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C. Esigenza di superare le tendenze protezioniste europee; lo strumento per superare

tali tendenze fu la conferenza del GATT (Accordo Generale sulle Tariffe e sul

Commercio). Oggi il GATT si è trasformato in WTO.

Caratteristiche dello sviluppo economico americano:

 Produzione di massa o Fordismo

 Grande impresa

Queste due caratteristiche sono i capisaldi dell’esperienza americana e almeno fino agli

anni ’70 il modello da imitare.

Per quanto riguarda, ad esempio, il caso italiano nel caso della produzione

automobilistica Gianni Agnelli, fondatore della Fiat a partire dal 1899, compie il primo

viaggio a Detroit per visitare le officine Ford nel 1807. Agnelli torna a Torino e ai suoi più

stretti collaboratori dice: “ho visto il futuro, occorre fare come Ford”. In Italia però le cose

sono molto diverse e la Fiat impiegherà decenni per arrivare alla soglia fordista dal lato

produttivo.

Un segnale molto preciso di come la Fiat aveva voglia di rispondere alla sfida fordista è

rappresentata dal primo grande stabilimento Fiat, costruito al termine del primo conflitto

mondiale, il cui obiettivo è quello di fare come Ford; questo stabilimento è il Lingotto

(oggi divenuto centro espositivo).

Dal lato dello sviluppo economico Italiano, a partire dagli anni ’30 e sino agli anni ’70 è

fortemente dominato delle grandi imprese (Fiat, Edison, Olivetti, Breda, etc.), solo negli

anni ’70 cambierà il panorama.

L’età dell’oro termina, all’inizio degli anni ’70, in seguito a due grandi eventi:

1) Nell’agosto del 1971 gli USA annunciano la fine del sistema Bretton Woods, ovvero

lo sganciamento della moneta dalla parità aurea. Da questo momento ha inizio una

fase di fluttuazione dei cambi che provoca violente oscillazioni. 25

2) Si verifica il primo shock petrolifero: scoppio delle 4 guerre Arabo-Israleiane (vedi

scheda “Medio Oriente”). Tale conflitto ha origine dalla nascita dello Stato d’Israele

nel maggio del 1948 a seguito di un voto delle Nazioni Unite di suddividere la Pa-

lestina (che fino al 1914 era stata parte interante del vecchio Impero Ottomano) in

uno Stato Ebraico e uno Palestinese. La prima guerra Arabo-Israeliana scoppia per

la volontà di eliminare lo Stato d’Israele. La seconda scoppia nel 1956 in seguito al-

la decisione di Nasser (il leader nazionale dell’epoca) di nazionalizzare il Canale di

Suez, cioè di sottrarlo al controllo franco-britannico. La terza scoppia nel 1967 (è

detta anche guerra dei sei giorni) in questo caso è Israele, soffocata dalle pressioni

degli Stati Arabi, a prendere l’iniziativa, a seguito di questa guerra il Canale di

Suez è stato chiuso per diversi anni (dal ’67 al ’77), perchè era divenuto il confine

tra due Stati belligeranti. La quarta scoppia nell’ottobre del 1973 ed è quella che ci

interessa; in questo caso la guerra parte dall’Egitto il quale vuole riprendersi il con-

trollo del canale di Suez. In corrispondenza di questa guerra vengono indotti i Pae-

si arabi produttori ed esportatori di petrolio, per boicottare Israele e il mondo occi-

dentale a favore di Israele, ad aumentare il prezzo del petrolio. Negli anni del pri-

mo conflitto mondiale il prezzo del petrolio si era mantenuto sostanzialmente sta-

bile ed era molto basso, ad un certo punto il prezzo subisce una forte ascesa con

due picchi uno nel 1974 a seguito della decisione dei Paesi OPEC (Organizzazione

dei Paesi Produttori ed Esportatori di Petrolio) di introdurre una misura che soste-

nesse Israele; il secondo picco si ebbe nel 1979 quando in Iran nascerà una repub-

blica islamica.

L’economia occidentale era fortemente dipendente dal petrolio e l’innalzamento

del suo prezzo portò a forti tensioni inflazionistiche un pò in tutti i Paesi.

L’inflazione sarà inoltre accompagnata ad un forte periodo di recessione; viene

coniato, in ambito economico, un nuovo termine: stagflazione.

La fine del sistema di Bretton Woods e il grande shock petrolifero fanno cessare la

golden age.

Lezione 7 - 05 Ottobre 2009 26

L’Area asiatica dal punto di vista economico si presenta come l’area più in crescita

dell’ultimo quarto di secolo, in particolare il Giappone ha fatto da traino ad altre piccole

realtà come: la Corea del Sud, Taiwan (cioè l’isokinawaola di Formosa), Hong Kong e

Singapore

Il Giappone, che è un insieme di isole (le cinque maggiori sono da Nord a Sud Hokkaido,

Honshu, Kyushu, Shikoku, Okinawa) con una superficie di circa 377.000 Km , quindi un

2

pò più grande (un 20% in più) della superficie italiana (circa 300.000).

La popolazione del Giappone è circa più del doppio di quella italiana con quasi 130

milioni di persone (è un paese intensamente popolato).

Ha una conformazione geografica abbastanza infelice, con un’agricoltura molto povera,

fortemente incentrata sulla produzione del riso, con nessuna particolare risorsa del

sottosuolo e per di più è collocato su una delle faglie sismiche, quindi è soggetto a

fenomeni sismici forti e frequenti.

Inoltre il Giappone è stato l’unico paese a subire l’olocausto nucleare

(le uniche due bombe atomiche sganciate a scopo bellico all’inizio dell’Agosto del 1945 a

conclusione del secondo conflitto mondiale sono cadute su Hiroshima il 6 Agosto e su

Nagasaki il 9 agosto).

Il Giappone ha poi vissuto la stessa condizione di Germania e Stati Uniti (nuovi paesi

emergenti dal punto di vista economico alla fine dell‘ottocento) all’inizio degli anni ’80 del

900 quando la sua prepotente avanzata sembrava che lo portasse a detenere la leadership

nell’ambito dello sviluppo economico moderno; poi questa condizione si è ridimensionata.

La crescita economica contemporanea del Giappone (che è stata definita con aggettivi

altisonanti: spettacolare, impressionante) è sinonimo di due caratteristiche fondamentali:

 la diversificazione

 specializzazione flessibile.

La crescita attraverso la diversificazione è tipica dei paesi cosiddetti second coming

(secondi venuti rispetto ai paesi della prima rivoluzione industriale, paesi che sono

arrivati un pò in ritardo; Paesi dell’Asia e dell’America Latina).

In questi contesti la diversificazione e quindi l’impegno in campi produttivi molto diversi,

negli anni successivi alla guerra, è sembrata essere un punto di arrivo per l'impresa

(e non come i paesi di più antica industrializzazione che è stato il momento finale). 27

L'impresa diversificata giapponese prende il nome di zaibatsu, , mentre quella sud

coreana prende il nome di chaebol.

La realtà coreana e la Corea del Sud in particolare è legata al mondo occidentale ( la Corea

del Nord è comunista) questo grande gruppo diversificato ha assunto la denominazione di

Chaebol, ed esempi di questo tipo, da un rapporto della Corea del Sud uscito qualche

anno fa ad opera della fondazione Agnelli, sono la Samsung (presente nell’elettronica, nel

settore meccanico e anche nella chimica), la Hyundai (produce automobili, ma e presente

nell’elettronica e anche nel settore energetico) o la Daewoo (presente nel settore

automobilistico, nella meccanica generale e nella grande distribuzione).

Queste realtà hanno sfruttato le ampie tecnologie straniere, mature e ormai disponibili sul

mercato, per dar vita a imprese operanti in settori molto diversi tra loro.

Nel caso coreano, la crescita è stata favorita in un primo tempo dal copiare le tecnologie

europee che li venivano prodotte, per poi specializzarsi ed intraprendere R&S in proprio.

(per fare un esempio, la tecnologia al plasma, messa a punto in corea).

La specializzazione flessibile è la capacità di modulare l’attività produttiva non soltanto

sulla produzione di massa ma accoppiarla con produzioni più limitate o di nicchia.

L’esperienza giapponese e quella di altri paesi è stata, infatti, spesso indicata come un

passaggio obbligato nei processi di trasformazione dell’economie contemporanee dalla

fase fordista a quella post-fordista.

Alcuni studi hanno evidenziato che se si guarda con attenzione l’esperienza occidentale

europea, soprattutto nel corso dell’800, anche in un momento nel quale l’esperienza della

produzione di massa sembrava sempre più prendere campo, sino a divenire nel corso del

novecento il metodo sul quale orientarsi, in realtà vi sono stati, un po’ in tutta Europa,

esperienze che si sono orientate in modo diverso.

Questo è stato evidenziato soprattutto in un saggio scritto da due studiosi, un americano e

un inglese, l’americano Charles Sabel e l’inglese Jonathan Zeitlin , intitolato “Alternative e

storia alla produzione di massa. Politiche, mercati e tecnologie nell’industrializzazione nel corso

dell’ottocento”, uscito sulla rivista inglese Past and Present.

In quest’articolo è messo in evidenza che nella nuova era in cui predominava il modello

fordista vi erano realtà che non guardavano all’esperienza fordista come a un modello da

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riprodurre peressequamente ma si orientavano in modo diverso ed hanno potuto

svilupparsi grazie alle necessità di produzioni specializzate.

(i due studiosi ricordando alcune alternative alla produzione di massa hanno fatto

l’esempio delle segherie di Lione in Francia, quelle dei cotonifici svizzeri nel cantone di

San Gallo, oppure la siderurgia specializzata in Gran Bretagna nell’area si Sheffield; sono

tutti esempi di esperienze industriali caratterizzate da una maggiore flessibilità e

certamente non fordiste.

Un’impresa come la Fiat nota nell’ambito produttivo per i suoi due grandi stabilimenti

torinesi, il Lingotto prima e il Mirafiori poi, e dove l’impostazione fordista era massima,

nel corso dei primi anni ’80, con lo stabilimento di Melfi, tenta un superamento di questa

esperienza fordista attraverso un avvicinamento all’esperienza giapponese della Toyota).

Prima di parlare del Toyotismo, parleremo della storia Giapponese contemporanea.

Prima dell’età contemporanea in Giappone c’è il cosiddetto feudalismo Toyokawa, cioè

quella fase della storia giapponese caratterizzata dalla presenza nelle tre grandi isole di

Honshu, Kyushu, Shikoku di una serie di potentati (principi o sovrani posti al governo di

uno stato), cosiddetti shogunati (perché al loro capo c’era lo shogun, signore feudale)

ereditari, nelle quali le tre più importanti famiglie feudali esercitavano il potere politico

rinviando l’imperatore e la corte al solo governo di Kyoto, antica capitale giapponese;

in sostanza l’imperatore e la corte erano stati privati del potere effettivo.

L’età contemporanea in Giappone inizia nel 1868 con la restaurazione Meiji, dal nome

della dinastia.

La restaurazione di Meiji porta all’abolizione del sistema di potere feudalistico, nel quale

c’era l’imperatore ma anche gli Shogun, l’imperatore si riprende il potere e gli Shogun

diventeranno degli esecutori delle direttive stabilite dall’imperatore che ritorna sovrano

governante.

Il periodo è caratterizzato da importanti riforme sia sociali che politiche e da una forte

spinta modernizzante; il Giappone intraprende una politica imperialista occupando aree

limitrofe esempio: Taiwan (isola di Formosa nel 1895), la Corea nel 1910 e sconfiggendo la

Russia (guerra russo giapponese); in questo modo conquista un grande prestigio

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internazionale e con la morte dell’imperatore Matsuhido nel 1912 termina l’era Meiji e

inizia il periodo Taishò.

Con la restaurazione Meiji si verifica una profonda trasformazione:

si aboliscono i residui federali,

 si incoraggia rigorosamente l’industrializzazione, costruendo impianti pilota e

 chiamando esperti dall’estero,

si favorisce e si incoraggia l’istruzione, quella primaria e secondaria, in particolare

 quella tecnica,

si favorisce lo sviluppo di un sistema part-time nel quale, ben presto, assumono un

 ruolo fondamentale le banche miste (che esistono anche nell’Europa continentale),

crescita di imprese diversificate.

Elemento decisivo è il ruolo attivo assunto dallo Stato che ha contribuito a creare un

mercato per i beni di consumo incentivando i consumatori e le imprese assicurando

l’accesso a finanziamenti a basso costo; che ha contribuito a promuovere programmi di

ricerca e sviluppo in campi diversi, fornendo all’impresa una manodopera con un alto

livello di istruzione.

Ora sulla base di questi elementi alcuni autori hanno parlato di uno Stato guida, cioè uno

Stato che traina e questa sarà una condizione che si ritroverà nelle altre realtà asiatiche.

Dunque lo Stato ha un ruolo diverso rispetto a quello che lo Stato ha giocato nei paesi

dell’Europa occidentale, dove si è prevalentemente interessato alla redistribuzione della

ricchezza prodotta (esempio creazione di politiche di welfare).

Nel caso giapponese il ruolo dello Stato giapponese è stato quello di accrescere, accelerare

la stessa formazione del surplus e dunque della ricchezza nazionale.

Inoltre in parallelo alla restaurazione Meiji, il Giappone sviluppa una politica di tipo

imperialistico (Taiwan, la penisola coreana, la penetrazione nel territorio cinese, e poi la

Manciuria) ed è proprio la politica imperialista e quindi la volontà di assoggettare anche

altre aree nell’area asiatica e quella del pacifico che porta al grande scontro con gli Stati

Uniti d’America a cui segue il coinvolgimento nel secondo conflitto mondiale, che avviene

il 17/12/1941 a seguito dell’attacco giapponese alla base navale americana di Pearl Harbor

nelle isole Hawaii. 30

Come è noto in Europa la guerra è scoppiata da oltre due anni (Settembre 1939 con

l’attacco tedesco alla Polonia e la dichiarazione di guerra da parte di Francia e Gran

Bretagna alla Germania)ma in questi anni gli Stati Uniti si sono mantenuti in una

condizione di neutralità, il presidente americano in carica Franklin Delano Roosvelt, infatti

pur volendo aiutare l’Inghilterra a fronteggiare la Germania nazista e l’Italia fascista,

doveva dar conto ad un’opinione pubblica fortemente contraria all’essere coinvolta nella

guerra in Europa. A seguito dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’opinione pubblica

cambia idea e la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti dei paesi che saranno alleati del

Giappone, come la Germania nazista e l’Italia fascista, determina il coinvolgimento degli

Stati Unti in guerra.

Nel periodo dal 1912 al 1926, negli anni successivi al primo conflitto mondiale il Giappone

attraversa una grande crisi economica; nel 1926 con il nuovo imperatore Hirohito che sarà

quello che porterà il Giappone in guerra, inizia il periodo Showa.

Nel 1929-1941 il Giappone, avverte gli effetti intensi della grande crisi economica

internazionale, in un contesto segnato da forti tensioni politiche e da un clima di crescente

autoritarismo ; si parla di un fascismo giapponese, periodo caratterizzato dal crescente

peso dell’apparato militare sul governo civile in cui riprende la spinta espansionistica con

l’occupazione della Manciuria, l’invasione della Cina 1937, dove si scontra con una

resistenza di due tipi: quella nazionalista guidata da Chiang Kai-Shek e quella comunista

guidata da Mao Tse Tung.

Il Giappone entra in guerra nel 1941 dopo l’attacco alla base americana di Pearl Harbor;

nei mesi successivi il Giappone procede all’occupazione di vaste aree dell’Asia

occidentale: Indonesia, Indocina francese (che all’epoca metteva insieme Laos, Vietnam e

Cambogia), il Siam, (l’attuale Myanmar; vecchia Birmania), la Thailandia, l’Angola, la

Nuova Guinea e un gran numero di atolli del pacifico.

La spinta imperialistica nell’area del Pacifico si arresta tra l’estate del ’42 e l’inizio del ’43;

le grandi battaglie del pacifico sono quelle di Midway, piccolo atollo nel cuore del pacifico,

in cui c’era una base americana e quella di Guadalajara che è una piccola isola

nell’arcipelago delle Salomone (isole a nord della Nuova Guianea).

La controffensiva americana porta alla conquista di gran parte dei territori occupati;

nell’estate del ’45 di fornite al rifiuto di resa del Giappone, il presidente americano Harry

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Truman che sostituisce Roosvelt sfruttando la presenza di alcuni grandi scienziati che

avevano lavorato attorno all’energia atomica per produrre ordigni ad alto potenziale,

viene informato della possibilità di produrre la bomba atomica.

Questa bomba atomica doveva essere usata di fronte alla prospettiva dell’invasione

giapponese ma Thruman decide comunque di lanciare una prima bomba a Hiroshima il

06/08/45 e non essendoci nessun segnale di resa da parte del Giappone ne viene lanciata

un'altra il 9 Agosto e nell’arco di una settimana il Giappone si arrende.

Nel periodo immediatamente successiva al conflitto il Giappone è un paese occupato

militarmente dagli Stati Uniti; il generale McArthur, capo dell’area del pacifico, diviene il

governatore del paese.

La crescita economica, tra la restaurazione Meiji e la seconda guerra mondiale (1868-1941),

è fortemente segnata dalla presenza dei cosiddetti Zaibatsu, che erano posseduti e

controllati da alcune ricche famiglie (fortune ottenute in campo mercantile) come: i Mitsui,

i Sumitomo, i Mitsubishi oppure gli Yasuda.

La diversificazione si spiega in larga misura con una iniziale carenza di talenti manageriali

e imprenditoriali; molto frequentemente qualche imprenditore o manager, che aveva

dimostrato capacità e aveva ottenuto risultati importanti in qualche ambito, veniva

chiamato a portare questa sua esperienza in altri campi dove si sperava che le cose

andassero altrettanto bene.

La fortuna dei Zaibatsu e la loro massiccia presenza nell’economia giapponese, funziona

in modo perfetto sino alla seconda guerra mondiale (1945).

Per apprezzare questo cambiamento di scenario che si produce con la fine della seconda

guerra mondiale con una sconfitta rovinosa, bisogna cercare di comprendere i nuovi

contesti mondiali.

Il brano di Edvige Bilotti dal titolo, Il capitalismo asiatico nell’analisi dei sistemi-mondo,

analizza il contesto nel quale avviene la rinascita del Giappone e di altre realtà statuali

dell’area asiatica al termine del secondo conflitto mondiale in relazione alle nuove

opportunità che si stavano propinando (leggere fotocopia).

Il termine “sviluppo per invito” fa riferimento alla ricostruzione della Corea del Sud e di

Taiwan, gli americani invitano a partecipare. L’invito va collocato nel contesto della

guerra fredda (fase storica che si apre al termine del secondo conflitto mondiale quando

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gli Stati Uniti e il mondo occidentale prendono atto della volontà dell’Unione Sovietica,

paese anch’esso vincitore del secondo conflitto mondiale, di controllare tutta quell’area

dell’Europa continentale: Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, e una parte di

Germania dove nascerà la repubblica democratica tedesca).

In questo si assiste a questa forte controprotezione comunista, nel quale le tensioni sono

state molto forti e che terminano con la caduta del muro di Berlino.

Qual è la grande condizione a un certo punto che si è creata?

La condizione che si è creata nell’area asiatica è il distacco della Cina, la più grande realtà

asiatica, in cui prevale la componente comunista di Mao Tse Tung.

