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Plutarco:

“Silla proscrisse subito 80 cittadini senza darne comunicazione a nessun Magistrato.

L'indignazione era generale, ma lui lasciato passare un giorno soltanto ne proscrisse altri 220 e

non meno il giorno successivo. Parlandone davanti al popolo affermò che proscriveva tutti quelli

che gli venivano in mente e che quelli di cui per il momento non si ricordava li avrebbe proscritti

in seguito. Proscriveva anche chi avesse ospitato o salvato un proscritto, ponendo con la morte

un gesto d'umanità, senza stare a guardare se si trattava di un fratello, di un figlio o dei genitori.

Mentre chi uccideva un proscritto, riceveva due Calenti a compenso dell'omicidio, anche se era

uno schiavo che ammazzava il padrone o un figlio che uccideva il padre. Il colmo dell'ingiustizia

parve la decisione di privare dei diritti civili i figli e i nipoti dei proscritti e di confiscarne tutti i

beni.

Le proscrizioni non riguardavano solo Roma, ma tutte le città d'Italia, non c'era tempio di un Dio,

focolare di un ospite o casa paterna che non fossero contaminati dalle uccisioni, ma si

scannavano i mariti accanto alle mogli, i figli accanto alle madri.

Quelli che finivano ammazzati per rancore o per odio non erano nulla in confronto a quanti

venivano scannati per le loro ricchezze, ma capitava addirittura di sentir dire dai carnefici, che il

tale l'aveva ucciso la sua grande casa, un altro il giardino, un altro ancora le sue acque termali.

Quinto Aurelio, uno che non si era mai interessato di politica ed era convinto che quei mali lo

riguardassero solo come partecipazione alle sofferenze degli altri sventurati, si recò un giorno nel

foro e scorrendo la lista dei proscritti ritrovò il proprio nome,”Povero me”, esclamò è la mia villa

d'Alba che mi accusa e fatti pochi passi fu sgozzato da uno che lo aveva seguito”.

La condotta di Silla era manifestamente eversiva della legalità repubblicana, per vari motivi,

perché per la mentalità repubblicana era inconcepibile che un Generale entrasse nella cinta sacra

di Roma esercitando l'Imperium Militiae, addirittura i Littori dovevano togliere le scuri dai fasci

quando entravano coi Consoli nel Pomerio. Era intollerabile per la mentalità repubblicana, che vi

fossero condanne a morte senza appello dei cittadini (provocatio ad populum); ed era poi

soprattutto ignota alla cultura politica e giuridica di Roma, la pratica delle liste di proscrizione,

che secondo le fonti vengono introdotte per la prima volta da Silla.

A questo punto Silla si allontana dalla città, che ormai è controllata con il terrore e nella città

mancano ormai i Consoli. Nel frattempo Carbone dopo la sconfitta era morto in Sicilia, mentre il

figlio di Mario era morto a Preneste. Silla fa sì che i Senatori proclamino l'Interregnum (questo

istituto rimane in vigore anche se non aveva più l'importanza che aveva al tempo dell'età

monarchica). Lucio Valerio Flacco che era il cosiddetto il Princeps Senatus, divenne Interrex, il

quale era un partigiano di Silla e invece di indire, come avrebbe dovuto fare, delle normali

elezioni Consolari, propose al popolo una legge (ai comizi la votazione di una legge) e i comizi

centuriati nell'incertezza e nel terrore che regnavano in città, approvarono questa legge: Lex

Valeria de sulla Dictatore, legge Valeria circa Silla dittatore. Con questa legge fu attribuito a

Silla una dittatura: legibus scribundis et rei publicae constituendae, si trattava di un tipo di

dittatura assolutamente inedita, infinitamente più estesa nei poteri della tradizionale dittatura

repubblicana, che ormai era caduta in desietudine. La dittatura che aveva “rispolverato” Silla non

aveva niente a che vedere con la dittatura tradizionale, intanto con la durata (la vecchia durava 6

mesi o comunque al compimento dell'incarico per il quale era stata attribuita), nella dittatura

attribuita a Silla non c'è una scadenza temporale. Poi è una dittatura anomala per la sua genesi

perché viene deliberata dai comizi e non come era previsto nella costituzione repubblicana dalla

dictio del Console. Era una dittatura anomala anche nella funzione, perché nessun dittatore

prima di Silla aveva avuto poteri costituenti, invece questa dittatura viene espressamente

conferita: rei publicae constituendae. Era poi anche una dittatura anomala nei fini reali

perseguiti, perché di fatto questa legge voleva porre le premesse giuridiche per l'affermarsi della

repubblica di un potere personale privo di controlli e istituzionalizzato, si voleva

istituzionalizzare un potere personale assoluto.

A questa legge de Sulla Dictatore, gli storici antichi di quell'epoca parlano di un Imperium

esercitabile senza limiti, anche di una serie di poteri amplissimi, il Dittatore poteva: uccidere,

confiscare, distribuire terreni, abbattere complessi, togliere e dare Regni a suo piacimento,

nominare Magistrati, dedurre colonie, designare Pro Consoli e Pro Pretori, disporre di fondi

pubblici, insomma aveva un potere veramente assoluto.

Questi poteri venivano abbelliti e coloriti da una sfumatura di carattere religioso, per cui Silla si

considerava in qualche modo (che nel frattempo aveva elaborato un culto della personalità

spiccato) si considerava come il baciato dalla fortuna, il preferito dagli Déi e infatti come del

resto recitava l'epiteto che campeggiava nella statua che Silla aveva fatto erigere nel foro e la

statua aveva l'iscrizione: Cornelio Sulle felice dictatore, a Cornelio Silla il Dittatore baciato dalla

fortuna. Questa coloritura di carattere religioso attribuisce a Silla un ruolo che era del tutto

inedito nella storia politica e giuridica di Roma, infatti il potere di Silla assume un potere di

carattere orientaliggiante. C'era una differenza fondamentale tra il modello politico romano, che

era quello di cittadini liberi e uguali (almeno formalmente) e invece il modello invece del

dispotismo tipico dell'Oriente e anche della tradizione Ellenistica, in questo caso la figura di Silla

si avvicina moltissimo a questi due ultimi modelli. Le fonti di cui disponiamo oltre a descriverci

nel dettaglio la natura e il contenuto di questa Lex Valeria de Sulla Dictatore, ci parlano anche di

due altri importanti provvedimenti normativi, che avevano lo scopo di garantire a Silla la

completa impunità dando allo stesso tempo una parvenza di legittimità al regime. Questi

provvedimenti sono due: un Senato consulto approvato subito dopo la presa del potere da parte

di Silla, che confermava tutti gli atti compiuti da Silla in Asia, in Italia e a Roma dall'88 fino al

novembre dell'82 A.C.; sostanzialmente era una sorta di provvedimento che diceva che tutto ciò

che avesse fatto è legittimo e noi lo approviamo. L'altro provvedimento normativo era una

clausola contenuta nella stessa Lex Valeria, la quale ratificava addirittura per il futuro tutto

quanto Silla avrebbe fatto o stabilito, era di fatto una clausola che garantiva l'impunità a Silla per

tutte le azioni o decisioni che avrebbe assunto in futuro. Come si può capire sulla base di queste

norme e con la garanzia di queste immunità, Silla è procedente a un definitivo regolamento dei

conti con i suoi avversari, continuando a inserire i nomi dei suoi avversari nelle liste dei

proscritti, che furono lasciate aperte fino al 1 giugno dell'81 A.C.

Il potere illimitato di Silla si manifestava con ferocia, ma anche con una discreta dose di arbitrio

e di capricciosità (importante fonte di Appiano Alessandrino).

Le proscrizioni causarono lutti atroci e ingiustizie anche evidenti, ma provocarono anche un

notevole ricambio del ceto dirigente romano e un trasferimento ingente di ricchezze. Noi

disponiamo di cifre parziali, le quali parlano di varie migliaia di condannati tra Senatori e

Cavalieri, senza contare gli Italici, cioè i membri delle stirpi Italiche che si erano opposte a Silla,

prime fra tutte i Sanniti, così come gli Etruschi. Per avere un'idea delle ricchezze effettivamente

trasferite, basti pensare che dalla vendita nel foro di una parte soltanto dei beni sequestrati ai

proscritti, si ricavarono ben 350 milioni di sesterzi, che per l'epoca era una cifra spaventosa,

nonostante che l'alienazione del foro di questi beni furono fatte all'incanto e quindi a un prezzo

inferiore al reale valore di mercato.

Le proscrizioni comportavano anche sanzioni di natura giuridica, tra queste la perdita del Ius

honorum per i discendenti dei colpiti, i discendenti di coloro che erano proscritti erano esclusi

dalla vita politica ed erano completamente emarginati dalla vita politica romana. A questo punto

cessate le proscrizioni, Silla promulga una serie di provvedimenti che gli storici definiscono:

consitutio Sillana.

Silla intanto riprende le disposizioni che ha adottato nell'88 A.C. (prima di partire per l'Asia) e le

inasprisce. Soprattutto regola e disciplina ogni ambito della vita istituzionale della vita della

repubblica. Gli aspetti salienti di questa riforma furono:

1) Silla colpisce il Tribunato della plebe, limita in maniera assoluta le prerogative dei tribuni e

intanto li spoglia del diritto di intercedere, quindi la funzione del Tribuno è uan funzione solo

formale di Auxilii Latio, cioè di portare aiuto a favore dei singoli cittadini, ma senza più poter

esercitare il potere di veto.

2) Vanifica la potestà dei Tribuni di legiferare, perché a questo punto impone formalmente

l'obbligo di sottoporre i plebisciti al parere preventivo del Senato, in mancanza di parere

favorevole del Senato il plebiscito non può essere adottato.

3) Limita il potere dei Tribuni della plebe di promuovere l'accusa (in materia penale) dei cittadini

dinanzi ai concilia plebis.

4) Esclude i Tribuni della plebe dalla possibilità di ricoprire in seguito Magistrature Curuli.

A causa delle proscrizioni il numero dei Senatori si era ridotto, non composto ormai da più di

150 membri. Silla quindi nominerà i Senatori mancanti, 150 nuovi membri. I Senatori li sceglie

tra ex Magistrati superstiti e propri partigiani, riempiendo il Senato di bassi ufficiali, di soldati, di

liberti arricchiti. Successivamente raddoppia il numero dei Senatori, portando il numero dei

Senatori a 600, nominando direttamente e personalmente i 300 Senatori mancanti scegliendoli

per lo più tra i Cavalieri che gli sono amici.

Successivamente toglie ai Cavalieri la funzione giudiziaria, cioè la prerogativa di comporre le

giurie nelle quaestionaes paerpaetuae e attribuisce la funzione giudiziaria in via esclusiva al

Senato. Inoltre stabilisce che i Giudici delle varie corti permanenti siano scelti esclusivamente tra

i Senatori, perché il Senato era il gruppo sociale che aveva appoggiato Silla e quest'ultimo

intendeva in tutti i modi favorire.

Come tutti i dittatori si occupa del diritto penale e quindi disciplina i fatti penalmente rilevanti,

disciplina la procedura penale, le competenze, le pene.

Sottrae al popolo riunito nei comizi la prerogativa di operare come suprema corte di giustizia

criminale, tutta la funzione di cui abbiamo parlato dei comizi centuriati gli è sottratta al popolo

riunito nei comizi centuriati.

A ciascuna delle quaestionaes paerpaertuae viene preposto un Pretore e conseguentemente il

numero dei Pretori viene elevato a 8, due sono addetti soltanto alla iurisdictio (amministrazione

della giustizia civile), sei invece hanno il compito di presiedere le corti permanenti nei giudizi

criminali.

Inoltre porta a 20 il numero dei Questori, disponendo anche che coloro che hanno ricoperto

questa Magistratura, abbiamo il diritto di essere ammessi alla scadenza del loro incarico in

Senato, questo è un espediente per garantire per il futuro che possa esserci un ricambio.

Silla emana una legge che le fonti citano come: Lex Cornelia de Magistratibus, la quale

disciplina in maniera rigida e dettagliata la sequenza, l'età minima, gli intervalli necessari per

percorrere le tappe del cursus honorum, cioè la moralità secondo le quali deve svolgersi la

carriera politica di un cittadino romano, queste modalità erano già state disciplinate da una legge

risalente al 180 A.C. che però le aveva disciplinate in maniera non vincolante; adesso Silla con

questa Lex Cornelia de Magistratibus rende queste modalità precise e soprattutto obbligatorie.

L'età minima per la Questura viene fissata in 30 anni. Viceversa per la Pretura e per il Consolato

l'età minima, è rispettivamente di 40 e di 43 anni ed è obbligatorio un intervallo biennale fra le

successive Magistrature, quindi non si può alla scadenza dell'incarico come Magistrato, assumere

subito un altro incarico politico, prima che siano decorsi due anni.

Rende poi stabile il sistema della prorogatio Imperii (per cui il Magistrato che in quel momento

si trovava in Provincia come Governatore, alla scadenza del suo incarico come Magistrato, si

vedeva prorogato l'Imperium per ragioni pratiche), Silla istituzionalizza questa prassi e quindi la

rende precisa e le dà una cornice normativa definita. Un altro provvedimento contenuto in questa

legge che è fondamentale e in qualche modo consacra ciò che aveva fatto in maniera illegale

negli anni precedenti, in qualche modo separa nettamente l'esercizio dell'Imperium Domii,

dall'esercizio dell'Imperium Militiae. Questi due profili erano strettamente intrecciati soprattutto

nel ruolo e nelle funzioni del Console e stabilisce che mentre sono in carica i Magistrati urbani

sono obbligati a risiedere a Roma e devono provvedere soltanto alle incombenze del governo

civile della repubblica, quindi non possono assumere il comando di contingenti militari; possono

farlo solo su espresso incarico del Senato e in via eccezionale, ma di norma devono risiedere a

Roma e dedicarsi al governo civile.

La responsabilità invece della guerra e della gestione delle Province è attribuita a dei Pro

Magistrati, quindi a persone che fanno le veci del Magistrato.

In questo modo si consacra in maniera formale la scissione tra i due contenuti dell'Imperium

(Militiae e Domii), perché il supremo potere di comando non è più gestito in maniera collegiale e

globale dai Consoli, ma c'è una scissione importante e inaudita tra questi due aspetti.

Silla non lascia da parte neanche i collegi Sacerdotali, i quali sono fatti oggetto della riforma,

intanto con l'ampliamento del numero dei Sacerdoti. Il Collegio dei Pontefici e quello degli

Auguri vengono ampliati, passano da 9 a 15 membri e si reintroduce la prassi della cooptazione

per il Pontefice Massimo (quest'ultimo veniva eletto, mentre gli altri erano cooptati). In questo

caso Silla reintroduce la prassi della cooptazione perché è più controllabile la scelta del Pontefice

Massimo.

Infine prende tutta una serie di provvedimenti che non sono contenuti nella Lex Valeria, ma che

hanno il compito di portare un po' di sollievo al contesto sociale di una città che usciva da anni di

guerra atroce di guerra civile.

Silla abroga la prassi delle frumentationes, però introduce un calmiere sui prezzi delle derrate

essenziali e quindi i prezzi non possono salire oltre un certo limite.

Successivamente promuove un piano di opere pubbliche, quindi lavori pubblici in città, questo

per dar lavoro alle plebi cittadine e quindi tenerle tranquille.

Promuove una ampia opera di colonizzazione sulle terre che sono divenute pubbliche a seguito

delle proscrizioni e delle multe imposte non solo ai cittadini romani, ma anche agli Italici che lo

avevano contrastato. Le fonti ci parlano di 120.000 veterani di guerra i quali furono insediati in

nuove colonie che furono create ad hoc in Italia, soprattutto nel Lazio, in Etruria e in Umbria.

Il programma di colonizzazione intrapreso da Silla non aveva niente a che fare con il programma

di colonizzazione che aveva in mente Tiberio Gracco, quest'ultimo voleva ricostituire una classe

di piccoli proprietari terrieri e quindi in qualche modo voleva risollevare il “ceto medio”.

Quest'ultimi erano fondamentali per la costituzione e la composizione dell'esercito. Il programma

di Silla invece, è soltanto solo quello di punire in maniera esemplare i suoi oppositori,

prostrandoli dal punto di vista anche economico e di favorire i propri clientes e i propri soldati;

così facendo anche di stabilire anche lungo la penisola dei punti strategici di governo, una sorta

di stanziamenti paramilitari, perché in queste colonie dove erano insediati i suoi fedelissimi,

fungevano anche da stanziamenti paramilitari, che svolgevano funzioni di polizia. Silla poteva

ricorrere a questi stanziamenti paramilitari in caso di bisogno.

Verso la fine dell'80 A.C., inaspettatamente Silla abdica alla dittatura, rifiuta anche la rielezione

a un III°Consolato, rifiuta anche il governo pro Consolare della Gallia Cisalpina (attuale Pianura

Padana) e si ritira nei suoi possedimenti in Campania, ovviamente ben presidiati dai suoi veterani

fedeli. Le fonti non sono mai riuscita a chiarire il perché di questo ritiro inaspettato e imprevisto,

pur essendoci varie interpretazioni. Secondo la prima interpretazione Silla si ritira perché ritiene

esaurito il suo compito, nel suo delirio di onnipotenza si riteneva il restauratore della Roma

classica, della Roma aristocratica e quindi essendo esaurito questo ruolo, pensò bene di ritirarsi.

La seconda interpretazione è che Silla si fosse reso conto, nonostante il suo impegno, la sua lotta

senza esclusione di colpi, le opposizioni e le resistenze alle sue attività, dapprima striscianti e poi

sempre più decise e di fronte a queste opposizioni sempre meno sottotraccia, il dittatore decise di

andarsene (tesi meno credibile).

La terza è che probabilmente Silla sentiva di essere vicino alla fine dei suoi giorni, sentiva di

essere malato e quindi decide di abbandonare l'attività politica. Silla infatti muore pochi mesi

dopo il ritiro, muore nel marzo del 78 A.C. Non prima però di aver subito un'importante sconfitta

politica, perché quando ormai il dittatore si è ritirato dalla vita politica ed è malato, a Roma

vengono eletti due Consoli, uno è un suo fedele seguace, l'altro è un suo irriducibile avversario:

Marco Emilio Lepido. FINE I°PARTE

II°PARTE

I romani ereditano alla morte di Silla, quella che gli storici del diritto chiamano una constitutio

Sillana, cioè una costituzione Sillana senza il suo fautore.

In estrema sintesi il sistema giuridico introdotto dalle riforme a tappeto di Silla, è un sistema che

è congegnato per assicurare la sopravvivenza della vecchia repubblica aristocratica, la vecchia

oligarchia Senatoria. In teoria niente di nuovo, sarebbe la vecchia repubblica aristocratica

riproposta in chiave un po' attualizzata, il fatto è che sono passati decenni conflittuali, decenni di

crisi costante e crescente, quindi il sistema che i romani ereditano alla morte di Silla, avrebbe

potuto reggere (alla prova della storia) se la nobilitas, in realtà avesse avuto un senso di

responsabilità che aveva perso ormai del tutto dopo anni di crisi così acuta e crescente. La realtà

è che il modello repubblicano era sempre più inadeguato per amministrare e reggere le sorti di

quello che ormai a tutti gli effetti era un Impero. Alla morte di Silla gli elementi di

destabilizzazione, di tensione che conosciamo erano ancora presenti, ed erano tutti elementi

presenti e non risolti, pronti di nuovo a incendiare il clima politico/sociale della civitas. Questi

elementi erano:

1) il conflitto tra Senatori e Cavalieri.

2) Il problema agrario, continuamente posto e mai risolto.

3) Collegato al problema agrario vi era la dissoluzione di quello che potremmo chiamare il “ceto

medio”.

4) Altro elemento era il venir meno del principio “costituzionale” repubblicano, in base al quale

l'esercizio dell'Imperium si collega sempre e necessariamente alla titolarità di una Magistratura.

Questo principio comincia a venir meno addirittura dall'epoca di Scipione l'Africano e con Silla

in maniera crescente si comincia a derogare a questo principio.

5) La scomparsa del modello di esercito che aveva retto Roma sino ad allora. Prima l'esercito era

composto da contadini soldati, fedeli a uno stato di cui si sentivano parte integrante, al posto di

questo esercito noi troviamo adesso truppe spesso anche composte da nullatenenti che

riconoscono in via esclusiva l'autorità del loro capo. Ad esempio vediamo il discorso che fa

Cesare prima di compiere questo passo arringa i suoi soldati, dopo anni che li aveva guidati nelle

campagne in Gallia. Cesare aveva assicurato a Roma un incremento incredibile del proprio

territorio, questi soldati erano fedelissimi a Cesare.

Cesare in un passo del bellum civile (Cesare scriveva in terza persona):

“Cesare esorta ai soldati a difendere dagli avversari la dignità e l'onore del comandante, sotto la

cui guida per nove anni aveva servito gloriosamente la patria e avevano combattuto

vittoriosamente moltissime battaglie e avevano imposto la pace a tutta la Gallia e alla Germania.

Acclamando i legionari della XIII°legione, che era presente, si dicono pronti a vendicare le

offese fatte al loro comandante e ai Tribuni della plebe.”

Da come si evince da questo passo i soldati erano fedelissimi a Cesare, pronti a tutto, pur di

obbedire al loro capo. Il vecchio esercito romano non si sarebbe mai comportato in questo modo,

questi soldati obbediscono a Cesare e non obbediscono al Senato, agli ordini che arrivano da

Roma, questo è possibile perché è cambiato totalmente il quadro politico/sociale della civitas.

La lotta politica dopo Silla

Alla morte di Silla l'organizzazione politico/sociale di Roma era molto confusa e c'erano vari

gruppi politici che si contendevano la scena, questi gruppi si potrebbero dividere in 3 categorie:

1) i vecchi aristocratici, i membri della vecchia nobilitas, che morto Silla volevano tornare al

sistema pre Sillano;

2) i conservatori Sillani, i fedelissimi di Silla, costoro difendevano come intangibile l'opera di

Silla, che era sovvertitrice dell'ordine repubblicano. La difendevano perché quest'opera aveva

portato a loro enormi benefici economici, politici, sociali;

3) il terzo gruppo comprendeva gli oppositori di Silla, i vecchi Mariani, sfuggiti alle proscrizioni,

plebei pauperizzati senza arte né parte, che desideravano il ritorno delle frumentazioni, c'erano

proprietari terrieri Italici che erano stati spossessati dei loro beni a causa della creazione di nuove

colonie disposte da Silla. C'erano poi anche sostenitori del ripristino del Tribunato della plebe,

perché Silla sostanzialmente abroga il Tribunato della plebe. Le fonti romane parlano del

Tribunato della plebe dopo Silla con un'espressione evocativa: imago sine re, immagine senza

cosa, immagine priva di contenuto, per dire che il Tribunato della plebe non aveva più un ruolo

sostanziale.

Il gruppo degli oppositori di Silla è molto ampio e molto eterogeneo, fa da sfondo l'esercito, un

esercito ormai proletarizzato e anzi più che di esercito sarebbe corretto parlare di milizie

partigiane, cioè sono gruppi armati partigiani, perché si affidano a un comandante che scelgono

come comandante di riferimento.

Nonostante la pluralità delle posizioni in campo, possiamo dire che alla morte di Silla (78 A.C.),

la vita politica romana si divide in due schieramenti opposti e abbiamo di nuovo da un lato

l'oligarchia Senatoria e il ceto Equestre, il ceto dirigente che volente o nolente difende l'opera di

Silla, perché comunque privilegia la loro posizione; mentre dall'altra vi sono i cosiddetti

populares, la fazione democratica, che è decisa a smantellare la costituzione Sillana. La fazione

democratica in questa fase è guidata da un Console chiamato: Marco Emilio Lepido, il collega

invece si chiamava Quinto Lutazio Catulo (filo Senatorio). Marco Emilio Lepido anche con

una buona dose di demagogia, elabora una serie di iniziative che dovrebbero almeno in teoria

andare incontro alle principali richieste che egli rappresenta. Tra le altre cose Lepido propone: il

ripristino delle frumentazioni, il richiamo a Roma dei proscritti dei superstiti e la restituzione a

loro e ai loro figli dei diritti e dei patrimoni confiscati. Propone ancora la riconsegna alle città e

agli altri antichi proprietari e possessori delle terre espropriate e in parte assegnate ai veterani

Sillani. Propone il riconoscimento della cittadinanza a coloro che ne erano stati previsti, infine

propone il ripristino integrale dei poteri dei Tribuni della plebe. E' quindi fautore di un'opera di

abrogazione quasi integrale dei provvedimenti molto incisivi adottati da Lucio Cornelio Silla.

Provvedimenti del genere non sarebbero in alcun modo potuto essere tollerati dalla classe

dirigente romana. Infatti di fronte alle proposte di Lepido succede che la classe Dirigente si

oppone al Console e tutti i gruppi della nobiltà Senatoria, compreso il gruppo di Gneo Pompeo,

fanno quadrato contro Lepido. Lo scontro di nuovo è durissimo, è di nuovo guerra civile, il

Senato ricorre a tutti i mezzi pur di bloccare l'opera di Lepido, con un Senatus consultum

ultimum, viene dichiarato hostis rei publicae, nemico della repubblica. Ci sono scontri e battaglie

durissime in campo aperto tra le due fazioni partigiane. All'esercito di Catulo si aggiungono le

truppe arruolate da Pompeo. Lepido viene sconfitto in campo aperto, ripara in Sardegna, dove

muore poco tempo dopo.

Siccome la situazione diventa sempre più complessa, i seguaci di Lepido riparano in Spagna e in

Spagna si uniscono all'esercito di Sertorio (antico avversario di Silla, sconfitto da Pompeo in

Spagna, che era rimasto in Spagna e aveva continuato ad organizzare dei gruppi anti Sillani, una

sorta di gruppo che faceva resistenza al dittatore e continua a operare anche successivamente).

Contro Sertorio era impegnato da tempo un Pro Console (Quinto Cecilio Metello Pio), cui si

aggiunge il rinforzo dell'esercito di Pompeo, quindi quest'ultimo va in Spagna per cercare di

reprimere la rivolta di Sertorio. La guerra si prolunga per diversi anni e si conclude solo nel 72

A.C., con la morte di Sertorio, ucciso da un gruppo dei suoi stessi Ufficiali. Nel frattempo in

Italia avviene una importante rivolta di schiavi, dal 73 al 71 A.C., capeggiata da Spartaco, il

quale riesce a metter su una rivolta di proporzioni considerevoli e sconfigge ben due eserciti

Consolari, viene alla fine sopraffatto e sconfitto dall'esercito guidato da Marco Licinio Crasso. I

superstiti di questa armata di Spartaco, si danno alla fuga verso il nord, anche se vengono

intercettati e sterminati da Pompeo che stava tornando in Italia dalla Spagna (dopo aver sconfitto

Sertorio). E' una situazione politico/sociale molto difficile e difficile da governare, al conflitto

politico della civitas si aggiungono rivolte degli schiavi, dei gladiatori.

Dopo la repressione della rivolta di Spartaco, Pompeo e Crasso, concludono un accordo

elettorale e ottengono entrambi il Consolato, siamo nell'anno 70 A.C. Il clima politico adesso è

ulteriormente cambiato, nel senso che l'aristocrazia tradizionalista dopo aver collaborato con i

seguaci di Silla, contro Sertorio, che rappresentava un ennesimo pericolo per la stabilità delle

istituzioni repubblicane. A questo punto però l'aristocrazia Senatoria crede che sia tornato il

tempo per poter riprendere nuovamente in mano il timone della vita politica della città. L'intesa

tra Crasso e Pompeo è di breve durata ma produce frutti abbastanza interessanti, in particolare è

necessario ricordare una Lex Pompeia Licinia de Tribunica potestate, con la quale vengono

restituiti al Tribunato tutti i suoi antichi poteri, questa legge ripristina integralmente il ruolo e la

funzione giuridica tradizionale del Tribunato della plebe. Inoltre per la prima volta dopo 15 anni

vengono nuovamente eletti i Censori e vengono censiti 910.000 cittadini (censimento del 70

A.C.). In questo censimento si tenne conto anche degli alleati Italici che avevano ottenuto la

cittadinanza, anche se secondo gli storici non si tratta ancora di un numero esaustivo, perché

probabilmente gli abitanti che avevano la cittadinanza romana nella penisola italiana erano molti

di più. Il Pretore Lucio Aurelio Cotta, vara l'ennesima legge giudiziaria, in cui si dispone che i

posti di Giudice nelle quaestionaes perpetue, debbano essere assegnati per 1/3 ai Senatori, per

1/3 agli Aequite Aequo Publico (coloro che erano nelle 18 centurie e il cavallo era pagato dallo

stato), per 1/3 ai Cavalieri per censo. Si trova nuovamente un accomodamento volto a

accontentare sia i Senatori sia i Cavalieri e non solo i Cavalieri per lignaggio, ma anche per

censo.

La fazione di cui era esponente Lepido che viene sconfitto, è la fazione democratica o la fazione

dei polulares, è proprio in questi anni che si afferma nel linguaggio politico il termine popularis.

L'espressione popularis è usata soprattutto dallo scrittore Cicerone, la utilizza in modo tale che si

capisce che tale parola fosse entrata nell'uso comune. Il significato più evidente è quello di:

amico del popolo; a volte gli storici traducono il termine popularis, anche con l'aggettivo

democratica. Nella cultura romana l'espressione popularis non è sinonimo di democratico, quanto

di demagogico, cioè è usata in senso dispregiativo. Popularis designa tutti coloro che

strumentalizzano il malcontento popolare, per ricavarne un interesse immediato di carattere

politico. I popularis di questi anni sono: Pompeo, Clodio, Crasso, Cesare. Tutti esponenti della

classe dirigente, della noblitas, impegnati nell'affermare il proprio potere personale,

combattendosi o alleandosi tra di loro, per combattere altri nobili. Nel far ciò strumentalizzano il

malcontento popolare. Si tratta di un'azione tipicamente demagogica.

L'unica tradizione autentica e democratica che noi troviamo a Roma è quella dei Gracchi, gli

unici veri democratici sono i fratelli Gracco (Tiberio e Gaio Gracco) e poi i circoli culturali,

(circoli molto ristretti ed èlitari).

Dobbiamo adesso dire che il decennio che inizia con il 70 A.C. è caratterizzato dal declino

progressivo dei Sillani e dall'ascesa inarrestabile della figura politica di Gneus Pompeus (Gneo

Pompeo).

Gneus Pompeus, Gneo Pompeo

Gneo Pompeo nasce il 29 settembre del 106 A.C. Ricopre per tre volte la carica di Console, nel

70, nel 55 e nel 52 A.C. Per tre volte Pompeo celebra il trionfo.

La descrizione che di Pompeo ci offre Protarco:

“I romani non mostrarono un odio così profondo e aspro verso alcun altro Generale come verso il

padre di Pompeo, Strabone (era un grande combattente). Del quale finché visse temettero il

potere delle armi, ma quando morì, colpito da un fulmine, tirarono giù dal letto funebre il corpo

pronto per la sepoltura e lo oltraggiarono. Invece nessun altro fra i romani più di Pompeo figlio

godette di una benevolenza più viva, più rapida nel manifestarsi, più fiorente del successo e più

salda anche nell'insuccesso. La causa dell'odio verso Strabone era unicamente la sua insaziabile

avidità di ricchezze, mentre Pompeo aveva molte qualità che lo rendevano amabile: moderazione

nello stile di vita, allenamento alla vita militare, capacità di persuasione nel parlare, lealtà di

carattere, affabilità di modi. Sicché nessuno sapeva rivolgere una richiesta in modo meno

fastidioso, né alcun altro soccorreva con maggior cortesia chi lo pregava. Alle altre sue qualità si

aggiungeva infatti di dare senza offendere e di ricevere con dignità, all'inizio anche l'aspetto lo

aiutò non poco a incontrare il favore popolare, perché attraeva ancor prima che egli parlasse. La

sua amabilità era infatti sempre accompagnata da dignità e benevolenza e già quando era un

giovane fiorente il suo vigore giovanile lasciava immediatamente trasparire la regale nobiltà del

suo carattere. Aveva poi una ciocca di capelli leggermente sollevata sulla fronte e i suoi occhi si

muovevano con vivacità, conferendo al suo viso una somiglianza più dichiarata che effettiva con

Alessandro (Magno). Insieme con questa somiglianza molti gli attribuivano il nome di

Alessandro e Pompeo non lo rifiutò, sicché alcuni prendendolo in giro lo chiamavano

Alessandro.”

Pompeo trionfa per tre volte e in più occasioni inanella un successo militare dopo l'altro.

Il primo è quello contro Marco Emilio Lepido, poi contro Quinto Sertorio in Spagna, poi contro

gli schiavi di Spartaco che contribuisce a debellare. Successivamente a questi tre episodi

fortunati della sua carriera in fase iniziale, ottiene comandi con poteri straordinari, si tratta

formalmente di incarichi Pro Consolari. Il primo incarico Pro Consolare Pompeo lo ottiene per

lottare contro la pirateria, che infestava il Mediterraneo ed era un problema grosso per i

commerci a quell'epoca. Il secondo incarico Pro Consolare, Pompeo lo ottiene per la conduzione

della guerra contro “l'eterno Mitridate” in Asia. In pochi mesi Pompeo elimina i pirati e in due

anni sgomina le forze di Mitridate, che finisce con il suicidarsi.

Di propria iniziativa Pompeo passa in Siria e in Siria depone il Re e afferma l'autorità romana su

gran parte del territorio, quindi il territorio romano si estende a ricomprendere tutta l'attuale Siria

e quello che era il Ponto, quindi parte della Kappadocha, le coste del Mar Nero, la Crimea. I

territori occupati grazie alle vittorie di Pompeo, vengono provvisoriamente organizzati in due

nuove Province, che sono le Province di Bitinia Ponto e la Provincia della Siria, Siria.

Plutarco in relazione al trionfo che Pompeo celebra dopo la sconfitta di Mitridate e di fatto della

conquista dell'intera Asia minore:

“Il tempo fu sufficiente per organizzare il trionfo nella sua interezza e si dovettero eliminare

dallo spettacolo molte cose che erano state preparate e che sarebbero bastate ad adornare

degnamente un altro corteo. In testa alla sfilata vi erano delle scritte che indicavano i Paesi sui

quali Pompeo aveva trionfato, ed erano: il Ponto, Armenia, Kappadocha, Albania, Mesopotamia,

Patagonia, Ciricia, Fenicia, Palestina, Arabia, Colchide, Giudea e l'intero dominio dei pirati,

debellati per terra e per mare. In questi Paesi erano state conquistate non meno di 1000 fortezze,

quasi 900 città, 800 navi di pirati, ed erano state fondate 39 città; inoltre nelle scritte si diceva

che le entrate delle tasse erano 50 milioni, mentre dai territori che egli aveva conquistato a Roma

l'erario riceveva 85 milioni e al tesoro pubblico venivano versati 20.000 Talenti in danaro e in

suppellettili d'argento e d'oro, senza contare i donativi fatti ai soldati, dei quali quello che aveva

ricevuto di meno aveva preso, secondo il calcolo, 1500 dracme. Fecero sfilare anche i prigionieri

durante il corteo trionfale, come prigionieri vennero fatti sfilare, a parte i capi dei pirati che

sfilano come prigionieri di guerra; il figlio di Tigrane d'Armenia con la moglie, la figlia,

Aristopulo, il Re di Giudea, la sorella e cinque figli di Mitridate e un gruppo di donne sciite e

moltissimi.

Il culmine della sua gloria e che non si era mai verificato per nessun romano, fu che egli riportò

il terzo trionfo sul terzo continente; anche altri prima di lui avevano trionfato tre volte, ma

Pompeo riportando il trionfo la prima volta sull'Africa, la seconda sull'Europa e la terza sull'Asia,

sembrava in qualche modo aver sottomesso con i suoi tre trionfi, il mondo intero. A questo punto

sì che il paragone con Alessandro era sempre più calzante, che guadagno sarebbe stato per lui se

avesse finito di vivere allora finché ebbe la fortuna di Alessandro.”

Nel frattempo mentre Pompeo sta sconfiggendo le forze di Mitridate e poi sta calando il Siria,

nel frattempo in Italia la situazione resta bollente, siamo nel 63 A.C., è l'anno in cui viene eletto

Console Marco Tullio Cicerone (convinto repubblicano). Mentre Pompeo è ancora in Asia,

alcuni nobili ex seguaci di Silla, che sono rimasti completamente isolati nella lotta politica e sono

carichi di debiti, progettano un colpo di stato, questi nobili sono: Publio Cornelio Lentulo Sura e

Lucio Sergio Catilina. Cicerone però fa arrestare Lentulo e altri congiurati e Lentulo e questi

congiurati arrestati, vengono messi a morte senza processo e senza la garanzia della provocatio

ad populum per deliberazione del Senato. Catilina riesce a fuggire e ripara in Etruria (Toscana),

lì era scoppiata una rivolta nelle parti di Fiesole e a questa rivolta partecipavano ex veterani di

Silla (che vivevano da quelle parti grazie a terreni conquistati come veterani, anche se erano in

miseria) e anche vecchi seguaci di Mario, che in quanto seguaci di Mario erano da molto prima

caduti in disgrazia e quindi in miseria. Catilina si unisce alla rivolta eterogenea composta da ex

seguaci di Silla e da ex seguaci di Mario, cercando in qualche modo di risollevare le sue sorti,

unendosi in una rivolta con le quali egli non aveva niente a che fare. Catilina viene sconfitto di lì

a poco dall'esercito inviato da Roma e cade in una battaglia che ha luogo vicino a Pistoia.

Nel 63 A.C. è Console Cicerone e crede che col fatto di esser riuscito a far condannare Lentulo e

a sconfiggere Catilina, crede di essere stato in grado di salvare la repubblica, perché i Cavalieri si

erano schierati con i Senatori contro Catilina e l'unione tra Cavalieri e Senatori, quella che

Cicerone chiamava: concordia ordinum (cioè l'unione tra i due ordini), era secondo Cicerone la

chiave fondamentale per la sopravvivenza e la prosperità della repubblica. Purtroppo Cicerone si

sbaglia, in quanto questo non basta, perché si tratta di un'unione tra i due ordini che è soltanto

episodica, ormai si può dire che la dissoluzione della repubblica sembra inarrestabile. A questo

punto il rischio maggiore per la tenuta del futuro delle istituzioni repubblicane, è rappresentato

proprio da Gneus Pompeus, proprio per la incredibile concentrazione di prestigio e di potere che

Pompeo ha accumulato nel corso degli anni con la serie continua di vittorie e successi militari,

ciò che mette a repentaglio la sopravvivenza della repubblica è che si affermino personalità

molto forti che pretendono di esercitare l'Imperium al di là della Magistratura e che possono

godere dell'appoggio incondizionato di una parte dell'esercito. A questo punto il Senato teme che

tornando vittorioso dall'Asia, possa imitare Silla. Questo non succede, il timore si rivela

infondato, in quanto Pompeo rientra a Roma e congeda le sue truppe. Pompeo non lo fa per

magnanimità o per spirito legalitario, ma perché è convinto di essere l'arbitro della politica

romana grazie alla sua popolarità, quindi è convinto che non sia necessario usare la forza per

imporsi come uomo politico del momento. I calcoli di Pompeo si rivelano errati, perché anche se

è il personaggio più popolare, gran parte del Senato non segue il desiderato di Pompeo e la

nobilitas si schiera di fatto contro di lui, al punto che Pompeo non riesce a ottenere nemmeno la

ratifica delle nuove Province (Bitinia Ponto e Siria), né riesce a ottenere una legge agraria in

favore dei suoi veterani, una legge agraria che distribuisca terre all'opera prestata dai suoi soldati.

A questo punto Pompeo sentendosi isolato, stringe un'alleanza che passerà alla storia come

I°Triumvirato, con Marco Licinio Crasso. L'accordo tra Pompeo e Marco Licinio Crasso è

possibile grazie alla mediazione di un personaggio in fortissima ascesa, che è: Gaio Giulio

Cesare, il quale pur appartenendo a una gens patrizia importantissima, la gens Iulia; è molto

meno forte e ricco di Crasso e di Pompeo e quindi ha tutto da guadagnare da una coalizione tra i

due. Come detto in riferimento a questo accordo tra Crasso, Pompeo e Cesare gli storici parlano

di I°triumvirato (59 A.C.), ci sarà anche un II°triumvirato. Il I°triumvirato è totalmente diverso a

livello giuridico formale, dal secondo triumvirato, perché qui si tratta soltanto di un accordo

politico tra tre individui, è un accordo meramente politico, non ha nessun rilievo dal punto di

vista “costituzionale”.

Il contenuto dell'accordo (I°triumvirato) e Gaio Giulio Cesare

Cesare è eletto Console nel 59 A.C. e appena entrato in carica ripaga del suo debito di

riconoscenza nei confronti dei due alleati e infatti chiede e ottiene immediatamente la ratifica

delle due nuove Province, create provvisoriamente da Pompeo e poi presenta due leggi agrarie

(che possono in realtà considerarsi un provvedimento unico). Con queste leggi Cesare, un po'

sulla linea dei Gracchi, persegue deliberatamente il proposito di ripopolare le zone agricole

abbandonate. Stabilisce la inalienabilità dei lotti assegnati, onde evitare che si creino situazioni

di latifondo, nell'assegnare questi lotti, Cesare, garantisce la precedenza ai veterani di Pompeo ed

assegna la precedenza ai pater familias con almeno tre figli. Quest'ultimo provvedimento è indice

della volontà di Cesare di perseguire una politica volta a incrementare la popolazione romana.

Come contropartita per i servizi resi, Cesare ottiene per un quinquennio il governo di due

Province, che sono: la Gallia Cisalpina (pianura Padana) e la Gallia Transalpina. Si tratta di un

incarico eccezionale sia per l'estensione che per la durata (5 anni). Questo è possibile perché nel

59 A.C. (anno del I°triumvirato), Cesare, Crasso e Pompeo, di fatto controllano la vita politica

romana e quindi hanno il controllo sia del Senato che del concilium plebis.

Nei mesi del 59 A.C., avviene anche la prima caduta in disgrazia di Marco Tullio Cicerone, che

in tutti i modi vorrebbe salvare la repubblica aristocratica nella quale crede, senza rendersi conto

che ormai è un disegno politico fuori dalla realtà. Si tratta di una caduta in disgrazia dalle

conseguenze abbastanza contenute, perché non vuole collaborare con i triumviri, con i tre uomini

al comando. Per ritorsione nei confronti di Cicerone favorisce il passaggio alla plebe da parte di

un patrizio, chiamato: Publio Claudio Pulcro, che era ovviamente un patrizio appartenente alla

gens Claudia, quest'ultimo si faceva chiamare Clodio, che era la pronuncia dialettale per cui

Claudius veniva chiamato Clodio. Passa alla plebe perché almeno può diventare Tribuno della

plebe, Cesare vuole che Claudio Pulcro diventi Tribuno della plebe e in questo caso avrebbe

sicuramente adottato misure contrarie agli interessi di Marco Tullio Cicerone. Clodio nella sua

attività di governo come Tribuno della plebe adotta misure a favore per i triumviri, ma non esita

neanche ad assumere atteggiamenti contrari agli interessi dei triumviri. Questo personaggio in

poco tempo riesce a metter su una specie di movimento politico, cioè un gruppo con una base

sociale e organizzativa peculiare. Il movimento politico organizzato da Clodio in poco tempo è

composto da proletari, piccoli artigiani, schiavi, con i quali Clodio dà vita a vere e proprie bande

armate che cominciano a imperversare per Roma. Bande armate disposte a tutto per imporre

l'accoglimento delle sue proposte legislative. Clodio elabora le seguenti proposte legislative:

un'ennesima legge frumentaria volta ad assicurare distribuzioni gratuite di grano (volte ad

ingraziarsi i favori dei proletari e delle classi più emarginate). Clodio poi propone l'approvazione

di una Lex de Collegiis, è un provvedimento che reintroduce e liberalizza “il diritto di

associazione”, con questa legge si disciplina giuridicamente il diritto di associazione. Questa

previsione favorisce la ricostituzione di gruppi, di associazioni, di corporazioni, che erano state

soppresse da un Senatus Consulto del 64 A.C. Questa Lex de Collegiis persegue un interesse di

carattere generale, in quanto il diritto di associazione è un diritto che interessa alla generalità dei

cittadini, ma persegue anche un interesse particolare di Clodio, perché è evidente che attraverso

questo provvedimento normativo, Claudio Pulcro intende favorire l'apertura di circoli, di gruppi,

di associazioni di base, che sono utili per organizzare e mobilitare i seguaci che aveva raccolto in

questo contesto eterogeneo della società romana. Clodio propone anche l'approvazione di una

Lex Clodia de iure et tempore legum rogandarum, con la quale vengono rimossi i limiti di

ordine religioso che rallentano le procedure comiziali. In pratica Clodio vuole eliminare ogni

impaccio di carattere religioso alle procedure legislative, si stabilisce che in tutti i giorni fasti, si

possono tenere comizi e i Sacerdoti non possono bloccare in alcun modo l'attività di comizi

ricorrendo a espedienti dilatori, ovviamente con argomenti di carattere religioso. Un altro

provvedimento che Clodio fa approvare è una Lex Clodia de capite civis romani, con la quale

si sancisce la pena dell'esilio, per tutti quei Magistrati, che anche a seguito di un Senatum

Consultum ultimum, hanno ordinato l'uccisione di un cittadino romano che non sia stato

condannato in un regolare processo.

Non contento di questa Lex che era abbastanza ad personam e addirittura era retroattiva, quindi

violando un principio base del diritto penale. Inoltre Clodio ne promulga un'altra: Lex Clodia de

exilio Ciceronis, con questa legge Clodio dispone l'esilio di Cicerone per aver Cicerone ordinato

l'uccisione senza processo dei Catilinari, con la conseguenza che i beni di Cicerone vengono

confiscati, la casa di Cicerone distrutta e tutti coloro che lo ospitano sono considerati fuori legge.

Nel 57 A.C. Pompeo, che è già diffidente nei confronti dei due colleghi triumviri e non è meno

diffidente nei confronti di Clodio, che comunque è sempre stato amico di Cicerone; decide

Pompeo di riavvicinarsi in parte ai repubblicani e consente il ritorno dell'oratore a Roma.

