Storia di impresa
Professore Valerio Varini
Università Milano – Bicocca
AA 2016/2017
Appunti + possibili domande d’esame
Storia d’impresa
Imprenditore
L’imprenditore rappresenta uno dei protagonisti più intriganti e, al tempo stesso, più elusivi del cast che interpreta la vicenda che è oggetto di studio dell’analisi economica. L’imprenditore precede l’impresa, nel senso che è colui che ha intrigato gli osservatori prima dell’impresa (la quale inizierà ad essere studiata da quando diventa complessa – seconda metà dell’800).
Per gli studiosi interessa lo sviluppo economico e vedere quali sono gli agenti che generano oppure ostacolano lo stesso. L’imprenditore è:
- Dinamico e soggetto al tempo (nelle diverse epoche) e allo spazio (diversi contesti). Gli studiosi cercano di capire come questa figura si sia evoluta nel tempo.
- Una figura intrigante (sfuggente/mutante) perché non si riesce a catalogarla ed è fastidioso (perturba l’equilibrio).
Nel tempo, l’imprenditore viene definito con due approcci:
- Continentale (Europa): è un approccio di tipo ermeneutico interpretativo nel quale si studia il soggetto.
- Anglosassone: è un approccio di tipo analitico nel quale si studia l’oggetto e rigetta quella dell’agire individuale.
L’approccio ermeneutico interpretativo - continentale
Emerge questa figura intrigante quando l’economia cresce e si inizia ad interrogarsi su chi ne è l’artefice; in questo periodo la ricchezza diventa un bene tangibile. Nel 1200/1300 in Italia si sviluppa l’età dei comuni e quindi vengono costruiti i bellissimi palazzi grazie alla ricchezza prodotta. In questo periodo la ricchezza non è più un peccato, ma il vero peccato è non distribuirla.
La crescita economica però non è lo sviluppo economico: in Italia periodicamente si ha un’enorme crescita economica che però non si riesce a mantenere e che quindi porta al tracollo (non si riesce a mantenere lo sviluppo) (es/peste). Quando poi si è riuscito a mantenere la crescita (con la rivoluzione agraria) si può parlare di sviluppo economico e da qua ci si chiede:
- Chi è l’imprenditore?
- Come dargli un ruolo sociale?
- Come incentivarlo?
Dal 1700 si iniziò, quindi, a cercare di definire chi all’imprenditore, il primo economista Richard Cantillon nel 1755 (bagliori della prima rivoluzione industriale) si pone una doppia questione:
- Non esiste nella lingua inglese un termine per definire l’imprenditore e quindi adotta dal francese il termine “entrepreneur”, ovvero è colui che cerca di sfruttare le opportunità del mercato create dalla discrepanza tra domanda offerta.
- Questa figura mette in contatto domanda e offerta ed è un organizzatore che mette in contatto il produttore e consumatore.
Successivamente, l’abate Baudeau (1780-90) ritiene che la sopravvivenza deriva dai modi con cui si coltiva, altrimenti non ci può essere continuità. In questo contesto nota la figura di chi affitta la terra di un nobile per gestirla e lo definisce fittavolo:
- Prende forza lavoro.
- Paga un affitto fisso.
- Il guadagno dipende da come riesce a vendere.
- Si assume dei rischi e innova (es/inserisce foraggio).
La dottrina economica riconosce uno specifico ruolo alla classe imprenditoriale nell’attività economica: al concetto di rischio si associa a quello di innovazione.
In Italia, Melchiorre Gioia (1815) parla dell’importanza del ruolo che assumono gli intermediari (fittavoli) tra la domanda e l’offerta. Gli imprenditori sono agenti intermedi tra proprietari e capitalisti, da una parte, dall’altra la massa degli operai.
Un altro economista Jean-Baptiste Say (1828) individua qualcosa all’interno dell’attività economica e c’è un organizzatore con funzioni manageriali che organizza le attività (non più elementari). Fu il primo a introdurre la distinzione fra la funzione di fornire capitale e quella di sovrintendere, dirigere e controllare la produzione. L’approccio continentale ha dato sempre risalto al soggetto.