La repubblica popolare cinese nasce nel 1949 e si stacca sostanzialmente dall’area asiatica;

la Cina vivrà una condizione di sostanziale isolamento per alcuni decenni.

L’isolamento della Cina crea delle possibilità e delle opportunità per questi paesi; la

perdita della Cina a favore del blocco comunista, costringe gli Stati Uniti a cercare alleati

nella regione del pacifico; in considerazione del suo forte radicamento economico nell’Asia

orientale il Giappone era la scelta più opportuna e più ovvia.

Si tratta per gli Stati Uniti di ricostruire il paese con il quale hanno duramente combattuto

per alcuni anni, e sul quale furono sganciati due ordigni nucleari.

Gli Stati Uniti non erano interessati a Hong Kong e Singapore, che erano colonie

britanniche, ma la scelta di queste realtà si lega al fatto che queste vengono coinvolte nel

Commonwealth britannico che gli consente di stringere relazioni con Londra.

Ultima cosa da sottolineare è che il vantaggio che i paesi dell’area orientale trassero dalla

guerra fredda ossia l’esclusione della repubblica popolare cinese dalla partecipazione al

mercato mondiale, creando opportunità per altre realtà.

Ricostruzione e sviluppo dell'impresa specializzata flessibile

Si trattava di impostare la ricostruzione del paese e si trattava di reimpostarla su basi

nuove, su basi democratiche ma bisognava fare i conti su una realtà segnata da forti

tradizioni tant’è vero che il Giappone ha tuttora un imperatore.

L’imperatore Hirohito che aveva sostenuto i militari nella guerra, aveva altissime

responsabilità per aver portato il Giappone in guerra; questo avrebbe potuto generare una

reazione come quella verificatasi in altri paesi a seguito della sconfitta. 33

È accaduto in Francia nel 1870 in cui si è verificata la fine dell’istituzione monarchica

(Napoleone III è l’ultimo grande sovrano francese) con il passaggio alla forma

repubblicanna; lo stesso è avvenuto in Germania che ha abbandonato l’impero con

Guglielmo II a favore della Repubblica; lo stesso è accaduto all’Italia che ha visto la fine

della monarchia nel 1946 ( il 2 Giugno del 1946 si è votato per l’assemblea costituente si è

votato anche per il referendum istituzionale della Repubblica).

Il Giappone però, si trovava in una condizione diversa perché nonostante la sconfitta il

problema di cacciare l’imperatore non si era mai posto, l’imperatore, infatti, era

considerata una figura sacra e persino gli occupanti americani, con il generale McArtur si

dimostreranno molto rispettosi di questa tradizione.

La rinascita del Giappone era un problema legato anche alla democratizzazionne della

esperienza dell’economia Giapponese perché gli Zaibatsu, che avevano dominato la scena

economica in Giappone per un tempo molto lungo, erano state le realtà economiche che

più avevano spinto a decisioni autoritarie; quindi bisognava smantellarli per creare un

qualcosa di diverso con caratteristiche nuove ma che in qualche modo ricordasse la forma

degli Zaibatsu ( c’era bisogno di maggiore democrazia).

Questa nuova veste assumerà la denominazione di Keiretsu : la nuova forma d’impresa

dopo la seconda guerra mondiale.

L’impresa è comunque diversificata ma ci sarà maggior democrazia ad esempio da un

punto di vista azionario, sarà diffusa maggiormente la forma della public company.

Alcuni dei marchi più noti dell’industria Giapponese di oggi, come ad esempio il marchio

Sony, oppure Toyota, sono legati appunto a questa fase di rinascita economica post bellica

e all’affermazione dei Keiretsu.

Sia nei vecchi Zaibatsu che nei nuovi Keiretsu l’aspetto della flessibilità è l’aspetto

centrale, e la centralità della flessibilità si spiega sia per la presenza di un mercato

segmentato (presenza prodotti standardizzati e da produzione di nicchia) sia con la

diversa organizzazione del lavoro e della produzione.

Soprattutto nella versione keiretsu, ma non solo, l’impresa veniva e viene tuttora gestita

non a livello centrale ma a livello delle singole unità produttive.

La gestione non si sviluppa sul principio della divisione del lavoro ma sul principio del

lavoro collettivo e sinergico, cioè di un lavoro che coglie opportunità che nascono da

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imprese operanti in settori diversi; l’obiettivo della produzione non viene infatti affidato a

un singolo ma a un gruppo di lavoratori con funzioni intercambiabili; questo fa emergere

la differenza sostanziale tra l’esperienza giapponese e quella americana della stagione

fordista.

Nel caso americano dal lato dell’organizzazione del lavoro, vi erano lavoratori impegnati

in mansioni diverse: lavoratori qualificati, lavoratori semiqualificati e manovalanza

generica; in tali contesti era molto difficile il passaggio da una qualifica all’altra; la

produzione fordista garantiva un segmento molto esteso nel lavoro ma con una mansione

che veniva determinata dallo stesso futuro del lavoratore.

L’esperienza giapponese è molto diversa: i lavoratori seguivano una carriera

predeterminata sin dall'inizio, e il cambiamento seguiva una strada in cui il nuovo lavoro

era solo un passo avanti ottenuto grazie all'esperienza maturata.

Le mansioni qualificate, semiqualificate e manovalanza sono considerate degli stadi

attraverso i quali i lavoratori passano nell’ambito della sua vita lavorativa; quindi il

lavoratore deve crescere e se parte come un lavoratore di bassa qualificazione il lavoro

rappresenta un’ occasione per accrescere la sua competenza, le sue capacità e la sua

professionalità.

Le imprese giapponesi sono organizzate in modo tale che spesso si assiste a un passaggio

dei lavoratori da un’impresa all’altra nell’ambito dello stesso gruppo; nella forma attuale,

il modo di produrre in giapponese è, infatti, strutturato sulla base di un sistema di gruppi

di imprese a piramide; alla testa di questa piramide c’è l’azienda guida e poi alla base ci

sono tutte le aziende satellite; tra l’azienda guida e le aziende satellite c’è una stretta

collaborazione con un flusso continuo e costante di maestranze di tecnologie, di

competenze manageriali ed è proprio grazie a questo impegno collettivo che le aziende

giapponesi sono state in grado di integrare le abilità e gli sforzi degli operai al proprio

potenziale organizzativo (ribaltando l’impostazione fordista in cui l’operaio non viene

minimamente coinvolto nell’organizzazione).

Il caso Toyota rappresenta l’ispirazione di questa nuova impostazione e che ha consentito

all’intero paese di essere all’avanguardia attraverso l’introduzione di sistemi come il just

in time, il controllo di qualità e la specializzazione. 35

La ribellione al fordismo parte proprio dalla Toyota (un’impresa nata dopo la seconda

guerra mondiale).

Il profeta di questa rivoluzione chiamata poi toyotismo è Taiichi Ohno che ha anche

pubblicato un libro, Lo spirito Toyota, tradotto in tutte le lingue.

Taiici Ohno è stato un uomo che grazie alle sue esperienze ha introdotto nella Toyota la

nuova organizzazione produttiva.

Ohno sostanzialmente è convinto (soprattutto negli anni successivi all’esplodere della

prima crisi petrolifera nei primi anni ’70) che l’impostazione fordista abbia fatto il proprio

tempo; è un impostazione che ha troppi sprechi e non è fluida.

Ohno per ovviare agli enormi sprechi che caratterizzavano il modello fordista inventa un

ripensamento della catena di montaggio prevedendo la presenza dei singoli pezzi sulla

catena solo ed esclusivamente in cui servono (questo è il così detto just in time), cioè un

pezzo deve essere presente quando serve e non un ora prima e tre ore dopo e anche nella

quantità necessaria.

Secondo lui il vero just in time deve prevedere la produzione di componenti solo quando

sono necessario all'assemblaggio e nella misura adeguata.

L’altro grande pilastro del Toyotismo è la così detta autoattivazione che è la premessa

della qualità totale.

Nella catena di tipo tradizionale, l’operaio non conosce il processo, Ohno, invece, ritiene

che sia fondamentale che il lavoratore lo conosca per potersi autoattivare.

In altre parole Ohno ritiene che il singolo lavoratore debba essere cosciente dell'intero

processo produttivo in quanto questa conoscenza rappresenta la premessa fondamentale

per il miglioramento della qualità totale.

Il Toyotismo ha prodotto risultati straordinari, andando a confrontare il rapporto auto

prodotte a dipendente le cose sono lampanti; nel 1983 la General Motors (negli anni

ottanta l’industria automobilistica più importante del mondo) produceva circa cinque

milioni di auto con 460.000 dipendenti e il rapporto auto prodotte a dipendente è 10,8; la

Ford produce circa 2.500.000 auto con 160.000 dipendenti e un rapporto di auto per

dipendente di 15,6; la Toyota in questo stesso anno (1983) 3.400.000 vetture con 60.000

dipendenti e un rapporto di 56,6. Ora con dati come questi è chiaro che tutti si sono messi

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a studiare la Toyota; la Fiat produce poco più di 2 milioni di auto con 213.000 dipendenti e

un rapporto di 9,7.

Il XX secolo si è chiuso con la crescita molto sostenuta della crescita mondiale e con un

processo d’integrazione economica che non si era mai visto rispetto a epoche precedenti.

Se guardiamo agli ultimi vent’anni i protagonisti della crescita economica mondiale sono

paesi nuovi, non tanto il Giappone che negli anni novanta ha conosciuto una pesante crisi

recessiva che lo ha portato ad avere uno dei debiti pubblici più elevati del mondo, ma

Cina e India.

La rivoluzione pre economica cinese e indiana, che ha caratterizzato gli anni novanta, non

ha precedenti nella storia umana nel determinare una riduzione nella povertà assoluta a

livello mondiale; il processo di globalizzazione in questi paesi ha prodotto una situazione

di indigenza per le persone, quindi di povertà.

I tassi di crescita cinesi negli anni 90 sono stati più elevati di quelli dell’Europa occidentale

nella sua Golden Age negli anni ’50 e ’60 del ’900, anche se non hanno raggiunto quelli del

Giappone in questo periodo; va tenuto presente che la popolazione giapponese, per

esempio nel 1970, era meno di un dodicesimo di quella cinese attuale (1 miliardo e

trecentocinquanta milioni). Nel giro di vent’anni il numero di cinesi che sopravvive con un

dollaro al giorno (soglia di povertà assoluta) si è ridotto dal 66% al 16%, e questo è un

grande risultato perché il risultato si è più che dimezzato.

ulla base di questi dati non c’è dubbio che la crescita economica, almeno sul piano

qualitativo, è il risultato di gran lunga più rivoluzionario ottenuto, nell’ambito dello

sviluppo economico moderno, dalla fine del settecento (prima rivoluzione industriale)

sino ad oggi. Mentre la Cina è emerso come un gigante manifatturiero, l’India da questo

punto di vista ha un percorso un pò diverso, puntando di più sui servizi, e in un certo

senso bypassando l’industria.

Discipline diverse, quali la storia economica, l’economia, ma anche la demografia sono

interessate allo studio di questi fenomeni e si sono interessati nel passato e continuano a

interessarsi ancora adesso, non tanto sulla convenienza della soglia di sviluppo ma sul

problema della sostenibilità sociale, prima che economica, dell’attuale percorso di

globalizzazione; tutte queste discipline che il successo e l’insuccesso si giocheranno sulla

capacità di governare il processo di sviluppo. La crisi crescente e rovinosa dei mercati

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finanziari, manifestata negli ultimi mesi dell’anno scorso, non ha fornito, da questo punto

di vista, risposte particolarmente incoraggianti; la nostra capacità di governare i fenomeni

è modesta.

Lezione 8 - 08-10-09 CASO ITALIANO

FASI STORICHE DEL PROCESSO DI INDUSTRIALIZZAZIONE SU SCALA INTERNAZIONALE:

1. L'età della Prima Rivoluzione industriale (1750-1850)

• Il Decollo ( 1765- 1790);

• Crescita e consolidamento ( 1825-1848).

2. L' epoca della Seconda Rivoluzione Industriale ( 1870-1970)

• Crescita sostenuta e Globalizzazione ( 1870-1913);

• Disintegrazione e crisi ( 1914-1945);

• L'età dell'oro ( 1950-1973).

3. Gli ultimi 30 anni: L'inizio di una Terza Rivoluzione Industriale

• La rivoluzione elettronica ed informatica;

• Declino del modello fordista;

• Fine del primato americano?

Lo sviluppo economico moderno si manifesta, alla fine del 700, con la Rivoluzione

Industriale inglese ed assegna all'industria un ruolo trainante nella crescita economica. Si

parla di Prima, Seconda e Terza Rivoluzione Industriale che rappresentano momenti

successivi di un fenomeno che si è innescato a partire dalla metà del 700.

L'Italia inizia la sua esperienza come Stato Unitario al culmine della Prima Rivoluzione

Industriale, quando la Gran Bretagna è già un colosso ed ha distanziato gli altri Paesi. 38

In particolare, l'Italia inizia il suo percorso di Stato Unitario durante quella fasechiamata

Seconda Rivoluzione Industriale e vivrà i due momenti di maggiore sviluppo in

corrispondenza delle sue stagioni migliori.

Il primo momento di sviluppo si verifica tra il 1896 e il 1913 ossia nella definita Fase di

Crescita Sostenuta e Globalizzazione, con una crescita particolarmente vigorosa fino al

1907. E' il momento che gli storici economici hanno definito la fase di decollo

dell'economia italiana, un'economia che nei primi decenni aveva un pòostentato ed era

cresciuta in modo frammentato, ad un certo punto la crescita è vertiginosa e si mantiene

sostenuta fino al I Conflitto Mondiale.

L'altro grande momento di sviluppo dell'economia Italiana è concentrato nell' Età dell'oro

( anni 50 e 60 del 900), in questa fase l'Italia conosce quello che èricordato come " Miracolo

economico Italiano".

Dunque nell'arco di un secolo e mezzo l'Italia ha vissuto momenti di grande sviluppo che

gli hanno dato la possibilità di irrobustirsi seguendo l'andamento generale dell'economia

internazionale.

Durante questi anni, l'economia italiana ha conosciuto anche due cadute in seguito alla

partecipazione alle due guerre mondiale.

Il 2005 rappresenta il punto di arrivo di una crescita economica,che se pure con qualche

ricaduta, si è costantemente manifestata lungo il corso della storia italiana.

Gli anni successivi ed in particolare l'ultimo anno rappresentano la ricaduta anche se

attualmente non si dispone ancora di un quadro preciso.

Nel 2005 l'Italia contribuiva per il 2,7% alla produzione; i 59 milioni di abitanti italiani

rappresentano l'1% delle popolazione mondiale; per prodotto pro-capite con 31860 $

l'Italia si presenta nel ristretto club dei paesi più avanzati.

La ricchezza italiana pro-capite è 1/3 inferiore rispetto agli USA ( 43730 $ procapite);la

Germania ha un pro-capite di 35030 $, il Giappone 34080 $.

In compenso, nel 2005, è molto grande il divario con i Paesi emergenti ( Cina e India).

Rispetto al valore medio mondiale il dato italiano è più che triplo.

Per stimare la ricchezza degli italiani, la Banca d'Italia ha promosso una ricerca dalla quale

è emerso che il patrimonio delle famiglie italiane, al 2005, era costituito per 2/3 da beni

reali ( terreni, fabbricati, immobili), per 1/3 da beni reali ( moneta,crediti, titolo) ed il 39

patrimonio delle famiglie italiane corrispondeva a 10 volte il reddito disponibile al netto

delle imposte. Dunque le famiglie italiane sonofortemente patrimonializzate.

Agli inizi degli anni 90 le Nazioni Unite hanno chiesto di rivedere i dati relativi alla

ricchezza per allargare la ricerca e cercare di capire in che modo la ricchezza incideva sulla

vita delle persone .

Hanno, quindi, promosso un nuovo indicatore per stimare la qualità della vita.

Si è ritenuto, infatti, che il PIL non fosse un indicatore sufficiente ma che si dovesse

affiancare ad esso un qualcosa che tramuti la ricchezza in qualità della vita.

Si è cominciato a guardare ad alcuni dati essenziali: INDICE DELLO SVILUPPO UMANO:

Prendi in considerazione la vita media, l'accesso ai servizi sanitari, l'accesso ai livelli di

istruzione. Questo indice è stato costantemente perfezionato.

Secondo l'indice dello Sviluppo Umano, l'Italia si colloca al 20esimo posto, gli USAal

12esimo, la svizzera al 7.

Ciò vuol dire che gli italiani sono collocati tra i popoli più ricchi nel patrimonio, nel

reddito e nelle altre manifestazioni del benessere.

Ma nonostante questo, negli anni più recenti, la società italiana è stata attraversata da un

senso di precarietà.

La parola declino (Declino economico/ Declino Industriale )negli ultimi anni è stata usata

molto spesso, così si è cominciato a chiedere se il benessere che l'Italia aveva raggiunto

fosse una condizione stabile o se si potesse tornare indietro.

Da qui è nata l'esigenza di pensare al passato, dato che molta carenze edinsufficienze del

nostro sviluppo hanno origini lontane.

A questo fine ripercorreremo un secolo e mezzo di storia analizzando alcunecategorie

macro economiche:

1. Domanda e consumo;

2. Tecnologia;

3. Forme Finanziarie;

4. Ruolo dello Stato.

DOMANDA E CONSUMO

Per analizzare il tema bisogna fare riferimento alla distribuzione della popolazioneattiva

(vedi schema lez. 8) così come si è sviluppata dall'unificazione al 2005. 40

Popolazione attiva Gran Bretagna Italia

(1851) (1861)

Agricoltura 22 69.7

Industria 43 18.1

Servizi 35 12.2

Dai censimenti della popolazione, si evidenzia una grande % di addetti impiegati nel

settore primario e una % modesta di addetti impiegati nel settore terziario e secondario.

Non sono dati molto precisi, in quanto il servizio statistico nazionale, negli anni '60, era

ancora da costruire, le strutture di indagine e i mezzi erano carenti. Tuttavia i dati dicono

molto, soprattutto se si paragonano i dati del '51 della Gran Bretagna con quelli del '61

dell'Italia.

La situazione dei due Paesi è molto diversa; l'anno riferito alla Gran Bretagna è l'anno in

cui essa celebra il suo avanzamento industriale ed economico e l'Italia impiegherà un

secolo per raggiungere la situazione in cui la % di popolazione attivaimpiegata nel settore

industriale è maggiore di quella impiegata nell'agricoltura.

Per analizzare il tema della popolazione attiva, che è un indicatore significativo dello

sviluppo economico moderno, è opportuno fare riferimento alla Legge dei 3 Settori e la

Legge di Engel che consentono di capire cosa spinge la popolazione a spostarsi da un

settore all'altro.

LA LEGGE DEI 3 SETTORI

Secondo la Legge dei tre Settori, enunciata per la prima volta da un economista tedesco

A.G.B. Fisher nel 1935 ma ripresa e divulgata dall'economista britannico Colin Clark in un

celebre e fortunato libro del 1940 ( Le condizioni del progresso economico), lo sviluppo

economico comporterebbe un progressivo passaggio della quota relativamente maggiore

delle Forze di lavoro di un paese da un settore PRIMARIO (agricoltura, pesca, settore

estrattivo) SECONDARIO (industria) ed infine ad un Terziario (tutte le attività di

esercizio). Questa spinta è determinata dalla legge di Engel.

LA LEGGE DI ENGEL 41

La base del progressivo trasferimento delle forze di lavoro risiederebbe nella struttura

della domanda dei consumatori, regolata nel lungo periodo dalla cosiddetta legge di

Engel, dal nome dello statistico prussiano che nel 1857 la formulò per la prima volta.