Cicerone a questo punto rientra a Roma e si rende conto che la sua vecchia formula, della

concordia ordinum, dalla quale egli faceva dipendere la sopravvivenza della repubblica, non può

più essere sufficiente per garantire la sopravvivenza della repubblica ed è in questi mesi che

Cicerone nei suoi scritti elabora l'idea della concordia omnium bonorum, la concordia di tutti gli

uomini di buona volontà. Con queste idea Cicerone vuole affermare la convinzione che la

sopravvivenza della repubblica dipenda non più soltanto dall'unione della concordia dei due ceti

dominanti (Cavalieri e Senatori), ma dalla concordia di tutte le classi della società, quindi anche

delle classi medie e inferiori. Come notano gli storici questa formula in realtà avrebbe potuto

gettare le basi per la creazione di un vero partito politico, ma ormai Cicerone era fuori tempo

massimo, perché la crisi della repubblica era arrivata a un punto di non ritorno e le classi

popolari (alle quali Cicerone si rivolgeva), non avevano alcun interesse alla sopravvivenza della

repubblica, così come essa era ormai.

Nel 56 A.C., Pompeo si avvicina nuovamente a Cesare e a Crasso, i tre uomini si incontrano a

Lucca e concludono un nuovo patto, un patto che non dà vita a un altro triumvirato, ma che nasce

nel seno del triumvirato già esistente. Pompeo in virtù di questo accordo avrebbe avuto il

governo delle Province Iberiche (Spagna Citeriore e Ulteriore), con la possibilità di risiedere a

Roma e di governare le due Province Iberiche tramite Legati.

Crasso ottiene il governo della Siria (la Provincia creata da Pompeo), Cesare avrebbe avuto un

secondo quinquennio come Pro Console in Gallia, quindi altri 5 anni di Pro Consolato in Gallia,

questa proroga avrebbe consentito a Cesare di portare a termine la conquista dell'intera regione,

come poi in effetti farà con la battaglia decisiva di Alesia (nel centro della Francia tra Lione e

Orlèans). Questo accordo in effetti per Cesare ha un'importanza decisiva, proprio perché le

vittorie in Gallia gli assicurano la formazione di un esercito agguerrito e devoto e oltre a questo

garantisce a Cesare ingenti mezzi finanziari, con i quali comprerà numerosi Senatori.

Nel 53 A.C. Crasso, viene sconfitto e ucciso a Carre, in uno scontro con l'esercito dei Parti (una

popolazione che viveva al confine con la Siria), viene sconfitto perché sottovaluta la forza

militare, Crasso non era abile come stratega. La peculiarità dei Parti è che combattevano come

arcieri a cavallo, quindi un enorme mobilità e danni devastanti per un esercito tradizionale.

Nell'anno in cui Crasso muore a Carre, Roma sprofonda definitivamente nel caos, perché i

candidati (siamo nel 53 A.C.) al Consolato e alla Pretura si contendono il dominio delle strade

con vere e proprie bande armate (tra questi c'è Clodio con la sua banda armata). Ormai non si

riesce più a raggiungere un accordo politico dal quale far dipendere la scelta dei Magistrati,

siamo arrivati allo scontro diretto tra bande armate, quindi è impossibile procedere a regolari

elezioni.

L'anno 52 A.C., inizia con una serie di Interreges (soggetti chiamati a gestire temporaneamente il

potere in attesa della rielezione dei Magistrati), nel mese di gennaio del 52 A.C., Clodio muore in

uno scontro tra bande e a questo punto restano padroni della scena politica romana, Cesare e

Pompeo. Lo scontro tra i due personaggi ormai è inevitabile, anche perché non c'è più l'idea di un

disegno politico condiviso.

Di fronte alla violenza incontrollabile che imperversa in città, il Senato, ritiene indispensabile

affidarsi a un uomo forte, l'unico uomo forte presente in quell'anno a Roma è Pompeo, perché

Cesare è in Gallia. I partigiani di Pompeo avrebbero voluto che a Pompeo fosse concessa la

dittatura, sennonché dai tempi di Silla, il termine dittatura aveva un significato piuttosto sinistro

e non venne concessa la dittatura a Pompeo, ma viene eletto Consul sine conlega, cioè Console

unico. In quanto Consul sine conlega, Pompeo può cumulare la titolarità di questa Magistratura

con l'Imperium Pro Consolare, cioè non è obbligato ad abbandonare il governo delle Province

Iberiche, ma può cumulare le due cariche. Siamo ancora una volta completamente al di fuori

della legalità repubblicana. Gli schemi tipici sono completamente saltati.

Pompeo che è un uomo piuttosto duttile e si adatta al ruolo che gli è assegnato, di custode della

legalità, restaura in breve tempo l'ordine a Roma attraverso truppe regolari, che fanno cessare gli

scontri armati tra bande. Verso la fine del 52 A.C., per dare una parvenza di legalità al suo

operato, Pompeo fa eleggere un altro Console che è: Quinto Metello Pio Scipione Nasica, del

quale Pompeo sposa la figlia, che è Cornelia Metella.

Nella veste di Console ormai non più singolo ma con un collega, Pompeo adotta una serie di

misure che mettono in difficoltà il suo principale antagonista, in particolare Pompeo fa approvare

una Lex de iure Magistratuum, che vuol dire legge sul diritto dei Magistrati, il cui contenuto

essenziale di questa legge è questo: imporre l'obbligo per i candidati alle Magistrature, di essere

presenti fisicamente in città, altrimenti non possono candidarsi.

Questa legge si scontra con i propositi e con i desideri di Cesare, in quanto con la proroga

stabilita con l'accordo del 56 A.C. (l'accordo di Lucca), aveva diritto a tenere il governo della

Gallia fino al marzo del 49 A.C. e aveva inoltre diritto a non lasciar discutere la successione (nel

governo della Gallia), prima di questa scadenza. Il che significa che Cesare avrebbe potuto tenere

il comando sino alla fine del 49 A.C., perché la norma prevedeva che l'assegnazione delle

Province, precedesse la nomina a Consoli di coloro che le avrebbero dovute governare come Pro

Consoli. Cesare in virtù di questo meccanismo normativo e in virtù dell'accordo del 56 A.C., era

certo di poter mantenere il governo della Gallia fino al 49 A.C. e di poter impedire che fosse

discussa la questione della successione, prima che venisse discussa la questione di chi doveva

ricoprire la carica di Console. Cesare puntava a essere eletto Console per il 48 A.C., così avrebbe

mantenuto il governo della Gallia per tutto il 49 A.C. verso la fine del 49 A.C. si sarebbe deciso

chi avrebbe dovuto essere Console per il 48 A.C., Cesare sarebbe stato proposto come Console

per il 48 A.C., successivamente gli sarebbe stato riassegnato il governo della Gallia.

Il provvedimento di Pompeo che gli imponeva di essere presente a Roma, scombussolava tutti i

piani, perché evidentemente il progetto di Cesare era quello di candidarsi al Consolato per il 48

A.C. ed essere eletto Console, mentre ancora era Governatore della Gallia. In caso contrario se

per presentare la candidatura avesse dovuto recarsi a Roma, avrebbe dovuto deporre l'Impeirum

Militiae, sciogliendo l'esercito e separarsene, sarebbe dovuto tornare a Roma come privato

cittadino, presentare la candidatura al Consolato, dopodiché sperare di essere eletto Console e

sperare di vedersi riassegnare il governo della Gallia. Cosa molto improbabile. Tra l'altro a

Roma, gli avversari di Cesare avevano già più volte ventilato l'ipotesi di mettere Cesare sotto

processo per l'elezione al Consolato del 59 A.C. e a torto o a ragione i suoi avversari politici lo

accusavano di brogli elettorali. Lui sapeva che se fosse tornato a Roma da privato cittadino,

avrebbe quantomeno rischiato il processo per questa ragione, fino a questo momento Cesare era

sfuggito alle accuse, perché in quanto Magistrato in carica non era processabile, godeva di

immunità, ma sapeva che se fosse tornato a Roma i suoi nemici lo avrebbero inchiodato con

questa accusa.

Le disposizioni normative fatte approvare da Pompeo (che in molti casi sono anche molto

contraddittorie), generano un clima di tensione fortissima e discussioni molto aspre in Senato.

Alcuni Senatori propongono che Cesare e Pompeo depongano insieme l'Imperium Pro

Consolare, affinché nessuno dei due possa essere in vantaggio rispetto all'altro. Questa è una

posizione che emerge nel Senato e quindi sostanzialmente tornino privati cittadini. In effetti

all'inizio del 50 A.C., il Senato approva una delibera in tal senso, nel senso appunto di disporre

che i due uomini politici dismettano l'incarico come Pro Consoli, ma Pompeo non accetta, ma dà

al Console in carica in quell'anno il compito di difendere la repubblica. Alla fine di dicembre del

50 A.C. (27 dicembre), Cesare invia al Senato una lettera, in cui annuncia di essere

effettivamente pronto a deporre l'Imperium e quindi a sciogliere l'esercito, a condizione che il

rivale faccia altrettanto, in ottemperanza alla delibera assunta dal Senato. In caso contrario,

aggiungeva nella lettera, avrebbe provveduto lui stesso a portare la legalità a Roma. A questo

punto i Senatori si riuniscono in permanenza, dal 1 gennaio del 49 A.C. il Senato si riunisce in

seduta permanente e al termine di questa riunione il Senato adotta una delibera opposta a quella

del 50 A.C., cioè il Senato decide che Pompeo debba conservare l'Imperium, mentre Cesare

debba congedare il suo esercito. Quindi secondo questa delibera Pompeo può mantenere il suo

Imperium, mentre Cesare deve congedare l'esercito.

Il 7 gennaio del 49 A.C., Cesare avanza un nuovo tentativo di conciliazione che però non ha

fortuna e a questo punto il Senato, nonostante la Intercessio dei Tribuni della plebe in quel

momento in carica (Marco Antonio e Quinto Cassio), approva un Senatus consultum ultimum,

con il quale Cesare viene dichiarato hostis rei publicae. Cesare viene dichiarato nemico della

repubblica, nonostante il veto dei due Tribuni della plebe in carica, uno dei quali è Marco

Antonio, a questo punto Cesare rompe gli indugi, il 10 gennaio oltrepassa il Rubicone e scende

verso Roma con una legione, qui inizia l'ennesima guerra civile (Cesare e il suo esercito contro

Pompeo).

La guerra civile e sconfitta di Pompeo

Quando Pompeo apprende la notizia che Cesare non obbedisce agli ordini che gli giungono da

Roma e quindi non congeda l'esercito e anzi si mette in marcia verso la capitale, Pompeo si ritira

con le sue truppe nella penisola Balcanica, sceglie di ritirarsi nella penisola Balcanica per ovvie

ragioni (Pompeo tra i suoi innumerevoli successi militari, trionfa in Asia, vedere Mitridate, Siria,

nella penisola Balcanica quindi c'erano diversi personaggi legati a lui da vincoli clientelari), lui

sperava di avere appoggi nella penisola Balcanica e quindi di essere agevolato nella sua lotta

contro Cesare.

Nel frattempo a Roma buona parte del Senato resta neutrale non prendendo posizioni. Cicerone

raggiunge Pompeo (del quale è sempre stato simpatizzante), ma è consapevole che comunque

fosse finito lo scontro e la repubblica ormai era definitivamente compromessa.

Cesare giunge a Roma e convoca il Senato al di fuori del Pomerium (lo fa per poter partecipare

alla seduta senza deporre l'Imperium Militiae). In questo frangente conferisce l'Imperium Pro

Pretore (incarico in via eccezionale) al Tribuno della plebe Marco Antonio e ad altri suoi

ufficiali. Anche in questo caso si tratta di una prassi assolutamente estranea al modello

costituzionale della repubblica, perché Cesare nel momento in cui conferisce l'Imperium Pro

Pretore a Marco Antonio, non c'è un'elezione di Marco Antonio da parte dei comizi, ma è un

conferimento ad personam fatto direttamente da Cesare, quindi una prassi del tutto anomala.

Nominato Marco Antonio Pro Pretore (che resterà a Roma per proteggere la città come uomo di

fiducia di Cesare), Cesare parte per la Spagna con le sue legioni per combattere contro i

Luogotenenti di Pompeo, in quanto alcuni dei Luogotenenti di Pompeo erano in Spagna. In breve

tempo li costringe alla resa.

Sconfitti i Luogotenenti di Pompeo in Spagna, finalmente Cesare si dirige verso la penisola

Balcanica per affrontare direttamente il rivale, giunge in Epiro nel gennaio del 48 A.C. e cinge

d'assedio Pompeo presso la città di Durazzo nell'odierna Albania. L'assedio di Durazzo si rivela

particolarmente complesso, perché Pompeo in quegli anni conserva ancora il dominio dei mari,

bloccando i rifornimenti alle legioni di Cesare, controllando il traffico sull'Adriatico. Cesare per

sconfiggerlo quindi si sposta verso l'interno, verso la Tessaglia (Grecia) e Pompeo non è in grado

di sfruttare il vantaggio acquisito durante l'assedio infruttuoso di Durazzo e perde la battaglia

finale, avvenuta il 9 agosto del 48 A.C. a Farsalo (Grecia).

Plutarco:

“Alcuni Greci estranei al combattimento, vedendo avvicinarsi il momento fatale, riflettevano su

come la smania di prevalere e l'ambizione avessero trascinato l'Impero sino a quel punto. Infatti

si trovavano di fronte armi in eserciti dello stesso sangue e della stessa razza, insegne comuni,

tante truppe valorose e possenti di una stessa città, che se ne serviva per rivolgerle contro se

stessa. Ciò dimostra che la natura umana, quando è dominata dalla passione è cieca e folle”.

Pompeo riesce a fuggire ad Anfipoli in Macedonia e poi a Mitilene in Grecia.

Plutarco descrivendo Pompeo:

“Il suo aspetto doveva essere quello di un forsennato, che non si ricordava neppure di essere

Pompeo Magno”.

All'improvviso Pompeo Magno, colui che era stato paragonato ad Alessandro Magno, per i suoi

successi ininterrotti, aveva perso l'antica grandezza ed era un fuggiasco. In seguito decide di far

rotta verso l'Egitto con la moglie.

Pompeo si dirige in Egitto perché in quegli anni era governato da un personaggio chiamato

Tolomeo XIII°e dalla sorella che è Cleopatra VII°, quest'ultima ne è anche la moglie, perché il

diritto egiziano consentiva il matrimonio tra fratelli. Quest'ultimi non andavano per niente

d'accordo, tant'è che governavano l'Egitto, pur essendo separati in casa, aspettando entrambi il

momento per sbarazzarsi l'uno dell'altro. Pompeo sceglie l'Egitto perché Tolomeo XIII°e

Cleopatra VII°sono figli di un certo Tolomeo Lete, al quale Pompeo nel 55 A.C. aveva fatto

restituire il Regno che Tolomeo Lete aveva perduto a causa di una insurrezione degli

Alessandrini. Nell'idea di Pompeo gli Egiziani avevano nei suoi confronti un debito di

riconoscenza e sperava di essere accolto con una certa benevolenza ed essere protetto dalle ire di

Cesare. I cortigiani di Tolomeo XIII°per ingraziarsi Cesare e di ottenere l'apporto di Cesare

contro Cleopatra VII°, decidono di assassinare Pompeo. Pompeo muore assassinato per mano di

un sicario di Tolomeo XIII° e il sicario di Tolomeo XIII°è un romano, chiamato: Lucio Settimio,

che aveva servito agli ordini di Pompeo, come centurione durante la guerra marittima contro i

pirati, quindi è un ex militare di Pompeo, adesso passato a vivere in Egitto, che si offre

volontario per uccidere Pompeo. Pompeo viene ucciso mentre sta attraversando in barca un

fiume in Egitto, ovviamente con Pompeo si trovano Settimio ed altri e improvvisamente Settimio

lo accoltella e lo uccide. Cesare poi nel bellum civile commenterà la scena e sarà molto

distaccato nel descriverla, facendo trasparire una certa ammirazione nei suoi confronti,

concludendo con un'affermazione abbastanza significativa:”Come sempre succede nella

disgrazia gli amici si trasformano in nemici”.

Lucano, che è un poeta Latino di quegli anni, descrive nel dettaglio la morte di Pompeo:

“Lo spietato Settimio mentre sta perpetrando il delitto, ne escogita uno ancora più nefando,

strappa il velo (Pompeo quando riceve la prima coltellata si tira su la toga per coprirsi il volto

evitando di difendersi) mettendo allo scoperto il volto moribondo di Pompeo, afferra il capo in

cui era ancora presente il respiro e appoggia il collo ormai abbandonato, su uno dei banchi dei

rematori, tronca poi i nervi e spezza con reiterati colpi le vertebre. Essi non conoscevano ancora

il modo di staccare con un solo fendente della spada la testa dal busto, ma dopo che il capo

troncato dal corpo rotolò via, il cortigiano reclamò per sé la prerogativa di mostrarlo.”

A questo punto succede che Cesare non può tollerare che un Senatore romano, benché suo

avversario, venga ucciso impunemente in un Regno vassallo. I piani di Tolomeo XIII°vanno

completamente all'aria.

Cesare sbarca ad Alessandria, si allea con Cleopatra VII°e nel gennaio del 47 A.C. sconfigge

l'esercito di Tolomeo XIII°, che tra l'altro muore in un tentativo di fuga, annegando nel Nilo.

Come è noto, Cesare avrà una relazione con Cleopatra (le fonti ce la descrivono come una

bellezza irresistibile, di origini macedoni e Greca), fatto è che conquista due degli uomini politici

più grandi di Roma (Cesare e Marco Antonio). Dalla relazione con Cesare ne nascerà un figlio,

che sarà chiamato Tolomeo Cesare, il quale non avrà alcuna fortuna politica. Cesare decide di

avere una relazione con Cleopatra anche perché vuole assicurarsi il controllo dell'Egitto, in

quanto era uno dei territori più ricchi del Mediterraneo, c'è soprattutto una ragione di carattere

politico/economico.

Dopo la sconfitta di Pompeo a Farsalo, alcuni repubblicani (seguaci di Pompeo), si arrendono a

Cesare, tra questi: Cicerone, Cassio Longino, Marco Giulio Bruto. Cesare a differenza di quanto

aveva fatto Silla, li grazia e non prende provvedimenti contro di loro.

Altri repubblicani irriducibili resistono in Africa e in Spagna per pochi anni, altri ancora tra cui

Catone si suicidano.

Cesare era stato nominato per la prima volta Dittatore quando era arrivato a Roma dopo aver

sconfitto i Pompeiani a Lleida in Spagna nel 49 A.C. In questo anno era stato nominato per la

prima volta Dittatore, i Consoli non erano in carica a Roma in quell'anno e quindi in assenza dei

Consoli la nomina di Cesare avviene in questo caso in maniera del tutto anomala, perché il

Pretore in carica: Marco Emilio Lepido, che procede alla dictio, il Dittatore viene dictus, da cui

dittatura, quindi alla nomina di Cesare a Dittatore, dopo aver ottenuto l'autorizzazione a “dirlo”

dai comizi.

Rientrato a Roma Cesare dall'Egitto, non nomina il Magister Aequitum, ma indice le elezioni dei

Magistrati ordinari e si fa eleggere lui stesso dai comizi, Console per il 48 A.C. Cesare in questa

situazione si trova ad essere Dittatore e Console nello stesso tempo, la dittatura viene rinnovata

per quattro volte negli anni seguenti e gli viene confermata a vita agli inizi del 44 A.C.

Come si può capire nella persona di Cesare si concentrano poteri enormi: l'intera direzione

politica/amministrativa della città è in mano a Gaio Giulio Cesare e insieme alla dittatura

perpetua Cesare assume anche un Consolato decennale. In questa veste ha il diritto e il potere di

nominare tutti i Magistrati, i Governatori delle Province, può disporre la disciplina dei consumi,

le competenze dei Censori, ha il compito di nominare i Senatori e dirige anche la vita religiosa

nella veste di Pontefice Massimo che cumula insieme alle altre cariche. Una situazione

totalmente inedita per Roma.

Cesare da un punto di vista giuridico e legislativo negli anni del suo potere

assoluto

Uno dei primi provvedimenti che Cesare adotta è la Lex Iulia Iudiciaria nel 46 A.C., che di

nuovo tratta il tema scottante della composizione delle corti giudicanti in materia di crimini, in

materia di diritto penale. Era in gioco il controllo della vita politica della città.

Cesare dispone in questa legge che possono far parte delle corti, delle quaestionaes perpetue,

esclusivamente Senatori e Cavalieri che abbiano un censo uguale o maggiore a 400.000 Sesterzi.

Non dà delle quote fisse, ma i due requisiti sono quello di censo e di classe.

Cesare inoltre a livello generale si preoccupa di allargare la classe politica romana e quindi la

base del reclutamento della classe politica romana. Per far ciò si sforza di portare a compimento

un processo di integrazione strutturale tra Roma, l'Italia e le Province, che negli anni precedenti

si era tentato di realizzare, ma che era rimasto incompiuto. Proprio nell'ottica di ampliare la base

politica romana, va interpretata la decisione di portare a 900 il numero dei Senatori e chiama a

ricoprire i nuovi posti e anche i posti che si erano resi vacanti (per via della guerra o morti

naturali), personaggi che vengono da gruppi sociali molto diversi; entrano in Senato un po' di

tutti: figli di proscritti Sillani, membri delle varie aristocrazie di Municipia spersi un po'

dappertutto in Italia; Cesare poi aveva concesso la cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina.

Divengono Senatori addirittura alcuni capi delle città Celtiche della Gallia Transalpina (l'odierna

Francia), ai quali Cesare in questo caso aveva donato la cittadinanza individualmente, in segno di

gratitudine per la fedeltà dimostrata alla sua persona.

Cesare poi promulga una Lex Iulia de Provinciis che si occupa di regolamentare le Province,

questa legge dispone che i Governatori possono conservare d'ufficio non più di un anno se ex

Pretori e non più di due anni se ex Consoli, la legge è intesa nel senso di evitare che i

Governatori Provinciali, rimanendo troppo a lungo in Provincia, cumulino un potere troppo forte.

Abbiamo poi una Lex de Magistratibus, che semplicemente eleva il numero dei Magistrati

presenti. I Pretori vengono prima a 10 e poi a 14 e infine a 16. I Questori vengono elevati a 40,

viene aumentato anche il numero dei Tres viri capitales, gli ex viginti sex viri.

Vi è una legge poi che si occupa di diritto privato, che è la Lex Iulia de pecuniis mutuis, che è

una legge che disciplina gli interessi sui prestiti di denaro, cercando di venire incontro alla

situazione dei debitori.

Un'altra legge disciplina la materia delle locazioni, Lex Iulia de mercedibus habitationum annuis.

Questa legge disciplina la materia delle locazioni nel senso che rimette i canoni di locazione per

un valore pari o inferiore a 2000 Sesterzi, coloro che sono tenuti a corrispondere un canone di

questo tipo, se lo vedono rimettere. Anche in tal caso è un aiuto nei confronti dei cittadini meno

abbienti.

Un'altra disposizione per venire incontro agli strati sociali più deboli, è l'ennesimo

provvedimento sulle frumentationes, cioè sulla distribuzione gratuita o a prezzo politico dei

cereali, in questo caso si deve a Cesare una sorta di beneficenza pubblica, nel senso viene

istituzionalizzata la pratica delle frumentationes, non è più episodica, ma avviene su base

regolare e a certe condizioni economiche.

Ci sono poi tutta una serie di norme disparate e interessanti, Cesare a questo punto disciplina un

po' tutto, cerca anche di disciplinare la condotta morale dei cittadini, per esempio vengono

emanate delle norme che dispongono che i figli dei Senatori, non possono abbandonare la

penisola, se non nello stato maggiore di un esercito o al seguito di un Magistrato. Si tratta del

tentativo di controllare la crescita, lo sviluppo e anche la moralità dei cittadini più importanti. Le

fonti parlano solo di leggi sui costumi, sulla moralità e sulla condotta dei cittadini. Un'altra

norma, dispone che i cittadini dai 20 ai 40 anni di età, non possono lasciare la penisola per più di

un triennio di seguito.

Infine ci sono tutta una serie di disposizioni ancora diverse, che invece riguardano la persona

stessa di Cesare. Cesare sviluppa e coltiva un culto della personalità, anche perché ha accumulato

un potere politico personale inaudito. Cesare non cederà più di tanto alla tentazione di ergersi a

semi Dio. Vengono coniate delle monete con la sua effige e Marco Antonio, che era un

fedelissimo di Cesare, fa addirittura mutare il nome del settimo mese dell'anno (mese della

nascita di Cesare), prima si chiamava Quintiris in Iulius, luglio, proprio in onore a Cesare.

A differenza di Cesare, i monarchi orientali non godono di grande prestigio a Roma, in quanto

sono espressione di un modello politico non condiviso (dispotismo), ma poi anche perché tutti

questi sovrani orientali in quegli anni sono comunque a capo di stati vassalli, cioè stati

sottomessi da Roma. Il culto della personalità di Giulio Cesare certamente si rivolge anche alle

sue origini, viene data particolare risonanza per il fatto che Cesare appartenga alla gens Iulia.

Secondo la tradizione la gens Iulia derivava addirittura da Iulio, figlio di Enea, capostitipe di

Albalonga e di Romolo, che deriverebbe dall'unione di Iulio e la Dea Venere. Cesare è il primo

uomo politico romano che rende permanente il titolo di Imperator, è da tenere presente che i

Generali romani avevano il diritto di farsi chiamare Imperator solo per poco tempo, cioè soltanto

dal giorno della vittoria militare ottenuta a quella del trionfo, ma era ovviamente un titolo

temporaneo, Cesare lo rende permanente. Non si fa chiamare Rex, perché ormai per i romani il

titolo di Rex era sinonimo di tiranno.

La morte di Cesare, 44 A.C.

Nel 44 A.C., Cesare viene creato Dittatore a vita. Il 44 A.C. è anche l'anno in cui Cesare viene

ucciso e ovviamente nel contesto politico sociale romano, che era estremamente turbolento,

segnato da una guerra civile costante (dal 133 A.C. in poi), erano stati formulati progetti per

eliminare Cesare, che ovviamente disturbava e rappresentava un ostacolo per le ambizioni

personali di molti. A differenza degli uomini politici che lo avevano preceduto, Cesare andava in

giro senza guardie del corpo. Il 44 A.C. è l'anno in cui abbiamo una Dittatura perpetua, ma anche

perché nel 44 A.C., Cesare organizza una spedizione contro i Parti (popolazione che si trova al

confine con la Siria), che ha dato negli anni filo da torcere all'esercito romano, tant'è che Crasso

muore combattendo contro i Parti. Se Cesare avesse vinto anche contro i Parti, il suo prestigio

personale sarebbe accresciuto moltissimo e per quelli che erano i congiurati, sarebbe stato ancora

più difficile organizzare l'attentato. Alla congiura contro Cesare, presero parte sia i repubblicani

(quelli che avevano combattuto nella guerra civile contro Cesare, quindi dalla parte di Pompeo),

che erano stati graziati, come ad esempio: Cassio e Marco Giulio Bruto, sia i Cesariani, come ad

esempio: Decimo Giunio Bruto Albino. Alcuni Cesariani volevano eliminare il loro uomo

politico di riferimento, in quanto tra i Cesariani vi erano molti uomini, che pur avendo sostenuto

Cesare, erano legati ai vecchi schemi della politica romana, quindi questi uomini erano scesi in

campo con Cesare per difendere la fazione aristocratica, ma poi si erano resi conto di aver fatto

male i loro calcoli, perché non avevano tanto combattuto per la fazione di cui erano espressione

ma per un solo uomo. Ecco che si giunge alla decisione di uccidere il Dittatore. Pochi giorni

prima della partenza per l'Asia, per la guerra Atlantica, mentre si accinge a presiedere una seduta

del Senato, Cesare viene ucciso, il 15 marzo del 44 A.C., le famose idi di marzo.

Plutarco:

“Decimo Bruto tenne fuori Antonio, che era un uomo robusto e fedele a Cesare, iniziando con lui

a ragion veduta un lungo discorso, intanto all'entrare di Cesare il Senato si alzò in atto di

omaggio e gli amici di Bruto si disposero in parte dietro al suo seggio, mentre altri gli andarono

incontro per unire le loro preghiere a quelle di Tillio Cimbro, supplice per il fratello esule e

insistettero nelle loro suppliche accompagnandolo sino al seggio. Preso posto egli respingeva le

preghiere e poiché essi insistettero con maggior forza si irritò con ciascuno di loro. A questo

punto Tillio gli afferrò con ambe le mani la toga e glie la tirava giù dal collo, era il segnale

dell'azione, per primo Casca con il pugnale lo colpisce nel collo, provocando una ferita non

profonda né mortale, ma naturalmente egli era turbato. Cesare si voltò, afferrò il pugnale e lo

tenne fermo, contemporaneamente i due levarono un urlo, il colpito (Cesare) in latino

disse:”Scelleratissimo Casca che fai?”. E Casca in greco rivolgendosi al fratello disse:”Aiutami

fratello!”. Iniziò così e quelli che non ne sapevano niente erano sbigottiti e tremanti di fronte a

quanto stava avvenendo e non osarono né fuggire, né difendersi e neppure aprir bocca. Quando

ognuno dei contendenti ebbe sguainato il pugnale, Cesare circondato e ovunque volgesse lo

sguardo, incontrando solo volti e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito

come una bestia tra le reti si dibatteva nelle mani di tutti. Tutti infatti dovevano necessariamente

avere parte alla strage e gustare del suo sangue. Anche Bruto quindi gli inferse un colpo

all'inguine, alcuni dicono che mentre si difendeva contro gli altri e urlando si spostava qua e là,

allorché vide che Bruto aveva estratto il pugnale, si ritirò la toga sul capo e si lasciò andare o per

caso o perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui stava la statua di Pompeo. Molto sangue

bagnò quella statua, tanto che sembrava che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico

steso ai suoi piedi, agonizzante per il gran numero di ferite. Si dice sia stato colpito da 23

pugnalate, molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo.

Ucciso Cesare i Senatori, benché Bruto si fosse fatto avanti per dire qualche cosa, non rimasero

sul posto ma fuggivano tutti fuor delle porte e nel fuggire diffusero tra la gente confusione e

panico, tanto che gli uni chiudevano le case e gli altri lasciavano banchi e negozi, alcuni

andavano di corsa al luogo del delitto per vedere quel che era successo, altri ne venivano via

dopo aver visto. Antonio e Lepido che erano amici intimi di Cesare, fuggirono a rifugiarsi in case

non loro, ma quelli che stavano con Bruto, incitati come ancora erano per la strage effettuata,

tenendo in evidenza i pugnali sguainati, tutti insieme si riunirono all'infuori del Senato e

muovevano verso il Campidoglio, non come fuggiaschi, ma molto decisi e animosi, invitando

alla libertà il popolo e accogliendo tra le loro fila gli ottimati che incontravano per strada.

Il giorno dopo Bruto scese nel foro e tenne un discorso, il popolo stette a sentire con l'aria di non

disapprovare né di approvare il fatto, ma con un profondo silenzio dava a vedere di aver pietà di

Cesare e rispetto per Bruto. Quando si aprì il testamento di Cesare, si trovò che a ciascuno dei

romani era stato lasciato un consistente donativo e la gente lesse il testamento e vide sfigurato

dai colpi il cadavere, portato attraverso il foro, allora nessuno si contenne più. Tutti

ammassarono intorno alla salma banchi, tavole, staccionate prese dal foro e vi appiccarono il

fuoco. Poi presero dei tizzoni ardenti e corsero alle case degli uccisori per bruciarle, mentre altri

si aggiravano in ogni angolo della città per ammazzare e uccidere i congiurati. (I congiurati nel

frattempo fuggono e lasciano Roma) Cesare morì a 56 anni e sopravvisse a Pompeo non molto

più di quattro anni. Di quel potere e di quell'autorità che in tutta quanta la vita egli aveva

inseguito, tra tanti pericoli, non ebbe se non il nome, oltre all'invidia dei concittadini. Ma il suo

grande demone che lo animò durante la vita, lo seguì in morte come vendicatore della sua

uccisione, perseguitando per tutta la terra e sul mare i suoi uccisori, fino a non lasciarne in vita

alcuno, anzi colpendo tutti coloro che in qualche modo avevano messo mano all'azione o

avevano avuto parte a quel disegno. Dei fatti divini il più segnalato fu l'apparizione di una stella

cometa che apparve visibile per sette notti dopo l'uccisione di Cesare e poi scomparve. Poi

l'oscuramento del sole, infatti per tutto l'anno il disco del sole si levò pallido e senza bagliori e ne

veniva un calore languido e tenue, così che l'aria circolava nebbiosa e pesante, perché debole era

il calore che la dissolve e i frutti restavano immaturi o marcivano per il freddo.”

La vita politica romana dopo la morte di Cesare

Nonostante che la morte di Cesare rappresenti una vittoria per i repubblicani, i repubblicani sono

in una posizione di grande debolezza. Nessuno di loro infatti dispone di clientele importanti, non

hanno un seguito politico. Viceversa i Cesariani hanno le leve del potere, Marco Antonio era

Console, Marco Emilio Lepido era Magister Aequitum, anche se sono disorientati, in quanto non

sanno più chi riconoscere come leader. Sembra la classica situazione che favorisce un

compromesso e in effetti il compromesso viene raggiunto, il Console in carica (Marco Antonio),

si impegna in questa fase a non perseguire i Cesaricidi. In compenso ottiene come contropartita,

che tutta la legislazione emanata da Cesare durante la dittatura restino integralmente in vigore.

Il momento decisivo è rappresentato dall'apertura del testamento di Cesare, perché come dice

Plutarco, Cesare dispone un lascito finanziario ai romani, avendo accumulato ingenti ricchezze.

Anche se la disposizione più importante non è questa, ma la disposizione fondamentale è che nel

testamento nomina suo erede unico il pronipote, chiamato Gaio Ottavio, anche se lo adotta come

figlio. Nel testamento è contenuta una clausola che dispone l'adozione a figlio postuma di Gaio

Ottavio. Ottavio, secondo l'uso tipico dei romani, assume il nome di Gaio Giulio Cesare

Ottaviano. Con questo nome è passato alla storia, anche se gli storici lo chiamano Ottaviano e

poi Augusto. E' da tenere presente che per i romani dell'epoca, soltanto i suoi avversari lo

chiamavano Ottaviano, per sottolineare il fatto che il ramo della gens Ottavia, del quale derivava

non apparteneva alla nobilitas, ovvero che non aveva avuto uomini politici tra i suoi avi. Da tutti

gli altri uomini romani era chiamato Cesare.

Questa disposizione muta radicalmente lo scenario politico romano.

E' da tenere presente che il compromesso che viene adottato all'inizio dal Console Marco

Antonio, prevede la permanenza in vigore di tutti provvedimenti normativi adottati da Cesare.

Tra tutti questi provvedimenti ve n'è uno che aveva previsto che per l'inizio dell'anno 43 A.C.,

Marco Antonio assumesse il governo della Macedonia. Secondo i progetti di Cesare il governo

della Macedonia sarebbe stato assunto da Marco Antonio che in questo periodo era Console, non

essendo però più in vita Cesare la situazione è cambiata e Marco Antonio non vuole lasciare la

penisola italiana (in quanto teme che andandosene teme di perdere influenza). Per evitare di

lasciare la penisola italiana prende delle contromisure facendo votare una legge dal comizio

tributo, chiamata: Lex de permutatione Provinciarum, legge sulla permuta delle Province. In base

a questa legge, Marco Antonio, avrebbe avuto non il governo della Macedonia, ma il governo

della Gallia Cisalpina e della Gallia Transalpina. Province molto più importanti e che avevano

fatto la fortuna di Cesare. Si dà il caso che il Pro Console della Gallia Cisalpina sia Decimo

Bruto, uno dei Cesaricidi. Decimo Bruto non aveva alcuna intenzione di lasciare l'incarico di Pro

Console della Gallia Cisalpina a tutto vantaggio di Marco Antonio e ne difende il territorio con le

armi. Apparentemente secondo alcuni storici, Marco Antonio è dalla parte della ragione, perché

comunque ha fatto approvare una legge. Interviene però Marco Tullio Cicerone, che non era un

seguace di Marco Antonio e Cicerone sostiene l'invalidità della Lex de permutatione

Pronviciarum, sostenendo che questa Lex non è valida, perché è stata estorta con la forza e

perché il provvedimento non è stato promulgato e che quindi non può essere considerata valida e

vigente. Il Senato si lascia convincere dalla forza retorica di Cicerone e ne accoglie le tesi, con la

conseguenza che i Consoli in carica nel 43 A.C., vengono incaricati di indire la leva e di

muovere in soccorso di Decimo Bruto. Marco Antonio nel frattempo si era già recato in Gallia

Cisalpina, per combattere contro Bruto, che non gli voleva cedere la Provincia e lo aveva

assediato a Modena.

A questo punto l'altro uomo giuridico di riferimento è Ottaviano, che si è scoperto erede unico di

Cesare. Ottaviano si rende conto che se in questa fase si fosse schierato apertamente con i

Cesariani, si sarebbe trovato in una posizione debole, subordinata e probabilmente in questa fase

non convincente. Ottaviano quindi in modo molto sagace, giura fedeltà alla repubblica e si unisce

ai due Consoli in carica, con due legioni di veterani che raccoglie e si unisce ai Consoli per

combattere contro Marco Antonio, addirittura in difesa di Decimo Bruto. Cicerone che

nonostante non sia un simpatizzante di Ottaviano, è costretto ad accettare la collaborazione di

Ottaviano e gli fa conferire da privato l'Imperium Pro Pretore (Ottaviano formalmente in questa

fase è un privato e non potrebbe condurre l'esercito in soccorso dei due Consoli, contro Marco

Antonio).

Marco Antonio viene sconfitto a Modena, ma riesce a salvare una parte dei suoi uomini e si

rifugia in Gallia Transalpina, dove si unirà con Lepido. Viceversa i due Consoli che erano partiti

da Roma, ai quali si era aggiunto Ottaviano, muoiono in battaglia, uno dei due muore subito,

l'altro a pochi giorni di distanza a seguito delle ferite riportate in battaglia.

Ottaviano coglie al volo questa occasione, assumendo il comando dell'intero esercito e marcia su

Roma e occupa la città. Ottaviano non ha ancora compiuto 20 anni quando tutto ciò avviene.

Giunto a Roma per dare una parvenza di legalità alla sua azione, esce dal Pomerio, evita quindi

di esercitare l'Imperium Militiae all'interno della città e si fa eleggere dai comizi: Consul

suffectus, Console provvisorio, temporaneo. I comizi vengono convocati in questa circostanza da

improvvisati Pro Magistrati, personaggi ai quali viene affidato quest'incarico al fine di convocare

i comizi. Questi comizi convocati in questo modo eleggono Ottaviao: Consul suffectus. E' una

situazione completamente esplosa.

All'inizio Ottaviano aveva evitato di schierarsi con i Cesariani e aveva fatto in maniera

strumentale giuramento alla repubblica. Ottenuto il controllo di Roma la situazione si capovolge

e infatti da principio fa ratificare con una Lex curiata, la sua nomina di erede da parte di Cesare.

Al di là di questa ratifica, fa annullare integralmente l'amnistia dell'anno precedente (l'amnistia

introdotta con il compromesso adottato da Marco Antonio che aveva deciso per il momento di

non perseguire penalmente i Cesaricidi). Ottaviano annulla quest'amnistia e istituisce una questio

straordinaria per la persecuzione dei Cesaricidi.

A questo punto Ottaviano è Console e padrone di Roma, in quanto la controlla con le legioni di

cui ha il comando. Inoltre in quanto Console e padrone di Roma, è in grado di trattare da pari a

pari con gli altri due uomini politici forti: Marco Antonio e Lepido.

I tre si incontrano il 27 novembre del 43 A.C., dalle parti di Bologna. A seguito dell'incontro tra i

tre uomini, viene approvato un plebiscito, proposto dal Tribuno Publio Titio, questo plebiscito

passerà alla storia come Lex Titia. La Lex Titia conferisce ai tre uomini (Ottaviano, Marco

Antonio e Lepido) la qualifica di Tres Viri rei publicae constituendae, riformare la repubblica

in termini costituzionali. Questa legge in qualche modo mira a dare una forma legale ai poteri

assoluti che questi tre uomini hanno deciso di assumere durante l'incontro che si è svolto vicino a

Bologna, certamente in un clima di reciproca diffidenza. In questo incontro viene concluso e

siglato un Trattato, nel quale viene riaffermato l'impegno di una lotta a oltranza contro gli

uccisori di Cesare.

Poi si spartiscono i comandi, le legioni e i territori. Marco Antonio prende la Gallia Cisalpina;

Lepido la Gallia Transalpina e la Spagna; Ottaviano ottiene l'Italia, la Sicilia, la Sardegna e

l'Africa. Questo Triumvirato a differenza dell'altro che invece risale al 60 A.C. e che è tra

Crasso, Pompeo e Cesare, che è un semplice accordo politico tra tre uomini; questo Triumvirato

invece ha un fondamento giuridico preciso, non è semplicemente un accordo politico di natura

privata, si tratta a tutti gli effetti di una Magistratura straordinaria, collegiale, che ha una durata

quinquennale, che attribuisce ai tre uomini un potere costituente simile a quello attribuito a Silla.

Si tratta a tutti gli effetti di un potere illimitato e che viene gestito dai Tres Viri in quanto tale.

Ogni altra autorità di fatto è paralizzata e le altre Magistrature non vengono eliminate

formalmente ma sopravvivono tutte in posizione

subordinata.

Il giorno seguente all'approvazione della Lex Titia, quindi alla legge che dà vita al

II°Triumvirato, viene affissa una prima lista di proscritti, ha quindi inizio di nuovo a Roma una

vera e propria caccia all'uomo, all'interno delle liste di proscrizione non erano inseriti solo i

Cesaricidi, ma anche altri inclusi gruppi della nobiltà Senatoria e Cavalieri (coloro che avevano

sostenuto Pompeo e il governo aristocratico ed erano rimasti in ogni caso ostili a Cesare anche

senza prendere iniziative concrete) e spesso in molti casi era previsto un premio di denaro da

destinarsi all'uccisore del proscritto. Le liste di proscrizione colpiscono anche gli homines novi,

esponenti illustri di aristocrazie municipali (uomini politici non romani, cioè non nati nella

civitas), come era avvenuto anche all'epoca di Silla, molti cittadini vengono colpiti solo per via

delle loro ricchezze. Questo perché vi era la necessità per i Triumviri di accumulare denaro, di

far fronte alle spese ingentissime necessarie per il mantenimento degli eserciti e per la

soddisfazione dei veterani e per i soldati, in un contesto in cui la situazione economica era

tutt'altro che florida. Uno dei primi a cadere e a restare ucciso fu Marco Tullio Cicerone, che

viene abbandonato da Ottaviano alla vendetta di Marco Antonio e i sicari di Marco Antonio

raggiungono Cicerone nel basso Lazio nella sua villa. Le fonti raccontano che Cicerone non

oppose neanche particolare resistenza e fu ucciso violentemente, decapitato e mozzata la mano

destra (mano con la quale durante le sue discussioni in Senato indicava o usava nella sua attività

di oratore) che fu appesa ai rostri del Senato a Roma, come monito per tutti gli oppositori.

I Cesaricidi superstiti si erano assicurati il controllo delle Province orientali e non intendevano in

alcun modo fare atto di sottomissione, nel 42 A.C., Ottaviano e Marco Antonio, affrontano i

repubblicani nella famosa battaglia di Filippi, in Macedonia e dopo alterne vicende riescono a

sconfiggere gli oppositori repubblicani. Bruto e Cassio si suicidano dopo la sconfitta di Filippi,

in questo modo si suggella fine della libera res publica (questo secondo gli storici è uno dei

passaggi chiave del percorso finale della storia della Roma repubblicana).

La situazione della repubblica dopo la battaglia di Filippi

Antonio, uno dei due triumviri vittoriosi, si reca in Asia, nelle Province Orientali, con lo scopo di

ottenere i fondi a danno delle città che avevano sostenuto i Cesaricidi e anche per risolvere il

problema sempre presente dei Parti.

Ottaviano torna in Italia con il compito di congedare i militari e di assegnare loro le terre che

questi aspettavano come compenso per l'opera prestata in guerra.

Lepido, il terzo dei triumviri, il quale non aveva partecipato alla battaglia di Filippi, gli vengono

affidate le Province Africane, escluso l'Egitto. Da questo punto in poi non sarà più un

personaggio decisivo di questi anni cruciali della repubblica.

Ottaviano è in Italia ed ha il compito di distribuire le terre ai veterani di guerra (i suoi legionari)

come premio dell'attività prestata. Il problema è che l'ager publicus è ormai esaurito e le finanze

di Roma non sono sufficientemente ricche, per consentire a Ottaviano di acquistare le terre

(italiane, perché almeno i legionari italiani avevano la pretesa di restare in Italia) da distribuire ai

suoi soldati. Il problema apparentemente è senza soluzione. Ottaviano quindi deve procedere a

nuove confische, a danno soprattutto di medi e piccoli proprietari. La situazione è aggravata dal

fatto che non ci sono più nemici dichiarati di Ottaviano e di Antonio da colpire attraverso le

confische e ai quali sottrarre le terre da assegnare ai soldati. Le vittime di queste confische

furono abbastanza scelte a caso e ci furono numerosissimi episodi di scontri anche sanguinosi,

tra veterani che aspiravano a occupare le terre confiscate e ovviamente i contadini proprietari,

che si vedevano spossessati senza in realtà un motivo giuridicamente valido.

Nel 41 A.C. Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio triumviro, si mette a capo della protesta

(capeggia gli scontenti, i contadini) e proclama che il triumvirato è cessato. Ci sono vari tentativi

di accordo che però sono infruttuosi e scoppia una nuova guerra civile.

Questa guerra scoppia tra Lucio Antonio e Ottaviano. Ottaviano viene “salvato” dal fatto che gli

amici di Marco Antonio, non comprendono la politica di Lucio Antonio, non ne condividono la

politica e quindi restano neutrali, con la conseguenza che Lucio Antonio si trova isolato, è

costretto a rifugiarsi a Perugia (questo durante gli scontri che avvengono tra i rispettivi gruppi

armati) e alla fine Lucio Antonio si arrende al termine di un lungo assedio. Ottaviano lo grazia in

segno di rispetto verso il fratello, anche se incendierà la città di Perugia, in quanto aveva ospitato

Tribuno ribelle.

Ottaviano in seguito a questa breve guerra civile, impegna gli anni successivi, nel tentativo di

consolidare la sua autorità per conquistare una popolarità mai avuta. Adesso il suo compito è

quello di acquistare popolarità agli occhi dei romani.