Approccio analitico
Il fondatore dell’economia politica Adam Smith edita la “ricchezza delle nazioni” ed è un filosofo che si occupa di sentimenti morali. Cerca di capire come mai le società stanno insieme e quindi comincia descrivere la società (del ‘700). La società che però descrive è molto semplificata e i soggetti sono il capitalista ed il salariato. Ignorò di fatto l’imprenditore; i suoi allievi non dedicano importanza alla rivoluzione industriale:
- Ricardo (1820): non riconosceva nella capacità innovativa la caratteristica distintiva del capitalista/imprenditore rispetto agli altri capitalisti: il suo vantaggio sarebbe stato poi riassorbito dal sistema e ricondotto in equilibrio.
- Mill (1848): è disposto a riconoscere l’imprenditore, ma riconosce che la sua funzione è quella di un dirigente stipendiato. “Secondo lui non è possibile che qualcuno escogiti sistemi per ottenere profitto maggiore”.
- Marx: scrisse il capitale che era una descrizione dell’Inghilterra in quel periodo. Distinse tra capitalista attivo e passivo identificando quello attivo come colui che si distingue dal vero proprietario che però ha solamente un salario più (di controllo del lavoro).
La sintesi difficile: Marshall, Knight e Schumpeter
L’Inghilterra è molto attenta a non rompere gli equilibri poiché in questo periodo è molto più avanti economicamente e governa il mondo con le sue colonie, di conseguenza non sono disposti a cambiare di innovare e preferiscono una visione statica. La seconda metà dell’800, il mondo non è più disposto a star sotto gli inglesi e vuole recuperare facendo cose diverse. Con la seconda rivoluzione industriale (energia elettrica) emergono nuove risorse e nuovi soggetti che mutano lo scenario e diventa sempre più importante la figura dell’imprenditore.
L’economista Alfred Marshall (fine 800) inaugura un ambito si studi, l’economia industriale, in cui riserva all’imprenditore un ruolo specifico: quello di organizzatore della produzione. Retribuito con una quota di profitti: osserva infatti che sembra preferibile in certi casi riconoscere l’organizzazione come un quarto fattore della produzione, tendendo a limitarlo alle piccole e medie imprese.
Per Knight l’aspetto che definisce l’imprenditore non è più l’innovazione, ma il rischio e l’incertezza. Mentre il rischio è qualcosa di misurabile e valutabile ex ante, l’incertezza fa riferimento a qualcosa che non lo è, perché implica situazioni nuove e sconosciute. Le nuove economie fanno emergere gli Stati Uniti e la Germania. Nel mondo teutonico emergono economisti come Shumpeter, Weber.
Shumpeter
L’innovazione è per lui l’anima del processo capitalista e trova la sua massima applicazione nell’imprenditore innovatore. È uno studioso che attraversa lo spazio e il tempo poiché si trasferisce negli Stati Uniti e vive tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento. Possiamo distinguere due momenti diversi di pensiero:
- 1° Shumpeter: È viennese e osserva cambiamenti che avvengono in Germania e inizia a pensare che l’innovazione è una parte cardine nell’economia. Definisce l’imprenditore come un innovatore e colui che introduce un’innovazione all’interno della fase di produzione rendendola operativa. Le innovazioni sono associate all’ascesa di uomini nuovi. L’innovazione ha bisogno di tempo per modificare l’intera economia (economia a grappoli). Queste innovazioni determinano i cicli economici e lui ne individua principalmente tre:
- Innovazione tessile.
- Ferrovia.
- Motore a scoppio.
- 2° Shumpeter: Sbarca a New York negli Stati Uniti e nota subito i grattacieli che sono in possesso delle Corporations americane denotandone la supremazia economica. Deduce che il ruolo dell’imprenditore viene assorbito dalle Corporations segnando la fine del capitalismo. Gli americani hanno sviluppato una loro tecnologia e diventano loro i veri regolatori del mercato. Frank Knight afferma che le corporation possono assicurarsi contro i rischi, ma l’incertezza tecnologica è imprevedibile e chi si assume questo rischio è impresa, anche le grandi corporation non possono controllare l’incertezza. Gli americani, nel dopoguerra, introducono la catena di montaggio estendendola in tutto il mondo (piano Marshall). Non siamo più di fronte all’imprenditore innovatore, in questo momento nascono i pensatori della scuola austriaca che sono interessati a capire su che cosa c’è supremazia di mercato rispetto all’economia pianificata, trovando risposta negli incentivi. Nell’economia del mercato, i prezzi ci danno informazioni e i prezzi distinguono gli operatori (Price takers, price makers).