Secondo tale legge, al crescere del Reddito vi sarebbe un mutamento nell'elasticità relativa

delle grandi categorie di consumi: i consumi alimentari crescerebbero meno rapidamente

degli altri. Al crescere del reddito la cifra destinata all'alimentazione non cresce

proporzionalmente ma cresce meno. Ciòvuol dire che c'è una quota di reddito crescente da

destinare ad altri consumi, consumi che sono soddisfatti dal settore secondario e terziario.

Pertanto, essendo i consumi alimentari soddisfatti essenzialmente dalla produzione

agricola, la crescita del Reddito complessivo di una collettività comporterebbe unmaggior

incremento delle produzioni extra-agricole e quindi dell'occupazione al di fuori del settore

primario.

Questo era alla base dello sviluppo economico moderno anche perché le popolazioni pre-

industriali non avevano opportunità sotto questo punto di vista, essendo costrette a

destinare quel poco di cui disponevano esclusivamente alla sopravvivenza, mangiare e

vestire. Nelle campagne si consumava solo ciò che si produceva e questa condizione non si

modifica per circa due secoli.

Per coloro non impiegati nel settore agricolo la spesa alimentare assorbe 3/4 del reddito

disponibile, questo spiega perché la domanda dei beni provenienti dal settore secondario e

terziario era piuttosto scarsa

Tenendo presente lo schema della Ripartizione della popolazione attiva, nel 1961 il69.7%

della popolazione attiva opera nel settore primario e questa quota nel tempo decresce

gradualmente. Cinquant'anni dopo c'è una diminuzione di circa il 10%della popolazione

attiva impiegata nell'agricoltura, anche se è ancora una % prevalente e per vedere

prevalere gli addetti nel settore industriale rispetto agli addetti del settore agricolo bisogna

arrivare al 1951.

Il passaggio della popolazione attiva da un settore all'altro è stato molto graduale ed ha

causato delle conseguenze sul nostro sviluppo.

L'agricoltura italiana è caratterizzata da una forte eterogeneità, fatto già evidenziatoa fine

800 di fronte al manifestarsi della crisi agraria provocata dall'arrivo sui mercati europei dei

cereali americani a basso costo. 42

Infatti, in questi anni il governo italiano promuove una grande inchiesta per cercare di

conoscere meglio l'agricoltura italiana da cui emerge che non esiste un Italia agricola ma

più "Italie agricole" molto diverse tra loro, come è per l'appunto riportato dal presidente

della Commissione inchiesta Agraria Stefano Iacini.

Si tratta di zone diverse dal punto di vista del paesaggio agrario (ossia l'Italia padana è

diversa da quella meridionale e peninsulare) di zone con colture diverse e con contratti

agrari diversi.

Nelle valli padane ad un certo punto comincia ad affermarsi un agricoltura più moderna

che fa ampio ricorso al lavoro salariato, bracciantato, che impiega macchinari e tecniche

produttive. Si tratta comunque, di piccole aree quindi la situazione è diversa anche nella

stessa pianura padana. L'Italia centrale è condizionata da contratti mezzadrili.

L'Italia meridionale e peninsulare è gravata da contratti che sono un retaggio di un passato

feudale molto pesante dove prevale la gestione latifondista. L'agricoltura italiana era

molto diversa anche nell'imposizione fiscale.

Lo strumento principale per poter applicare l'imposta fondiaria dell'epoca era il Catasto,

uno strumento attraverso il quale si accerta il valore di un terreno, la sua possibile resa

economica, per poter applicare la tassazione appropriata.

I catasti erano molto diversi tra loro.

In alcune parti erano usati catasti moderni, ad esempio i Catasti Geometrici Particellari

prevalevano nella Lombardia Austriaca ed in Toscana; erano Catasti abbastanza oggettivi

con cui i terreni venivano misurati in modo accurato.

In pratica si osservavano le produzioni realizzate su questi terreni, si faceva una stima dei

prezzi delle produzioni e sulla base della redditività del terreno si applicava l'imposta.

Nel Mezzogiorno prevaleva un Catasto descrittivo che si affidava alle dichiarazioni dei

proprietari.

Questa diversità permane e per avere un Catasto Nazionale devono apssare 70 anni

dall'Unificazione (1927).

Questi elementi segnalano la grande diversità dell'agricoltura italiana,un'agricoltura che al

momento dell'unificazione esprimeva la classe dirigente del Paese.

Cavour è il massimo artefice dell'unità ma è anche un proprietario terriero,descritto da

Rosario Romeo, nella sua biografia, come un imprenditore moderno. 43

A succederlo sarà un grande proprietario terriero toscano" Barone di Ferro" Bettino

Ricasoli, legato ad un'idea dello sviluppo agricolo molto diversa da quella di Cavour; è

fortemente legato alla realtà mezzadrile, realtà descritta come una transizione tra forme

feudali e forme capitalistiche ( in Toscana la realtà mezzadrile nasce nel Medioevo ed è

terminata mezzo secolo fa).

La diversità agricola continua a pesare nel lungo periodo, diversità che deriva dal fatto che

lo Stato italiano deve legare a se esperienze politiche e strutture economiche che vengono

da realtà preesistenti.

La penetrazione dell'economia di mercato nelle campagne si presenta solo in aree ristrette

della valle padana; in altre aree (Italia centrale, meridionale, insulare) del paese il rapporto

della popolazione agricola con il mercato è quasi inesistente. Di conseguenza i consumi

sono piuttosto modesti. ( il salario è una forma di retribuzione diffusa solo in poche aree

della valle padana)

La realtà mezzadrile è una realtà importante in Toscana, Marche, Umbria; nasce e si

diffonde nel Medioevo ed è rappresentata dal patto societario tra proprietario terriero e

una famiglia contadina per gestire un podere dotato di un fabbricato rurale per poi

dividersi i frutti di questo lavoro agricolo.

E' una realtà di autoconsumo perché le famiglie mezzadrile vivevano di quello che

producevano e avevano rapporti con il mercato molto modesti.

La condizione mezzadrile persiste fino alla II Guerra Mondiale, alla fine degli anni '60

entra definitivamente in crisi e sparisce come condizione prevalente: è il momento in cui si

passa al lavoro salariato ed è il momento in cui nascono le prime imprese agricole.

Per molto tempo la maggior parte della popolazione attiva ha scarsi rapporti con il

mercato e ridotta capacità di consumo.

Questa è la condizione della popolazione agricola ma la condizione del resto della

popolazione non è molto diversa, infatti i salari degli addetti all'industria sono piuttosto

modesti.

In Italia, infatti, non troviamo salari di tipo fordista. Le fabbriche italiane sono per lo più

tessili e fanno ampio ricorso al lavoro femminile e minorile a cui viene retribuito un salario

pari alla metà a quello che di norma era riconosciuto ad un maschio adulto.

Tutto ciò incide sulla capacità di spesa della famiglia. 44

Nel settore dei Servizi la capacità di spesa di una famiglia impiegatizia era piuttosto

modesta, gli stipendi erano molto contenuti.

Se si considera il periodo fascista (1936) non si notano modificazioni sostanziali; gli anni

tra le due Guerre mondiali sono anni molto difficili,sono gli Anni della Grande Crisi, anni in

cui i consumi non crescono.

In questo periodo per aiutare una società che sembra non avere grandi opportunità si vara

una legislazione molto precisa per frenare le Migrazioni interne. (Bisogna dimostrare di

avere un occupazione per ottenere la residenza).

L'unico modo, infatti per sfuggire a questa condizione di povertà era L'emigrazione

soprattutto dall'Europa verso il nuovo mondo e questo fatto ha importanti ripercussioni

economiche.

Nitti ha studiato l'Aspetto Economico dell'Emigrazione.

L'Emigrazione ha contribuito a tenere a galla i nostri conti con l'estero, soprattutto nel

primo 50ennio liberale.

In Italia la Bilancia Commerciale ( Rapporto Importazioni ed Esportazioni) è Passiva, ossia

importiamo più di quello che esportiamo.

Così dopo un anno si attiva una voragine nella bilancia commerciale che si ripercuoteva

nella più generale Bilancia dei Pagamenti ( che comprende la Bilancia Commerciale

insieme alle Imposte dette Invisibili, legate al movimento dei capitali).

La situazione che si era creata era la seguente: a fronte di una Bilancia Commerciale che

anno dopo anno era passiva, occorreva agire sulla Bilancia dei Pagamenti delle Imposte

Compensative per portare in equilibrio i conti con l'estero, perchè se fossimo stati in una

condizione di passivo permanente si sarebbero azzerate le nostre iniziative auree.

Il crollo passivo avrebbe rappresentato un deflusso fino all'azzeramento delle nostre

riserve auree.

Quello che contribuisce a tenere in ordine la Bilancia dei pagamenti sono le Immesse in

Patria.

Così milioni di immigrati italiani che avevano lasciato le famiglie in Patria mandavano alle

loro famiglie piccole cifre che per la legge dei grandi numeri diventano cifre consistenti. In

questo modo gli italiani si trasformano in risparmiatori, aumentano la capacità di spesa

dei familiari ed è stato proprio questo che ha consentito ai conti pubblici di mantenersi in

45

equilibrio.

Questa condizione comincia a modificarsi nel corso degli anni '50 in corrispondenza della

modificazione della distribuzione della popolazione attiva, cioè quando coloro che

lavoravano cominciarono a farlo sia nel settore industriale che nell'attività dei Servizi.

In questi anni la condizione dei bassi consumi si comincia a superare, sono gli anni del

cosiddetto Miracolo italiano tra il '58 ed il '63.

Il consumo si lega ad altra condizioni: nasce l'automobile, la lavatrice con conseguenze

rilevanti nella vita degli italiani.

Negli anni '60 la popolazione italiana arriva ad una condizione diversa, per la prima volta

dopo l'unificazione i consumi interni sono in aumento; sono soprattutto i beni durevoli a

crescere in modo esponenziale ( radio, televisione, frigoriferi, lavatrici).

Il prodotto simbolo del periodo del Miracolo italiano è l'automobile; occorre però ricordare

che l'industria automobilistica italiana non nasce in questi anni ma molto prima:

FIAT nasce nel 1889;

LANCIA 1906;

ALFA ROMEO 1910.

L'industria italiana pur affermandosi a livello internazionale per i suoi modelli sportivi

(ALFAROMEO), non aveva mai toccato una soglia fordista.

Il numero di auto prodotte è irrisorio ( il picco 7800 automobili annue quello che oggi Fiat

produce in 10 giorni).

Lezione 9 - 12-10-09

La condizione dei consumatori è una condizione di lunga stagnazione, soprattutto nel

consumo primario, il quale non cresce in maniera significativa fino agli anni '60 del 900.

La condizione della popolazione attiva è speculare ad un economia di bassi consumi; essa

è, infatti, prevalentemente impegnata nel settore primario che oltretutto non è molto

avanzato; un'agricoltura capitalisticamente avanzata è presente solo in ristrette aree del

paese (alcune parti della valle padana).

La condizione prevalente degli addetti al settore agricolo è l'autoconsumo. 46

L'unica vera alternativa per molto tempo è l'emigrazione, grande fenomeno demografico

sociale-economico, che rappresenta un fattore di riequilibrio per i nostri conti con l'estero

per molto tempo rimasti in deficit.

L'economia italiana è stata quindi per molto tempo un'economia di bassi consumi.

Le imprese italiane sono riuscite comunque a sopravvivere, a crescere e ad espandersi

geograficamente grazie alle altre due componenti della domanda:Domanda Pubblica e

Domanda Estera, che hanno offerto alle imprese italiane opportunità che non erano state

offerte dalla domanda Privata.

Il ruolo della Domanda Pubblica (che concerne la spesa statale) lo si vede bene nel settore

della Siderurgia e della Metalmeccanica.

La siderurgia italiana

Il settore siderurgico è uno dei protagonisti della II Rivoluzione Industriale, non in quanto

settore nuovo ma perché legato alla produzione del ferro.

A partire da metà 800 le fortune dell'industria siderurgica si legano alla possibilità di

produrre in grandi quantità e a basso costo.

In natura non esiste il Ferro ma il Minerale di ferro (ad es. l'Ematite molto apprezzato

perché costituito dal 50% di ferro). Per passare dal Minerale di ferro al Ferro la prima

operazione da fare è separare il ferro dal minerale in cui è contenuto.

All'inizio del 500 (Età moderna) nella produzione siderurgica si afferma il metodo

indiretto con il quale si arriva alla produzione del ferro attraverso un semilavorato: la

Ghisa, che si ottiene nella lavorazione di Altoforno.

L'Altoforno è quindi la prima fase della fusione del Minerale di ferro, infatti dalla fusione

del Minerale di ferro, Coke e calcare si da origine alla ghisa.

Dal punto di vista storico una svolta importante, nella prima Rivoluzione Industriale, è la

possibilità di utilizzare il Coke, un carbon fossile arrostito, un carbone purissimo con una

certa quantità di calcare.

I primi esperimenti avvengono in Inghilterra dove si riesce ad utilizzare il coke al posto

del carbone di legna. Il carbone era stato a lungo utilizzato,esso era però, molto più

costoso e per di più doveva essere realizzato appositamente in quanto bisogna

trasformare la legna in carbone. 47

Il coke era sicuramente più conveniente e l'Inghilterra era ricca di carbone; inoltre in

questo modo veniva meno l'obbligo di localizzare gli stabilimenti in aree boschive.

L'elemento di diversità tra ghisa, il ferro e l'acciaio è dato dalla % di carbonio presente in

ognuno dei tre:

 nella ghisa la % di carbonio è max e può variare tra 2.5% al 4%

 nel ferro la % di carbonio è bassissima, è inferiore allo 0.1%

 l'acciaio è una via di mezzo, la % di carbonio è tra 0.1% e 2%

La diversa percentuale di carbonio rende diverse le caratteristiche del prodotto, perché

maggiore è la percentuale di carbonio presente nel minerale di ferro tanto più duro è il

metallo; se , invece, la percentuale di carbonio è bassa il prodotto è più malleabile e duttile

alle lavorazioni.

Di conseguenza la ghisa è dura ma fragile allo stesso tempo e questo spiega perché in

passato i prodotti in ghisa non erano sottoposti ad ulteriori lavorazioni perché, data

l'elevata presenza di carbonio, se la ghisa viene trattata si rompe (un tipico prodotto che in

passato era realizzato in ghisa sono i termosifoni).

Il ferro, contrariamente alla ghisa può essere reso così tenero da essere lavorato a mano,

ma è suscettibile all'ossidazione , ha scarsa resistenza alla trazione e alla flessione.

In sostanza dove la ghisa si spezza il ferro tende a cedere ed il prodotto che combina i

vantaggi di questi due materiali è l'acciaio perché la percentuale intermedia di carbonio fa

si che l'acciaio sia molto duro ma possieda anche caratteri di elasticità e ciò lo rende

particolarmente indicato ad una serie di lavorazioni meccaniche dove è necessario piegare

il metallo, dargli delle forme particolari. Poi la sua robustezza in rapporto al peso e al

volume ha reso possibile la realizzazione di macchinari e motori più piccoli e più leggeri.

Le caratteristiche dell'acciaio erano note già nell'età moderna e si apprezzavano molto ma

fino a metà 800 non si era riusciti a trovare dei sistemi per produrre acciaio in grande

quantità e a basso costo e l'acciaio,quindi, era riservato a piccole lavorazioni.

Il vero salto di qualità si ha a metà 800 quando alcuni inventori realizzarono i "FORNI" per

produrre acciaio in grande quantità ma a costi convenienti.

Nel 1856 l'inglese Henry Bessemer inventò il Convertitore. 48

Nel 1864 i fratelli francesi Martin e il tedesco Fons Siemens inventarono un Forno che

prenderà il nome da entrambi: Martin- Siemens.

Nel 1878 un altro tecnico inglese Thomas realizzò un nuovo convertitore più perfezionato

di quello di Bessemer che ebbe molto successo.

(Ciclo di lavorazione siderurgico)

La ghisa deve essere trattata, deve essere decarburata ed in passato si faceva ricorso a

queste tecnologiche per poi arrivare all'ultima fase, del ciclo di lavorazione siderurgico,

della laminazione. I treni laminatori sono fatti di rulli su cui

l'acciaio incandescente corre, ad un certo punto l'acciaio passa su due cilindri sovrapposti

e viene spianato per le utilizzazioni finali secondo la classica distinzione dei prodotti in

siderurgia in prodotti lunghi e prodotti piani (Un esempio di prodotti lunghi sono le

rotaie, un esempio di prodotti piani la carrozzeria delle automobili).

La differenza sostanziale tra la tecnologia del Forno Martin-Siemens e la tecnologia del

convertitore è data dal fatto che il Forno si afferma come una tecnologia che non rende

economicamente conveniente le grandi produzione ma che va bene per le piccole.

Alla vigilia del I Conflitto Mondiale in USA, in GB, in Russia ed in Italia era

prevalentemente utilizzato il Forno Martin-Siemens; in altri paesi si faceva ricorso al

Bessemer ; limitato era l'utilizzo del forno nella versione perfezionato di Thomas in

Germania, Francia, Belgio.

La siderurgia italiana vive alcune situazioni abbastanza precise.

Il primo aspetto da sottolineare è la costruzione dell'acciaieria a Terni (1884-1886)

sollecitata dallo Stato ed in particolare dal Ministero della Marina che gli assicura fin da

subito le commesse.

Infatti, nel momento in cui si passa dalle imbarcazioni in legno alle nuove costruzioni in

ferro ed acciaio, il Ministero della Marina per la realizzazione della flotta con scafi

metallici vorrebbe assegnare le commesse ad un impianto italiano ed è proprio per questo

che si attiva per la costruzione di un grande stabilimento che sorgerà a Terni.

Fino a questo momento il settore era molto arretrato, a testimonianza di ciò vi era la

fonderia di Follonica, appartenuta per molto tempo allo Stato Toscano. 49

Follonica era collocata in una zona di paludi infestata dalla malaria e ciò rendeva le

lavorazioni particolarmente complicate nel periodo estivo, era per questo motivo ritenuto

un impianto part-time; le lavorazioni cominciavano ad ottobre e cessavano a maggio; era

un impianto con tecnologie superate ed impianti vecchi.

Lo stabilimento di Terni è uno stabilimento a ciclo integrale in quanto è un acciaieria e non

un altoforno.

L'apporto della domanda pubblica è,quindi, chiarissimo e fortemente percepibile.

Ma c'è un'altra opportunità per la siderurgia italiana rappresentata dai minerali anche se le

risorse del sottosuolo non sono paragonabili a quelle degli altri stati.

In Italia il carbone era inesistente ed il minerale di ferro scarso e concentrato sull'isola

d'Elba; le miniere più importanti dell'isola in realtà erano cave perché il ferro veniva

grattato sulle colline e questo rendeva il giacimento elbano ricco e molto conveniente dal

punto di vista dello sfruttamento.

Queste miniere erano demaniali, cioè appartenevano allo patrimonio statale ed erano

diventati tali dopo l'unificazione, però per circa 40 anni, dall'Unità fino a fine 800, il

minerale di ferro dell'Elba non va ad alimentare la nascita della siderurgia italiana ma va

ad alimentare lo sviluppo industriale siderurgico di altri Paesi come la Francia, Germania,

USA.

Questa scelta si spiega tenendo presente il passato dell'isola D'Elba.