C'è un altro problema che Ottaviano sfrutta a suo favore, che gli consente in qualche modo di

acquistare consensi tra i cittadini romani, in quanto in quegli anni e anche per tutto il periodo di

quando c'era Gaio Giulio Cesare al potere, c'era stata una permanente minaccia per l'egemonia

romana almeno nel Mediterraneo, incarnata da un personaggio di nome Sesto Pompeo, figlio

Pompeo Magno o Gneus Pompeus. Sesto Pompeo non si era mai arreso né a Cesare, né ai

triumviri, in quanto tentava di dare filo da torcere al regime che governava Roma e che per lui

era un regime nemico, soprattutto controllando il mare. Sulla scia della tradizione paterna, Sesto

Pompeo aveva costruito una flotta importante e aveva conquistato varie volte la Sicilia, la

Sardegna, la Corsica. Soprattutto allo scopo di controllare gli approvvigionamenti di grano, di

cereali, verso Roma. Minacciava Roma in qualche modo affamandola, impedendo che

arrivassero alla popolazione i rifornimenti di cereali, in questo modo pensava di mettere in

scacco la classe dirigente e politica.

Nel 36 A.C., Ottaviano riesce a sconfiggere Sesto Pompeo, il quale si rifugia in Oriente e però

sceglie il rifugio sbagliato, perché si imbatte in Marco Antonio (che era in Asia) e quindi viene

sopraffatto e ucciso dalle truppe di Marco Antonio. Questa vittoria di Ottaviano, è una vittoria

molto importante nel suo tentativo di acquistare popolarità agli occhi dei romani, perché poté

sfruttare questa vittoria per vantarsi di aver messo fine alla carestia, che in qualche modo negli

anni precedenti affliggeva Roma. D'ora in poi Ottaviano reciterà la parte di pacificatore, in parte

fasulla in parte reale. Tra l'altro fa distruggere tutti i documenti con i quali si sarebbero potuti

individuare i nomi dei sostenitori di Sesto Pompeo. A questo punto Ottaviano vuole mettere fine

alle proscrizioni, alle vendette incrociate, l'epoca delle ritorsioni; vuole porre fine a tutte le

guerre civili.

In questa veste nuova di pacificatore, Ottaviano, inizia a dimostrarsi tollerante nei confronti

dell'ordine repubblicano, ostenta molto rispetto per le prerogative dei Magistrati ordinari e evita

di interferire nel loro operato.

Nel 36 A.C., un plebiscito, gli riconosce a vita uno Ius Tribunicium, che comporta una sacro

santitas, equivalente a quella di cui godono i Tribuni della plebe.

Marco Antonio in Oriente

La vicenda di Marco Antonio in Oriente è molto meno fortunata rispetto a quella di Ottaviano a

Roma. In Oriente Marco Antonio da principio tenta di ristabilire il prestigio delle armi romane,

soprattutto dopo la disfatta di Crasso a Carre (dove era persino morto).

Le campagne militari guidate da Marco Antonio non sono però fortunate, perché nuovamente

subisce una sconfitta all'opera dei Parti, anche se riesce a conquistare l'Armenia, che però

all'epoca non era un territorio molto rilevante, da un punto di vista strategico.

In Oriente Marco Antonio, inizia la sua relazione amorosa con Cleopatra VII°, bellissima. Questa

storia d'amore inizia fin dall'arrivo di Antonio in Egitto. Questa relazione ha un aspetto positivo e

uno negativo. L'aspetto positivo è che Antonio legandosi alla Regina d'Egitto, in qualche modo

ha accesso diretto alle risorse naturali dell'Egitto e l'Egitto era un paese ricchissimo. L'effetto

negativo è che la relazione con Cleopatra VII°, ha effetti disastrosi per l'immagine personale di

Marco Antonio, quindi sul piano politico, perché essendosi accompagnato a Cleopatra VII°, con

la quale tra l'altro avrà tre figli, Antonio può essere facilmente presentato da una propaganda

negativa, come un uomo succube di una Regina Orientale e quindi straniera e barbara. Quindi un

uomo totalmente soggiogato dal fascino di questa donna e distolto dai suoi doveri di cittadino

romano e di uomo politico eminente. La misura anche a livello dell'opinione pubblica romana si

colma quando Antonio distribuisce l'Armenia e altri territori Asiatici fra Cleopatra, i suoi tre figli

e il figlio di Cleopatra e Gaio Giulio Cesare. Tutti questi figli erano minorenni, fanciulli. Inoltre

si auto attribuisce il titolo di Re, come se non bastasse accettava anche di farsi venerare dal

popolo autoctono, come una sorta di semi Dio, quindi aveva sviluppato anche un culto della

personalità dai tratti orientaleggianti, del tutto estraneo alla mentalità romana.

Siamo nel 32 A.C. e ormai c'è una separazione netta tra i due personaggi, è come se governassero

su due parti distinte e per molti versi contrapposte di quello che è l'Impero romano, Ottaviano

ormai si trova in Italia e nella parte Occidentale e Antonio in questo suo delirio orientaleggiante,

invece controlla la parte Orientale dell'Impero. Lo scontro tra i due uomini ormai diventa

inevitabile.

Nel 32 A.C., ci sono due Consoli in carica a Roma, i due Consoli in questione sono: Gaio Sosio e

Gneo Domizio Enobarbo, questi due Consoli sono partigiani di Antonio. Appena assumono la

carica, questi due personaggi pensano immediatamente di attaccare Ottaviano, accusandolo di

non avere abdicato al triumvirato alla scadenza del termine.

Nel momento stesso in cui lo attaccano, annunciano una proposta di revoca dei suoi poteri, è da

tenere presente che il triumvirato era scaduto per tutti il 31 dicembre del 33 A.C. Anche se sia

Ottaviano che Antonio, avevano continuato a comportarsi di fatto come se fossero ancora

triumviri e ne portavano ancora il titolo. La loro iniziativa è bloccata grazie all'intercessio

tribunicia di un tribuno della plebe amico di Ottaviano e quindi blocca l'iniziativa dei Consoli. A

questo punto Ottaviano che si era prudenzialmente allontanato da Roma prima del blocco

dell'iniziativa attraverso il veto del Tribuno amico, rientra in città con un gran seguito di soldati,

anche se non la occupa militarmente e sferra una importante controffensiva di carattere politico

nella successiva seduta del Senato. Ottaviano partecipa a questa seduta, sedendosi

ostentatamente tra i due Consoli sulla sella curule. Si comporta in maniera ostentata come se

fosse davvero ancora triumviro, durante la seduta Ottaviano difende le ragioni del suo

comportamento e dice che sono disposto a tornare privato cittadino a condizione che Antonio

faccia altrettanto e torni a Roma lasciando l'Oriente. Il Senato non segue i Consoli, non riescono

di fatto a convincere il Senato e appoggia comunque (seppur non in maniera chiara) Ottaviano. I

Consoli si affrettano a lasciare Roma con un seguito di Senatori, intorno ai 200, che

patteggiavano per Antonio e lo raggiungono in Oriente. A questo punto Ottaviano è per la

seconda volta (dopo la vittoria contro Decimo Bruto), l'unico uomo politico eminente presente a

Roma. Ottaviano qui è padrone di Roma in base alla semplice forza militare di cui dispone come

privato cittadino, un privato cittadino che si comporta ancora come triumviro, anche se non lo è

più formalmente, l'unica prerogativa giuridica che Ottaviano ha e che persiste è quella della

inviolabilità tribunizia, conferitagli nel 36 A.C.

Ormai gli schemi giuridici sono definitivamente saltati e la partita tra i due uomini si gioca tutta

sul piano politico e militare, il diritto è completamente evaporato.

Ottaviano è padrone di Roma anche se sa che quella che si profila all'orizzonte è una nuova

guerra civile. Ottaviano sa che per affrontarla in maniera adeguata, ha bisogno di costruire

attorno a sé il più ampio consenso possibile, perché quello che sta a cuore a Ottaviano è

ovviamente vincere la guerra, ma soprattutto in caso di vittoria, riuscire a legittimare il suo

controllo sulla repubblica, rendendolo stabile, definitivo, istituzionale. Ottaviano non vuole

soltanto vincere la guerra civile, ma vuole anche dopo la vittoria, instaurare un regime pacifico

ed evitare che emergano nuovi personaggi più o meno ambiziosi, pronti a tutto pur di salire al

potere.

A questo punto Ottaviano riprende la campagna propagandistica, volta a screditare Antonio,

distruggendone l'immagine. Ottaviano con i suoi consiglieri politici non si deve sforzare troppo

per giungere all'obiettivo, perché in effetti Antonio è facilmente attaccabile. Le fonti ci

raccontano che Antonio viene dipinto agli occhi dei romani come un: traditore, rammollito,

vittima dalla demenza provocata dalle magiche arti seduttorie di Cleopatra.

Antonio prima di partire per l'Oriente aveva affidato il suo testamento alle sacre Vestali, che

avevano il compito di custodire i testamenti, soprattutto di personaggi autorevoli.

Ottaviano pensa di sottrarre il testamento e di divulgarne il contenuto. Questo atto era

considerato un atto scellerato per i romani, di per sé l'iniziativa di Ottaviano era inaudita,

sennonché il contenuto del testamento fosse scellerato, perché nel testamento Antonio riconosce

giuridicamente i figli avuti da Cleopatra. Sempre nel testamento afferma che il figlio di

Cleopatra avuto da Giulio Cesare (Tolomeo Cesare), è il vero e unico discendente di Giulio

Cesare. Sempre nel testamento Antonio chiede di essere sepolto ad Alessandria, accanto alla

amata consorte. I romani rimangono allibiti dalla lettura del testamento, dimenticando il fatto che

Ottaviano lo abbia rubato alle sacre Vestali e sull'opinione pubblica romana, il contenuto del

testamento ha un effetto devastante per l'immagine di Marco Antonio. I romani si convincono di

avere a che fare con un degenerato, un uomo che vivendo tutti quegli anni in Oriente, si è

lasciato corrompere dal lusso, dal sesso e da piaceri di ogni tipo. Un'irresponsabile in balia di una

strega Orientale. Quello di cui si convincono i romani inoltre, è che Antonio possa essere anche

pronto a tramare con Cleopatra, per costruire un regno Orientale, regno del quale Roma sarebbe

stata soltanto una delle tante città, di fatto costruire un regno a Oriente al quale Roma sarebbe

stata sottomessa, un regno che avrebbe avuto Alessandria come capitale. I romani si convincono

che Antonio avrebbe in teoria anche potuto spezzare l'Impero e costruire un Impero Orientale che

avrebbe messo in crisi l'egemonia romana e addirittura sottomettere Roma. Si afferma già in

questa fase una separazione sempre più netta o almeno una percezione che ormai l'Impero

romano è composto di una parte Occidentale e di una parte Orientale, che però devono essere

tenute insieme. C'è il rischio che possano esplodere e separarsi e invece l'Impero va tenuto

compatto. Si teme che Antonio possa al limite favorire l'esplosione dell'egemonia romana e la

separazione dell'Impero.

Succede che verso la fine dell'autunno del 32 A.C., un po' dappertutto in giro per l'Italia,

assistiamo a manifestazioni plebiscitarie di fedeltà e di consenso nei confronti di Ottaviano. Le

varie città della penisola e poi tutte le Province Occidentali, iniziano più o meno spontaneamente

a esprimersi in maniera plebiscitaria in favore di Ottaviano.

Al punto che tutta l'Italia e le Province Occidentali, giurano solennemente di obbedire a

Ottaviano e gli chiedono di assumere il comando di quella che ormai appare una crociata contro

le minacce che provengono da Oriente.

Ottaviano nelle sue res gestae in merito a Ottaviano:

“Giurò a mio favore tutta l'Italia spontaneamente e mi attribuì l'incarico di condurre la guerra,

che poi ho vinto ad Azio. Giurarono di seguito con le stesse parole, le Province della Spagna,

della Gallia, della Sicilia, dell'Africa, della Sardegna.”

Questa è la legittimazione che Ottaviano attendeva per la sua azione politica e militare ed è una

legittimazione tutta politica, non c'è nulla di giuridico, perché il giuramento dell'Italia e poi di

tutte le Province Occidentali a favore di Ottaviano non è un atto giuridico. Questo giuramento

giuridicamente non è niente, è però un atto politico fondamentale. Con questo giuramento si

realizza una mobilitazione che non è soltanto una mobilitazione militare, ma è anche una

mobilitazione morale di cui Ottaviano ha bisogno per chiudere i conti con Marco Antonio. A

questo punto come Sacerdote Feziale (Ottaviano ha anche il compito di Sacerdote Feziale),

Ottaviano compie di fronte al tempio di Bellona fuori dal Pomerio i rituali necessari per la

dichiarazione di un bellum iustum, guerra giusta. La cosa geniale è che Ottaviano non dichiara

guerra a Antonio, ma dichiara guerra a Cleopatra, questo fatto mette in confusione i fedelissimi

di Antonio, infatti molti di questi consigliano di allontanarsi da Cleopatra, in modo che la causa

di Cleopatra non venga confusa con quella di Antonio. Antonio resta fedele a Cleopatra, con la

conseguenza che molti dei suoi seguaci lo abbandonano, molti disertano e passano nelle file di

Ottaviano.

Nel 31 A.C., ad Azio Antonio si lascia attirare con la sua flotta in una posizione sfavorevole e la

flotta di Antonio è bloccata in questa posizione dalla flotta di Ottaviano, comandata da Agrippa.

Antonio ormai sa bene di non aver più la fiducia dell'esercito e dei cittadini romani. Preso dalla

disperazione decide di abbandonare le sue truppe, cerca di forzare il blocco navale che lo

costringe a restare fermo per raggiungere l'Egitto, ma così facendo perde più della metà della

flotta, ad Azio. Egli ormai sa che non ha più alcuna speranza di sconfiggere Ottaviano.

Nel 30 A.C., Ottaviano giunge ad Alessandria, Antonio e Cleopatra che sono ormai

completamente isolati si suicidano e l'Egitto diventa una Provincia romana.

Le fonti danno la definizione di Augusto di: optimus stauts auctor, che significa autore di un

ottimo stato.

Ottaviano dopo la sconfitta di Marco Antonio (31-27A.C.) e

successivi avvenimenti

Dopo la battaglia di Azio, Ottaviano ha un potere enorme, si trova a capo di ben 50 legioni e

gode di un prestigio straordinario, di fatto è il signore dello stato romano, nessun uomo prima di

lui si era trovato in una situazione paragonabile. Ha allo stesso tempo un problema grane, che è

quello di dare a questo potere personale, una veste giuridica.

Deve quindi creare i presupposti giuridici che rendano possibile l'esercizio di un potere personale

che ha caratteri monarchici, nel rispetto però delle forme repubblicane, nel rispetto del quadro

istituzionale repubblicano. Si tratta di innestare all'interno delle forme istituzionali e

repubblicane che rimangono (modificate ma rimangono), un potere personale che ha tutte le

caratteristiche di un potere monarchico, si tratta di creare un nuovo regime costituzionale. Gli

storici ci dicono che Ottaviano fosse un genio della politica. Negli anni che vanno dal 31 A.C.

(vittoria di Azio) e il 27 A.C., Ottaviano si muove con molta prudenza e ricerca in tutti i modi il

compromesso, non vuole forzare i tempi.

Si rende conto che la questione politica e sociale romana è ancora molto fragile e si sforza in tutti

i modi di creare un nuovo equilibrio sociale e lo fa cercando in qualche modo di contemperare, di

far stare insieme, di mettere d'accordo, le esigenze dei ceti che erano usciti vincenti dalla guerra

civile (Cavalieri e proletari), con le esigenze contrapposte del ceto che era uscito sconfitto (ceto

Senatorio).

La parola chiave che guida la politica di Ottaviano in questi anni (31-27 A.C.) la potremmo

riassumere con la parola normalizzazione, sia nella vita sociale, sia nella vita politica. Finita una

volta per tutte la grande paura, lo strazio delle guerre civili, Ottaviano che adesso gode di un

consenso strepitoso, ha il compito di restaurare la normalità, la normalità nella vita politica e

nella vita sociale. Ottaviano procede in maniera molto lenta, ma con molta abilità e sullo sfondo

l'obiettivo è sempre quello di calare all'interno delle forme costituzionali repubblicane, la realtà

di un potere personale di tipo monarchico.

Questo è l'obiettivo al quale punta. Nonostante l'incredibile potere personale del quale gode, egli

non abbandona mai la reale posizione di potere giuridico fino a che non è pronta una soluzione

alternativa valida. Nel senso che fino al 27 A.C. Ottaviano conserva una posizione assolutamente

singolare nel quadro delle istituzioni repubblicane. Una posizione che non è sostenibile, dal

punto di vista della legalità repubblicana, ma giustifica il mantenimento di questa posizione

giuridico politico anomala, da un punto di vista repubblicano, facendo leva su una nozione

esclusivamente politica, la condizione di: consensus universorum, consenso di chiunque.

Nel 32 A.C., erano scaduti i poteri straordinari conferiti dalla Lex Titia ai triumviri, conferiti

antecedentemente nel 43 A.C., questi poteri dovevano durare 5 anni, ma furono rinnovati per il

quinquennio 38-33 A.C.

Ottaviano quindi non è più triumviro e fonda la sua posizione politica, esclusivamente sul

famoso giuramento formale che l'Italia e le Province Occidentali gli sottopongono e sulla sacro

santitas conferitagli a titolo vitalizio nel 36 A.C. (l'intoccabilità di cui gode anche se non è

Tribuno della plebe formalmente, ma gode della stessa sacro santitas).

Ciò non basta perché Ottaviano non esita ad assumere il Consolato dal 31 A.C. in poi,

ovviamente assunto in maniera del tutto “incostituzionale”.

Nel 30 A.C., dopo la morte di Antonio, Ottaviano si fa conferire tutte le altre potestà tribunizie,

quindi la possibilità di porre il veto, la possibilità di presentare una proposta di legge. Un

esempio tipico che gli storici fanno di questa prima fase (31-27 A.C.), di come si muove

Ottaviano, è la sistemazione che dà all'Egitto. L'Egitto diventa una Provincia romana, prima non

era formalmente una Provincia romana. L'Egitto è comunque una Provincia particolare e non può

essere assimilato alle altre Province Orientali (Ponto, Siria) perché l'Egitto costituisce, in quegli

anni, un paese a cultura mista. E' un paese nel quale convivono una cultura di stampo greco,

(città di Alessandria) e una cultura di stampo Egizio, cultura tradizionale egizia. Queste due

culture vivono a volte convivendo e fondendosi, anche se molte volte sono contrapposte e non

riescono a integrarsi.

Ottaviano una volta che l'Egitto diventa una Provincia romana, escogita un tipo di ordinamento

Provinciale che sia in grado di tener conto di tutte queste caratteristiche e che possa in questo

modo assicurare la stabilità della conquista romana sull'Egitto. Non annette semplicemente

l'Egitto all'Impero come si faceva in passato con le altre Province (come aveva fatto Pompeo con

le vecchie Province, che aveva fondato Bitinia Ponto e Siria). In questo caso l'Egitto viene

formalmente aggiunto all'Impero del popolo romano, questo è quello che i testi ci tramandano. In

questo modo l'Egitto riceve una amministrazione che è data direttamente dall'Imperatore, che lo

ha aggiunto di sua volontà all'Impero. Non è soltanto un dato formale, il governo dell'Egitto da

questo momento in poi, attraverso una Lex data (provvedimento stesso di Ottaviano), viene

affidato esclusivamente a un funzionario di rango Imperiale scelto tra i Cavalieri, il quale assume

la qualifica di Praefectus Alexandriae et Aegypti. In questo modo Ottaviano raggiunge due

obiettivi:

1) in qualche modo compensa gli Egiziani del fatto di aver perso il proprio Re Dio. Come molti

Orientali tendevano a divinizzare il sovrano. Il sovrano è un Dio in terra.

Inoltre con la presenza di un rappresentante diretto dell'Imperatore romano in terra Egiziana, si

pongono secondo gli storici, le premesse per facilitare la fusione tra le due anime del Paese

(Ellenistica ed Egiziana).

2) Il secondo obiettivo che Ottaviano raggiunge con questa sistemazione, cioè affidando il

governo dell'Egitto a un Legato Imperiale di rango equestre, è quello di evitare che l'Egitto possa

essere governato dal Senato. Ottaviano affida l'Egitto solo ai Cavalieri, in questo modo scongiura

il rischio che si formino ambizioni personali all'interno del Senato, che potrebbero in futuro

minacciare la sua supremazia.

Ottaviano agisce in profondità anche nel tessuto sociale ed economico del paese, ad esempio la

casta Sacerdotale, che in Egitto era fortissima, viene ridimensionata.

Viene riformato il sistema fiscale, a vantaggio dei cittadini romani presenti sul territorio.

Viene soprattutto coniata la moneta divisionale Egiziana, fino a quel momento l'Egitto non aveva

una sua valuta. Da questo momento in poi inizia a circolare una moneta Egiziana e il fatto che

inizi a circolare questa moneta, ci saranno effetti positivi sull'economia Egiziana.

L'ordinamento Egiziano che Ottaviano elabora in questi anni, viene considerato dagli storici

come uno dei primi esempi della breccia che Ottaviano comincia ad aprire nell'ordinamento

repubblicano. Gli storici considerano la sistemazione giuridico costituzionale dell'Egitto, come la

prima pietra della costruzione dell'ordinamento Imperiale.

Risolto il problema dell'Egitto Ottaviano ha il problema dei rapporti con il Senato. Ottaviano non

si fida minimamente del Senato, nutre sospetto di una assemblea, i cui membri per la

maggioranza gli erano stati ostili. Il Senato ha un atteggiamento nei confronti di Ottaviano, che è

un misto di sudditanza e di piaggeria, tentano di ingraziarsi Ottaviano. Tant'è che dopo la morte

di Antonio, vengono emanati tre Senato Consulti, ratificati da plebisciti e vengono emanati su

iniziativa del Senato. Con questi Senati Consulti si conferisce il ius auxilii a Ottaviano oltre il

Pomerium, il che non era mai successo.

In secondo luogo si conferisce a Ottaviano il potere di giudicare sugli appelli, proposti contro gli

atti dei Magistrati.

Infine il terzo Senatus Consulto attribuisce a Ottaviano il calculus Minervae, che è il potere di

integrare con il suo voto, il voto mancante per l'assoluzione di un cittadino romano reo, nel caso

sia necessario un solo voto per la grazia. Ottaviano potrà esercitare un potere di grazia in ultima

istanza. Questi poteri gli vengono attribuiti dallo stesso Senato alla morte di Antonio.

Nonostante tutto Ottaviano continua a non fidarsi dell'assemblea Senatoria, anche perché nel

momento decisivo con la lotta con Antonio molti lo hanno tradito, salvo poi in alcuni casi

retrocedere e fare atto di sottomissione a Ottaviano; ma sono comunque personaggi che in gran

parte, Ottaviano non si fida.

All'interno del Senato c'era un po' di tutto: clienti di Ottaviano, suoi acerrimi nemici, esponenti

illustri della democrazia repubblicana che non si erano schierati, c'erano poi anche avventurieri

delle guerre civili: soldati, centurioni, figli di liberti, alcuni Galli Transalpini.

Non a caso, nonostante la piaggeria dei Senatori, Ottaviano procede subito nel 29 A.C. (dopo

aver sistemato l'Egitto), procede a una lectio Senatus, una nomina di Senatori. Alla fine non

viene sconvolta l'assemblea, anche perché tra dimissioni più o meno volontarie ed espulsioni,

circa 190 Senatori abbandonano l'aula. Non si tratta di una vera e propria epurazione, anche se

Ottaviano raggiunge il suo obiettivo, ovvero è quello di avere un'assemblea più malleabile e

omogenea, un'assemblea che gli possa essere meno riottosa, questo avviene nel 29 A.C.

Da questo Senato così rimodellato, Ottaviano si fa proclamare Princeps, da cui Principato e

adotta un titolo che era già stato analizzato e studiato dalla tradizione letteraria repubblicana,

assumendo stabilmente il prenome di Imperator, Priceps et Imperator. Il termine di Princeps si

carica di un significato politico fortissimo. Il fatto che Ottaviano si faccia chiamare Imperator

non è semplicemente un fatto formale, qui è un fatto sostanziale, perché il fatto che Ottaviano sia

Imperator, implica che tutti i cittadini romani siano di fatto equiparati a soldati; in questo modo

svanisce la distinzione fondamentale tra Imperium Militiae e Imperium Domii. Definendosi

Imperator Ottaviano fa evaporare questa distinzione, con il risultato che i cittadini romani sono

sempre e comunque assimilati a soldati. Ottaviano stabilisce che questo titolo di Imperator sia

trasmissibile al figlio primogenito, questo rappresenta un mutamento fondamentale, in quanto la

forma monarchica presuppone che si decida il principio in base al quale avvenga la successione,

normalmente è il principio ereditario.

Il biennio fondamentale è il biennio 28-27 A.C., nel quale si definiscono le forme costituzionali

del Principato. La soluzione è possibile soltanto se si individuano le ragioni del compromesso,

cioè le condizioni alle quali può reggersi il compromesso tra forme repubblicane e sostanza

monarchica. La fortuna politica e sociale di Roma dipende da questo. Proprio questo

compromesso tra forme repubblicane e sostanza monarchica che è il punto nodale del nuovo

ordine. La parola chiave è normalizzazione, infatti a partire dal 28 A.C., Ottaviano attua in

maniera deliberata un processo di normalizzazione. Divide intanto i fasci Consolari con un

collega, cioè nel 28 A.C., viene eletto un altro Console.

Restituisce le altre Province dell'Asia (quindi Bitinia Ponto e Siria) all'amministrazione del

Senato; abolisce le norme triumvirali eccezionali e ripristina la legislazione ordinaria.

Ottaviano vuole normalizzare il quadro politico/sociale, ma vuole preparare due sedute

Senatorie, che si riveleranno decisive e queste sedute sono quelle del 13 e 16 gennaio del 27

A.C.

Nella seduta del 13 gennaio 27 A.C., Ottaviano si reca al Senato e dichiara molto formalmente

di voler restituire la res publica al Senato, cioè dichiara di voler restituire il governo dello stato al

Senato. Tutto ciò avviene nello stupore generale e nel timore di molti che temevano che con

questo gesto potesse riaprirsi la parentesi terribili delle guerre civili. Gli storici ritengono anche

che ci fosse anche una sincerità di fondo nel comportamento di Ottaviano, anche se è certo che la

seduta del 13 gennaio è stata preparata attentamente e infatti subito dopo l'offerta che Ottaviano

fa di restituire la res publica al Senato, si levano proteste innumerevoli e offerte più o meno

spontanee, ma insistenti, di recedere dal suo intento e di abbandonare la sua decisione di

restituire la res publica. Risultato è che Ottaviano recede dalla sua decisione e conserva il

Consolato, quindi resta Console e assume un Imperio speciale sulle Province no pacatae, cioè il

compito di governare le Province più turbolente. I Pro Consoli assumono invece il governo delle

altre Province e ne rispondono direttamente al Senato. Il popolo nei suoi comizi, le Magistrature,

il Senato riprendono l'esercizio legittimo delle loro funzioni, questo avviene il 13 gennaio 27

A.C.

Solo tre giorni dopo il Senato si riunisce nuovamente (16 gennaio 27 A.C.) e lo fa per

ringraziare Ottaviano del gesto, cioè del fatto di aver offerto la res publica al Senato e di aver

riconosciuto quindi la sua supremazia. Succede che a Ottaviano viene conferita la corona

d'alloro, gli viene dedicato in Senato uno scudo aureo, sul quale vengono incise i nomi delle virtù

che vengono riconosciute più o meno unanimemente a Ottaviano: clementia, virtus, iustitia e

pietas. Gli viene data la corona d'alloro, come già detto. Soprattutto su proposta del Console in

quel momento in carica gli viene conferito il titolo di Augustus, Augusto in italiano. L'Augustum

augurium, cioè l'augurium massimo era l'augurium sotto il quale si era deciso di fondare Roma,

prima di far qualcosa di importante i romani attraverso gli Auguri, interrogavano la divinità. La

decisione di fondare Roma per la tradizione era stata presa soltanto in presenza di questo

augurium Augustum, il massimo degli auguri possibili. Il Senato attribuisce a Ottaviano un titolo

che nessuno aveva mai avuto prima, il titolo di Augustus, come se Ottaviano venisse in qualche

modo considerato alla stregua di un nuovo fondatore di Roma, di un nuovo Romolo. Non è

semplicemente una cerimonia formale con la quale si consegna uno scudo e un titolo.

Con questa cerimonia di grande impatto formale si forma il cosiddetto stato dell'auctoritas,

l'auctoritas è il principio formale alla base del Principato. Nella sostanza Ottaviano non esce da

questa cerimonia con poteri dittatoriali, prende solo ciò che gli serve, prende il Consolato e un

gruppo di Province da stabilizzare con le legioni già presenti.

La dimensione fondamentale di questa operazione è quella ideologica, appunto l'auctoritas, ed è

proprio il concetto di auctoritas, che d'ora in poi rappresenta l'elemento in base al quale può

reggersi quell'equilibrio non facile tra la forma repubblicana da un lato e la sostanza monarchica

dall'altro. Queste due forme stanno insieme, attraverso il concetto di auctoritas.

Augusto nelle res gestae (ci spiega cosa significa auctoritas):

“Post it tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihil amplius abiu quam caeteri;

qui nihil quoque in Magistratu con legae fuerunt.

Tradotto:

Dopo quel tempo fui superiore a tutti in auctoritas, ma non ebbi una potestas superiore agli altri

che mi furono colleghi nelle Magistrature.”

Ci descrive cosa cambia, ed è l'auctoritas che fa la differenza, ed è per questo che c'è una

sostanza monarchica che riesce a convivere con le forme repubblicane, gli altri Magistrati sono

colleghi di Augusto nella Magistratura.

auctoritas

L' è un concetto arcaico, un concetto di carattere giuridico e sacrale e Ottaviano lo

riesuma utilizzandolo con una finalità precisa, cioè la finalità è quella di costruire un nuovo stato

a partire dalla persona del Princeps, ed è questo il concetto che Ottaviano con i suoi consiglieri di

cui si circonda, utilizza. Ottaviano rispolvera questo concetto con la finalità di riuscire a costruire

un nuovo concetto di stato, impregnata sulla persona del Princeps, quindi su una personalità forte

che ha un ruolo eminente nel contesto istituzionale. Istituzionalizzare il carisma personale del

Princeps, che adesso è Ottaviano poi il ruolo sarà rivestito da altri personaggi. Alcuni storici e

alcuni annalisti, presi un po' anche dall'enfasi retorica, hanno considerato Ottaviano Augusto, una

sorta dell'uomo della provvidenza, come se fosse un uomo inviato da Dio, per porre termine a

una situazione intollerabile di guerra civile, per costruire la Roma Imperiale, la Roma universale.

Sicuramente era un genio della politica Ottaviano e come tutti i geni della politica sapeva

muoversi e adattarsi alle circostanze concrete e interpretarle al meglio. Augusto sapeva che non

era possibile parlare di restaurazione della repubblica, senza appunto salvare le forme

repubblicane, non a caso Augusto ripristina i Comizi e le procedure elettorali ordinarie, però

introduce una serie di meccanismi che gli consentono di controllare queste procedure, quindi di

controllare e di fatto togliere alle elezioni il loro effettivo valore.

Una delle caratteristiche di un grande uomo politico è la capacità di saper controllare le

situazioni, interpretare le situazioni e i contesti concreti e muoversi con decisione, ma anche con

prudenza. Il Senato rappresentava una minaccia per Augusto e il Senato andava controllato.

Augusto (come già visto sopra) compie una prima epurazione, anche se lo omaggia,

introducendo un organo politico molto importante chiamato Consilium Principis, che non è

altro che una sorta di commissione ristretta, preposta alla discussione di quanto poi avrebbe

costituito oggetto delle discussioni dei lavori dell'assemblea Senatoria. In questo modo la

funzione del Senato diventa sempre di più quella di ratificare decisioni prese altrove e

precisamente nel Consilium Principis (l'intento di controllare il Senato viene attuato con

strumenti molteplici e non semplicemente con una epurazione e un rimodellamento della

composizione materiale del Senato).

Tra il 25 e 24 A.C., Ottaviano Augusto, attraversa un periodo molto complesso, ci sono dei

tentativi di insurrezione, comunque vengono controllati e non degenerano in guerre civili, anche

se la salute di Augusto vacilla, un po' per la tensione e lo stress.

L'anno 23 A.C., può essere considerato formalmente l'anno di inizio del Principato, in

quest'anno Augusto vara formalmente un nuovo assetto costituzionale e questo passaggio

rappresenta davvero il momento di passaggio dal vecchio al nuovo sistema.

In concreto Augusto depone il Consolato, lo aveva mantenuto ininterrottamente dal 32 A.C. e

assume l'Imperium Pro Consulare maius et infinitum, Imperio Pro Consolare maggiore e infinito.

Un Imperium superiore qualitativamente a tutti gli altri Pro Consoli (coloro che esercitano

l'Imperium sulle Province) e si tratta di un Imperium non delimitato a livello spaziale. La

conseguenza è che tutti gli altri Pro Consoli sono ridotti al rango di Legati di Augusto, di Legati

Imperiali.

Il secondo elemento decisivo è questo: a partire dal 1 luglio 23 A.C. Augusto assume la

tribunicia potestas a titolo vitalizio e nella sua piena estensione, dal 36 A.C. Augusto aveva la

inviolabilità tribunicia, la sacro santitas. Dal 23 A.C. non è Tribuno della plebe, ma in quanto

titolare della tribunicia potestas, ha tutta la postestas dei Tribuni, il che significa che può far

votare plebisciti con valore di legge, può convocare il Senato, può usare il diritto di veto.

A questi due elementi (Imperium Pro Consulare maius et infinitum e a tribunica potestas),

Augusto aggiunge l'auctoritas, che conferisce un sapore completamente diverso ai singoli poteri.

I pilastri fondamentali del Principato e della monarchia romana saranno sempre e soltanto questi

due, cioè Imperium Pro Consulare (sostanzia il potere di comando militare del Princeps) da un

lato, e la tribunicia potestas (invece rappresenta la base giuridico costituzionale del potere del

Princeps) dall'altro. Augusto e gli Imperatori successivi non avranno bisogno di altri poteri.

Augusto infatti rifiuterà sempre il Consolato, lo assumerà soltanto in una occasione e solo nel 2

A.C., accetterà il titolo solamente formale, di pater patriae, padre della patria.

I rapporti tra Princeps e Senato

La caratteristica fondamentale del Principato è quello del sovrapporsi di un potere egemone, di

un potere personale di tipo monarchico, su una struttura giuridico/costituzionale di natura

repubblicana, che è composta (nella Roma repubblicana) da due elementi fondamentali: il popolo

e il Senato. Secondo la massima latina si diceva: “Senatus censuit, populusque iussit”, il Senato

ha deciso e il popolo ha ordinato, era il brocardo nel quale si sintetizzava la sostanza della forma

repubblicana.

Augusto in quanto Imperator ha assunto la rappresentanza diretta del popolo; con la qualifica di

Imperator ha fuso i due elementi di Imperium Domi e di Imperium Militiae, ha di fatto

trasformato tutti i cives romani in soldati e ha assunto la rappresentanza diretta del popolo.

Quello che resta da definire in maniera più chiara è il tema dei rapporti con il Senato, perché

comunque non ha finito di risolvere la questione Augusto. Il Senato rappresenta il baluardo da

sempre, nell'ideologia repubblicana, è il luogo della classe egemone della civitas. Si tratta di una

classe dirigente che una propria cultura, una propria tradizione, ed è attaccata alla carica e al

ruolo non solo per motivi di prestigio, ma anche per ragioni economiche.

Augusto ha successo nella sistemazione dei suoi rapporti con il Senato, perché omaggiando e

rispettando (almeno formalmente la natura repubblicana della civitas), ha la forza di non

stravincere, che è un altro requisito dei grandi uomini politici. Sanno capire fino a dove è giusto

spingersi ed oltre non vanno. Nei confronti del Senato Augusto non stravince nel senso che

conserva al Senato alcune prerogative che comunque ne giustificano la sopravvivenza e che pur

giustificano la sopravvivenza del Senato e allo stesso tempo non erodono la sostanza del potere

del Princeps. Il ruolo del Senato rimane in piedi con il ruolo dominante del Princeps. Tuttavia

non possiamo parlare in nessun modo di una divisione eguale di poteri tra Princeps e organo

senatorio. Il Senato conserva almeno formalmente il potere di investitura, cioè il potere di

conferire l'incarico al Princeps.

Si tratta però di un mero potere di ratifica, perché in linea di principio l'investitura da parte del

Senato consisteva nel conferimento al Princeps dei due pilastri (Imperium Pro Consolare e

tribunicia potestas), però poi nella realtà il Senato si accontentava di conferire questi poteri al

personaggio che si imponeva nei fatti o che veniva imposto al Senato, il Senato non aveva un

potere di scelta. Con il passare del tempo il potere di investitura perse sempre più di contenuto e

assunse un ruolo meramente formale, un po' come la vecchia Lex Sacrata de Imperio (una

investitura formale ma priva di qualsiasi contenuto giuridico e politico), per quanto riguarda la

Roma monarchica repubblicana.

Il Senato mantiene il potere di investire almeno formalmente il Princeps, però va detto anche che

Augusto gli conferisce un ruolo importante nell'amministrazione delle Province, questa

prerogativa viene in qualche modo conservata. Vengono affidate al Senato le vecchie Province

Senatorio, l'Africa, la Francia del sud ovest (zona dei Pirenei), la Sicilia e la Sardegna, l'Asia.

Sono Province ricche, ma sono di relativa importanza da un punto di vista strategico e militare.

La prassi costituzionale che Augusto introduce, in qualche modo riconosce un ruolo importante

al Senato, ma la volontà del Princeps resta assolutamente predominante, nel senso che il Princeps

controlla totalmente la vita politica dello stato, ha il controllo della politica estera, ha il diritto di

guerra e di pace, gestisce l'amministrazione dello stato e comanda l'esercito. Se si vuole capire

meglio la natura che c'è tra Princeps e Senato è necessario tenere a mente due elementi:

1) il primo è il ruolo del Consilium Principis. Il gioco politico reale, le decisioni politiche vere a

Roma, d'ora innanzi, si svolgono tra tre soggetti e sono: il Princeps, il Senato e il Consilium. Il

Consilium essendo un organo ristretto è un organo che è in grado di mediare tra i primi due

organi, tra il Princeps e il Senato quindi. Il Consilium Principis con il passare del tempo

aumenterà sempre di prestigio e in importanza, fino al punto che nel Dominato (II°fase

dell'Impero) di fatto il Consilium Principis esautora completamente il Senato e lo relega a

funzioni sostanzialmente decorative.

2) Il secondo elemento da tenere presente nei rapporti tra Princeps e Senato, è il fatto che più il

Senato come organo in sé, sono i singoli Senatori a partecipare al governo dello stato, attraverso

un insieme di commissioni ristrette. Il Senato in quanto tale è un organo depresso, ma i singoli

Senatori (che godono ovviamente della fiducia del Princeps) vengono inseriti in commissioni

ristrette, che sono scelte e costituite dall'alto e sono spesso commissioni molto efficienti.

Indirizzano e prendono decisioni fondamentali nella vita politico costituzionale romano,

all'interno di queste commissioni i singoli Senatori svolgono un ruolo politico decisivo. I

Senatori vengono valorizzati anche attraverso la concessione (in base al rapporto di fiducia che li

lega ad Augusto) a ciascuno di essi di incarichi individuali come: Magistrature tradizionali o

Senatori che vengono nominati Legati di Province o Pro Consoli, o altre possibili cariche che

saranno poi previste.

La trasformazione e la depressione del ruolo del Senato era anche agevolata da un elemento

fattuale, cioè le guerre civili che si erano susseguite e che si erano concluse da poco, avevano

distrutto buona parte della vecchia nobilitas.

Appiano descrive nelle sue opere la sorte degli ultimi soggetti perseguitati dalle liste di

proscrizione (curiosità).

Il Senato non era più quella casta chiusa, consapevole del proprio ruolo e con una forte identità

di classe, ormai era un'assemblea completamente diversa rispetto a quella che nel corso degli

ultimi 150 anni della storia della Roma repubblicana, aveva partecipato attivamente alla vita

politica tragica della civitas.

D'ora in poi in Senato avremo tutta una serie di personaggi devoti al Princeps e che il Princeps

non ha bisogno di controllare, in quanto buona parte sono suoi seguaci. Dal Princeps dipende la

loro carriera politica e anche la loro fortuna economica.

Negli apparati statuali complessi, la decisione politica è meno importante rispetto alla

dimensione amministrativa, quella che si chiama funzione amministrativa; non a caso poi con lo

stato di diritto che nasce nel corso del XIX°secolo si sviluppa anche a livello disciplinare (diritto

amministrativo, che non esisteva prima). Il diritto amministrativo rappresenta l'esito finale a

livello giuridico di un processo storico segnato dall'accrescersi e dal complicarsi delle strutture

statuali.

In un quadro nel quale l'amministrazione è sempre più importante e la politica è sempre meno

significativa, è evidente che il Senato passa in secondo piano, perché il Senato almeno per come

era organizzato a Roma, si presenta sempre meno in grado di rispondere alle esigenze concrete

poste dalla vita dello stato. Questo perché il Senato romano è tipicamente una assemblea di tipo

spontaneistico, cioè è una struttura che non è organizzata in senso proprio: non ha uffici o archivi

che ne registrano l'attività, non ha un personale subalterno o di servizio, non ha una tradizione

amministrativa sua, non dispone di molte risorse finanziarie, non ha una sua struttura di polizia.

Non risponde agli standard di un organo amministrativo razionalmente strutturato, quindi in una

dimensione in cui l'amministrazione diventa centrale, il Senato è sempre più disfunzionale, cioè

non all'altezza dei bisogni concreti della vita politico/sociale dell'epoca. I Senatori spesso erano

personaggi molto colti, erano degli oratori, sapevano ben parlare, in molti casi erano anche dei

fini giuristi, o erano degli abili comandanti militari, ma non hanno mai pensato di creare una

struttura organizzativa stabile. E' ovvio che in un contesto del genere la capacità di impulso

politico/amministrativo del Princeps e dei suoi consiglieri, raccolti nel Consilium Principis, sia

destinata a diventare preponderante.

Per capire quale piega prende il rapporto tra il Princeps il Senato, è necessario fare riferimento

alle tre lectiones (nomina dei Senatori), che Augusto compie nel corso della sua parabola politica

e di cui noi abbiamo nelle res gestae.

La prima lectio Senatus è quella che viene effettuata negli anni 29/28 A.C., che ha l'effetto di

rimuovere un numero non irrilevante di Senatori, 50 si ritirano volontariamente, 140 circa si

dimettono sulla base di un consiglio che veniva dall'alto e che non era praticamente possibile

disattendere.

Noi sappiamo anche che i Censori eletti nel 22 A.C. non riescono a effettuare il censimento e

soprattutto non riescono a effettuare la lectio (che rientra nelle prerogative dei Censori), non la

effettuano data la situazione complicata in cui versa la vita politica romana dell'epoca.

Augusto procede ad una seconda lectio, che ha luogo nel 18 A.C. Augusto fissa definitivamente

a 600 il numero dei Senatori e sarà il numero definitivo dei Senatori per tutta la storia di Roma

successiva. Nomina direttamente i primi 30 membri della nuova composizione. Infine elabora un

meccanismo complesso, che è un intreccio tra cooptazione e sorteggio studiata apposta per

reintegrare il resto dell'assemblea. Ognuno di questi 30 Senatori scelti da Augusto deve scegliere

a sua volta 5 nominativi (quindi 150 Senatori). Dei 150 nominativi così raccolti ne vengono

sorteggiati 30, che vengono direttamente a far parte del Senato. Attraverso operazioni analoghe,

che prendono le mosse dalla scelta di 5 nominativi da parte di ognuno dei nuovi eletti, si

raggiunge il numero complessivo di 600 Senatori.

Le revisioni sono effettuate con l'obiettivo di eliminare gli avversari politici, anche se in questa

fase gli avversari politici vengono eliminati non fisicamente ma politicamente, non vengono

uccisi.

La terza lectio di cui ci parlano le fonti (e in particolare le res gestae) viene effettuata negli anni

che vanno dal 13 all'11 A.C. Per poter diventare Senatori restavano validi i presupposti arcaici,

intanto era necessario essere benestanti, Augusto lo eleva a 1 milione di Sesterzi (requisito

censitario). Oltre al censo, importante era anche importante il fatto di aver ricoperto una

Magistratura (Consolato, Pretura, Edilità, Questura, Tribunato). Di conseguenza l'età minima per

poter diventare Senatori è 25 anni; è sempre poi possibile la cosiddetta ad lectio, ovvero la scelta

di un cittadino indipendentemente dal fatto che abbia rivestito una Magistratura tradizionale,

anche in passato era stato fatto dai vari uomini politici che controllavano Roma, la nomina

diretta di un privatus a Senatore, a prescindere dal fatto che questi abbia o meno ricoperto nella

sua vita pregressa, un incarico magistratuale. Nel caso dell'ad lectio il nuovo Senatore doveva

essere ascritto a una delle categorie senatorie esistenti, il Senato si divideva in vari gruppi a

seconda della Magistratura che avevano ricoperto i vari Senatori. Quando un privatus veniva

chiamato a ricoprire la carica di Senatore, doveva per ragioni anche organizzative interne al

Senato, essere ascritto a una delle categorie nelle quali era diviso il Senato. Storicamente

troviamo tre tipi di ad lectio:

1) ad lectio inter Pretorios, il caso in cui i privati venivano ascritti al gruppo dei Senatori Pretori,

coloro che avevano ricoperto la Magistratura di Pretori;

2) ad lectio inter Tribunicios, privati ascritti alla categoria dei Senatori ex Tribuni della plebe;

3) ad lectio inter Aedilicios, privati che venivano ascritti alla categoria dei Senatori ex Edili.

Il ruolo dei Senatus Consulta all'epoca del Principato

I Senatus Consulta in epoca Imperiale assumono definitivamente forza di legge, cosa mai

avvenuta prima. Del fatto che i Senatus Consulta acquistino forza di legge ce lo riferisce uno dei

principali Giuristi Latini, che è Gaio, il quale usa questa espressione:”Legis vicem optimet”, che

vuol dire ottiene il ruolo di legge, forza di legge. Il Senatus consultum acquista a tutti gli effetti

forza di legge.

In epoca repubblicana gli interventi normativi del Senato, in materia di diritto privato sono

rarefatti, il Senato interviene di rado in materia di diritto privato. In epoca repubblicana il Senato

è molto più attivo in materia di diritto penale, in tema di repressione criminale (vedere libro

Santalucia).