Scuola Austriaca
Vi è un filone di pensiero che elabora idee che hanno una serie di corollari nel 1900 che spiegano la superiorità dell’economia di mercato rispetto a sistemi alternativi con la sua capacità di creare incentivi affinché gli agenti/imprenditori si impegnino a superare i vincoli produttivi esistenti.
Hayek: era intento di dimostrare la debolezza del ritenere che lo Stato, intervenendo sull’economia, migliorasse l’efficienza del mercato concorrenziale. Le economie di mercato sono efficienti poiché generano incentivi affinché gli operatori introducano soluzioni per migliorarne l’efficienza. Gli incentivi sono comunicati attraverso i prezzi e quindi contiene tutte le conoscenze (La conoscenza è un cardine nell’economia di mercato). Gli imprenditori si distinguono in:
- Price takers, ovvero coloro che prendono i prezzi sul mercato.
- Price makers, ovvero coloro che fanno i prezzi. Kirzner individua le qualità dell’imprenditore price maker, ovvero colui che ha l’alertness cioè la percezione che esistono squilibri di mercato e colui che lo capisce ha come premio il profitto.
Mark Casson: identifica l’imprenditore come colui che si specializza nel prendere decisioni fondamentali per l’allocazione delle risorse scarse. La ricompensa è il profitto.
Tutte le teorie riconoscono che l’imprenditore è un elemento fondamentale per lo sviluppo economico.
Verso una concezione dinamica dell’impresa
Nella concezione neoclassica (a lungo dominante):
- L’impresa come scatola nera.
- L’impresa agisce in un mercato perfetto.
Werner Sombart scrisse “Il capitalismo moderno” 1902-1927, nel quale racconta la trasformazione della Germania da quella Guglielmina a quella nazionalsocialista. Egli si propone di capire cos’è successo contrapponendosi sia la visione liberale di Adam Smith (mercato concorrenziale) e sia a Karl Marx (contrapposizioni classe reddito). Egli elabora una nuova visione influenzata dal contesto tedesco e dai testi di Walter Rathenau – concetto di uomini nuovi, costruttori di organizzazione. Egli nota:
- Che il capitalismo è finalizzato al profitto e il comportamento dell’impresa è razionale, ovvero vi è efficienza tra mezzi e fini (razionalità economica).
Per capire cosa muove questi uomini nuovi e perché le persone lavorano in queste grandi organizzazioni, egli va a riprendere il concetto di cultura e va a riprendere le opere scritte dall’autore Goethe (Il Faust - il protagonista vende l’anima al diavolo per raggiungere i suoi obiettivi). Sombart definisce che:
- La cultura d’impresa è mossa dallo spirito dell’irrequietezza ovvero dalla voglia di affermarsi sopra tutti.
Si sviluppa anche per quanto riguarda le imprese riconoscendo il fatto che al loro interno si sono sviluppate delle funzioni organizzative:
- Al loro interno sono organizzate.
- Si occupano di attività finanziarie.
- Si occupano di un mercato specializzato.
Inoltre descrive gli attori con le funzioni diverse, ovvero capisce che l’organizzazione si sostituisce all’imprenditore, che si separa la proprietà dalla gestione e che accanto alla produzione si affianca la funzione finanziaria. Inoltre nota anche che le imprese tendono a specializzarsi per dominare alcuni pezzi di mercato.
In America cominciano ad interessarsi sull’argomento delle grandi imprese, iniziano durante la Grande depressione del 1929 cercando di capire chi è il colpevole: cercando di imputare le colpe alle grandi imprese. Berle e Means (due sociologi) scrissero nel 1933 “Corporazioni moderne e proprietà privata”, separando i concetti di proprietà e controllo. I due fanno un’indagine statistica e cercano di capire l’evoluzionismo delle imprese americane:
- La ricchezza dell’economia americana è prodotta dal 20/25% da poche imprese (200) e quindi dominano l’economia americana).
- A capo di queste imprese ci sono 10 amministratori delegati, che però partecipano anche agli altri consigli di amministrazione (200x10=2000) (ma sono meno di 2000).