L'isola ha una sua unità fino al tramonto del medioevo (300) cioè fino a quando l'isola è

parte della Signoria degli Appiani, la famiglia Picana. A partire dal 500 l'isola D'Elba è

separata politicamente, infatti, in parte viene inglobata nel Gran Ducato di Toscana; in

parte appartiene al Principato di Piombino che è la parte prevalente ed è la parte in cui

sono collocate le miniere di ferro; un'altra parte è collegata allo Stato dei Presidi

(Dominazione spagnola).

Solo il congresso di Vienna (1815), che definisce l'assetto geo-politico dell'Europa post-

napoleonica, riassegna l'isola D'Elba nella sua interezza al Gran Ducato di Toscana

facendo cessare la vita autonoma del Principato di Piombino di cui era sovrano il principe

Luigi Buoncompagno Ludovis. Questi era un esponente di una grande famiglia

dell'aristocrazia romana che in seguito alla perdita non demorde ed in sede internazionale

riesce ad ottenere un consistente indennizzo. Tutto ciò costringe lo Stato toscano a vendere

50

il minerale di ferro sui mercati esteri e quando il Gran Ducato di Toscana entra a far parte

del Regno italiano questa politica non si modifica.

La situazione cambia solo nei primi anni del 900 quando nascono alcuni grandi complessi

siderurgici tra cui Piombino e Bagnoli. Si tratta dei primi stabilimenti a ciclo integrale ossia

impianti in cui erano presenti contemporaneamente altoforni (per la produzione della

ghisa), forni o convertitori (per la trasformazione della ghisa in acciaio), e laminatori (per

la realizzazione dei prodotti finali). Gli impianti erano ad unità termica il che significa che

negli stabilimenti di Bagnoli e Piombino il prodotto non veniva mai raffreddato ed il

prodotto era sempre allo stato incandescente.

Questa condizione si modifica solo nel 1897 quando il Ministero delle Finanze redige un

capitolato di appalto per le miniere dell'Elba, privilegiando gli impianti nazionali anziché

esteri, per favorire l'utilizzazione interna del Minerale di ferro.

In questo modo i produttori nazionali vengono fortemente avvantaggiati grazie al fatto

che lo Stato è proprietario delle miniere.

Sulla base della forte spinta della domanda pubblica per la costruzione della flotta

militare, per le ferrovie, per l'armamento la siderurgia italiana riesce a decollare.

E' comunque una siderurgia ancora modesta (vedi tabella lez.9).

A partire dai primi anni del 900 ci sono due modelli di sviluppo delle imprese

siderurgiche fortemente condizionate dal tipo di domanda che queste imprese

fronteggiavano.

Gli studiosi della siderurgia sostengono che nella siderurgia italiana ci sono due grandi

componenti:

1. Siderurgia tirrenica , quella dei grandi impianti siderurgici ( Piombino 1905 e

Bagnoli 1910) che fronteggia la domanda proveniente dall'amministrazione pubblica

2. Siderurgia padana, localizzata prevalentemente in Lombardia ed in Piemonte, che

comprende imprese molto più piccole le cosiddette mini-acciaierie che fronteggiano una

domanda privata proveniente soprattutto dalle imprese metalmeccaniche localizzate nella

zone che chiedevano piccole quantità di prodotti ma molto specializzati.

La siderurgia tirrenica prevale fino alla prima guerra mondiale. Il momento di rivincita

arriva negli anni '20 e '30 quando la siderurgia tirrenica vede diminuire la domanda

pubblica. In questi anni crescono molto le imprese padane che sono in sintonia con le

51

esigenze del mercato (ossia sono in sintonia con le imprese metalmeccaniche dell'area

lombarda e piemontese, avvantaggiate dal fatto che il rottame di ferro utilizzato nelle

guerre mondiali costerà meno della ghisa e ciò contribuirà alla loro crescita).

La metalmeccanica italiana

La grande occasione per la metalmeccanica, nel corso del'800 è rappresentato dalle

ferrovie. Questo fenomeno interessa la GB, la Francia, la Germania.

In Italia invece, subito dopo l'unità, quest'opportunità si stenta a cogliere non perché non

si costruiscono le ferrovie, anzi se ne costruiscono parecchie.

La rete ferroviaria in Italia, nel 1861, è di circa 2000 km ed è distribuita un pò nella valle

padana, in Toscana (la prima ferrovia è la Leopolda che collega Firenze con Livorno, poi fu

costruita la M.Antonia che collega Firenze con Pistoia) ed in Campania dove c'è la Napoli-

Portici, la prima ferrovia realizzata in Italia prima dell'unificazione (1839) ma che per

molto tempo rimane l'unica.

Nei 30 anni successivi all'unità si costruiscono molte ferrovie per cercare di unificare

materialmente il Paese; la costruzione delle ferrovie in Italia è, quindi, dettata

esclusivamente da motivazioni politiche e non economiche .

Uno storico inglese ha introdotto il concetto di differenziale di contemporaneità secondo

cui la costruzione delle ferrovie non ha lo stesso effetto per tutti i Paesi, soprattutto dal

punto di vista economico.

In Inghilterra la costruzione delle ferrovie arriva al momento giusto, in altri Paesi, invece,

si costruiscono le ferrovie ma non si vede una ricaduta economica dalla costruzione delle

stesse; ed è proprio questo che si cerca di spiegare con l'introduzione del differenziale.

Il problema non è la ferrovia ma il grado di sviluppo economico del paese dove si realizza

la ferrovia, in alcuni casi la ferrovia può non servire a nulla.

In Italia, infatti non c'era un traffico di persone o merci tale da giustificare la realizzazione

della ferrovia. Le ferrovie, inoltre, vengono realizzate prevalentemente con capitale

straniero (francese, tedesco, inglese), con l'obbiettivo di ampliare la ferrovia padana e di

collegare nord e sud. La presenza del capitale straniero ha conseguenze negative per le

52

possibilità di sviluppo di imprese siderurgiche e metalmeccaniche perché il capitale

straniero passa le commesse alle imprese straniere.

La svolta arriva a metà degli anni '80 quando lo stato decide di affidare la gestione della

rete a due compagnie:

1. Società per le strade ferrate meridionali ( conosciuta come Bastagi dal nome del

banchiere livornese che l'ha fondata).

2. Società per le strade ferrate del Mediterraneo

A queste due società lo Stato, nel 1885, affida la gestione della rete ferroviaria dividendo

l'Italia in due. In questo modo razionalizza il sistema ma crea una condizione di favore per

queste imprese e allo stesso tempo le vincola ad utilizzare materiali industriali per la

produzione del materiale rotabile stabilendo delle % fino ad una certa soglia.

Questa politica nel lungo periodo ha prodotto risultati importanti, così nell'arco di 20 anni

la situazione si ribalta e la % di materiale rotabile prodotto dalle imprese italiane diventa

molto significativo; lo Stato in questo modo ha contribuito alla crescita delle imprese.

Questo orientamento si precisa meglio nel 1905 quando lo stato decide di nazionalizzare le

ferrovie.

Nel nostro paese sono state fatte due nazionalizzazioni:

 1905 le ferrovie,

 1962 l'energia elettrica

Quando uno stato si assume la gestione delle attività paga ai privati sostanziosi

indennizzi nascono in questo modo le Ferrovie dello Stato; ci sarà poi il problema del

rilancio delle ferrovie italiane perché i privati avevano smesso di investire nel settore ed

avevano anche trascurato la manutenzione ordinaria e quindi la rete ferroviaria, nel 1905,

è in una condizione di forte degrado.

Lo stato cerca di rimediare passando molte commesse all'industria nazionale per il

rinnovo del materiale rotabile creando una situazione molto positiva, infatti la

nazionalizzazione del 1905 verrà ricordata da tutti come un operazione molto positiva

anche per coloro che beneficeranno degli indennizzi perché potranno investire i capitali

ricevuti in un settore molto promettente come quello elettrico. Così nel 1962 con la

53

nazionalizzazione dell'energia elettrica tutti pensavano che si sarebbe ripetuta la

situazione del 1905 ed invece le cose andarono meno bene.

Domanda proveniente dall'estero

E' un aspetto molto importante ma a lungo trascurato dalla storiografia economica; non si

è data sufficiente importanza a:

 Un consistente flusso di domanda di prodotti italiani, sopratutto agro-alimentari e

tessili, proveniente dall'emigrazione in USA e sud America

 Progressiva acquisizione di quote significative nel mercato internazionale da parte

di aziende italiane in campi diversi.

Per quanto riguarda il settore tessile , a cui si lega la prima fase del nostro sviluppo, è

possibile scomporlo:

1. Industria sedica che ha detenuto una quota rilevante del mercato mondiale

della seta (circa il 30%) fino alla prima guerra mondiale.

Per la seta il problema deriva dalle caratteristiche del prodotto, si tratta di un

prodotto ricco che contrasta con le caratteristiche del mercato interno il quale

presentava ridotte capacità di assorbimento; tutto ciò spiega perché la seta

viene commercializzata sui mercati internazionali non come prodotto finito

ma come seta o grezza o semilavorata. La seta grezza è venduta nel mercato

di Londra, la seta semilavorata è scambiata sul mercato francese o svizzero

dove veniva completata e dove aveva a disposizione mercati più ricchi per

l'assorbimento.

2. Imprese cotoniere che sono presenti in varie parti del paese come Piemonte,

Lombardia, Toscana, Campania. Quest'attività cresce gradualmente e riesce a

conquistare, tra fine 800 e inizio 900, America Latina e l'area danubiana-

balcanica.

3. Imprese laniere presenti in Piemonte, Toscana e Veneto.

Mentre al nord il tessuto prodotto era di alta qualità (lana pettinata), Prato

realizza un prodotto povero (lana rigenerata o meccanica che nasce dalla

rigenerazione dei tessuti, ossia stracci. 54

Gli stracci assumono un importanza notevole nel territorio pratese e

giustificano la nascita di alcune importanti figure tra cui il Cenciaiolo, che

sapeva distinguere al tatto un tessuto per poterlo classificare. La

classificazione è decisiva per il processo di lavorazione che lo straccio deve

subire, così Prato a fine 800 conquista un ruolo importante per queste

lavorazioni ossia per la lana rigenerata e per gli stracci già classificati.

Settore alimentare dove alcune imprese conquisteranno una posizione

internazionale significativa (Buitoni).

Settore Tecnologicamente avanzati in cui lavora Ansaldo che si occupa di

produzioni militari e che riesce a raggiungere una posizione dominante realizzando

produzioni valide ad un prezzo accessibile.

Settore Chimico in cui lavora la Montecatini che per molti anni è la rappresentante

nazionale dell'impegno dell'industria italiana in questo settore.

Tra le due guerre mondiali conquista uno spazio molto importante grazie al brevetto di

Giacomo Fauser per la produzione di ammoniaca sintetica, un composto importante che la

Montecatini venderà nel mondo insieme agli impianti di produzione di ammoniaca

sintetica.

Bisogna aggiungere che ci sono due imprese per le quali il mercato internazionale non è

un occasione di crescita ma di sopravvivenza:

1. Fiat (1889)

2. Pirelli (1872)

Queste imprese rappresentano un apporto innovativo alla Teoria della multi-

nazionalizzazione dell'impresa secondo cui l'impresa non può arretrare di fronte alle

opportunità di crescita, prima cresce nel mercato interno ed una volta arrivata ad una certa

soglia si proietta a livello internazionale.

Nei casi Fiat e Pirelli si parla di apporto innovativo perché il mercato interno non esiste.

La Fiat, ad esempio, vende principalmente nel mercato estere (64% della produzione negli

anni '20 è destinata al mercato internazionale) e a seguito della presenza sui mercati esteri

l'azienda svilupperà una serie di investimenti all'estero ossia realizzerà impianti in

55

Francia, GB, Polonia per cogliere al meglio le opportunità offerte dal mercato

internazionale; la Fiat, quindi cresce puntando sull'estero.

Lo stesso accade alla Pirelli, che nasce nel 1872 come produttrice di articoli di gomma ma

che conoscerà le sue fortune quando diventa un impresa universalmente conosciuta come

produttrice di cavi telegrafici. Già nei primi anni del 900 la Pirelli è presente con propri

impianti in Francia, Argentina, Spagna, Inghilterra, Brasile; anche la Pirelli come la Fiat è

un esempio di apporto innovativo alla Teoria della Multi-nazionalizzazione perché in

mancanza di un mercato interno le opportunità di crescita si legano ad una significativa

presenza sui mercati internazionali.

LEZIONE 10 15 OTTOBRE 2009

In questa lezione ci occuperemo di tecnologia.

4. L’ETÀ DELLA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1750 – 1850)

 Il decollo (1765 – 1790)

 Crescita e consolidamento (1825 – 1848)

5. EPOCA DELLA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1870 – 1970)

 Crescita sostenuta e globalizzazione (1870 – 1913)

 Disintegrazione e crisi (1914 – 1945)

 L’età dell’oro (1950 – 1973).

6. GLI ULTIMI 30 ANNI: L’INIZIO DI UNA TERZA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE?

 Rivoluzione elettronica e informatica

 Declino del modello fordista

 Fine del primato americano?

Questa sequenza di fasi è fortemente segnata dal mutamento tecnologico; queste tre

56

grandi fasi del processo di industrializzazione su scala internazionale sono, infatti, grandi

onde di mutamento tecnico: la Prima Rivoluzione Industriale è fortemente segnata dalle

nuove macchine che trasformano radicalmente il modo di produrre dell’industria tessile,

in particolare di quella cotoniera, ed è fortemente caratterizzata da una nuova fonte di

energia inanimata; la Seconda Rivoluzione Industriale è fortemente segnata dall’avvento

di settori nuovi e da una forte caratterizzazione del mutamento del rapporto tra la scienza

e la tecnologia, la quale è sempre più dipendente dalle conoscenze scientifiche; infine gli

anni a noi più vicini appaiono fortemente segnati dalla rivoluzione tecnologica e

informatica.

Si potrebbe a questo punto pensare che il cambiamento tecnologico sia stato da sempre al

centro degli studi di discipline quali la storia economica e la teoria economica, ma non è

stato così.

Sia la storia economica che la teoria economica hanno prestato un’attenzione distratta, per

un lungo periodo, su questo aspetto centrale dello sviluppo economico moderno. Per

quanto riguarda la storia economica (che si è occupata principalmente della Rivoluzione

Industriale Inglese) gli studiosi che si sono dedicati a questa disciplina hanno privilegiato

altri abiti di ricerca quali ad esempio l’andamento della domanda, dei consumi oppure

aspetti quali le conseguenze economiche del processo di industrializzazione in Inghilterra.

Per quanto riguarda, invece, la teoria economica l’attenzione per il cambiamento

tecnologico è recente (risale all’ultimo mezzo secolo) e per tutti gli studiosi che si sono

avventurati in questo campo un punto di partenza irrinunciabile è costituito dagli studi di

uno dei maggiori economisti del 900: Joseph Alois Schumpeter (1883 – 1950).

Schumpeter nasce nel 1883, anno significativo per gli economisti: è l’anno della morte di

Marx e della nascita di Keynes.

Nasce in un piccolo centro della Moravia (che allora faceva parte dell’impero Austro-

Ungarico), la sua formazione avviene a Vienna in una realtà vivace dal punto di vista

intellettuale; per Vienna in questo periodo spesso si conia l’espressione “la grande Vienna

di fine 800, primi 900”. Quindi Schumpeter studia in una realtà estremamente stimolante.

Si laurea a Vienna nei primi anni de 900 ed assiste alla dissoluzione dell’impero Austro-

Ungarico a seguito del primo conflitto mondiale e negli anni dell’immediato dopo guerra

Schumpeter sospende l’attività di insegnamento e per un lungo lasso di tempo compie

57

un’esperienza in campo gestionale in quanto si ritrova a ricoprire una posizione di rilievo

(direttore generale) in una grande banca austriaca e un incarico importante a livello

politico (ministro delle finanze).

Questi impegni però non lo distolgono dagli studi ai quali torna a titolo definitivo dalla

metà degli anni ’20.

Nel 1932 accoglie l’invito dell’Università di Harward e si trasferisce negli USA dove

rimane fino alla morte 1950.

Le opere principali di Schumpeter sono:

 “Teoria dello sviluppo economico” (1912)

 “Cicli economici” (1939)

 “Capitalismo, socialismo e democrazia” (1942)

 “Storia dell’analisi economica” (1954)

La prima opera è un lavoro più teorico anche se è permeato di cultura e senso storico,

Schumpeter in questo senso era un economista che assegnava alla storia un grosso peso

nella formazione dell’economista.

Il seconda è un lavoro più di indagine storica sullo sviluppo economico nel quale

Schumpeter mette a confronto lo sviluppo nel lungo periodo di Germania, Inghilterra e

Stati Uniti.

Schumpeter ha la fama di economista un pò eretico e controcorrente, occorre quindi

cercare di comprendere in che cosa consista questa sua eresia rispetto all’orientamento

economico prevalente del periodo.

La scheda n. 1 (“Lo sviluppo economico”) cerca di rendere conto di quello che era

l’orientamento prevalente degli studi economici nel momento nel quale Schumpeter

produce la sua prima opera importante da economista (1912). Il Prof. legge la scheda...

Alcuni tra i più noti economisti neoclassici tra fine 800 e primi decenni del 900 sono:

 Gran Bretagna:

 William Stanley Jevons 58

 Alfred Marshall

 Francis Ysidro Edgeworth

 Francia:

 Antoine-Augustin Cournot

 Leon Warlas

 Italia:

 Vilfredo Pareto

 Maffeo Pantaleoni

 Austria:

 Carl Menger

 Stati Uniti:

 Jhon Bates Clark

 Irving Fisher

 Svezia:

 Knut Vicksell

Questi studiosi sono i protagonisti di questa svolta avvenuta nell’economia che aveva

portato il tema dello sviluppo economica ai margini, l’interesse prevalente era l’equilibrio

economico generale.

È in questo clima che venne alla luce il primo dei due grandi lavori di Schumpeter

(“Teoria dello sviluppo economico”), la quale, in un contesto come questo, si presenta

come opera innovatrice ma anche controcorrente e chi va controcorrente non ha mai vita

facile.

Il punto di partenza dell’analisi di Schumpeter è una forte critica al modello statico su cui

si era fondata l’economia neoclassica. “Immaginiamo – scrive Schumpeter – di trovarci in

presenza di una realtà dove sono contemporaneamente presenti proprietà privata,

59

divisione del lavoro e libera concorrenza, e dove anno dopo anno si producono una serie

di beni che vengono consumati. Per ogni offerta c’è una domanda corrispondente e la

quantità di moneta in circolazione è esattamente quella che serve per favorire questo tipo

di scambi”. Questo assetto economico è dominato dal consumatore e i produttori

rispondono semplicemente alle sue domande. “Certo – osserva – Schumpeter – l’economia

può crescere per l’effetto di fattori esterni come ad esempio l’aumento di popolazione, ma

non può svilupparsi nel senso di un mutamento delle sue strutture”. La conclusione di

Schumpeter è che il modello statico è perfetto nella sua costruzione, ma è anche

perfettamente irrealistico perchè “il sistema capitalistico non è una specie di mare che

occasionalmente è turbato dalle onde, ma è come se fosse un fiume che scorre ma che ad

un certo punto va in contro a delle rapide che ne deviano il corso”. Queste rapide potremo

assimilarle ai cambiamenti, ovvero sono il prodotto di shock che Schumpeter definisce

innovazioni.