Il quadro però muta in maniera molto significativa in epoca Imperiale, in quanto il ruolo del

Senato in materia penale, criminale, di fatto evapora. Nel corso del I°e del II°secolo A.C., il

Senatus Consultum è lo strumento normativo preferenziale utilizzato per introdurre

nell'ordinamento generale norme di carattere generale astratto. Il Senatus consultum in epoca

Imperiale prende di fatto il posto delle Leges Rogate che erano le leggi approvate dai comizi

centuriati e dai concilium plebis. Soprattutto nella I°fase del Principato il Princeps, si serve dei

Senatus Consulta per indirizzare l'attività giusdicente e normativa del Pretore e per guidarlo nelle

innovazioni che è necessario introdurre nell'Edictum.

Su impulso del Princeps, il Pretore elabora e sviluppa la sua attività giusdicente e normativa e

quindi di fatto accresce e perfeziona l'Editto. Da tenere presente che per tutto il I°secolo D.C., i

più importanti Senatus Consulta vengono in effetti attuati dal Pretore, tramite l'esercizio del suo

Imperium e della sua Iurisdictio. Per il I°secolo D.C., in realtà i Senatus Consulta vengono

implementati dal Pretore, dall'attività giusdicente del Pretore.

Il Senatus consultum Vellaeanum, che è del 46 D.C., impedisce alle donne di assumere

obbligazioni personali o reali a garanzia di terzi. Un altro Senatus consultum famoso è il Senatus

consultum Trebellianum, che è del 56 D.C., questo disciplina la materia del diritto delle

successioni. Con questo Senatus Consultum si concede al fedecommissario (moderno trust, sia

costituito tra vivi, sia in caso di morte) universale, le azioni spettanti a favore e contro al de

cuius; azioni alle quali resta civilmente legittimato, in via attiva e passiva l'erede. Ovviamente il

fedecommissario esercitando le proprie azioni, obbliga anche quelli che saranno chiamati ad

ereditare ed ha il potere di riscuotere e obbligarli a loro favore di riscuotere i crediti.

Di fatto il Pretore questi Senatus Consulta li recepisce e non fa altro che tradurli all'interno

dell'Editto.

Già nel I°secolo D.C., troviamo Senatus Consulta che non sono semplici direttive rivolte al

Pretore, ma che sono di per sé atti che hanno una diretta efficacia sul piano del ius civile, sono

atti che producono direttamente effetti nell'ambito del ius civile, senza l'intermediazione del

Pretore. Almeno per il I°secolo D.C., si tratta essenzialmente di Senatus Consulta che

disciplinano lo status delle persone, siamo nell'ambito del diritto di famiglia, status personarum.

Questi Senatus Consulta introducono direttamente norme, rilevanti per lo status personarum.

Questa parabola storica si conclude nel II°secolo D.C., che è il secolo nel quale effettivamente il

Senatus Consultum con effetti civilistici, diventa l'unico tipo di Senatus consultum praticabile.

Non abbiamo più dal II°secolo D.C. Senatus Consulta, che per essere effettivi hanno bisogno

dell'intervento del Pretore.

In questo periodo (II°secolo D.C.), troviamo altri provvedimenti molto importanti, che sono:

Senatus consultum Tertullianum e il Senatus consultum Orfitianum, del 178 D.C.; questi due

Senatus consulta disciplinano anch'essi la materia del diritto delle successioni, nel senso che

creano nuove figure di successivi civili ab intestato. Ovvero ab intestato vuol dire che non c'è

stato testamento, succedere a qualcuno che non ha fatto testamento, classico caso della

successione legittima. In particolare ammettono che la madre possa ereditare dal figlio

(ovviamente nel caso che il figlio pre muoia alla madre) e ammettono che il figlio possa ereditare

dalla madre. Questi due Senatus consulta prevedono queste due ipotesi e non presuppongono una

traduzione da parte del Pretore e sono immediatamente vigenti.

I Senatus consulta acquistano forza di legge, proprio perché sotto ai Senatus consulta è evidente

la volontà del Princeps, che è alla base di qualsiasi provvedimento normativo di rilievo adottato

dal Senato.

Alla fine il coinvolgimento della volontà del Princeps nella ideazione e poi nella promulgazione

dei Senatus consulta, porta all'esaurimento di questa stessa soluzione normativa. Alla fine

proprio perché la volontà del Princeps è sottesa, fondamentale e determinante, il Senatus

consulta nella storia costituzionale romana tende a perdere di peso e infatti noi sappiamo con

certezza che questo principio (che il Senatus consultum acquista forza di legge), viene

soppiantato da un'altra prassi che di fatto rappresenta la fotografia del fatto che alla base del

Senatus consulta vi è la volontà del Princeps. La prassi che finisce per soppiantare i Senatus

consulta, è quella della oratio del Princeps, le fonti parlano di oratio Principis in Senatu habita,

orazione del Principe tenuta in Senato.

Già nel I°secolo D.C. le fonti ci attestano di una prassi precisa, cioè l'Imperator prende

l'iniziativa di proporre il Senatus consultum mediante una oratio, che però non è un'orazione

come suggerirebbe il termine, ma è una relazione scritta e inviata al Senato da parte del Princeps,

che viene letta al Senato da un Questore delegato dal Princeps.

Via via che questa prassi si rafforza (la prassi della oratio a giustificazione della proposta di

Senatus consultum) i casi nei quali poi il Senato poi di fatto apporta delle modifiche concrete alla

proposta di Senatus consultum, presentata dal Princeps sono sempre più rare. Al punto che le

fonti non faranno più riferimento ai Senatus consulta, ma fanno direttamente riferimento

all'oratio, es. la norma tal de tali introdotta dall'oratio.

Verso la fine del II°secolo D.C., possiamo dire che l'oratio Principis vale ormai per se stessa,

cioè la presentazione della oratio al Senato, orami ha semplicemente la funzione di

pubblicizzare, di dare pubblicità al provvedimento legislativo adottato dal Princeps. Verso la fine

del II°secolo D.C. il Senatus consultum non esiste più e la prassi della oratio ha preso il

sopravvento e questa relazione scritta che viene letta all'assemblea, non è nemmeno più una

proposta fatta dal Princeps al Senato, di adottare un Senatus consultum con i criteri e contenuto

indicato dal Princeps, ma è essa stessa il provvedimento, che viene letto e pubblicato attraverso

la lettura in Senato.

La successione del Princeps

Abbiamo già visto cosa è il Principato e in particolar modo è una forma costituzionale

monarchica, però innestata su una struttura sostanzialmente repubblicana, la struttura rimane

formalmente repubblicana. Ottaviano Augusto non abroga le Magistrature e le istituzioni tipiche

della Roma repubblicana, anzi le conserva e in taluni casi le omaggia, con qualche eccezione per

il Senato (rapporto improntato alla diffidenza). Resta il fatto che le forme repubblicane restano in

piedi.

La caratteristica essenziale della monarchia è che in un regime monarchico non si pone mai il

problema della successione, infatti in questo tipo di regimi, la successione avviene per via

dinastica, per via ereditaria.

Nel caso del Principato il problema si pone e anche in questo caso viene risolto con un

compromesso, perché lo stesso Principato è una forma costituzionale che nasce da un

compromesso e che sta in piedi grazie al genio politico di Augusto e che poi si radica nella Roma

del tempo e che si svilupperà nei secoli successivi, mutando anche poi caratteristiche.

Formalmente Augusto è un Magistrato come gli altri, anche se è il primo dei Magistrati e nella

sua persona cumula una serie di poteri che nessun altro Magistrato nella storia di Roma aveva

mai avuto, ma resta il fatto che è un Magistrato. L'insieme dei poteri che si cumulano nella

persona di Augusto vengono concessi nel loro complesso con una formula solenne e approvata

prima dal Senato e poi dal popolo. Il conferimento dei poteri ad Augusto e anche poi ai Principes

successivi, avverrà formalmente attraverso una concessione solenne che di questi poteri viene

fatta da parte del Senato e poi da parte del popolo. Questo a conferma del fatto che il Princeps è

un Magistrato. Come sappiamo ciò che a livello costituzionale lo differenzia dai Magistrati tipici

della Roma repubblicana, è un elemento suggestivo, però anche difficilmente definibile, ovvero

la nozione di auctoritas.

Se questo è il quid pluris del Princeps come si fa a trasmettere l'auctoritas, ovvero anche come si

fa a passare da un carisma personale a un carisma istituzionale? Questo è il paradosso del

Principato, cioè pur essendo una monarchia, non può però fare affidamento sul principio della

successione dinastica, che è lo strumento tipico di trasmissione del potere nei regimi monarchici.

L'idea dinastica nel Principato non fa fatica a svilupparsi a livello di mentalità, perché questa

idea non riesce mai ad elevarsi a livello di un principio giuridico, non troveremo mai nella storia

di Roma, la teorizzazione a livello giuridico dell'idea dinastica, cioè che la successione al potere

avviene per via dinastica.

Il modo stesso con il quale avviene l'investitura del Princeps, sta ad indicare che il Princeps non

riceve i suoi poteri dai predecessori, ma li riceve almeno formalmente dai due massimi organi

della Roma repubblicana: Senato e popolo.

A livello storico è da tenere presente che l'accesso al trono di più della metà degli Imperatori del

Principato, si svolge assolutamente all'interno di un quadro dinastico, quindi sul presupposto di

una filiazione ereditaria, di tipo naturale o fittizio. La successione all'interno del Principato,

anche se non è teorizzata giuridicamente, si svolge quasi sempre in modo dinastico nel quadro di

un rapporto di filiazione (naturale o fittizia).

La storia ci aiuta in questo senso, perché i 16 Imperatori che si succedono da Augusto a

Commodo, ben 9 di questi 16, giungono al trono in base al principio dinastico e questi sono:

Tiberio, Caligola, Nerone, Tito, Domiziano, Traiano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo.

Di questi nove, tre sono figli di sangue di un Imperatore (Tito, Domiziano e Commodo). Cinque

sono stati adottati ufficialmente (Tiberio, Nerone, Traiano, Antonino Pio e Marco Aurelio).

Caligola invece è nominato successore di Tiberio nel testamento dello stesso Tiberio, c'è una

nomina testamentaria, qualcosa di simile a quello che aveva fatto Gaio Giulio Cesare.

Per quanto riguarda gli altri Imperatori invece, alcuni appartenevano alla famiglia Imperiale, è il

caso di Claudio (che era zio di Caligola), oppure erano stati adottati formalmente come nel caso

di Adriano. Soltanto gli Imperatori dell'anno 69 D.C., l'anno nel quale si verifica la prima acuta

crisi del sistema costituzionale del Principato. In questo anno si succedono ben quattro

Imperatori (Galba, Ottone, Bitellio e Vespasiano), questi come del resto anche Nerva

(Imperatore successivo), giungono al Principato senza avere una base familiare con il

predecessore. Per quanto riguarda gli Imperatori che si succedono nell'anno 69 D.C. si tratta di

un'ipotesi eccezionale, perché in questo anno il sistema costituzionale va in “corto circuito”. Il 69

D.C. resta un anno eccezionale, una crisi acuta breve, che si risolve con la ripresa più o meno

regolare della vita politica romana successiva. Nel caso di Nerva, anche questo è un caso

eccezionale, perché la persona di Nerva come successore al Principato, viene scelta

deliberatamente dai congiurati che uccidono Domiziano, perché considerato un tiranno e coloro

che lo uccidono con l'accordo tacito del Senato, individuano in Nerva il successore. Anche in tal

caso si tratta di un'ipotesi eccezionale. Dall'elenco che è stato fatto risulta evidente che il

principio dinastico è un principio fondamentale e determinante per la scelta del futuro

Imperatore.

Un principio che si afferma a livello di mentalità e c'è un problema di natura politica e giuridica,

era necessario trovare una giustificazione teorica valida, a una prassi che si è instaurata in via di

fatto e viene rispettata sistematicamente. La giustificazione politica del principio dinastico, viene

trovata in quella che potremmo chiamare l'ideologia dell'adozione. Quello che è un istituto tipico

del diritto privato viene elevato a rango di ideologia. Già in epoca repubblicana l'adozione in

quanto istituto privatistico, era uno strumento molto importante nella lotta politica, cioè

l'adozione non era semplicemente uno strumento di diritto privato con il quale si allargava la

famiglia, nel caso di incapacità di procreare o di premorienza dei figli, ma era anche uno

strumento politico. Con l'adozione non si trasmettevano solo beni, ricchezze, fortune, ma si

trasmettevano soprattutto: legami politici, vincoli gentilizi, clientele. Adottare voleva dire anche

stringere legami con una gens eminente e quindi poi beneficiare anche delle clientele di questa

gens, era quindi uno strumento di lotta politica.

Nell'adozione che si pratica durante il Principato tutti questi elementi sono presenti, cioè

l'adozione è un istituto di diritto privato che però viene utilizzato in chiave di lotta politica. Si

crea una ideologia della adozione, perché ci si convince che con l'adozione Imperiale, si crea una

vocazione essenzialmente spirituale. Significa che l'adozione Imperiale trasmette in primo luogo

una eredità di natura spirituale, cioè assicura un rapporto di filiazione di carattere spirituale, che

nella mentalità del Principato, assume lo stesso valore della filiazione di sangue. Anzi la

filiazione spirituale che si realizza attraverso la adozione, è persino più accettata dalla mentalità

Senatoria, perché evidentemente è meno rigida, è possibile scegliere anche come erede un

personaggio eventualmente diverso dal figlio.

In qualche maniera la vecchia ideologia repubblicana (incarnata nella classe Senatoria), accettava

meglio una filiazione spirituale rispetto ad una filiazione di tipo naturale, che avrebbe significato

l'introduzione di una monarchia. L'idea della vocazione spirituale, consentiva alla classe politica

del tempo di salvare in qualche modo le forme repubblicane e la sostanza monarchica. Dire che

la adozione realizza una vocazione spirituale, significa dire che l'adottato è un erede spirituale

del Princeps. L'adottato non eredita tanto il patrimonio e le ricchezze, quanto eredita il carisma di

base, che il Princeps scegliendolo gli trasmette. Ovviamente poi al carisma che gli viene

trasmesso dall'adottante, l'adottato dovrà aggiungere il proprio. La trasmissione del carisma

personale, avviene attraverso il meccanismo dell'adozione.

Riassunto

A livello istituzionale il Principato si trasmette attraverso due istituti fondamentali: designazione

e investitura. Attraverso la designazione del personaggio chiamato a succedere al Principato,

avviene la devoluzione dei poteri, del carisma dal Princeps all'aspirante Princeps. Il primo atto

della trasmissione del Principato è la designazione attraverso la quale avviene la devoluzione dei

poteri, delle prerogative.

Il secondo atto è l'investitura, che avviene ad opera del Senato e del popolo, ma l'investitura ha

soltanto una funzione, un ruolo formale, dei due atti quello veramente determinante è la

designazione/devoluzione dei poteri che avviene attraverso la scelta da parte del Princeps del

proprio successore, che può avvenire con la scelta dell'erede naturale, che avviene con una

chiamata a succedere che ha una connotazione di carattere spirituale; il successore non è

immediatamente il primogenito del Princeps.

Il fatto che la trasmissione del Principato avviene attraverso questi due atti, si vede chiaramente

nel caso di Augusto, infatti Augusto durante la sua vita politica, quando si sente al termine della

sua parabola esistenziale, compie un atto duplice: da una parte adotta formalmente Tiberio (con

l'adrogatio). In secondo luogo dopo averlo adottato, compie una dichiarazione formale, questa

rileva sul piano del diritto pubblico e con questa dichiarazione formale, Augusto dichiara che

Tiberio viene scelto come erede al potere.

Successivamente dichiara che l'adottato sarà l'erede al Principato. L'idea è quella che il Princeps,

in forza del suo carisma personale, sceglie l'uomo che ritiene migliore e gli trasferisce una

somma di poteri costituzionali ed extra costituzionali, di prerogative, di requisti, tra cui in primo

luogo l'auctoritas, nei quali consiste il potere Imperiale.

Una volta ancora si conferma il carattere contraddittorio del Principato, il fatto che il Principato

sia una forma costituzionale tipicamente compromissoria, la contraddizione è evidente nel fatto

che con la designazione/devoluzione, si realizza il trasferimento di un carisma personale,

fondamentale per la scelta del Princeps; ma questo trasferimento di per sé non è sufficiente,

perché il carisma personale trasferito con la designazione, deve essere istituzionalizzato (deve

trasformarsi in carisma istituzionale) e allora è necessario il momento dell'investitura. E' un

sistema costituzionale compromissorio, che non ha eguali nella storia costituzionale successiva,

ma che si comprende bene se si ha ben chiaro l'origine del Principato.

La contraddizione è inevitabile, in quanto almeno in linea teorica siccome non c'era nulla di

prefissato a livello giuridico, non era stato giuridicizzato il criterio di successione al Principato,

almeno in linea teorica la morte del Princeps, tutte le prerogative del Princeps tornavano alle

istituzioni classiche della Roma repubblicana. Siccome il momento fondamentale della

successione era la trasmissione del carisma personale, fin dall'inizio per ovvie ragioni i Principes,

scelgono di moltiplicare i segni della designazione al potere, fanno di tutto per far capire ai

romani, che la persona designata è poi il successore legittimo, moltiplicando i segni e le

prerogative del designato, il primo segno è l'adozione, ma successivamente dopo l'adozione,

assistiamo al conferimento di titoli, di onori, di privilegi particolari e infine anche al

conferimento di poteri reali, conferiti quando ancora il Princeps regnante non è defunto. Nel caso

di Augusto vediamo che a Tiberio è conferito il carisma personale per via ereditaria, ma poi

quando ancora Augusto è vivente, a Tiberio viene affidata la coreggenza, cioè il governo

dell'Impero insieme ad Augusto. Assistiamo al giuramento di fedeltà dei cittadini romani nei

confronti di Tiberio, quando ancora Augusto è vivente. Poi tutta una serie di titoli e onorificenze

più o meno formali che vengono conferiti a Tiberio, per sottolineare che Tiberio è stato adottato

ed è certamente il legittimo successore al Principato. Il sistema quindi si regge attraverso questo

equilibrio, questo compromesso contraddittorio, fino a che con l'avvento di Vespasiano

(Imperatore dal 69 al 79 D.C), il sistema sarà irrigidito, modificato in maniera radicale per la

mentalità politica romana, perché Vespasiano dichiarerà espressamente che solo i figli e nessun

altro potranno succedergli, quindi Vespasiano attraverso questa dichiarazione formale, trasforma,

attraverso una successione che si basa su una vocazione di carattere spirituale, quindi su una

scelta che prescinde anche dalla filiazione naturale, trasformandolo in un meccanismo

tipicamente monarchico, cioè dichiara che i successori possono essere esclusivamente i suoi figli.

Quindi ormai il carisma del Princeps, si trasmette soltanto attraverso la filiazione di sangue e non

più attraverso la filiazione spirituale, le fonti parlando di questa scelta di Vespasiano dicendo:”O

sarebbero succeduti al Principato i figli o nessuno”.

Le vecchie assemblee legislative della repubblica ai tempi del

Principato

A partire più o meno dal 20 A.C., le assemblee legislative sono chiamate ad intervenire e a

esprimersi con una frequenza importante sui piani di riforma dell'Imperatore. Augusto non

abroga i vecchi comizi della repubblica, anzi le mantiene in vita e le sfrutta.

All'epoca di Augusto i Principes non hanno ancora il potere di produrre norme rilevanti sul piano

del ius civile. I Principes avranno questa prerogativa tra la fine del I°e la fine del II°secolo D.C.

Si capisce che in questa fase per produrre norme rilevanti dal punto di vista civilistico e

privatistico, non si può far altro che ricorrere alle vecchie leges rogate.

Ovviamente si tratta in tal caso di leggi e plebisciti che sono sostanzialmente predeterminati dal

Princeps, queste assemblee non hanno più un'autonomia politica autentica, in realtà non fanno

altro che in qualche modo recepire le richieste del Princeps e tradurle formalmente in leges.

I due ambiti più importanti sui quali si concentra l'attività di Augusto nei primi anni del

Principato, sono due: la disciplina del processo civile e criminale; mentre il secondo ambito è

l'assetto dei rapporti di famiglia.

Per quanto riguarda la disciplina del processo civile, nel 17 A.C. il processo per legis actiones

viene abrogato, attraverso una lex, Lex Iulia iudiciorum privatorum, questa legge sancisce la

scomparsa definitiva del processo per legis actiones, fissa la definitiva regolamentazione del

processo formulare e stabilisce che il processo per formulas diventi l'unico processo civile

ammesso nell'ordinamento romano. A partire dal 17 A.C., attraverso il processo per formulas,

processo formulare, si possono tutelare sia le situazioni giuridiche soggettive riconducibili al ius

civile, che le situazioni giuridiche soggettive riconducibili al ius honorarium. Questa riforma in

realtà non fa altro che fotografare una realtà di fatto, Augusto prende atto (nel 17 A.C.) che il

processo per legis actiones è desueto, perché in effetti i Pretori tutelano anche i rapporti giuridici

soggettivi riconducibili al ius civile, attraverso le formule, si sancisce anche a livello giuridico

che l'unica forma processuale ammessa è il processo per formulas.

Sul piano del processo criminale abbiamo invece la Lex Iulia Iudiciorum publicorum (questa

legge la troviamo nel libro del Santalucia), questa legge non fa altro che riorganizzare in maniera

definitiva le forme processuali che si svolgono dinanzi ale quaestionaes paerpetuae, che sono i

tribunali permanenti che sono chiamati a giudicare sui crimini, molto probabilmente alla Lex

Iulia Iudiciorum publicorum, si accompagnano anche dei provvedimenti collaterali (anche se non

lo sappiamo per scarsità delle fonti), quindi a chiarire le fattispecie penalmente rilevanti.

Dal punto di vista del diritto di famiglia, il disegno politico di Augusto è quello di dare stabilità

al ceto di governo, cioè al ceto che sta emergendo durante i primi anni del Principato come ceto

egemone. La politica familiare di Augusto anche da questo punto di vista, si ispira alla

promozione di una morale familiare tradizionale, guidato dall'obiettivo di favorire un aumento

della popolazione, un aumento demografico. Per quanto riguarda il profilo della morale

familiare, la legge del 18 A.C. che va ricordata è la Lex Iulia de adulteriis coercendis. Questa

legge nel 18 A.C., non fa altro che organizzare una questio perpetua, cioè dar vita a un tribunale

permanente, incaricato di reprimere i crimini contro la morale sessuale. Crimini che vengono

repressi nell'ambito di una organizzazione familiare molto rigida, l'obiettivo è anche

contestualmente quello di limitare i rapporti sessuali delle persone appartenenti alla classe

elevata all'interno del matrimonio. Si cerca di evitare che personaggi appartenenti alla classe

dirigente, possano avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, quindi con sanzioni varie.

Nel senso che oltre all'adulterio vero e proprio (che viene punito), viene punito anche la

fattispecie che i romani fanno rifluire nel concetto di stuprum. Per stuprum si intende la

relazione sessuale con una donna nubile o vedova honesta, cioè appartenente alla classe

dirigente. Quindi i rapporti sessuali con una donna nubile o vedova honesta, vengono sanzionati

all'interno della Lex Iulia de adulteriis coercendis, che ha l'obiettivo di favorire il matrimonio

legittimo e anche i rapporti sessuali all'interno di una unione legittima e ufficiale.

Sotto il profilo dell'aumento demografico è necessario ricordare la Lex Iulia de maritandis

ortinibus, che è del 18 A.C. e la successiva Lex Papia Poppea, che è del 9 D.C. Queste due leggi

vengono considerate come fuse insieme in una sorta di testo unico, tant'è che gli storici le citano

insieme e parlano di Lex Iulia e Papia. Il contenuto di queste due leggi rendono obbligatorio il

matrimonio, per gli uomini tra i 25 e i 60 anni, per le donne tra i 20 e i 50 anni. La legge prevede

delle sanzioni che colpiscono persone ricomprese in questa fascia d'età che non hanno contratto

matrimonio ed essenzialmente queste sanzioni poi si riassumono nella incapacità di ricevere per

testamento. In particolare i celibi (gli uomini non sposati che rientrano in questa fascia d'età),

sono incapaci di ricevere per testamento e anche nella successione ereditaria sia legittima che

testamentaria, si stabilisce che siano preferiti coloro che hanno figli, rispetto a chi non ha figli.

A partire da Tiberio (successore diretto di Augusto), vediamo che l'attività legislativa dei comizi

tende drasticamente a diminuire, vi è ancora qualche leges approvata sotto il Principato di

Tiberio e Claudio e molte poche più tardi. L'ultima Lex di cui noi abbiamo notizia certa, è una

Lex agraria fatta votare sotto il Principato di Nerva tra il 96 e 98 D.C. Dopo tale legge le fonti

non ci parlano più di leges rogate. L'ultima Lex approvata formalmente dalle vecchie istituzioni

repubblicane risale agli ultimi anni del I°secolo D.C.

Gli atti normativi che il Princeps può adottare

Come già detto le leges cadono rapidamente in disuso, già nella seconda metà del I° secolo D.C.

sono quasi scomparse. Dal punto di vista normativo e costituzionale, la novità più significativa

alla quale noi assistiamo durante il Principato è rappresentata dalle costituzioni Imperiali, quelle

che le fonti chiamano Constitutiones, Costituzioni Imperiali.

I Giuristi romani distinguevano diversi tipi di Costituzioni, durante il Principato l'elenco delle

Costituzioni Imperiali viene fissato definitivamente e vengono fissati cinque tipi di Costituzioni:

1) decretum;

2) rescriptum;

3) epistula;

4) edictum;

5) mandatum.

Questi sono i cinque tipi di Costituzioni Imperiali che vengono formalizzati dalla dottrina.

Possiamo distinguere tra provvedimenti a carattere generale e provvedimenti che hanno un

carattere e una portata particolare, provvedimenti cioè che risolvono un singolo caso concreto.

Nella categoria dei provvedimenti a carattere generale e astratto rientrano: gli edicta e i mandata

(al plurale).

Nella seconda categoria rientrano i decreta, i rescripta e le epistulae. Quest'ultimi sono

provvedimenti a carattere particolare.

Quale è la fonte di legittimità di questa fonte? Da questo punto di vista è da tenere presente che i

Giuristi dell'epoca tardo classica (fine del I°/II°secolo D.C.), tendono a considerare in maniera

unitaria il fondamento di legittimità di queste fonti, cioè tendono a considerare che tutte queste

cinque fonti siano caratterizzate dal cosiddetto legis vicem octinere, la moderna forza di legge.

Tutti i Giuristi dell'epoca tardo classica, per argomentare il fondamento di legittimità di queste

fonti semplicemente dicono che queste fonti hanno forza di legge. Un fondamento unitario a

livello costituzionale che accomuna tutti i provvedimenti normativi emanati dal Princeps. Dal

punto di vista dei Giuristi, il fondamento di questa legis vicem octinere, cioè il motivo per il

quale i provvedimenti normativi hanno forza di legge, viene individuato nel fatto che

l'Imperatore assume il potere (attraverso l'investitura formale), lo assume per legem, cioè il

popolo e il Senato con la lex regia de Imperio conferiscono formalmente (per legem), il potere al

Princeps e in forza di questa Lex regia de Imperio, il Princeps avrebbe la legittimità ad emanare i

provvedimenti normativi che hanno efficacia verso tutti, erga omnes.

Questa è un'interpretazione dei Giuristi tardo classici. Per tutto il I°secolo D.C., gli effetti dei

vari tipi di Costituzioni Imperiali variano a seconda delle tipologie, non tutte vengono ricondotte

allo stesso fondamento nel I°secolo D.C. Solo all'inizio del II°secolo che si diffonde l'idea che la

forza di legge sia da ricollegare a questa Lex regia de Imperio, cioè all'atto formale di

conferimento dei poteri al Princeps effettuato dal popolo e dal Senato.

Edicta

Gli edicta si ricollegano immediatamente allo ius aedicendi del Princeps, che è un Magistrato e

come tutti i Magistrati è dotato dello ius aedicendi. Nella mentalità dei Giuristi dell'epoca di

Augusto, il fondamento di legittimità degli edicta deve essere individuato nel famoso Imperium

Pro Consulare et maius et infinitum del Princeps.

Gli edicta emanati dal Princeps sono diversi dagli edicta emanati dagli altri Magistrati e la

differenza discende dalla natura tutta particolare dell'Imperium di cui è titolare il Princeps, che

non è paragonabile agli Imperium degli altri Magistrati.

Il fatto che almeno in questa fase gli edicta, ricevano questa loro validità dall'Imperium del

Princeps, solleva alcuni problemi. Lo ius aedicendi dei Magistrati, in epoca repubblicana, non

consente ai Magistrati repubblicani di porre in essere norme che abbiano l'efficacia formale delle

leges, i Magistrati repubblicani non possono assolutamente porre in essere norme che abbiano

l'efficacia formale delle leges, che stanno sullo stesso piano delle leges rogate (legis vicem

octinere). Per questo motivo gli studiosi del diritto romano, ritengono che gli edicta, almeno

nella fase iniziale, esercitino un'efficacia soltanto sul piano del diritto onorario. Quindi all'epoca

di Augusto, proprio perché non avevano un'efficacia pari a quelle delle legis rogate, esercitavano

efficacia soltanto sul piano del diritto onorario (ma non il diritto onorario del Pretore). Gli edicta

esercitano efficacia sul piano del diritto onorario, intendiamo dire che il Princeps, in questa

prima fase della storia della costituzione romana, in qualche modo dà vita a un'ulteriore branca

del diritto onorario, che va ad aggiungersi agli ambiti del diritto che già conosciamo: ius civile,

ius honorairum, e un'ulteriore settore creato dal Princeps in questa fase attraverso i suoi editti,

che sarà chiamata dagli storici: ius extraordinarium. Una di queste ipotesi è il fedecommesso,

viene disciplinato direttamente attraverso editti del Princeps e quindi viene tutelato

giuridicamente dal Princeps e la disciplina del fedecommesso, definita attraverso l'edicta del

Princeps, è una disciplina non ricollegabile né al ius civile, né al ius honorarium, ma ad un altro

ambito del diritto, che il Princeps crea con i suoi assistenti.

Per il I°secolo A.C. almeno, noi assistiamo a un processo analogo simile a quello descritto dello

sviluppo del processo civile romano.

Nel I°secolo D.C. attraverso gli edicta si forma una nuova branca del diritto, che però non ha

assolutamente l'importanza dello ius honorarium del Pretore, ed è una branca del diritto che non

viene neanche concettualizzata dai Giuristi. A partire dal II°secolo D.C. i Giuristi ammettono il

fatto che i provvedimenti normativi adottati dal Princeps hanno forza di legge, in virtù della Lex

regia de Imperio, quindi tutta questa distinzione viene superata attraverso questa elaborazione

formale e concettuale.

Questo già nel I°secolo D.C., ci sono poi casi molto circoscritti, nei quali gli edicta Principis

(editti adottati dal Princeps), producono effetti sul piano dello ius civile, essenzialmente si

risolvono nel tema dell'acquisto della cittadinanza. Solo in materia di cittadinanza, un ambito

particolare, che confina con il diritto pubblico.

Attraverso gli editti il Princeps, può agire anche sul piano del diritto penale, non solo sul piano

del diritto civile, su questo piano agisce poco e solo in materia di cittadinanza, per quanto

riguarda altre branche agisce in pochi casi (fedecommesso), ius extraordinarium, che però dal

II°secolo D.C. viene superato dalla nuova concezione costituzionale che viene elaborato dai

Giuristi.

In ambito penalistico, il Princeps attraverso i suoi editti, comincia a elaborare la cognitio extra

ordinem, si tratta di una forma di un processo penale, diverso da quello delle quaestionaes

perpetue, che viene elaborato dal Princeps, attraverso i suoi editti in questa fase. Anche da questo

punto di vista, il fondamento del potere del Princeps di emanare norme attraverso i suoi edicta, il

fondamento anche in questo caso è rintracciato dai Giuristi nell'Imperium maius Pro Consulare et

infinitum. Nella seconda fase della teorizzazione dei Giuristi (che risale al II°secolo D.C.), la

potestà normativa del Princeps viene ricondotta alla Lex regia de Imperio.

Gli edicta oltre a creare la cognitio extra ordinem, dal punto di vista del diritto penale, possono

agire anche sul processo penale ordinario, che è il processo che si esercita attraverso le

quaestionaes perpetue. Mentre gli edicta possono agire liberamente sul processo per cognitio

extra ordinem, gli edicta in questa fase non possono modificare liberamente le norme delle

queastionaes perpetue, perché il processo penale standard, che avviene in questa fase, è

disciplinato dalle leges rogate, dalle leges comiziali; quindi le quaestionaes perpetue possono

essere modificate soltanto attraverso altre leges comiziali, attraverso editti del Princeps. Nel

I°secolo D.C., il Princeps attraverso i suoi edicta influisce sulle quaestionaes perpetue,

intendiamo dire che gli edicta in questa fase hanno un'efficacia meramente interpretativa, cioè

che gli edicta del Princeps possono ampliare, restringere, modificare la interpretazione delle

leggi esistenti.

Il Princeps interviene con un suo edictum per modificare il modo in cui si interpreta una Lex che

disciplina una quaestio perpetua.

Mandata

Mandatum deriva dal latino, plurale mandata, non sono altro che istruzioni date dall'Imperatore

ai propri funzionari, comunicando loro come devono comportarsi in determinati casi. I funzionari

o i personaggi ai quali possono essere rivolti i mandata sono:

i legati Augusti Pro Pretore, che sono i soggetti che governano le Province Imperiali; poi ci sono

i Procuratores, soggetti posti a capo di Province particolari, chiamate Province Procuratorie;

infine ci sono i cosiddetti Pro Consules, che sono i governatori delle Province Senatorie. Il

famoso Ponzio Pilato era governatore di una Provincia Senatoria, quindi era un Pro Console.

In origine i mandati sono istruzioni personalizzate, istruzioni che il Princeps attraverso la sua

cancelleria, rivolge a un determinato soggetto. Con il tempo si sviluppa una serie di istruzioni

stereotipate, istruzioni standard che vengono date in determinati casi, si sviluppa quello che i

Giuristi chiamano corpus mandatorum, una sorta di “codice” di mandati, articolato in relazione

alle singole cariche, ipotesi, che si possono prospettare per ciascuna carica.

Alcuni storici del diritto romano hanno sostenuto che in realtà i mandata non sarebbero dei veri e

propri atti normativi, perché non conterrebbero norme a carattere innovativo, ma solo istruzioni

per l'applicazione della normativa esistente, ma secondo l'interpretazione prevalente si ritiene

invece che questa sia un'interpretazione non corretta; in quanto i Giuristi romani consideravano i

mandata alla stregua di fonti formali del diritto. Questa opinione autorevole dei Giuristi romani,

ci permette di escludere che i mandata abbiano un valore soltanto ripetitivo.

Il fondamento nel I°secolo D.C. risiede nell'Imperium Pro Consulare maius et infinitum, quindi

anche per il mandatum Principis, finché la giurisprudenza non elabora la teoria della Lex regia de

Imperio, il fondamento di validità del mandato, viene rintracciato nell'Imperium Pro Consulare,

come per tutte le altre Costituzioni Imperiali.

Per quanto riguarda l'efficacia del mandato, noi troviamo opinioni discordi nelle fonti: c'è una

famosa lettera nella quale Plinio il Giovane, chiede all'Imperatore Traiano, come deve

comportarsi nei confronti dei cristiani e in questa lettera Plinio, fa riferimento a un proprio editto

emanato sulla base dei mandata. In questo caso siamo all'inizio del II°secolo D.C., noi potremmo

pensare che le norme contenute nei mandata, non siano sentite come immediatamente vincolanti

per tutti, ma soltanto nei confronti del Magistrato al quale il mandatum è rivolto. Secondo

l'esempio che ricaviamo dalla lettera di Plinio sarebbe questa l'interpretazione più corretta.

Sennonché c'è anche un caso non molto posteriore (due decenni dopo), ed è il caso nel quale il

Pro Console dell'Asia (poi diventato l'Imperatore Antonino Pio), secondo le fonti quando ancora

era Pro Console dell'Asia, aveva l'usanza di pubblicare i mandata attraverso un proprio editto.

Riceveva i mandata dal Princeps e direttamente li rendeva noti alla cittadinanza attraverso un

editto. In questo caso sembrerebbe che anche i mandata abbiano un'efficacia diretta e erga

omnes, perché in realtà l'editto di Antonio Pio non era altro che un semplice atto di pubblicità,

non era un provvedimento governativo vero e proprio.

Per quanto riguarda la sfera di operatività dei mandata, alcuni sostengono che avrebbero efficacia

soltanto nei confronti del funzionario al quale sono indirizzati, altri invece sostengono che i

mandata avrebbero una sorta di efficacia erga omnes. (Famosa lettera di Plinio il Giovane inviata

a Traiano, in relazione ai cristiani).

Le denunce anonime non devono essere tenute in considerazione, perché sono anche immorali.

Stando a quanto ci dicono le fonti, Antonino Pio (che era Pro Console dell'Asia), era solito

pubblicare tutti i mandata che riceveva dal Princeps e renderli noti alla cittadinanza attraverso la

pubblicazione e la pubblicazione che faceva era un mero atto di pubblicità, Antonino Pio non

faceva altro che recepire i mandata e renderli noti pubblicizzandoli. In questo caso possiamo dire

che i mandata Imperiali, producevano efficacia erga omnes.

I mandata sono pressoché irrilevanti in materia privatistica, come forma di constitutiones

Imperiale, hanno un rilievo. Possiamo ricordare solo alcuni casi molto marginali di mandata che

rilevano in ambito privatistico, tra questi il mandatum che disciplina il cosiddetto testamentum

militis, il testamento dei soldati. In questo caso attraverso un mandatum Imperiale, vengono

introdotti particolari divieti e limitazioni in materia testamentaria per i militari e per certe

categorie di funzionari, anche se si trattava di casi molto specifici, altrimenti non vengono usati i

mandata come strumenti per disciplinare il diritto privato.

Gli edicta e i mandata appartengono alle consitutiones che hanno una portata generale.

I rescripta come le epistule e i decreta sono delle constitutiones che hanno una portata

particolare, ovvero sono rivolti alla risoluzione di casi concreti. Queste constitutiones hanno la

funzione di disciplinare lo svolgimento di un processo, che può essere penale o civile e di un

processo che può svolgersi nelle forme di un processo formulare (nel caso di un processo civile)

o nelle forme che segua lo schema delle quaestionaes perpetue (quelle corti permanenti che

hanno il compito di reprimere determinate fattispecie criminose). Anche se i rescripta, le epistule

e i decreta possono anche disciplinare quei processe che si svolgono secondo lo schema nuovo e

che è lo schema della cosiddetta cognitio extra ordinem (vale sia per il processo civile che

penale), ed è uno schema processuale ancora diverso che va ad aggiungersi a quelli che

conosciamo: quindi al processo formulare (che dal 17 A.C., è l'unica forma di processo civile

valida a Roma) e al processo penale che si svolge nelle forme delle quaestionaes perpetue.

Successivamente il processo per cognitio extra ordinem, finirà per soppiantare completamente il

processo formulare, quindi il processo civile per formulas, e anche per soppiantare il processo

penale che si svolge nella forma delle quaestionaes perpetue (nel tardo Principato e Dominato).

Queste constitutiones particolari si inseriscono nell'ambito di una dinamica processuale e

intendono indirizzarla.

I decreta

Decreta deriva da decretum, che a sua volta dal verbo decernere in latino. Il termine decretum in

quanto tale ha un significato piuttosto generico, infatti il termine decretum si usa non solo per il

Princeps, ma anche per gli atti che possono essere assunti da altri Magistrati, ad esempio dai

Pretori. Già i Pretori in epoca repubblicana potevano concedere delle azioni straordinarie non

previste tra le formule e queste azioni erano chiamate azioni decretali, proprio perché il Pretore

le concedeva discrezionalmente, ritenendo opportuna la loro concessione. Il decretum di per sé è

un termine che ha un significato molto generico, ma in senso tecnico per quanto riguarda il

Princeps, possiamo dire che i decreta sono le sentenze emanate dal Princeps nell'esercizio della

sua giurisdizione e possono essere emanati i decreta sia emanati in appello che in I°grado (ipotesi

più rara questa del I°grado). I decreta possono essere emanati sia in materia civile che in materia

criminale, possono essere emanati sia in forma solenne, che a seguito di un procedimento

sommario, de plano. I decreta hanno un carattere vincolante e sono sottratti a qualsiasi tipo di

impugnazione. Già nel corso del I°secolo il Princeps tra tutti i poteri e prerogative che assomma

in sé, viene anche concepito come il culmine dell'organizzazione giudiziaria, come del resto

avviene nella storia europea moderna nel caso delle monarchie assolute.

I decreta sono semplicemente sentenze del Princeps (che si fa aiutare dai suoi collaboratori).

I rescripta e le epistule

I rescripta e le epistule sono atti che si inseriscono nell'ambito di un processo in corso, con lo

scopo di risolvere una questione di diritto controversa e di risolverla in maniera vincolante per

gli organi competenti a decidere. Hanno lo scopo di risolvere una questione giuridica

controversa.

L'epistula non è altro che una comunicazione scritta del Princeps, preparata dall'ufficio

chiamato ab epistulis, con questa comunicazione scritta il Princeps risponde ad un'altra epistula,

che gli è stata precedentemente inviata da un funzionario Imperiale o da un Magistrato. Nella

epistula di risposta il Princeps risolve la questione giuridica che gli è stata proposta e il

funzionario o il Magistrato competente procede nell'esercizio delle sue funzioni e si deve

necessariamente adeguare alla soluzione prospettata dall'Imperatore.

Ci troviamo semplicemente di fronte a una lettera, un dispaccio, con il quale il Princeps, aiutato

dalla sua cancelleria, fornisce al Magistrato o al funzionario richiedente, la soluzione giuridica

necessaria per lo svolgimento e la soluzione di una controversia di diritto.

Le epistule venivano raccolte e tramandate in una sorta di archivio.

Il rescriptum ha la stessa funzione dell'epistula, ma è una risposta che l'Imperatore dà a un

privato cittadino e sempre in relazione a una situazione di diritto controversa, collegata da un

processo in corso o anche a un processo futuro.

Il privato si rivolge al Princeps depositando una richiesta, un libellum e deve presentare questo

libellum al Princeps in un giorno di udienza (ovviamente veniva consegnato a funzionari

Imperiali). Il rescriptum ha in parte una struttura diversa dall'epistola e la struttura del rescriptum

dipende dal tipo di domanda che il privato rivolge al Princeps e dal modo con il quale si rivolge

al Princeps. Anche nel caso dei rescripta la risposta è preparata da un ufficio apposito, chiamato

cancelleria a libellis e la risposta viene stesa in calce all'istanza e viene sottoscritta dal Princeps

con delle espressioni tipo: scripsi, rescripsi o vale. Sono le firme che il Princeps appone alla

propria risposta.

I libelli (le richieste rivolte al Princeps dai privati) e i relativi rescripta (le relative risposte),

vengono poi affissi in un luogo pubblico nella località in cui si trova l'Imperatore, perché sono di

interesse generale, risolvono delle questioni di diritto particolari, ma in qualche modo si

rivolgono alla generalità dei cittadini.

Per quanto riguarda l'efficacia dell'epistule e dei rescripta, non possiamo dubitare del fatto che il

Magistrato o il funzionario al quale il rescriptum o l'epistulum è indirizzato, siano vincolati a

seguire l'opinione espressa dal Princeps o dalla sua cancelleria.

Il Princeps e la sua cancelleria, nel risolvere la questione giuridica controversa che gli viene

sottoposta, si basano sulla esposizione dei fatti presentata dall'istante (colui che presenta la

domanda), chiaramente l'esposizione dei fatti, così come viene contenuta nella domanda rivolta

all'Imperatore, può anche non rappresentare un accertamento definitivo dei dati di fatto

controversi. Può benissimo darsi che nel proseguo del processo, l'accertamento dei fatti rilevanti

muti e quindi la prospettazione fattuale che è contenuta nella domanda rivolta al Princeps non sia

più valida. In tal caso sarà sempre l'organo giudicante, pubblico o privato, a dover accertare in

maniera corretta e vincolante, i fatti in via definitiva, con la conseguenza ovvia che se, nel

proseguo del processo, i fatti vengano accertati in maniera differente rispetto alla prospettazione

contenuta nella domanda rivolta al Princeps, l'epistula o il rescriptum potranno anche non avere

più valore.

Nel testo delle epistule, ma soprattutto nel testo dei rescripta, questa consapevolezza era

evidente. Infatti noi troviamo, soprattuto nei rescripta, (essendo istanze che provenivano dai

privati), nella risposta della cancelleria Imperiale, frasi tipo: “si vera sunt exposita”, se i fatti

esposti sono veri, oppure “si preces veritate nitantum”, se le preghiere che mi sono state rivolte

risplendono di verità. Queste sono formule tipo che vengono inserite alla fine dei rescripta e

stanno a significare che il rescriptum, deve essere accolto e eseguito in quanto l'accertamento dei

fatti corrisponda alla realtà.

Queste sono le consitutiones Imperiali più importanti, cioè gli atti normativi emanati dal

Princeps.

Quali sono le fonti normative del Principato, globali?

L'elenco delle fonti del diritto ce l'offrono i Giuristi più importanti che noi incontriamo nel

periodo che va dal II°al III°secolo D.C. Questi Giuristi ci offrono una descrizione statica delle

fonti del diritto, ovvero questi Giuristi includono come fonti del diritto tutti fatti di produzione

normativa, in qualche modo rilevanti, tutti i fatti che avevano prodotto le norme vigenti

dell'ordinamento romano. I Giuristi non si preoccupano nella loro descrizione di precisare se

questi fatti abbiano ancora o non abbiano un'efficacia nomogenetica, può darsi che alcune di

queste fonti contenute negli elenchi che noi troviamo nelle opere dei Giuristi tra il II°o III°secolo

D.C., abbiano perso qualsiasi efficacia nomogenetica, siano ormai fonti che vengono ricordate,

ma che non hanno più un valore effettivo nell'ordinamento, perché non vengono più utilizzate

per produrre norme giuridiche.

Le fonti del diritto stando alla indicazione dei principali Giuristi, sono le seguenti: le leges

rogate, che si dividono nelle leges comitiales e nei plebiscita, poi abbiamo i Senatus consulta, gli

Edicta Magistratuum, le consitutiones principum e per finire i responsa prudentium, ovvero i

responsi forniti dai Giuristi di professione.

