Capitolo I: Una nuova unità di analisi
A partire dalla prima rivoluzione industriale, l'impresa è stata una delle più importanti unità di analisi per comprendere la crescita economica. Dagli inizi del 1800, l'impresa è stata sempre di più identificata con la “fabbrica”, ossia la modalità inglese di organizzazione della produzione, che con la tecnologia relativa si è diffusa velocemente in tutto il continente europeo.
Quando la prima rivoluzione industriale ha preso avvio alla fine del 1700, la concentrazione di capitali e forza lavoro in un unico luogo fisico non era di certo una novità. In effetti, nel periodo pre-industriale, grandi masse di lavoratori erano già impiegate in diversi settori quali la cantieristica, nell'industria mineraria, ecc.
In particolare, nel settore tessile, fulcro della prima rivoluzione industriale, mercanti-imprenditori facevano affidamento su numerosi lavoratori a domicilio, mentre le fasi del processo produttivo ad alta intensità di capitale erano svolte in impianti centralizzati gestiti direttamente dai mercanti stessi. La fabbrica in sé non era quindi una novità; mancavano tuttavia taluni dei requisiti, quali l'organizzazione del lavoro basata sulla divisione che è tipica delle grandi imprese nate nell'epoca industriale.
La natura mutevole dell'impresa
Quando si pensa allo studio dell'impresa, ci viene subito in mente l'economia classica e neoclassica, agli studi di Adam Smith e di altri autori di cui dopo parleremo; in realtà, tuttavia, lo studio dell'impresa è al centro di numerose discipline, basti pensare alla legislazione, alla disciplina giuridica quindi, ma anche alla sociologia ed allo studio dei gruppi e delle relazioni che costituiscono i sistemi sociali.
La prospettiva neoclassica
La prospettiva originaria dell'impresa è quella proposta dalla teoria neoclassica. Secondo tale filone teorico:
- L'impresa dispone di un'informazione perfetta
- Opera in condizioni di massima efficienza posizionandosi sul punto più basso della curva di costo
- È price taker, non esistono quindi imprese imitatrici
- La tecnologia è esogena, non esistono quindi tecnologie uniche
- Non è importante il ruolo del fattore umano
- L'impresa è di piccole e medie dimensioni e svolge un numero limitato di funzioni
L'impresa secondo i Neoclassici operava in un contesto price-oriented, caratterizzato dalla presenza di numerose unità chiamate a svolgere la medesima funzione e con utilizzo di una tecnologia comune. Tale prospettiva ha rilevanza nella prima rivoluzione industriale, ove ancora non esistevano le grandi imprese che oggi conosciamo ed ove le innovazioni incrementali erano frutto della routine lavorativa e si sviluppavano nell'ambito del luogo di lavoro.
Nella teoria neoclassica oggetto di studio è il mercato, dato che l'impresa, definita come scatola nera, era un dato, cioè erano stabilite le caratteristiche della stessa, che pertanto non necessitava di essere oggetto di analisi.
Dinamica economica in prospettiva storica
Ulteriore dimensione di analisi dell'impresa è il dinamismo. Le imprese che hanno suscitato il maggior interesse degli storici sono quelle che mostrano la tendenza alla crescita dimensionale; ci si aspetta che le imprese crescano fin quando i loro rendimenti non divengono decrescenti. Questo è ovviamente contrario a quanto affermato dalla teoria neoclassica secondo cui le imprese crescono fin quando non hanno raggiunto il livello minimo di costo. Ad incidere fortemente sul dinamismo, quindi sulla capacità dell'impresa di mutare, è l'innovazione; la storia insegna che i principali scatti sono stati fatti grazie alle nuove tecnologie. È l'innovazione a promuovere la crescita.
Teoria e realtà delle grandi imprese
Molti anni fa, l'economista Joseph Schumpeter ha lanciato una sfida all'approccio neoclassico, affermando che:
- La competizione è il motore principale della crescita economica
- Le imprese non sono omogenee ma forti sono i disequilibri
In una delle sue ultime opere, inoltre, l'autore sottolinea l'importanza della Grande Impresa come il più potente agente della crescita e del cambiamento. Secondo l'autore, le imprese crescevano sfruttando le loro capacità superiori, innovando e consolidando le proprie posizioni. La situazione cambia quando alla fine del secondo conflitto mondiale vengono sviluppate la gran parte delle Nuove Teorie di Impresa.