- Notano che queste persone non sono i proprietari dell’imprese, ma che lo rappresentano solamente.
I due sociologi iniziano ad interrogarsi su chi sono questi soggetti e a capire come si comportano queste istituzioni (istituzionali small americano - ci offrono la rilevazione della conoscenza delle istituzioni in quel determinato contesto).
Ronald Coase scrisse la “Natura dell’impresa”. Egli capisce bene che il Regno Unito ha perso la leadership dell’economia (ma non la ricchezza) e cerca di capire come mai gli altri crescano più dell’Inghilterra e per fare ciò va negli Stati Uniti.
- Si domanda perché esistono le imprese? Tenta di rispondersi dicendo che il mercato è un modo che cambia fattori produttivi in prodotti o servizi, allora perché esistono le imprese come alternative al mercato?
Esprime il concetto dei costi di impiego dei meccanismi del mercato, ovvero per funzionare genera costi che vengono denominati di transazione. Il costo del mercato giustifica la scelta di internalizzare quei processi che possono essere svolti a costi più bassi rispetto che sul mercato.
- Perché non esiste un’unica impresa?
- Perché al crescere della scala delle imprese diminuiscono i rendimenti (le imprese continuano a crescere fino a quando i costi interni sono uguali così transazione).
- Non è detto che vengano allocate le risorse al meglio.
- Le piccole medie imprese sono più veloci a reagire alle richieste dei consumatori.
Un’impresa tenderà a crescere fino a quando i costi di organizzare un’attività al suo interno non eguagliano i costi di far fare la stessa attività all’esterno da un’impresa diversa.
L’espansione dell’impresa viene studiata anche da Edith Penrose (è una studiosa che viaggia e studio in Europa). Osserva come le imprese crescono e quali sono i fattori che permettono l’espansione ed identifica il concetto che le imprese sono un insieme di risorse umane e materiali organizzate con lo scopo di generare beni e servizi in cambio di un profitto. Secondo Penrose:
- Ogni impresa è unica e deriva dalla sua storia.
- Il capitale umano è fondamentale per l’espansione.
- Le potenzialità di espansione dipendono da quante risorse in più (ridondanti) le imprese sono state in grado di generare (dipende anche dalle opportunità di mercato e dal contesto in cui operano).
Chandler scrisse la strategia della struttura dell’impresa ed organizzò il Research Center for Entrepreneurial History. La organizational synthesis chandleriana diviene il paradigma della disciplina:
- L’innovazione resta il motore del cambiamento.
- Il regista di tale cambiamento nella grande impresa moderna non è più l’imprenditore ma la gerarchia manageriale che adegua le strutture dell’azienda alle strategie necessarie alla crescita d’impresa.
L’evoluzione dell’organizzazione d’impresa viene seguita nel suo passaggio dalla struttura mono funzionale alle più complesse forme multifunzionali e multi divisionali. Una strategia viene definita come la scelta delle mete fondamentali e degli obiettivi di lungo periodo, dei criteri di azione e il tipo di allocazione delle risorse necessarie a raggiungere quegli obiettivi. La struttura viene definita come l’organizzazione progettata e costruita per amministrare i settori di attività e le risorse ed esso comprende:
- I canali di autorità e comunicazione tra i diversi uffici e diversi funzionari.
- Le informazioni e dati che percorrono questi canali.
La struttura consegue alla strategia: il tipo più complesso di struttura è risultato della concatenazione di diverse strategie:
- Integrazione verticale.
- Diversificazione.
Porter cercò di capire l’efficienza dinamica dell’impresa, ovvero la capacità di rapportare scelte e comportamenti interni all’ambiente esterno. La sfida per il management diviene allora quella di sviluppare una strategia competitiva in grado di valorizzare al meglio le risorse le competenze distintive dell’azienda in modo da assicurarle un vantaggio competitivo. Sono cinque le forze che influenzano la concorrenza in un settore:
- Minaccia di nuovi entranti.
- Potere contrattuale dei fornitori.
- Potere contrattuale degli acquirenti.
- Minaccia dei prodotti e servizi sostitutivi.
- Manovre di posizionamento.
Williamson prende le mosse dalle questioni gi...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.