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come Antigone e Creonte siano enti unilaterali, che non riescono cioè ad accogliere la negazione al

loro interno e che devono quindi, necessariamente, entrare in conflitto. Due potenze in pari modo

logocentriche, che vedono l'altro in termini di negazione assoluta, e, non avendo modo di concepirsi

a vicenda come negazione determinata, portano la negazione all'esterno, dando vita ad uno scontro

tragico.

Qua vale il principio del terzo escluso: non c'è una terza posizione che possa conciliare le altre due,

si parla di tragedia, appunto, e non di risoluzione dialettica. La terza posizione, come elemento

sintetico, non può che essere esterna, anziché interna ai caratteri, ed il punto di vista esterno

potrebbe forse essere dato dal ruolo del coro, che, comunque, altro non può fare che piangere la

sorte sia dell'uno che dell'altra (la sorte di due caratteri che si concepiscono come sostanze),

assistendo impotente al conflitto, nella tragicità degli eventi.

La dialettica è quindi un pensiero “antitragico”, poiché nella dialettica c'è sintesi interna al

movimento che ha accolto la negazione. Creonte e Antigone non sono ancora soggetti, sono

caratteri, non hanno una dimensione psicologica, una negazione riportata all'interno che permetta il

divenire (come invece ritroviamo nei personaggi di autori moderni come Shakespeare (1564-1616),

nella figura di Otello, ad esempio). Antigone e Creonte sono caratteri rigidi mentre, appunto, la

tragicità di Otello è in Otello stesso e non all'esterno di Otello. Nessuno dei due contendenti tragici,

tale è il loro logocentrismo (come ci fa notare Martha Nussbaum), è disposto alla mediazione e

Antigone, condannata a morte, vittima della legge pubblica per aver seppellito il fratello Polinice

che aveva attentato alla vita dello Stato, apparirà priva di pietas tanto quanto Creonte. Si guardi

infatti il dialogo con Ismene, dove Antigone, ormai condannata, rifiuta categoricamente la richiesta

della sorella di poter morire fianco a fianco, in quanto Ismene, venuta a sapere dell'editto di

Creonte, non aveva voluto recare gli onori funebri al fratello Polinice. Antigone, si dimostra

altrettanto logocentrica anche nei confronti del promesso sposo Emone (che pure si suiciderà a

causa della morte della fidanzata), quando ella afferma che il legame fraterno, il legame di sangue è

un vincolo più forte di quello coniugale. Antigone, difendendo, a costo della vita, appunto, la legge

della famiglia, non vede la legge pubblica, l'organicismo, l'ethos dello Stato, ed è destinata a

soccombere. C'è un'incapacità totale, sia da una parte di Creonte che da parte della nipote, della

sostanza di farsi soggetto, di accogliere la negazione in termini realistici (negazione assoluta: A –

A=0, salita e discesa = 0; negazione realistica, determinata: A – A= B, salita e discesa = collina).

La negazione determinata, quella accolta in termini realistici, di cui parla Hegel, è ciò che l'autore

intende quando parla di “tenere fermo ciò che è morto”. Un principio, questo, proprio del metodo

dialettico e della Real Philosophy che tenta di ricostruire il divenire dello Spirito nella concretezza

storica (e non nelle mere strutture formali del soggetto, come invece voleva Kant).

Un panorama sulla storia dell'Estetica

Hegel, nell' “Enciclopedia delle scienze filosofiche”, in particolare nelle lezioni di estetica, ha

teorizzato qualcosa che ad alcuni interpreti è suonato come “la morte dell'arte”. Ora, sappiamo che,

secondo la tripartizione presente in quest'opera , le forme dello Spirito Assoluto sono arte, religione

e filosofia, dove ciò che viene dopo supera, toglie ciò che viene prima. La nozione di “morte”,

anziché di “fine” dell'arte, è stata accentuata soprattutto da Benedetto Croce(1866-1952) e da

Giovanni Gentile(1875-1944), ai quali è sfuggito probabilmente il concetto della negazione

hegeliana intesa come “il tenere fermo ciò che è morto” (Aufhebung = mettere via, conservare ciò

che non c'è più, perchè trasformato). Hegel non ha mai pensato ad una definitiva scomparsa dell'arte

(che vive sempre nel tempo sulla nostra pelle). Filosofia ed arte non differiscono per il contenuto,

essendo entrambe manifestazioni dello Spirito Assoluto, ma per la forma; e certo, esprimendoci

tramite il linguaggio, la filosofia risulta, in qualche modo, superare l'arte ma ciò dipende

unicamente, quindi, dalla modalità di espressione. C'è stata l'epoca classica dove lo Spirito si dava

