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Sociologia: d’ausilio nel determinare l’agire dei gruppi o delle classi all’interno del processo storico ed i

comportamenti che ne costituiscono la dinamica.

Kula: la storia economica è la scienza che studia gli aspetti economici della vita sociale nelle differenti società e

culture. Si occupa delle ricerche intese a fissare le “uniformità” che si manifestano nelle azioni socio-

economiche e dei fattori sociali che le determinano.

I SISTEMI ECONOMICI

LE ORIGINI

Definizione: Sistema economico è l’insieme delle forme istituzionali, dei rapporti giuridici o

consuetudinari, delle strutture sociali e delle modalità di organizzazione della produzione che regolano

l’attività economica dell’uomo.

Il processo storico di sviluppo ha determinato dalle originarie formazioni comunitarie, tributarie e

schiavistiche ai più complessi sistemi feudale, mercantile, capitalistico e collettivistico.

Dobb: nella realtà non si riscontrano sistemi “puri”, poiché in ciascuno di essi sono presenti elementi

caratteristici sia dei periodi precedenti che di quelli successivi; un’organizzazione produttiva dominante

coesiste sempre con un’altra subordinata o periferica.

-Formazione Comunitaria: fondata sulla proprietà collettiva della terra e sul lavoro articolato su base

individuale-familiare e su base comune: clan e villaggio. Non esistono forme di scambio. (es: Africa di oggi).

-Formazione Tributaria: la casta dominante monopolizzava la terra e percepiva un contributo dai contadini,

che erano organizzati in comunità. Produzione di surplus in pochi casi (Cina, Egitto) e nel lungo periodo.

-Formazione Schiavistica (Feudale): può considerarsi una formazione periferica a quella tributaria, dove vi è

una combinazione del lavoro libero con quello coatto (imposto per legge). Il surplus si venne a creare grazie al

lavoro degli schiavi ma le possibilità di esportazione furono limitate a causa dalla dipendenza dalla

manodopera esterna. Quando le invasioni barbariche ne causeranno la distruzione, dalle sue macerie nascerà

una nuova formazione tributaria: il feudalesimo.

L’ECONOMIA MEDIEVALE

Il sistema economico feudale dell’Europa centro occidentale, nell’arco di tempo 700-800, è stato definito come

una organizzazione della produzione fondata sulla combinazione di terra signorile e lavoro servile, finalizzata

all’uso dei beni prodotti.

Rispetto alla formazione precedente esso rappresentò un accelerato processo di ruralizzazione

dell’economia, basato sulla cessione della terra dal sovrano > feudatario > vassalli > signore > gleba. Questi

ultimi erano tenuti a prestazioni lavorative a favore del signore sulla pars dominicale del feudo (corvees), oltre

al pagamento in natura di un censo per l’uso delle terre da essi coltivate e nelle quali abitavano (pars

massaricia). L’assenza di un mercato non comportava la creazione di alcun surplus.

Fino al 900 il feudalesimo si configurò come un’economia chiusa, basata sull’autoconsumo, sugli scambi in

natura e sull’assenza di mercati monetarizzati (sistema a riproduzione semplice).

A partire dal 1100 cominciarono a manifestarsi i primi mutamenti; con la cessazione delle invasioni barbariche,

la popolazione entrò in una notevole fase di crescita, grazie allo sviluppo dell’agricoltura, che durerà fino al

1300, quando la peste la ridurrà drasticamente. L’aumento della popolazione causò il migliore sfruttamento

delle tecniche produttive che conseguentemente spinse alla colonizzazione di nuove terre; ciò generò surplus.

L’innovazione in campo agricolo incrementò la produttività dei contadini cosicché il signore cedette ad essi il

lavoro di tutte le terre ottenendo in cambio un prodotto maggiore di quello ottenuto con le corvees.

Il comune interesse del signore ed dei contadini alla formazione dell’eccedenza fu alla base della

trasformazione della rendita in natura in rendita monetaria, grazie anche alla crescita ed allo sviluppo delle

economie urbane. Le città erano parte integrante, ma non dominante del sistema feudale. I feudatari

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riscuotevano tributi in moneta per proteggere le città e gli scambi, i quali tributi venivano riutilizzati per

acquistare i beni degli stessi mercanti. La condizione di vita dei servi e dei contadini andò però peggiorando a

causa dei più sempre alti tributi da pagare: abbandono delle terre e fuga verso le città. Ciò comporto un

notevole calo della produzione e soffocò qualsiasi elemento reale di novità. Senza dubbio, ciò che più

ricondusse il sistema feudale alla sua staticità economica fu la mancanza di braccia e la caduta della produzione

successive alla peste del 1347.

LA TRANSIZIONE AL CAPITALISMO. IL MERCANTILISMO

Il mercantilismo si basava sul commercio su grandi distanze e sull’acquisizione di profitti monopolistici

derivanti dalla differenza dei costi e dei valori d’uso dei prodotti tra le diverse aree geografiche.

Esso si diffuse in Europa occidentale tra la fine del 1400 (grandi scoperte geografiche) e la fine del 1770

(quando la Riv. Ind. decreto l’avvio del capitalismo). Si trattava di un sistema mercantile-tributario le cui

premesse furono la ripresa del ciclo economico di periodo, la costituzione degli Stati nazionali, la

colonizzazione che seguì le grandi scoperte geografiche. La costituzione degli Stati, intensificando l’attività

economica, aveva infatti permesso sia di combattere il feudalesimo che l’universalismo della Chiesa. La

Chiesa venne indebolita dalla riforma protestante che vedeva il lavoro, la parsimonia e l’operosità valori

fondamentali nella vita terrena e strumenti di elevazione per quella ultraterrena.

Vennero rivisti i principi di giusto prezzo ed usura: il divieto di quest’ultima fu superato con l’eccezione del

danno emergente, subito dal mutuante per la mora al rimborso, e del lucro cessante, sopportato dallo stesso per

la perdita di opportunità di guadagno del denaro dato in prestito; per quanto al primo, esso era rapportato alla

stima comune del bene e non si allontanava eccessivamente dal suo costo di produzione, in quanto doveva

essere sufficiente al mantenimento del produttore e della sua famiglia. La Chiesa successivamente giustificò i

guadagni perché essi permettevano, oltre al mantenimento del mercante e del suo nucleo familiare, di recare

beneficio alla nazione. Furono le grandi scoperte geografiche e i consistenti traffici che crearono uno stretto

legame tra Stato e commercianti ed avviarono verso la sua massima espansione il mercantilismo. I traffici con

l’Africa, l’India e il Nuovo mondo fecero cambiare le rotte dell’economia internazionale, in particolar modo

grazie all’importazione di nuovi prodotti, in particolare i metalli preziosi. Tra il 1500 e il 1600 vi fu un

eccezionale rialzo dei prezzi a causa dei metalli preziosi che condusse mercanti e statisti ad identificare la

ricchezza nel possesso di oro ed argento. I governi mirarono all’intensificazione dell’esportazione, alla

colonizzazione di nuovi territori ed alla creazione di barriere protezionistiche.

SPAGNA: privilegiò la tesaurizzazione dei metalli preziosi e stabilì che i beni venduti all’estero fossero

remunerati in moneta e quelli acquistati scambiati con prodotti nazionali (Bullionismo).

INGHILTERRA: diede un forte impulso alla marina mercantile (Compagnia delle Indie orientali britanniche)

per incrementare le proprie riserve di metalli preziosi. Con l’atto di navigazione del 1651 sancì il monopolio

dei trasporti con le colonie soggette alla sua dominazione e proibì alle navi straniere di importare prodotti che

non provenissero dai loro paesi di origine.

FRANCIA: Colbert con l’emanazione di 150 “regolamenti di fabbrica” favorì una produzione di qualità ai

massimi livelli e incentivò la nascita di grandi società commerciali (Compagnia del Levante, Compagnia delle

indie orientali ed occidentali); inoltre venne attuata una politica fortemente protezionistica favorendo

l’importazione dei prodotti francesi.

OLANDA: concesse la piena libertà di esportazione dei capitali in quanto godeva di un’affidabile moneta e di

un’efficiente Borsa (la più importante fino al 1700). La sua decadenza è stata attribuita all’assenza di

investimenti produttivi, in quanto i cittadini vivevano di rendita, ma anche dalla sempre maggiore affermazione

dell’Inghilterra e della Francia. L’analisi dei mercantilisti fu assai carente in quanto essi confusero la ricchezza

con la moneta non comprendendo che la sovrabbondanza di questa causava l’aumento dei prezzi dei beni

prodotti rendendoli poco competitivi sui mercati nazionali a vantaggio di quelli esteri. Il concetto di

ricchezza cominciò a mutare in Inghilterra (Mun e Tucker l’attribuirono alla produzione destinata

all’esportazione ed alla quantità di lavoro contenuta nelle merci vendute all’estero) ed in Francia (Quesnay e

Turgot ritennero l’agricoltura l’unico settore in grado di creare surplus).

IL CAPITALISMO INDUSTRIALE E LA NASCITA DELL’ECONOMIA POLITICA

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Definizione: Il capitalismo è un sistema economico caratterizzato dalla formazione e dall’impiego

produttivo del capitale, dalla divisione internazionale e libertà del lavoro e fondato sull’impresa, sulla

proprietà privata dei mezzi di produzione e sull’economia di mercato.

Nascita delle Banche (elemento molto importante per il Capitalismo) in seguito alle necessità legate

all’afflusso dei metalli preziosi, alla continua svalutazione della moneta ed alla salvaguardia e facilitazione dei

pagamenti internazionali. La progressiva accumulazione di capitale e il diffondersi delle banche spinsero il

mercante ad allargare la propria azione alla sfera della produzione, prima domestica e poi manifatturiera.

Alla figura del maestro subentrò quella del mercante. Il Putting – out segnò l’inserimento del mercante

nell’ambito della produzione. Con il Putting – out il mercante acquistava la materia prima (lana grezza

Inglese) che rivendeva al tessitore (paesi bassi) il quale ne faceva curare la filatura e la tessitura alle famiglie

contadine. Questo sistema avvantaggiava l’imprenditore che, oltre a realizzare un guadagno già all’atto della

cessione della lana, non era più tenuto a ricomprarla. Il Putting – out rappresentò un esempio di divisione

internazionale del lavoro: gli allevatori inglesi vendevano la lana ai mercanti fiamminghi, che la davano fuori

(to put out) ai filatori ed ai tessitori per la trasformazione in panno. Questo, quando non era sottoposto il loco

alle fasi finali della lavorazione, era venduto ai mercanti italiani che ne affidavano la finitura a maestri

particolarmente esperti e poi lo smerciavano nelle città musulmane bagnate dal Mediterraneo.

Inghilterra nacque il Domestic system che altro non era che un’organizzazione domiciliare della produzione,

dove l’imprenditore inglese era proprietario della materia prima e degli stessi strumenti della produzione. Gli

operai/artigiani non erano sottoposti alla rigida disciplina, quale sarà quella della fabbrica, poiché essi potavano

assimilarsi a dei salariati a contratto.

Tra il 1500 ed il 1600 nacque un’altra organizzazione, il Factory system (sistema della manifattura) con

l’accentramento dei telai, prima presso le abitazioni dei capitalisti, poi in appositi edifici (manifatturiere).

Esempi di manifatturiere artigianali furono le tappezzerie Gobelins in Francia e le cartiere, gli arsenale e le

fabbriche di armi in Russia, con il reclutamento di manodopera non qualificata ne salariata. In questa fase di

proto-industrializzazione si ha una produzione artigianale non finalizzata al consumo di massa. Quando nella

seconda metà del 1700 la rivoluzione industriale decretò la proprietà privata dei mezzi di produzione, la

diffusione della meccanizzazione e del rapporto salariale e l’ampliamento del mercato, la transizione dalla

proto-fabbrica alla fabbrica poteva considerarsi conclusa e la nascita del capitalismo industriale avviata.

In Francia, l’edito di Turgot del 1776 fu l’affermazione della libertà come principio e valore della

emancipazione e della condotta dell’uomo che caratterizzò lo spirito, la cultura e l’ideologia dell’Europa e a

questo principio s’ispirò il capitalismo attraverso la libera concorrenza, il rifiuto dell’intervento dello Stato

nell’economia, la tutela della proprietà privata, l’uso non vincolato dei fattori di produzione.

La “scuola classica” si occuperà di dare forma compiuta e riferimento teorico al capitalismo come sistema

economico. Essa riconobbe pienamente il principio dell’ordine naturale, secondo il quale il mondo è governato

da leggi non modificabili, create da Dio per la felicità degli uomini. Il motto laissez faire – laissez passer

divenne il vessillo della scuola classico contro il mercantilismo.

La legge degli sbocchi di Say, il quale diede sistemazione organica all’opera di Smith e la diffuse in Francia,

permette di sintetizzare gli automatismi del capitalismo.

Secondo Say l’offerta crea sempre la propria domanda in quanto c’è una corrispondenza tra redditi spesi

e redditi percepiti. Egli attribuì la responsabilità delle crisi all’insufficiente produzione delle nazioni povere.

A differenza dei fisiocratici, Smith riteneva che la fonte della ricchezza era nel lavoro produttivo (capace di

generare surplus), il cui grado di produttività era determinato dall’aumento della divisione del lavoro stesso

connesso alla diffusione della meccanizzazione ed al continuo ampliamento degli scambi.

