CAPITOLO 1°. ASPETTI TEORICI
1 Introduzione
2 L’evoluzione del concetto di imprenditore
2.1 Introduzione
2.2 La tradizione continentale
2.3 La tradizione anglosassone
2.4 La sintesi difficile: Marshall, Knight, Schumpeter
2.5 Dalla scuola neo-austriaca alla entrepreneurial history
3 Verso una concezione dinamica dell’impresa
3.1. Sombart: impresa e sistema economico capitalistico
3.2. Berle e Means: la proprietà dell’impresa
3.3. Coase: la natura dell’impresa
3.4. Penrose: l’espansione dell’impresa
3.5. Chandler: strategia e struttura
3.6. Porter: l’impresa e la strategia competitiva
3.7. Williamson: l’impresa e i costi di transazione
3.8. La teoria evolutiva dell’impresa
3.9. Storia d’impresa e teoria dell’impresa
1. INTRODUZIONE
⇛ L’obbiettivo di questa parte del corso è quello di fornire un inquadramento teorico all’evoluzione
storica dell’impresa.
⇛ Un excursus attraverso la riflessione sull’imprenditore e sull’impresa, operata da alcuni “classici” del
pensiero economico, servirà a comprenderne la rilevanza per la storia d’impresa.
⇛ L’impresa è infatti una istituzione centrale dello sviluppo economico moderno
➸ Una istituzione che agisce dinamicamente ed è in grado con le sue scelte strategiche non soltanto di
superare i vincoli imposti dalla tecnologia e dal mercato, ma di contribuire direttamente alla loro
trasformazione.
Tale posizione è stata – e ancora probabilmente è – minoritaria all’interno del corpus teorico e dottrinale
Due percorsi di indagine:
-> La riflessione in tema di imprenditore
-> L’elaborazione di una concezione dinamica dell’impresa 1
INTRODUZIONE
Che cos’è l’impresa: è comunità di persone, uomini e donne che condividono valori e finalità (produrre
ricchezza).
-> è un approccio umanistico. Non esiste una teoria del comportamento umano ma abbiamo solo delle
ipotesi. Un approccio meramente scientifico non è sufficiente. Approccio umanistico che si avvicina alla
comprensione di questa istituzione attraverso la comprensione dell’agire umano. L’impresa è un essere
biologico.
-> Valori: come produrre ricchezza, Finalità: produrre ricchezza
-> Esistono anche conflitti nel momento in cui bisogna distribuire ricchezza. Esempio, conflitto di lavoro,
quanto spetta a me e a te.
Perché adottiamo un approccio storico: la storia è il metodo. La metodologia storica contiene due
componenti: lo spazio e il tempo. non si studia la storia astratta, ma la storia di un luogo (si definisce uno
spazio in cui si guarda comportamento degli agenti). Non guardiamo imprese astratte, ma guardiamo
imprese definite che si relazionano con l’esterno, con mercati finanziari ecc. si guarda il contesto in cui
opera, mercato interno ed esterno. È qualcosa che agisce in un ambiente, in contesto. Non capiamo
comportamento dell’impresa se non la collochiamo in un contesto in cui opera.
La comunità si definisce tale in quanto ha sedimentato nel corso del tempo. La coesione di un’impresa
dipende dal tempo e dal modo in cui si sono sedimentati i valori. Es. start-up che nasce da bicocca o da poli
è diversa perché nascono in contesti diversi, condividono valori diversi.
Oggetto della storia di impresa: Studiamo l’impresa e la sua storia perché serve per poterci orientare nel
tempo.
SINTESI CORSO
Quando emerge l’impresa moderna: tecnologia diventa tecnica, investimenti consistenti che richiedono
organizzazione e impresa diventa un soggetto/agente importante -> prima rivoluzione industriale da 800 ad
oggi. Impresa non emerge a caso ma è esito dell’agire di una figura che la precede -> l’imprenditore nasce
prima dell’impresa che con il suo agire da luogo alla nascita dell’impresa moderna. Prima studiamo
imprenditore poi impresa.
Contesto: come si studia, le variabili di cui è composto (cultura, istituzioni, formazione scolastica, leggi,
ordinamenti giuridici) che vanno ad influire sull’impresa. Alcuni variabili sono imprescindibili per
comprendere l’agire dell’impresa.