Assoluto nell'arte; mentre adesso è difficile gettarsi in ginocchio di fronte ad un'icona della

Madonna, poiché quella che prima era una rappresentazione immediata, adesso viene mediata dal

concetto: la mediazione a scapito dell'estetica. Il moderno ha perso fiducia nella rappresentazione e

si è rivolto alla presentazione. Hegel sostiene che filosofi antichi come Platone ed Aristotele si

comprendano meglio tramite l'arte (e quindi tramite la tragedia, la rappresentazione appunto);

mentre che autori teatrali, del calibro di Shakespeare, siano più accessibili tramite il concetto, la

filosofia. Come ci mostra Arthur Coleman Danto, filosofo analitico, autore di “Beyond the Brillo

box”(1992), se prendo una scatola di detersivo dallo scaffale del supermercato, la decontestualizzo

e la metto in un museo, c'è chiaramente una mediazione concettuale, non appena ribattezzo la

scatola di detersivo come opera d'arte.

E' interessante notare l'uso che Hegel fa della parola als (=come, in quanto) : es. La Filosofia è

superiore all'arte “in quanto” e non è superiore all'arte “in quanto”. Sembra esserci una sorta di

relativismo, mentre invece la parola als, che Hegel utilizza spesso, e a ragion veduta, ha il

significato di affermare che “le cose stanno così in quanto” non in senso relativistico, dove la verità

può stare ovunque, ma nel senso in cui la parte è in relazione con il resto e , quindi, nel senso che la

prospettiva cambia, cambiando la singolarità in esame, ma la verità non muta, è la medesima.

LO SPIRITO VERO; L'ETICITA' (PARTE (A )

( natura, colpa, diritto)

I)Il mondo etico, la legge umana e la legge divina, il maschio e la femmina;

II)l'azione etica, il sapere umano e il sapere divino, la colpa e il destino;

III) Statuto giuridico

I) e II). Un individuo si caratterizza per “ciò che è” e/o per “ciò che fa”. Parliamo adesso dell' uomo

in quanto (als) familiare ed in quanto cittadino. All'interno di una famiglia l'individuo “è” un

componente della famiglia ed il suo “fare” è il rapportarsi alla famiglia vista come sostanza,

laddove il telos dell'individuo è la famiglia stessa. All'interno dello Stato l'individuo “è” un

componente dello Stato e il suo fare è il rapportarsi allo Stato,visto come sostanza laddove il telos

dell'individuo coincide immediatamente con quello dello Stato, ovvero è lo Stato stesso. La realtà

sembra darsi forma ed è interessante notare che Hegel, nella prefazione dei “lineamenti di filosofia

del diritto”, utilizza la parola “Wirklichkeit”, di matrice sassone, per designare la parola “Reale”, e

non il termine “Realitet”, di origine latina. C'è l'idea che la Realitet sia quella realtà passiva, sulla

quale ancora non ha soffiato lo spirito: la res extensa di Cartesio (1596-1650), incapace di produrre

wirkung (il prodotto, il risultato, l'effetto della causa). Al contrario, la Wirklichkeit ha a che fare

con il Wirken (l'agire, l'operare, la causa dell'effetto); essa la si potrebbe richiama l'energheia

aristotelica, quel motore immobile che pure è sempre in atto. Per affermare quindi che “ciò che è

reale è razionale” (meglio sarebbe stato “razionalizzabile”, ma la sinistra hegeliana era allora vigile

più che mai ed Hegel pensò di autocensurarsi), Hegel non poteva quindi che usare la parola

Wirklichkeit, intesa come la “messa in opera della verità”.

All'interno della distinzione naturale maschio-femmina, emerge il rapporto fratello-sorella come il

rapporto più puro fra i due sessi: qua non vi è infatti consumazione, desiderio appagato,

immediatezza come nel rapporto marito-moglie, dove il bisogno è appagato. La sorella, in quanto

femmina, è la custode della legge della casa; il suo fare è economico, privato. Il fratello si rapporta

alla totalità, allo Stato e, in quanto uomo, il suo fare è politico, pubblico. Essendo maschio ma

anche fratello, egli rappresenta quell'interfaccia, necessaria e funzionale alla totalità, fra polis e

oikia: quel nesso fondamentale per l'organicismo, in base al quale il telos dell'individuo dovrà

coincidere con il telos della totalità. L'uomo in quanto fratello, in quanto soldato, in quanto

cittadino, contribuisce al telos insito nel fare politico: la guerra come difesa della polis.

La colpa di Antigone, donna e sorella, è l'aver infranto la legge pubblica in nome di quella privata,

non scritta, non potendo però fare altrimenti: ecco la tragicità.