In particolare:
Chandler e l'innovazione
Chandler considerava implicitamente il cambiamento tecnologico come una forza esogena (del mercato) che aveva un impatto forte sulle scelte imprenditoriali. Nella sua prospettiva, è quindi la tecnologia a definire la competitività tra le imprese. Egli affermava che quando la tecnologia veniva sviluppata internamente si presenta come conoscenza unica diventando così risorsa strategica ed origine di un vantaggio competitivo forte.
Edith Tilton Penrose: Una dei primi studiosi a cercare una spiegazione al processo di crescita dell'impresa moderna. Nel suo libro "The Theory of the Growth of the Firm", Penrose ha fornito un importante contributo alla cosiddetta teoria evolutiva. Secondo tale autrice l'impresa è una stratificazione di risorse e competenze, che apprende nel tempo. Il processo di crescita è spiegato dall'abilità dell'imprenditore di sfruttare al meglio le sue capacità materiale ed il fattore umano. Al tempo stesso l'impresa cresce e si evolve producendo nuova conoscenza. L'idea di un'organizzazione capace di apprendere e procedere verso la crescita con utilizzo delle proprie competenze è divenuta una delle basi delle moderne teorie dell'impresa.
Nelson e Winter: La routine
I due economisti americani hanno introdotto il concetto di routine, intese come le modalità con cui le organizzazioni sono in grado di ricordare il comportamento di successo per mantenere le posizioni di vertice. Il concetto di routine rappresenta una delle pietre miliari della teoria evolutiva dell'impresa. Diciamo nello specifico che le imprese cercano di ridurre le incertezze adottando “routines” che inducono a ripercorrere sentieri già conosciuti (path dependence). Questo spiega le resistenze interne degli individui quando si sottopone l'impresa a cambiamento.
Stephen Hymer e l'espansione multinazionale
Un anno dopo la pubblicazione della Penrose, tale economista propose una spiegazione convincente dell'espansione dell'impresa multinazionale: questa era fondata sulla premessa che il vantaggio competitivo acquisito dall'impresa sul mercato interno potesse essere sfruttato in seguito anche all'estero. L'analisi di Hymer venne poi sviluppata anche da altri autori quali John Dunning che spiegò che un'impresa che si espande all'estero può combinare il vantaggio competitivo assunto internamente, quindi nel paese di origine, con i vantaggi competitivi legati all'essere presente in un paese estero, basti pensare ad un vantaggio di localizzazione ad esempio.
Robin Marris e la teoria del capitalismo manageriale
Marris, creatore della teoria del capitalismo manageriale, nella sua attenta analisi attribuisce la crescita dell'impresa all'interesse personale del management che puntano ad espandere i confini dell'impresa. Tale teoria è importante per almeno due ragioni:
- Trova riscontro nella realtà: gli anni 60-70 nel 900 sono caratterizzati dalla creazione di grandi gruppi conglomerati.
- Questa teoria getta le basi per la relazione tra proprietà e management poi esplicata nella successiva “agency theory”.
Gli anni 70-80: Teoria dell'agenzia ed economia dei costi di transazione
Il potere del top management generato dalla separazione tra proprietà e controllo è stato messo in discussione a partire dagli anni 70. La congiuntura economica degli anni 70, negativa, ha dimostrato l'incapacità dei dirigenti e dei manager a gestire politiche che consentissero da un lato la crescita dell'impresa dall'altro la distribuzione di quote di utili in ragione delle aspettative degli azionisti. Il disallineamento degli interessi dei manager con quelli della proprietà (principal-agent) ha portato talvolta alla creazione di elevate tensioni interne che non giovavano all'impresa stessa. L'impresa diversificata si rivelava sempre più inadeguata.
Teoria dei costi di transazione: in tale teoria l'impresa viene definita come un artificio legale, destinato a risolvere i problemi tra differenti attori economici. L'origine di tale teoria risale al lontano 1937, quando l'economista Coase con la sua pubblicazione "The Nature of the Firm" cercò di analizzare il perché esistono le imprese. La sua risposta è legata alle inefficienze del mercato, cioè l'impresa nasce per contenere i costi che le transazioni di mercato generano. La teoria dei costi di transazione ci ha aiutato a comprendere meglio una serie di eventi storici, quali la nascita dell'impresa fortemente integrata, ma anche la nascita stessa dei distretti industriali in cui piccole imprese correlate tra di loro da relazioni informali hanno ridotto drasticamente l'incertezza degli scambi e quindi i costi di transazione.