Aspetti quantitativi: serie storiche di lungo periodo, fino a fine Novecento, cosa dicono statistiche
sull’impresa -> non esiste un’impresa al singolare, un’unica forma di impresa -> prima si pensava che il
modello a cui tendere era quello della public company americana (si studiava solo quella forma lì, in realtà
c’è molteplicità di altre imprese che non sono destinate a scomparire ma hanno un ruolo importanti.
Le forme di impresa: impresa familiare, impresa a rete, cooperative, impresa giapponese, public company
ecc. approfondimento su impresa a forma di gruppo di imprese perché in Italia è particolarmente
importante.
Comparazione con medicina: impresa compresa nella sua globalità
Organizzazione dell’impresa: diverse tipologie di prodotti e organizzazioni, diversi mercati ecc. ->
marketing, brand
Linguaggio dell’impresa: deve tradurre fatti aziendali in aspetti economici -> linguaggio della contabilità
Welfare aziendale 2
2. LA RIFLESSIONE IN TEMA DI IMPRENDITORE
IMPRESA MODERNA
Il primo soggetto che genera un’impresa è l’imprenditore, che con la sua azione, nell’800 la fa nascere.
L’imprenditore, perché è così difficile da definire e quindi da misurare?
Secondo Baumol (economista, 1968), l’imprenditore è uno dei soggetti più difficili da capire perché per via
della sua natura non si riesce a rinchiudere in variabili quantitative. Solitamente è un perturbatore,
perturba ordine, è uno che dà fastidio -> è soggetto poco simpatico per genetica, è colui che perturba gli
equilibri. (es. studio di micro-economia si cerca equilibrio di CP, Monopolio ecc.). l’imprenditore introduce
dei disequilibri. È soggetto storico e deve essere studiato nel contesto in cui è sorto e si è sviluppato.
L’imprenditore rappresenta uno dei protagonisti most intriguing e, al tempo stesso, più elusivi del cast che
interpreta la vicenda che è oggetto di studio dell’analisi economica” [Baumol, 1968].
Per due ragioni:
1. la natura, sfuggente e mutante, dell’imprenditore,
2. elemento perturbatore dell’equilibrio ideale studiato dal mainstream
Es. Marchionne ha squilibrato mercato americano comprando la Chrysler, Bill gates e Steve Jobs che fa
crollare IBM. Testa che sconvolge mercato automobilistico.
Due principali tendenze di elaborazione concettuale che si inseriscono nella più ampia riflessione filosofica:
i) continentale: privilegia un approccio ermeneutico –interpretativo, lascia spazio all’agire individuale si
sofferma sull’agire del soggetto (europeo)
ii) analitica: privilegia l’analisi dell’oggetto (impresa, ma anche PNL) e rigetta quella dell’agire individuale
analitico (inglese) con diverso punto di osservazione interessato a comprendere l’equilibrio e le grandezze
oggettive. L’agire delle persone è escluso e non rientra.
L A TRADIZIONE CONTINENTALE
- Risale all’Italia prerinascimentale: legittimazione del profitto come remunerazione del rischio (mercantile);
poi concettualizzazioni di imprenditore (d’ora in poi I).
Nel continente emerge questa figura. Si prospetta crescita economica in Europa (comincia a crescere
ricchezza). Ci si interroga poi chi è artefice di questa ricchezza, che combina fattori produttivi della
ricchezza.
I primi ad accorgersi della crescita della ricchezza, in Italia nel Duecento/Trecento con arte, sono coloro che
decidono di investire nell’arte. Giotto rappresenta un narratore della società dell’Italia centrale del
duecento/trecento, narra la ricchezza, ce la racconta, soprattutto ciò che succede ai margini della società.
Narra prima che arrivi la peste. Ci narra le vicende di un personaggio, di San Francesco, portatore di un
cambiamento radicale -> in un affresco c’è scena sempre presente, san francesco nudo di fronte al padre,
pone interrogativo al padre sulla distribuzione della ricchezza. Il ricco borghese come usa la sua ricchezza?
Come la distribuisce? La società legittima a produrre la ricchezza ma questa ricchezza come deve essere
distribuita? Domanda che viene fatta anche ad imprenditori moderni. Si può e si deve produrre ricchezza, ti
riconosco che ti assumi il rischio di impresa (di trasportare, comprare merce, che vada male raccolto ecc.).
hanno una funzione importante, sei imprenditore perché ti assumi il rischio dell’impresa. Il mercante non è
peccatore, ma è produttore di ricchezza.