Fin dall'inizio del Principato noi assistiamo alla tendenza del Princeps ad accentrare in sé la

capacità di produrre nuovo diritto, ferma restando la validità delle norme precedenti. Con il

tempo, via via che il Principato si afferma, la tendenza del Princeps ad accentrare in sé l'idoneità

a produrre nuovo diritto, da realtà meramente sostanziale si trasforma anche in realtà formale. Al

Princeps è riconosciuta anche in via formale l'idoneità a produrre nuovo diritto; diritto con

l'efficacia delle leges.

Le leges come fonti giuridiche autonome, cadono rapidamente in desietudine, durante il

Principato, già a partire dalla metà del I°secolo D.C., le leges rogate sono ormai fonti del diritto

che non vengono quasi più utilizzate, l'ultima grande stagione delle leges si colloca proprio nel

Principato di Augusto, quindi agli esordi del Principato. Inoltre, oltre a cadere rapidamente in

desietudine, le leges durante il Principato, non hanno più nulla a che vedere con le vecchie leges

rogate della vecchia Roma repubblicana, nel senso che queste leges non sono più atti normativi

che discendono dal potere di iniziativa del Senato. Ormai le leges, quelle poche che vengono

promulgate, sono tutte di iniziativa monarchica. Sono tutte più o meno Leges Iulie, spesso di

nome (Lex Iulia iudiciorum privatorum), sono sempre provvedimenti normativi voluti e fatti

adottare dal Princeps, che riusciva a controllare in maniera abbastanza agevole le assemblee, a

partire dal Senato.

Come già detto, le leges rogate cadono velocemente in desietudine e a partire dal Principato di

Tiberio, gli Imperatori si servono dei senatus consulta come strumenti normativi, come fonti del

diritto. Questi senatus consulta con il tempo si riducono in semplici orationes, non è più neanche

un senatus consultum vero e proprio, è semplicemente una oratio Principis, viene letto di fronte

al Senato il contenuto del provvedimento normativo che il Princeps intende adottare, il Senato lo

ratifica e viene promulgato il Senatum consultum, ma senza un sostanziale dibattito e senza che

vi sia un effettivo potere discrezionale dell'assemblea Senatoria.

Un'importante modificazione nel corso del Principato a livello di diritto, è una modificazione che

riguarda l'Editto Pretorio, il ius honorarium. E' una modificazione determinante, perché durante il

regno di Adriano, assistiamo alla prima codificazione dell'Editto Pretorio. Sotto Adriano, l'Editto

Pretorio viene formalmente codificato, si tratta di una codificazione vera e propria dell'Editto,

che quindi assume una forma standard, realizzata da un Giurista di nome Salvio Giuliano, che

riceve l'incarico di codificare l'Editto dallo stesso Imperatore.

Questa codificazione è molto importante, anche se dall'epoca di Augusto, i Pretori, avevano

perso di fatto qualsiasi libertà di iniziativa. Già dal tempo di Augusto i Pretori non potevano più

incidere sul contenuto dell'Editto, potevano introdurre nell'Editto solo semplici modifiche di

carattere tecnico/giuridico, relative a clausole o a mezzi edittali già contenuti e già entrati

nell'uso processuale. Di fatto ormai i Pretori non erano più liberi e in grado di agire

discrezionalmente sul contenuto dell'Editto. Del resto è impensabile che i Pretori, che erano

esponenti della classe Senatoria, potessero introdurre riforme di qualche rilievo senza informare

preventivamente il Princeps e senza avere il consenso del Princeps.

Infatti il Princeps interviene personalmente o attraverso senatus consulta per indicare al Pretore

le modifiche, le correzioni indispensabili, da introdurre nell'Editto.

La stessa cosa è vera anche per la concessione dei cosiddetti mezzi processuali straordinari, i

Pretori avevano la possibilità di concedere dei rimedi processuali non previsti nell'Editto e lo

facevano attraverso degli appositi decreta, che emanavano discrezionalmente. Sotto il Principato

anche questo potere subisce dei limiti, nel senso che anche il Pretore è libero di concedere

discrezionalmente strumenti processuali nuovi, ma lo fa sotto la supervisione e il controllo della

cancelleria Imperiale. Ciò non toglie che la codificazione è comunque una novità importante

nella storia del diritto romano, perché indubbiamente, dopo la codificazione dell'Editto realizzata

sotto il Principato di Adriano, tutti i Pretori che si succedono nella carica sono tenuti a proporre

l'Editto nella redazione codificata. Prima i Pretori quando entravano in carica, tendenzialmente

riproponevano l'Editto del collega predecessore e lo potevano aggiornare, modificare, (Edictum

tralaticium); non erano obbligati a farlo e soprattutto non esisteva un Editto codificato, perché un

conto è un Edictum tralaticium, un altro conto è un Editto codificato, che è quello e non si può

cambiare e deve essere recepito in toto così com'è. L'Editto codificato, dopo la codificazione di

Salvio Giuliano, era stato approvato con un senatus consultum e proprio per questo motivo

l'Editto codificato, poteva essere modificato soltanto attraverso un nuovo senatus consultum,

quindi il Pretore che entrava in carica non poteva assolutamente modificare discrezionalmente

l'Editto, poteva solo proporre delle modifiche, che però dovevano necessariamente essere

approvate nella forma del senatus consultum.

Come già visto nell'elenco di cui sopra, i Giuristi romani comprendono tra le fonti del diritto,

anche i responsa prudentium, cioè le risposte fornite dai Giuristi. Secondo i Giuristi romani, in

particolare secondo Pomponio, che è uno dei principali maestri del diritto dell'epoca Imperiale, a

rigore il diritto civile romano dovrebbe essere soltanto quello: “sine scripto in sola prudentium

interpretatione consistit”, che vuol dire quel diritto che consiste nella sola interpretazione degli

esperti senza essere scritto, che consiste nella sola interpretazione dei Giuristi (giurisprudenza

deriva da iurisprudentia che significa conoscenza del diritto).

Quando noi parliamo del diritto romano parliamo di giurisprudenza, ma con il termine

giurisprudenza noi non intendiamo le sentenze dei Tribunali (per la cultura contemporanea la

giurisprudenza consiste nell'insieme delle pronunce dei Tribunali e delle alte Corti).

Nella mentalità romana e anche Medioevale e per certi versi anche in quella post rivoluzionaria,

il termine giurisprudenza non indica l'insieme delle sentenze dei Tribunali e delle alte Corti, ma

indica l'insieme delle interpretazioni, delle definizioni, che vengono elaborate da tutti coloro che

noi definiamo Giuristi o giurisperiti. Non si identifica con le sentenze delle alte corti e tribunali.

Il nostro modo di concepire la giurisprudenza è un modo abbastanza “decaduto”, noi concepiamo

la giurisprudenza in questo modo perché siamo immersi in un sistema costituzionale molto

rigido, caratterizzata da una gerarchia delle fonti strutturata e apparentemente indistruttibile e per

cui noi definiamo giurisprudenza l'insieme delle sentenze per distinguere le sentenze dei

tribunali, dagli atti che invece hanno forza di legge e che per definizione almeno le sentenze dei

Giudici non dovrebbero avere. Fatta questa premessa la giurisprudenza come insieme di

soluzioni, pareri, definizioni, elaborate dei Giuristi romani ha caratteristiche molto particolari, è

solo attraverso la sapienza dei Giuristi, che i romani possono venire a conoscenza di quella parte

del diritto civile che si basa ancora sulla vecchia codificazione Decemvirale. La conoscenza di

quella parte del ius civile, che si basa direttamente sulla codificazione Decemvirale è affidata

interamente alla giurisprudenza. Nella fase finale della storia della Roma repubblicana in realtà

le norme delle XII tavole trovavano la loro fonte effettiva soltanto nella giurisprudenza. Queste

norme erano ancora presenti nell'ordinamento solo grazie all'attività intellettuale dei Giuristi.

Proprio perché anche nell'ultima fase della storia della Roma repubblicana, il testo Decemvirale

non poteva più effettivamente considerarsi un testo vigente, ma appunto vigeva ed era effettivo

solo attraverso l'interpretazione dei Giuristi. Inoltre la giurisprudenza intesa come insieme di

conoscenze elaborate dai Giuristi di professione ha un valore formale di fonte del diritto anche

per tutte quelle parti del ius civile, che non si basano direttamente sulle XII tavole. Anche in

questo caso l'attività dei Giuristi di professione ha un valore formale di fonte del diritto, anche

l'attività interpretativa dei Giuristi di professione produce diritto. Un esempio classico di un

insieme di istituti giuridici prodotti dalla attività interpretativa del diritto sono i contratti di buona

fede, che sono introdotti nell'Editto del Pretore, ma sono figure giuridiche elaborate dai Giuristi,

ovviamente non sono contratti e quindi non riconducibili alle XII tavole.

Secondo gli storici del diritto romano, l'insieme dei pareri, definizioni, opinioni dà vita a quello

che noi siamo soliti chiamare ius controversum, anche se non ha un'accezione negativa. Per

capire cosa significa ius controversum dobbiamo fare una premessa veloce e capire che a

differenza dei sistemi giuridici contemporanei, nel sistema giuridico romano non vi è una

giurisprudenza (insieme di corti chiamate a risolvere le controversie giuridiche) in senso

moderno, non c'è niente di simile a quello che è la nostra giurisprudenza (insieme di corti civili e

penali).

Quando noi nel linguaggio giuridico contemporaneo parliamo di giurisprudenza, facciamo

riferimento a quell'insieme di dottrine giuridiche elaborate dai Giudici, dalle corti, nella

soluzione delle controversie che hanno di fronte. Noi parliamo di giurisprudenza in relazione alle

corti e ai tribunali, nell'esperienza romana tutto ciò non c'è. Nel mondo romano non esiste un

ordinamento giudiziario e quindi una giurisprudenza simile alla nostra, in particolare per due

ragioni: la prima causa del fatto che nel mondo romano non vi è una struttura giudiziaria simile

alla nostra è il fatto che il Giudice sia nelle legis actiones, che nel processo formulare, il Giudice

è un “laico”, cioè non è un Giurista di professione ma un privato, al cui parere sono le parti e il

Magistrato ad attribuire un valore decisivo per la soluzione della controversia. Il personaggio che

decide la controversia nella fase apud iudicem è un privato e questo è il primo elemento che fa sì

che nel mondo romano non vi sia una organizzazione giudiziaria neanche lontanamente simile

alla nostra.

Il secondo elemento che fa sì che non vi sia una organizzazione giudiziaria simile alla nostra e

che quindi non si sviluppi una giurisprudenza (intesa come insieme delle massime, delle sentenze

rilevanti pronunciate dai tribunali), è il fatto che le sentenze nel mondo romano non sono

motivate, manca la motivazione almeno per la parte più importante della storia del diritto

romano, cioè il Giudice pronuncia la sentenza e non la motiva. La motivazione è un elemento

decisivo per la formazione di una giurisprudenza intesa come corpus di massime, di decisioni,

dei tribunali e delle corti che assumono una diretta rilevanza nella vita del diritto, se le sentenze

non sono motivate, la giurisprudenza intesa in questo senso non può svilupparsi, perché noi non

abbiamo la possibilità di ricostruire i motivi della decisione e non abbiamo la possibilità di

riferirci a decisioni precedenti nella soluzione e nella impostazione di una controversia

successiva, proprio perché il Giudice non ci dà la motivazione, ma ci dà solo la soluzione.

(Nel linguaggio romano giurisprudenza sta a significare l'insieme delle soluzioni tecniche, delle

definizioni, delle dottrine elaborate dai Giuristi, nel nostro linguaggio invece, giurisprudenza

indica l'insieme delle massime, delle sentenze, pronunciate dai tribunali di merito, ma soprattutto

dalle supreme corti, cassazione e Corti Costituzionali).

Dal momento che il Giudice, nel sistema romano è un privato cittadino, noi capiamo che il

Giudice in quanto privato cittadino e che in molti casi non è neanche esperto di diritto, non si

permette neanche lontanamente di non rispettare la soluzione pronunciata in quel caso dal

Giurista interpellato. Se una delle parti esibisce in giudizio una sentenza, un parere formale,

autorevole di un Giurista, il Giudice che è un privato, quasi sempre lo recepisce e non se ne

discosta. Il Giudice può riacquistare una qualche libertà d'azione, solo nel caso in cui le parti,

nella fase apud iudicem, presentino pareri discordanti, è per quello che il diritto dei Giuristi a

Roma si chiama ius controversum, perché essendo un diritto che nasce dalle sentenze dei

Giuristi, può benissimo darsi il caso che vi siano opinioni contrastanti e che queste opinioni

possano essere contrastanti su uno stesso caso concreto e portate in giudizio dalle parti. In questo

caso il Giudice privato riacquista un minimo di libertà, anche se è una libertà condizionata,

perché in ogni caso il Giudice sceglie sempre una delle soluzioni che gli vengono prospettate e

adotta sempre una delle soluzioni proposte da un Giurista autorevole il cui parere è presentato in

giudizio. Questo modus procedendi e anche l'autorevolezza che hanno i Giuristi nel I°,II°e

III°secolo D.C., risale direttamente al modello dei Pontefici, il quale su ogni circostanza

pronunciava un parere unitario. Il collegio dei Pontefici si esprimeva con una sola opinione

comune, in ogni caso l'autorevolezza dei Giuristi del Principato e del Dominato, si ricollega

direttamente all'autorevolezza che nella mentalità romana è molto forte dei Pontefici. I Giuristi

del Principato e del Dominato, sono considerati in qualche modo i nuovi Pontefici del diritto.

E' chiaro che il ius controversum nasce quando il collegio dei Pontefici viene sostituito con

l'insieme dei prudentes, dei Giuristi, in questo caso non abbiamo più una interpretazione

Pontificale univoca, ma abbiamo una molteplicità di interpretazioni, perché i prudentes non sono

riuniti in un collegio e quindi abbiamo una pluralità di opinioni, che possono combaciare o essere

discordanti. In ogni caso in sede processuale il Giudice sceglierà una di queste opinioni e questa

opinione verrà utilizzata per la soluzione della controversia nel caso concreto. Ognuna di queste

opinioni, almeno in linea ipotetica, può essere utilizzata dal Giudice per risolvere la controversia.

Tutte queste opinioni almeno in linea astratta costituiscono diritto, perché possono essere scelte

tutte dal Giudice per essere applicate alla soluzione del caso concreto, ma ognuna di queste

opinioni, ovviamente relative al caso di cui si dibatte, almeno in linea ipotetica, può essere

utilizzata dal Giudice per risolvere la controversia, tutte queste opinioni almeno in linea astratta

costituiscono diritto, in quanto possono essere scelte tutte dal Giudice per la risoluzione del caso

concreto.

Nel sistema romano, la giurisprudenza intesa come insieme di soluzioni, definizioni, come

cultura giuridica ha un ruolo determinante, perché ha la funzione non solo di far applicare il

diritto esistente, ma ha anche la funzione di sviluppare e di far progredire l'ordinamento. I

Giuristi nel sistema romano hanno quella che noi chiamiamo funzione nomopoietica, proprio

perché le loro interpretazioni sono fonti del diritto, i Giuristi non si limitano a garantire

l'applicazione delle norme esistenti ma promuovono lo sviluppo dell'ordinamento e sono

all'origine dell'elaborazione di nuove norme, necessarie per assicurare la vita dell'ordinamento e

la coincidenza tra la dimensione giuridica da un lato e la dimensione sociale ed economica

dall'altro. Tendenzialmente a livello di teoria del diritto, siamo soliti definire il sistema giuridico

romano un sistema aperto, in quanto non è un sistema caratterizzato da una rigida gerarchia delle

fonti, non c'è una fonte sovraordinata rispetto alle altre, non c'è una fonte come la Costituzione o

la legge formale, che almeno formalmente è sovraordinata alle sentenze dei tribunali o delle

corti. Nel sistema romano le fonti sono molteplici e contribuiscono tutte a far sviluppare

l'ordinamento.

Nella I°fase della storia del Principato, l'attività normativa del Princeps, proprio perché è

un'attività normativa la cui legittimità viene collegata all'Imperium Pro Consulare e non ancora

alla Lex regia de Imperio, questa attività normativa nella I°fase del Principato dà vita al

cosiddetto ius extraordinarium, cioè a tutti gli effetti a un diritto extra ordinario, che va ad

aggiungersi agli altri rami del diritto, in particolare al ius honorarium.

Nella I°fase del Principato il Princeps non ha la facoltà di emanare atti normativi che abbiano

un'efficacia pari a quelle delle leges rogate, proprio perché in questa fase il Princeps viene

considerato un Magistrato, il primo dei Magistrati, ma comunque un Magistrato e quindi in forza

del suo Impeirum non può promulgare atti che abbiano un'efficacia pari a quelle delle leges

rogate. Questo sarà possibile solo a partire dal II°secolo D.C., quando la potestà normativa del

Princeps viene ricollegata alla Lex regia de Imperio e non più all'Imperium Pro Consulare.

Quello che è importante tener presente, che già nella I°fase del Principato, è un elemento che

attiene al diritto processuale, cioè fin dagli inizi della storia del Principato, il potere normativo

esercitato dal Princeps in ambito processuale, così come a livello sostanziale, produce una nuova

branca del diritto (ius extraordinarium), a livello processuale produce un po' alla volta una nuova

forma di processo, che noi chiamiamo cognitio extra ordinem. La quale cognitio extra ordinem

va ad aggiungersi alle forme processuali già esistenti, per il diritto privato: il processo per

formulas, per il diritto penale sono: le quaestionaes perpetue. La cognitio extra ordinem non ha

un carattere unitario, cioè in questa fase esistono tante forme processuali che si svolgono

secondo lo schema della cognitio extra ordinem, quanti sono i casi e le fattispecie rilevanti di

applicazione, quindi non c'è una figura unitaria, ciò non toglie che fin da questa fase, la cognitio

extra ordinem, emerge come forma processuale dotata di una sua precisa identità. La cognitio

extra ordinem vale sia per il processo penale, sia per il processo civile.

L'elemento essenziale della cognitio extra ordinem è questa: scompare la distinzione tipica del

processo per legis actiones nel processo formulare, tra fase in iure e fase apud iudicem. Nella

cognitio extra ordinem vi è soltanto un Magistrato o un funzionario competente per l'intero

processo, tutto il processo si svolge di fronte allo stesso Magistrato o allo stesso funzionario

competente, il quale dirige tutto il processo dalla fase iniziale (introduzione della lite), fino alla

fase finale, nella quale si fissa la materia del contendere e si aggiorna il processo in attesa della

sentenza, della decisione finale. Per questo motivo i Magistrati o i funzionari che sono dirigono

la cognitio extra ordinem nella fase iniziale sono detti tutti Iudices senza distinzioni, vengono

chiamati con lo stesso sostantivo che noi utilizziamo nel processo formulare per designare il

Giudice privato, che è Iudex, Iudices.

Il processo per cognitio extra ordinem è un processo caratterizzato dalla presenza forte della

pubblica autorità e da un minor rilievo della volontà privata delle parti.

Nel processo classico romano (legis actiones e formulare), la possibilità di arrivare alla sentenza

e quindi alla conclusione formale del processo, dipendeva dalla buona volontà del convenuto,

della persona citata in giudizio. Alla fine era il convenuto che doveva aderire alla litis

contestatio, cioè le richieste formulate dall'attore, nella fase terminale della fase in iure. Poteva

benissimo darsi il caso, nel processo classico romano, che il convenuto non accettasse la litis

contestatio e rifiutasse il processo, in questo caso non si poteva arrivare a sentenza e quindi il

Giudice non si poteva arrivare a sentenza, erano previste delle altre sanzioni indirette ricondotte

alla figura della indefentio. Sostanzialmente il convenuto che rifiutava la litis contestatio, poteva

subire sanzioni pecuniarie di natura indiretta, ma non si arrivava alla sentenza, la cosiddetta res

iudicata.

Nella cognitio extra ordinem, questa eventualità è esclusa, siccome la cognitio extra ordinem è

caratterizzata dalla direzione di un funzionario o Magistrato che è espressione della pubblica

autorità, ovviamente bisogna in ogni caso arrivare a sentenza e sono previsti dei sistemi, come la

possibilità di una condanna in contumacia, che garantiscono all'attore di ottenere una sentenza,

quindi una pronuncia del Giudice. Questo processo è molto simile al nostro sistema processuale.

Già all'inizio del Principato abbiamo una rivoluzione della mentalità e nelle strutture politiche

amministrative di Roma, anche i meccanismi processuali fondamentali della civitas e poi

dell'Impero, subiscono progressivamente una modificazione decisiva.

Si passa da un processo che ha un fondamento e un'impronta fondamentalmente privatistica,

dove la volontà delle parti è determinante, dove invece è presente un ruolo forte, di impulso,

determinante della autorità pubblica, dove c'è la presenza di un Magistrato che non è più un

privato cittadino o un Pretore che semplicemente imposta la controversia, c'è un Magistrato o un

funzionario che rappresenta e incarna la pubblica autorità in quella controversia e in quanto

espressione della pubblica autorità si fa garante della conclusione della lite, attraverso la

pronuncia necessaria di una sentenza. II°PARTE

I romani ereditano alla morte di Silla, quella che gli storici del diritto chiamano una constitutio

Sillana, cioè una costituzione Sillana senza il suo fautore.

In estrema sintesi il sistema giuridico introdotto dalle riforme a tappeto di Silla, è un sistema che

è congegnato per assicurare la sopravvivenza della vecchia repubblica aristocratica, la vecchia

oligarchia Senatoria. In teoria niente di nuovo, sarebbe la vecchia repubblica aristocratica

riproposta in chiave un po' attualizzata, il fatto è che sono passati decenni conflittuali, decenni di

crisi costante e crescente, quindi il sistema che i romani ereditano alla morte di Silla, avrebbe

potuto reggere (alla prova della storia) se la nobilitas, in realtà avesse avuto un senso di

responsabilità che aveva perso ormai del tutto dopo anni di crisi così acuta e crescente. La realtà

è che il modello repubblicano era sempre più inadeguato per amministrare e reggere le sorti di

quello che ormai a tutti gli effetti era un Impero. Alla morte di Silla gli elementi di

destabilizzazione, di tensione che conosciamo erano ancora presenti, ed erano tutti elementi

presenti e non risolti, pronti di nuovo a incendiare il clima politico/sociale della civitas. Questi

elementi erano:

1) il conflitto tra Senatori e Cavalieri.

2) Il problema agrario, continuamente posto e mai risolto.

3) Collegato al problema agrario vi era la dissoluzione di quello che potremmo chiamare il “ceto

medio”.

4) Altro elemento era il venir meno del principio “costituzionale” repubblicano, in base al quale

l'esercizio dell'Imperium si collega sempre e necessariamente alla titolarità di una Magistratura.

Questo principio comincia a venir meno addirittura dall'epoca di Scipione l'Africano e con Silla

in maniera crescente si comincia a derogare a questo principio.

5) La scomparsa del modello di esercito che aveva retto Roma sino ad allora. Prima l'esercito era

composto da contadini soldati, fedeli a uno stato di cui si sentivano parte integrante, al posto di

questo esercito noi troviamo adesso truppe spesso anche composte da nullatenenti che

riconoscono in via esclusiva l'autorità del loro capo. Ad esempio vediamo il discorso che fa

Cesare prima di compiere questo passo arringa i suoi soldati, dopo anni che li aveva guidati nelle

campagne in Gallia. Cesare aveva assicurato a Roma un incremento incredibile del proprio

territorio, questi soldati erano fedelissimi a Cesare.

Cesare in un passo del bellum civile (Cesare scriveva in terza persona):

“Cesare esorta ai soldati a difendere dagli avversari la dignità e l'onore del comandante, sotto la

cui guida per nove anni aveva servito gloriosamente la patria e avevano combattuto

vittoriosamente moltissime battaglie e avevano imposto la pace a tutta la Gallia e alla Germania.

Acclamando i legionari della XIII°legione, che era presente, si dicono pronti a vendicare le

offese fatte al loro comandante e ai Tribuni della plebe.”

Da come si evince da questo passo i soldati erano fedelissimi a Cesare, pronti a tutto, pur di

obbedire al loro capo. Il vecchio esercito romano non si sarebbe mai comportato in questo modo,

questi soldati obbediscono a Cesare e non obbediscono al Senato, agli ordini che arrivano da

Roma, questo è possibile perché è cambiato totalmente il quadro politico/sociale della civitas.

La lotta politica dopo Silla

Alla morte di Silla l'organizzazione politico/sociale di Roma era molto confusa e c'erano vari

gruppi politici che si contendevano la scena, questi gruppi si potrebbero dividere in 3 categorie:

1) i vecchi aristocratici, i membri della vecchia nobilitas, che morto Silla volevano tornare al

sistema pre Sillano;

2) i conservatori Sillani, i fedelissimi di Silla, costoro difendevano come intangibile l'opera di

Silla, che era sovvertitrice dell'ordine repubblicano. La difendevano perché quest'opera aveva

portato a loro enormi benefici economici, politici, sociali;

3) il terzo gruppo comprendeva gli oppositori di Silla, i vecchi Mariani, sfuggiti alle proscrizioni,

plebei pauperizzati senza arte né parte, che desideravano il ritorno delle frumentazioni, c'erano

proprietari terrieri Italici che erano stati spossessati dei loro beni a causa della creazione di nuove

colonie disposte da Silla. C'erano poi anche sostenitori del ripristino del Tribunato della plebe,

perché Silla sostanzialmente abroga il Tribunato della plebe. Le fonti romane parlano del

Tribunato della plebe dopo Silla con un'espressione evocativa: imago sine re, immagine senza

cosa, immagine priva di contenuto, per dire che il Tribunato della plebe non aveva più un ruolo

sostanziale.

Il gruppo degli oppositori di Silla è molto ampio e molto eterogeneo, fa da sfondo l'esercito, un

esercito ormai proletarizzato e anzi più che di esercito sarebbe corretto parlare di milizie

partigiane, cioè sono gruppi armati partigiani, perché si affidano a un comandante che scelgono

come comandante di riferimento.

Nonostante la pluralità delle posizioni in campo, possiamo dire che alla morte di Silla (78 A.C.),

la vita politica romana si divide in due schieramenti opposti e abbiamo di nuovo da un lato

l'oligarchia Senatoria e il ceto Equestre, il ceto dirigente che volente o nolente difende l'opera di

Silla, perché comunque privilegia la loro posizione; mentre dall'altra vi sono i cosiddetti

populares, la fazione democratica, che è decisa a smantellare la costituzione Sillana. La fazione

democratica in questa fase è guidata da un Console chiamato: Marco Emilio Lepido, il collega

invece si chiamava Quinto Lutazio Catulo (filo Senatorio). Marco Emilio Lepido anche con

una buona dose di demagogia, elabora una serie di iniziative che dovrebbero almeno in teoria

andare incontro alle principali richieste che egli rappresenta. Tra le altre cose Lepido propone: il

ripristino delle frumentazioni, il richiamo a Roma dei proscritti dei superstiti e la restituzione a

loro e ai loro figli dei diritti e dei patrimoni confiscati. Propone ancora la riconsegna alle città e

agli altri antichi proprietari e possessori delle terre espropriate e in parte assegnate ai veterani

Sillani. Propone il riconoscimento della cittadinanza a coloro che ne erano stati previsti, infine

propone il ripristino integrale dei poteri dei Tribuni della plebe. E' quindi fautore di un'opera di

abrogazione quasi integrale dei provvedimenti molto incisivi adottati da Lucio Cornelio Silla.

Provvedimenti del genere non sarebbero in alcun modo potuto essere tollerati dalla classe

dirigente romana. Infatti di fronte alle proposte di Lepido succede che la classe Dirigente si

oppone al Console e tutti i gruppi della nobiltà Senatoria, compreso il gruppo di Gneo Pompeo,

fanno quadrato contro Lepido. Lo scontro di nuovo è durissimo, è di nuovo guerra civile, il

Senato ricorre a tutti i mezzi pur di bloccare l'opera di Lepido, con un Senatus consultum

ultimum, viene dichiarato hostis rei publicae, nemico della repubblica. Ci sono scontri e battaglie

durissime in campo aperto tra le due fazioni partigiane. All'esercito di Catulo si aggiungono le

truppe arruolate da Pompeo. Lepido viene sconfitto in campo aperto, ripara in Sardegna, dove

muore poco tempo dopo.

Siccome la situazione diventa sempre più complessa, i seguaci di Lepido riparano in Spagna e in

Spagna si uniscono all'esercito di Sertorio (antico avversario di Silla, sconfitto da Pompeo in

Spagna, che era rimasto in Spagna e aveva continuato ad organizzare dei gruppi anti Sillani, una

sorta di gruppo che faceva resistenza al dittatore e continua a operare anche successivamente).

Contro Sertorio era impegnato da tempo un Pro Console (Quinto Cecilio Metello Pio), cui si

aggiunge il rinforzo dell'esercito di Pompeo, quindi quest'ultimo va in Spagna per cercare di

reprimere la rivolta di Sertorio. La guerra si prolunga per diversi anni e si conclude solo nel 72

A.C., con la morte di Sertorio, ucciso da un gruppo dei suoi stessi Ufficiali. Nel frattempo in

Italia avviene una importante rivolta di schiavi, dal 73 al 71 A.C., capeggiata da Spartaco, il

quale riesce a metter su una rivolta di proporzioni considerevoli e sconfigge ben due eserciti

Consolari, viene alla fine sopraffatto e sconfitto dall'esercito guidato da Marco Licinio Crasso. I

superstiti di questa armata di Spartaco, si danno alla fuga verso il nord, anche se vengono

intercettati e sterminati da Pompeo che stava tornando in Italia dalla Spagna (dopo aver sconfitto

Sertorio). E' una situazione politico/sociale molto difficile e difficile da governare, al conflitto

politico della civitas si aggiungono rivolte degli schiavi, dei gladiatori.

Dopo la repressione della rivolta di Spartaco, Pompeo e Crasso, concludono un accordo

elettorale e ottengono entrambi il Consolato, siamo nell'anno 70 A.C. Il clima politico adesso è

ulteriormente cambiato, nel senso che l'aristocrazia tradizionalista dopo aver collaborato con i

seguaci di Silla, contro Sertorio, che rappresentava un ennesimo pericolo per la stabilità delle

istituzioni repubblicane. A questo punto però l'aristocrazia Senatoria crede che sia tornato il

tempo per poter riprendere nuovamente in mano il timone della vita politica della città. L'intesa

tra Crasso e Pompeo è di breve durata ma produce frutti abbastanza interessanti, in particolare è

necessario ricordare una Lex Pompeia Licinia de Tribunica potestate, con la quale vengono

restituiti al Tribunato tutti i suoi antichi poteri, questa legge ripristina integralmente il ruolo e la

funzione giuridica tradizionale del Tribunato della plebe. Inoltre per la prima volta dopo 15 anni

vengono nuovamente eletti i Censori e vengono censiti 910.000 cittadini (censimento del 70

A.C.). In questo censimento si tenne conto anche degli alleati Italici che avevano ottenuto la

cittadinanza, anche se secondo gli storici non si tratta ancora di un numero esaustivo, perché

probabilmente gli abitanti che avevano la cittadinanza romana nella penisola italiana erano molti

di più. Il Pretore Lucio Aurelio Cotta, vara l'ennesima legge giudiziaria, in cui si dispone che i

posti di Giudice nelle quaestionaes perpetue, debbano essere assegnati per 1/3 ai Senatori, per

1/3 agli Aequite Aequo Publico (coloro che erano nelle 18 centurie e il cavallo era pagato dallo

stato), per 1/3 ai Cavalieri per censo. Si trova nuovamente un accomodamento volto a

accontentare sia i Senatori sia i Cavalieri e non solo i Cavalieri per lignaggio, ma anche per

censo.

La fazione di cui era esponente Lepido che viene sconfitto, è la fazione democratica o la fazione

dei polulares, è proprio in questi anni che si afferma nel linguaggio politico il termine popularis.

L'espressione popularis è usata soprattutto dallo scrittore Cicerone, la utilizza in modo tale che si

capisce che tale parola fosse entrata nell'uso comune. Il significato più evidente è quello di:

amico del popolo; a volte gli storici traducono il termine popularis, anche con l'aggettivo

democratica. Nella cultura romana l'espressione popularis non è sinonimo di democratico, quanto

di demagogico, cioè è usata in senso dispregiativo. Popularis designa tutti coloro che

strumentalizzano il malcontento popolare, per ricavarne un interesse immediato di carattere

politico. I popularis di questi anni sono: Pompeo, Clodio, Crasso, Cesare. Tutti esponenti della

classe dirigente, della noblitas, impegnati nell'affermare il proprio potere personale,

combattendosi o alleandosi tra di loro, per combattere altri nobili. Nel far ciò strumentalizzano il

malcontento popolare. Si tratta di un'azione tipicamente demagogica.

L'unica tradizione autentica e democratica che noi troviamo a Roma è quella dei Gracchi, gli

unici veri democratici sono i fratelli Gracco (Tiberio e Gaio Gracco) e poi i circoli culturali,

(circoli molto ristretti ed èlitari).

Dobbiamo adesso dire che il decennio che inizia con il 70 A.C. è caratterizzato dal declino

progressivo dei Sillani e dall'ascesa inarrestabile della figura politica di Gneus Pompeus (Gneo

Pompeo).

Gneus Pompeus, Gneo Pompeo

Gneo Pompeo nasce il 29 settembre del 106 A.C. Ricopre per tre volte la carica di Console, nel

70, nel 55 e nel 52 A.C. Per tre volte Pompeo celebra il trionfo.

La descrizione che di Pompeo ci offre Protarco:

“I romani non mostrarono un odio così profondo e aspro verso alcun altro Generale come verso il

padre di Pompeo, Strabone (era un grande combattente). Del quale finché visse temettero il

potere delle armi, ma quando morì, colpito da un fulmine, tirarono giù dal letto funebre il corpo

pronto per la sepoltura e lo oltraggiarono. Invece nessun altro fra i romani più di Pompeo figlio

godette di una benevolenza più viva, più rapida nel manifestarsi, più fiorente del successo e più

salda anche nell'insuccesso. La causa dell'odio verso Strabone era unicamente la sua insaziabile

avidità di ricchezze, mentre Pompeo aveva molte qualità che lo rendevano amabile: moderazione

nello stile di vita, allenamento alla vita militare, capacità di persuasione nel parlare, lealtà di

carattere, affabilità di modi. Sicché nessuno sapeva rivolgere una richiesta in modo meno

fastidioso, né alcun altro soccorreva con maggior cortesia chi lo pregava. Alle altre sue qualità si

aggiungeva infatti di dare senza offendere e di ricevere con dignità, all'inizio anche l'aspetto lo

aiutò non poco a incontrare il favore popolare, perché attraeva ancor prima che egli parlasse. La

sua amabilità era infatti sempre accompagnata da dignità e benevolenza e già quando era un

giovane fiorente il suo vigore giovanile lasciava immediatamente trasparire la regale nobiltà del

suo carattere. Aveva poi una ciocca di capelli leggermente sollevata sulla fronte e i suoi occhi si

muovevano con vivacità, conferendo al suo viso una somiglianza più dichiarata che effettiva con

Alessandro (Magno). Insieme con questa somiglianza molti gli attribuivano il nome di

Alessandro e Pompeo non lo rifiutò, sicché alcuni prendendolo in giro lo chiamavano

Alessandro.”

Pompeo trionfa per tre volte e in più occasioni inanella un successo militare dopo l'altro.

Il primo è quello contro Marco Emilio Lepido, poi contro Quinto Sertorio in Spagna, poi contro

gli schiavi di Spartaco che contribuisce a debellare. Successivamente a questi tre episodi

fortunati della sua carriera in fase iniziale, ottiene comandi con poteri straordinari, si tratta

formalmente di incarichi Pro Consolari. Il primo incarico Pro Consolare Pompeo lo ottiene per

lottare contro la pirateria, che infestava il Mediterraneo ed era un problema grosso per i

commerci a quell'epoca. Il secondo incarico Pro Consolare, Pompeo lo ottiene per la conduzione

della guerra contro “l'eterno Mitridate” in Asia. In pochi mesi Pompeo elimina i pirati e in due

anni sgomina le forze di Mitridate, che finisce con il suicidarsi.

Di propria iniziativa Pompeo passa in Siria e in Siria depone il Re e afferma l'autorità romana su

gran parte del territorio, quindi il territorio romano si estende a ricomprendere tutta l'attuale Siria

e quello che era il Ponto, quindi parte della Kappadocha, le coste del Mar Nero, la Crimea. I

territori occupati grazie alle vittorie di Pompeo, vengono provvisoriamente organizzati in due

nuove Province, che sono le Province di Bitinia Ponto e la Provincia della Siria, Siria.

Plutarco in relazione al trionfo che Pompeo celebra dopo la sconfitta di Mitridate e di fatto della

conquista dell'intera Asia minore:

“Il tempo fu sufficiente per organizzare il trionfo nella sua interezza e si dovettero eliminare

dallo spettacolo molte cose che erano state preparate e che sarebbero bastate ad adornare

degnamente un altro corteo. In testa alla sfilata vi erano delle scritte che indicavano i Paesi sui

quali Pompeo aveva trionfato, ed erano: il Ponto, Armenia, Kappadocha, Albania, Mesopotamia,

Patagonia, Ciricia, Fenicia, Palestina, Arabia, Colchide, Giudea e l'intero dominio dei pirati,

debellati per terra e per mare. In questi Paesi erano state conquistate non meno di 1000 fortezze,

quasi 900 città, 800 navi di pirati, ed erano state fondate 39 città; inoltre nelle scritte si diceva

che le entrate delle tasse erano 50 milioni, mentre dai territori che egli aveva conquistato a Roma

l'erario riceveva 85 milioni e al tesoro pubblico venivano versati 20.000 Talenti in danaro e in

suppellettili d'argento e d'oro, senza contare i donativi fatti ai soldati, dei quali quello che aveva

ricevuto di meno aveva preso, secondo il calcolo, 1500 dracme. Fecero sfilare anche i prigionieri

durante il corteo trionfale, come prigionieri vennero fatti sfilare, a parte i capi dei pirati che

sfilano come prigionieri di guerra; il figlio di Tigrane d'Armenia con la moglie, la figlia,

Aristopulo, il Re di Giudea, la sorella e cinque figli di Mitridate e un gruppo di donne sciite e

moltissimi.

Il culmine della sua gloria e che non si era mai verificato per nessun romano, fu che egli riportò

il terzo trionfo sul terzo continente; anche altri prima di lui avevano trionfato tre volte, ma

Pompeo riportando il trionfo la prima volta sull'Africa, la seconda sull'Europa e la terza sull'Asia,

sembrava in qualche modo aver sottomesso con i suoi tre trionfi, il mondo intero. A questo punto

sì che il paragone con Alessandro era sempre più calzante, che guadagno sarebbe stato per lui se

avesse finito di vivere allora finché ebbe la fortuna di Alessandro.”

Nel frattempo mentre Pompeo sta sconfiggendo le forze di Mitridate e poi sta calando il Siria,

nel frattempo in Italia la situazione resta bollente, siamo nel 63 A.C., è l'anno in cui viene eletto

Console Marco Tullio Cicerone (convinto repubblicano). Mentre Pompeo è ancora in Asia,

alcuni nobili ex seguaci di Silla, che sono rimasti completamente isolati nella lotta politica e sono

carichi di debiti, progettano un colpo di stato, questi nobili sono: Publio Cornelio Lentulo Sura e

Lucio Sergio Catilina. Cicerone però fa arrestare Lentulo e altri congiurati e Lentulo e questi

congiurati arrestati, vengono messi a morte senza processo e senza la garanzia della provocatio

ad populum per deliberazione del Senato. Catilina riesce a fuggire e ripara in Etruria (Toscana),

lì era scoppiata una rivolta nelle parti di Fiesole e a questa rivolta partecipavano ex veterani di

Silla (che vivevano da quelle parti grazie a terreni conquistati come veterani, anche se erano in

miseria) e anche vecchi seguaci di Mario, che in quanto seguaci di Mario erano da molto prima

caduti in disgrazia e quindi in miseria. Catilina si unisce alla rivolta eterogenea composta da ex

seguaci di Silla e da ex seguaci di Mario, cercando in qualche modo di risollevare le sue sorti,

unendosi in una rivolta con le quali egli non aveva niente a che fare. Catilina viene sconfitto di lì

a poco dall'esercito inviato da Roma e cade in una battaglia che ha luogo vicino a Pistoia.

Nel 63 A.C. è Console Cicerone e crede che col fatto di esser riuscito a far condannare Lentulo e

a sconfiggere Catilina, crede di essere stato in grado di salvare la repubblica, perché i Cavalieri si

erano schierati con i Senatori contro Catilina e l'unione tra Cavalieri e Senatori, quella che

Cicerone chiamava: concordia ordinum (cioè l'unione tra i due ordini), era secondo Cicerone la

chiave fondamentale per la sopravvivenza e la prosperità della repubblica. Purtroppo Cicerone si

sbaglia, in quanto questo non basta, perché si tratta di un'unione tra i due ordini che è soltanto

episodica, ormai si può dire che la dissoluzione della repubblica sembra inarrestabile. A questo

punto il rischio maggiore per la tenuta del futuro delle istituzioni repubblicane, è rappresentato

proprio da Gneus Pompeus, proprio per la incredibile concentrazione di prestigio e di potere che

Pompeo ha accumulato nel corso degli anni con la serie continua di vittorie e successi militari,

ciò che mette a repentaglio la sopravvivenza della repubblica è che si affermino personalità

molto forti che pretendono di esercitare l'Imperium al di là della Magistratura e che possono

godere dell'appoggio incondizionato di una parte dell'esercito. A questo punto il Senato teme che

tornando vittorioso dall'Asia, possa imitare Silla. Questo non succede, il timore si rivela

infondato, in quanto Pompeo rientra a Roma e congeda le sue truppe. Pompeo non lo fa per

magnanimità o per spirito legalitario, ma perché è convinto di essere l'arbitro della politica

romana grazie alla sua popolarità, quindi è convinto che non sia necessario usare la forza per

imporsi come uomo politico del momento. I calcoli di Pompeo si rivelano errati, perché anche se

è il personaggio più popolare, gran parte del Senato non segue il desiderato di Pompeo e la

nobilitas si schiera di fatto contro di lui, al punto che Pompeo non riesce a ottenere nemmeno la

ratifica delle nuove Province (Bitinia Ponto e Siria), né riesce a ottenere una legge agraria in

favore dei suoi veterani, una legge agraria che distribuisca terre all'opera prestata dai suoi soldati.

A questo punto Pompeo sentendosi isolato, stringe un'alleanza che passerà alla storia come

I°Triumvirato, con Marco Licinio Crasso. L'accordo tra Pompeo e Marco Licinio Crasso è

possibile grazie alla mediazione di un personaggio in fortissima ascesa, che è: Gaio Giulio

Cesare, il quale pur appartenendo a una gens patrizia importantissima, la gens Iulia; è molto

meno forte e ricco di Crasso e di Pompeo e quindi ha tutto da guadagnare da una coalizione tra i

due. Come detto in riferimento a questo accordo tra Crasso, Pompeo e Cesare gli storici parlano

di I°triumvirato (59 A.C.), ci sarà anche un II°triumvirato. Il I°triumvirato è totalmente diverso a

livello giuridico formale, dal secondo triumvirato, perché qui si tratta soltanto di un accordo

politico tra tre individui, è un accordo meramente politico, non ha nessun rilievo dal punto di

vista “costituzionale”.

Il contenuto dell'accordo (I°triumvirato) e Gaio Giulio Cesare

Cesare è eletto Console nel 59 A.C. e appena entrato in carica ripaga del suo debito di

riconoscenza nei confronti dei due alleati e infatti chiede e ottiene immediatamente la ratifica

delle due nuove Province, create provvisoriamente da Pompeo e poi presenta due leggi agrarie

(che possono in realtà considerarsi un provvedimento unico). Con queste leggi Cesare, un po'

sulla linea dei Gracchi, persegue deliberatamente il proposito di ripopolare le zone agricole

abbandonate. Stabilisce la inalienabilità dei lotti assegnati, onde evitare che si creino situazioni

di latifondo, nell'assegnare questi lotti, Cesare, garantisce la precedenza ai veterani di Pompeo ed

assegna la precedenza ai pater familias con almeno tre figli. Quest'ultimo provvedimento è indice

della volontà di Cesare di perseguire una politica volta a incrementare la popolazione romana.

Come contropartita per i servizi resi, Cesare ottiene per un quinquennio il governo di due

Province, che sono: la Gallia Cisalpina (pianura Padana) e la Gallia Transalpina. Si tratta di un

incarico eccezionale sia per l'estensione che per la durata (5 anni). Questo è possibile perché nel

59 A.C. (anno del I°triumvirato), Cesare, Crasso e Pompeo, di fatto controllano la vita politica

romana e quindi hanno il controllo sia del Senato che del concilium plebis.