Il concetto di innovazione di Schumpeter è piuttosto esteso, non si limita solo ad una

nuova tecnologia, ma ad esempio un’innovazione può essere anche l’apertura di un nuovo

mercato, l’acquisizione di nuove materie prime, l’avvento di nuove fonti energetiche, la

produzione di massa.

All’origine di queste innovazioni c’era l’imprenditore nella sua veste di operatore

economico che rischiando sfida l’inerzia delle abitudini consolidate per intraprendere

nuove strade; per Schumpeter l’imprenditore non deve essere necessariamente ne un

inventore ne un capitalista, ma deve avere i poteri decisionali nell’impresa cioè deve

comandare; non deve essere un genio può anche essere una persona modesta.

Quindi per Schumpeter l’imprenditorialità non è una professione ma un’ispirazione (un

qualcosa che o cel’hai o non cel’hai).

Schumpeter parte da due assunti fondamentali:

1. L’economia capitalistica tende necessariamente a svilupparsi.

2. Questo processo di sviluppo non procede come una linea retta ma è ciclico, fa se-

guire a fasi ascendenti fasi discendenti, quindi è un processo ondulato. “Il ciclo è la

forma che lo sviluppo assume nell’età del capitalismo” – scrive Schumpeter. 60

Vedi scheda n. 2 (“L’analisi dei cicli economici”). Il Prof. legge la scheda...

Schumpeter utilizza questi studi sui cicli economici perchè gli servono per dare forza alla

sua convinzione che lo sviluppo economico capitalista procede a onde; quello che egli

introduce è che la spinta ascensionale del ciclo economico è data dagli imprenditori

innovatori.

Per Schumpeter la base su cui si fonda il processo ciclico è la circostanza che le

innovazioni non si distribuiscono uniformemente nel tempo ma tendono ad affollarsi;

scrive Schumpeter: “In ogni periodo storico è agevole individuare il settore nel quale il

processo di sviluppo ha avuto origine e associarlo con determinate industrie e all’interno

di queste con determinate imprese dalle quali i perturbamenti si sono diffusi all’intero

sistema economico”

Gli imprenditori innovatori sono pochi per ogni periodo perchè pochi sono capaci di

staccarsi dalle routines; ma chi è capace di attuare nuove combinazioni di fattori

produttivi ottiene grandi guadagni e si trascina dietro una serie di imitatori.

La concezione dello sviluppo economico e del progresso tecnico in Schumpeter è

caratterizzata da tre fasi:

1. Invenzione

2. Innovazione

3. Imitazione

Schumpeter è particolarmente interessato all’innovazione perchè è qui che vede all’opera

gli imprenditori.

Lo sviluppo economico per Schumpeter è un processo discontinuo segnato dalla comparsa

di invenzioni che non hanno tutte la stessa importanza e questo spiega le onde che sono di

diversa ampiezza temporale. La forma di questo processo è quindi ondulata e cioè

crescente fino a che l’imprenditore si assicura i sovra profitti legati all’introduzione

dell’innovazione, per invertire poi la propria direzione quando i concorrenti imitano

l’innovazione e la diffondono nel sistema economico annullando i sovra profitti e

ristabilendo così l’equilibrio di mercato.

Schumpeter ha dedicato gran parte della sua opera “Cicli economici” ad una verifica

61

storica comparata guardando all’esperienza di tre grandi Paesi: Gran Bretagna, Germania

e Stati Uniti e lo ha fatto utilizzando come indicatori statistici i prezzi e il livello della

produzione.

Il modello che Schumpeter utilizza è a due fasi:

1. Espansione

2. Depressione

Vedi scheda con tabella “Innovazioni”

Per avere un’idea di come si presenta questo andamento in cui sono presenti sia onde

lunghe, che medie, che piccole (cicli di Kitchin) vedi scheda con grafico “Il processo

capitalistico. Cicli economici”.

Per terminare possiamo dire che Schumpeter come persona non doveva essere un tipo

facile (era un pò scorbutico), ma aveva un grande pregio: scriveva bene. Questo spiega

perchè le sue opere sono sempre riproposte.

Per quanto riguarda le critiche alla visione dello sviluppo economico di Schumpeter e per

sintetizzare quello che la ricerca economica ha prodotto negli ultimi decenni, utilizzeremo

i lavori di due autori: Nathan Rosemberg e Paul David.

Dai lavori dei due autori è venuto un approfondimento e per certi versi anche un

approfondimento della visione schumpeteriana del progresso tecnico.

Rosemberg si colloca in una scuola di pensiero che ha attribuito maggiore importanza alla

continuità del cambiamento tecnologico; infatti, mentre l’attenzione di Schumpeter era

concentrata sull’innovazione, Rosemberg era più interessato all’invenzione perchè era

stato un allievo di uno dei più noti studiosi di storia della tecnica: il professor Abbot

Usher, studioso notissimo il cui lavoro più importante è stato “La storia delle invenzioni

meccaniche” (1929). Usher e Rosemberg erano quindi molto più interessati ai tecnici

piuttosto che agli imprenditori.

I lavori più importanti di Nathan Rosenberg sono contenuti in due raccolte:

 “Perspectives of technology”

 “Inside the black box” 62

Rosemberg per comprendere in modo più efficace origine, calendario e diffusione delle

nuove tecnologie ha suggerito l’adozione di un’unità di analisi che superi le barriere del

singolo comparto industriale, arrivando ad una concettualzzazione della così detta

convergenza tecnologica (vedi scheda n. 3 “N. Rosemberg”). Il Prof. legge la scheda...

Quello che c’è scritto nella scheda significa che: se si vanno a smontare i singoli prodotti

finali riportati nella scheda (armi da fuoco, macchine da cucire, biciclette) e si vede da

quali pezzi sono costituiti e in che modo questi pezzi funzionano e si collegano tra di loro,

si scopre che questi pezzi stanno insieme e funzione sulla base di principi simili; ad

esempio una soluzione tecnica utilizzata per un prodotto può essere utilizzata anche per

prodotti apparentemente molto diversi.

Rosemberg, per quanto riguarda la visione schumpeteriana, è molto critico rispetto alla

sequenza che Schumpeter aveva ipotizzato poiché riteneva che tale visione fosse troppo

semplificata.

Rosemberg nota soprattutto che nell’età della Seconda Rivoluzione Industriale lo studio

dell’innovazione è divenuto più complesso, coinvolge un gran numero di informazioni e

tutto questo perchè i processi sono divenuti più difficili da gestire.

In uno dei sui studi degli anni ’60 Rosemberg produce una semplice tabella (vedi scheda

con tabella “Intervallo temporale tra invenzione e innovazione per 35 differenti prodotti e

processi”) per fare un confronto rispetto alla sequenza di Schumpeter e provare a vedere

qual’è l’intervallo di tempo che è trascorso tra un’invenzione e la sua trasformazione in

tecnologia. Dalla tabella vediamo che l’intervallo di tempo è piuttosto lungo: ad esempio

la televisione è stata inventata nel 1919 e trasformata in un prodotto nel 1941, l’intervallo è

quindi di 22 anni.

Questa riflessione di Rosemberg ha trovato ulteriore conferma in anni più recenti nella

vicenda delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione; le così dette ICT.

Su questa vicenda negli anni ’80, soprattutto negli Stati Uniti, tutta una serie di esponenti

del mondo economico avevano dato vita ad una serie di lavori sullo studio di queste

nuove tecnologie; il computer e il personal computer ormai si stava diffondendo e l’ipotesi

che si tentava di verificare era quella di cercare di valutare al meglio i recuperi di

efficienza dovuti all’introduzione di queste nuove tecnologie, e quindi determinare il tasso

63

medio di crescita della produttività.

I risultati che queste valutazioni dettero furono inizialmente profondamente deludenti,

così iniziò a circolare tra gli studiosi una celebre battuta di un grande economista Robert

Solow (Premio Nobel per l’economia nel 1987): “I computer si vedevano dappertutto negli

Stati Uniti meno che nelle statistiche della produttività”.

Ma nella seconda metà degli anni ’90 gli attesi forti incrementi di produttività

nell’economia americana iniziarono a manifestarsi.

Per comprendere ciò che è accaduto occorre rifarsi all’ipotesi interpretativa avanzata da

Paul A. David, il quale nei suoi lavori sostiene che nella storia delle economie moderne si

sono manifestate diverse onde di innovazione (all’incirca una a secolo negli ultimi tre

secoli) il cui risultato è stata la comparsa ogni volta di una tecnologia di tipo generale e

pervasivo, quella che gli economisti chiamano la “General purpose technology”, cioè

destinate ad entrare dappertutto.

Prima dell’avvento delle ICT l’ultima grande rivoluzione tecnologica, secondo David, era

quella dovuta all’introduzione dell’energia elettrica, ed in particolare della dinamo la

quale ha consentito, a partire dalle fine dell’800, di sostituire il motore a vapore con quello

elettrico attraverso la disponibilità di un generatore di forza motrice direttamente sul

macchinario.

Ma proprio per la loro natura pervasiva queste tecnologie (elettrica ed elettronica) possono

radicarsi e consentire grossi guadagni in termini di efficienza solo se sono accompagnate

da una riorganizzazione dei processi produttivi e gestionali di tutte le imprese e perchè

questo accada ci vogliono tempi lunghi; questo a causa della complessità e della penosità

di questi processi di apprendimento, cioè della fatica che questi comportano per persone

che per decenni hanno lavorato in un certo mode e ed un certo punto si trovano a dover

cambiare di colpo.

In questa fase di transizione dal vecchio al nuovo si perde qualcosa (che poi si recupera)

perchè molti lavoratori vengono ad esempio distolti dalle loro occupazioni per apprendere

nuove procedure lavorative e anche perchè il riassetto gestionale ed operativo delle

imprese può essere caratterizzato da ritardi, errori.

Quindi così come era accaduto per il motore elettrico, i cui frutti in termini di produttività

vennero colti solo dopo circa 20/25 anni, le ICT (soprattutto i microprocessori) introdotte

64

nella metà degli anni ’70 hanno iniziato a generare guadagni di produttività significativi

alla metà degli anni ’90.

Lezione 11 - 19 Ottobre 2009

La tecnologia, nonostante la sua rilevante importanza e centralità nei processi di crescita

economica, soprattutto nella prima rivoluzione industriale e nella seconda, ha avuto

scarsa attenzione. Quello che risalta e colpisce è che ne la storia economica ne la teoria

economica hanno prestato un’adeguata attenzione.

La storia economica nasce come disciplina accademica in Gran Bretagna alla fine

dell’ottocento e ha come oggetto di indagine prevalente la rivoluzione industriale;

nonostante questo però non è la tecnologia l’aspetto centrale ma altri aspetti di natura

economica oppure le conseguenze sociali. Questa condizione non si è modificata nel

tempo anche quando a partire dalla prima metà del settecento è divenuta una disciplina di

insegnamento accademico a livello internazionale.

La teoria economica, invece, ha posto al centro dell’attenzione non più lo sviluppo

economico e quindi un’analisi di tipo dinamico ma un’analisi di tipo statico, cioè le

condizioni dell’equilibrio economico generale, le quali sono state l’interesse preminente di

un gran numero di economisti che si sono riconosciuti nella cosiddetta scuola economica

neoclassica.

Ora per mutare questo tipo di orientamento e per far tornare lo sviluppo economico al

centro dell’analisi economica, un ruolo centrale è stato assolto da uno degli economisti più

noti del corso del novecento, tra cui Joseph Alois Schumpeter, economista austriaco che

ha operato nella prima parte della sua vita in Austria, in Germania e negli ultimi vent’anni

della sua vita (anni ’30-’50) si è trasferito negli Stati Uniti.

Agli studi di Schumpeter si deve un contributo essenziale per la crociata contro gli studi

neoclassici per cercare di riportare il tema dello sviluppo e i suoi agenti al centro

dell’attenzione negli studi economici.

La concezione dello sviluppo economico e del progresso tecnico in Schumpeter è

caratterizzata da tre fasi:

 invenzione,

 innovazione e

 diffusione. 65

Schumpeter era particolarmente interessato alla fase dell’innovazione, perché è in questa

fase che individua i protagonisti che a lui più interessano e cioè gli imprenditori.

Tuttavia egli, non è interessato a tutti gli imprenditori ma al centro delle sue analisi pone

gli imprenditori innovatori che sono in grado di superare i tradizionali modi di fare e

operare, aprendo nuove strade ed attuando nuove combinazioni dei fattori produttivi

(Schumpeter inoltre aveva una chiarezza di scrittura unica che permettono ai suoi scritti di

durare nel tempo).

Le teorie di Rosemberg sono utili alla critica di Shumpeter; egli ne loda la visione

dinamica dell’economia ma appare in netto contrasto sulla visione del rapporto

invenzione/innovazione.

Mentre per Shumpeter la cosa più importante è sempre stata l’innovazione (e quindi

l’imprenditore), in Rosemberg è fondamentale l’invenzione e la cumulazione del processo

inventivo nel quale agiscono tutta una serie di protagonisti che non sono imprenditori,

ma sono scienziati, tecnici, ricercatori, cioè tutti coloro che sono attivi in ambito tecnico e

che si preoccupano di tradurre una qualche invenzione in qualcosa di applicato.

Rosenberg in un convegno in Italia faceva questo esempio: faceva il caso di due critici un

americano e un tedesco che lavorano in Svizzera nei grandi laboratori di ricerca dell’IBM

che hanno ricevuto il premio Nobel per i loro studi sui materiali super conduttori che sono

a bassissima dispersione di calore e quindi molto importanti per la possibilità di

risparmiare energia; Rosenberg afferma che i due ricercatori hanno ricevuto il Nobel e la

fama, e adesso si apre la strada per un numero molto grande di ricercatori di tecnici che

dovranno prendere questa invenzione e trasformarla in qualcosa che conta nella nostra

vita di tutti i giorni per l’uso esempio di un qualsiasi domestico che è presente nelle nostre

case, ma nessuno saprà nulla di questo lavoro oscuro che è di decisiva importanza.

Rosenberg elabora il concetto di convergenza tecnologica ,concetto presentato in un

articolo degli anni ‘60 sulla storia delle macchine utensili negli Stati Uniti.

Il concetto di convergenza tecnologica si basa sulla convinzione che la soluzione di alcuni

aspetti tecnici e tecnologici, sul modo nel quale le macchine sono in grado di funzionare, è

andata a vantaggio di settori o imprese che producono beni finali molto diversi.

Questi beni finali sono stati realizzati grazie al fatto che a un certo punto in un campo

preciso si è realizzata una particolare soluzione e quella soluzione è stata poi adottata 66

anche per produrre beni finali diversi.

Rosenberg ha criticato la sequenza Schumpeteriana sostenendo che quella sequenza che.

Schumpeter aveva considerato quasi automatica , (passaggio invenzione innovazione) in

realtà è un passaggio non breve e richiede tempi lunghi e in taluni casi anni, qualche

decennio.

Tutto quello sostenuto da Rosemberg, ha trovato conferma negli studi di Paul David, uno

studioso americano che ha lavorato a lungo nell’università americana di Stanford in

California.

Secondo lo studioso, ci sono state delle onde grandi (3/4 solo nell’ultimo secolo) che

hanno permesso la modifica del sistema; l’ultima è stata l’ICT (information and

comunication technology), mentre la prima è stata l’invenzione della dinamo. ICT sono

alla base del grande salto di qualità, dovuto alla rivoluzione elettronica e alla diffusione

dell’informatica.

Paul David cioè ha ricordato che la comparsa delle tecnologie elettroniche ed informatiche

hanno richiesto del tempo prima che si potessero apprezzare i loro risultati in termini di

produttività, tant’è vero che nel transito dall’invenzione, l’innovazione e la diffusione di

queste tecnologie nel sistema economico, la produttività può anche calare (la celebre

affermazione Robert Solow, il paradosso della produttività in cui Solow a un certo punto

dice che pur essendoci i computer le conseguennze non si sono ancora viste). C’è voluto

un lasso di tempo non breve, circa 20 – 25 anni dall’invenzione del microporcessore, che

ha consentito l’installazione sulla singola macchina delle tecnologie elettroniche, per far sì

che esse (tecnologie elettroniche) potessero completamente operare in modo diffuso.

Tornando a Rosenberg, nei suoi lavori più recenti (pubblicati negli anni ’70 e ‘80):

Scatola Nera: Tecnologia, Economia e Stroria, il lavoro su Schumpeter,

 Endogeneità della Tecnologia e

 Breve Storia della Tecnologia Meccanica del XX secolo, il lavoro dedicato al secolo

 dell’innovazione.

ha messo in risalto due aspetti.

Il primo di questi aspetti è l’importanza del rapporto tra imprese per il trasferimento

della tecnologia. Rosenberg è convinto che la tecnologia non sia facile da trasferire da un

posto all’altro ma sostiene che se si viene stabilimento un rapporto tra imprese il

67

trasferimento risulta facilitato.

L’altro elemento sottolineato con forza da Rosenberg è l’importanza del contesto

istituzionale; Rosenberg fa riferimeto soprattutto a due istituzioni; la prima è la grande

Università americana con il ruolo che essa ha avuto nel campo della formazione e nello

stabilire un rapporto sinergico con molte imprese.

Rosenberg ha lavorato a lungo a Stanford, università californiana (nell’area di San

Francisco), e quella di Berkeley ; Stanford è stata, per tutti coloro che hanno indagato sulla

nascita dell’industria tecnologica e informatica, un punto di riferimento essenziale; la

Silicon Valley (Valle del sicilio) dove è nata l’industria informatica e per decenni si sono

sviluppate le esperienze più significative, ed è appunto nell’università di Standford, un

centro di formazione e un passaggio continuo di persone, che dall’università passavano

alle imprese o viceversa.

Il secondo aspetto è quello del finanziamento pubblico all’attività di ricerca (l’aggettivo

federale per il contesto americano è sinonimo di Agenzia Statale e Governativa; quando si

fa riferimento all’ FBI = Federal Bureau Investigation è una polizia autorizzata a indagare

nell’intero territorio americano perché le autorità di polizia dei singoli stati si fermano ai

confini dello stato; da New York non si può andare a indagare nel New Jersey).

Tra le agenzie che hanno sostenuto e finanziato l’attività di ricerca in campi diversi vi è la

NASA (l’ente spaziale americano).

Teorie Neoshumpeteriane:

Richard Nelson (professore all’università Columbia di New York)

Thomas Hughes (professore di storia della tecnologia alla Universty of Pennsylvania),

autore di un capolavoro storiografico intitolato Networks of Power che ha ad oggetto la

ricerca sulla diffusione dei sistemi elettrici a livello internazionale.

Hughes è un ingegnere e quindi per formazione è portato a vedere la razionalità

ingegneristica come il faro per fare le cose; allo stesso tempo, però, si è dovuto confrontare

con situazioni nelle quali la razionalità ingegneristica ha dovuto lasciare spazio ad altre

impostazioni, da qui il desiderio di saperne di più e di mettersi a studiare la storia e in

particolare la storia della tecnologia.

In questo lavoro ha esaminato come è avvenuta l’elettrificazione in tre realtà urbane,

Chicago, Londra e Berlino, mettendo in evidenza come la razionalità scientifica ha dovuto

68

fare i conti con la politica; si è dovuta spiegare, perché nella costruzione della rete elettrica

la razionalità ingegneristica ha prevalso in una realtà come quella di Chicago, ma lo stesso

non è stato in città come Londra e come Berlino perché, in queste realtà europee la politica,

gli interessi locali hanno piegato la razionalità ingegneristica ottenendo meno risultati.