Decenni dopo Ricardo con la teoria dei costi comparati, dimostrò che due nazioni, con differente produttività

del lavoro, potevano scambiare i loro prodotti con reciproco vantaggio se ciascuna si fosse specializzata nella

produzione del bene il cui costo relativo risultava minore.

Questa situazione si volgeva del tutto favorevole all’Inghilterra la quale esportava prodotti agricoli e importava

prodotti industriali che, per il loro contenuto tecnologico, avevano un valore elevato.

IL MARXISMO E LE ECONOMIE SOCIALISTE

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La critica marxiana all’economia classica poggia sulla teoria del valore – lavoro elaboratala Smith e da

Ricardo, teoria sulla quale Marx sviluppo la tesi della transizione al socialismo attraverso lo sfruttamento

della classe operaia, la creazione del plusvalore, la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, le

crisi di sovrapproduzione.

Teoria di Smith : osservò che ciascun bene possiede un valore d’uso (commisurato alla sua qualità di

soddisfare bisogni soggettivi degli individui) e un valore di scambio (rappresentato dalla sua capacità di

acquistare altri beni sul mercato). Esistono merci che hanno un elevato valore d’uso ed un basso valore di

scambio (acqua) e viceversa (diamanti). Smith focalizzò la sua attenzione sul valore di scambio, perché

interessato alle cose che producono ricchezza. Egli fece una differenza tra valore di scambio nella società

precapitalista e capitalista.

Nella società precapitalista il valore di scambio corrisponde alla quantità di lavoro necessario alla produzione

di un bene, in quanto vi era un’identità tra lavoratori e proprietari dei mezzi di produzione; in questo caso il

lavoro comandato corrisponde al lavoro contenuto e non c’è nessun surplus.

Nella società capitalista il valore di scambio non coincide più con il lavoro impiegato in un bene, perché esso

dovrà remunerare anche altri due fattori della produzione: terra e capitale. Il valore dipende dal “potere di

disporre del lavoro” ancor più che dalla sua quantità e questo potere è esercitato dal capitale, che può impiegare

uomini industri ai quali fornire materie prime e mezzi di sussistenza, al fine di ricavare una eccedenza dalla

“vendita del loro lavoro”; quindi il lavoro comandato risulta maggiore di quello contenuto e viene a crearsi il

surplus.

Teoria di Ricardo: formulò una diversa teoria del valore-lavoro ed escluse la rendita quale componente del

valore di scambio, perché essa non rappresentava un reddito originario ma derivato. Egli dimostrò che il lavoro

è la fonte del valore sia nelle società precapitalista che in quelle industrializzate. Egli infatti assimilò il capitale

al lavoro accumulato nel tempo e incorporato nei mezzi di produzione, negli impianti o nella costruzione di

opifici; questo lavoro indiretto sommato al lavoro diretto, prestato dall’operaio nel processo di fabbricazione, è

la misura del valore di scambio di una merce.

Il valore di scambio delle derrate agricole, secondo Ricardo, è dato dal prezzo di mercato, a sua volta

determinato dal costo più elevato del prodotto ottenuto nel terreno meno fertile, la cui messa a coltura era

divenuta indispensabile per adeguare l’offerta al livello della domanda.

Premettendo che, l’individuazione del valore di un bene sta nel lavoro in esso contenuto, Marx costruì l’analisi

del capitalismo e della sua transizione al socialismo.

Nella teoria Marxista vi è una trasformazione del metodo dialettico di Hegel (la natura umana è mutabile in

quanto subisce le trasformazioni della storia) dalla filosofia all’economia, che prende il nome di materialismo

dialettico.

Per Marx ogni forma di produzione è caratterizzata da determinati rapporti sociali e regolamentata da una

sovrastruttura (politica, istituzionale, giuridica, ideologica e psicologica) strettamente correlata e dipendente.

Marx sostiene che scopo dell’economia è lo studio dei rapporti sociali di produzione i quali permettono il

massimo utilizzo delle forze produttive, fino al punto da diventare inadeguati all’espansione del sistema; questa

contraddizione porterà al mutamento della sovrastruttura attraverso una rivoluzione politica che integra la

precedente, crea una struttura adeguata al nuovo ordine economico e permette alle forze produttive di trovare il

loro ambito naturale.(*)

Marx ritiene che il capitalismo sia solo una fase storica dell’intero processo di sviluppo, perché caratterizzata

da una contraddizione fondamentale: da un lato esso era organizzato sulla proprietà privata dei mezzi di

produzione, dall’altro, i suoi processi di produzione richiedevano rapporti sociali di tipo cooperativo, adeguati

alle nuove forze produttive disponibili. Questa dicotomia tra capitale e lavoro si sarebbe manifestata con la

lotta di classe e con il passaggio ad una società socialista, caratterizzata dalla proprietà collettiva dei mezzi e

dalla socializzazione dei rapporti di produzione.

Attraverso lo sfruttamento della classe operaia, da parte dei detentori del capitale, il valore di scambio del

lavoro è inferiore al prodotto del lavoro, sfruttamento che Marx sintetizzò nella Teoria del Plusvalore. Il

Plusvalore è appunto la differenza tra il valore di uso e il valore di scambio della forza lavoro; è in sostanza la

conseguenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e del sistema di lavoro salariato, ossia la divisione

in classi della società tra i detentori di capitale ed il proletariato.

(*) Questo processo verrà accelerato, secondo Marx, dalla legge della caduta tendenziale del saggio di

profitto e dalle crisi di sovrapproduzione.

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Marx elaborò un indice dello sfruttamento dell’operaio che chiamò, saggio di plusvalore (Plusv / valore del

capitale variabile [salari]); poiché il capitalista non potrà sfruttare l’operaio oltre un certo tempo, egli aumenterà

la produzione tramite l’introduzione della meccanizzazione. Si tenderà così ad accrescere la composizione

organica del capitale (capitale costante[materie prime, ammodernamenti degli impianti] / capitale variabile).

Un indice del plusvalore ottenuto dall’utilizzo del capitale totale è il saggio di profitto (Plusv / capitale fisso +

capitale variabile). La interrelazione tra queste variabili consente di esporre la legge della caduta tendenziale del

saggio di profitto e l’origine delle crisi di sovrapproduzione.

Correlazione tra meccanismo della caduta tendenziale del saggio di profitto ed il verificarsi di crisi di

sovrapproduzione: il maggiore impiego di capitale fisso ampliava, da un lato, la scala di produzione ed

accresceva, dall’altro, l’esercito industriale di riserva, ossia i disoccupati (per cui, cresceva l’offerta, ma si

riduceva la domanda).

La storia ci dimostra però che le previsioni Marxiste non si vennero a verificare in quanto l’affermazione dei

sindacati, la diffusione del welfare state e di adeguate legislazioni sociali hanno tutelato lo status e le

condizioni del lavoro. Inoltre grazie all’enorme potenziale produttivo del capitalismo, i governi hanno potuto

traslare parte del reddito a soggetti, quali anziani, disoccupati o estranei al circuito produttivo.

I regimi socialisti si instaurarono in Paesi (Russia e Cina) dove la struttura economica era ancora feudale.

CRISI E RINASCITA DEL CAPITALISMO

In Inghilterra, in seguito alla grave carestia che falcidiò il potere di acquisto dei paesi importatori dopo le guerre

napoleoniche (riconversione delle industrie) ed in particolare tra il 1816-1817 (carestia): estrema gravità della

recessione caratterizzata dalla sovrabbondanza di merci invendute e dalla crescente disoccupazione. Intensità e

durata della recessione: prova evidente dell’inadeguatezza degli automatismi del mercato per il riequilibrio

spontaneo, mettendo in discussione uno dei capisaldi su cui poggiava il regime libero concorrenziale: Legge

sugli sbocchi, la quale prevedeva che tutto il reddito percepito dall’impiego dei fattori della produzione fosse

speso, escludendo quindi ogni forma di tesaurizzazione.

Inghilterra, nei periodi critici: iscrizione di un numero notevole di indigenti nelle liste parrocchiali, al fine di

garantirsi un sussidio. Questi motivi spinsero Malthus (prete anglicano, fautore della scuola classica) allo studio

delle cause della sovrapproduzione in Inghilterra, anticipando il lavoro di Keynes di 115 anni.

Secondo Malthus la crisi di sovrapproduzione fu dovuta all’investimento in macchinari, i quali provocavano un

aumento dell’offerta sul mercato senza un corrispondente aumento della domanda. Questo squilibrio, originato

dalla crescente trasformazione del reddito in capitale poteva essere superato attraverso il consumo alimentato

dai lavoratori improduttivi: domestici, impiegati, militari, coloro i quali offrivano solo servizi e dovevano

quindi ricevere dai “ricchi” la remunerazione alle prestazioni rese.

Perciò, Malthus individuò nella rendita la fonte del consumo improduttivo e difese, al contrario di Ricardo, il

ruolo sociale ed economico di questi ultimi all’interno del sistema capitalistico. Egli ritiene che la domanda

effettiva, ossia necessaria ad assorbire l’offerta dei beni prodotti, poteva essere sostenuta anche con quelle

attività (riparazione delle strade, attuazione di lavori pubblici) i cui risultati non vengono venduti sul mercato,

ma che permettono di ridurre il capitale da utilizzare nei lavori produttivi.

Il periodo di tempo compreso tra il 1873 (periodo della “grande depressione” caratterizzata dalla

contemporanea caduta dei profitti, dell’occupazione, del commercio internazionale e dei prezzi agricoli) e il

1929 (“grande crollo” della borsa di Wall Street) sembrava decretare le previsioni marxiane sulla fine del

capitalismo, l’economia non aveva fatto grandi progressi in materia, o meglio, aveva esplorato campi diversi di

ricerca:

Dopo il 1870 gli studiosi marginalisti spostarono l’analisi economica su problemi di teoria pura, tralasciando

qualsiasi implicazione storica sulla formazione e distribuzione della ricchezza in relazione alle diverse classi

sociali; questo perché tra la fine del 1800 ed il 1914 l’economia mondiale ebbe un notevole sviluppo grazie al

rafforzarsi dei mercati e grazie alla stabilità del sistema monetario internazionale (gold standard = passaggio

da bimetallismo al monometallismo). Ignorarono però certi fenomeni quali la concentrazione delle imprese

attraverso cartelli, trust e la sindacalizzazione dei lavoratori. Alla fine della I guerra mondiale la grave

situazione debitoria degli Stati per le spese belliche e la distruzione di buona parte dell’apparato produttivo si

sommarono alla sovrapproduzione conseguente, nel 1921, alla riconversione dell’industria a scopi di pace.

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La riduzione della domanda, causata dal soddisfacimento dei bisogni più urgenti, corrispose ad un ampliamento

dell’offerta dovuto agli “effetti normali” del capitalismo. Questi effetti si fecero risentire particolarmente negli

Stati Uniti, non a caso negli anni ’20 e ’30 furono elaborate le teorie della concorrenza imperfetta e della

concorrenza monopolistica e gli economisti cominciarono ad attribuire il persistere della disoccupazione ed il

protrarsi degli squilibri che ostacolavano il corretto funzionamento del mercato alle concentrazioni d’impresa

ed all’azione dei sindacati. Per ovviare a ciò, all’inizio degli anni ’30, venne intrapreso un nuovo percorso

(New deal) che vedeva l’attuazione di vasti programmi di lavori pubblici per lenire la disoccupazione; questi

programmi erano ispirati a scopi umanitari e pragmatici. Essi avviarono una presa di coscienza del ruolo che lo

Stato avrebbe potuto svolgere per migliorare le condizioni di vita della collettività.

Le dottrine economiche che affermavano gli automatismi del mercato erano state smentite dalla crisi del 1929.

Keynes sosteneva che condizione necessaria all’equilibrio economico è l’uguaglianza tra risparmio ed

investimento che si determina attraverso le variazioni del reddito, coerentemente con le diverse premesse

metodologiche che caratterizzano le due impostazioni. Scopo della sua analisi era l’individuazione all’interno di

una società capitalistica avanzata, delle cause che perturbano l’economia e dei meccanismi in grado, nel breve

periodo, di ristabilire le condizioni di equilibrio che solo eccezionalmente corrispondevano al livelli di pieno

impiego. Keynes si può considerare il fondatore della moderna macroeconomia (interesse verso i

comportamenti dei singoli soggetti nella loro qualità di produttori per il mercato o di consumatori).

Premessa della sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta è che il reddito

complessivo è uguale alla spesa globale in consumi correnti ed investimenti e che il volume dell’occupazione è

determinato dal livello del reddito; quando quest’ultimo aumenta, il risparmio cresce sia in valore assoluto che

percentualmente (propensione media al risparmio); la spesa in consumo, invece, pur incrementandosi in

termini assoluti tende ad assorbire una quota decrescente del reddito (propensione media al consumo).

Quindi per raggiungere l’equilibrio tra risparmio ed investimento, ad un livello di attività economica di pieno

impiego, saranno indispensabili sempre nuove occasioni di investimento. Il volume di quest’ultimo sarà

determinato dal saggio di rendimento che gli imprenditori intendono di ottenere, ossia dell’efficienza marginale

del capitale, in raffronto al saggio di interesse che essi devono pagare per acquisire la quantità di moneta

necessaria agli impieghi e, soprattutto dalle loro aspettative di ricavi futuri, che rappresentano la motivazione

psicologica della decisione stessa di intervenire; nel caso di aspettative negative prevale la preferenza per la

liquidità. Negli USA, nei primi anni ’30, a causa della preferenza per la liquidità e della tesaurizzazione si

ebbe una riduzione degli investimenti e, quindi, della spesa complessiva; di conseguenza, contrazione del

reddito e dell’occupazione.