Economia in quel periodo è stabile, si infrastruttura la società. 3
Le economie si spostano verso il nord e arrivano fino a Londra -> lì c’è cambiamento epocale. La Gran
Bretagna si isola rispetto a guerre e guerre con Napoleone e comincia ad investire e nasce la rivoluzione
industriale che produce cambiamenti epocali.
- RICHARD CANTILLON (1755): l’Imprenditore (entrepreneur) è chi cerca di sfruttare le opportunità del
mercato create dalla discrepanza fra domanda e offerta, cioè «il vero organizzatore di tutto ciò che si
produce»
Non ha termine per definire l’imprenditore in inglese nonostante abbia la figura davanti ai suoi
occhi -> prendere un termine dal francese. È colui che ha non solo il rischio ma anche
organizzazione.
- l’ABATE BAUDEAU (1730 – 1792): la fisiocrazia riconosce uno specifico ruolo alla classe imprenditoriale
nell’attività economica (fittavolo): rischio + innovazione
Fisiocrazia: riconosce che c’è rivoluzione agro-economica in corso. Riconosce che crescita della
produzione e produttività in ambito agricolo deriva da attività di imprenditori che sono in realtà
fittavoli che si assumono il rischio dell’attività economica, in più di mettono innovazione es. grande
innovazione agricoltura urbana di leonardo). -> più acqua, più concime, più cibo ecc. In questo
momento c’è innovazione, rivoluzione ciclo agrario per avere più cibo
- MELCHIORRE GIOIA (1815): gli « intraprenditori» sono « agenti intermedi » tra i proprietari e i capitalisti
da una parte e la massa degli operai dall’altra
individua agenti intermedi nell’agricoltura lombarda
- JEAN-BAPTISTE SAY (1828), il primo a sottolineare con forza il ruolo manageriale dell’imprenditore.
Distinzione fra la funzione di fornire capitale e quella di sovrintendere, dirigere e controllare la produzione.
Si apre la prima linea ferroviaria con funzione economica, serve per realizzare profitti, per
trasportare merci. Con la ferrovia c’è organizzazione, rischio e innovazione ma c’è anche aspetto
della funzione dirigenziale (investi nella linea ferrovia, locomotiva -> sono investimenti che
richiedono anni, difatti inventa l’ammortamento). La funzione dell’imprenditore si arricchisce
dell’elemento dirigenziale.
Siamo arrivati in Inghilterra e si vede come economisti inglesi vedono la figura dell’imprenditore. 4
L A TRADIZIONE ECONOMICA ANGLOSASSONE
Nella scuola economica classica d’oltre Manica la funzione imprenditoriale risultò ampiamente trascurata,
almeno fino alla metà del XIX secolo.
Il testimone dello sviluppo economico passa in Inghilterra -> chi detiene il primato economico detiene
anche la cultura. Legame in simbiosi. In Gran Bretagna si privilegia la ricerca dell’equilibrio.
- ADAM SMITH (1776) ignorò di fatto l’imprenditore: egli coglieva concettualmente la differenza, a livello di
funzione, fra il procurare lo stock di capitale necessario all’attività produttiva, in cambio di profitti, e quella
di ispezione e direzione, retribuita da salario; però identificava i titolari delle due funzioni in un solo
soggetto, non distinguendo fra capitalista e imprenditore.
Scrive affresco della Gran Bretagna, la ricchezza di una nazione dipende dal libero agire degli agenti
economici. Nello scambio c’è la soddisfazione dei reciproci interessi. In questa descrizione storica a
fine 700 della Gran Bretagna, non c’è figura dell’imprenditore, ma solo del capitalista e del
lavoratore. Non riconosce forme organizzative che facciano emergere una figura diversa tra
capitalista e lavoratore -> Adam è un filosofo e non è un operatore economico e non percepisce i
cambiamenti che sono ancora poco evidenti, era interessato a capire come funzionano i mercati.
Descrive la gran Bretagna che sta cambiando. È anno zero della rivoluzione industriale e ancora non
si percepisce questa figura.
Quando Smith scriveva, cioè agli albori della 1° Rivoluzione Industriale le forme di organizzazione produttiva
delle prime manifatture non si discostavano poi molto da quelle da lui evocate. Le fabbriche erano quasi
sempre di dimensione limitata e le imprese solitamente operavano con una fabbrica soltanto
- RICARDO (1821) non riconosceva nella capacità innovativa la caratteristica distintiva del capitalista/
imprenditore rispetto agli altri capitalisti: il suo vantaggio sarebbe stato al più presto riassorbito dal sistema
e ricondotto all’interno della logica dell’equilibrio.