Il conflitto, fra i due fratelli Eteocle e Polinice, sembra accidentale ma, in realtà, quella

accidentalità, era già presente in loro naturalmente. Il diritto naturale funziona fino a che la natura

non getta una x accidentale che generi conflitto, una volta dispiegata.

“La morte è la negatività naturale (…). Mentre il movimento dell'essente è tale per cui l'essente

stesso viene levato e perviene all'essere per sé - ovvero la sostanza che si fa soggetto che infine

riconosce questo cammino-, la morte costituisce il lato negativo della scissione, nel quale l'essere

per-sè che viene raggiunto è un altro rispetto all'essente che era entrato in movimento”.

(G.W.F.Hegel, La fenomenologia dello spirito, ed.ne a cura di Gianluca Garelli).

III). Il diritto è ciò che permetterà il transito al mondo della cultura; è la risoluzione del conflitto.

Esso esplicherà ciò che nelle due parti (vd. Antigone e Creonte) è comune: la forma. L'elemento che

accomuna i due punti di vista unilaterali, e quindi inconciliabili, è il fatto che essi siano leggi: questi

differiscono per il contenuto ma non per la forma. Questo è ciò che probabilmente ha riconosciuto il

coro, quando piange la tragicità di due enti che si concepiscono necessariamente come sostanze,

come statici, e, quindi, in termini di negazione assoluta.

Quando Hegel parla di diritto egli ha in mente lo statuto giuridico e non lo Stato. L'uno infatti

designa una modalità con cui si configurano le relazioni umane; l'altro denota invece una forma di

Stato. Nella concezione di Hegel, riguardo al diritto, si sente l'eco di Thomas Hobbes(1588-1679) e

della sua visione politica. Ciascun cittadino, infatti, nel pensiero di Hegel, all'interno di uno Stato,

inteso come organicista, rinuncia al proprio contenuto sostanziale, al proprio interesse privato, per

accogliere ciò che lo accomuna agli altri cittadini, ovvero, l'essenza formale. Il diritto è pura forma:

contenuto e forma coincidono, poiché l'essenza del diritto è la pura forma stessa.

LO SPIRITO ESTRANIATO DA SE'; LA CULTURA (PARTE (B )

Ciascun individuo è una quantità discreta (cioè non continua), che sta, rispetto agli altri individui, in

una relazione negativa. Il Signore (l' imperatore alla Hobbes) è colui che garantisce una relazione

positiva fra le singolarità, in quanto pura forma, il cui contenuto sostanziale è la forma stessa,

consistente nel contenuto alienato dei cittadini. Il cittadino ha alienato (alienazione,

esteriorizzazione, movimento verso l'esterno) i propri diritti privati; ha alienato cioè il proprio

contenuto sostanziale in favore della sfera pubblica, in favore di un' uguaglianza formale.

Il cittadino, in quanto individuo che ha alienato il proprio contenuto sostanziale, è una persona

giuridica. Persona nel senso tecnico della parola latina che, in origine, era la maschera: la persona è

la maschera che indossa l'attore del teatro antico e che sta a significare l'assenza di cambiamento

psicologico, interiore. La maschera sta a simboleggiare proprio che forma e contenuto sono la stessa

cosa: lo stesso viso, durante il dramma, determina lo stesso carattere e viceversa.

Le singolarità dello stato etico, dove vige l'unità sostanziale, sono quindi le persone.

Che cosa accade dunque nel mondo romano che ci ha dato il diritto? Che la persona, l'uomo ormai

vuoto di contenuto (perchè maschera e carattere coincidono) si è estraniato dalla sostanza,

rimanendo solo essere formale. Nel regno dello stato di diritto regna la desertificazione, il vuoto.

L'uomo si trova deprivato di quell'unità sostanziale, che trovava nello Stato Etico, ed è quindi

costretto a cercare di ricostruire un senso perduto con mezzi propri: così nasce la cultura. Le figure

dello Spirito non sono altro che configurazioni di senso, il tentativo, da parte dell'uomo, di restituire

pienezza alla vita umana.

La cultura è la Bildung, la formazione. Ricordandoci del passo di Signoria e Servitù,

comprenderemo meglio come, costretto alla formazione, l'uomo sarà emancipato dal vincolo

dell'immediatezza e il rapporto che avrà con le cose sarà mediato, mediato dal concetto.

Il nobile, dell'epoca feudale è colui che è in grado di tenere a freno il desiderio, di non dare valore a

ciò che gli è dato immediatamente, di non consumare la cosa immediatamente e di dare invece un

valore a qualcosa d'altro, di più elevato; il cavaliere ha creato nuovi valori, per compensare il vuoto:

onore, fedeltà, disponibilità al sacrificio. La coscienza nobile è mediatrice.