Intervento pubblico e sviluppo economico
Le teorie della crescita attribuiscono un ruolo sempre più determinante alle istituzioni. La necessità dell'intervento pubblico è ascrivibile a diversi fattori:
- Esternalità dovute al ruolo dell'istruzione (specializzazione del lavoro)
- Imperfezioni nel mercato del credito
- Diffusione e stimolo attività ricerca e sviluppo
Tali fattori fanno sì che lo Stato si vada a sostituire alla mano invisibile di Adam Smith. Le istituzioni sono le regole del gioco di una società o più formalmente i vincoli che gli uomini hanno stabilito per disciplinare i loro rapporti. Il cambiamento istituzionale influenza l'evoluzione di una società nel tempo ed è la chiave per comprendere la storia. Le istituzioni sono alla base dello sviluppo economico poiché garantiscono le condizioni per lo sviluppo dello scambio e l'emergere di strutture produttive mediante:
- Riduzione incertezza nei rapporti sociali
- Minori costi di transazione
- Protezione legale della proprietà
Quali sono i costi di transazione?
- Costi di misurazione: sono i costi che entrambe le parti devono sostenere per poter misurare il valore e le caratteristiche del prodotto scambiato. La misurazione è spesso impossibile o quando possibile molto onerosa.
- Costi di garanzia: i rischi legati al fatto che la controparte può non adempiere agli obblighi assunti. La presenza di asimmetrie informative incrementa questi costi creando problemi di selezione avversa ed azzardo morale. Il ruolo delle istituzioni diviene quindi fondamentale poiché riduce tali incertezze, e sono la spinta verso il progresso.
Capitolo II: Imprenditorialità
Nessuno più di Schumpeter ha posto l'imprenditore al centro del sistema economico, considerandolo il motore della crescita. Secondo l'autore austriaco fondamentale è l'innovazione, ancora una volta, intendendo con questo termine la capacità di creare nuovi prodotti, nuovi mercati; l'imprenditore è colui che crea la domanda e non la insegue. Schumpeter definisce l'innovazione come una distruzione creatrice e distingue la stessa dall'invenzione. In tale ottica quindi l'imprenditore è colui che traduce un'invenzione in qualcosa di reale da cui trarre profitto.
Mentre quindi nella teoria neoclassica vediamo un imprenditore subordinato al mercato, un uomo che è chiamato solo a scegliere la combinazione produttiva più efficiente, con Schumpeter si ridefinisce il concetto di imprenditore e di imprenditorialità quale motore dell'economia. Il termine imprenditore viene usato per la prima volta nel 1755 da un banchiere irlandese, Richard Cantillon, che lo definisce come un mediatore che acquista beni ad un dato prezzo per poi rivenderli ad un prezzo maggiorato. L'idea di Cantillon è quindi quella di un uomo capace di affrontare le incertezze legate agli scambi. Si tratta ovviamente di un'idea di imprenditore troppo ampia ed incapace di definire una determinata categoria, nei fatti anche un ladro potrebbe essere un imprenditore.
Imprenditorialità e organizzazione
Per essere sicuro che le sue idee si realizzino e per sostenerle, l'imprenditore è indotto a creare un'impresa con una data organizzazione, in altri termini un sistema di risorse fisiche ed umane tenuto insieme da relazioni gerarchiche. Il tessuto connettivo dell'impresa è rappresentato dagli stati intermedi del management collocati tra lavoratori ed imprenditori, ed in questo modo le direttive dell'imprenditore sono trasmesse all'intera organizzazione ed egli può controllarne la realizzazione. Organizzazione = Routine, Imprenditore = Creatività.
Va precisato che le organizzazioni crescono in misura sorprendente, spesso al di là del controllo dei leader dell'impresa. Questo processo si presenta come il paradosso dell'imprenditorialità: le organizzazioni con le loro regole burocratiche e le loro routines finiscono per soffocare lo slancio dell'imprenditore. La forza imprenditoriale va quindi svanendo a favore dell'organizzazione; l'organizzazione rappresenta la stabilità, l'imprenditorialità il cambiamento. La crisi della grande impresa negli anni 70 ha portato ad un ripensamento di questa dicotomia in vista di una diversa concezione dell'organizzazione non più considerata come una macchina senz'anima.