Passano 45 anni e c’è valutazione sull’equilibrio: nello scambio tutti guadagnano (scambi
comparati). In questo spunto viene marginalizzata l’innovazione, perché questa porta a squilibrio.
Tutto viene assorbito nella ricerca dell’equilibrio e quindi la figura dell’imprenditore è ancora
escluso
- JOHN STUART MILL (1848), lamentando l’assenza in lingua inglese di un vocabolo equivalente a
entrepreneur, di fatto introduceva nel suo idioma il termine francese, al quale però finiva con l’attribuire la
connotazione di dirigente stipendiato, retribuito con una quota del monte salari e non titolare quindi di una
funzione autonoma
Ci propone altri principi di economia, è costretto a parlare dell’imprenditore, figura ormai
affermata e deve per forza definirlo, ma risolve contraddizione di spiegarci chi è l’imprenditore
dicendo che è un salariato, un gestore dell’organizzazione e svolge un lavoro al pari di altri, anche
se forse più qualificato. È un dirigente stipendiato, non titolare di funzione autonoma ecc. viene
ridotta e svilita la funzione dell’imprenditore nel ruolo del salariato. 5
- KARL MARX nel Capitale distingue fra «capitalista attivo» che realizza un guadagno d’imprenditore e
«proprietario del capitale»: il primo paga al secondo l’interesse, una «porzione del profitto lordo che spetta
alla proprietà del capitale in quanto tale»; queste potenziali aperture vengono però ricondotte all’interno
delle ferree leggi di funzionamento del sistema capitalistico. Il guadagno d’imprenditore non si
contrappone al lavoro salariato, ma solo all’interesse; è quindi un salario, un salario di controllo del lavoro.
Ne “il Capitale”, grande descrizione storica e filosofica, descrive composizione della società inglese,
individua forza motrice del cambiamento, sa che c’è una figura che promuove uno sviluppo
economico, che non è frutto di una natura maligna. Introduce due distinzioni: parla di capitalista
(detentore di capitali e imprese) passivo che riceve interesse/dividendi e quello attivo (che gestisce
l’impresa, ne assume il rischio, gestisce attività). Il primo riceve un interesse e una porzione del
profitto lordo del capitale e c’è un compenso in quanto capitalista attivo che promuove attività.
Tuttavia anche lui deve inserire l’imprenditore in una delle classi, capitalisti o proletariato ecc.
In questi ultimi epigoni della scuola classica, c’è qualche accento di novità, ma l’Inghilterra dell’età
vittoriana era ormai un paese giunto all’apogeo della sua maturità industriale, in cui la railway mania degli
anni Quaranta aveva aperto la strada ad imprese di notevoli dimensioni, a un dinamico mercato di capitali e
all’affermazione delle società per azioni
L : M , K , S
A SINTESI DIFFICILE ARSHALL NIGHT CHUMPETER
A fine ‘800 lo scenario si complica: diviene infatti arduo proseguire per la traccia fin qui seguita a fronte
all’impressionante fioritura di nuove teorie, alle proclamate rotture con tradizioni teoriche precedenti.
Dopo Marx, quando inizia la seconda era industriale con progresso tecnico-scientifico avviene
un’espansione della rivoluzione industriale dalla Gran Bretagna al resto del continente. Il continente è
consapevole della sua subalternità, che la Gran Bretagna ha surclassato dal punto di vista economico il
resto degli stati.
L’Europa si deve inventare qualcosa di nuovo per recuperare il gap: si portano su un paradigma diverso da
quello inglese -> seconda rivoluzione industriale nasce da questa esigenza e fondano il loro sviluppo non
sull’apprendimento, bensì sulla scuola, sulla conoscenza, educazione -> se si vuole essere importanti in
Europa bisogna creare un proprio ateneo di conoscenze (nasce il Politecnico).
Ad un certo punto anche la gran Bretagna è costretta a rivedere la sua economia classica.
- In G.B. ALFRED MARSHALL inaugura un ambito di studi, l’economia industriale, in cui riserva all’
imprenditore un ruolo specifico: quello di organizzatore della produzione, retribuito con una quota dei
profitti: osserva infatti che «sembra preferibile in certi casi riconoscere la organizzazione come un quarto
fattore della produzione». Marshall tende però a limitare questi casi soprattutto alle piccole e medie
imprese.
Non esiste solo la concorrenza perfetta, ma anche altre organizzazioni del mercato, esistono
monopoli, atmosfere i
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