Alla coscienza nobile si oppone la coscienza meschina, che cede ai bisogni impellenti

immediatamente (l'idea di coscienza nobile e coscienza meschina la si può ritrovare, ad esempio,

anche all'interno del “Don Chisciotte della Mancia”, di Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616),

nelle figure, rispettivamente, di Don Chisciotte e di Sancho Panza).

La nobiltà interpreta il mondo del diritto in chiave di obbedienza aristocratica: un valore più alto

vale il rischio della vita e la messa in gioco di sé stessi, fino in fondo (ciò ci ricorda la coscienza del

Signore, che esce vincitore dallo scontro contro colui che sarà suo Servo).

Il passaggio dallo stato di lotta, di conflitto, in cui si era trovato l'uomo in precedenza, ci ha portati

al rapporto di vassallaggio, dove il bene del cavaliere coincide con quello del suo signore. Il

cavaliere mette il suo valore al servizio del Signore. Nel frattempo, Il Signore è diventato

dipendente dalla forma attiva: il potere ha bisogno di essere riconosciuto.

Ma, ci accorgeremo, i vassalli hanno un ruolo linguistico nei confronti del Signore (ricordiamo il

capitolo sulla certezza sensibile, in cui si scopre che il linguaggio parla forma universale di fronte

alle singolarità): il giuramento. Tramite il giuramento il vassallo dichiara “formalmente” la propria

fedeltà al suo signore e da questa “formalizzazione” nascerà la dipendenza del sovrano dalla parola

del suo cavaliere (un po' come il vero della singola percezione dipende dal linguaggio, poiché, in

una dimensione prelinguistica, non c'è verità). Il linguaggio, la forma, ha ancora una volta un ruolo

di transizione. A questo punto, infatti, il cavaliere si fa cortigiano: è stata cancellata la differenza fra

coscienza nobile e coscienza meschina. Infatti, poiché l'essenza del giuramento, atto formale,

consiste adesso nella sua formalità, il ruolo del cortigiano sarà quindi meramente quello di ripetere

all'infinito le parole “tu sei il mio signore”. Ma cosa è accaduto? Il singolo, diventato cortigiano, si

è svuotato di contenuto, non ha più un valore altro, più elevato, dal bene immediato di consumo. Il

cortigiano è al livello del “mi conviene” (“lecchinaggio”) fare questo e quest'altro se voglio

preservare la mia vita. E' emersa la coscienza meschina. Non vengono più prestati valori come

servizio al Signore e, d'altra parte, il Signore, può permettersi di comprare il rapporto Servo-

Signore. Adesso il potere coincide con il guadagno...

Ed eccoci arrivati alla coscienza borghese. Nasce l'economia di Adam Smith(1723-1790), dove il

legame fra Servo e Signore sarà una merce vendibile ed acquistabile come qualsiasi altra merce,

cancellando così ogni distinzione fatta sulla base del merito. L'alterego dell' estetica, visto come

purificazione del giudizio estetico, è il il terzo stato della rivoluzione francese, che ha trasformato il

rapporto Servo-Signore in un bene di consumo. L'economia moderna cancellerà la distinzione fra

pubblico e privato, poiché ogni cosa sarà passibile di compravendita. Siamo lontani anni luce dalla

oikia di Antigone e la dialettica continua.

Il nipote di Rameau

L'opera, a cui Denis Diserot(1713-1784) lavorò a partire dal 1762, richiama da vicino il momento in

cui si parla il linguaggio della lacerazione. Il momento in cui il rapporto Signore-Servo è passibile

di compravendita. Il momento dove appunto il potere coincide con il guadagno.

“Il nipote di Rameau” consiste in un dialogo che si svolge, in mezz'ora, in un osteria, fra due

interlocutori: il nipote di Rameau, appunto, ed un personaggio rappresentante la coscienza

benpensante, Io. Il nipote di Rameau simboleggia invece la decadenza. Infatti egli, non possedendo

nemmeno il nome (anche perché nell'opera “il nipote”non ha appunto un nome proprio), è come se

avesse accolto dialetticamente in sé la negazione. Il Nipote vive del nome dello zio Rameau,


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Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti che sintetizzano 5 delle lezioni di Storia dell' Estetica, tenute dal professor Garelli, per il corso di laurea triennale di Filosofia (Università degli studi di Firenze, anno accademico 2011-2012). Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Rudolf Haym, cos'è lo Spirito come momento e non come protagonista, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell' Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Garelli Gianluca.

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