Nei mesi del 59 A.C., avviene anche la prima caduta in disgrazia di Marco Tullio Cicerone, che

in tutti i modi vorrebbe salvare la repubblica aristocratica nella quale crede, senza rendersi conto

che ormai è un disegno politico fuori dalla realtà. Si tratta di una caduta in disgrazia dalle

conseguenze abbastanza contenute, perché non vuole collaborare con i triumviri, con i tre uomini

al comando. Per ritorsione nei confronti di Cicerone favorisce il passaggio alla plebe da parte di

un patrizio, chiamato: Publio Claudio Pulcro, che era ovviamente un patrizio appartenente alla

gens Claudia, quest'ultimo si faceva chiamare Clodio, che era la pronuncia dialettale per cui

Claudius veniva chiamato Clodio. Passa alla plebe perché almeno può diventare Tribuno della

plebe, Cesare vuole che Claudio Pulcro diventi Tribuno della plebe e in questo caso avrebbe

sicuramente adottato misure contrarie agli interessi di Marco Tullio Cicerone. Clodio nella sua

attività di governo come Tribuno della plebe adotta misure a favore per i triumviri, ma non esita

neanche ad assumere atteggiamenti contrari agli interessi dei triumviri. Questo personaggio in

poco tempo riesce a metter su una specie di movimento politico, cioè un gruppo con una base

sociale e organizzativa peculiare. Il movimento politico organizzato da Clodio in poco tempo è

composto da proletari, piccoli artigiani, schiavi, con i quali Clodio dà vita a vere e proprie bande

armate che cominciano a imperversare per Roma. Bande armate disposte a tutto per imporre

l'accoglimento delle sue proposte legislative. Clodio elabora le seguenti proposte legislative:

un'ennesima legge frumentaria volta ad assicurare distribuzioni gratuite di grano (volte ad

ingraziarsi i favori dei proletari e delle classi più emarginate). Clodio poi propone l'approvazione

di una Lex de Collegiis, è un provvedimento che reintroduce e liberalizza “il diritto di

associazione”, con questa legge si disciplina giuridicamente il diritto di associazione. Questa

previsione favorisce la ricostituzione di gruppi, di associazioni, di corporazioni, che erano state

soppresse da un Senatus Consulto del 64 A.C. Questa Lex de Collegiis persegue un interesse di

carattere generale, in quanto il diritto di associazione è un diritto che interessa alla generalità dei

cittadini, ma persegue anche un interesse particolare di Clodio, perché è evidente che attraverso

questo provvedimento normativo, Claudio Pulcro intende favorire l'apertura di circoli, di gruppi,

di associazioni di base, che sono utili per organizzare e mobilitare i seguaci che aveva raccolto in

questo contesto eterogeneo della società romana. Clodio propone anche l'approvazione di una

Lex Clodia de iure et tempore legum rogandarum, con la quale vengono rimossi i limiti di

ordine religioso che rallentano le procedure comiziali. In pratica Clodio vuole eliminare ogni

impaccio di carattere religioso alle procedure legislative, si stabilisce che in tutti i giorni fasti, si

possono tenere comizi e i Sacerdoti non possono bloccare in alcun modo l'attività di comizi

ricorrendo a espedienti dilatori, ovviamente con argomenti di carattere religioso. Un altro

provvedimento che Clodio fa approvare è una Lex Clodia de capite civis romani, con la quale

si sancisce la pena dell'esilio, per tutti quei Magistrati, che anche a seguito di un Senatum

Consultum ultimum, hanno ordinato l'uccisione di un cittadino romano che non sia stato

condannato in un regolare processo.

Non contento di questa Lex che era abbastanza ad personam e addirittura era retroattiva, quindi

violando un principio base del diritto penale. Inoltre Clodio ne promulga un'altra: Lex Clodia de

exilio Ciceronis, con questa legge Clodio dispone l'esilio di Cicerone per aver Cicerone ordinato

l'uccisione senza processo dei Catilinari, con la conseguenza che i beni di Cicerone vengono

confiscati, la casa di Cicerone distrutta e tutti coloro che lo ospitano sono considerati fuori legge.

Nel 57 A.C. Pompeo, che è già diffidente nei confronti dei due colleghi triumviri e non è meno

diffidente nei confronti di Clodio, che comunque è sempre stato amico di Cicerone; decide

Pompeo di riavvicinarsi in parte ai repubblicani e consente il ritorno dell'oratore a Roma.

Cicerone a questo punto rientra a Roma e si rende conto che la sua vecchia formula, della

concordia ordinum, dalla quale egli faceva dipendere la sopravvivenza della repubblica, non può

più essere sufficiente per garantire la sopravvivenza della repubblica ed è in questi mesi che

Cicerone nei suoi scritti elabora l'idea della concordia omnium bonorum, la concordia di tutti gli

uomini di buona volontà. Con queste idea Cicerone vuole affermare la convinzione che la

sopravvivenza della repubblica dipenda non più soltanto dall'unione della concordia dei due ceti

dominanti (Cavalieri e Senatori), ma dalla concordia di tutte le classi della società, quindi anche

delle classi medie e inferiori. Come notano gli storici questa formula in realtà avrebbe potuto

gettare le basi per la creazione di un vero partito politico, ma ormai Cicerone era fuori tempo

massimo, perché la crisi della repubblica era arrivata a un punto di non ritorno e le classi

popolari (alle quali Cicerone si rivolgeva), non avevano alcun interesse alla sopravvivenza della

repubblica, così come essa era ormai.

Nel 56 A.C., Pompeo si avvicina nuovamente a Cesare e a Crasso, i tre uomini si incontrano a

Lucca e concludono un nuovo patto, un patto che non dà vita a un altro triumvirato, ma che nasce

nel seno del triumvirato già esistente. Pompeo in virtù di questo accordo avrebbe avuto il

governo delle Province Iberiche (Spagna Citeriore e Ulteriore), con la possibilità di risiedere a

Roma e di governare le due Province Iberiche tramite Legati.

Crasso ottiene il governo della Siria (la Provincia creata da Pompeo), Cesare avrebbe avuto un

secondo quinquennio come Pro Console in Gallia, quindi altri 5 anni di Pro Consolato in Gallia,

questa proroga avrebbe consentito a Cesare di portare a termine la conquista dell'intera regione,

come poi in effetti farà con la battaglia decisiva di Alesia (nel centro della Francia tra Lione e

Orlèans). Questo accordo in effetti per Cesare ha un'importanza decisiva, proprio perché le

vittorie in Gallia gli assicurano la formazione di un esercito agguerrito e devoto e oltre a questo

garantisce a Cesare ingenti mezzi finanziari, con i quali comprerà numerosi Senatori.

Nel 53 A.C. Crasso, viene sconfitto e ucciso a Carre, in uno scontro con l'esercito dei Parti (una

popolazione che viveva al confine con la Siria), viene sconfitto perché sottovaluta la forza

militare, Crasso non era abile come stratega. La peculiarità dei Parti è che combattevano come

arcieri a cavallo, quindi un enorme mobilità e danni devastanti per un esercito tradizionale.

Nell'anno in cui Crasso muore a Carre, Roma sprofonda definitivamente nel caos, perché i

candidati (siamo nel 53 A.C.) al Consolato e alla Pretura si contendono il dominio delle strade

con vere e proprie bande armate (tra questi c'è Clodio con la sua banda armata). Ormai non si

riesce più a raggiungere un accordo politico dal quale far dipendere la scelta dei Magistrati,

siamo arrivati allo scontro diretto tra bande armate, quindi è impossibile procedere a regolari

elezioni.

L'anno 52 A.C., inizia con una serie di Interreges (soggetti chiamati a gestire temporaneamente il

potere in attesa della rielezione dei Magistrati), nel mese di gennaio del 52 A.C., Clodio muore in

uno scontro tra bande e a questo punto restano padroni della scena politica romana, Cesare e

Pompeo. Lo scontro tra i due personaggi ormai è inevitabile, anche perché non c'è più l'idea di un

disegno politico condiviso.

Di fronte alla violenza incontrollabile che imperversa in città, il Senato, ritiene indispensabile

affidarsi a un uomo forte, l'unico uomo forte presente in quell'anno a Roma è Pompeo, perché

Cesare è in Gallia. I partigiani di Pompeo avrebbero voluto che a Pompeo fosse concessa la

dittatura, sennonché dai tempi di Silla, il termine dittatura aveva un significato piuttosto sinistro

e non venne concessa la dittatura a Pompeo, ma viene eletto Consul sine conlega, cioè Console

unico. In quanto Consul sine conlega, Pompeo può cumulare la titolarità di questa Magistratura

con l'Imperium Pro Consolare, cioè non è obbligato ad abbandonare il governo delle Province

Iberiche, ma può cumulare le due cariche. Siamo ancora una volta completamente al di fuori

della legalità repubblicana. Gli schemi tipici sono completamente saltati.

Pompeo che è un uomo piuttosto duttile e si adatta al ruolo che gli è assegnato, di custode della

legalità, restaura in breve tempo l'ordine a Roma attraverso truppe regolari, che fanno cessare gli

scontri armati tra bande. Verso la fine del 52 A.C., per dare una parvenza di legalità al suo

operato, Pompeo fa eleggere un altro Console che è: Quinto Metello Pio Scipione Nasica, del

quale Pompeo sposa la figlia, che è Cornelia Metella.

Nella veste di Console ormai non più singolo ma con un collega, Pompeo adotta una serie di

misure che mettono in difficoltà il suo principale antagonista, in particolare Pompeo fa approvare

una Lex de iure Magistratuum, che vuol dire legge sul diritto dei Magistrati, il cui contenuto

essenziale di questa legge è questo: imporre l'obbligo per i candidati alle Magistrature, di essere

presenti fisicamente in città, altrimenti non possono candidarsi.

Questa legge si scontra con i propositi e con i desideri di Cesare, in quanto con la proroga

stabilita con l'accordo del 56 A.C. (l'accordo di Lucca), aveva diritto a tenere il governo della

Gallia fino al marzo del 49 A.C. e aveva inoltre diritto a non lasciar discutere la successione (nel

governo della Gallia), prima di questa scadenza. Il che significa che Cesare avrebbe potuto tenere

il comando sino alla fine del 49 A.C., perché la norma prevedeva che l'assegnazione delle

Province, precedesse la nomina a Consoli di coloro che le avrebbero dovute governare come Pro

Consoli. Cesare in virtù di questo meccanismo normativo e in virtù dell'accordo del 56 A.C., era

certo di poter mantenere il governo della Gallia fino al 49 A.C. e di poter impedire che fosse

discussa la questione della successione, prima che venisse discussa la questione di chi doveva

ricoprire la carica di Console. Cesare puntava a essere eletto Console per il 48 A.C., così avrebbe

mantenuto il governo della Gallia per tutto il 49 A.C. verso la fine del 49 A.C. si sarebbe deciso

chi avrebbe dovuto essere Console per il 48 A.C., Cesare sarebbe stato proposto come Console

per il 48 A.C., successivamente gli sarebbe stato riassegnato il governo della Gallia.

Il provvedimento di Pompeo che gli imponeva di essere presente a Roma, scombussolava tutti i

piani, perché evidentemente il progetto di Cesare era quello di candidarsi al Consolato per il 48

A.C. ed essere eletto Console, mentre ancora era Governatore della Gallia. In caso contrario se

per presentare la candidatura avesse dovuto recarsi a Roma, avrebbe dovuto deporre l'Impeirum

Militiae, sciogliendo l'esercito e separarsene, sarebbe dovuto tornare a Roma come privato

cittadino, presentare la candidatura al Consolato, dopodiché sperare di essere eletto Console e

sperare di vedersi riassegnare il governo della Gallia. Cosa molto improbabile. Tra l'altro a

Roma, gli avversari di Cesare avevano già più volte ventilato l'ipotesi di mettere Cesare sotto

processo per l'elezione al Consolato del 59 A.C. e a torto o a ragione i suoi avversari politici lo

accusavano di brogli elettorali. Lui sapeva che se fosse tornato a Roma da privato cittadino,

avrebbe quantomeno rischiato il processo per questa ragione, fino a questo momento Cesare era

sfuggito alle accuse, perché in quanto Magistrato in carica non era processabile, godeva di

immunità, ma sapeva che se fosse tornato a Roma i suoi nemici lo avrebbero inchiodato con

questa accusa.

Le disposizioni normative fatte approvare da Pompeo (che in molti casi sono anche molto

contraddittorie), generano un clima di tensione fortissima e discussioni molto aspre in Senato.

Alcuni Senatori propongono che Cesare e Pompeo depongano insieme l'Imperium Pro

Consolare, affinché nessuno dei due possa essere in vantaggio rispetto all'altro. Questa è una

posizione che emerge nel Senato e quindi sostanzialmente tornino privati cittadini. In effetti

all'inizio del 50 A.C., il Senato approva una delibera in tal senso, nel senso appunto di disporre

che i due uomini politici dismettano l'incarico come Pro Consoli, ma Pompeo non accetta, ma dà

al Console in carica in quell'anno il compito di difendere la repubblica. Alla fine di dicembre del

50 A.C. (27 dicembre), Cesare invia al Senato una lettera, in cui annuncia di essere

effettivamente pronto a deporre l'Imperium e quindi a sciogliere l'esercito, a condizione che il

rivale faccia altrettanto, in ottemperanza alla delibera assunta dal Senato. In caso contrario,

aggiungeva nella lettera, avrebbe provveduto lui stesso a portare la legalità a Roma. A questo

punto i Senatori si riuniscono in permanenza, dal 1 gennaio del 49 A.C. il Senato si riunisce in

seduta permanente e al termine di questa riunione il Senato adotta una delibera opposta a quella

del 50 A.C., cioè il Senato decide che Pompeo debba conservare l'Imperium, mentre Cesare

debba congedare il suo esercito. Quindi secondo questa delibera Pompeo può mantenere il suo

Imperium, mentre Cesare deve congedare l'esercito.

Il 7 gennaio del 49 A.C., Cesare avanza un nuovo tentativo di conciliazione che però non ha

fortuna e a questo punto il Senato, nonostante la Intercessio dei Tribuni della plebe in quel

momento in carica (Marco Antonio e Quinto Cassio), approva un Senatus consultum ultimum,

con il quale Cesare viene dichiarato hostis rei publicae. Cesare viene dichiarato nemico della

repubblica, nonostante il veto dei due Tribuni della plebe in carica, uno dei quali è Marco

Antonio, a questo punto Cesare rompe gli indugi, il 10 gennaio oltrepassa il Rubicone e scende

verso Roma con una legione, qui inizia l'ennesima guerra civile (Cesare e il suo esercito contro

Pompeo).

La guerra civile e sconfitta di Pompeo

Quando Pompeo apprende la notizia che Cesare non obbedisce agli ordini che gli giungono da

Roma e quindi non congeda l'esercito e anzi si mette in marcia verso la capitale, Pompeo si ritira

con le sue truppe nella penisola Balcanica, sceglie di ritirarsi nella penisola Balcanica per ovvie

ragioni (Pompeo tra i suoi innumerevoli successi militari, trionfa in Asia, vedere Mitridate, Siria,

nella penisola Balcanica quindi c'erano diversi personaggi legati a lui da vincoli clientelari), lui

sperava di avere appoggi nella penisola Balcanica e quindi di essere agevolato nella sua lotta

contro Cesare.

Nel frattempo a Roma buona parte del Senato resta neutrale non prendendo posizioni. Cicerone

raggiunge Pompeo (del quale è sempre stato simpatizzante), ma è consapevole che comunque

fosse finito lo scontro e la repubblica ormai era definitivamente compromessa.

Cesare giunge a Roma e convoca il Senato al di fuori del Pomerium (lo fa per poter partecipare

alla seduta senza deporre l'Imperium Militiae). In questo frangente conferisce l'Imperium Pro

Pretore (incarico in via eccezionale) al Tribuno della plebe Marco Antonio e ad altri suoi

ufficiali. Anche in questo caso si tratta di una prassi assolutamente estranea al modello

costituzionale della repubblica, perché Cesare nel momento in cui conferisce l'Imperium Pro

Pretore a Marco Antonio, non c'è un'elezione di Marco Antonio da parte dei comizi, ma è un

conferimento ad personam fatto direttamente da Cesare, quindi una prassi del tutto anomala.

Nominato Marco Antonio Pro Pretore (che resterà a Roma per proteggere la città come uomo di

fiducia di Cesare), Cesare parte per la Spagna con le sue legioni per combattere contro i

Luogotenenti di Pompeo, in quanto alcuni dei Luogotenenti di Pompeo erano in Spagna. In breve

tempo li costringe alla resa.

Sconfitti i Luogotenenti di Pompeo in Spagna, finalmente Cesare si dirige verso la penisola

Balcanica per affrontare direttamente il rivale, giunge in Epiro nel gennaio del 48 A.C. e cinge

d'assedio Pompeo presso la città di Durazzo nell'odierna Albania. L'assedio di Durazzo si rivela

particolarmente complesso, perché Pompeo in quegli anni conserva ancora il dominio dei mari,

bloccando i rifornimenti alle legioni di Cesare, controllando il traffico sull'Adriatico. Cesare per

sconfiggerlo quindi si sposta verso l'interno, verso la Tessaglia (Grecia) e Pompeo non è in grado

di sfruttare il vantaggio acquisito durante l'assedio infruttuoso di Durazzo e perde la battaglia

finale, avvenuta il 9 agosto del 48 A.C. a Farsalo (Grecia).

Plutarco:

“Alcuni Greci estranei al combattimento, vedendo avvicinarsi il momento fatale, riflettevano su

come la smania di prevalere e l'ambizione avessero trascinato l'Impero sino a quel punto. Infatti

si trovavano di fronte armi in eserciti dello stesso sangue e della stessa razza, insegne comuni,

tante truppe valorose e possenti di una stessa città, che se ne serviva per rivolgerle contro se

stessa. Ciò dimostra che la natura umana, quando è dominata dalla passione è cieca e folle”.

Pompeo riesce a fuggire ad Anfipoli in Macedonia e poi a Mitilene in Grecia.

Plutarco descrivendo Pompeo:

“Il suo aspetto doveva essere quello di un forsennato, che non si ricordava neppure di essere

Pompeo Magno”.

All'improvviso Pompeo Magno, colui che era stato paragonato ad Alessandro Magno, per i suoi

successi ininterrotti, aveva perso l'antica grandezza ed era un fuggiasco. In seguito decide di far

rotta verso l'Egitto con la moglie.

Pompeo si dirige in Egitto perché in quegli anni era governato da un personaggio chiamato

Tolomeo XIII°e dalla sorella che è Cleopatra VII°, quest'ultima ne è anche la moglie, perché il

diritto egiziano consentiva il matrimonio tra fratelli. Quest'ultimi non andavano per niente

d'accordo, tant'è che governavano l'Egitto, pur essendo separati in casa, aspettando entrambi il

momento per sbarazzarsi l'uno dell'altro. Pompeo sceglie l'Egitto perché Tolomeo XIII°e

Cleopatra VII°sono figli di un certo Tolomeo Lete, al quale Pompeo nel 55 A.C. aveva fatto

restituire il Regno che Tolomeo Lete aveva perduto a causa di una insurrezione degli

Alessandrini. Nell'idea di Pompeo gli Egiziani avevano nei suoi confronti un debito di

riconoscenza e sperava di essere accolto con una certa benevolenza ed essere protetto dalle ire di

Cesare. I cortigiani di Tolomeo XIII°per ingraziarsi Cesare e di ottenere l'apporto di Cesare

contro Cleopatra VII°, decidono di assassinare Pompeo. Pompeo muore assassinato per mano di

un sicario di Tolomeo XIII° e il sicario di Tolomeo XIII°è un romano, chiamato: Lucio Settimio,

che aveva servito agli ordini di Pompeo, come centurione durante la guerra marittima contro i

pirati, quindi è un ex militare di Pompeo, adesso passato a vivere in Egitto, che si offre

volontario per uccidere Pompeo. Pompeo viene ucciso mentre sta attraversando in barca un

fiume in Egitto, ovviamente con Pompeo si trovano Settimio ed altri e improvvisamente Settimio

lo accoltella e lo uccide. Cesare poi nel bellum civile commenterà la scena e sarà molto

distaccato nel descriverla, facendo trasparire una certa ammirazione nei suoi confronti,

concludendo con un'affermazione abbastanza significativa:”Come sempre succede nella

disgrazia gli amici si trasformano in nemici”.

Lucano, che è un poeta Latino di quegli anni, descrive nel dettaglio la morte di Pompeo:

“Lo spietato Settimio mentre sta perpetrando il delitto, ne escogita uno ancora più nefando,

strappa il velo (Pompeo quando riceve la prima coltellata si tira su la toga per coprirsi il volto

evitando di difendersi) mettendo allo scoperto il volto moribondo di Pompeo, afferra il capo in

cui era ancora presente il respiro e appoggia il collo ormai abbandonato, su uno dei banchi dei

rematori, tronca poi i nervi e spezza con reiterati colpi le vertebre. Essi non conoscevano ancora

il modo di staccare con un solo fendente della spada la testa dal busto, ma dopo che il capo

troncato dal corpo rotolò via, il cortigiano reclamò per sé la prerogativa di mostrarlo.”

A questo punto succede che Cesare non può tollerare che un Senatore romano, benché suo

avversario, venga ucciso impunemente in un Regno vassallo. I piani di Tolomeo XIII°vanno

completamente all'aria.

Cesare sbarca ad Alessandria, si allea con Cleopatra VII°e nel gennaio del 47 A.C. sconfigge

l'esercito di Tolomeo XIII°, che tra l'altro muore in un tentativo di fuga, annegando nel Nilo.

Come è noto, Cesare avrà una relazione con Cleopatra (le fonti ce la descrivono come una

bellezza irresistibile, di origini macedoni e Greca), fatto è che conquista due degli uomini politici

più grandi di Roma (Cesare e Marco Antonio). Dalla relazione con Cesare ne nascerà un figlio,

che sarà chiamato Tolomeo Cesare, il quale non avrà alcuna fortuna politica. Cesare decide di

avere una relazione con Cleopatra anche perché vuole assicurarsi il controllo dell'Egitto, in

quanto era uno dei territori più ricchi del Mediterraneo, c'è soprattutto una ragione di carattere

politico/economico.

Dopo la sconfitta di Pompeo a Farsalo, alcuni repubblicani (seguaci di Pompeo), si arrendono a

Cesare, tra questi: Cicerone, Cassio Longino, Marco Giulio Bruto. Cesare a differenza di quanto

aveva fatto Silla, li grazia e non prende provvedimenti contro di loro.

Altri repubblicani irriducibili resistono in Africa e in Spagna per pochi anni, altri ancora tra cui

Catone si suicidano.

Cesare era stato nominato per la prima volta Dittatore quando era arrivato a Roma dopo aver

sconfitto i Pompeiani a Lleida in Spagna nel 49 A.C. In questo anno era stato nominato per la

prima volta Dittatore, i Consoli non erano in carica a Roma in quell'anno e quindi in assenza dei

Consoli la nomina di Cesare avviene in questo caso in maniera del tutto anomala, perché il

Pretore in carica: Marco Emilio Lepido, che procede alla dictio, il Dittatore viene dictus, da cui

dittatura, quindi alla nomina di Cesare a Dittatore, dopo aver ottenuto l'autorizzazione a “dirlo”

dai comizi.

Rientrato a Roma Cesare dall'Egitto, non nomina il Magister Aequitum, ma indice le elezioni dei

Magistrati ordinari e si fa eleggere lui stesso dai comizi, Console per il 48 A.C. Cesare in questa

situazione si trova ad essere Dittatore e Console nello stesso tempo, la dittatura viene rinnovata

per quattro volte negli anni seguenti e gli viene confermata a vita agli inizi del 44 A.C.

Come si può capire nella persona di Cesare si concentrano poteri enormi: l'intera direzione

politica/amministrativa della città è in mano a Gaio Giulio Cesare e insieme alla dittatura

perpetua Cesare assume anche un Consolato decennale. In questa veste ha il diritto e il potere di

nominare tutti i Magistrati, i Governatori delle Province, può disporre la disciplina dei consumi,

le competenze dei Censori, ha il compito di nominare i Senatori e dirige anche la vita religiosa

nella veste di Pontefice Massimo che cumula insieme alle altre cariche. Una situazione

totalmente inedita per Roma.

Cesare da un punto di vista giuridico e legislativo negli anni del suo potere

assoluto

Uno dei primi provvedimenti che Cesare adotta è la Lex Iulia Iudiciaria nel 46 A.C., che di

nuovo tratta il tema scottante della composizione delle corti giudicanti in materia di crimini, in

materia di diritto penale. Era in gioco il controllo della vita politica della città.

Cesare dispone in questa legge che possono far parte delle corti, delle quaestionaes perpetue,

esclusivamente Senatori e Cavalieri che abbiano un censo uguale o maggiore a 400.000 Sesterzi.

Non dà delle quote fisse, ma i due requisiti sono quello di censo e di classe.

Cesare inoltre a livello generale si preoccupa di allargare la classe politica romana e quindi la

base del reclutamento della classe politica romana. Per far ciò si sforza di portare a compimento

un processo di integrazione strutturale tra Roma, l'Italia e le Province, che negli anni precedenti

si era tentato di realizzare, ma che era rimasto incompiuto. Proprio nell'ottica di ampliare la base

politica romana, va interpretata la decisione di portare a 900 il numero dei Senatori e chiama a

ricoprire i nuovi posti e anche i posti che si erano resi vacanti (per via della guerra o morti

naturali), personaggi che vengono da gruppi sociali molto diversi; entrano in Senato un po' di

tutti: figli di proscritti Sillani, membri delle varie aristocrazie di Municipia spersi un po'

dappertutto in Italia; Cesare poi aveva concesso la cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina.

Divengono Senatori addirittura alcuni capi delle città Celtiche della Gallia Transalpina (l'odierna

Francia), ai quali Cesare in questo caso aveva donato la cittadinanza individualmente, in segno di

gratitudine per la fedeltà dimostrata alla sua persona.

Cesare poi promulga una Lex Iulia de Provinciis che si occupa di regolamentare le Province,

questa legge dispone che i Governatori possono conservare d'ufficio non più di un anno se ex

Pretori e non più di due anni se ex Consoli, la legge è intesa nel senso di evitare che i

Governatori Provinciali, rimanendo troppo a lungo in Provincia, cumulino un potere troppo forte.

Abbiamo poi una Lex de Magistratibus, che semplicemente eleva il numero dei Magistrati

presenti. I Pretori vengono prima a 10 e poi a 14 e infine a 16. I Questori vengono elevati a 40,

viene aumentato anche il numero dei Tres viri capitales, gli ex viginti sex viri.

Vi è una legge poi che si occupa di diritto privato, che è la Lex Iulia de pecuniis mutuis, che è

una legge che disciplina gli interessi sui prestiti di denaro, cercando di venire incontro alla

situazione dei debitori.

Un'altra legge disciplina la materia delle locazioni, Lex Iulia de mercedibus habitationum annuis.

Questa legge disciplina la materia delle locazioni nel senso che rimette i canoni di locazione per

un valore pari o inferiore a 2000 Sesterzi, coloro che sono tenuti a corrispondere un canone di

questo tipo, se lo vedono rimettere. Anche in tal caso è un aiuto nei confronti dei cittadini meno

abbienti.

Un'altra disposizione per venire incontro agli strati sociali più deboli, è l'ennesimo

provvedimento sulle frumentationes, cioè sulla distribuzione gratuita o a prezzo politico dei

cereali, in questo caso si deve a Cesare una sorta di beneficenza pubblica, nel senso viene

istituzionalizzata la pratica delle frumentationes, non è più episodica, ma avviene su base

regolare e a certe condizioni economiche.

Ci sono poi tutta una serie di norme disparate e interessanti, Cesare a questo punto disciplina un

po' tutto, cerca anche di disciplinare la condotta morale dei cittadini, per esempio vengono

emanate delle norme che dispongono che i figli dei Senatori, non possono abbandonare la

penisola, se non nello stato maggiore di un esercito o al seguito di un Magistrato. Si tratta del

tentativo di controllare la crescita, lo sviluppo e anche la moralità dei cittadini più importanti. Le

fonti parlano solo di leggi sui costumi, sulla moralità e sulla condotta dei cittadini. Un'altra

norma, dispone che i cittadini dai 20 ai 40 anni di età, non possono lasciare la penisola per più di

un triennio di seguito.

Infine ci sono tutta una serie di disposizioni ancora diverse, che invece riguardano la persona

stessa di Cesare. Cesare sviluppa e coltiva un culto della personalità, anche perché ha accumulato

un potere politico personale inaudito. Cesare non cederà più di tanto alla tentazione di ergersi a

semi Dio. Vengono coniate delle monete con la sua effige e Marco Antonio, che era un

fedelissimo di Cesare, fa addirittura mutare il nome del settimo mese dell'anno (mese della

nascita di Cesare), prima si chiamava Quintiris in Iulius, luglio, proprio in onore a Cesare.

A differenza di Cesare, i monarchi orientali non godono di grande prestigio a Roma, in quanto

sono espressione di un modello politico non condiviso (dispotismo), ma poi anche perché tutti

questi sovrani orientali in quegli anni sono comunque a capo di stati vassalli, cioè stati

sottomessi da Roma. Il culto della personalità di Giulio Cesare certamente si rivolge anche alle

sue origini, viene data particolare risonanza per il fatto che Cesare appartenga alla gens Iulia.

Secondo la tradizione la gens Iulia derivava addirittura da Iulio, figlio di Enea, capostitipe di

Albalonga e di Romolo, che deriverebbe dall'unione di Iulio e la Dea Venere. Cesare è il primo

uomo politico romano che rende permanente il titolo di Imperator, è da tenere presente che i

Generali romani avevano il diritto di farsi chiamare Imperator solo per poco tempo, cioè soltanto

dal giorno della vittoria militare ottenuta a quella del trionfo, ma era ovviamente un titolo

temporaneo, Cesare lo rende permanente. Non si fa chiamare Rex, perché ormai per i romani il

titolo di Rex era sinonimo di tiranno.

La morte di Cesare, 44 A.C.

Nel 44 A.C., Cesare viene creato Dittatore a vita. Il 44 A.C. è anche l'anno in cui Cesare viene

ucciso e ovviamente nel contesto politico sociale romano, che era estremamente turbolento,

segnato da una guerra civile costante (dal 133 A.C. in poi), erano stati formulati progetti per

eliminare Cesare, che ovviamente disturbava e rappresentava un ostacolo per le ambizioni

personali di molti. A differenza degli uomini politici che lo avevano preceduto, Cesare andava in

giro senza guardie del corpo. Il 44 A.C. è l'anno in cui abbiamo una Dittatura perpetua, ma anche

perché nel 44 A.C., Cesare organizza una spedizione contro i Parti (popolazione che si trova al

confine con la Siria), che ha dato negli anni filo da torcere all'esercito romano, tant'è che Crasso

muore combattendo contro i Parti. Se Cesare avesse vinto anche contro i Parti, il suo prestigio

personale sarebbe accresciuto moltissimo e per quelli che erano i congiurati, sarebbe stato ancora

più difficile organizzare l'attentato. Alla congiura contro Cesare, presero parte sia i repubblicani

(quelli che avevano combattuto nella guerra civile contro Cesare, quindi dalla parte di Pompeo),

che erano stati graziati, come ad esempio: Cassio e Marco Giulio Bruto, sia i Cesariani, come ad

esempio: Decimo Giunio Bruto Albino. Alcuni Cesariani volevano eliminare il loro uomo

politico di riferimento, in quanto tra i Cesariani vi erano molti uomini, che pur avendo sostenuto

Cesare, erano legati ai vecchi schemi della politica romana, quindi questi uomini erano scesi in

campo con Cesare per difendere la fazione aristocratica, ma poi si erano resi conto di aver fatto

male i loro calcoli, perché non avevano tanto combattuto per la fazione di cui erano espressione

ma per un solo uomo. Ecco che si giunge alla decisione di uccidere il Dittatore. Pochi giorni

prima della partenza per l'Asia, per la guerra Atlantica, mentre si accinge a presiedere una seduta

del Senato, Cesare viene ucciso, il 15 marzo del 44 A.C., le famose idi di marzo.

Plutarco:

“Decimo Bruto tenne fuori Antonio, che era un uomo robusto e fedele a Cesare, iniziando con lui

a ragion veduta un lungo discorso, intanto all'entrare di Cesare il Senato si alzò in atto di

omaggio e gli amici di Bruto si disposero in parte dietro al suo seggio, mentre altri gli andarono

incontro per unire le loro preghiere a quelle di Tillio Cimbro, supplice per il fratello esule e

insistettero nelle loro suppliche accompagnandolo sino al seggio. Preso posto egli respingeva le

preghiere e poiché essi insistettero con maggior forza si irritò con ciascuno di loro. A questo

punto Tillio gli afferrò con ambe le mani la toga e glie la tirava giù dal collo, era il segnale

dell'azione, per primo Casca con il pugnale lo colpisce nel collo, provocando una ferita non

profonda né mortale, ma naturalmente egli era turbato. Cesare si voltò, afferrò il pugnale e lo

tenne fermo, contemporaneamente i due levarono un urlo, il colpito (Cesare) in latino

disse:”Scelleratissimo Casca che fai?”. E Casca in greco rivolgendosi al fratello disse:”Aiutami

fratello!”. Iniziò così e quelli che non ne sapevano niente erano sbigottiti e tremanti di fronte a

quanto stava avvenendo e non osarono né fuggire, né difendersi e neppure aprir bocca. Quando

ognuno dei contendenti ebbe sguainato il pugnale, Cesare circondato e ovunque volgesse lo

sguardo, incontrando solo volti e il ferro sollevato contro il suo volto e i suoi occhi, inseguito

come una bestia tra le reti si dibatteva nelle mani di tutti. Tutti infatti dovevano necessariamente

avere parte alla strage e gustare del suo sangue. Anche Bruto quindi gli inferse un colpo

all'inguine, alcuni dicono che mentre si difendeva contro gli altri e urlando si spostava qua e là,

allorché vide che Bruto aveva estratto il pugnale, si ritirò la toga sul capo e si lasciò andare o per

caso o perché spinto dagli uccisori, presso la base su cui stava la statua di Pompeo. Molto sangue

bagnò quella statua, tanto che sembrava che Pompeo presiedesse alla vendetta del suo nemico

steso ai suoi piedi, agonizzante per il gran numero di ferite. Si dice sia stato colpito da 23

pugnalate, molti si ferirono tra loro mentre indirizzavano tanti colpi verso un solo corpo.

Ucciso Cesare i Senatori, benché Bruto si fosse fatto avanti per dire qualche cosa, non rimasero

sul posto ma fuggivano tutti fuor delle porte e nel fuggire diffusero tra la gente confusione e

panico, tanto che gli uni chiudevano le case e gli altri lasciavano banchi e negozi, alcuni

andavano di corsa al luogo del delitto per vedere quel che era successo, altri ne venivano via

dopo aver visto. Antonio e Lepido che erano amici intimi di Cesare, fuggirono a rifugiarsi in case

non loro, ma quelli che stavano con Bruto, incitati come ancora erano per la strage effettuata,

tenendo in evidenza i pugnali sguainati, tutti insieme si riunirono all'infuori del Senato e

muovevano verso il Campidoglio, non come fuggiaschi, ma molto decisi e animosi, invitando

alla libertà il popolo e accogliendo tra le loro fila gli ottimati che incontravano per strada.

Il giorno dopo Bruto scese nel foro e tenne un discorso, il popolo stette a sentire con l'aria di non

disapprovare né di approvare il fatto, ma con un profondo silenzio dava a vedere di aver pietà di

Cesare e rispetto per Bruto. Quando si aprì il testamento di Cesare, si trovò che a ciascuno dei

romani era stato lasciato un consistente donativo e la gente lesse il testamento e vide sfigurato

dai colpi il cadavere, portato attraverso il foro, allora nessuno si contenne più. Tutti

ammassarono intorno alla salma banchi, tavole, staccionate prese dal foro e vi appiccarono il

fuoco. Poi presero dei tizzoni ardenti e corsero alle case degli uccisori per bruciarle, mentre altri

si aggiravano in ogni angolo della città per ammazzare e uccidere i congiurati. (I congiurati nel

frattempo fuggono e lasciano Roma) Cesare morì a 56 anni e sopravvisse a Pompeo non molto

più di quattro anni. Di quel potere e di quell'autorità che in tutta quanta la vita egli aveva

inseguito, tra tanti pericoli, non ebbe se non il nome, oltre all'invidia dei concittadini. Ma il suo

grande demone che lo animò durante la vita, lo seguì in morte come vendicatore della sua

uccisione, perseguitando per tutta la terra e sul mare i suoi uccisori, fino a non lasciarne in vita

alcuno, anzi colpendo tutti coloro che in qualche modo avevano messo mano all'azione o

avevano avuto parte a quel disegno. Dei fatti divini il più segnalato fu l'apparizione di una stella

cometa che apparve visibile per sette notti dopo l'uccisione di Cesare e poi scomparve. Poi

l'oscuramento del sole, infatti per tutto l'anno il disco del sole si levò pallido e senza bagliori e ne

veniva un calore languido e tenue, così che l'aria circolava nebbiosa e pesante, perché debole era

il calore che la dissolve e i frutti restavano immaturi o marcivano per il freddo.”

La vita politica romana dopo la morte di Cesare

Nonostante che la morte di Cesare rappresenti una vittoria per i repubblicani, i repubblicani sono

in una posizione di grande debolezza. Nessuno di loro infatti dispone di clientele importanti, non

hanno un seguito politico. Viceversa i Cesariani hanno le leve del potere, Marco Antonio era

Console, Marco Emilio Lepido era Magister Aequitum, anche se sono disorientati, in quanto non

sanno più chi riconoscere come leader. Sembra la classica situazione che favorisce un

compromesso e in effetti il compromesso viene raggiunto, il Console in carica (Marco Antonio),

si impegna in questa fase a non perseguire i Cesaricidi. In compenso ottiene come contropartita,

che tutta la legislazione emanata da Cesare durante la dittatura restino integralmente in vigore.

Il momento decisivo è rappresentato dall'apertura del testamento di Cesare, perché come dice

Plutarco, Cesare dispone un lascito finanziario ai romani, avendo accumulato ingenti ricchezze.

Anche se la disposizione più importante non è questa, ma la disposizione fondamentale è che nel

testamento nomina suo erede unico il pronipote, chiamato Gaio Ottavio, anche se lo adotta come

figlio. Nel testamento è contenuta una clausola che dispone l'adozione a figlio postuma di Gaio

Ottavio. Ottavio, secondo l'uso tipico dei romani, assume il nome di Gaio Giulio Cesare

Ottaviano. Con questo nome è passato alla storia, anche se gli storici lo chiamano Ottaviano e

poi Augusto. E' da tenere presente che per i romani dell'epoca, soltanto i suoi avversari lo

chiamavano Ottaviano, per sottolineare il fatto che il ramo della gens Ottavia, del quale derivava

non apparteneva alla nobilitas, ovvero che non aveva avuto uomini politici tra i suoi avi. Da tutti

gli altri uomini romani era chiamato Cesare.

Questa disposizione muta radicalmente lo scenario politico romano.

E' da tenere presente che il compromesso che viene adottato all'inizio dal Console Marco

Antonio, prevede la permanenza in vigore di tutti provvedimenti normativi adottati da Cesare.

Tra tutti questi provvedimenti ve n'è uno che aveva previsto che per l'inizio dell'anno 43 A.C.,

Marco Antonio assumesse il governo della Macedonia. Secondo i progetti di Cesare il governo

della Macedonia sarebbe stato assunto da Marco Antonio che in questo periodo era Console, non

essendo però più in vita Cesare la situazione è cambiata e Marco Antonio non vuole lasciare la

penisola italiana (in quanto teme che andandosene teme di perdere influenza). Per evitare di

lasciare la penisola italiana prende delle contromisure facendo votare una legge dal comizio

tributo, chiamata: Lex de permutatione Provinciarum, legge sulla permuta delle Province. In base

a questa legge, Marco Antonio, avrebbe avuto non il governo della Macedonia, ma il governo

della Gallia Cisalpina e della Gallia Transalpina. Province molto più importanti e che avevano

fatto la fortuna di Cesare. Si dà il caso che il Pro Console della Gallia Cisalpina sia Decimo

Bruto, uno dei Cesaricidi. Decimo Bruto non aveva alcuna intenzione di lasciare l'incarico di Pro

Console della Gallia Cisalpina a tutto vantaggio di Marco Antonio e ne difende il territorio con le

armi. Apparentemente secondo alcuni storici, Marco Antonio è dalla parte della ragione, perché

comunque ha fatto approvare una legge. Interviene però Marco Tullio Cicerone, che non era un

seguace di Marco Antonio e Cicerone sostiene l'invalidità della Lex de permutatione

Pronviciarum, sostenendo che questa Lex non è valida, perché è stata estorta con la forza e

perché il provvedimento non è stato promulgato e che quindi non può essere considerata valida e

vigente. Il Senato si lascia convincere dalla forza retorica di Cicerone e ne accoglie le tesi, con la

conseguenza che i Consoli in carica nel 43 A.C., vengono incaricati di indire la leva e di

muovere in soccorso di Decimo Bruto. Marco Antonio nel frattempo si era già recato in Gallia

Cisalpina, per combattere contro Bruto, che non gli voleva cedere la Provincia e lo aveva

assediato a Modena.

A questo punto l'altro uomo giuridico di riferimento è Ottaviano, che si è scoperto erede unico di

Cesare. Ottaviano si rende conto che se in questa fase si fosse schierato apertamente con i

Cesariani, si sarebbe trovato in una posizione debole, subordinata e probabilmente in questa fase

non convincente. Ottaviano quindi in modo molto sagace, giura fedeltà alla repubblica e si unisce

ai due Consoli in carica, con due legioni di veterani che raccoglie e si unisce ai Consoli per

combattere contro Marco Antonio, addirittura in difesa di Decimo Bruto. Cicerone che

nonostante non sia un simpatizzante di Ottaviano, è costretto ad accettare la collaborazione di

Ottaviano e gli fa conferire da privato l'Imperium Pro Pretore (Ottaviano formalmente in questa

fase è un privato e non potrebbe condurre l'esercito in soccorso dei due Consoli, contro Marco

Antonio).

Marco Antonio viene sconfitto a Modena, ma riesce a salvare una parte dei suoi uomini e si

rifugia in Gallia Transalpina, dove si unirà con Lepido. Viceversa i due Consoli che erano partiti

da Roma, ai quali si era aggiunto Ottaviano, muoiono in battaglia, uno dei due muore subito,

l'altro a pochi giorni di distanza a seguito delle ferite riportate in battaglia.

Ottaviano coglie al volo questa occasione, assumendo il comando dell'intero esercito e marcia su

Roma e occupa la città. Ottaviano non ha ancora compiuto 20 anni quando tutto ciò avviene.

Giunto a Roma per dare una parvenza di legalità alla sua azione, esce dal Pomerio, evita quindi

di esercitare l'Imperium Militiae all'interno della città e si fa eleggere dai comizi: Consul

suffectus, Console provvisorio, temporaneo. I comizi vengono convocati in questa circostanza da

improvvisati Pro Magistrati, personaggi ai quali viene affidato quest'incarico al fine di convocare

i comizi. Questi comizi convocati in questo modo eleggono Ottaviao: Consul suffectus. E' una

situazione completamente esplosa.

All'inizio Ottaviano aveva evitato di schierarsi con i Cesariani e aveva fatto in maniera

strumentale giuramento alla repubblica. Ottenuto il controllo di Roma la situazione si capovolge

e infatti da principio fa ratificare con una Lex curiata, la sua nomina di erede da parte di Cesare.

Al di là di questa ratifica, fa annullare integralmente l'amnistia dell'anno precedente (l'amnistia

introdotta con il compromesso adottato da Marco Antonio che aveva deciso per il momento di

non perseguire penalmente i Cesaricidi). Ottaviano annulla quest'amnistia e istituisce una questio

straordinaria per la persecuzione dei Cesaricidi.

A questo punto Ottaviano è Console e padrone di Roma, in quanto la controlla con le legioni di

cui ha il comando. Inoltre in quanto Console e padrone di Roma, è in grado di trattare da pari a

pari con gli altri due uomini politici forti: Marco Antonio e Lepido.

I tre si incontrano il 27 novembre del 43 A.C., dalle parti di Bologna. A seguito dell'incontro tra i

tre uomini, viene approvato un plebiscito, proposto dal Tribuno Publio Titio, questo plebiscito

passerà alla storia come Lex Titia. La Lex Titia conferisce ai tre uomini (Ottaviano, Marco

Antonio e Lepido) la qualifica di Tres Viri rei publicae constituendae, riformare la repubblica

in termini costituzionali. Questa legge in qualche modo mira a dare una forma legale ai poteri

assoluti che questi tre uomini hanno deciso di assumere durante l'incontro che si è svolto vicino a

Bologna, certamente in un clima di reciproca diffidenza. In questo incontro viene concluso e

siglato un Trattato, nel quale viene riaffermato l'impegno di una lotta a oltranza contro gli

uccisori di Cesare.

Poi si spartiscono i comandi, le legioni e i territori. Marco Antonio prende la Gallia Cisalpina;

Lepido la Gallia Transalpina e la Spagna; Ottaviano ottiene l'Italia, la Sicilia, la Sardegna e

l'Africa. Questo Triumvirato a differenza dell'altro che invece risale al 60 A.C. e che è tra

Crasso, Pompeo e Cesare, che è un semplice accordo politico tra tre uomini; questo Triumvirato

invece ha un fondamento giuridico preciso, non è semplicemente un accordo politico di natura

privata, si tratta a tutti gli effetti di una Magistratura straordinaria, collegiale, che ha una durata

quinquennale, che attribuisce ai tre uomini un potere costituente simile a quello attribuito a Silla.

Si tratta a tutti gli effetti di un potere illimitato e che viene gestito dai Tres Viri in quanto tale.

Ogni altra autorità di fatto è paralizzata e le altre Magistrature non vengono eliminate

formalmente ma sopravvivono tutte in posizione

subordinata.

Il giorno seguente all'approvazione della Lex Titia, quindi alla legge che dà vita al

II°Triumvirato, viene affissa una prima lista di proscritti, ha quindi inizio di nuovo a Roma una

vera e propria caccia all'uomo, all'interno delle liste di proscrizione non erano inseriti solo i

Cesaricidi, ma anche altri inclusi gruppi della nobiltà Senatoria e Cavalieri (coloro che avevano

sostenuto Pompeo e il governo aristocratico ed erano rimasti in ogni caso ostili a Cesare anche

senza prendere iniziative concrete) e spesso in molti casi era previsto un premio di denaro da

destinarsi all'uccisore del proscritto. Le liste di proscrizione colpiscono anche gli homines novi,

esponenti illustri di aristocrazie municipali (uomini politici non romani, cioè non nati nella

civitas), come era avvenuto anche all'epoca di Silla, molti cittadini vengono colpiti solo per via

delle loro ricchezze. Questo perché vi era la necessità per i Triumviri di accumulare denaro, di

far fronte alle spese ingentissime necessarie per il mantenimento degli eserciti e per la

soddisfazione dei veterani e per i soldati, in un contesto in cui la situazione economica era

tutt'altro che florida. Uno dei primi a cadere e a restare ucciso fu Marco Tullio Cicerone, che

viene abbandonato da Ottaviano alla vendetta di Marco Antonio e i sicari di Marco Antonio

raggiungono Cicerone nel basso Lazio nella sua villa. Le fonti raccontano che Cicerone non

oppose neanche particolare resistenza e fu ucciso violentemente, decapitato e mozzata la mano

destra (mano con la quale durante le sue discussioni in Senato indicava o usava nella sua attività

di oratore) che fu appesa ai rostri del Senato a Roma, come monito per tutti gli oppositori.

I Cesaricidi superstiti si erano assicurati il controllo delle Province orientali e non intendevano in

alcun modo fare atto di sottomissione, nel 42 A.C., Ottaviano e Marco Antonio, affrontano i

repubblicani nella famosa battaglia di Filippi, in Macedonia e dopo alterne vicende riescono a

sconfiggere gli oppositori repubblicani. Bruto e Cassio si suicidano dopo la sconfitta di Filippi,

in questo modo si suggella fine della libera res publica (questo secondo gli storici è uno dei

passaggi chiave del percorso finale della storia della Roma repubblicana).