Questo lo si può comprendere solo studiando questi sistemi in relazione con le realtà locali

e le forze politiche e sociali che hanno fatto prevalere una soluzione rispetto ad un’altra.

Christopher Freemann (fondatore nel 1965 del cosiddetto SPRU nell’università del Sussex

in Gran Bretagna, il più importante centro europeo nel quale si studia la storia della

tecnologia e il rapporto tra tecnologia e sviluppo economico).

Sia nei lavori di Rosenberg che degli studiosi cosiddetti Neo Schumpeteriani, in molti

paesi, fra i quali anche l’Italia, si è iniziato a indagare sul cosiddetto National System of

Innovation.

Rosenberg sostiene che la tecnologia non è facile trasferire da un posto all’altro;

il NSI ha cercato di creare le condizioni istituzionali che nei singoli paesi possono

consentire la diffusione e la distribuzione d’innovazione nel sistema economico.

Queste condizioni possono aver favorito oppure penalizzato il sistema nazionale

d’innovazione; questo spiega le condizioni diverse in cui si trovano molti paesi.

Dagli studi condotti a livello internazionale è emerso che le condizioni che hanno

potenziato oppure depotenziato il sistema nazionale di innovazione sono il frutto di

meccanismi complessi che coinvolgono:

I processi di apprendimento e quindi i sistemi d’istruzione a tutti i livelli e la dota-

 zione di capitale umano.

il modo nel quale in ciascun paese viene organizzata la ricerca scientifica

 Le istituzioni pubbliche che ruotano attorno (soprattutto la disciplina dei brevetti).

Applicazione al caso italiano dell’NSI

Consideriamo il sistema italiano d’innovazione ed in particolare le tre componenti

principali:

sistema d’istruzione (soprattutto campo tecnico scientifico) per la dotazione del ca-

 pitale umano,

il sistema di ricerca scientifica tecnologica

 69

le politiche rivolte alla tutela e alla promozione dell’attività innovativa (legislazione

 in maniera di brevetti).

La prima di queste tre componenti è il sistema di formazione dunque la formazione di

capitale umano.

La Germania a metà ottocento, nel periodo immediatamente precedente alla nascita dello

stato tedesco unitario, dal punto di vista dell’istruzione si trova in una condizione

abbastanza avvantaggiata; la Germania, infatti, come molti altri paesi, ha usufruito della

forte spinta dell’istruzione di base proveniente dalla riforma protestante

( La riforma protestante agisce come fattore di spinta per la diffusione dell’istruzione di

base, perché alla base della predicazione di Lutero e Calvino, vi è la convinzione che il

credente debba poter accedere direttamente alla lettura dei sacri testi della bibbia.

La decisione di Lutero di tradurre la Bibbia in tedesco aveva la finalità di superare

l’intermediazione sacerdotale).

In Germania già a metà 800 il problema dell’istruzione di base è un problema quasi risolto;

in Italia oltre ¾ della popolazione (il 78%) è analfabeta. Questo 78% di popolazione

analfabeta è anche una stima generosa perché da per presupposto che ci sia ¼ della

popolazione che sa scrivere.

Tullio De Mauro , uno dei più noti studiosi della lingua italiana, professore all’università

di Roma, ex ministro della pubblica istruzione, non si accontenta di questa indicazione e

ha cercato di indagare sul quel quarto di popolazione che sulla base delle informazioni

provenienti da un censimento sembravano alfabetizzati.

Tullio De Mauro ha introdotto una nuova categoria: italofoni. Gli italofoni, nel 1861, sono

coloro che sono in grado di comprendere e di esprimersi nella lingua italiana.

Indagando ha portato alle luce informazioni sui massimi artefici dell’unità italiana e della

loro dimestichezza con la lingua italiana; ad esempio il massimo artefice dell’unità

italiana, Camillo Benso Conte di Cavour, ha scritto dei carteggi in francese e preferisce

esprimersi in quella lingua (come le classi colte); il primo re d’Italia, Vittorio Emanuela II,

che passa da re di Sardegna a re d’Italia (esistono molte biografie sul re che concordano

che il re non parlava italiano) parlava francese e uno stretto in dialetto piemontese. Ultimo

esempio è quello dei promessi sposi di Alessandro Manzoni, che esce nella sua veste

definitiva nel 1842; la prima stesura del romanzo è Fermo e Lucia, seguono gli Sposi

70

Promessi e poi i Promessi Sposi ; ma il Manzoni prima di arrivare alla versione definitiva

avverte il bisogno di liberarsi di una impostazione dialettale presente nel romanzo nelle

prime stesure.

Tullio De Mauro a conclusione della sua indagine sostiene gli italofoni non sono più di

600 000 e secondo De Mauro, si concentrano in gran parte in Toscana, nel Lazio e in poche

altre regioni.

Se questa è la condizione di partenza, l’imperativo è quello di recuperare il più

rapidamente possibile sul piano dell’istruzione di base.

La legge fondante l’ordinamento scolastico italiano dopo l’unità è la vecchia legge Casati

(piemontese) del 1859 che rimarrà in vigore fino alla riforma scolastica di Giovanni Gentile

del 1923.

La legge Casati prevedeva una scuola elementare uguale per tutti, poi una scelta tra un

ginnasio liceo e una scuola tecnica o istituto tecnico.

Il ginnasio liceo era a carico dello stato, mentre la scuola tecnica era a carico degli enti

locali (Comuni e Province). Le dotazioni di risorse di Comuni e Province erano molto

diverse e questo spiega perché in alcuni casi ha funzionato e in altri no.

Il ginnasio liceo consentiva l’accesso a tutte le università italiane, mentre l’istituto tecnico

consentiva un accesso più limitato ( ad esempio Economia e Commercio).

Il sistema italiano era relativamente aperto rispetto ad altri sistemi di istruzione europei,

ad esempio in Germania si poteva accedere all’università solo se si era fatto il ginnasio

liceo e la possibilità era preclusa a tutti quelli che avevano frequentato altri livelli

d’istruzione.

Dopo la riforma, e più precisamente nel 1911:

la percentuale di analfabeti è scesa al 37,9%, anche se oltre i due terzi ha frequentato

 solo la scuola elementare;

l’istruzione superiore in particolare quella tecnica, occupa un ruolo abbastanza mo-

 desto, rispetto a un paese come la Germania;

per l’università si registrano fenomeni di disoccupazione intellettuale (in Italia si

 formano troppi avvocati e pochi ingegneri nonostante la presenza di grandi scuole

di formazione per esempio i politecnici di Milano e Torino). 71

Ma la riforma più importante è avvenuta con il fascismo quando ministro dell’istruzione

diventa Giovanni Gentile

Giovanni Gentile rimarrà in carica dal Novembre 1922 fino al Luglio del 1924;in tempi

molto rapidi, prepara e attua una riforma dell’ordinamento scolastico nazionale destinata

ad arrivare fino ai nostri giorni.

La rifirma prevede un’accentuazione del carattere gerarchico e autoritario della scuola; si

alzano, infatti, i livelli di selezione, si introducono esami di ammissione in tutti i livelli

scolastici e si bloccano gli accessi dell’università per i diplomati degli istituti tecnici (da

questi ultimi si può accedere solo a economia e commercio; disposizione che rimane in

vigore fino al 1969.

In sostanza si sostiene un carattere gerarchico ed autoritario della scuola che prevede

 Ginnasio Liceo Classico

 Liceo Scientifico (che precludeva studi universitari in medicina e lettere)

 Istituti Tecnici (i quali ammettevano solo ad economia)

Effetti della riforma Gentile sugli iscritti all’università mettendo a confronto due anni:

gli iscritti all’università negli anni 1913-14 (ancora con la legge Casati) sono 25.658 ed

emerge che la facoltà con più iscritti è Giurisprudenza, segue la facoltà di Scienze (nel suo

complesso con matematica,fisica, chimica e scienze naturali) che se sommata alla facoltà di

ingegneria mette insieme quasi il 30% degli iscritti, seguono poi lettere e filosofia,

economia e commercio e poi altre facoltà come medicina e agraria.

Questa è la situazione precedente alla scoppio del primo conflitto mondiale.

Dopo circa un ventennio la riforma Gentile ha prodotto un aumento degli iscritti alle

Università (nell’anno accademico 1940-1941 gli iscritti sono 91.769).

La facoltà che presenta il maggior numero di iscritti è economia e commercio anche

perché è l’unica facoltà da cui si può accedere provenendo dagli istituti tecnici.

Segue giurisprudenza; la cosa che colpisce dunque è che la facoltà di scienze sommata alla

facoltà di ingegneria perde un 10% degli iscritti rispetto al corso della legge Casati.

Sono aumentati gli iscritti alla facoltà di lettere e filosofia, e sono ulteriormente calate le

altre facoltà.

Dunque la riforma Gentile ha prodotto degli effetti significativi convogliando la

formazione verso alcuni ambiti ( Umanistici). 72

La situazione ad oggi è (laureati 1995):

 poco più di 100.000 laureati,

 il tasso di produttività (rapporto tra numero di laureati e il numero complessivo di

iscritti 5 anni prima) della facoltà di medicina (80%) è superiore nettamente su tutti

gli altri perché già nel 1995 la facoltà di medicina era a numero chiuso.

La situazione prima che intervenisse la riforma del 2001 che ha creato le lauree 3+2 , era

questa: una prevalenza dei laureati in ambito letterario, sociale-economico, giuridico e poi

quelle scientifiche.

Gli studi sul sistema di ricerca scientifica e tecnologica evidenziano che nel periodo che va

dall’unità alla prima guerra mondiale c’è un notevole distacco tra gli studi scientifici e

l’attività industriale. Scienze e imprese sembrano ambiti molto lontani e distanti.

Alla organizzazione della ricerca scientifica lavorerà a lungo un personaggio di grande

spessore scientifico e culturale, Vito Volterra (professore di matematica all’università di

Roma tra le tante dove ha lavorato) che è il protagonista della creazione dei primi

organismi per la promozione della ricerca scientifica.

Nel 1907 Vito Volterra è fondatore della prima società italiana per il progresso delle

scienze; nel 1917, in piena prima guerra mondiale, Volterra sarà il promotore di un ufficio

invenzioni, per promuovere l’attività di ricerca, in questo caso, finalizzata all’attività

bellica nel quale il paese è coinvolto.

Nel 1923 crea il consiglio nazionale delle ricerche CNR (Consiglio Nazionale delle

Ricerche), di cui sarà presidente.

Vito Volterra sarà anche uno dei dodici professori italiani che nel 1931 rifiutarono il

giuramento di fedeltà al regime fascista (i professori erano 1200) con il rischio di perdere la

cattedra e venire cacciati dall’università.

Volterra presiede il CNR fino al 1926; dopo la sua emarginazione dal 1926 al 1937, la

presidenza viene assunta da un altro grande scienziato, Guglielmo Marconi fino al 1937

quando il fascismo affida la presidenza del CNR a Pietro Badoglio, capo di stato maggiore

generale (la ricerca scientifica così dipendeva dalle esigenze della guerra al quale il

fascismo si stava preparando).

Ma in Italia il vero problema è rappresentato da: 73

 carenza di fondi,

 dall’eccessivo peso della burocrazia (troppi uffici, troppi impiegati)

 influenza troppo forte dell’università sul CNR che veniva da essa considerato come

una cassaforte alla quale attingere e non come un ente con cui collaborare.

In queste condizioni l’Italia si trova in gravi difficoltà.

La fisica negli altri ’30 è una fisica che è all’attenzione mondiale; alcuni dei grandi nomi

della fisica come Enrico Fermi e i suoi allievi, Emilio Segrè Eduardo Amaldi, Bruno

Pontecorvo, Ettore Majorana, pur partendo da una condizione di difficoltà riescono a

raggiungere il successo internazionnale.

Nel dopoguerra i problemi saranno sempre i soliti, anche se il più grave (anni 60-70) è

rappresentato dall’incapacità di scegliere i progetti migliori come investimenti nella

chimica, nell’informatica e nell’energia nucleare.

I merito alla legislazione brevettuale, alcuni ricerche di Michelangelo Vasta hanno fatto

emergere che l’ Italia tra l’unità nazionale e gli anni più recenti ha avuto tre grandi leggi:

la vecchia legge del Regno di Sardegna (1859), che viene poi trasferita nel nuovo

ordinamento italiano, una legge degli anni del fascismo (1934) e infine la legge del 1979.

Il particolare distintivo di tutte e tre le leggi è l’assenza di un apparato che consente

l’esame per accertare l’originalità dell’invenzione; contrariamente a quanto accadeva in

paesi come la Germania o gli USA.

La conseguenza di tutto ciò è che o l’invenzione veniva sfruttata direttamente dal suo

scopritore oppure risultava difficile ottenere un riconoscimento economico della propria

scoperta.

Nell’ultimo periodo (20-25 anni) le imprese italiane che si sono dimostrate maggiormente

innovative; per tutelarsi si sono rivolte all’Europa Comunitaria o, in taluni casi, si sono

fatte riconoscere l’originalità del brevetto negli Stati Uniti. C’è stata anche una lunga lotta

intrapresa da alcune imprese italiane per farsi riconoscere l’originalità della propria

ricerca in campo farmaceutico (impresa farmaceutica Ricordati).

LEZIONE 12 22 OTTOBRE 2009

Nonostante l’importanza del tema della tecnologia, essa non è stata fino a tempi molto

74

recenti al centro dell’attenzione degli studiosi.

Di tecnologia parlano molti studi settoriali e molti casi d’impresa, ma le riflessioni di

carattere generale sono molto poche.

Una delle poche riflessioni a livello internazionale è quella di G.N. Von Tunzelmann il

quale è stato autore nel corso degli anni ’70 di una ricerca molto importante sull’avvento

dell’energia a vapore in Gran Bretagna, lo studioso è inoltre divenuto punto di riferimento

della S.P.R.U. (Centro europeo dell’Università del Sussex), un centro dove tutti quelli che

si occupano di tecnologia e sviluppo economico sono passati.

Se questo è vero in campo internazionale, questa considerazione trova ulteriore conferma

nel caso italiano perchè come riflessione di carattere complessivo e di lungo periodo sul

tema della tecnologia vi è un solo lavoro disponibile, quello del Professor Renato Giannetti

“Tecnologia e sviluppo economico italiano” pubblicato nel 1998.

Partiremo quindi da alcune considerazioni contenute nel lavoro di Giannetti per poi

prendere in considerazione alcuni dei settori più significativi nell’età della Seconda

Rivoluzione Industriale, specificatamente nel caso italiano.

In un passo del suo lavoro Giannetti scrive: “Come è noto...(legge il libro)”.

Nell’età della Prima Rivoluzione l’apporto della scienza alla tecnologia si stenta a cogliere,

quello che conta molto è l’esperienza che diviene decisiva per l’introduzione di quelle

macchine che rivoluzionano in modo radicale il modo di produrre nell’industria tessile -

cotoniera a partire dalla seconda metà del 700.

Questa condizione si modifica a partire da metà dell’800 con il profilarsi di una nuova

stagione dell’industrializzazione, quella fase cioè che abbiamo chiamato Seconda

Rivoluzione Industriale, quando ormai scienza e tecnologia si sono saldate, e la possibilità

di avanzamento sul piano tecnologico dipende dalla conoscenza scientifica.

Prendiamo in considerazione i due settori più importanti della Seconda Rivoluzione:

 Elettrico

 Chimico

Settore elettrico 75

Nella fase immediatamente precedente l’avvento dell’energia elettrica (primi decenni del

900) la risorsa decisiva era il carbone (quello a più elevato tenore calorico cioè l’antracite).

In Italia questo tipo di carbone non è presente o comunque era presente in pochissima

quantità (pochissimo in Sardegna); in altre aree dell’Italia, ad esempio in Toscana, ci sono

dei combustibili più poveri come la lignite, la quale ha consentito per alcuni decenni di

alimentare alcune attività.

Se l’Italia era priva di carbone e il carbone era l’elemento decisivo, allora lo doveva

importare nella sua totalità.

L’indisponibilità del carbone e la necessità di dover dipendere dalle importazioni ha

conseguenza importanti:

1. Pesante aggravio della bilancia commerciale: la voce carbone pesa molto nel nostro

interscambio commerciale; man mano che il processo di industrializzazione prende

sempre più campo in Italia la voce relativa alle importazioni di carbone diviene

sempre più importante e onerosa.

2. Dipendenza in misura rilevante dell’approvvigionamento estero: nel 1913 il 90%

delle importazioni di carbone viene dalla Gran Bretagna. Questo crea un grande al-

larme quando nel 1914 scoppia la guerra perchè l’Italia si trova in una condizione di

gravissima debolezza e poiché l’Italia si mantiene in una posizione di neutralità, c’è

un grande allarme nel sistema economico italiano per gli approvvigionamenti di

carbone; questo perchè la Gran Bretagna era entrata i guerra fin dall’inizio e voleva

sapere se l’Italia era un paese alleato o nemico. Poi durante il periodo di guerra spa-

riscono tutte quelle agevolazioni che sono tipiche dei periodi di pace (non ci sono

più dilazioni di pagamento, i prezzi salgono). La cosa poi si risolverà quando l’Italia

nel 1915 decide di entrare in guerra a fianco delle potenze dell’intesa e quindi Fran-

cia, Gran Bretagna e Russia; facendo venire meno le esitazioni iniziali che c’erano

state da parte della Gran Bretagna. Questa condizione di fragilità si è mantenuta fi-

no ai nostri giorni, se alla voce carbone sostituiamo quella di petrolio (adesso gas

naturale).

Fotografata la condizione dell’Italia nel primo cinquantennio post unitario, verso la fine

76

dell’800 in campo energetico si presenta una grande alternativa al carbone: la produzione

di energia elettrica.

La cosa che distingue l’energia elettrica dal vapore è che la prima è una fonte indiretta,

cioè una forma di energia; questo significa che per produrre energia elettrica bisogna

passare da una fonte primaria (è frutto cioè di una conversione di un altro tipo di energia),

cioè all’origine della produzione di energia elettrica c’è ad esempio un processo di

combustione (ad esempio di combustibili solidi come il carbone o liquidi come il petrolio).

Nel caso del gas l’energia calorica viene trasformata in energia elettrica grazie alle turbine

permettendo la produzione di energia termoelettrica.

Ma l’energia elettrica può essere anche prodotta facendo ricorso ad energia di tipo

cinetico, cioè ad un’energia di movimento; in questo caso l’energia è frutto di un processo

legato alla caduta dell’acqua che produce energia di tipo idroelettrico.

Al termoelettrico e all’idroelettrico si possono affiancare anche altri tipi di fonti primarie,

ad esempio le fonti fotovoltaiche (legate all’utilizzo dell’energia solare), o le centrali

eoliche, o l’impiego dell’energia nucleare.

In Italia, dal punto di vista dell’energia elettrica, si apre un’opportunità molto importante:

lo sfruttamento dell’energia idroelettrica per fare a meno delle importazioni di carbone

(attorno allo sfruttamento dell’energia idroelettrica nasce il mito del carbone bianco: cioè

l’Italia ha potuto sopperire alla mancanza di carbone attraverso l’energia idroelettrica).

Già alla vigilia del primo conflitto mondiale il 73,9% della potenza elettrica

complessivamente istallata nelle centrali dipende dalle risorse idriche, anche se la prima

centrale elettrica in Italia è di tipo termoelettrico.