Questo processo di riduzione della ricchezza, che andrà avanti fino a quando l’uguaglianza tra investimento e

risparmio sarà ripristinata, può essere interrotto, secondo Keynes, dall’intervento dello Stato, che attraverso la

spesa pubblica, può effettuare gli investimenti necessari ad aumentare il reddito e ad avviare un circuito inverso

al precedente (aumentare la domanda senza aumentare l’offerta e senza generare concorrenza con l’industria

privata).

L’investimento ha effetti moltiplicativi sul reddito (nel senso che questo aumenta più che proporzionalmente

rispetto a quanto si investe).

Per il procacciamento di quanto necessario per affrontare la spesa pubblica:

a) ricorso al prestito (deficit spending);

b) ricorso all’espansione monetaria.

La Teoria generale mutò completamente l’impostazione tradizionale del meccanismo economico e decreto la

fine della Legge degli sbocchi di Say, in quanto dimostrò che non sempre tutto il reddito è speso; quando vi è

una perturbazione economica entrano i gioco anche i fattori psicologici che frenano la domanda ed aumentano

il risparmio.

Tra gli anni ’50 e gli anni ’70, con apposite politiche fiscali e monetarie, restrittive o espansive

dell’investimento: maggiore stabilità nello sviluppo dei paesi industrializzati.

Negli anni ’70: ulteriore evoluzione delle politiche economiche per contrastare una nuova recessione dovuta

all’aumento del costo del petrolio, con connotazioni diverse dalle precedenti (problema della stagflazione).

Stagflazione (inflazione con stagnazione): a causa dell’aumento dei costi delle materie prime ed in particolare

del petrolio, per il conseguente adeguamento di salari e stipendi alle variazioni del costo della vita.

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In tutte le nazioni ricche, comunque, lo sviluppo del welfare state ha funzionato a ammortizzatore delle

tendenze sociali e la lotta all’inflazione, nonostante il suo elevato costo in termini di riduzione del prodotto e

dell’occupazione, poteva ritenersi superata nella seconda metà degli anni ’80.

I CICLI ECONOMICI

ONDE LUNGHE E ONDE BREVI NELL’ATTIVITA’ ECONOMICA

La dinamica del capitalismo è stata caratterizzata da alcune tendenze secolari, Trend, quali:

- progressivo aumento degli addetti all’industria, e poi, successivo aumento degli addetti nel terziario;

- progressivo aumento della produzione globale dal 1820 (eccetto Giappone ed Italia);

- progressivo aumento dei prezzi.

Nonostante la progressiva espansione del capitalismo, ai trend si sono sovrapposte delle variazioni del ritmo di

sviluppo di carattere ciclico.

Nel 1862 il medico parigino Juglar si accorse che, attraverso l’andamento dei saggi di interesse in Francia,

Inghilterra e Stati Uniti, si verificavano onde brevi (o cicli maggiori) dell’attività economica, della durata

media di otto anni, contraddistinte da una fase di prosperità, da una crisi e da una conseguente recessione.

Nel 1923 Kitchin individuò l’esistenza, in Inghilterra e negli Stati Uniti, di cicli minori (o ipocicli) della

durata media di tre anni e mezzo; questo attraverso l’analisi dell’andamento dei prezzi all’ingrosso e dei saggi

di interesse.

Nel 1926 l’economista russo Kodrat’ev dimostrò, mediante serie statistiche sull’andamento dei prezzi e della

produzione, relative alla Gran Bretagna, alla Francia, agli Stati Uniti e la Germania, la periodicità di onde

lunghe (o cicli di lungo periodo) nell’attività economica della durata media di cinquant’anni.

Le onde di lungo periodo furono studiate anche da Imbert accorgendosi che al termine di ogni fase di recessione

sono disponibili, sul mercato, fattori della produzione inutilizzati, che saranno in parte impiegati nelle imprese

più dinamiche per aumentare la produzione, senza che ciò causi il contemporaneo aumento dei salari e dei

prezzi.

Nel 1930 Kuznets individuò degli ipercicli o secondary movements della durata media di vent’anni. Questi si

ponevano al centro tra le onde brevi di Juglar e quelle lunghe di Kodrat’ev.

I CICLI ECONOMICI

Crisi intense ed estese intorno al 1816-17, al 1873 e nel 1929.

(1) Fasi di rialzo dei prezzi si ebbero dal 1789 al 1814, dal 1850-73 e dal 1897 al 1920.

(2) Fasi di ribasso dal 1815-49 (a), dal 1874-96 (b), 1921-39 (c).

(1) Secondo Schumpeter i cicli lunghi di Kodrat’ev corrispondono alle successive rivoluzioni industriali che

hanno dominato il processo di sviluppo capitalistico e che hanno trovato nell’innovazione la loro spinta

propulsiva. Tre rivoluzioni industriali, tre cicli lunghi.

(2)

(a) Depressione 1815-49 fu successiva al blocco continentale ed alla Restaurazione. Causata dalla continua

discesa dei prezzi agricoli che negli anni precedenti (1816-17 carestia e guerre) erano stati molto elevati, dalla

messa a coltura di nuove terre e dalla riduzione della produzione di oro. In questa situazione l’unico paese a

sviluppo capitalistico fu l’Inghilterra, la quale non trovando mercati di sblocco alle proprie esportazioni, soffrì

di una grave crisi di sovrapproduzione.

(b) Depressione 1874-96 ebbe inizio dopo la guerra di secessione degli Stati Uniti, quella franco-prussiana ed

altri conflitti. Si innestò a causa della forte riduzione del costo dei trasporti, che permise agli USA di esportare i

propri prodotti agricoli in Europa, dove risultavano più competitivi rispetto a quelli locali. La depressione non

toccò allo stesso modo tutte le nazioni, USA e Germania accelerarono il loro sviluppo proprio in quegli anni.

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(c) Depressione 1921-39 si ebbe all’indomani della I guerra mondiale. Essa fu il riflesso della riconversione

dell’economia di pace, dei tentativi di stabilire ordine nei mercati monetari e, soprattutto, di una latente

sovrapproduzione che si manifestò con la crisi del 1929.

I cicli brevi e gli ipocicli si inseriscono nelle fasi di espansione e di depressone delle onde lunghe. Tre cicli

Kitchin formano un ciclo Juglar e sei di questi ultimi un Kodrat’ev.

RECENTI INTERPRETAZIONI DELLE FLUTTUAZIONI ECONOMICHE

Nel corso degli anni ’70 del Novecento, la crisi petrolifera, la stagflazione, il rallentamento del ritmo di

sviluppo dei paesi industrializzati hanno rinnovato l’interesse per lo studio dei cicli economici.

Mandel ha individuato una quarta onda lunga iniziata nel 1940 e originata dalla rivoluzione “elettronica” e dallo

sfruttamento dell’energia nucleare. La fase ascendente di questa fluttuazione sarebbe terminata alla fine degli

anni ’60.

Maddison sostiene che non esistono elementi sufficienti a provare l’esistenza di onde lunghe nell’attività

economica. Si tratta invece di comprendere quali fattori di disturbo hanno generato rallentamenti nella velocità

di crescita del capitalismo, a partire dal 1820, e quali sono stati i mutamenti della struttura economica. A suo

giudizio, dopo il 1973 (crisi petrolifera), si è aperta una nuova fase del capitalismo, in considerazione dei

cambiamenti che si sono avuti nella bilancia del potere economico mondiale, nel sistema internazionale (con la

fine degli accordi di Bretton Woods), nella gestione della politica keynesiana della domanda da parte dei diversi

governi, nelle aspettative del mercato del lavoro e nella conseguente esplosione della spirale prezzi-salari.

LA RIVOLUZIONE URBANA

ORIGINI E CARATTERI DELLE CITTA’ DELL’EUROPA MEDIOEVALE

Il sorgere o risorgere delle città nell’Europa del 1000-1200 segnò una svolta nella storia della civiltà europea.

Le città avevano prosperato ed erano proliferate nel mondo greco-romano, ma la decadenza dell’impero segnò

anche la loro decadenza e le invasioni germaniche ne decretarono la morte. Con al caduta dell’impero l’Europa

del Nord migliorò lentamente. Ai tempi di Roma vi erano stati due mondi separati: il mondo mediterraneo e il

mondo nordico. Nel 600 il mondo mediterraneo si spacco in due, e la parte europea si legò più strettamente al

subcontinente. Sotto l’egida di un comune credo religioso emerse l’Europa.

Era un’Europa povera e primitiva, fatta di tanti microrganismi rurali (curtes) largamente autosufficienti, la cui

autarchia era in parte conseguenza della decadenza del commercio ed in parte anche causa. Lo stato delle arti, il

commercio, l’istruzione, l’uso della moneta erano ridotti a livelli minimi se non addirittura scomparsi. Il legno

andava a sostituirsi alla pietra come materiale da costruzione.

Con l’avvento dei Carolingi (747) il circolo vizioso che aveva funestato la vita dell’Europa dai tempi della

caduta dell’Impero Romano sembrò finalmente rompersi e si verificò una certa ripresa, incentrata

sull’agricoltura. Furono progressi modesti legati unicamente all’Europa del Nord in quanto l’Europa

meridionale era soffocata dalla pressione degli Arabi. Sul mare del Nord, il commercio con la Scandinavia e

l’Inghilterra fece nascere due centri Quentovic e Durstede. Questa ripresa fu però fermata dalla seconda ondata

di invasioni barbariche, tra la fine del 800 e l’inizio del 900, che attaccarono l’Europa da Nord (Normanni e

Vichinghi), da Sud (Arabi) e da Oriente (Magiari). Nel 955, il re di Germania Ottone riuscì però a distruggere

l’esercito magiaro nella battaglia di Lechfeld mettendo fine alle scorribande; conseguentemente cessarono le

incursioni normanne; fu allora che in Europa cominciarono a svilupparsi nuove città. Il sistema curtense fu

sostituito da un sistema economico basato sulle città, gli scambi e il lavoro libero.

Perenne cercò di formulare una teoria generale che servisse a spiegare il sorgere delle città nelle varie parti

d’Europa. Secondo ciò era spiegabile attraverso la teoria del portus che si espande fino a conglobare l’originale

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nucleo fortificato feudale e a costruire la nuova unità urbana (questo vale però solo per i Paesi Bassi e per la

Francia settentrionale).

Secondo Ennen, invece, si possono distinguere nell’Europa occidentale tre zone in cui il processo di

urbanizzazione assunse forme diverse:

a) l’Italia, la Francia meridionale e la Spagna, dove in fondo le città, per quanto decadute, continuarono ad

esistere nei secoli dell’Alto Medioevo;

b) l’Inghilterra, Francia del Nord, Paesi Bassi, Svizzera, Renania, Germania meridionale e l’Austria, dove

Roma aveva creato delle città, ma ogni forma di vita cittadina scomparve nei secoli dell’Alto Medioevo.

c) La Germania del nord e la Scandinavia dove l’influenza di Roma non penetrò mai e non erano mai sorti

nuclei urbani di qualsiasi tipo o natura.

L’unità non va cercata nelle forme che variano da luogo a luogo, ma nella sostanza dell’evoluzione. Alla base

del fenomeno cittadino vi fu un massiccio movimento migratorio. La gente si spostò dalla campagna alla città

per ragioni di repulsione e per ragioni di attrazione (il push e il pull dei demografi anglosassoni). C’è da

considerare che la tendenza economica nel mondo rurale dal 900 al 1200 non era per niente in peggioramento;

al contrario la situazione andava migliorando grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche, investimenti e

riorganizzazione della proprietà. La città entrò in gioco, come elemento di rottura, come luogo in cui emigrare

per tentare fortune nuove. La città medievale non è un organo di un organo più vasto, ma è un organismo a se

stante, fieramente autonomo, e in netta opposizione con il mondo circostante.

Vi furono delle differenze sostanziali nello sviluppo delle città italiane rispetto a quelle oltralpe. Fuori

dall’Italia la borghesia abitava nelle città mentre i nobili nei castelli che popolavano le campagne;

nell’Italia centrale e settentrionale i nobili fiutarono la direzione in cui spiravano i venti e numerosi nobili si

spostarono nelle città, dove si costruirono dimore turrite che ricordavano i loro castelli rurali e che diedero alla

città italiana un aspetto feudale che manca alle città d’oltralpe.

Tra nobili inurbati e gli altri abitanti della città non corsero però mai buoni rapporti. L’amministrazione

cittadina era di solito affidata al vescovo, ma con il tempo i borghesi acquisirono ricchezze, riuscirono a mettere

fuori gioco i nobili e tolsero l’amministrazione dalle mani del vescovo. Certi comuni acquistarono tanta forza

da partire all’attacco dei territori circostanti, finendo col creare veri e propri Stai territoriali autonomi e sovrani.