La situazione della repubblica dopo la battaglia di Filippi

Antonio, uno dei due triumviri vittoriosi, si reca in Asia, nelle Province Orientali, con lo scopo di

ottenere i fondi a danno delle città che avevano sostenuto i Cesaricidi e anche per risolvere il

problema sempre presente dei Parti.

Ottaviano torna in Italia con il compito di congedare i militari e di assegnare loro le terre che

questi aspettavano come compenso per l'opera prestata in guerra.

Lepido, il terzo dei triumviri, il quale non aveva partecipato alla battaglia di Filippi, gli vengono

affidate le Province Africane, escluso l'Egitto. Da questo punto in poi non sarà più un

personaggio decisivo di questi anni cruciali della repubblica.

Ottaviano è in Italia ed ha il compito di distribuire le terre ai veterani di guerra (i suoi legionari)

come premio dell'attività prestata. Il problema è che l'ager publicus è ormai esaurito e le finanze

di Roma non sono sufficientemente ricche, per consentire a Ottaviano di acquistare le terre

(italiane, perché almeno i legionari italiani avevano la pretesa di restare in Italia) da distribuire ai

suoi soldati. Il problema apparentemente è senza soluzione. Ottaviano quindi deve procedere a

nuove confische, a danno soprattutto di medi e piccoli proprietari. La situazione è aggravata dal

fatto che non ci sono più nemici dichiarati di Ottaviano e di Antonio da colpire attraverso le

confische e ai quali sottrarre le terre da assegnare ai soldati. Le vittime di queste confische

furono abbastanza scelte a caso e ci furono numerosissimi episodi di scontri anche sanguinosi,

tra veterani che aspiravano a occupare le terre confiscate e ovviamente i contadini proprietari,

che si vedevano spossessati senza in realtà un motivo giuridicamente valido.

Nel 41 A.C. Lucio Antonio, fratello di Marco Antonio triumviro, si mette a capo della protesta

(capeggia gli scontenti, i contadini) e proclama che il triumvirato è cessato. Ci sono vari tentativi

di accordo che però sono infruttuosi e scoppia una nuova guerra civile.

Questa guerra scoppia tra Lucio Antonio e Ottaviano. Ottaviano viene “salvato” dal fatto che gli

amici di Marco Antonio, non comprendono la politica di Lucio Antonio, non ne condividono la

politica e quindi restano neutrali, con la conseguenza che Lucio Antonio si trova isolato, è

costretto a rifugiarsi a Perugia (questo durante gli scontri che avvengono tra i rispettivi gruppi

armati) e alla fine Lucio Antonio si arrende al termine di un lungo assedio. Ottaviano lo grazia in

segno di rispetto verso il fratello, anche se incendierà la città di Perugia, in quanto aveva ospitato

Tribuno ribelle.

Ottaviano in seguito a questa breve guerra civile, impegna gli anni successivi, nel tentativo di

consolidare la sua autorità per conquistare una popolarità mai avuta. Adesso il suo compito è

quello di acquistare popolarità agli occhi dei romani.

C'è un altro problema che Ottaviano sfrutta a suo favore, che gli consente in qualche modo di

acquistare consensi tra i cittadini romani, in quanto in quegli anni e anche per tutto il periodo di

quando c'era Gaio Giulio Cesare al potere, c'era stata una permanente minaccia per l'egemonia

romana almeno nel Mediterraneo, incarnata da un personaggio di nome Sesto Pompeo, figlio

Pompeo Magno o Gneus Pompeus. Sesto Pompeo non si era mai arreso né a Cesare, né ai

triumviri, in quanto tentava di dare filo da torcere al regime che governava Roma e che per lui

era un regime nemico, soprattutto controllando il mare. Sulla scia della tradizione paterna, Sesto

Pompeo aveva costruito una flotta importante e aveva conquistato varie volte la Sicilia, la

Sardegna, la Corsica. Soprattutto allo scopo di controllare gli approvvigionamenti di grano, di

cereali, verso Roma. Minacciava Roma in qualche modo affamandola, impedendo che

arrivassero alla popolazione i rifornimenti di cereali, in questo modo pensava di mettere in

scacco la classe dirigente e politica.

Nel 36 A.C., Ottaviano riesce a sconfiggere Sesto Pompeo, il quale si rifugia in Oriente e però

sceglie il rifugio sbagliato, perché si imbatte in Marco Antonio (che era in Asia) e quindi viene

sopraffatto e ucciso dalle truppe di Marco Antonio. Questa vittoria di Ottaviano, è una vittoria

molto importante nel suo tentativo di acquistare popolarità agli occhi dei romani, perché poté

sfruttare questa vittoria per vantarsi di aver messo fine alla carestia, che in qualche modo negli

anni precedenti affliggeva Roma. D'ora in poi Ottaviano reciterà la parte di pacificatore, in parte

fasulla in parte reale. Tra l'altro fa distruggere tutti i documenti con i quali si sarebbero potuti

individuare i nomi dei sostenitori di Sesto Pompeo. A questo punto Ottaviano vuole mettere fine

alle proscrizioni, alle vendette incrociate, l'epoca delle ritorsioni; vuole porre fine a tutte le

guerre civili.

In questa veste nuova di pacificatore, Ottaviano, inizia a dimostrarsi tollerante nei confronti

dell'ordine repubblicano, ostenta molto rispetto per le prerogative dei Magistrati ordinari e evita

di interferire nel loro operato.

Nel 36 A.C., un plebiscito, gli riconosce a vita uno Ius Tribunicium, che comporta una sacro

santitas, equivalente a quella di cui godono i Tribuni della plebe.

Marco Antonio in Oriente

La vicenda di Marco Antonio in Oriente è molto meno fortunata rispetto a quella di Ottaviano a

Roma. In Oriente Marco Antonio da principio tenta di ristabilire il prestigio delle armi romane,

soprattutto dopo la disfatta di Crasso a Carre (dove era persino morto).

Le campagne militari guidate da Marco Antonio non sono però fortunate, perché nuovamente

subisce una sconfitta all'opera dei Parti, anche se riesce a conquistare l'Armenia, che però

all'epoca non era un territorio molto rilevante, da un punto di vista strategico.

In Oriente Marco Antonio, inizia la sua relazione amorosa con Cleopatra VII°, bellissima. Questa

storia d'amore inizia fin dall'arrivo di Antonio in Egitto. Questa relazione ha un aspetto positivo e

uno negativo. L'aspetto positivo è che Antonio legandosi alla Regina d'Egitto, in qualche modo

ha accesso diretto alle risorse naturali dell'Egitto e l'Egitto era un paese ricchissimo. L'effetto

negativo è che la relazione con Cleopatra VII°, ha effetti disastrosi per l'immagine personale di

Marco Antonio, quindi sul piano politico, perché essendosi accompagnato a Cleopatra VII°, con

la quale tra l'altro avrà tre figli, Antonio può essere facilmente presentato da una propaganda

negativa, come un uomo succube di una Regina Orientale e quindi straniera e barbara. Quindi un

uomo totalmente soggiogato dal fascino di questa donna e distolto dai suoi doveri di cittadino

romano e di uomo politico eminente. La misura anche a livello dell'opinione pubblica romana si

colma quando Antonio distribuisce l'Armenia e altri territori Asiatici fra Cleopatra, i suoi tre figli

e il figlio di Cleopatra e Gaio Giulio Cesare. Tutti questi figli erano minorenni, fanciulli. Inoltre

si auto attribuisce il titolo di Re, come se non bastasse accettava anche di farsi venerare dal

popolo autoctono, come una sorta di semi Dio, quindi aveva sviluppato anche un culto della

personalità dai tratti orientaleggianti, del tutto estraneo alla mentalità romana.

Siamo nel 32 A.C. e ormai c'è una separazione netta tra i due personaggi, è come se governassero

su due parti distinte e per molti versi contrapposte di quello che è l'Impero romano, Ottaviano

ormai si trova in Italia e nella parte Occidentale e Antonio in questo suo delirio orientaleggiante,

invece controlla la parte Orientale dell'Impero. Lo scontro tra i due uomini ormai diventa

inevitabile.

Nel 32 A.C., ci sono due Consoli in carica a Roma, i due Consoli in questione sono: Gaio Sosio e

Gneo Domizio Enobarbo, questi due Consoli sono partigiani di Antonio. Appena assumono la

carica, questi due personaggi pensano immediatamente di attaccare Ottaviano, accusandolo di

non avere abdicato al triumvirato alla scadenza del termine.

Nel momento stesso in cui lo attaccano, annunciano una proposta di revoca dei suoi poteri, è da

tenere presente che il triumvirato era scaduto per tutti il 31 dicembre del 33 A.C. Anche se sia

Ottaviano che Antonio, avevano continuato a comportarsi di fatto come se fossero ancora

triumviri e ne portavano ancora il titolo. La loro iniziativa è bloccata grazie all'intercessio

tribunicia di un tribuno della plebe amico di Ottaviano e quindi blocca l'iniziativa dei Consoli. A

questo punto Ottaviano che si era prudenzialmente allontanato da Roma prima del blocco

dell'iniziativa attraverso il veto del Tribuno amico, rientra in città con un gran seguito di soldati,

anche se non la occupa militarmente e sferra una importante controffensiva di carattere politico

nella successiva seduta del Senato. Ottaviano partecipa a questa seduta, sedendosi

ostentatamente tra i due Consoli sulla sella curule. Si comporta in maniera ostentata come se

fosse davvero ancora triumviro, durante la seduta Ottaviano difende le ragioni del suo

comportamento e dice che sono disposto a tornare privato cittadino a condizione che Antonio

faccia altrettanto e torni a Roma lasciando l'Oriente. Il Senato non segue i Consoli, non riescono

di fatto a convincere il Senato e appoggia comunque (seppur non in maniera chiara) Ottaviano. I

Consoli si affrettano a lasciare Roma con un seguito di Senatori, intorno ai 200, che

patteggiavano per Antonio e lo raggiungono in Oriente. A questo punto Ottaviano è per la

seconda volta (dopo la vittoria contro Decimo Bruto), l'unico uomo politico eminente presente a

Roma. Ottaviano qui è padrone di Roma in base alla semplice forza militare di cui dispone come

privato cittadino, un privato cittadino che si comporta ancora come triumviro, anche se non lo è

più formalmente, l'unica prerogativa giuridica che Ottaviano ha e che persiste è quella della

inviolabilità tribunizia, conferitagli nel 36 A.C.

Ormai gli schemi giuridici sono definitivamente saltati e la partita tra i due uomini si gioca tutta

sul piano politico e militare, il diritto è completamente evaporato.

Ottaviano è padrone di Roma anche se sa che quella che si profila all'orizzonte è una nuova

guerra civile. Ottaviano sa che per affrontarla in maniera adeguata, ha bisogno di costruire

attorno a sé il più ampio consenso possibile, perché quello che sta a cuore a Ottaviano è

ovviamente vincere la guerra, ma soprattutto in caso di vittoria, riuscire a legittimare il suo

controllo sulla repubblica, rendendolo stabile, definitivo, istituzionale. Ottaviano non vuole

soltanto vincere la guerra civile, ma vuole anche dopo la vittoria, instaurare un regime pacifico

ed evitare che emergano nuovi personaggi più o meno ambiziosi, pronti a tutto pur di salire al

potere.

A questo punto Ottaviano riprende la campagna propagandistica, volta a screditare Antonio,

distruggendone l'immagine. Ottaviano con i suoi consiglieri politici non si deve sforzare troppo

per giungere all'obiettivo, perché in effetti Antonio è facilmente attaccabile. Le fonti ci

raccontano che Antonio viene dipinto agli occhi dei romani come un: traditore, rammollito,

vittima dalla demenza provocata dalle magiche arti seduttorie di Cleopatra.

Antonio prima di partire per l'Oriente aveva affidato il suo testamento alle sacre Vestali, che

avevano il compito di custodire i testamenti, soprattutto di personaggi autorevoli.

Ottaviano pensa di sottrarre il testamento e di divulgarne il contenuto. Questo atto era

considerato un atto scellerato per i romani, di per sé l'iniziativa di Ottaviano era inaudita,

sennonché il contenuto del testamento fosse scellerato, perché nel testamento Antonio riconosce

giuridicamente i figli avuti da Cleopatra. Sempre nel testamento afferma che il figlio di

Cleopatra avuto da Giulio Cesare (Tolomeo Cesare), è il vero e unico discendente di Giulio

Cesare. Sempre nel testamento Antonio chiede di essere sepolto ad Alessandria, accanto alla

amata consorte. I romani rimangono allibiti dalla lettura del testamento, dimenticando il fatto che

Ottaviano lo abbia rubato alle sacre Vestali e sull'opinione pubblica romana, il contenuto del

testamento ha un effetto devastante per l'immagine di Marco Antonio. I romani si convincono di

avere a che fare con un degenerato, un uomo che vivendo tutti quegli anni in Oriente, si è

lasciato corrompere dal lusso, dal sesso e da piaceri di ogni tipo. Un'irresponsabile in balia di una

strega Orientale. Quello di cui si convincono i romani inoltre, è che Antonio possa essere anche

pronto a tramare con Cleopatra, per costruire un regno Orientale, regno del quale Roma sarebbe

stata soltanto una delle tante città, di fatto costruire un regno a Oriente al quale Roma sarebbe

stata sottomessa, un regno che avrebbe avuto Alessandria come capitale. I romani si convincono

che Antonio avrebbe in teoria anche potuto spezzare l'Impero e costruire un Impero Orientale che

avrebbe messo in crisi l'egemonia romana e addirittura sottomettere Roma. Si afferma già in

questa fase una separazione sempre più netta o almeno una percezione che ormai l'Impero

romano è composto di una parte Occidentale e di una parte Orientale, che però devono essere

tenute insieme. C'è il rischio che possano esplodere e separarsi e invece l'Impero va tenuto

compatto. Si teme che Antonio possa al limite favorire l'esplosione dell'egemonia romana e la

separazione dell'Impero.

Succede che verso la fine dell'autunno del 32 A.C., un po' dappertutto in giro per l'Italia,

assistiamo a manifestazioni plebiscitarie di fedeltà e di consenso nei confronti di Ottaviano. Le

varie città della penisola e poi tutte le Province Occidentali, iniziano più o meno spontaneamente

a esprimersi in maniera plebiscitaria in favore di Ottaviano.

Al punto che tutta l'Italia e le Province Occidentali, giurano solennemente di obbedire a

Ottaviano e gli chiedono di assumere il comando di quella che ormai appare una crociata contro

le minacce che provengono da Oriente.

Ottaviano nelle sue res gestae in merito a Ottaviano:

“Giurò a mio favore tutta l'Italia spontaneamente e mi attribuì l'incarico di condurre la guerra,

che poi ho vinto ad Azio. Giurarono di seguito con le stesse parole, le Province della Spagna,

della Gallia, della Sicilia, dell'Africa, della Sardegna.”

Questa è la legittimazione che Ottaviano attendeva per la sua azione politica e militare ed è una

legittimazione tutta politica, non c'è nulla di giuridico, perché il giuramento dell'Italia e poi di

tutte le Province Occidentali a favore di Ottaviano non è un atto giuridico. Questo giuramento

giuridicamente non è niente, è però un atto politico fondamentale. Con questo giuramento si

realizza una mobilitazione che non è soltanto una mobilitazione militare, ma è anche una

mobilitazione morale di cui Ottaviano ha bisogno per chiudere i conti con Marco Antonio. A

questo punto come Sacerdote Feziale (Ottaviano ha anche il compito di Sacerdote Feziale),

Ottaviano compie di fronte al tempio di Bellona fuori dal Pomerio i rituali necessari per la

dichiarazione di un bellum iustum, guerra giusta. La cosa geniale è che Ottaviano non dichiara

guerra a Antonio, ma dichiara guerra a Cleopatra, questo fatto mette in confusione i fedelissimi

di Antonio, infatti molti di questi consigliano di allontanarsi da Cleopatra, in modo che la causa

di Cleopatra non venga confusa con quella di Antonio. Antonio resta fedele a Cleopatra, con la

conseguenza che molti dei suoi seguaci lo abbandonano, molti disertano e passano nelle file di

Ottaviano.

Nel 31 A.C., ad Azio Antonio si lascia attirare con la sua flotta in una posizione sfavorevole e la

flotta di Antonio è bloccata in questa posizione dalla flotta di Ottaviano, comandata da Agrippa.

Antonio ormai sa bene di non aver più la fiducia dell'esercito e dei cittadini romani. Preso dalla

disperazione decide di abbandonare le sue truppe, cerca di forzare il blocco navale che lo

costringe a restare fermo per raggiungere l'Egitto, ma così facendo perde più della metà della

flotta, ad Azio. Egli ormai sa che non ha più alcuna speranza di sconfiggere Ottaviano.

Nel 30 A.C., Ottaviano giunge ad Alessandria, Antonio e Cleopatra che sono ormai

completamente isolati si suicidano e l'Egitto diventa una Provincia romana.

Le fonti danno la definizione di Augusto di: optimus stauts auctor, che significa autore di un

ottimo stato.

Ottaviano dopo la sconfitta di Marco Antonio (31-27A.C.) e

successivi avvenimenti

Dopo la battaglia di Azio, Ottaviano ha un potere enorme, si trova a capo di ben 50 legioni e

gode di un prestigio straordinario, di fatto è il signore dello stato romano, nessun uomo prima di

lui si era trovato in una situazione paragonabile. Ha allo stesso tempo un problema grane, che è

quello di dare a questo potere personale, una veste giuridica.

Deve quindi creare i presupposti giuridici che rendano possibile l'esercizio di un potere personale

che ha caratteri monarchici, nel rispetto però delle forme repubblicane, nel rispetto del quadro

istituzionale repubblicano. Si tratta di innestare all'interno delle forme istituzionali e

repubblicane che rimangono (modificate ma rimangono), un potere personale che ha tutte le

caratteristiche di un potere monarchico, si tratta di creare un nuovo regime costituzionale. Gli

storici ci dicono che Ottaviano fosse un genio della politica. Negli anni che vanno dal 31 A.C.

(vittoria di Azio) e il 27 A.C., Ottaviano si muove con molta prudenza e ricerca in tutti i modi il

compromesso, non vuole forzare i tempi.

Si rende conto che la questione politica e sociale romana è ancora molto fragile e si sforza in tutti

i modi di creare un nuovo equilibrio sociale e lo fa cercando in qualche modo di contemperare, di

far stare insieme, di mettere d'accordo, le esigenze dei ceti che erano usciti vincenti dalla guerra

civile (Cavalieri e proletari), con le esigenze contrapposte del ceto che era uscito sconfitto (ceto

Senatorio).

La parola chiave che guida la politica di Ottaviano in questi anni (31-27 A.C.) la potremmo

riassumere con la parola normalizzazione, sia nella vita sociale, sia nella vita politica. Finita una

volta per tutte la grande paura, lo strazio delle guerre civili, Ottaviano che adesso gode di un

consenso strepitoso, ha il compito di restaurare la normalità, la normalità nella vita politica e

nella vita sociale. Ottaviano procede in maniera molto lenta, ma con molta abilità e sullo sfondo

l'obiettivo è sempre quello di calare all'interno delle forme costituzionali repubblicane, la realtà

di un potere personale di tipo monarchico.

Questo è l'obiettivo al quale punta. Nonostante l'incredibile potere personale del quale gode, egli

non abbandona mai la reale posizione di potere giuridico fino a che non è pronta una soluzione

alternativa valida. Nel senso che fino al 27 A.C. Ottaviano conserva una posizione assolutamente

singolare nel quadro delle istituzioni repubblicane. Una posizione che non è sostenibile, dal

punto di vista della legalità repubblicana, ma giustifica il mantenimento di questa posizione

giuridico politico anomala, da un punto di vista repubblicano, facendo leva su una nozione

esclusivamente politica, la condizione di: consensus universorum, consenso di chiunque.

Nel 32 A.C., erano scaduti i poteri straordinari conferiti dalla Lex Titia ai triumviri, conferiti

antecedentemente nel 43 A.C., questi poteri dovevano durare 5 anni, ma furono rinnovati per il

quinquennio 38-33 A.C.

Ottaviano quindi non è più triumviro e fonda la sua posizione politica, esclusivamente sul

famoso giuramento formale che l'Italia e le Province Occidentali gli sottopongono e sulla sacro

santitas conferitagli a titolo vitalizio nel 36 A.C. (l'intoccabilità di cui gode anche se non è

Tribuno della plebe formalmente, ma gode della stessa sacro santitas).

Ciò non basta perché Ottaviano non esita ad assumere il Consolato dal 31 A.C. in poi,

ovviamente assunto in maniera del tutto “incostituzionale”.

Nel 30 A.C., dopo la morte di Antonio, Ottaviano si fa conferire tutte le altre potestà tribunizie,

quindi la possibilità di porre il veto, la possibilità di presentare una proposta di legge. Un

esempio tipico che gli storici fanno di questa prima fase (31-27 A.C.), di come si muove

Ottaviano, è la sistemazione che dà all'Egitto. L'Egitto diventa una Provincia romana, prima non

era formalmente una Provincia romana. L'Egitto è comunque una Provincia particolare e non può

essere assimilato alle altre Province Orientali (Ponto, Siria) perché l'Egitto costituisce, in quegli

anni, un paese a cultura mista. E' un paese nel quale convivono una cultura di stampo greco,

(città di Alessandria) e una cultura di stampo Egizio, cultura tradizionale egizia. Queste due

culture vivono a volte convivendo e fondendosi, anche se molte volte sono contrapposte e non

riescono a integrarsi.

Ottaviano una volta che l'Egitto diventa una Provincia romana, escogita un tipo di ordinamento

Provinciale che sia in grado di tener conto di tutte queste caratteristiche e che possa in questo

modo assicurare la stabilità della conquista romana sull'Egitto. Non annette semplicemente

l'Egitto all'Impero come si faceva in passato con le altre Province (come aveva fatto Pompeo con

le vecchie Province, che aveva fondato Bitinia Ponto e Siria). In questo caso l'Egitto viene

formalmente aggiunto all'Impero del popolo romano, questo è quello che i testi ci tramandano. In

questo modo l'Egitto riceve una amministrazione che è data direttamente dall'Imperatore, che lo

ha aggiunto di sua volontà all'Impero. Non è soltanto un dato formale, il governo dell'Egitto da

questo momento in poi, attraverso una Lex data (provvedimento stesso di Ottaviano), viene

affidato esclusivamente a un funzionario di rango Imperiale scelto tra i Cavalieri, il quale assume

la qualifica di Praefectus Alexandriae et Aegypti. In questo modo Ottaviano raggiunge due

obiettivi:

1) in qualche modo compensa gli Egiziani del fatto di aver perso il proprio Re Dio. Come molti

Orientali tendevano a divinizzare il sovrano. Il sovrano è un Dio in terra.

Inoltre con la presenza di un rappresentante diretto dell'Imperatore romano in terra Egiziana, si

pongono secondo gli storici, le premesse per facilitare la fusione tra le due anime del Paese

(Ellenistica ed Egiziana).

2) Il secondo obiettivo che Ottaviano raggiunge con questa sistemazione, cioè affidando il

governo dell'Egitto a un Legato Imperiale di rango equestre, è quello di evitare che l'Egitto possa

essere governato dal Senato. Ottaviano affida l'Egitto solo ai Cavalieri, in questo modo scongiura

il rischio che si formino ambizioni personali all'interno del Senato, che potrebbero in futuro

minacciare la sua supremazia.

Ottaviano agisce in profondità anche nel tessuto sociale ed economico del paese, ad esempio la

casta Sacerdotale, che in Egitto era fortissima, viene ridimensionata.

Viene riformato il sistema fiscale, a vantaggio dei cittadini romani presenti sul territorio.

Viene soprattutto coniata la moneta divisionale Egiziana, fino a quel momento l'Egitto non aveva

una sua valuta. Da questo momento in poi inizia a circolare una moneta Egiziana e il fatto che

inizi a circolare questa moneta, ci saranno effetti positivi sull'economia Egiziana.

L'ordinamento Egiziano che Ottaviano elabora in questi anni, viene considerato dagli storici

come uno dei primi esempi della breccia che Ottaviano comincia ad aprire nell'ordinamento

repubblicano. Gli storici considerano la sistemazione giuridico costituzionale dell'Egitto, come la

prima pietra della costruzione dell'ordinamento Imperiale.

Risolto il problema dell'Egitto Ottaviano ha il problema dei rapporti con il Senato. Ottaviano non

si fida minimamente del Senato, nutre sospetto di una assemblea, i cui membri per la

maggioranza gli erano stati ostili. Il Senato ha un atteggiamento nei confronti di Ottaviano, che è

un misto di sudditanza e di piaggeria, tentano di ingraziarsi Ottaviano. Tant'è che dopo la morte

di Antonio, vengono emanati tre Senato Consulti, ratificati da plebisciti e vengono emanati su

iniziativa del Senato. Con questi Senati Consulti si conferisce il ius auxilii a Ottaviano oltre il

Pomerium, il che non era mai successo.

In secondo luogo si conferisce a Ottaviano il potere di giudicare sugli appelli, proposti contro gli

atti dei Magistrati.

Infine il terzo Senatus Consulto attribuisce a Ottaviano il calculus Minervae, che è il potere di

integrare con il suo voto, il voto mancante per l'assoluzione di un cittadino romano reo, nel caso

sia necessario un solo voto per la grazia. Ottaviano potrà esercitare un potere di grazia in ultima

istanza. Questi poteri gli vengono attribuiti dallo stesso Senato alla morte di Antonio.

Nonostante tutto Ottaviano continua a non fidarsi dell'assemblea Senatoria, anche perché nel

momento decisivo con la lotta con Antonio molti lo hanno tradito, salvo poi in alcuni casi

retrocedere e fare atto di sottomissione a Ottaviano; ma sono comunque personaggi che in gran

parte, Ottaviano non si fida.

All'interno del Senato c'era un po' di tutto: clienti di Ottaviano, suoi acerrimi nemici, esponenti

illustri della democrazia repubblicana che non si erano schierati, c'erano poi anche avventurieri

delle guerre civili: soldati, centurioni, figli di liberti, alcuni Galli Transalpini.

Non a caso, nonostante la piaggeria dei Senatori, Ottaviano procede subito nel 29 A.C. (dopo

aver sistemato l'Egitto), procede a una lectio Senatus, una nomina di Senatori. Alla fine non

viene sconvolta l'assemblea, anche perché tra dimissioni più o meno volontarie ed espulsioni,

circa 190 Senatori abbandonano l'aula. Non si tratta di una vera e propria epurazione, anche se

Ottaviano raggiunge il suo obiettivo, ovvero è quello di avere un'assemblea più malleabile e

omogenea, un'assemblea che gli possa essere meno riottosa, questo avviene nel 29 A.C.

Da questo Senato così rimodellato, Ottaviano si fa proclamare Princeps, da cui Principato e

adotta un titolo che era già stato analizzato e studiato dalla tradizione letteraria repubblicana,

assumendo stabilmente il prenome di Imperator, Priceps et Imperator. Il termine di Princeps si

carica di un significato politico fortissimo. Il fatto che Ottaviano si faccia chiamare Imperator

non è semplicemente un fatto formale, qui è un fatto sostanziale, perché il fatto che Ottaviano sia

Imperator, implica che tutti i cittadini romani siano di fatto equiparati a soldati; in questo modo

svanisce la distinzione fondamentale tra Imperium Militiae e Imperium Domii. Definendosi

Imperator Ottaviano fa evaporare questa distinzione, con il risultato che i cittadini romani sono

sempre e comunque assimilati a soldati. Ottaviano stabilisce che questo titolo di Imperator sia

trasmissibile al figlio primogenito, questo rappresenta un mutamento fondamentale, in quanto la

forma monarchica presuppone che si decida il principio in base al quale avvenga la successione,

normalmente è il principio ereditario.

Il biennio fondamentale è il biennio 28-27 A.C., nel quale si definiscono le forme costituzionali

del Principato. La soluzione è possibile soltanto se si individuano le ragioni del compromesso,

cioè le condizioni alle quali può reggersi il compromesso tra forme repubblicane e sostanza

monarchica. La fortuna politica e sociale di Roma dipende da questo. Proprio questo

compromesso tra forme repubblicane e sostanza monarchica che è il punto nodale del nuovo

ordine. La parola chiave è normalizzazione, infatti a partire dal 28 A.C., Ottaviano attua in

maniera deliberata un processo di normalizzazione. Divide intanto i fasci Consolari con un

collega, cioè nel 28 A.C., viene eletto un altro Console.

Restituisce le altre Province dell'Asia (quindi Bitinia Ponto e Siria) all'amministrazione del

Senato; abolisce le norme triumvirali eccezionali e ripristina la legislazione ordinaria.

Ottaviano vuole normalizzare il quadro politico/sociale, ma vuole preparare due sedute

Senatorie, che si riveleranno decisive e queste sedute sono quelle del 13 e 16 gennaio del 27

A.C.

Nella seduta del 13 gennaio 27 A.C., Ottaviano si reca al Senato e dichiara molto formalmente

di voler restituire la res publica al Senato, cioè dichiara di voler restituire il governo dello stato al

Senato. Tutto ciò avviene nello stupore generale e nel timore di molti che temevano che con

questo gesto potesse riaprirsi la parentesi terribili delle guerre civili. Gli storici ritengono anche

che ci fosse anche una sincerità di fondo nel comportamento di Ottaviano, anche se è certo che la

seduta del 13 gennaio è stata preparata attentamente e infatti subito dopo l'offerta che Ottaviano

fa di restituire la res publica al Senato, si levano proteste innumerevoli e offerte più o meno

spontanee, ma insistenti, di recedere dal suo intento e di abbandonare la sua decisione di

restituire la res publica. Risultato è che Ottaviano recede dalla sua decisione e conserva il

Consolato, quindi resta Console e assume un Imperio speciale sulle Province no pacatae, cioè il

compito di governare le Province più turbolente. I Pro Consoli assumono invece il governo delle

altre Province e ne rispondono direttamente al Senato. Il popolo nei suoi comizi, le Magistrature,

il Senato riprendono l'esercizio legittimo delle loro funzioni, questo avviene il 13 gennaio 27

A.C.

Solo tre giorni dopo il Senato si riunisce nuovamente (16 gennaio 27 A.C.) e lo fa per

ringraziare Ottaviano del gesto, cioè del fatto di aver offerto la res publica al Senato e di aver

riconosciuto quindi la sua supremazia. Succede che a Ottaviano viene conferita la corona

d'alloro, gli viene dedicato in Senato uno scudo aureo, sul quale vengono incise i nomi delle virtù

che vengono riconosciute più o meno unanimemente a Ottaviano: clementia, virtus, iustitia e

pietas. Gli viene data la corona d'alloro, come già detto. Soprattutto su proposta del Console in

quel momento in carica gli viene conferito il titolo di Augustus, Augusto in italiano. L'Augustum

augurium, cioè l'augurium massimo era l'augurium sotto il quale si era deciso di fondare Roma,

prima di far qualcosa di importante i romani attraverso gli Auguri, interrogavano la divinità. La

decisione di fondare Roma per la tradizione era stata presa soltanto in presenza di questo

augurium Augustum, il massimo degli auguri possibili. Il Senato attribuisce a Ottaviano un titolo

che nessuno aveva mai avuto prima, il titolo di Augustus, come se Ottaviano venisse in qualche

modo considerato alla stregua di un nuovo fondatore di Roma, di un nuovo Romolo. Non è

semplicemente una cerimonia formale con la quale si consegna uno scudo e un titolo.

Con questa cerimonia di grande impatto formale si forma il cosiddetto stato dell'auctoritas,

l'auctoritas è il principio formale alla base del Principato. Nella sostanza Ottaviano non esce da

questa cerimonia con poteri dittatoriali, prende solo ciò che gli serve, prende il Consolato e un

gruppo di Province da stabilizzare con le legioni già presenti.

La dimensione fondamentale di questa operazione è quella ideologica, appunto l'auctoritas, ed è

proprio il concetto di auctoritas, che d'ora in poi rappresenta l'elemento in base al quale può

reggersi quell'equilibrio non facile tra la forma repubblicana da un lato e la sostanza monarchica

dall'altro. Queste due forme stanno insieme, attraverso il concetto di auctoritas.

Augusto nelle res gestae (ci spiega cosa significa auctoritas):

“Post it tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihil amplius abiu quam caeteri;

qui nihil quoque in Magistratu con legae fuerunt.

Tradotto:

Dopo quel tempo fui superiore a tutti in auctoritas, ma non ebbi una potestas superiore agli altri

che mi furono colleghi nelle Magistrature.”

Ci descrive cosa cambia, ed è l'auctoritas che fa la differenza, ed è per questo che c'è una

sostanza monarchica che riesce a convivere con le forme repubblicane, gli altri Magistrati sono

colleghi di Augusto nella Magistratura.

auctoritas

L' è un concetto arcaico, un concetto di carattere giuridico e sacrale e Ottaviano lo

riesuma utilizzandolo con una finalità precisa, cioè la finalità è quella di costruire un nuovo stato

a partire dalla persona del Princeps, ed è questo il concetto che Ottaviano con i suoi consiglieri di

cui si circonda, utilizza. Ottaviano rispolvera questo concetto con la finalità di riuscire a costruire

un nuovo concetto di stato, impregnata sulla persona del Princeps, quindi su una personalità forte

che ha un ruolo eminente nel contesto istituzionale. Istituzionalizzare il carisma personale del

Princeps, che adesso è Ottaviano poi il ruolo sarà rivestito da altri personaggi. Alcuni storici e

alcuni annalisti, presi un po' anche dall'enfasi retorica, hanno considerato Ottaviano Augusto, una

sorta dell'uomo della provvidenza, come se fosse un uomo inviato da Dio, per porre termine a

una situazione intollerabile di guerra civile, per costruire la Roma Imperiale, la Roma universale.

Sicuramente era un genio della politica Ottaviano e come tutti i geni della politica sapeva

muoversi e adattarsi alle circostanze concrete e interpretarle al meglio. Augusto sapeva che non

era possibile parlare di restaurazione della repubblica, senza appunto salvare le forme

repubblicane, non a caso Augusto ripristina i Comizi e le procedure elettorali ordinarie, però

introduce una serie di meccanismi che gli consentono di controllare queste procedure, quindi di

controllare e di fatto togliere alle elezioni il loro effettivo valore.

Una delle caratteristiche di un grande uomo politico è la capacità di saper controllare le

situazioni, interpretare le situazioni e i contesti concreti e muoversi con decisione, ma anche con

prudenza. Il Senato rappresentava una minaccia per Augusto e il Senato andava controllato.

Augusto (come già visto sopra) compie una prima epurazione, anche se lo omaggia,

introducendo un organo politico molto importante chiamato Consilium Principis, che non è

altro che una sorta di commissione ristretta, preposta alla discussione di quanto poi avrebbe

costituito oggetto delle discussioni dei lavori dell'assemblea Senatoria. In questo modo la

funzione del Senato diventa sempre di più quella di ratificare decisioni prese altrove e

precisamente nel Consilium Principis (l'intento di controllare il Senato viene attuato con

strumenti molteplici e non semplicemente con una epurazione e un rimodellamento della

composizione materiale del Senato).

Tra il 25 e 24 A.C., Ottaviano Augusto, attraversa un periodo molto complesso, ci sono dei

tentativi di insurrezione, comunque vengono controllati e non degenerano in guerre civili, anche

se la salute di Augusto vacilla, un po' per la tensione e lo stress.

L'anno 23 A.C., può essere considerato formalmente l'anno di inizio del Principato, in

quest'anno Augusto vara formalmente un nuovo assetto costituzionale e questo passaggio

rappresenta davvero il momento di passaggio dal vecchio al nuovo sistema.

In concreto Augusto depone il Consolato, lo aveva mantenuto ininterrottamente dal 32 A.C. e

assume l'Imperium Pro Consulare maius et infinitum, Imperio Pro Consolare maggiore e infinito.

Un Imperium superiore qualitativamente a tutti gli altri Pro Consoli (coloro che esercitano

l'Imperium sulle Province) e si tratta di un Imperium non delimitato a livello spaziale. La

conseguenza è che tutti gli altri Pro Consoli sono ridotti al rango di Legati di Augusto, di Legati

Imperiali.

Il secondo elemento decisivo è questo: a partire dal 1 luglio 23 A.C. Augusto assume la

tribunicia potestas a titolo vitalizio e nella sua piena estensione, dal 36 A.C. Augusto aveva la

inviolabilità tribunicia, la sacro santitas. Dal 23 A.C. non è Tribuno della plebe, ma in quanto

titolare della tribunicia potestas, ha tutta la postestas dei Tribuni, il che significa che può far

votare plebisciti con valore di legge, può convocare il Senato, può usare il diritto di veto.

A questi due elementi (Imperium Pro Consulare maius et infinitum e a tribunica potestas),

Augusto aggiunge l'auctoritas, che conferisce un sapore completamente diverso ai singoli poteri.

I pilastri fondamentali del Principato e della monarchia romana saranno sempre e soltanto questi

due, cioè Imperium Pro Consulare (sostanzia il potere di comando militare del Princeps) da un

lato, e la tribunicia potestas (invece rappresenta la base giuridico costituzionale del potere del

Princeps) dall'altro. Augusto e gli Imperatori successivi non avranno bisogno di altri poteri.

Augusto infatti rifiuterà sempre il Consolato, lo assumerà soltanto in una occasione e solo nel 2

A.C., accetterà il titolo solamente formale, di pater patriae, padre della patria.

I rapporti tra Princeps e Senato

La caratteristica fondamentale del Principato è quello del sovrapporsi di un potere egemone, di

un potere personale di tipo monarchico, su una struttura giuridico/costituzionale di natura

repubblicana, che è composta (nella Roma repubblicana) da due elementi fondamentali: il popolo

e il Senato. Secondo la massima latina si diceva: “Senatus censuit, populusque iussit”, il Senato

ha deciso e il popolo ha ordinato, era il brocardo nel quale si sintetizzava la sostanza della forma

repubblicana.

Augusto in quanto Imperator ha assunto la rappresentanza diretta del popolo; con la qualifica di

Imperator ha fuso i due elementi di Imperium Domi e di Imperium Militiae, ha di fatto

trasformato tutti i cives romani in soldati e ha assunto la rappresentanza diretta del popolo.

Quello che resta da definire in maniera più chiara è il tema dei rapporti con il Senato, perché

comunque non ha finito di risolvere la questione Augusto. Il Senato rappresenta il baluardo da

sempre, nell'ideologia repubblicana, è il luogo della classe egemone della civitas. Si tratta di una

classe dirigente che una propria cultura, una propria tradizione, ed è attaccata alla carica e al

ruolo non solo per motivi di prestigio, ma anche per ragioni economiche.

Augusto ha successo nella sistemazione dei suoi rapporti con il Senato, perché omaggiando e

rispettando (almeno formalmente la natura repubblicana della civitas), ha la forza di non

stravincere, che è un altro requisito dei grandi uomini politici. Sanno capire fino a dove è giusto

spingersi ed oltre non vanno. Nei confronti del Senato Augusto non stravince nel senso che

conserva al Senato alcune prerogative che comunque ne giustificano la sopravvivenza e che pur

giustificano la sopravvivenza del Senato e allo stesso tempo non erodono la sostanza del potere

del Princeps. Il ruolo del Senato rimane in piedi con il ruolo dominante del Princeps. Tuttavia

non possiamo parlare in nessun modo di una divisione eguale di poteri tra Princeps e organo

senatorio. Il Senato conserva almeno formalmente il potere di investitura, cioè il potere di

conferire l'incarico al Princeps.

Si tratta però di un mero potere di ratifica, perché in linea di principio l'investitura da parte del

Senato consisteva nel conferimento al Princeps dei due pilastri (Imperium Pro Consolare e

tribunicia potestas), però poi nella realtà il Senato si accontentava di conferire questi poteri al

personaggio che si imponeva nei fatti o che veniva imposto al Senato, il Senato non aveva un

potere di scelta. Con il passare del tempo il potere di investitura perse sempre più di contenuto e

assunse un ruolo meramente formale, un po' come la vecchia Lex Sacrata de Imperio (una

investitura formale ma priva di qualsiasi contenuto giuridico e politico), per quanto riguarda la

Roma monarchica repubblicana.

Il Senato mantiene il potere di investire almeno formalmente il Princeps, però va detto anche che

Augusto gli conferisce un ruolo importante nell'amministrazione delle Province, questa

prerogativa viene in qualche modo conservata. Vengono affidate al Senato le vecchie Province

Senatorio, l'Africa, la Francia del sud ovest (zona dei Pirenei), la Sicilia e la Sardegna, l'Asia.

Sono Province ricche, ma sono di relativa importanza da un punto di vista strategico e militare.

La prassi costituzionale che Augusto introduce, in qualche modo riconosce un ruolo importante

al Senato, ma la volontà del Princeps resta assolutamente predominante, nel senso che il Princeps

controlla totalmente la vita politica dello stato, ha il controllo della politica estera, ha il diritto di

guerra e di pace, gestisce l'amministrazione dello stato e comanda l'esercito. Se si vuole capire

meglio la natura che c'è tra Princeps e Senato è necessario tenere a mente due elementi:

1) il primo è il ruolo del Consilium Principis. Il gioco politico reale, le decisioni politiche vere a

Roma, d'ora innanzi, si svolgono tra tre soggetti e sono: il Princeps, il Senato e il Consilium. Il

Consilium essendo un organo ristretto è un organo che è in grado di mediare tra i primi due

organi, tra il Princeps e il Senato quindi. Il Consilium Principis con il passare del tempo

aumenterà sempre di prestigio e in importanza, fino al punto che nel Dominato (II°fase

dell'Impero) di fatto il Consilium Principis esautora completamente il Senato e lo relega a

funzioni sostanzialmente decorative.

2) Il secondo elemento da tenere presente nei rapporti tra Princeps e Senato, è il fatto che più il

Senato come organo in sé, sono i singoli Senatori a partecipare al governo dello stato, attraverso

un insieme di commissioni ristrette. Il Senato in quanto tale è un organo depresso, ma i singoli

Senatori (che godono ovviamente della fiducia del Princeps) vengono inseriti in commissioni

ristrette, che sono scelte e costituite dall'alto e sono spesso commissioni molto efficienti.

Indirizzano e prendono decisioni fondamentali nella vita politico costituzionale romano,

all'interno di queste commissioni i singoli Senatori svolgono un ruolo politico decisivo. I

Senatori vengono valorizzati anche attraverso la concessione (in base al rapporto di fiducia che li

lega ad Augusto) a ciascuno di essi di incarichi individuali come: Magistrature tradizionali o

Senatori che vengono nominati Legati di Province o Pro Consoli, o altre possibili cariche che

saranno poi previste.

La trasformazione e la depressione del ruolo del Senato era anche agevolata da un elemento

fattuale, cioè le guerre civili che si erano susseguite e che si erano concluse da poco, avevano

distrutto buona parte della vecchia nobilitas.

Appiano descrive nelle sue opere la sorte degli ultimi soggetti perseguitati dalle liste di

proscrizione (curiosità).

Il Senato non era più quella casta chiusa, consapevole del proprio ruolo e con una forte identità

di classe, ormai era un'assemblea completamente diversa rispetto a quella che nel corso degli

ultimi 150 anni della storia della Roma repubblicana, aveva partecipato attivamente alla vita

politica tragica della civitas.

D'ora in poi in Senato avremo tutta una serie di personaggi devoti al Princeps e che il Princeps

non ha bisogno di controllare, in quanto buona parte sono suoi seguaci. Dal Princeps dipende la

loro carriera politica e anche la loro fortuna economica.

Negli apparati statuali complessi, la decisione politica è meno importante rispetto alla

dimensione amministrativa, quella che si chiama funzione amministrativa; non a caso poi con lo

stato di diritto che nasce nel corso del XIX°secolo si sviluppa anche a livello disciplinare (diritto

amministrativo, che non esisteva prima). Il diritto amministrativo rappresenta l'esito finale a

livello giuridico di un processo storico segnato dall'accrescersi e dal complicarsi delle strutture

statuali.

In un quadro nel quale l'amministrazione è sempre più importante e la politica è sempre meno

significativa, è evidente che il Senato passa in secondo piano, perché il Senato almeno per come

era organizzato a Roma, si presenta sempre meno in grado di rispondere alle esigenze concrete

poste dalla vita dello stato. Questo perché il Senato romano è tipicamente una assemblea di tipo

spontaneistico, cioè è una struttura che non è organizzata in senso proprio: non ha uffici o archivi

che ne registrano l'attività, non ha un personale subalterno o di servizio, non ha una tradizione

amministrativa sua, non dispone di molte risorse finanziarie, non ha una sua struttura di polizia.

Non risponde agli standard di un organo amministrativo razionalmente strutturato, quindi in una

dimensione in cui l'amministrazione diventa centrale, il Senato è sempre più disfunzionale, cioè

non all'altezza dei bisogni concreti della vita politico/sociale dell'epoca. I Senatori spesso erano

personaggi molto colti, erano degli oratori, sapevano ben parlare, in molti casi erano anche dei

fini giuristi, o erano degli abili comandanti militari, ma non hanno mai pensato di creare una

struttura organizzativa stabile. E' ovvio che in un contesto del genere la capacità di impulso

politico/amministrativo del Princeps e dei suoi consiglieri, raccolti nel Consilium Principis, sia

destinata a diventare preponderante.

Per capire quale piega prende il rapporto tra il Princeps il Senato, è necessario fare riferimento

alle tre lectiones (nomina dei Senatori), che Augusto compie nel corso della sua parabola politica

e di cui noi abbiamo nelle res gestae.

La prima lectio Senatus è quella che viene effettuata negli anni 29/28 A.C., che ha l'effetto di

rimuovere un numero non irrilevante di Senatori, 50 si ritirano volontariamente, 140 circa si

dimettono sulla base di un consiglio che veniva dall'alto e che non era praticamente possibile

disattendere.

Noi sappiamo anche che i Censori eletti nel 22 A.C. non riescono a effettuare il censimento e

soprattutto non riescono a effettuare la lectio (che rientra nelle prerogative dei Censori), non la

effettuano data la situazione complicata in cui versa la vita politica romana dell'epoca.