Il Prof. fa vedere una cartina sullo sviluppo della rete elettrica nel 1914: la produzione di

energia di tipo idroelettrico aveva maggiormente privilegiato l’area più ricca di acqua e le

aree più avvantaggiate dal punto di vista fisico. La Val Padana è il territorio

maggiormente segnato da questo tipo di sviluppo, nell’Italia centrale la diffusione è più

contenuta e al Sud è quasi assente.

L’affermarsi di questo indirizzo aveva avuto delle conseguenze:

 Concentrazione del momento produttivo nelle aree dove c’era maggiore presenza

di fiumi (quindi aree rurali o montane lontane dai potenziali centri di utilizzi che

77

erano nelle aree urbane). Questo tipo di opzione se da un lato aveva contribuito ad

allontanare il produttore dal consumatore finale, aveva però spinto il produttore a

compiere un’incetta di concessioni per l’utilizzazione delle acque pubbliche; quello

a cui si assiste nei primi anni del 900 è cioè una vera e propria corsa da parte delle

imprese ad ottenere concessioni e questo spiega il forte squilibrio tra le potenziali-

tà delle reti e la domanda che invece era ancora contenuta; questo significa che si

era scommesso sul futuro (l’offerta precede la domanda).

 Accentramento della funzione produttiva e distributiva delle imprese: le imprese

elettriche che operano in questo periodo vngono definite imprese elettrocommer-

ciali perchè producono e distribuiscono. Non si assiste alla nascita di un sistema

elettrico nazionale integrato, ma alla nascita di una serie di sistemi elettrici regio-

nali o pluriregionali.

Si crea cioè una situazione per la quale una serie di imprese divengono dominanti

in diverse aree: si forma, a partire dal Nord, un sistema piemontese che comprende

una parte del Piemonte; un sistema lombardo che comprende la Lombardia, la

Liguria, una parte dell’Emilia e del Veneto; un sistema veneto; un sistema toscano;

un sistema centrale e laziale; un sistema meridionale. Si crea così una situazione

precocemente oligopolistica in cui il sistema non è interconnesso.

La mancata interconnessione di questo sistema è dovuta alla tecnologia perchè

soprattutto le imprese più importanti (Sip, Edison, Sade) avevano degli standard

tecnologici (sistemi operativi) diversi perchè tali imprese per costruire la rete di

distribuzione di energia elettrica avevano puntato su alcuni partners stanieri che

avevano tecnologie diversificate tra loro; nel caso, ad esempio, il partner scelto dalla

Sip era la società svizzera Brown – Boveri, la Edison aveva puntato invece sugli

americani della General Electric, infine la Sade aveva puntato sui tedeschi della

Aighe (??? Non capisco).

Ciascuna di queste grandi imprese estere era interessata ad imporre i propri

standard tecnologici, che erano diversi da quelli delle società concorrenti e questo

crea condizioni diverse nel mercato, quindi il sistema lombardo non era

interconnesso con quello veneto o con quello piemontese. All’interconnessione si

arriverà solo quando l’energia elettrica verrà nazionalizzata (1962: legge di

78

nazionalizzazione che ha fatto nascere l’Enel).

Questa vicenda si è ripetuta anche in altri campi, ad esempio nel campo della

videoregistrazione (all’inizio c’erano diversi sistemi operativi poi ci siamo

uniformati al vhs).

Quindi c’era una forte dipendenza dell’Italia dalle tecnologie straniere, la quale ha

però una lunga eccezione nel caso della geotermia.

Settore chimico

La vicenda italiana nel campo della chimica è fortemente segnata da un’impresa: la

Montecatini.

La denominazione della società viene da un piccolo comune della Toscana Montecatini

Val di Cecina dove la società, fondata nel 1888, comincia ad operare come azienda

mineraria legata all’estrazione del rame nella miniera di Caporciano.

La miniera però da più che altro delusioni perchè è quasi esaurita così dopo alcuni anni

verrà abbandonata dalla Montecatini la quale punterà su altre località della toscana, in

particolare nella zona delle colline metallifere: la Maremma. In questo caso l’azienda

punterà non tanto sul rame quanto sulla pirite.

È in coincidenza con l’opportunità di sfruttamento delle miniere maremmane che alla testa

della Montecatini arriva una famiglia livornese il cui esponente, l’ingegner Guido

Donegani, sarà dal 1910 al 1945 il leader incontrastato dell’azienda.

La Montecatini si allarga ulteriormente negli anni del primo conflitto mondiale, ma è agli

inizi degli anni ’20 che la società compie il primo grande salto di qualità in direzione della

chimica grazie alla tecnologia; Donegani infatti si convince ad accettare il progetto di

Giacomo Fauser (un giovane ingegnere novarese) che aveva realizzato degli studi nel

campo dei fertilizzanti azotati ed in particolare nel campo dell’ammoniaca sintetica, un

potentissimo fertilizzante azotato per l’agricoltura (legge un lucido su Fauser). I numerosi

brevetti di Fauser saranno abilmente sfruttati dalla Montecatini per tutta una serie di

produzioni. L’opportunità per la Montecatini di fare il salto di qualità da società mineraria

a società prevalentemente chimica è offerta, quindi, dalla tecnologia (grazie agli studi di

Fauser).

Il Prof. ci fa vedere una tabella (“Quote della produzione chimica mondiale”): la

79

Montecatini raggiunge un risultato molto importante ovvero il 4% a livello mondiale.

Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale (Donegani esce di scena a cavallo del

secondo confitto mondiale) la Montecatini conosce, nel corso degli anni ’50, un’altra

opportunità di sviluppo legata alla tecnologia grazie agli studi di Giulio Natta (un

professore universitario di chimica industriale), il quale fa delle ricerche sui polimeri che

portarono, nel ’54, alla scoperta del polipropilene isotattico che noi conosciamo con il

nome di “moplen” (il marchio con il quale la Montecatini lo lancia sul mercato) cioè la

plastica.

Per queste sue ricerche Natta ha ottenuto il Premio Nobel per la chimica nel 1963 (l’unico

in Italia).

L’effetto dell’introduzione di tale tecnologia viene evidenziato dall’aumento della quota di

produzione chimica mondiale, che passa al 5% nel 1960.

Per arrivare a comprendere quale sia stato il ruolo della tecnologia nello sviluppo della

Montecatini leggere scheda “Il ruolo della ricerca e della tecnologia nello sviluppo della

Montecatini”, nel quale Saviotti individua quello che è il tema forte per quanto riguarda il

ruolo della tecnologia nella Montecatini; Saviotti sostiene che la Montecatini costruisce le

sue fortune in campo chimico utilizzando prima il lavoro di Fauser e successivamente

quello di Natta, anche se in contesti diversi.

Quello che però conta è che la Montecatini nonostante questi due esempi non fa della

ricerca il proprio punto di forza. L’azienda compierà infatti una serie di errori che

porteranno alla sparizione dell’Italia dall’ambito della grande chimica mondiale perchè

questi 35 anni, dal 1966 anno nel quale la Montecatini si fonde con la Edison, al 2001 anno

nel quale la Montedison (nata da questa fusione) è ufficialmente scomparsa dal panorama

italiano, hanno rappresentato il periodo in cui l’Italia ha perso una grandissima

opportunità in un settore decisivo.

Legge un libro con alcune riflessione sulla vicenda della chimica italiana nel corso del

ventesimo secolo...

Più o meno negli stessi anni in cui l’Italia ha visto dissolversi una grande presenza nella

chimica mondiale si sono verificati altri tracolli nel settore nucleare, elettronico e

informatico.

Sono usciti una serie di studi sulla vicenda dell’informatica in Italia, i quali sono la storia

80

di un disastro, la vendita la divisione elettronica della Olivetti agli americani della General

Electric ha rappresentato la fine delle opportunità italiane in questo ambito, nel quale si

erano create grandi opportunità. Il primo personal computer è stato creato dalla Olivetti.

Per concludere il Prof legge scheda “Alcune considerazioni in tema di tecnologia e

sviluppo economico italiano 1870 – 1990”.

Lezione 13 - 26/10/09 FONTI DI FINANZIAMENTO

Lo sviluppo economico moderno ha introdotto una progressiva distinzione tra:

 i centri dove avviene la formazione del risparmio, ossia le famiglie che hanno a

lungo presentato un surplus, ovvero una quota più o meno rilevante dei propri

redditi che non viene immediatamente destinata al consumo

 i centri di investimento, ossia le imprese e lo Stato.

Le imprese perché hanno continue necessità di investire; lo Stato perché si trova in una

condizione di deficit e quindi ha bisogno di drenare una parte del risparmio disponibile

delle famiglie.

La necessità di far incontrare questi due centri spiega l'esigenza di: Istituzioni, strumenti e

strutture di intermediazione finanziaria che hanno lo scopo di far incontrare le esigenze di

chi ha il risparmio e chi, invece, necessita di liquidità.

La mobilitazione e la riallocazione delle risorse disponibili possono essere compiute dagli

intermediari: Banche e Mercati (borse valori mobiliari), ma un ruolo importante è svolto

anche dallo Stato, che in virtù delle scelte compiute in ordine al bilancio pubblico, è un

interlocutore molto importante in ambito finanziario.

Lo Stato impone imposte e tasse con importanti effetti redistributivi tra le varie categorie

di reddito. L'azione dello Stato può variamente incidere sui sistemi finanziari innanzitutto

in termini quantitativi perché uno Stato fortemente indebitato si presenta sui mercati dei

capitali per raccogliere quante più risorse possibili, ad esempio, attraverso l'emissione di

titoli pubblici ritenuti appetibili per l'elevato tasso di interesse che garantiscono. Quindi lo

Stato condiziona il mercato dei capitali drenando le risorse disponibili. 81

Nel caso italiano un esempio sono i BOT che rappresentano bene la situazione di uno stato

fortemente indebitato che per far fronte alle difficoltà emette grandi quantità di titoli

pubblici; lo Stato, quindi svolge una funzione egemone che non può essere sicuramente

considerata positiva perché sottrae risorse importanti agli investitori privati che

potrebbero, invece essere utilizzate per finanziare investimenti privati.

Un'analisi molto importante sulle forme di finanziamento e di sviluppo è offerta dallo

storico-economista Alessandro Gerschenkron.

Gerschenkron ha insegnato, come Schumpeter all'Università di Arbor. E' lo studioso più

noto sui temi dello sviluppo economico in termini di analisi comparata. E' stato uno

studioso di grande cultura capace di fronteggiare molto bene sia la storia che l'economia.

Le opere principali sono:

 Il problema storico dell'arretratezza economica (1962)

 La continuità storica (1968)

Nel primo lavoro Gerschenkron costruisce una tipologia dello sviluppo industriale

fornendo una serie di modelli di comparazione ( si parla di tipologia e non di modello,

poiché i limiti principali di quest'ultimi risiedono nel fatto di essere un'astrazione della

realtà ma con un limitato numero di variabili e Gerschenkron rifiuta eccessive

semplificazioni nel momento in cui propone una sua visione comparata dello sviluppo

economico europeo nel corso

del 800; e quindi preferisce adoperare la parola tipologia).

La tipologia proposta è fondata su due concetti chiave:

 arretratezza relativa

 fattore sostitutivo

Quest'analisi comparata prende in considerazione una serie di Paesi " Second comes"???

ossia i paesi che vengono dopo l'Inghilterra : Francia, Germania, Italia, Russia, Bulgaria.

Gerschenkron sostiene che è necessario guardare al grado di arretratezza relativa di

ciascuno di questi Paesi nel momento in cui il Paese comincia il suo decollo, quello che

Gerschenkron chiama " Dexpanses", la fase di grande slancio e accelerazione dello

sviluppo. 82

Secondo lo studioso, bisogna valutare il grado di arretratezza relativa per esaminare le

possibilità di impiegare ed utilizzare i fattori sostitutivi di quell'elemento che è stato

centrale nella Rivoluzione Industriale per sostenere lo sviluppo economico:

l'autofinanziamento.

Gerschenkron sostiene, infatti, che la Rivoluzione Industriale è stata possibile solo grazie

ad un processo di autofinanziamento in cui quote di profitto vengono costantemente

reinvestite nell'attività produttiva contribuendo, così, all'espansione e alla crescita.

Come sostiene Gerschenkron, l'autofinanziamento è una delle forme migliori per

finanziare la crescita ma l'esperienza storica mostra che questo fattore ha funzionato bene

solo nel caso inglese dove durante la I rivoluzione industriale si segue il modello classico

(processo basato sull'accumulazione di capitale in agricoltura che prevede il trasferimento

di una parte di queste risorse( i surplus che si è venuto a creare nel settore primario) in

altri settori.

Tutto questo è avvenuto tramite le sole forze del mercato; in questo caso la crescita

internazionale del mercato non presenta discontinuità e può essere sostenuta dai settori

che producono beni di consumo, in particolare dal settore tessile.

Bisogna sottolineare che ciò è valido per l'Inghilterra ma non è possibile riprodurlo in altri

Paesi che sono più arretrati e che quindi incontrano maggiori ostacoli

all'industrializzazione e più in generale alla crescita economica.

Secondo Gerschenkron gli ostacoli presentano duplice natura:

 Economica

Ne paesi presi in esame (Francia, Russia, Bulgaria,Italia), la produttività dell'agricoltura è

minore di quella dell'Inghilterra, ciò si traduce in un pi basso tasso di risparmio a cui viene

ad associarsi una scarsità di talenti imprenditoriali ed una carenza di manodopera

qualificata.

 Politico-sociale

La classe dirigente dell'Europa continentale non è del tutto convinto che

l'industrializzazione sia la strada da percorrere; alcuni la accolgono con entusiasmo altri

esitano e fanno di tutto perché non si manifesti o sperano che il manifestarsi sia il più

graduale possibile. Gli esponenti della classe dirigente europea conoscono l'Inghilterra ed

83

hanno visto quello che industrializzazione aveva prodotto nel contesto inglese: le città si

sono trasformate e questo non è piaciuto

Gli ostacoli all'industrializzazione nascono quindi anche dai timori della classe dirigente

europea.

Gerschenkron sostiene che se gli ostacoli rendono impossibile procedere come l'Inghilterra

bisogna far leva su altri fattori. Se l'autofinanziamento manca o non è sufficiente, in

corrispondenza di uno sviluppo che negli anni della II Rivoluzione Industriale è divenuto

capital intensive, (richiede elevati investimenti) ci sono altri fattori sostitutivi che agiscono

da agenti all'industrializzazione.

Per i paesi di media arretratezza l'agente all'industrializzazione è rappresentato dalla

Banca mista o universale, un tipo di banca che effettua la raccolta del risparmio a breve,

dove le operazioni passive sono tutte a breve in quanto i depositanti non vincolano i loro

depositi e le operazioni attive sono ripartite su dimensioni temporali diversi, in parte a

breve ed n parte a medio lungo termine.

Gerschenkron è convinto che questo modo di operare delle banche sia stato decisivo per

una serie di Paesi di media arretratezza, ma paesi come la Russia e la Bulgaria sono molto

più arretrati e non solo ci sono ostacoli comuni agi altri paesi ma a questi se ne

aggiungono altri. In tali realtà solo lo Stato è al centro dello sviluppo economico.

In conclusione la tipologia Gerschenkriana è a tre stadi:

1. autofinanziamento ( che ha funzionato solo nel caso inglese)

2. Banche miste ( per i paesi a media arretratezza)

3. Stato ( per paesi gravati da profonda arretratezza).

Quest'impostazione a mezzo secolo dalla sua elaborazione continua a reggere.

L'evoluzione storica dei sistemi di finanziamento ha, per buona parte del 900, evidenziato

la compresenza di due distinti modelli di organizzazione:

 Market oriented

 Bank oriented

Nel modello Market oriented, prevalso in USA, Canada e GB, il canale privilegiato è

prevalentemente costituito dai mercati mobiliari (Borse) per far affluire il credito alle

imprese. In questi paesi le banche o gli intermediari finanziari in genere assumono tratti

operativi di forte specializzazione; ciò vuol dire che in questi paesi troviamo la Merchant

84

Bank ( istituzione bancaria molto specializzata che offre i servizi alle imprese particolari:

assiste, guida le imprese in momenti particolari come nelle acquisizioni e fusioni)

Nel modello Bank oriented, prevalso nei paesi dell'Europa continentale e Giappone, il

canale privilegiato è prevalentemente rappresentato dal credito bancario. Tra gli

intermediari finanziari prevale un modello non specializzato; ne sono un esempio la Banca

Mista o Universale. In questo caso i rapporti Banca-Impresa sono piùttosto stretti, le

imprese si affidano ad una sola banca mista e le operazioni attive (erogazione di credito)

comprendono sia credito ordinario cioè a breve, sia straordinario cioè a lungo termine; ma

può anche capitare che le banche miste arrivino a partecipare al capitale delle imprese.

Il rapporto quindi può essere ulteriormente rafforzato dall'ingresso nel consiglio di

amministrazione di un esponente di fiducia della banca; è la così detta politica del

fiduciario attraverso la quale la banca può seguire da vicino l'impresa, valutare al meglio

l'attività aziendale e capire quando l'impresa si trova di fronte ad una situazione critica.

Questi due modelli di organizzazione finanziaria hanno rappresentato il punto di

riferimento di molti Paesi, ma nessuno dei due può definirsi il migliore. Sono state le

circostanza storiche a determinare la prevalenza dell'uno o dell'altro.

Nel caso italiano, nei trenta anni dopo l'unità, non è stato usato ne l'uno ne l'altro, ad un

certo punto ci si orienta verso il sistema Bank Oriented, nascono così le due più importati

banche miste:

 Banca Commerciale Italiana

 Credito Italiano.

Queste banche hanno funzionato egregiamente fino alla prima guerra mondiale, poi le

difficoltà che la guerra ha creato hanno messo in crisi le banche miste. La risoluzione di

questa crisi, agli inizi degli anni trenta del 900, ha segnato l'inizio della vicenda dello Stato

come banchiere ed imprenditore.

La nascita dell' IRI, nel 1933, ha origine proprio da questa crisi; immediatamente dopo è

stata varata una legge bancaria che ha funzionato per alcuni decenni, tale legge era stata

costruita per la specializzazione del credito bancario, ciò vuol dire che se una banca

prende i soldi a breve deve operare a breve, solo per le operazioni costruite su scansioni

temporali diverse,la banca è autorizzata ad operare nel medio-lungo periodo. Questa

85

legge è rimasta in vigore fino al 1992, quando è entrato in vigore il Testo Unico per le

banche con l'obiettivo di rilanciare la banca mista.

Questi due sistemi hanno funzionato bene per buona parte del 900, fino a che non si è

verificata la "degenerazione finanziaria" che ha provocato la modifica dell'orientamento

dello Stato rispetto allo sviluppo economico e al ruolo che lo Stato deve assolvere.

I due sistemi sono esempi di mobilitazione interna delle risorse destinate allo sviluppo del

paese, mobilitazione che può avvenire attraverso il mercato e gli intermediari, ma il

capitale può arrivare anche da fuori: si parla di esportazione del capitale, che dalla metà

del'800 diventa un fenomeno economico, politico e sociale molto rilevante.

I padri nobili che meglio hanno indagato su questo tema sono due:

 John A. Hobson (1858 - 1940)

 Rudolf Hilferdin (1877 - 1941)

Hobson è l'inventore del termine imperialismo, è l'esponente radicale del liberalismo

inglese non approderà mai all'insegnamento universitario, Shumpeter lo definisce un arci-

eretico dell'economia politica inglese.