La gente della città dell’Europa centrale, circondata da un mondo ostile, avvertì la necessità dell’unione e della

collaborazione reciproca. Là dove il mondo feudale circostante è troppo potente per le sue forze (Germania) la

città resta sulla difensiva, nella sicurezza delle sue mura; là dove la città si sviluppa economicamente al punto

tale da travolgere gli equilibri del mondo feudale (Italia) la città si espande alla conquista della regione.

La rivoluzione urbana dei secoli 1000 -1200 fu il preludio e creò i presupposti della Rivoluzione industriale del

1800. LA POPOLAZIONE

Attorno all’anno Mille l’Europa non contava più di 30/35 milioni di abitanti. Tra la metà del 900 e gli inizi del

1300 la popolazione aumento, triplicandosi in Germania, Francia ed Inghilterra e raddoppiando in Italia. Tra il

1330 e il 1340 la popolazione europea poteva contare di 80 milioni di abitanti. Nel 1348 scoppiò una pandemia

di peste che in meno di tre anni eliminò 25 milioni di persone. Alla fine del 400 la popolazione doveva aggirarsi

ancora tra gli 80 milioni di abitanti. Nel 1600 sui 105 milioni, nel 1700 sui 115 milioni.

Della popolazione europea di quel periodo due tratti vanno messi in rilievo: la popolazione rimase sempre di

tipo “giovane” (grazie all’alta fertilità) e ridotta (a causa di un’alta mortalità).

Nuzialità e fertilità: una percentuale non trascurabile della popolazione adulta non si sposava e che parte di

coloro che si sposavano lo facevano in tarda età. Vari elementi culturali favorirono questa tendenza che facilitò

una certa natalità illegittima, al quale fu però più che compensata dalla riduzione della natalità legittima. La

fertilità dell’Europa si collocò sempre nella fascia degli alti livelli.

Mortalità: è opportuno fare una distinzione tra mortalità ordinaria e mortalità catastrofica. Negli anni normali

la mortalità era molto elevata. La componente maggiore della mortalità ordinaria era data dalla mortalità

infantile (numero dei morti nel primo anno di vita rapportato al numero dei nati vivi) e dalla mortalità degli

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adolescenti (numero dei fanciulli che morivano in età da 1 a 5 o 10 anni rapportato al numero dei fanciulli

viventi dello stesso gruppo d’età). L’alta mortalità dei giovani era un indice della povertà della popolazione e

delle dure condizioni in cui viveva. La mortalità catastrofica al era invece generata da guerre, carestie ed

epidemie. La guerra era l’elemento che scaturiva carestie (in seguito ai saccheggi di raccolti, bestiame e

impianti agricoli) e le epidemie, le quali spesso erano le involontarie conseguenze delle condizioni igenico-

sanitarie degli eserciti (lo scienziato Zinsser ha illustrato il fatto che gli eserciti servirono più che a far la guerra

a disseminare epidemie di tifo, peste e sifilide). Le epidemie furono l’elemento che più contribuì alla frequenza

e all’intensità della mortalità catastrofica, ed in particolare quelle di peste furono le più luttuose. Perché? Oltre

che ad aumentare, tra il 1000 e il 1300 la popolazione europea andò sempre più concentrandosi nelle città, dove

le condizioni igienico-sanitarie erano pessime (acqua non sempre potabile, animali mischiati agli uomini, rifiuti

ovunque, lavarsi d’inverno voleva dire rischiare una polmonite) e, inoltre, l’intensificarsi delle comunicazioni e

delle relazioni commerciali aumentavano le possibilità di contagio. Verso i primi del Trecento vennero a crearsi

i presupposti per una tragedia ecologica: Yersinia pestis. Con la pandemia del 1347-51 la peste si stabilì in

Europa in forma endemica. La peste è una malattia tipica dei roditori (ratti,scoiattoli) scoperta da Yersin.

Quando una pulce passava da un animale infetto ad un uomo, al momento di succhiargli il sangue lo

contagiava. A sua volta il microbo poteva passare da uomo a uomo attraverso l’aria, in tal caso il tasso di

letalità era del 100%. Il ruolo delle carestie e delle epidemie nella dinamica di lungo periodo della popolazione

non può venir misurato sulla sola base di mortalità generale.

Molto dipende dalla distribuzione per età dei decessi, ma anche dal fatto che durante un’epidemia/carestia

non solo aumentavano i morti ma in aggiunta diminuivano le nascite. Tra il 1300 e il 1700 la popolazione

europea si mantenne in uno stato di quasi equilibrio. Questo equilibrio ebbe conseguenze decisive sul piano

economico: l’Europa non seguì il destino dell’Asia e la popolazione non fu bloccata nel suo sviluppo da una

soffocante pressione demografica; ciò non fu merito della razionalità europea, ma di condizioni che facilitarono

l’opera dei microbi. LA STORIA DELLA TECNOLOGIA

LO SVILUPPO TECNOLOGICO: 1000 – 1700

Il mondo greco e soprattutto il mondo romano pur altamente creativi in altri campi dell’attività umana, rimasero

inerti nel campo tecnologico. Questo “fallimento” del mondo classico sarebbe imputabile all’abbondanza della

mano d’opera di quei tempi e al tipo di cultura e di interessi prevalenti nella società. Il progresso tecnologico

nel mondo classico era visto come possibile apportatore di più o meno dubbi vantaggi materiali, ma anche

temuto come possibile fonte di pericolosi turbamenti politici, sociali ed ecologici. Col Medioevo nell’Europa

occidentale le cose cambiarono drasticamente.

I maggiori progressi tecnologici dal 500 al 1000 furono:

1) 500 – Diffusione del mulino ad acqua (già conosciuto dai romani);

2) 600 – Diffusione nell’Europa settentrionale dell’aratro pesante (di derivazione slava);

3) 700 – Diffusione della rotazione agraria triennale;

4) 800 – Diffusione dell’uso del ferro di cavallo (dai celti), del basto per cavalli (dalla Cina),

dell’attacco a tandem per gli animali da traino.

Riguardo tutte queste scoperte bisogna fare tre osservazioni:

- Non furono innovazioni vere e proprie, gli europei non dimostrarono una capacità inventiva, ma quanto

una notevole capacità di assimilazione ;

- Tutte le innovazioni si riferivano all’attività agricola, le varie innovazioni si potenziarono

vicendevolmente;

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- Talune delle innovazioni in questione permisero un più efficiente sfruttamento energetico del cavallo.

La sostituzione del cavallo al bue significò un ricorso a un tipo di capitale più costoso, ma più efficiente.

Uno dei fatti più importanti del Medioevo europeo fu la diffusione del mulino ad acqua. I signori feudali

proibirono ai contadini di macinare il grano in casa, stabilendo il monopolio della macinazione del grano che

venne ad aumentare il loro credito, mentre contemporaneamente aumentava il carico fiscale dei servi.

Dal 500 al 600 l’economia europea si sviluppo in senso manifatturiero ed i mulini ad acqua non solo

aumentarono di numero ma furono sempre più adatti alle più diverse produzioni (preparare il malto per la

produzione della birra, per follare il panno). Nel 1150 la forza motrice derivata dall’energia idraulica venne

applicata alla lavorazione del ferro, azionare seghe per legname, alla lavorazione della carta.

Tra le innovazioni principali: 1050 telaio verticale, 1100 bussola, 1200 innovazioni nella navigazione

mediterranea (perfezionamento della bussola, l’adozione della clessidra, la redazione di carte nautiche, tavole

di martellio, adozione del timone di poppa sulla linea centrale della nave), 1250 ruota per filare e strumenti

chirurgici, 1300 occhiali (ai tempi di Dante la gente doveva avere la sensazione di vivere in un mondo ricco di

innovazioni tecnologiche), 1300 i primi orologi e armi da fuoco.

Nel 1400 la nave a vela oceanica (combinazione della vela quadra nordica con quella triangolare latina) favorì

una maggiore rapidità dei trasporti e una diminuzione dei costi relativi, inoltre si ebbero anche progressi nel

campo della navigazione oceanica (conoscenza dei venti, calcolo della latitudine), queste furono una delle

condizioni che resero possibile l’espansione oceanica dell’Europa la quale mutò il corso della storia.

L’invenzione di Gutenberg aprì una nuova era: come la nave a vela aprì agli Europei nuovi orizzonti geografici

così l’invenzione della stampa a caratteri mobili aprì agli Europei nuovi orizzonti e opportunità nel campo

dell’istruzione e della cultura.

Uno dei caratteri di originalità nello sviluppo tecnologico dell’Occidente fu il crescente accento posto

sull’aspetto meccanico. Il caso dell’orologio meccanico è particolarmente significativo. L’uomo prima per

misurare il tempo faceva uso delle mediane, delle clessidre e di barre di materiale combustibile debitamente

graduate. Nel 1350 il medico Giovanni de’Dondi produsse il primo orologio meccanico che indicava

automaticamente i giorni, i mesi, gli anni e le rivoluzioni dei pianeti. L’orologio si diffuse molto velocemente

perché l’acqua ghiacciava nelle clessidre durante gli inverni e le nubi rendevano troppo sovente inutili le

meridiane.

Comunque questi orologi erano sempre poco affidabili e necessitavano di correzioni fatte da appositi

“governatori d’orologi”, i quali regolavano la lancetta dell’ora facendo riferimento alla mediana o alla clessidra.

Pur dando una lettura approssimativa l’europeo decise di utilizzare l’orologio proprio perché si stava

sviluppando una mentalità meccanica.

Un elemento caratteristico della mentalità medievale fu l’abbandono dell’animismo che aveva caratterizzato il

concetto della natura nutrito dai classici. Il tema dominante di questa mentalità è quello di un’armonia tra uomo

e natura, rapporto che presupponeva però nella natura le forze inviolabili cui l’uomo doveva fatalmente

sottomettersi. All’Animismo dei classici e degli orientali si sostituì il culto dei santi, i quali erano uomini che si

davano di continuo da fare per dominare le forze avverse della natura.

Dominare la natura non era un peccato, era un miracolo e credere nei miracoli è il primo paso per renderli

possibili.

L’attitudine ricettiva dell’Europa, la sostituzione dell’animismo naturale con il culto dei santi e con la fede nel

miracolo, il sorgere e la diffusione di una mentalità meccanicistica, non sono “spiegazioni” ma solo temi di una

più vasta e complicata “problematica”. Il progresso tecnologico del Medioevo e del Rinascimento fu fatto di

continui miglioramenti e successivi perfezionamenti, frutti di una pratica artigianale che per quanto

ammirabile non fu mai né dotta né sistematica. Risultato sostanziale di tutto questo complesso movimento di

innovazioni fu progressivo aumento di produttività (del ferro, dei libri, nel campo della navigazione);

fondamentalmente ala base della maggior parte delle innovazioni stava sempre la necessità di sfruttare in

maniera più efficiente le scarse disponibilità di energia.

LA DIFFUSIOINE DELLE TECNICHE

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Dal 1100 al 1400 gli italiani furono all’avanguardia non solo nel progresso economico ma anche in quello

tecnologico. Dal 1500 al 1600 il primato passo agli Inglesi e agli Olandesi. Questo perché le innovazioni

tecnologiche ebbero una loro diffusione sul territorio europeo.

Nel 1607 Zonca pubblicò numerosi disegni dei macchinari più vari; le informazioni tecniche sui mulini da seta

erano considerate segreto di Stato e qualsiasi tentativo di violare questo segreto era punibile con la pena di

morte. Nel 1716 un certo Lombe riuscì a portare a termine una vera e propria operazione di spionaggio

industriale, riuscendo a replicare i meccanismi. Attraverso i secoli e fino ad epoca recentissima le tecniche non

si diffusero praticamente mai mediante l’informazione scritta. Il mezzo prevalente di diffusione fu la

migrazione dei tecnici.

Nell’Europa pre-industriale la propagazione delle innovazioni tecnologiche avvenne soprattutto con la

migrazione di individui che decidevano di emigrare. In questo casi si possono distinguere forze di repulsione e

forze di attrazione.

Dalla parte delle “spinte” stava la fame, la peste, le guerre, le tasse, la difficoltà d’impiego, l’intolleranza

politico e/o religiosa. Governi e amministrazioni erano perfettamente coscienti di questa situazione tanto i

decreti che proibivano l’emigrazione di mano d’opera specializzata non si contano nel Medioevo come nel

1500 e nel 1600. La capacità dello Stato pre-industriale di controllare i movimenti delle presone era

estremamente limitata.

Gli elementi di “attrazione” che potevano calamitare mano d’opera potevano essere la presenza di opportunità

di lavoro e/o la pace e/o la tolleranza religiosa. Nella Francia di Colbert, per poter disporre di manodopera

specializzata di altre aree: dagli incentivi (per le manifatture seriche) ai rapimenti e ai sequestri di persona (per

il comparto del ferro).

I tentativi francesi, come quelli di altri paesi, fallirono in quanto l’introduzione e l’applicazione di nuove

tecnologie non sono un fatto tecnologico; sono un fatto socio-culturale e quindi come disse Witsen, tutto di

pende dalla “disposizione mentale”.

IMPRESE, CREDITO E MONETA

Nel corso del 1000-1400 si verificò un notevole sviluppo di tecniche di affari: l’organizzazione delle fiere e

delle compensazioni di fiera, lo sviluppo della lettera di scambio, la comparsa e la diffusione di manuali di

mercatura, l’evoluzione di nuovi tipi di contabilità, lo chèque, la girata, le assicurazioni, nuovi tipi di società

quali la colleganza e la commenda. Tutto questo fu sviluppato nell’area mediterranea dal 1100 al 1400.