Augusto procede ad una seconda lectio, che ha luogo nel 18 A.C. Augusto fissa definitivamente

a 600 il numero dei Senatori e sarà il numero definitivo dei Senatori per tutta la storia di Roma

successiva. Nomina direttamente i primi 30 membri della nuova composizione. Infine elabora un

meccanismo complesso, che è un intreccio tra cooptazione e sorteggio studiata apposta per

reintegrare il resto dell'assemblea. Ognuno di questi 30 Senatori scelti da Augusto deve scegliere

a sua volta 5 nominativi (quindi 150 Senatori). Dei 150 nominativi così raccolti ne vengono

sorteggiati 30, che vengono direttamente a far parte del Senato. Attraverso operazioni analoghe,

che prendono le mosse dalla scelta di 5 nominativi da parte di ognuno dei nuovi eletti, si

raggiunge il numero complessivo di 600 Senatori.

Le revisioni sono effettuate con l'obiettivo di eliminare gli avversari politici, anche se in questa

fase gli avversari politici vengono eliminati non fisicamente ma politicamente, non vengono

uccisi.

La terza lectio di cui ci parlano le fonti (e in particolare le res gestae) viene effettuata negli anni

che vanno dal 13 all'11 A.C. Per poter diventare Senatori restavano validi i presupposti arcaici,

intanto era necessario essere benestanti, Augusto lo eleva a 1 milione di Sesterzi (requisito

censitario). Oltre al censo, importante era anche importante il fatto di aver ricoperto una

Magistratura (Consolato, Pretura, Edilità, Questura, Tribunato). Di conseguenza l'età minima per

poter diventare Senatori è 25 anni; è sempre poi possibile la cosiddetta ad lectio, ovvero la scelta

di un cittadino indipendentemente dal fatto che abbia rivestito una Magistratura tradizionale,

anche in passato era stato fatto dai vari uomini politici che controllavano Roma, la nomina

diretta di un privatus a Senatore, a prescindere dal fatto che questi abbia o meno ricoperto nella

sua vita pregressa, un incarico magistratuale. Nel caso dell'ad lectio il nuovo Senatore doveva

essere ascritto a una delle categorie senatorie esistenti, il Senato si divideva in vari gruppi a

seconda della Magistratura che avevano ricoperto i vari Senatori. Quando un privatus veniva

chiamato a ricoprire la carica di Senatore, doveva per ragioni anche organizzative interne al

Senato, essere ascritto a una delle categorie nelle quali era diviso il Senato. Storicamente

troviamo tre tipi di ad lectio:

1) ad lectio inter Pretorios, il caso in cui i privati venivano ascritti al gruppo dei Senatori Pretori,

coloro che avevano ricoperto la Magistratura di Pretori;

2) ad lectio inter Tribunicios, privati ascritti alla categoria dei Senatori ex Tribuni della plebe;

3) ad lectio inter Aedilicios, privati che venivano ascritti alla categoria dei Senatori ex Edili.

Il ruolo dei Senatus Consulta all'epoca del Principato

I Senatus Consulta in epoca Imperiale assumono definitivamente forza di legge, cosa mai

avvenuta prima. Del fatto che i Senatus Consulta acquistino forza di legge ce lo riferisce uno dei

principali Giuristi Latini, che è Gaio, il quale usa questa espressione:”Legis vicem optimet”, che

vuol dire ottiene il ruolo di legge, forza di legge. Il Senatus consultum acquista a tutti gli effetti

forza di legge.

In epoca repubblicana gli interventi normativi del Senato, in materia di diritto privato sono

rarefatti, il Senato interviene di rado in materia di diritto privato. In epoca repubblicana il Senato

è molto più attivo in materia di diritto penale, in tema di repressione criminale (vedere libro

Santalucia).

Il quadro però muta in maniera molto significativa in epoca Imperiale, in quanto il ruolo del

Senato in materia penale, criminale, di fatto evapora. Nel corso del I°e del II°secolo A.C., il

Senatus Consultum è lo strumento normativo preferenziale utilizzato per introdurre

nell'ordinamento generale norme di carattere generale astratto. Il Senatus consultum in epoca

Imperiale prende di fatto il posto delle Leges Rogate che erano le leggi approvate dai comizi

centuriati e dai concilium plebis. Soprattutto nella I°fase del Principato il Princeps, si serve dei

Senatus Consulta per indirizzare l'attività giusdicente e normativa del Pretore e per guidarlo nelle

innovazioni che è necessario introdurre nell'Edictum.

Su impulso del Princeps, il Pretore elabora e sviluppa la sua attività giusdicente e normativa e

quindi di fatto accresce e perfeziona l'Editto. Da tenere presente che per tutto il I°secolo D.C., i

più importanti Senatus Consulta vengono in effetti attuati dal Pretore, tramite l'esercizio del suo

Imperium e della sua Iurisdictio. Per il I°secolo D.C., in realtà i Senatus Consulta vengono

implementati dal Pretore, dall'attività giusdicente del Pretore.

Il Senatus consultum Vellaeanum, che è del 46 D.C., impedisce alle donne di assumere

obbligazioni personali o reali a garanzia di terzi. Un altro Senatus consultum famoso è il Senatus

consultum Trebellianum, che è del 56 D.C., questo disciplina la materia del diritto delle

successioni. Con questo Senatus Consultum si concede al fedecommissario (moderno trust, sia

costituito tra vivi, sia in caso di morte) universale, le azioni spettanti a favore e contro al de

cuius; azioni alle quali resta civilmente legittimato, in via attiva e passiva l'erede. Ovviamente il

fedecommissario esercitando le proprie azioni, obbliga anche quelli che saranno chiamati ad

ereditare ed ha il potere di riscuotere e obbligarli a loro favore di riscuotere i crediti.

Di fatto il Pretore questi Senatus Consulta li recepisce e non fa altro che tradurli all'interno

dell'Editto.

Già nel I°secolo D.C., troviamo Senatus Consulta che non sono semplici direttive rivolte al

Pretore, ma che sono di per sé atti che hanno una diretta efficacia sul piano del ius civile, sono

atti che producono direttamente effetti nell'ambito del ius civile, senza l'intermediazione del

Pretore. Almeno per il I°secolo D.C., si tratta essenzialmente di Senatus Consulta che

disciplinano lo status delle persone, siamo nell'ambito del diritto di famiglia, status personarum.

Questi Senatus Consulta introducono direttamente norme, rilevanti per lo status personarum.

Questa parabola storica si conclude nel II°secolo D.C., che è il secolo nel quale effettivamente il

Senatus Consultum con effetti civilistici, diventa l'unico tipo di Senatus consultum praticabile.

Non abbiamo più dal II°secolo D.C. Senatus Consulta, che per essere effettivi hanno bisogno

dell'intervento del Pretore.

In questo periodo (II°secolo D.C.), troviamo altri provvedimenti molto importanti, che sono:

Senatus consultum Tertullianum e il Senatus consultum Orfitianum, del 178 D.C.; questi due

Senatus consulta disciplinano anch'essi la materia del diritto delle successioni, nel senso che

creano nuove figure di successivi civili ab intestato. Ovvero ab intestato vuol dire che non c'è

stato testamento, succedere a qualcuno che non ha fatto testamento, classico caso della

successione legittima. In particolare ammettono che la madre possa ereditare dal figlio

(ovviamente nel caso che il figlio pre muoia alla madre) e ammettono che il figlio possa ereditare

dalla madre. Questi due Senatus consulta prevedono queste due ipotesi e non presuppongono una

traduzione da parte del Pretore e sono immediatamente vigenti.

I Senatus consulta acquistano forza di legge, proprio perché sotto ai Senatus consulta è evidente

la volontà del Princeps, che è alla base di qualsiasi provvedimento normativo di rilievo adottato

dal Senato.

Alla fine il coinvolgimento della volontà del Princeps nella ideazione e poi nella promulgazione

dei Senatus consulta, porta all'esaurimento di questa stessa soluzione normativa. Alla fine

proprio perché la volontà del Princeps è sottesa, fondamentale e determinante, il Senatus

consulta nella storia costituzionale romana tende a perdere di peso e infatti noi sappiamo con

certezza che questo principio (che il Senatus consultum acquista forza di legge), viene

soppiantato da un'altra prassi che di fatto rappresenta la fotografia del fatto che alla base del

Senatus consulta vi è la volontà del Princeps. La prassi che finisce per soppiantare i Senatus

consulta, è quella della oratio del Princeps, le fonti parlano di oratio Principis in Senatu habita,

orazione del Principe tenuta in Senato.

Già nel I°secolo D.C. le fonti ci attestano di una prassi precisa, cioè l'Imperator prende

l'iniziativa di proporre il Senatus consultum mediante una oratio, che però non è un'orazione

come suggerirebbe il termine, ma è una relazione scritta e inviata al Senato da parte del Princeps,

che viene letta al Senato da un Questore delegato dal Princeps.

Via via che questa prassi si rafforza (la prassi della oratio a giustificazione della proposta di

Senatus consultum) i casi nei quali poi il Senato poi di fatto apporta delle modifiche concrete alla

proposta di Senatus consultum, presentata dal Princeps sono sempre più rare. Al punto che le

fonti non faranno più riferimento ai Senatus consulta, ma fanno direttamente riferimento

all'oratio, es. la norma tal de tali introdotta dall'oratio.

Verso la fine del II°secolo D.C., possiamo dire che l'oratio Principis vale ormai per se stessa,

cioè la presentazione della oratio al Senato, orami ha semplicemente la funzione di

pubblicizzare, di dare pubblicità al provvedimento legislativo adottato dal Princeps. Verso la fine

del II°secolo D.C. il Senatus consultum non esiste più e la prassi della oratio ha preso il

sopravvento e questa relazione scritta che viene letta all'assemblea, non è nemmeno più una

proposta fatta dal Princeps al Senato, di adottare un Senatus consultum con i criteri e contenuto

indicato dal Princeps, ma è essa stessa il provvedimento, che viene letto e pubblicato attraverso

la lettura in Senato.

La successione del Princeps

Abbiamo già visto cosa è il Principato e in particolar modo è una forma costituzionale

monarchica, però innestata su una struttura sostanzialmente repubblicana, la struttura rimane

formalmente repubblicana. Ottaviano Augusto non abroga le Magistrature e le istituzioni tipiche

della Roma repubblicana, anzi le conserva e in taluni casi le omaggia, con qualche eccezione per

il Senato (rapporto improntato alla diffidenza). Resta il fatto che le forme repubblicane restano in

piedi.

La caratteristica essenziale della monarchia è che in un regime monarchico non si pone mai il

problema della successione, infatti in questo tipo di regimi, la successione avviene per via

dinastica, per via ereditaria.

Nel caso del Principato il problema si pone e anche in questo caso viene risolto con un

compromesso, perché lo stesso Principato è una forma costituzionale che nasce da un

compromesso e che sta in piedi grazie al genio politico di Augusto e che poi si radica nella Roma

del tempo e che si svilupperà nei secoli successivi, mutando anche poi caratteristiche.

Formalmente Augusto è un Magistrato come gli altri, anche se è il primo dei Magistrati e nella

sua persona cumula una serie di poteri che nessun altro Magistrato nella storia di Roma aveva

mai avuto, ma resta il fatto che è un Magistrato. L'insieme dei poteri che si cumulano nella

persona di Augusto vengono concessi nel loro complesso con una formula solenne e approvata

prima dal Senato e poi dal popolo. Il conferimento dei poteri ad Augusto e anche poi ai Principes

successivi, avverrà formalmente attraverso una concessione solenne che di questi poteri viene

fatta da parte del Senato e poi da parte del popolo. Questo a conferma del fatto che il Princeps è

un Magistrato. Come sappiamo ciò che a livello costituzionale lo differenzia dai Magistrati tipici

della Roma repubblicana, è un elemento suggestivo, però anche difficilmente definibile, ovvero

la nozione di auctoritas.

Se questo è il quid pluris del Princeps come si fa a trasmettere l'auctoritas, ovvero anche come si

fa a passare da un carisma personale a un carisma istituzionale? Questo è il paradosso del

Principato, cioè pur essendo una monarchia, non può però fare affidamento sul principio della

successione dinastica, che è lo strumento tipico di trasmissione del potere nei regimi monarchici.

L'idea dinastica nel Principato non fa fatica a svilupparsi a livello di mentalità, perché questa

idea non riesce mai ad elevarsi a livello di un principio giuridico, non troveremo mai nella storia

di Roma, la teorizzazione a livello giuridico dell'idea dinastica, cioè che la successione al potere

avviene per via dinastica.

Il modo stesso con il quale avviene l'investitura del Princeps, sta ad indicare che il Princeps non

riceve i suoi poteri dai predecessori, ma li riceve almeno formalmente dai due massimi organi

della Roma repubblicana: Senato e popolo.

A livello storico è da tenere presente che l'accesso al trono di più della metà degli Imperatori del

Principato, si svolge assolutamente all'interno di un quadro dinastico, quindi sul presupposto di

una filiazione ereditaria, di tipo naturale o fittizio. La successione all'interno del Principato,

anche se non è teorizzata giuridicamente, si svolge quasi sempre in modo dinastico nel quadro di

un rapporto di filiazione (naturale o fittizia).

La storia ci aiuta in questo senso, perché i 16 Imperatori che si succedono da Augusto a

Commodo, ben 9 di questi 16, giungono al trono in base al principio dinastico e questi sono:

Tiberio, Caligola, Nerone, Tito, Domiziano, Traiano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo.

Di questi nove, tre sono figli di sangue di un Imperatore (Tito, Domiziano e Commodo). Cinque

sono stati adottati ufficialmente (Tiberio, Nerone, Traiano, Antonino Pio e Marco Aurelio).

Caligola invece è nominato successore di Tiberio nel testamento dello stesso Tiberio, c'è una

nomina testamentaria, qualcosa di simile a quello che aveva fatto Gaio Giulio Cesare.

Per quanto riguarda gli altri Imperatori invece, alcuni appartenevano alla famiglia Imperiale, è il

caso di Claudio (che era zio di Caligola), oppure erano stati adottati formalmente come nel caso

di Adriano. Soltanto gli Imperatori dell'anno 69 D.C., l'anno nel quale si verifica la prima acuta

crisi del sistema costituzionale del Principato. In questo anno si succedono ben quattro

Imperatori (Galba, Ottone, Bitellio e Vespasiano), questi come del resto anche Nerva

(Imperatore successivo), giungono al Principato senza avere una base familiare con il

predecessore. Per quanto riguarda gli Imperatori che si succedono nell'anno 69 D.C. si tratta di

un'ipotesi eccezionale, perché in questo anno il sistema costituzionale va in “corto circuito”. Il 69

D.C. resta un anno eccezionale, una crisi acuta breve, che si risolve con la ripresa più o meno

regolare della vita politica romana successiva. Nel caso di Nerva, anche questo è un caso

eccezionale, perché la persona di Nerva come successore al Principato, viene scelta

deliberatamente dai congiurati che uccidono Domiziano, perché considerato un tiranno e coloro

che lo uccidono con l'accordo tacito del Senato, individuano in Nerva il successore. Anche in tal

caso si tratta di un'ipotesi eccezionale. Dall'elenco che è stato fatto risulta evidente che il

principio dinastico è un principio fondamentale e determinante per la scelta del futuro

Imperatore.

Un principio che si afferma a livello di mentalità e c'è un problema di natura politica e giuridica,

era necessario trovare una giustificazione teorica valida, a una prassi che si è instaurata in via di

fatto e viene rispettata sistematicamente. La giustificazione politica del principio dinastico, viene

trovata in quella che potremmo chiamare l'ideologia dell'adozione. Quello che è un istituto tipico

del diritto privato viene elevato a rango di ideologia. Già in epoca repubblicana l'adozione in

quanto istituto privatistico, era uno strumento molto importante nella lotta politica, cioè

l'adozione non era semplicemente uno strumento di diritto privato con il quale si allargava la

famiglia, nel caso di incapacità di procreare o di premorienza dei figli, ma era anche uno

strumento politico. Con l'adozione non si trasmettevano solo beni, ricchezze, fortune, ma si

trasmettevano soprattutto: legami politici, vincoli gentilizi, clientele. Adottare voleva dire anche

stringere legami con una gens eminente e quindi poi beneficiare anche delle clientele di questa

gens, era quindi uno strumento di lotta politica.

Nell'adozione che si pratica durante il Principato tutti questi elementi sono presenti, cioè

l'adozione è un istituto di diritto privato che però viene utilizzato in chiave di lotta politica. Si

crea una ideologia della adozione, perché ci si convince che con l'adozione Imperiale, si crea una

vocazione essenzialmente spirituale. Significa che l'adozione Imperiale trasmette in primo luogo

una eredità di natura spirituale, cioè assicura un rapporto di filiazione di carattere spirituale, che

nella mentalità del Principato, assume lo stesso valore della filiazione di sangue. Anzi la

filiazione spirituale che si realizza attraverso la adozione, è persino più accettata dalla mentalità

Senatoria, perché evidentemente è meno rigida, è possibile scegliere anche come erede un

personaggio eventualmente diverso dal figlio.

In qualche maniera la vecchia ideologia repubblicana (incarnata nella classe Senatoria), accettava

meglio una filiazione spirituale rispetto ad una filiazione di tipo naturale, che avrebbe significato

l'introduzione di una monarchia. L'idea della vocazione spirituale, consentiva alla classe politica

del tempo di salvare in qualche modo le forme repubblicane e la sostanza monarchica. Dire che

la adozione realizza una vocazione spirituale, significa dire che l'adottato è un erede spirituale

del Princeps. L'adottato non eredita tanto il patrimonio e le ricchezze, quanto eredita il carisma di

base, che il Princeps scegliendolo gli trasmette. Ovviamente poi al carisma che gli viene

trasmesso dall'adottante, l'adottato dovrà aggiungere il proprio. La trasmissione del carisma

personale, avviene attraverso il meccanismo dell'adozione.

Riassunto

A livello istituzionale il Principato si trasmette attraverso due istituti fondamentali: designazione

e investitura. Attraverso la designazione del personaggio chiamato a succedere al Principato,

avviene la devoluzione dei poteri, del carisma dal Princeps all'aspirante Princeps. Il primo atto

della trasmissione del Principato è la designazione attraverso la quale avviene la devoluzione dei

poteri, delle prerogative.

Il secondo atto è l'investitura, che avviene ad opera del Senato e del popolo, ma l'investitura ha

soltanto una funzione, un ruolo formale, dei due atti quello veramente determinante è la

designazione/devoluzione dei poteri che avviene attraverso la scelta da parte del Princeps del

proprio successore, che può avvenire con la scelta dell'erede naturale, che avviene con una

chiamata a succedere che ha una connotazione di carattere spirituale; il successore non è

immediatamente il primogenito del Princeps.

Il fatto che la trasmissione del Principato avviene attraverso questi due atti, si vede chiaramente

nel caso di Augusto, infatti Augusto durante la sua vita politica, quando si sente al termine della

sua parabola esistenziale, compie un atto duplice: da una parte adotta formalmente Tiberio (con

l'adrogatio). In secondo luogo dopo averlo adottato, compie una dichiarazione formale, questa

rileva sul piano del diritto pubblico e con questa dichiarazione formale, Augusto dichiara che

Tiberio viene scelto come erede al potere.

Successivamente dichiara che l'adottato sarà l'erede al Principato. L'idea è quella che il Princeps,

in forza del suo carisma personale, sceglie l'uomo che ritiene migliore e gli trasferisce una

somma di poteri costituzionali ed extra costituzionali, di prerogative, di requisti, tra cui in primo

luogo l'auctoritas, nei quali consiste il potere Imperiale.

Una volta ancora si conferma il carattere contraddittorio del Principato, il fatto che il Principato

sia una forma costituzionale tipicamente compromissoria, la contraddizione è evidente nel fatto

che con la designazione/devoluzione, si realizza il trasferimento di un carisma personale,

fondamentale per la scelta del Princeps; ma questo trasferimento di per sé non è sufficiente,

perché il carisma personale trasferito con la designazione, deve essere istituzionalizzato (deve

trasformarsi in carisma istituzionale) e allora è necessario il momento dell'investitura. E' un

sistema costituzionale compromissorio, che non ha eguali nella storia costituzionale successiva,

ma che si comprende bene se si ha ben chiaro l'origine del Principato.

La contraddizione è inevitabile, in quanto almeno in linea teorica siccome non c'era nulla di

prefissato a livello giuridico, non era stato giuridicizzato il criterio di successione al Principato,

almeno in linea teorica la morte del Princeps, tutte le prerogative del Princeps tornavano alle

istituzioni classiche della Roma repubblicana. Siccome il momento fondamentale della

successione era la trasmissione del carisma personale, fin dall'inizio per ovvie ragioni i Principes,

scelgono di moltiplicare i segni della designazione al potere, fanno di tutto per far capire ai

romani, che la persona designata è poi il successore legittimo, moltiplicando i segni e le

prerogative del designato, il primo segno è l'adozione, ma successivamente dopo l'adozione,

assistiamo al conferimento di titoli, di onori, di privilegi particolari e infine anche al

conferimento di poteri reali, conferiti quando ancora il Princeps regnante non è defunto. Nel caso

di Augusto vediamo che a Tiberio è conferito il carisma personale per via ereditaria, ma poi

quando ancora Augusto è vivente, a Tiberio viene affidata la coreggenza, cioè il governo

dell'Impero insieme ad Augusto. Assistiamo al giuramento di fedeltà dei cittadini romani nei

confronti di Tiberio, quando ancora Augusto è vivente. Poi tutta una serie di titoli e onorificenze

più o meno formali che vengono conferiti a Tiberio, per sottolineare che Tiberio è stato adottato

ed è certamente il legittimo successore al Principato. Il sistema quindi si regge attraverso questo

equilibrio, questo compromesso contraddittorio, fino a che con l'avvento di Vespasiano

(Imperatore dal 69 al 79 D.C), il sistema sarà irrigidito, modificato in maniera radicale per la

mentalità politica romana, perché Vespasiano dichiarerà espressamente che solo i figli e nessun

altro potranno succedergli, quindi Vespasiano attraverso questa dichiarazione formale, trasforma,

attraverso una successione che si basa su una vocazione di carattere spirituale, quindi su una

scelta che prescinde anche dalla filiazione naturale, trasformandolo in un meccanismo

tipicamente monarchico, cioè dichiara che i successori possono essere esclusivamente i suoi figli.

Quindi ormai il carisma del Princeps, si trasmette soltanto attraverso la filiazione di sangue e non

più attraverso la filiazione spirituale, le fonti parlando di questa scelta di Vespasiano dicendo:”O

sarebbero succeduti al Principato i figli o nessuno”.

Le vecchie assemblee legislative della repubblica ai tempi del

Principato

A partire più o meno dal 20 A.C., le assemblee legislative sono chiamate ad intervenire e a

esprimersi con una frequenza importante sui piani di riforma dell'Imperatore. Augusto non

abroga i vecchi comizi della repubblica, anzi le mantiene in vita e le sfrutta.

All'epoca di Augusto i Principes non hanno ancora il potere di produrre norme rilevanti sul piano

del ius civile. I Principes avranno questa prerogativa tra la fine del I°e la fine del II°secolo D.C.

Si capisce che in questa fase per produrre norme rilevanti dal punto di vista civilistico e

privatistico, non si può far altro che ricorrere alle vecchie leges rogate.

Ovviamente si tratta in tal caso di leggi e plebisciti che sono sostanzialmente predeterminati dal

Princeps, queste assemblee non hanno più un'autonomia politica autentica, in realtà non fanno

altro che in qualche modo recepire le richieste del Princeps e tradurle formalmente in leges.

I due ambiti più importanti sui quali si concentra l'attività di Augusto nei primi anni del

Principato, sono due: la disciplina del processo civile e criminale; mentre il secondo ambito è

l'assetto dei rapporti di famiglia.

Per quanto riguarda la disciplina del processo civile, nel 17 A.C. il processo per legis actiones

viene abrogato, attraverso una lex, Lex Iulia iudiciorum privatorum, questa legge sancisce la

scomparsa definitiva del processo per legis actiones, fissa la definitiva regolamentazione del

processo formulare e stabilisce che il processo per formulas diventi l'unico processo civile

ammesso nell'ordinamento romano. A partire dal 17 A.C., attraverso il processo per formulas,

processo formulare, si possono tutelare sia le situazioni giuridiche soggettive riconducibili al ius

civile, che le situazioni giuridiche soggettive riconducibili al ius honorarium. Questa riforma in

realtà non fa altro che fotografare una realtà di fatto, Augusto prende atto (nel 17 A.C.) che il

processo per legis actiones è desueto, perché in effetti i Pretori tutelano anche i rapporti giuridici

soggettivi riconducibili al ius civile, attraverso le formule, si sancisce anche a livello giuridico

che l'unica forma processuale ammessa è il processo per formulas.

Sul piano del processo criminale abbiamo invece la Lex Iulia Iudiciorum publicorum (questa

legge la troviamo nel libro del Santalucia), questa legge non fa altro che riorganizzare in maniera

definitiva le forme processuali che si svolgono dinanzi ale quaestionaes paerpetuae, che sono i

tribunali permanenti che sono chiamati a giudicare sui crimini, molto probabilmente alla Lex

Iulia Iudiciorum publicorum, si accompagnano anche dei provvedimenti collaterali (anche se non

lo sappiamo per scarsità delle fonti), quindi a chiarire le fattispecie penalmente rilevanti.

Dal punto di vista del diritto di famiglia, il disegno politico di Augusto è quello di dare stabilità

al ceto di governo, cioè al ceto che sta emergendo durante i primi anni del Principato come ceto

egemone. La politica familiare di Augusto anche da questo punto di vista, si ispira alla

promozione di una morale familiare tradizionale, guidato dall'obiettivo di favorire un aumento

della popolazione, un aumento demografico. Per quanto riguarda il profilo della morale

familiare, la legge del 18 A.C. che va ricordata è la Lex Iulia de adulteriis coercendis. Questa

legge nel 18 A.C., non fa altro che organizzare una questio perpetua, cioè dar vita a un tribunale

permanente, incaricato di reprimere i crimini contro la morale sessuale. Crimini che vengono

repressi nell'ambito di una organizzazione familiare molto rigida, l'obiettivo è anche

contestualmente quello di limitare i rapporti sessuali delle persone appartenenti alla classe

elevata all'interno del matrimonio. Si cerca di evitare che personaggi appartenenti alla classe

dirigente, possano avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, quindi con sanzioni varie.

Nel senso che oltre all'adulterio vero e proprio (che viene punito), viene punito anche la

fattispecie che i romani fanno rifluire nel concetto di stuprum. Per stuprum si intende la

relazione sessuale con una donna nubile o vedova honesta, cioè appartenente alla classe

dirigente. Quindi i rapporti sessuali con una donna nubile o vedova honesta, vengono sanzionati

all'interno della Lex Iulia de adulteriis coercendis, che ha l'obiettivo di favorire il matrimonio

legittimo e anche i rapporti sessuali all'interno di una unione legittima e ufficiale.

Sotto il profilo dell'aumento demografico è necessario ricordare la Lex Iulia de maritandis

ortinibus, che è del 18 A.C. e la successiva Lex Papia Poppea, che è del 9 D.C. Queste due leggi

vengono considerate come fuse insieme in una sorta di testo unico, tant'è che gli storici le citano

insieme e parlano di Lex Iulia e Papia. Il contenuto di queste due leggi rendono obbligatorio il

matrimonio, per gli uomini tra i 25 e i 60 anni, per le donne tra i 20 e i 50 anni. La legge prevede

delle sanzioni che colpiscono persone ricomprese in questa fascia d'età che non hanno contratto

matrimonio ed essenzialmente queste sanzioni poi si riassumono nella incapacità di ricevere per

testamento. In particolare i celibi (gli uomini non sposati che rientrano in questa fascia d'età),

sono incapaci di ricevere per testamento e anche nella successione ereditaria sia legittima che

testamentaria, si stabilisce che siano preferiti coloro che hanno figli, rispetto a chi non ha figli.

A partire da Tiberio (successore diretto di Augusto), vediamo che l'attività legislativa dei comizi

tende drasticamente a diminuire, vi è ancora qualche leges approvata sotto il Principato di

Tiberio e Claudio e molte poche più tardi. L'ultima Lex di cui noi abbiamo notizia certa, è una

Lex agraria fatta votare sotto il Principato di Nerva tra il 96 e 98 D.C. Dopo tale legge le fonti

non ci parlano più di leges rogate. L'ultima Lex approvata formalmente dalle vecchie istituzioni

repubblicane risale agli ultimi anni del I°secolo D.C.

Gli atti normativi che il Princeps può adottare

Come già detto le leges cadono rapidamente in disuso, già nella seconda metà del I° secolo D.C.

sono quasi scomparse. Dal punto di vista normativo e costituzionale, la novità più significativa

alla quale noi assistiamo durante il Principato è rappresentata dalle costituzioni Imperiali, quelle

che le fonti chiamano Constitutiones, Costituzioni Imperiali.

I Giuristi romani distinguevano diversi tipi di Costituzioni, durante il Principato l'elenco delle

Costituzioni Imperiali viene fissato definitivamente e vengono fissati cinque tipi di Costituzioni:

1) decretum;

2) rescriptum;

3) epistula;

4) edictum;

5) mandatum.

Questi sono i cinque tipi di Costituzioni Imperiali che vengono formalizzati dalla dottrina.

Possiamo distinguere tra provvedimenti a carattere generale e provvedimenti che hanno un

carattere e una portata particolare, provvedimenti cioè che risolvono un singolo caso concreto.

Nella categoria dei provvedimenti a carattere generale e astratto rientrano: gli edicta e i mandata

(al plurale).

Nella seconda categoria rientrano i decreta, i rescripta e le epistulae. Quest'ultimi sono

provvedimenti a carattere particolare.

Quale è la fonte di legittimità di questa fonte? Da questo punto di vista è da tenere presente che i

Giuristi dell'epoca tardo classica (fine del I°/II°secolo D.C.), tendono a considerare in maniera

unitaria il fondamento di legittimità di queste fonti, cioè tendono a considerare che tutte queste

cinque fonti siano caratterizzate dal cosiddetto legis vicem octinere, la moderna forza di legge.

Tutti i Giuristi dell'epoca tardo classica, per argomentare il fondamento di legittimità di queste

fonti semplicemente dicono che queste fonti hanno forza di legge. Un fondamento unitario a

livello costituzionale che accomuna tutti i provvedimenti normativi emanati dal Princeps. Dal

punto di vista dei Giuristi, il fondamento di questa legis vicem octinere, cioè il motivo per il

quale i provvedimenti normativi hanno forza di legge, viene individuato nel fatto che

l'Imperatore assume il potere (attraverso l'investitura formale), lo assume per legem, cioè il

popolo e il Senato con la lex regia de Imperio conferiscono formalmente (per legem), il potere al

Princeps e in forza di questa Lex regia de Imperio, il Princeps avrebbe la legittimità ad emanare i

provvedimenti normativi che hanno efficacia verso tutti, erga omnes.

Questa è un'interpretazione dei Giuristi tardo classici. Per tutto il I°secolo D.C., gli effetti dei

vari tipi di Costituzioni Imperiali variano a seconda delle tipologie, non tutte vengono ricondotte

allo stesso fondamento nel I°secolo D.C. Solo all'inizio del II°secolo che si diffonde l'idea che la

forza di legge sia da ricollegare a questa Lex regia de Imperio, cioè all'atto formale di

conferimento dei poteri al Princeps effettuato dal popolo e dal Senato.

Edicta

Gli edicta si ricollegano immediatamente allo ius aedicendi del Princeps, che è un Magistrato e

come tutti i Magistrati è dotato dello ius aedicendi. Nella mentalità dei Giuristi dell'epoca di

Augusto, il fondamento di legittimità degli edicta deve essere individuato nel famoso Imperium

Pro Consulare et maius et infinitum del Princeps.

Gli edicta emanati dal Princeps sono diversi dagli edicta emanati dagli altri Magistrati e la

differenza discende dalla natura tutta particolare dell'Imperium di cui è titolare il Princeps, che

non è paragonabile agli Imperium degli altri Magistrati.

Il fatto che almeno in questa fase gli edicta, ricevano questa loro validità dall'Imperium del

Princeps, solleva alcuni problemi. Lo ius aedicendi dei Magistrati, in epoca repubblicana, non

consente ai Magistrati repubblicani di porre in essere norme che abbiano l'efficacia formale delle

leges, i Magistrati repubblicani non possono assolutamente porre in essere norme che abbiano

l'efficacia formale delle leges, che stanno sullo stesso piano delle leges rogate (legis vicem

octinere). Per questo motivo gli studiosi del diritto romano, ritengono che gli edicta, almeno

nella fase iniziale, esercitino un'efficacia soltanto sul piano del diritto onorario. Quindi all'epoca

di Augusto, proprio perché non avevano un'efficacia pari a quelle delle legis rogate, esercitavano

efficacia soltanto sul piano del diritto onorario (ma non il diritto onorario del Pretore). Gli edicta

esercitano efficacia sul piano del diritto onorario, intendiamo dire che il Princeps, in questa

prima fase della storia della costituzione romana, in qualche modo dà vita a un'ulteriore branca

del diritto onorario, che va ad aggiungersi agli ambiti del diritto che già conosciamo: ius civile,

ius honorairum, e un'ulteriore settore creato dal Princeps in questa fase attraverso i suoi editti,

che sarà chiamata dagli storici: ius extraordinarium. Una di queste ipotesi è il fedecommesso,

viene disciplinato direttamente attraverso editti del Princeps e quindi viene tutelato

giuridicamente dal Princeps e la disciplina del fedecommesso, definita attraverso l'edicta del

Princeps, è una disciplina non ricollegabile né al ius civile, né al ius honorarium, ma ad un altro

ambito del diritto, che il Princeps crea con i suoi assistenti.

Per il I°secolo A.C. almeno, noi assistiamo a un processo analogo simile a quello descritto dello

sviluppo del processo civile romano.

Nel I°secolo D.C. attraverso gli edicta si forma una nuova branca del diritto, che però non ha

assolutamente l'importanza dello ius honorarium del Pretore, ed è una branca del diritto che non

viene neanche concettualizzata dai Giuristi. A partire dal II°secolo D.C. i Giuristi ammettono il

fatto che i provvedimenti normativi adottati dal Princeps hanno forza di legge, in virtù della Lex

regia de Imperio, quindi tutta questa distinzione viene superata attraverso questa elaborazione

formale e concettuale.

Questo già nel I°secolo D.C., ci sono poi casi molto circoscritti, nei quali gli edicta Principis

(editti adottati dal Princeps), producono effetti sul piano dello ius civile, essenzialmente si

risolvono nel tema dell'acquisto della cittadinanza. Solo in materia di cittadinanza, un ambito

particolare, che confina con il diritto pubblico.

Attraverso gli editti il Princeps, può agire anche sul piano del diritto penale, non solo sul piano

del diritto civile, su questo piano agisce poco e solo in materia di cittadinanza, per quanto

riguarda altre branche agisce in pochi casi (fedecommesso), ius extraordinarium, che però dal

II°secolo D.C. viene superato dalla nuova concezione costituzionale che viene elaborato dai

Giuristi.

In ambito penalistico, il Princeps attraverso i suoi editti, comincia a elaborare la cognitio extra

ordinem, si tratta di una forma di un processo penale, diverso da quello delle quaestionaes

perpetue, che viene elaborato dal Princeps, attraverso i suoi editti in questa fase. Anche da questo

punto di vista, il fondamento del potere del Princeps di emanare norme attraverso i suoi edicta, il

fondamento anche in questo caso è rintracciato dai Giuristi nell'Imperium maius Pro Consulare et

infinitum. Nella seconda fase della teorizzazione dei Giuristi (che risale al II°secolo D.C.), la

potestà normativa del Princeps viene ricondotta alla Lex regia de Imperio.

Gli edicta oltre a creare la cognitio extra ordinem, dal punto di vista del diritto penale, possono

agire anche sul processo penale ordinario, che è il processo che si esercita attraverso le

quaestionaes perpetue. Mentre gli edicta possono agire liberamente sul processo per cognitio

extra ordinem, gli edicta in questa fase non possono modificare liberamente le norme delle

queastionaes perpetue, perché il processo penale standard, che avviene in questa fase, è

disciplinato dalle leges rogate, dalle leges comiziali; quindi le quaestionaes perpetue possono

essere modificate soltanto attraverso altre leges comiziali, attraverso editti del Princeps. Nel

I°secolo D.C., il Princeps attraverso i suoi edicta influisce sulle quaestionaes perpetue,

intendiamo dire che gli edicta in questa fase hanno un'efficacia meramente interpretativa, cioè

che gli edicta del Princeps possono ampliare, restringere, modificare la interpretazione delle

leggi esistenti.

Il Princeps interviene con un suo edictum per modificare il modo in cui si interpreta una Lex che

disciplina una quaestio perpetua.

Mandata

Mandatum deriva dal latino, plurale mandata, non sono altro che istruzioni date dall'Imperatore

ai propri funzionari, comunicando loro come devono comportarsi in determinati casi. I funzionari

o i personaggi ai quali possono essere rivolti i mandata sono:

i legati Augusti Pro Pretore, che sono i soggetti che governano le Province Imperiali; poi ci sono

i Procuratores, soggetti posti a capo di Province particolari, chiamate Province Procuratorie;

infine ci sono i cosiddetti Pro Consules, che sono i governatori delle Province Senatorie. Il

famoso Ponzio Pilato era governatore di una Provincia Senatoria, quindi era un Pro Console.

In origine i mandati sono istruzioni personalizzate, istruzioni che il Princeps attraverso la sua

cancelleria, rivolge a un determinato soggetto. Con il tempo si sviluppa una serie di istruzioni

stereotipate, istruzioni standard che vengono date in determinati casi, si sviluppa quello che i

Giuristi chiamano corpus mandatorum, una sorta di “codice” di mandati, articolato in relazione

alle singole cariche, ipotesi, che si possono prospettare per ciascuna carica.

Alcuni storici del diritto romano hanno sostenuto che in realtà i mandata non sarebbero dei veri e

propri atti normativi, perché non conterrebbero norme a carattere innovativo, ma solo istruzioni

per l'applicazione della normativa esistente, ma secondo l'interpretazione prevalente si ritiene

invece che questa sia un'interpretazione non corretta; in quanto i Giuristi romani consideravano i

mandata alla stregua di fonti formali del diritto. Questa opinione autorevole dei Giuristi romani,

ci permette di escludere che i mandata abbiano un valore soltanto ripetitivo.

Il fondamento nel I°secolo D.C. risiede nell'Imperium Pro Consulare maius et infinitum, quindi

anche per il mandatum Principis, finché la giurisprudenza non elabora la teoria della Lex regia de

Imperio, il fondamento di validità del mandato, viene rintracciato nell'Imperium Pro Consulare,

come per tutte le altre Costituzioni Imperiali.

Per quanto riguarda l'efficacia del mandato, noi troviamo opinioni discordi nelle fonti: c'è una

famosa lettera nella quale Plinio il Giovane, chiede all'Imperatore Traiano, come deve

comportarsi nei confronti dei cristiani e in questa lettera Plinio, fa riferimento a un proprio editto

emanato sulla base dei mandata. In questo caso siamo all'inizio del II°secolo D.C., noi potremmo

pensare che le norme contenute nei mandata, non siano sentite come immediatamente vincolanti

per tutti, ma soltanto nei confronti del Magistrato al quale il mandatum è rivolto. Secondo

l'esempio che ricaviamo dalla lettera di Plinio sarebbe questa l'interpretazione più corretta.

Sennonché c'è anche un caso non molto posteriore (due decenni dopo), ed è il caso nel quale il

Pro Console dell'Asia (poi diventato l'Imperatore Antonino Pio), secondo le fonti quando ancora

era Pro Console dell'Asia, aveva l'usanza di pubblicare i mandata attraverso un proprio editto.

Riceveva i mandata dal Princeps e direttamente li rendeva noti alla cittadinanza attraverso un

editto. In questo caso sembrerebbe che anche i mandata abbiano un'efficacia diretta e erga

omnes, perché in realtà l'editto di Antonio Pio non era altro che un semplice atto di pubblicità,

non era un provvedimento governativo vero e proprio.

Per quanto riguarda la sfera di operatività dei mandata, alcuni sostengono che avrebbero efficacia

soltanto nei confronti del funzionario al quale sono indirizzati, altri invece sostengono che i

mandata avrebbero una sorta di efficacia erga omnes. (Famosa lettera di Plinio il Giovane inviata

a Traiano, in relazione ai cristiani).

Le denunce anonime non devono essere tenute in considerazione, perché sono anche immorali.

Stando a quanto ci dicono le fonti, Antonino Pio (che era Pro Console dell'Asia), era solito

pubblicare tutti i mandata che riceveva dal Princeps e renderli noti alla cittadinanza attraverso la

pubblicazione e la pubblicazione che faceva era un mero atto di pubblicità, Antonino Pio non

faceva altro che recepire i mandata e renderli noti pubblicizzandoli. In questo caso possiamo dire

che i mandata Imperiali, producevano efficacia erga omnes.

I mandata sono pressoché irrilevanti in materia privatistica, come forma di constitutiones

Imperiale, hanno un rilievo. Possiamo ricordare solo alcuni casi molto marginali di mandata che

rilevano in ambito privatistico, tra questi il mandatum che disciplina il cosiddetto testamentum

militis, il testamento dei soldati. In questo caso attraverso un mandatum Imperiale, vengono

introdotti particolari divieti e limitazioni in materia testamentaria per i militari e per certe

categorie di funzionari, anche se si trattava di casi molto specifici, altrimenti non vengono usati i

mandata come strumenti per disciplinare il diritto privato.

Gli edicta e i mandata appartengono alle consitutiones che hanno una portata generale.

I rescripta come le epistule e i decreta sono delle constitutiones che hanno una portata

particolare, ovvero sono rivolti alla risoluzione di casi concreti. Queste constitutiones hanno la

funzione di disciplinare lo svolgimento di un processo, che può essere penale o civile e di un

processo che può svolgersi nelle forme di un processo formulare (nel caso di un processo civile)

o nelle forme che segua lo schema delle quaestionaes perpetue (quelle corti permanenti che

hanno il compito di reprimere determinate fattispecie criminose). Anche se i rescripta, le epistule

e i decreta possono anche disciplinare quei processe che si svolgono secondo lo schema nuovo e

che è lo schema della cosiddetta cognitio extra ordinem (vale sia per il processo civile che

penale), ed è uno schema processuale ancora diverso che va ad aggiungersi a quelli che

conosciamo: quindi al processo formulare (che dal 17 A.C., è l'unica forma di processo civile

valida a Roma) e al processo penale che si svolge nelle forme delle quaestionaes perpetue.

Successivamente il processo per cognitio extra ordinem, finirà per soppiantare completamente il

processo formulare, quindi il processo civile per formulas, e anche per soppiantare il processo

penale che si svolge nella forma delle quaestionaes perpetue (nel tardo Principato e Dominato).

Queste constitutiones particolari si inseriscono nell'ambito di una dinamica processuale e

intendono indirizzarla.

I decreta

Decreta deriva da decretum, che a sua volta dal verbo decernere in latino. Il termine decretum in

quanto tale ha un significato piuttosto generico, infatti il termine decretum si usa non solo per il

Princeps, ma anche per gli atti che possono essere assunti da altri Magistrati, ad esempio dai

Pretori. Già i Pretori in epoca repubblicana potevano concedere delle azioni straordinarie non

previste tra le formule e queste azioni erano chiamate azioni decretali, proprio perché il Pretore

le concedeva discrezionalmente, ritenendo opportuna la loro concessione. Il decretum di per sé è

un termine che ha un significato molto generico, ma in senso tecnico per quanto riguarda il

Princeps, possiamo dire che i decreta sono le sentenze emanate dal Princeps nell'esercizio della

sua giurisdizione e possono essere emanati i decreta sia emanati in appello che in I°grado (ipotesi

più rara questa del I°grado). I decreta possono essere emanati sia in materia civile che in materia

criminale, possono essere emanati sia in forma solenne, che a seguito di un procedimento

sommario, de plano. I decreta hanno un carattere vincolante e sono sottratti a qualsiasi tipo di

impugnazione. Già nel corso del I°secolo il Princeps tra tutti i poteri e prerogative che assomma

in sé, viene anche concepito come il culmine dell'organizzazione giudiziaria, come del resto

avviene nella storia europea moderna nel caso delle monarchie assolute.

I decreta sono semplicemente sentenze del Princeps (che si fa aiutare dai suoi collaboratori).

I rescripta e le epistule

I rescripta e le epistule sono atti che si inseriscono nell'ambito di un processo in corso, con lo

scopo di risolvere una questione di diritto controversa e di risolverla in maniera vincolante per

gli organi competenti a decidere. Hanno lo scopo di risolvere una questione giuridica

controversa.

L'epistula non è altro che una comunicazione scritta del Princeps, preparata dall'ufficio

chiamato ab epistulis, con questa comunicazione scritta il Princeps risponde ad un'altra epistula,

che gli è stata precedentemente inviata da un funzionario Imperiale o da un Magistrato. Nella

epistula di risposta il Princeps risolve la questione giuridica che gli è stata proposta e il

funzionario o il Magistrato competente procede nell'esercizio delle sue funzioni e si deve

necessariamente adeguare alla soluzione prospettata dall'Imperatore.

Ci troviamo semplicemente di fronte a una lettera, un dispaccio, con il quale il Princeps, aiutato

dalla sua cancelleria, fornisce al Magistrato o al funzionario richiedente, la soluzione giuridica

necessaria per lo svolgimento e la soluzione di una controversia di diritto.

Le epistule venivano raccolte e tramandate in una sorta di archivio.

Il rescriptum ha la stessa funzione dell'epistula, ma è una risposta che l'Imperatore dà a un

privato cittadino e sempre in relazione a una situazione di diritto controversa, collegata da un

processo in corso o anche a un processo futuro.

Il privato si rivolge al Princeps depositando una richiesta, un libellum e deve presentare questo

libellum al Princeps in un giorno di udienza (ovviamente veniva consegnato a funzionari

Imperiali). Il rescriptum ha in parte una struttura diversa dall'epistola e la struttura del rescriptum

dipende dal tipo di domanda che il privato rivolge al Princeps e dal modo con il quale si rivolge

al Princeps. Anche nel caso dei rescripta la risposta è preparata da un ufficio apposito, chiamato

cancelleria a libellis e la risposta viene stesa in calce all'istanza e viene sottoscritta dal Princeps

con delle espressioni tipo: scripsi, rescripsi o vale. Sono le firme che il Princeps appone alla

propria risposta.

I libelli (le richieste rivolte al Princeps dai privati) e i relativi rescripta (le relative risposte),

vengono poi affissi in un luogo pubblico nella località in cui si trova l'Imperatore, perché sono di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher edogiannini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della Costituzione romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Sabbioneti Marco.

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