Hobson studia il suo tempo e le condizioni che si vengono a determinare, in particolare

esamina la posizione del suo paese nel momento in cui crea un impero coloniale; secondo

Hobson la spinta viene dall'economia perché, dagli anni '70 del'800, quote crescenti di

risorse finanziarie disponibili in Gran Bretagna vengono investite in Africa, Asia e

America Latina, e le forze economiche che hanno creato questi investimenti sono state le

stesse che in madrepatria hanno chiesto protezione politica.

La protezione politica si è tradotta nell'assoggettamento delle aree dell'Africa, dell'Asia e

dall'America Latina che arriveranno ad essere sotto il controllo politico della Gran

Bretagna e diventeranno quindi sue colonie.

Il capitale disponibile nasce dal fatto che in Inghilterra c'è una scarsa domanda interna,

soprattutto quella delle classi popolari; questo fa si che una parte delle risorse disponibili,

ossia del capitale che non trova impiego in patria, prendano la via dell'estero.

Hobson non definisce l'imperialismo, come Lenin, una fase suprema del capitalismo ma

ritiene che sia una condizione da cui si può anche tornare indietro, per cui l'imperialismo

non è un approccio inevitabile, se però l'andamento della domanda fosse meno

squilibrato. 86

Hilferding, contrariamente a Hobson non è un economista ma, è laureato in medicina. E'

un socialista dichiarato, un esponente della socialdemocrazia austriaca, molto in contatto

con gli esponenti di punta del partito socialdemocratico. L'approdo all'economia avvenne

per la passione politica: ciò lo porta ad occuparsi di economia e diviene insegnante alla

scuola di partito a Berlino.

La sua riflessione sul capitale avviene quando insegna alla scuola di Berlino. E' stato il

primo ad operare la definizione "capitale finanziario", la sua opera più importante è "Das

Finanzkapital" pubblicata nel 1910.

In questo lavoro c'è la descrizione di un processo di concentrazione al quale Hilferding

ha assistito da fine 800 a inizio 900. Hilferding guarda alla trasformazione strutturale del

capitalismo dovuta all'avvento della società per azioni, cioè la s.p.a. ha svincolato la

detenzione del capitale di rischio dall'assorbimento della funzione imprenditoriale. La

forma giuridica di s.p.a. offre ai suoi promotori di far appello a tutto il capitale presente

nella società e la sua analisi studia il legame sempre più stretto che nella realtà tedesca

presa in considerazione, esiste tra il capitale bancario ed il capitale industriale, e tenendo

presente il rapporto sempre più stretto tra banca ed impresa arriva alla formazione della

sua opera. (Fotocopia)

L'analisi di Hilferding centrata sull'imperialismo e quella di Hobson centrata sul capitale

finanziario segnalano entrambe con forte evidenza la tendenza all'esportazione di capitali.

Mentre per Hobson l'esportazione è dovuta alla scarsa domanda interna, per Hilferding è

dovuto al declinante saggio di profitto che si verifica nei paesi più avanzati ed è un modo

per superare le sempre più forti barriere protezioniste che si erano venute ad innalzare.

Le barriere creavano un ostacolo per le merci ma le imprese avevano trovato conveniente

sviluppare investimenti diretti esportando capitale ed andando a produrre nella realtà

dove prima esportavano.

Sia l'analisi di Hilferding che quella di Hobson sono state sintetizzate nel lavoro di Herbert

Feis "Europe the world's banker" in cui vengono elencati i paesi che esportano

maggiormente denaro ed i beneficiari (Fotocopia).

La tendenza all'esportazione del denaro viene arrestata dalla prima guerra mondiale.

Negli anni tra le due guerre questa tendenza è fortemente condizionata da una fase di

congiuntura negativa; vi sono infatti trasferimenti di capitale negli anni '20 che però si

87

arrestano con la crisi del '29 con la quale si arresta quasi del tutto questo processo e

riprende solo con la II guerra mondiale ed ha come protagonista principale gli USA.

In Italia c'è la presenza di capitale straniero dall'Unità alla I guerra mondiale. Il principale

partner politico finanziario ed economico è la Francia che ha promosso e sostenuti il

processo di unificazione italiana. Il capitale francese investe soprattutto nelle attività si

servizio: ferrovie e società che distribuiscono gas ed energia elettrica, in seguito l'Italia si

allea con la Germania e quest'alleanza è molto più appagante perché il capitale tedesco

viene investito nelle attività produttive: industria elettrica, metallurgica, siderurgica ma

soprattutto è grazie al capitale tedesco che nascono le prime due banche miste italiane.

Lezione 14 - 29-10-09

Alexander Gerschenkron ha proposto un’analisi comparativa sui paesi così detti second

camed, cioè secondi venuti (paesi dell’Europa orientale e alcune realtà come la Russia

Zarista e la Bulgaria), i quali non hanno utilizzato l’autofinanziamento (che funziona nel

contesto inglese nella rivoluzione industriale) ma altri strumenti chiamati fattori sostitutivi

dell’autofinanziamento. Da un lato abbiamo la Banca Mista, che ha un crescente successo

in Francia e in Germania (paesi che hanno un’accelerazione del proprio sviluppo e una

condizione non particolarmente svantaggiata), mentre nelle realtà che sono più

svantaggiate alla partenza (Russia e Bulgaria) si fa conto su un impegno diretto dello

Stato. Il primo processo di industrializzazione russo vede uno Stato attivo che costruisce

imprese e infrastrutture. La visione comparata di Gerschenkron ha lo scopo di

comprendere lo sviluppo di una serie di paesi (anche l’Italia) che hanno utilizzato come

fattore sostitutivo la Banca Mista. La Banca Mista, per esempio, è stata per l’Italia, in

particolare nel momento in cui conosce la prima accelerazione dello sviluppo (periodo

successivo all’unità: da fine 800 fino all’inizio della Prima Guerra Mondiale), di

fondamentale importanza. Su questo c’è un largo accordo tra gli studiosi italiani e stranieri

che si sono occupati della storia bancaria.

Nel lavoro di Yousseff Cassiss, studioso svizzero ma di chiara origine araba (intitolato

“Capitols of capital”), c’è una sottolineatura del ruolo giocato dalla banca mista nella

prima parte dello sviluppo economico in tutta una serie di paesi. Un lavoro più specifico

88

(che parte dalla banca mista) su quella che è stata la più importante merchant banking

italiana è quello di Giampiero Peluso, docente dell’Università di Siena, su Medio Banca.

Da questi lavori la banca mista esce come protagonista dello sviluppo italiano.

L’esperienza italiana sulle forme di finanziamento sembrerebbe, almeno per la prima parte

dello sviluppo (anni ’30), assimilabile a quella dei paesi che hanno dato origine ai sistemi

così detti bank oriented (cioè sistemi finanziari prevalentemente incentrati sul ruolo degli

intermediari e in particolare delle Banche Miste). Questo tipo di sistema è prevalso in

quasi tutti i paesi dell’Europa continentale e ha segnato fortemente il caso giapponese.

L’esperienza della Banca Mista in Italia inizia nella metà degli anni ’90 dell’ottocento e

termina nella metà degli anni ‘30 del novecento (è una parabola quarantennale); la nuova

legge (che è ancora in vigore) e cioè il testo unico delle banche (1992 - 1993), ha di nuovo

rilanciato la presenza della Banca Mista anche se in modo diverso rispetto all’esperienza

precedente.

Per comprendere la nascita della Banca Mista è necessario sviluppare una indagine a

ritroso e cercare di comprendere in quale contesto nasce in Italia; essa nasce in un contesto

particolarmente drammatico, e rappresenta un’occasione di rilancio del nostro sistema

creditizio che a fine 800 ha subito una serie di tracolli.

Partiamo da una considerazione: l’attività bancaria evidenzia la grande fioritura di una

serie di centri nella penisola italiana nei così detti secoli d’oro (grande italiana del 300 -

400); la nascita e lo sviluppo della banca moderna che si verifica in alcune realtà come

Firenze, Venezia e Genova è uno dei segni più chiari di una condizione di grande

avanzamento economico e rappresenta un modello da imitare da tutta una serie di realtà

diverse.

Ma che cosa è rimasto di questa grande tradizione? Di questa grande tradizione non è

rimasto praticamente niente; uno dei segnali più evidenti della decadenza italiana, a

partire del 600, è il grave e inarrestabile declino delle attività bancarie. Il cuore dello

sviluppo di queste attività fu poi appannaggio di Spagna (inizialmente), Olanda con

Amsterdam (primi anni del 700) e Inghilterra con Londra (nel 700).

Da cosa è composto il sistema bancario italiano al momento dell’unità nazionale? Prima di

tutto occorre prendere in considerazione le banche di emissione (di carta moneta); se ne

parla al plurale perché in Italia al momento dell’unità, non si ravvisa un unico istituto

89

centrale (un’unica banca nazionale), ma una serie di spinte (forze locali), fanno si che, sin

dal momento della nascita dello stato unitario si debba arrivare a una sorta di

compromesso per il quale si da vita ad un istituto centrale, ma si consente anche ad altri

istituti minori di poter emettere carta moneta. La banca nazionale, da questo punto di

vista, è oramai l’unico istituto di emissione; questa è una caratteristica anche di altri paesi

come l’Inghilterra (Banca d’Inghilterra nata nel 1694) e la Francia (con unico istituto di

emissione nato nell’800).

Al momento dell’unità nazionale la vecchia banca nazionale degli stati sardi si trasforma

nella Banca Nazionale del Regno d’Italia, che compre però soltanto il 60% dell’emissione

di carta moneta; il restante 40% si ripartisce tra altri 5 istituti: 2 banche toscane (la Banca

Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito), il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e

la vecchia Banca dello Stato Pontificio (la Banca Romana).

All’epoca gli istituti di emissione funzionavano anche come banche di credito ordinario;

per arrivare ad una modifica essenziale di questo assetto, che prevedeva una banca

principale e altre che fanno da contorno, bisogna aspettare i primi anni ’90, circa trenta

anni dopo l’unità.

Il motivo che conduce a un primo riassetto degli istituti di emissione è uno dei più gravi

scandali della storia dell’Italia post unitaria e cioè lo scandalo della Banca Romana, la

quale copriva una piccola percentuale (il 6%) delle emissioni in Italia. Lo scandalo nasce

dal fatto che la Banca Romana mette in circolazione più banconote con lo stesso numero di

serie; si comincia così ad indagare con una commissione d’inchiesta del ministero del

tesoro (1889) la quale accerta la truffa; ma come accade spesso in Italia l’indagine viene

occultata sino a che, nel 1892, un deputato dell’opposizione (Napoleone Colajanni) rivelò

in Parlamento i risultati dell’inchiesta. Lo scandalo finisce per travolgere due presidenti

del consiglio Francesco Crispi (pesantemente coinvolto) e Giovanni Giolitti (per mancati

controlli). A questo gravissimo scandalo si reagisce molto rapidamente e nel 1893 si arriva

ad una risistemazione della carta moneta, arrivando alla creazione della Banca d’Italia

(Agosto 1893). Nella Banca d’Italia vengono fuse la vecchia banca nazionale del regno e le

due banche toscane. La possibilità di emettere carta moneta è ancora lasciata ai due banchi

meridionali (Banco di Napoli e di Sicilia) ma sotto lo stretto controllo della Banca d’Italia;

per arrivare al sistema unico di emissione dovranno passare ancora 30 anni, poiché ci si

90

arriverà solo nel 1926.

Il resto del panorama nazionale è sostanzialmente caratterizzato dalla presenza di:

 Banche di Credito Ordinarie: le due più importanti sono la Società Generale di Cre-

dito Mobiliare, sorta nel 1863, e la Banca Generale sorta nel 1871. Esse sono le più

importanti e diffuse a livello nazionale con sportelli sparsi un pò dappertutto.

 Casse di Risparmio: la maggior parte fondate nel periodo pre-unitario (prima metà

dell’800) e al momento dell’unità sono 130; in Toscana ce ne sono 27 (la Cassa di Ri-

sparmio di Firenze nasce nel 1829).

 Banche popolari, rurali e via dicendo: sorte in aggiunta alle Casse di Risparmio in

molte realtà locali.

Per quanto riguarda la politica redditizia praticata da questi istituti, partendo dai due

istituti più grandi (la Società Generale del Credito Mobiliare e la Banca Generale), si può

dire che la Società Generale di Credito Mobiliare ricorda, anche nella denominazione, le

Banche Miste operanti in Francia negli anni ’50 e ’60 dell’800 (il Crédit Mobilier dei fratelli

Pereire, di origine portoghese) e guarda alle attività industriali come un settore da

privilegiare.

Quella che prevarrà, sia nei grandi istituti che a maggior ragione negli istituti più piccoli,

sarà però una politica creditizia caratterizzata da un eccesso di sicurezza, con l’acquisto di

titoli del debito pubblico, limitandosi a riscuotere gli interessi, e privilegiando i settori

delle ferrovie (grande affare dell’800) e l’attività edilizia.

L’attività edilizia celebra i suoi fasti in due grandi realtà, che sono soggette al

trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma. Quando la capitale arriva a Firenze

nel 1865 tutti pensarono che fosse una soluzione provvisoria. A partire dal 1865 a Firenze

ci furono diversi lavori: si abbattono le mura (non è un caso che nei viali c’è una porta in

Piazza della Libertà e da li inizia via Bolognese; Porta Romana era la porta Sud, e in

corrispondenza di essa c’è l’ultimo tratto della cinta muraria del 500; poi c’è Porta al

Prato), si realizza i viali di circonvallazione, si realizzano molte costruzioni, ecc.

Ad un certo punto, nel 1870, c’è l’occasione di trasferire la capitale a Roma (viene meno la

Francia di Napoleone III, il grande baluardo sul quale aveva contato fino all’ultimo lo

Stato Pontificio). A Firenze rimarranno così i debiti da pagare per le opere che erano state

91

realizzate e messe in cantiere nei brevi anni di Firenze capitale; questa condizione di

indebitamento si tradurrà, nel 1878, nel fallimento del comune di Firenze.

L’attività edilizia, cha ha avuto una prova generale con Firenze, accresce ancora di più

quando Roma diviene capitale (con una speculazione enorme). Questa “febbre edilizia”,

alla fine degli anni ’80, cominciano a rallentare fortemente sino ad arrestarsi quasi del

tutto; così le banche, in particolare le più importanti, che avevano sostenuto questo tipo di

iniziative, cominciano a trovarsi in crescente difficoltà, tant’è vero che tra il ’91 e il ’92 le

due grandi banche di credito (la Banca Generale e la Società Generale di Credito

Mobiliare) si ritrovano in una condizione di forte immobilizzazione. Questa condizione

porta al fallimento di queste due banche. Il fallimento delle due banche e lo scandalo del

banco di Roma (che avviene nello stesso periodo), determina una condizione di crisi

generalizzata nel sistema creditizio italiano.

Per superare e affrontare una crisi di questa entità occorreva un’azione molto risoluta e

determinata: dal lato delle banche di emissione si va verso la nascita di un sistema unico di

emissione, mentre dal lato delle banche del credito ordinario nascono le due prime grandi

Banche Miste che vengono fondate in Italia (la Banca Commerciale Italiana, che nasce in

Piazza della scala a Milano nell’ottobre del 1894, e il Credito Italiano che nasce nel febbraio

del 1895 a Genova).

Il clima di fiducia e consensi che si crea attorno a queste nuove banche nasce dal fatto che

esse vengono fondate con capitali tedeschi. Non è l’ammontare della cifra che sorprende

(20 milioni di capitale), ma il fatto che dietro a questo capitale ci siano le grandi banche

tedesche, le quali entrano nell’attività industriali a sostegno dell’impresa quando l’ Italia

sta sviluppando il suo grande slancio verso l’industrializzazione.

Sull’esperienza della Banca Mista in Italia è stata realizzata una ricerca esaustiva (ha fatto

piena luce sull’operatività delle Banche Miste) da parte di Antonio Confalonieri. Antonio

Confalonieri era un docente, dell’Università Cattolica di Milano, di una materia che adesso

si chiama Economia degli Intermediari Finanziari (prima si chiamava tecnica bancaria); lui

ha presieduto per alcuni anni la Cassa di Risparmio del Credito Lombardo e ha realizzato

tre lavori che riguardano il periodo 1894-1936: due che riguardano il periodo sino alla

prima guerra mondiale e l’altro l’inizio degli anni trenta.

In anni più recenti per segnalare il rapporto che si era venuto creando tra le due grandi

92

banche miste e con il loro modo di operare, con la presenza di fiduciari delle banche nelle

imprese, sono stati scritti due articoli apparsi a distanza di qualche anno l’uno dall’altro: il

primo di Francesca Pino, direttrice dell’archivio storico della Banca Commerciale Intesa,

sui fiduciari della Comit nelle società per azioni, il secondo di Daniela Ferrari sui fiduciari

del Credito Italiano. Questi articoli si sono concentrati su un aspetto chiave della vicenda

delle Banche Miste, e cioè il loro modo di operare e costruire un rapporto molto forte e

molto stabile con le imprese attraverso l’ingresso di persone di fiducia della banca

nell’impresa; questo è il modo migliore per far si che le banche siano informate su cosa

avviene nelle imprese (come si costruiscono strategie e come si sviluppa l’attività giorno

dopo giorno). Nella parte finale degli articoli c’è un database che, nella sua prima colonna,

prende in considerazione i fiduciari e le imprese in cui operano e c’è anche il rapporto

dell’operatività che permette di valutare il trasferimento delle banche tedesche dal loro

contesto al caso italiano.

La crisi della banca mista arriva negli anni del primo conflitto mondiale, i quali sono anni

che rappresentano un forte accrescimento delle imprese. Il problema di queste grandi

imprese come Ansaldo, Edison e Fiat è che hanno il desiderio di impadronirsi delle

banche. Gli anni più duri del conflitto 1917-1918 (chiamato “Le guerre parallele” in un

articolo di Francesco Mori) sono, infatti, gli anni della guerra che si combatte al fronte, ma

anche della guerra che si combatte tra le banche e le imprese. Molte grandi imprese

finiranno male perché bruceranno una grande quantità di risorse finanziarie; ma le

conseguenze saranno pesanti anche per le due Banche Miste, che dovranno sviluppare

strategie d’impresa per salvaguardare la loro autonomia e per questo se ne andranno

imponenti risorse mettendole in grave difficoltà. Tali difficoltà si accentueranno

ulteriormente, nel corso degli anni ’20, di fronte alla politica di valutazione monetaria

voluta dal governo fascista e alla grande crisi economica avvenuta nel ’29.

All’inizio degli anni ’30 le due Banche Miste sono fallite; il problema principale di questo

fallimento fu che queste due banche erano le colonne portante di un sistema industriale

molto complesso, perché attorno ad esse ruotava una gran parte del sistema economico

italiano. Tutto questo porterà alla nascita dell’IRI che vedrà lo Stato scendere in campo

prendendo il controllo delle banche e di un gran numero d’imprese, con una soluzione

molto particolare e originale di cui appunto sarà protagonista Alberto Beneduce. 93


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti completi del corso di Storia dell’impresa, presi durante le lezioni del Professor Lungonelli, con nozioni su: la rivoluzione industriale, la trasformazione strutturale economica e le radici dello sviluppo moderno, i cambiamenti del quadro geo-politico (nascita degli Stati Nazionali, liberismo e protezionismo), il caso americano (sviluppo economico, fordismo), la rivoluzione elettronica ed informatica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e commercio
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeriadeltreste di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Governo e direzione d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Lucarelli Stefano.

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