William Lazonik negli anni 80 ha sottolineato come la forza delle imprese giapponesi vigeva nella capacità del management di coinvolgere tutta l'organizzazione, di dare una data visione d'insieme, di creare una identificazione del fattore umano nell'organizzazione stessa. Parole chiave sono:
- Intrapreneurship: l'atto di comportarsi come imprenditore all'interno di una organizzazione
- Corporate venturing: partnership tra due imprese, una di grandi dimensioni l'altra di piccole che condividendo rischi e benefici si garantiscono una crescita reciproca
Nonostante vi sia prevalenza dell'organizzazione sull'imprenditorialità, l'apprendimento da routine non è il solo ingrediente dell'innovazione. Ci sono situazioni, vedi quelle di crisi, ove seguire le routine, appigliarsi alla path dependence può essere dannoso per l'impresa stessa, che necessiterebbe invece di un cambiamento. Quindi se da un lato l'apprendimento esperienziale risulta essere fondamentale per un'impresa, dall'altro di importanza vitale è la capacità di dirigere e di assumere decisioni nel contesto organizzativo. Ci ritroviamo quindi di fronte al discorso della leadership imprenditoriale.
Chandler e il focus sulle decisioni imprenditoriali
Chandler ha realizzato nei suoi studi un focus attento sulle decisioni imprenditoriali. Nel suo primo lavoro degli anni 60, "Strategy and Structure", egli distingue nettamente le funzioni dell'imprenditore da quelle del manager. L'imprenditore è colui che organizza le risorse e le alloca ai livelli apicali dell'organizzazione, il manager è invece colui che agisce all'interno dell'organizzazione con le risorse create dall'imprenditore. L'imprenditore dev'essere quindi capace di creare una efficiente gerarchia manageriale, quale network essenziale per il buon funzionamento della grande impresa.
Il ritorno degli animal spirits
Gli spiriti animali sono le forze che spingono gli individui ad agire. Tale termine fu utilizzato da Keynes per cercare di spiegare cosa spingesse un individuo ad avviare un'attività imprenditoriale. L'autore Robert Cuff nel 2002 ha preso in esame l'imprenditorialità all'interno delle organizzazioni. Cuff individua:
- Fattori interni: legati al clima generatosi dopo il secondo conflitto mondiale ove si assiste ad un'enfatizzazione della organizzazione su larga scala. Un esempio è lo studio della General Motors da parte di Peter Drucker che per l'appunto enfatizzava la capacità di tale organizzazione di operare su larga scala, (un'impresa di grandi dimensioni ma flessibile). Per tale motivo unità di analisi dagli anni 50 agli anni 80 del 900 è proprio la grande impresa diversificata. Ma i tempi cambiano, si intensifica la competizione globale, si diffondono altre forme di organizzazioni generate da alleanze, partnership, la disillusione generata dall'incapacità dei manageriale e dai problemi di agenzia sorti. In questo nuovo clima quindi si rivaluta l'importanza delle piccole e medie imprese, capaci di meglio rispondere alle situazioni di cambiamento, e si rivitalizza quindi l'importanza dell'imprenditore.
- Fattori esterni: delineati da Hughes sono diversi quali, libera proprietà della terra, la massima flessibilità delle transazioni economiche, la stabilità giuridica.
Imprenditorialità nella storia
L'imprenditorialità è una variabile che dipende dal terreno in cui ha messo piede. L'autore italiano Carlo Cipolla tratta questo problema in relazione alla produttività. Secondo Cipolla non è sufficiente correlare l'incremento della produzione a quello della quantità di input e, tuttavia, nemmeno l'idea di chiamare questo surplus “reazione creativa della storia” come fa Schumpeter. Secondo Cipolla l'attività imprenditoriale è un elemento importante e necessario ma non sufficiente. È il fattore lavoro la vera forza vitale di un'intera società che ad un certo punto entra in gioco e crea la reazione creativa.
Per quanto il fenomeno dell'imprenditorialità possa essere elusivo, sono stati condotti vari tentativi di misurazione. Un esempio ci è dato dal tentativo del sociologo Wilken che ha cercato di comprendere il valore dell'imprenditorialità sullo sviluppo economico nazionale. Egli individua quattro variabili:
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