politico) in grado di predeterminare liste omogenee di candidati; il sistema adottato favorì allora la

formazione di liste eterogenee dal punto di vista politico, per il venir meno della “carica ideologica

del voto”, a scapito della qualità della classe dirigente. In ogni modo tale sistema garantì la vittoria

e il rafforzamento del DEPRETIS che era desideroso di fondare la propria politica su una

maggioranza interpartitica che convergesse intorno ad un programma, quello della sinistra; ma se da

un lato il disfacimento dei partiti risorgimentali rafforzò il potere personale del presidente del

consiglio, dall’altro lato rendeva precarie le stesse basi del sistema. Il trasformismo di DEPRETIS

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senza che i suoi sostenitori se ne rendessero conto nascondeva molte insidie, prima fra tutte la

degenerazione del sistema parlamentare, perché era favorito il clienterismo e la tendenza a

sovrapporre gli interessi particolari su quelli pubblici; il trasformismo rispondeva ad un esigenza di

conservazione perché la scelta di DEPRETIS finiva con il favorire il mantenimento di quello status

della società civile favorevole a determinati gruppi economici frenando il riformismo del

movimento operaio, di cui temeva la carica eversiva. Sul piano costituzionale il trasformismo dopo

aver sancito la fine delle speranze di realizzare un sistema parlamentare di tipo britannico fondato

sul bipartitismo determinò un’altra conseguenza, quale il susseguirsi di grande crisi

extraparlamentari (non determinata quindi da mozioni di sfiducia) decise dal presidente del

consiglio che riteneva il mutamento della compagine governativa necessario all’incremento del suo

potere personale. Per porre fine al contrasto sorto tra il Ministero delle Finanze MAGLIANI e il

Parlamento, in seguito alla sua politica fiscale poco rispettosa delle prerogative parlamentari,

DEPRETIS indisse il 25/5/86 nuove elezioni che gli garantirono il rafforzamento del potere ma che

denotavano anche l’ingresso sulla scena politica del movimento operaio. Subito dopo le elezioni

DEPRETIS sciolse il PARTITO OPERAIO ITALIANO perseguendo una politica di vigilanza e di

repressione verso tutte le rivendicazioni del proletariato rendendo evidente l’ideologia

conservatrice; la maggioranza trasformistica fu rafforzata dall’ingresso nella maggioranza della

PENTARCHIA “Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Crispi, Baccarini “ ma ciò fece subire alla sinistra

una notevole involuzione facendole perdere ogni carica innovativa e riformatrice e il patrimonio

ideale di cui era portatrice.

Sotto il Governo della Sinistra il paese cominciò ad acquisire consapevolezza dei problemi da

affrontare grazie all’attività parlamentare della COMMISSIONE D’INCHIESTA e al maggior

numero di dibattiti favorito dalla scelta dei deputati tra uomini dotati di pratica forense e di notevole

esperienza amministrativa. La classe politica dal suo canto avrebbe dovuto risolvere con

l’elaborazione di un serio programma riformatore tutti i problemi che erano stati denunciati dalle

commissioni d’inchiesta ma spesso questi rimasero irrisolti per l’inerzia del potere politico perché

le commissioni erano malviste dal governo che ravvisava in esse uno strumento di controllo troppo

rigido verso i suoi rappresentanti celando una diffidenza ai loro compiti. Tra le più significative

commissione introdotte da una modifica allo Statuto Albertino nel 1878 nel regolamento della

camera ricordiamo sotto la destra la COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLA

SICILIA che aveva il compito di accertare l’esistenza di accordi tra la malavita e la politica mentre

sotto il governo della sinistra, ricordiamo le commissioni d’inchiesta sull’esercizio ferroviario, sulla

marina mercantile, sulle tariffe doganali, sulla questione agraria con l’intento di conoscere le

effettive condizioni del paese che però non fu realizzato per la mancanza di mezzi dello stato.

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CAPITOLO 6

AUTORITARISMO, CONSERVAZIONE PARLAMENTARISMO: CRISPI, DI RUDINì,

GIOLITTI.

Alla morte di DEPRETIS divenne presidente del consiglio FRANCESCO CRISPI il quale avendo

ricoperto la carica di ministro degli interni garantì la continuità politica con il governo che lo aveva

preceduto per la tranquillità della borghesia italiana anche se non mancarono le critiche da parte di

coloro che (come lo SPAVENTA) criticavano il fatto che era divenuto ormai impossibile realizzare

un efficiente sistema bipartitico auspicando invece, una volta che fosse venuta meno la necessità per

le forze liberali di restare unite contro l’opposizione clericale, un’alternanza al potere tra il partito

CONSERVATORE e quel PROGRESSISTA mentre il BONGHI sosteneva che la crisi dei partiti

tradizionali era dovuta al fatto che essi non riuscivano più a farsi portatori delle istanze sociali. Altri

autori (ARCOLEO, MONTALCINI) criticarono il ruolo svolto del PRESIDENTE DEL

CONSIGLIO forte soltanto per le sue qualità di creatore e manipolatore delle maggioranze

parlamentari e tutte queste critiche erano la testimonianza di una forte crisi del sistema politico

esistente nel momento in cui Crispi soli al potere, egli comprese subito che era indispensabile che

l’operato del Governo fosse supportato da una vasta base parlamentare. Questi avevano cominciato

la sua carriera politica come mazziniani partecipando alla rivoluzione siciliana del ‘48 ma del

mazzinianesimo egli aveva accolto più l’intrasigente unitarismo che l’ispirazione democratica,

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niobe

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia della cultura francese sui seguenti argomenti trattati: l'Ancièn Regime in Francia e la Rivoluzione francese, la Costituzione del 1795, il triennio giacobino, il periodo napoleonico, Costituzione di Cadice del 1812, la Costituzione siciliana del 1812, le Costituzioni del 1848 in Italia e lo Statuto albertino.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in culture delle lingue moderne e del turismo
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher niobe di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della cultura francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Ferrandes Carmela.

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