Bisogna sottolineare l’importanza che queste innovazioni ebbero nell’attivare il risparmio contribuendo in

maniera decisiva a sostenere l’espansione dell’economia europea nei secoli medievali.

REDDITI, PRODUZIONE E CONSUMI: 1000 – 1500

L’ESPANSIONE NEL PERIODO 1000 – 1300

I vari elementi considerati precedentemente giocarono a favore dell’espansione economica. Dall’inizio del

secolo fino al 1250 lo sviluppo dell’Europa fu all’insegna di una frontiera in continua espansione, la risorsa

naturale per eccellenza, la terra, era abbondantemente disponibile. Inoltre negli ultimi secoli la gente si era

arroccata non dove le terre erano più fertili ma dove le posizioni erano più facilmente difendibili. Man mano

che la popolazione aumentò e condizioni relativamente più sicure prevalsero, si misero a cultura nuove terre

nella maggior parte dei casi migliori di quelle già coltivate. L’effetto dell’espansione della frontiera fu quindi

duplice.

La colonizzazione interna si accompagnò a un complesso movimento di espansione su più direttrici:

A Occidente si sviluppò la Riconquista della Penisola Iberica da parte dei Cristiani a danno dei Musulmani; nel

corso del 1200 l’intera penisola fu lentamente riconquistata.

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Sul fronte meridionale i Normanni posero fine alla dominazione araba in Sicilia tra il 1061 e il 1091 mentre

una serie di attacchi passati alla storia sotto il nome di Crociate vennero sferrati dall’Europa contro i territori

musulmani del Medio Oriente tra il 1000 e il 1100. Temporaneamente vittorioso l’Occidente riuscì ad

impiantare una serie di principati in punti strategici del Mediterraneo orientale.

Sul fronte orientale si sviluppò l’espansione tedesca (teutoni) nei territori slavi. Il Drang nach Osten cominciò

tra il 919 e il 932 attivando un vasto movimento espansivo lungo tutto il corso dell’Elba; alla fine del 1100 la

frontiera era avanzata di cento chilometri. Le perdite demografiche causate dalla peste nel 1348 ridussero

l’impeto dell’espansione. Il significato economico del Drang nach Osten stava nel colonizzare le terre slave in

quanto erano coltivate in modo ancora primitivo e quindi ancora di ottima qualità. I coloni teutonici mossero

nei nuovi territori importando l’aratro pesante e un tipo di ascia pesante e , inoltre, importarono tecniche

minerarie e metallurgiche ignote alle popolazioni locali. Tutto ciò contribuì alla formazione di un surplus

agricolo nell’Europa orientale, allo sviluppo del commercio nel Baltico (esportazioni di grano in Inghilterra e

nelle Fiandre), lo sviluppo della Lega anseatica e lo sviluppo di attività minerarie e metallurgiche nell’Europa

orientale.

Fino alla rivoluzione industriale l’agricoltura rimase il settore di base di tutta l’economia europea e lo sviluppo

tra il 1000 e il 1100 risulterebbe incomprensibile se non si ammettesse un notevole aumento della produzione

agricola. Ma, tra il 1000 e 1300, furono le città a dare il tono alla grande ripresa.

I settori di guida dello sviluppo che si verificò dopo il 1000 furono:

- il commercio internazionale;

- le manifatture tessili;

- il settore delle costruzioni edili;

- il settore finanziario;

Il grosso del commercio internazionale restò incentrato su: prodotti alimentari, prodotti tessili e spezie.

Come vi erano i settori di guida, vi erano anche le aree trainanti. Le regioni d’Europa all’avanguardia dello

sviluppo economico medievale furono l’Italia centro-settentrionale e i Paesi Bassi meridionali.

L’Italia trasse vantaggio da tradizioni classiche di vita cittadina e soprattutto dalla vicinanza dei due imperi

bizantino e arabo che fino al 1100 erano assai più sviluppati dell’Europa.

I Paesi Bassi meridionali capitalizzarono sullo sviluppo economico che la regione aveva sperimentato durante

la cosiddetta Rinascenza carolingia.

Entrambe trassero vantaggio dalle rispettive posizioni geografiche: l’Italia come ponte tra l’Europa, il Nord

Africa e il Vicino Oriente; i Paesi Bassi meridionali come snodo di strade e di rotte tra il Mare del Nord e le

coste atlantiche della Francia e della Spagna.

Nei Paesi Bassi si sviluppò presto una importante attività manifatturiera di pannilani che si avvantaggiava della

vicinanza del mercato inglese dove si produceva e largamente si esportava la più pregiata lana d’Europa.

Nell’Italia settentrionale lo sviluppo fu meno marcatamente incentrato sull’attività manifatturiera e più

equilibratamente distribuito tra attività commerciali, manifatturiere, amatoriali e finanziarie. Punti di forza dello

sviluppo furono in un primo tempo le repubbliche marinare di Pisa, Venezia e Genova. Le fonti di vita

principali per i veneziani furono la pesca, la raccolta e la macinazione del sale e un’attività di trasporto e

commerciale in parte per mare e in misura ben maggiore lungo i canali della laguna e lungo i fiumi che

sboccavano in esse. Pisa e poi Genova strinsero sempre più i contatti con il Nord Africa, il Medio Oriente e la

Sicilia mentre si rendevano sempre più conto delle opportunità offerte dal polo manifatturiero dei Paesi Bassi.

Presto ci si accorse però che conveniva stabilire un luogo intermedio di scambio; questo luogo fu individuato

nelle città di Troyes, Bar, Provins e Lagny dove si teneva la fiera de Champagne che serviva da centro di

raccolta, di scambi e da stanza di compensazione. Lo sviluppo di Firenze fu relativamente tardo. Solo verso la

fine del 1100 i mercanti fiorentini si distaccarono da Firenze e da Pisa e si avventurarono su mercati più lontani

(nel 1250 si trovano mercanti fiorentini un po’ dovunque). L’asse Paesi Bassi meridionali – Italia settentrionale

convogliava il maggior complesso di flussi commerciali tra il 1100 e il 1200. Verso l’Est era importante l’asse

Paesi Bassi – Colonia. I mercanti fiamminghi dovevano limitarsi a portare i loro panni a Colonia, dove

venivano prelevati da mercanti tedeschi e austriaci che provvedevano a diffondere il prodotto nell’Europa

centrale e anche ad Oriente. La Germania ricopriva questo ruolo grazie alle sue elevate disponibilità

economiche, originate dallo sfruttamento delle miniere d’argento presenti nelle sue regioni.

Contemporaneamente si verificò un aumento della produzione di tessuti di lana più grossolani grazie

all’avvento del mulino ad acqua nella follatura del panno e l’adozione della filatura a ruota. In Italia i progressi

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dell’industria laniera durante il 1200 furono più notevoli che altrove. I mercanti fiorentini cominciarono ad

importare pannilana fiamminghi grezzi i quali venivano sottoposti alla tintura e all’affinamento in Firenze,

strappando così ai Fiamminghi parte del valore aggiunto del prodotto finito. La corporazione che raggruppava i

commercianti di panni fiamminghi e quelli che si occupavano dell’affinamento era chiamata l’Arte di Calmala.

Mercanti senesi e fiorentini accumularono grandi ricchezze per la funzione di intermediari svolta per conto

della Santa Sede nella riscossione di oboli, o di quanto ad essa dovuto a qualunque titolo, in ogni parte

d’Europa. Le ricchezze dei mercanti fiorentini vennero utilizzate per effettuare operazioni bancarie, soprattutto

prestiti a Principi, ottenendo, in cambio, non soltanto la promessa di restituzione del capitale con gli

interessi, ma anche licenze di esportazione della lana. Pare che una delle ragioni del successo fiorentino fosse

data non solo dall’utilizzo dell’eccezionale lana inglese ma anche dalla meccanizzazione mediante l’uso del

mulino ad acqua nella follatura del panno; anche se il prodotto non era della stessa qualità di quello prodotto

tradizionalmente, comportava un costo decisamente inferiore, da qui il suo successo sul mercato internazionale.

Intanto si erano sviluppati il commercio e la produzione della seta e del cotone e, anche in questi settori, l’Italia

fu all’avanguardia. L’industria del cotone nell’Italia del Nord del 1100 era una imitazione, sia nei prodotti che

nelle tecniche di produzione, di più antiche manifatturiere islamiche. Ai primi del 1500 era la seta ad occupare

un ruolo predominate, seguita dal cotone e per ultima la lana. A Lucca la produzione della seta si sviluppò nel

1200 e per tutto il secolo mantenne il primato. Nel 1320 però la situazione politica interna di Lucca si fece

infuocata e molti artigiani decisero di abbandonare la città rifugiandosi nelle città di Venezia, Firenze, Genova e

Bologna.

Questa massiccia migrazione di artigiani esperti nella lavorazione della seta fu la causa principale della

diffusione dell’industria serica in Italia dove la manifattura della seta divenne una delle fonti principali di

ricchezza del paese e tale rimase per tutto il 1400 e gli inizi del 1500 fin quando questa attività si sviluppo in

Francia e in Inghilterra.

Nella Penisola Iberica la Catalogna si distinse per un eccezionale sviluppo commerciale, marinaro e bancario.

L’attività marinara consistette soprattutto nel trasporto di grano, spezie e fibre tessili. Inoltre la Catalogna tra la

fine del 1200 e l’inizio del 1300 questa nazione organizzo un impero oltremare che comprendeva anche

Sardegna e Sicilia.

Non vi è dubbio che nel 1100 e il 1200 il Meridione d’Europa, grazie soprattutto all’attività degli Italiani, fosse

la parte d’Europa dove lo sviluppo economico era più intenso. Anche nel Nord non mancarono interessanti

progressi grazie soprattutto all’attività dei Tedeschi. La punta di diamante dell’espansione tedesca nel Mar

Baltico fu la città di Lubecca. Nel corso del 1200 si formarono associazioni (Hanse) e unioni tra diverse città

della Germania settentrionale, tra queste emerse Lubecca che mantenne una posizione di predominio per tutto il

periodo di vita della Lega anseatica. Questo perchè la tecnologia della navigazione marittima non permetteva

allora la circumnavigazione della penisola danese, per cui gli scambi tra il Baltico e il Mar del Nord avvenivano

principalmente via terra; le merci che provenivano dal Baltico venivano scaricate ad Amburgo, trasportate via

terra a Lubecca e qui imbarcate ancora su navi che le portavano ai paesi del Baltico orientale. Questa posizione

chiave fece la fortuna di Amburgo e Lubecca, le quali nel 1241 raggiunsero un accordo per difendere con le

armi la strada che le collegava. Nel 1250 la Germania riuscì a sostituirsi all’Inghilterra nel commercio con la

Norvegia. In Inghilterra nel 1200 la follatura dei pannilana venne meccanizzata mediante l’uso del mulino;

questo fenomeno determinò lo spostamento geografico dell’industria dal Sud Est del paese verso l’Ovest dove

c’era maggior abbondanza di corsi d’acqua. Verso la fine del 1200 venne costruito il “ponte del diavolo”, un

avvenimento considerevole per l’Europa intera; il ponte rese possibile il trasporto di merci dalla pianura padana

al territorio zurighese e renano e divenne una delle vie più intensamente battute in Europa.

Nella prima metà del Trecento era avvenuto un sostanziale miglioramento nel tenore di vita.

LA TENDENZA ECONOMICA NEL PERIODO 1300 – 1500

Nel corso del 1200 alcune strozzature avevano cominciato a manifestarsi. A partire dal 1250 in diverse aree

dell’Europa il rapporto medio semente – prodotto cominciò a diminuire; con la popolazione che continuava a

crescere mentre le terre buone cominciavano a divenire relativamente scarse, la legge della domanda e

dell’offerta dovette spingere al rialzo le rendite e al ribasso i salari. Si prevedeva l’avvento di una apocalisse

che avvenne sotto forma di una spaventosa pandemia di peste. Al di fuori del settore agricolo i disastri si

susseguirono ai disastri.

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Nel 1300 Firenze era la piazza finanziaria più rilevante d’Europa e il fiorino era il mezzo di pagamento più

apprezzato ed usato in Europa e fuori d’Europa. Dopo il 1330 la città subì un declino irrefrenabile dovuto

all’indebitamento causato dalle spese sostenute per le diverse guerre affrontate. La rovina del sistema

finanziario fiorentino fu dovuta al combinarsi del crollo dei titoli del debito pubblico, della bancarotta inglese e

dei prelievi napoletani.

Conseguenze della bancarotta delle compagnie fiorentine: distruzione di ricchezza anche per i risparmiatori,

drastica contrazione del credito e danni alle attività mercantili e manifatturiere. Dopo il 1346 Firenze non è più

quello che era stata e che aveva rappresentato tra il 1250 e il 1300.

Questa crisi però non ebbe ripercussioni notevoli nelle altre primarie piazze europee in quanto il sistema

economico non era ancora strettamente integrato.

Il 1300 e il 1400 non videro tempi tranquilli neppure per i Paesi Bassi in quanto la prosperità di questa area

sollecitò antagonismi e concorrenze da più parti: gli italiani tagliarono la strada del Mediterraneo ai

fiamminghi, gli inglesi quella dell’Inghilterra, Colonia bloccò la loro strada renana, Lubecca e la Hansa

teutonica chiusero loro il Baltico.

Nel 1290 circa gli Italiani inaugurarono regolari linee di trasporto marittimo tra il Mediterraneo e il Mar del

Nord circumnavigando la Penisola Iberica, grazie alle scoperte nel campo della navigazione marittima. Queste

nuove rotte andarono a colpire la via terrestre che univa l’Italia alle Fiandre passando per le terre di

Champagne.

Nello stesso periodo anche la Catalogna e la Castiglia furono attraversate da crisi finanziarie e la seconda da

cicli di guerre con il Portogallo e guerre interne.

Nel 1337 scoppiò un conflitto tra Inghilterra e Francia, “la Guerra dei Cent’anni”, che si combatte in territorio

francese e le devastazioni che arrecò all’economia francese furono incredibili.

Tutti questi disastri Europei furono contornati dalla pandemia di peste nel 1348-51; il periodo 1300-1450 fu

definito dagli storici come uno dei periodi più neri dell’economia europea.

Vi furono però talune aree privilegiate in cui si verificò un notevole sviluppo: la Hansa toccò l’apice della

potenza nel 1300, per la Lombardia fu un periodo di innegabile sviluppo, il Portogallo entrò in una fase di

espansione geografica che si concluse con la formazione di un impero di dimensioni mondiali.

Il fatto fondamentale del 1300 – 1500 è che le epidemie di peste sgravarono l’Europa di quella pressione

demografica che s’era andata cumulando e s’era fatta sempre più sentire nel 1250. Nel settore agricolo terre

marginali occupate in periodo di pressione demografica furono abbandonate quando la popolazione diminuì; il

risultato fu un aumento della produttività del lavoro agricolo e una redistribuzione del reddito. Prima della

peste i lavoratori erano abbondanti mentre il capitale era relativamente scarso, dopo la pandemia i lavoratori

potevano fare la voce grossa, i salari aumentarono e con essi le condizioni di vita migliorarono sensibilmente.

La serie di disastri che aveva messo a soqquadro l’intera Europa si esaurì verso la fine Quattrocento.

La guerra dei Cent’anni terminò nel 1453 e i decenni che seguirono videro la Francia ricostruire la propria

economia, lo stesso valse per i regni di Castiglia e Aragona.

I Portoghesi continuarono la loro espansione.

La Germania entrava in uno stato di eccezionale sviluppo grazie ai suoi giacimenti di argento e rame e vide la

nascita di importanti famiglie di banchieri e mercanti. I sistemi di contabilità rimanevano però arretrati rispetto

alle compagnie italiane.

IL RIBALTAMENTO DELL’EQUILIBRIO MONDIALE

E INTRA – EUROPEO: 1500 – 1700

EUROPA SOTTOSVILUPPATA O EUROPA SVILUPPATA?

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Non c’è dubbio che dalla caduta dell’Impero Romano sino agli inizi del Duecento l’Europa fu un’area

sottosviluppata rispetto ai Bizantini, gli Arabi ed i Cinesi. Gli stessi Europei erano consci della loro inferiorità

culturale, economica e tecnologica. Nel corso del Duecento i mercanti veneziani dimostrarono di aver

sviluppato tecniche d’affari superiori a quelle tradizionali in uso a Bisanzio, e i mercanti bizantini dovettero

cedere il passo ai nuovi aggressivi concorrenti. Tra il 1300 e il 1400 le esportazioni di merce europea andarono

aumentando e, in certi casi manifestarono la superiorità tecnologica dell’Occidente (esempio ne è l’orologio).

Il galeone armato fu l’espressione più drammatica di questa superiorità tecnologica – economica.

L’EUROPA E I SUOI RAPPORTI CON IL RESTO DEL MONDO

La conseguenza più spettacolare della supremazia acquisita dall’Europa in campo tecnico furono le esplorazioni

geografiche e la successiva espansione economica, militare e politica dell’Europa. L’Europa del 1200 era

militarmente incapace, solo per un caso di coincidenze non venne attaccata dalle potenze orientali. La sua

debolezza era marcata dalla progressiva erosione dei suoi territori orientali: i Turchi invasero Costantinopoli, la

Bosnia – Erzegovina, il Negroponte e l’Albania. Ma nel momento in cui i Turchi sembravano prossimi a colpire

il cuore dell’Europa si verificò un cambiamento improvviso e rivoluzionario: aggirando il blocco turco, alcuni

paesi europei si lanciarono all’offensiva sugli oceani in ondate successive. In poco più di un secolo Portoghesi e

Spagnoli prima, Olandesi e Inglesi più tardi, gettarono le basi della supremazia europea su scala mondiale. Il

galeone armato creato tra il 1400 e il 1500 distrusse completamente la navigazione araba. Contemporaneamente

la Russia europea iniziava la sua espansione trans – steppiana verso Oriente. Quest’ultima non fu rapida come

quella transoceanica in quanto la superiorità tecnologica per terra non era sviluppata come quella per mare.

L’avanzata russa divenne inesorabile dopo il 1650 quando la tecnica europea riuscì a sviluppare armi da fuoco

più mobili a tiro rapido. Fu quindi la fulminea espansione transoceanica che ebbe conseguenze economiche

profonde: la scoperta di giacimenti d’argento in Bolivia e Messico. L’estrazione del metallo fu resa più

efficiente grazie all’adozione del mercurio nel processo produttivo (metodo di estrazione italiano), esso

riduceva i costi e consentiva di sfruttare al meglio tutti i giacimenti; inoltre vennero scoperte miniere di

mercurio sfruttate grazie al lavoro coatto degli indios. Per oltre un secolo, dagli inizi del 1500, le leggendarie

Flotas de Indias spagnole trasportarono in Europa una massa imponente di argento. Il 25% fu trasferito in

Europa come reddito della Corona e speso per le Crociate cristiane; l’altro 75% arrivò in Europa come

domanda effettiva di beni di consumo e di beni capitali (vino, olio, armi, sandali, cappelli, sapone, mobili,

gioielli, vetro) da parte degli emigrati e di servizi commerciali e di trasporto relativi al trasferimento dei beni in

questione. Per quanto l’offerta era elastica, l’aumento della domanda si tradusse in un aumento della

produzione, ma nel settore agricolo, dove l’aumento della produzione era limitato, questo aumento di domanda

provocò un aumento dei prezzi. Il periodo 1500 – 1620 è stato etichettato dagli storici economici come il

periodo della “Rivoluzione dei prezzi”. L’aumento della disponibilità di oro e argento significò quindi aumento

della liquidità internazionale il che favorì lo sviluppo degli scambi. Gli Europei trovarono in Oriente prodotti

che ebbero subito largo esito in Europa, mentre nessun prodotto europeo riuscì a trovare un esito analogo in

Oriente. Con i loro galeoni gli Europei spazzarono via la flotta araba e si impossessarono delle loro rotte di

scambio. Il commercio intercontinentale nel 1500 e 1600 consistette essenzialmente in una cospicua corrente

d’argento che muoveva verso Oriente prima dalle Americhe verso l’Europa e poi dall’Europa verso l’Estremo

Oriente e di una corrispondente corrente di merci che fluivano in direzione opposta: prodotti asiatici diretti

all’Europa e prodotti europei diretti alle Americhe. Questo tipo di commercio unilaterale spaventò l’Europa in

quanto era ancorata al credo mercantilistico. Soltanto alla fine del 1700 gli Europei, ed in particolare gli Inglesi,

riuscirono ad esportare in Cina l’oppio indiano causando un progressivo e rovinoso deterioramento della

bilancia commerciale cinese.

Le esplorazioni geografiche arricchirono gli Europei di conoscenze circa nuovi prodotti: gli Spagnoli si

interessarono vivamente alla farmacopea e alle pratiche terapeutiche attraverso la scoperta di nuove piante ed

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erbe nelle Indie Occidentali; sempre nelle Americhe gli Europei impararono a conoscere e a usare il tabacco

(importazioni crescenti grazie all’uso molto diffuso), il cacao (prodotto costoso il cui consumo rimase per

molto tempo limitato a gruppi aristocratici o snobisti; indi per cui si sviluppò un intenso contrabbando che ebbe

come centro Amsterdam), il pomodoro, il mais e la patata (gli ultimi due contribuirono a risolvere il problema

delle carestie a partire dal 1700 influendo sull’aumento della popolazione europea); dall’Oriente vennero

importati, oltre alle spezie e la seta, caffé, tè e porcellana. La notevole espansione dell’importazione di tè, caffé,

e cacao in Europa fu un fenomeno del 1700: per addolcire queste bevande veniva solitamente utilizzato il miele

in quanto lo zucchero era un bene molto raro. Nel 1580 vennero scoperte in Brasile immense piantagioni di

canna da zucchero coltivate dagli schiavi acquistati sulle coste dell’Africa occidentale in cambio di tessile, armi

da fuoco, polvere da sparo, alcolici e perline di vetro (fu una storia miserabilmente triste).

Il commercio transoceanico fu una grande scuola pratica di imprenditorialità, non solo per coloro che andavano

per mare, ma anche per i mercanti, gli assicuratori, i costruttori che in una maniera o nell’altra operarono in

relazione a commercio d’oltremare. Una delle conseguenze economiche più significative del 1500 e 1600 fu

l’accumulazione di ricchezza che esso permise in taluni Paesi europei. Altrettanto importante fu la formazione

di un prezioso e robusto “capitale umano”, cioè lo sviluppo e la diffusione di una mentalità, di uno spirito e di

una capacità imprenditoriale in strati più larghi della popolazione.

LA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA

Alla base di una rivoluzione culturale vi furono fatti quali la scoperta di nuovi mondi e di nuovi prodotti, la

prova della sfericità della terra, l’invenzione della stampa, il perfezionamento delle armi da fuoco, lo sviluppo

delle costruzioni navali e della navigazione. Gli Europei cominciarono a guardare ottimisticamente avanti,

proiettati nel futuro e volti alla ricerca del nuovo. Il 1600 vide svolgersi una violenta battaglia intellettuale tra

gli “antichi” e i “moderni”. L’età di Galileo, Newton, Huygens e Leeuwenhoek marcò la vittoria dei “moderni”,

del metodo sperimentale e dell’applicazione delle matematiche nella spiegazione della realtà. Fece parte di

questi sviluppi una decisa tendenza verso la misurazione quantitativistica: cercare di dare un’espressione

quantitativa ai fenomeni che si volevano descrivere. Una delle caratteristiche fondamentali della Rivoluzione

scientifica del 1600 fu quella di distogliere la speculazione umana da problemi irrisolvibili e assurdi e

indirizzarla invece verso problemi che potevano avere una risposta. Sul piano delle relazioni umane si preparò

il terreno alla tolleranza dell’Illuminismo. Sul piano tecnologico si basò sempre più sulla sperimentazione per la

soluzione dei problemi concreti dell’economia e della società. Nel Medioevo scienza e tecnica erano rimaste

due cose distinte e separate: la scienza era filosofia e la tecnica era l’ars degli artigiani. Il Rinascimento, con il

suo culto per i valori classici accentuò questa dicotomia. I moderni combatterono per rivalutare l’opera tecnica

degli artigiani e sottolinearono la necessità di collaborazione tra scienziati ed artigiani. Il protestantesimo, con

la sua bibliolatria, fu un poderoso fattore di diffusione dell’alfabetismo. Nei paesi della Riforma il numero degli

artigiani che sapevano leggere e scrivere aumentò notevolmente nel corso del 1600, ciò comportò il progressivo

abbandono di atteggiamenti consuetudinari e tradizionalistici a favore di atteggiamenti razionali e sperimentali.

LA CRISI DEL LEGNO

Nei secoli il legname aveva rappresentato il combustibile per eccellenza e il materiale di base per le costruzioni

edili, navali, per la fabbricazione di mobili e la maggior parte dei pezzi delle macchine. A partire dal 1100 e

1200, soprattutto nell’area mediterranea, il legname aveva cominciato a scarseggiare e nell’attività edile lo si

andò sostituendo con il mattone, con la pietra o con il marmo. Nel corso del 1500 l’aumento della popolazione,

l’espansione della navigazione oceanica e delle costruzioni navali, lo sviluppo della metallurgia e il

conseguente aumento del consumo del carbone di legna per la fusione dei metalli provocarono in Europa un

rapidissimo consumo del legname. Nel 1600 l’Italia entrò in un periodo di declino economico e la domanda di

legname ristagnò. Ma nell’Europa del Nord il prezzo del legname continuò a crescere contemporaneamente a

quello del carbone di legna. La crisi del legno scoppiò nel 1630, ed intorno al 1670 l’Inghilterra cominciò ad

importare cannoni dalla Svezia. Questa crisi avrebbe potuto rappresentare una strozzatura per le aree

dell’Europa che erano in fase di sviluppo, invece, analizzando gli sviluppi inglesi la crisi servì a spingere

l’Europa nord – occidentale sulla via della Rivoluzione industriale.

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IL RIBALTAMENTO DEGLI EQUILIBRI ECONOMICI IN EUROPA: 1500 – 1700

Il Cinquecento, “el siglo de oro”: secolo felice soltanto per l’Inghilterra, la Spagna, il Portogallo, l’Olanda ed

anche la Francia (tranne l’ultimo trentennio, a causa delle guerre di religione), ma non per l’Italia, i Paesi Bassi

meridionali o la Germania (ad eccezione della sola Amburgo).

Il Seicento, “secolo critico”: secolo nefasto per la Germania (“Guerra dei Trent’anni”), la Turchia, la Spagna e

l’Italia, ma secolo felice, salvo brevi periodi, per l’Olanda, l’Inghilterra e la Svezia e, tra il 1660 ed il 1690,

anche per la Francia.

Le aree decisamente più sviluppate tra la fine del 1400 ed il 1500: l’area mediterranea, in particolare l’Italia

centro-settentrionale nel 1400 e la Spagna nel 1500 grazie all’afflusso dei tesori americani.

Nel 1600: spostamento del baricentro dell’economia europea nel Mare del Nord.

IL DECLINO ECONOMICO DELLA SPAGNA

Alla metà del Quattrocento la Spagna non esisteva. Esisteva la Penisola Iberica divisa in quattro reami: la

Corona di Castiglia, la Corona di Aragona, il Regno di Portogallo e il Regno di Navarra. L’orografia della

penisola non ha contribuito alla nascita di una fiorente agricoltura in quando composta da un altopiano poco

fertile chiamato meseta. La naturale povertà del Paese era accentuata dalla qualità del capitale umano.

L’afflusso massiccio di materiali preziosi dalle Americhe e l’espansione della domanda effettiva in cui tale

afflusso si tradusse avrebbero potuto stimolare un notevole sviluppo economico, ma la domanda non è

sufficiente per attuare lo sviluppo. Il fallimento della Spagna fu dovuto alle strozzature nell’apparato

produttivo (mancanza di lavoro specializzato, le scale di valori sfavorevoli all’attività artigianale e mercantile,

l’aumento delle corporazioni e la loro politica restrittiva). Proprio per queste strozzature l’aumento dell’offerta

fu ben lungi dal corrispondere all’aumento della domanda, i prezzi rialzarono e la larga parte della domanda si

riversò sui prodotti e servizi stranieri.

La Spagna tra il 1548 e il 1555 oscillò tra contrastanti politiche economiche di liberismo e di protezionismo e,

quando prevalse il protezionismo, gli esportatori si videro costretti a scegliere la via del contrabbando.

Nel 1570 la Spagna dipendeva largamente dalla Francia per importazioni di grani, tele, drappi, carta, libri,

oggetti di falegnameria e altro che riesportava poi in gran parte dalle colonie americane.

La mentalità spagnola considerava le importazioni come motivo di orgoglio anziché come una possibile

minaccia per le manifatture del Paese.

Con simili idee circolanti nel Paese nel 1659 alla Pace dei Pirenei la Francia ottenne di poter introdurre

liberamente i propri prodotti e nel 1667 lo stesso valse per l’Inghilterra; da allora non ci fu più bisogno del

contrabbando.

Tramite le importazioni, sia legali che di contrabbando, la domanda effettiva spagnola alimentata dal metallo

americano finì col sollecitare lo sviluppo economico dell’Olanda, dell’Inghilterra e di altri Paesi europei. Inoltre

la Spagna impantanata in guerre senza fine, spese i proventi dell’imposizione fiscale e i tesori delle Indie prima

ancora di percepirli; questo la costrinse a chiedere prestiti ai banchieri tedeschi, genovesi ed infine ebrei

portoghesi.

Nel corso del 1600 l’afflusso dei metalli preziosi dalle Americhe diminuì e le ragioni furono:

- un ristagno nella produzione mineraria nelle colonie americane (dubbio);

- l’indipendenza delle colonie grazie alla produzione in loco di ciò che prima importavano dalla Spagna;

- il successo dei contrabbandieri olandesi, francesi e inglesi (il più importante).

La principale fonte di benessere spagnolo venne ad inaridirsi, intanto però un secolo di artificiosa prosperità

aveva spinto molti ad abbandonare le campagne per le città.

La Spagna del 1700 mancò di imprenditori ed artigiani ma ebbe sovrabbondanza di burocrati, preti e poeti…il

Paese sprofondò in una tragica decadenza.

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IL DECLINO ECONOMICO DELL’ITALIA

A partire dal 1300, con la decadenza dell’ordinamento democratico comunale e l’instaurarsi delle Signorie si

ebbe un grande periodo di prosperità, ma subentrò un deciso deterioramento sociale tra le masse. Tra il 1494 e

il 1538 il Paese divenne campo di battaglia di un conflitto internazionale che coinvolse Spagnoli, Francesi e

Germanici; con la guerra vennero le carestie, le epidemie, le distruzioni del capitale e le interruzioni dei traffici.

Verso il 1550 tornò la pace e grazie al capitale umano, ricco di laboriosità ed intraprendenza, Bergamo

(produzione di panni), Firenze (produzione di lana) e Venezia furono le città portavoce di questa energica

ricostruzione economica. La ricostruzione riprese però vecchie strutture secondo direttrici tradizionali:

l’ordinamento corporativo si rafforzò; il numero delle corporazioni artigiane crebbe a dismisura irrigidendo la

struttura produttiva del Paese. Nel frattempo i Paesi Bassi settentrionali e l’Inghilterra svilupparono le loro

attività manifatturiere e amatoriali, aiutando l’affermazione dei loro prodotti sul mercato internazionale. Fino ai

primi del 1600 l’esuberante domanda internazionale poteva mantenere i produttori italiani efficienti, meno

efficienti e marginali. Tra il 1618 e il 1638 una serie di guerre capovolsero la situazione economica

internazionale (1618 scoppio Guerra dei 30 anni; 1623 scoppio Guerra turco - persiana), comportando una

notevole contrazione nella liquidità: per i produttori marginali non ci fu più posto e l’Italia era ormai uno di

questi. Inoltre nel 1630-31 si diffuse la peste che comportò una drastica riduzione della popolazione e un

notevole rialzo dei prezzi. I prodotti italiani non furono eliminati solo sui mercati esteri ma anche sugli stessi

mercati della penisola, ciò provocò un drastico crollo della produzione e massicci fenomeni di disinvestimento

nei settori manifatturiero e dei servizi. Questo avvenne perché la concorrenza inglese, olandese e francese

aveva prezzi molto più contenuti. I capi italiani erano troppo cari a causa della loro qualità e delle elevate spese

di produzione. L’elevato costo delle spese di produzione era dovuto ad una pressione fiscale troppo elevata ed

eccessivo controllo delle corporazioni, causa dell’obsolescenza dei metodi produttivi e dell’alto costo del

lavoro. Le conseguenze di tutte queste circostanze sull’economia italiana furono:

- il drastico declino delle esportazioni che si protrasse per decenni via via aggravandosi;

- un prolungato decesso di disinvestimenti manifatturieri, amatoriali e bancari;

- la tendenza delle manifatture a spostarsi dai grossi centri urbani ai piccoli centri rurali sviluppando

quella che oggi sarebbe detta economia sommersa;

Quest’ultimo fenomeno era a sua volta conseguenza delle seguenti circostanze:

- il costo del lavoro era meno alto nei centri minori che nei maggiori;

- nei centri minori si sperava fosse più facile sfuggire ai controlli fiscali;

- nei centri minori si sperava fosse più facile sfuggire ai controlli restrittivi delle corporazioni.

Al contrario delle manifatturiere d’oltralpe, quelle italiane venivano perseguitate dalle corporazioni, rimanendo

così prigioniere del passato. La mentalità italiana era troppo provinciale e presuntuosa.

Ciò si accompagnava a un ritardo tecnologico e organizzativo che rifletteva tutti gli elementi fin qui citati.

Tra il 1500 e il 1600 ebbero gran voga le Compagnie commerciali, tra le quali la Compagnia Inglese delle Indie

Orientali (1600), la Compagnia olandese (1602), la Compagnia Francese delle Indie e la Compagnia danese

delle Indie. Alcuni imprenditori genovesi tentarono la stessa impresa e nel 1647 veniva fondata la Compagnia

Genovese delle Indie Orientali: non si trovavano a Genova cantieri che sapessero costruire navi adatte per la

navigazione oceanica (le navi furono commissionate presso i cantieri Texel in Olanda) e non esistevano marinai

capaci di operare con queste navi nelle difficili navigazioni oceaniche (si ricorse all’ingaggio di un equipaggio

olandese). Sciolti questi nodi che dimostravano l’arretratezza italiana, le navi salparono da Genova il 3 marzo

1648 ma le potenze europee, timorose di una possibile concorrente, le catturarono per mano di una flotta

olandese che le condusse come preda a Batavia. I genovesi nel campo finanziario non ebbero rivali: dal 1550 al

1640 salassarono in maniera estrema il monarca spagnolo e tali furono i profitti che questo periodo passò alla

storia come “il secolo dei Genovesi”. Il caposaldo del sistema creditizio genovese fu rappresentato dalle “fiere

di scambio” che possono considerarsi la più antica stanza di compensazione internazionale. Nel 1630 la

tesoreria spagnola, sempre in ritardo con i pagamenti e in rischio di bancarotta, non interessò più i genovesi che

lasciarono il campo agli ebrei portoghesi. A partire dalla fine del 1500 anche l’economia del Regno di Napoli

mostrò una grave stagnazione e quindi un pesante declino di natura fiscale alimentato dagli onerosi costi che

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l’amministrazione sostenne cercando di modernizzare le strutture dello Stato. L’attività di scambio alla fine del

1600 era incentrata sulle importazioni di manufatti e sulle esportazioni di prodotti agricoli, materie prime e

semilavorati. L’affermazione del predominio economico della nobiltà su quello della borghesia, l’accentuazione

delle discriminazioni e la perdita di prestigio delle più importanti scuole di medicina fecero dell’ Italia il paese

sottosviluppato d’Europa.

IL “MIRACOLO” OLANDESE

Nel corso del 1000-1400 i Paesi Bassi meridionali furono i protagonisti di uno sviluppo economico e civile

eccezionale, secondi solo al polo italiano: le manifatture tessili delle Fiandre provvidero largamente al consumo

dei migliori pannilana nell’Europa settentrionale e centrale. Lo sviluppo dei Paesi Bassi settentrionali nel corso

del 1000-1400 fu più lento ma anch’esso consistente e si fondo sulle attività agricole, di allevamento, sulla

pesca e il commercio con i territori del mar Baltico. Durante il medioevo diverse città dei Paesi Bassi

settentrionali erano entrati a far parte della Lega anseatica. Il commercio con il Baltico rimase sempre la più

importante branca delle attività terziarie e venne praticato, fino alla fine del 1200 circa, utilizzando gli scali di

Amburgo e Lubecca, con trasporti, per un tratto, per via terra; poi, a partire dal 1300, grazie ai sensibili

miglioramenti della navigazione, effettuato interamente per via mare, circumnavigando la penisola dello Jutland

(evitando, così i costosissimi trasbordi ad Amburgo e Lubecca). Il transito dello stretto del Sund era sottoposto

al pagamento di dazi, una della fonti più importanti per la storia del commercio di quelle regioni.

Nel 1500 la città di Anversa (Paesi Bassi meridionali) era il centro internazionale della finanza e del

commercio di merci pregiate, mentre Amsterdam (Paesi Bassi settentrionali) era il centro principale per il

commercio internazionale di granaglie e legnami.

Sullo sfondo di una evoluta attività commerciale e manifatturiera stava anche un’agricoltura che era tra le più

evolute del tempo; questi erano i presupposti del miracolo olandese del 1600. Il Paese che nel 1557 si sollevò

contro l’imperialismo spagnolo e che poi assunse al ruolo di paese economicamente più dinamico d’Europa era

un Paese dalle solide basi economiche e con notevoli potenzialità.

Con la rivolta contro la Spagna e la lunga guerra che ne derivò venne la rovina dei Paesi Bassi meridionali: i

mulini vennero ridotti in cenere, gravi danni furono arrecati ai centri di produzione tessile e il centro finanziario

di Anversa venne saccheggiato. Dalla pace del 1609 le Province Unite settentrionali emersero con

l’indipendenza politica e la libertà religiosa; l’economia del nuovo Stato era vitale nonostante i quarant’anni di

guerre alle spalle; fu un trionfo politico, economica e militare. Le ragioni di questo miracolo sono diverse……..

Il danno maggiore che fecero gli spagnoli fu quello di causare la fuga di “capitale umano” dai Paesi Bassi

meridionali, arricchendo involontariamente il proprio nemico. I profughi delle province meridionali (Valloni) si

diressero un po’ dappertutto: Inghilterra, in Germania, in Svezia ma ovviamente soprattutto nei Paesi Bassi

settentrionali. Tra i valloni c’erano artigiani, marinai, mercanti, finanzieri, professionisti che apportarono al

Paese d’elezione capacità artigianali, conoscenze commerciali e spirito imprenditoriale. Per le Province

meridionali fu un pauroso salasso; per quelle settentrionali un tonificante poderoso. Grazie a questa iniezione di

vitalità e alle opportunità che favorivano i Paesi Bassi settentrionali entrarono nell’epoca dell’oro.

Amsterdam divenne un emporio internazionale e le attività commerciali facilitarono la nascita della Borsa: gli

Olandesi si trovavano in ogni angolo del mondo, nel Nord America fondarono Nuova Amsterdam più tardi

chiamata New York. Essi furono grandi nell’industria come nella navigazione e nel commercio, nella pittura

come nella filosofia e nella scienza; Leida si affermava come il più importante centro d’Europa per lo studio

della medicina. La vita e la prosperità dei Paesi Bassi settentrionali nella loro età dell’oro continuarono a

dipendere dalla libertà dei mari e dalla efficienza della loro flotta (militare e mercantile) sia qualitativamente

che quantitativamente. Il settore più dinamico fu senza dubbio quello del commercio internazionale che può

essere distinto in due settori caratterizzati da diverse tecniche di affari e di navigazione: il commercio a grande

distanza con le Indie orientali e quelle occidentali e il commercio nel Mar del Nord e nel Mar Baltico (branca di

gran lunga preminente nel commercio d’oltremare dell’Olanda). L’agricoltura divenne una delle più avanzate

d’Europa grazie alle progredite tecniche di canalizzazione, d’irrigazione e di rotazione dei raccolti. Quanto alle

manifatturiere, tra il 1560 e il 1660, conobbero uno sviluppo straordinario infatti venivano importate materie

prime che lavoravano e riesportavano (zucchero, cannoni e vino).

Riuscirono a rompere la strozzatura rappresentata dal vincolo energetico sfruttando su larga scala due fonti di

energia inanimata: la torba (enorme massa di energia utilizzata per il riscaldamento domestico e per scopi

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industriali) e l’energia del vento (sui mari con l’impiego sempre più massiccio della vela, per terra mediante

l’utilizzo del mulino a vento).

I loro prodotti erano venduti in tutto il mondo perché avevano prezzi molto bassi, grazie ai bassi costi che

implicava la loro produzione, o alla riduzione degli standard qualitativi (es: pannilana di qualità inferiore ma

dai colori vivaci; riduzione dei costi operativi nei trasporti marittimi riducendo lo spazio destinato agli alloggi

dei marinai). OLANDA = PAESE PUNTO DI RIFERIMENTO IN EUROPA.

LO SVILUPPO DELL’INGHILTERRA

Sul finire del 1400 l’Inghilterra era un paese arretrato rispetto alla maggior parte del continente sia dal punto di

vista tecnologico che dal punto di vista economica. Il 50% del suo commercio era controllato da mercanti

stranieri (10-20% Anseatica, 30-40% Italiani). L’Inghilterra produceva comunque la migliore lana in Europa.

Lana e pannilana rappresentarono il grosso delle esportazioni inglesi negli ultimi secoli del Medioevo. Nel 1200

viene adottato il mulino ad acqua per la follatura dei panni. Dal 1300 l’Inghilterra passò dallo stadio tipico del

Paese sottosviluppato che esporta soprattutto materia prima locale allo stadio più evoluto di Paese che esporta

oltre che la materia prima locale anche manufatti basati sulla materia prima stessa. I prodotti inglesi venivano

tradizionalmente trasportati negli empori dei Paesi Bassi meridionali e di qui distribuiti nelle varie parti del

continente.

Nel 1500, a causa della drastica contrazione della produzione di panni-lana italiani (per effetto della guerra) la

domanda dei mercanti tedeschi si spostò su quelli inglesi, disponibili nel mercato di Anversa; da qui l’inizio di

un’epoca d’oro per le esportazioni inglesi favorite dal progressivo deterioramento della sterlina.

Lo sviluppo economico inglese nel periodo 1500-50 si basò prevalentemente sulla creazione e la prosperità

dell’asse Londra – Anversa, in quanto il Mar Baltico era sotto il controllo degli Olandesi e i territori della

renania controllati dai mercanti anseatici. Tra il 1550 e il 1564 gli esportatori di pannilana inglese ebbero delle

difficoltà dovute alla ripresa dell’industria tessile italiana, alla guerra nei Paesi Bassi (rovina di Anversa) e alla

rivalutazione della sterlina. Il “malanno” fu rimediato grazie al notevole sviluppo di diverse attività artigianali

per la produzione di ferro, piombo, armi, vetro, seta, nuovo tipo di panni-lana. Il periodo 1550-1650 fu

caratterizzato dal fatto che l’Inghilterra entrò in una nuova fase del suo sviluppo economico dovuto, soprattutto,

a tre fattori:

1) al commercio oceanico e alla pirateria: importanza dei capitali cumulati con la pirateria nella creazione

della Compagnia delle Indie Orientali e nella fondazione delle prime colonie in America;

2) alla politica economica del governo: politica mercantilistico – protettivistica favorevole

all’immigrazione di forze di lavoro che proteggeva gli immigrati dalle ostilità dei lavoratori inglesi che

ne temevano la concorrenza; imposizione di dazi all’importazione di manifatture straniere e di prodotti

considerati di lusso che causavano l’esportazione di numerario; Atti di Navigazione del 1651 (tutte le

importazioni inglesi dovevano essere trasportate su navi inglesi o del paese esportatore e le merci

provenienti da paesi extra-europei dovevano essere trasportate solo su navi inglesi), del 1660 (tutto il

traffico costiero doveva essere riservato alle navi inglesi = capitano e ¾ dell’equipaggio inglese) e del

1662 (limitava l’uso di navi costruite fuori d’Inghilterra e di navi di proprietà di stranieri). Tra il 1652 e

il 1688 la consistenza della marina mercantile inglese e l’industria delle costruzioni navali aumentarono

considerevolmente;

3) l’apporto degli immigranti: Valloni e Ugonotti affluirono sempre più numerosi in Inghilterra, dopo il

1550, apportando enormi migliorie al sistema produttivo (new drapery, industria del vetro e orologiera).

Due tratti della società inglese del tempo colpiscono facilmente: una straordinaria capacità di ricezione naturale

e di capacità di reagire con decisione alle difficoltà del momento, traendone addirittura spunti per nuovi

sviluppi e nuovi vantaggi. La ricezione naturale nasce dal fatto che l‘inglese era abituato viaggiare e a mandare

i giovani a studiare presso le università estere. Nella capacità di reagire si possono individuare due episodi:

- costruzione dei cannoni di ferro anziché di bronzo (poco rintracciabile in Inghilterra e molto più

costoso);

- utilizzo del carbon coke al posto del legname (che comunque veniva importato dai Paesi Scandinavi).

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Con l’utilizzo del ferro e del carbone e con la creazione di prototipi delle fabbriche, ma anche con l’espansione

davvero notevole del settore commerciale (con riferimento particolare al commercio internazionale): creazione

di importanti premesse per la rivoluzione industriale.

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24 LA GRAN BRETAGNA. IL PAESE GUIDA

ORIGINE E SVILUPPO DELLA SCOCIETA’ TECNOLOGICA (1750 – 1870)

GLI ASPETTI ECONOMICI DELL’ANCIEN REGIME

Tra il 1500 e il 1700 l’Europa era un mosaico costituito da molte economie diversificate che conservavano più

o meno intatti i connotati dell’ancien régime. La base della ricchezza era costituita dall’agricoltura la quale

oltre a fornire derrate alimentari e materie prime, assolveva il compito di procurare introiti considerevoli alle

classi dirigenti, che in cambio offrivano la loro protezione. L’antitesi della campagna feudale era rappresentata

dalla città medievale che traeva le proprie fonti di sussistenza dallo sfruttamento di opportunità di scambi

commerciali o dalla produzione “industriale” organizzata in corporazioni. Le strutture socio-economiche

dell’Europa pre-industriale erano caratterizzate da una profonda disuguaglianza tra le classi; da una

sproporzione tra l’industria produttrice dei beni di consumo e quella dei mezzi di produzione; dall’insufficienza

dei trasporti; dall’esistenza di barriere che erano ostacolo di commercio; dalla demografia del 1700,

caratterizzata da alti saggi di natalità e mortalità; e da unità familiari di ampie dimensioni.

Il paese destinato agli sviluppi più straordinarie rivoluzionari rimaneva l’Inghilterra. Rimasto alla periferia sino

al 1500 si era risvegliato grazie all’importazione di artigiani stranieri come Valloni e Ugonotti cacciati

dall’intolleranza dei loro paesi, alla decadenza dei mercati italiani e alla distruzione della Spagna.

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Tra il 1750 e il 1870 l’Inghilterra forgiò quell’insieme di mutamenti delle strutture produttive noto col nome di

rivoluzione industriale. Il fenomeno significò quel complesso di fatti che contribuirono a trasformare

l’Inghilterra da paese agricolo, a bassa densità di popolazione, povera e relativamente arretrata, a sede della

prima società in grado di produrre con tale abbondanza da scongiurare la povertà cronica per lungo tempo

appannaggio inevitabile della condizione umana: essa non va identificata con l’ingresso della macchina nel

sistema produttivo, è piuttosto una separazione tra i due principali fattori della produzione: capitale e lavoro.

I PRESUPPOSTI DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Fohlen un duplice ordine di fattori:

Endogeni: ossia quelli che rientrano proprio nell’industrializzazione, come la tecnica, gli investimenti,

l’accumulazione del capitale e lo spirito di iniziativa;

Esogeni: ossia appartenenti ad altri settori economici, come la rivoluzione demografica, la rivoluzione agraria,

la rivoluzione dei trasporti, lo sviluppo dell’istruzione, il ruolo dello stato.

LA RIVOLUZIONE DEMOGRAFICA

Fino al 1750 la popolazione fu pressoché stazionaria, a causa delle ricorrenti epidemie e carestie, data

l’influenza diretta dell’andamento dei raccolti in un’economia dominata dall’agricoltura. Dal 1750 in poi una

serie di buoni raccolti comportarono un diffuso miglioramento delle condizioni di vita e l’abbassamento dell’età

al matrimonio (un maggior numero di figli sembrò un mezzo per arricchirsi, potendo impiegare un maggior

numero di braccia). All’incremento demografico si accompagnò un movimento di urbanizzazione sotto la spinta

di due forze: di espulsione dalla campagna e di attrazione delle città: è stato quindi lo sviluppo delle sussistenze

a favorire l’aumento della popolazione che è indipendente dal fenomeno dell’industrializzazione.

LA RIVOLUZIONE AGRARIA

L’assetto della proprietà terriera era caratterizzato da una numerosa classe di piccoli proprietarie di affittuari

strettamente legati alla terra, miranti tutti a soddisfacimento dei bisogni della propria famiglia (regime di

autoconsumo); e da un regime agrario comunitario, l’unico modo per consentire la sopravvivenza agli addetti

all’agricoltura. Sopravviveva il sistema dell’open field (sfruttamento della terra secondo regole comuni) basato

sulla rotazione triennale che comportava la presenza del maggese (riposo della terra) ogni tre anni. L’aumento

della popolazione significava aumento della domanda di derrate agricole, ciò non consentiva più rilasciare

larghe porzioni di terreni incolti; né la dispersione dei fondi per gli sprechi di tempo e di capitai richiesti per la

loro coltivazione. L’enclosure (recinzioni) fu l’operazione che consentì, legalmente, la chiusura dei open field,

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previamente divise e appoderate. Il movimento prese l’avvio dai grandi proprietari, che miravano ad accrescere

la produzione, spingendo i rendimenti e mettendo a cultura sempre nuove terre.

Date le difficoltà di sostenere le spese di recinzione da parte dei contadini, molti furono costretti a vendere la

propria particella di cui approfittarono i grandi proprietari, che accrescendo la dimensione dell’azienda agraria e

il passaggio in altre mani consentirono nuovi metodi di coltura: l’abbandono del sistema dei tre campi e

l’adozione della rotazione continua (metodo di Norfolk), l’introduzione della rapa nella rotazione che

consentiva al terreno di azotarsi. L’allevamento del bestiame da brado si trasformò in tabulare consentendo il

miglioramento delle razze e la raccolta del letame. La piccola industria domestica, diffusa nelle campagne, fu

abbandonata e la manodopera prese altre direzioni.

RIVOLUZIONE DEI TRASPORTI

La politica stradale era affidata alle parrocchie, ma data la palese inferiorità nel settore alla fine del 1700 il

Parlamento votò le turnpike bills, con le quali si permise a privati la costruzione di strade e di esigere un

pedaggio dagli utenti, andando loro incontro con esenzioni fiscali e sovvenzioni. Questi ammodernamenti

permisero all’agricoltura di trovare nuovi mercati, alle città la possibilità di approvvigionarsi senza timore di

carestie future, agli industriali di concentrare le loro imprese dal momento che la fornitura di carbone e materie

prime sarebbe diventata più regolare e a buon mercato, senza dire la riduzione del costo e del tempo del viaggio

per i passeggeri.

Al di là di questi fattori non bisogna trascurare il ruolo giocato dalla mentalità e dai comportamenti dell’uomo,

dal suo spirito scientifico e l’assunzione dei rischi, ossia l’introduzione di invenzioni e innovazioni.

RUOLO DELLE INVENZIONI

La caratteristica fondamentale della rivoluzione industriale va ricercata in due fatti:

- lo scambio del prodotto;

- la divisione del lavoro, la cui evoluzione è palese passando attraverso i quattro stadi ipotizzati da Marx:

Industria domestica, Industria a domicilio, Manifattura, Grande industria.

Tutto ciò fu reso possibile grazie ad una serie di invenzioni e innovazioni.

IL SETTORE TESSILE

Il fattore economico e tecnico scatenante fu rappresentato dalla crescente importazione di cotone in quanto

l’offerta era più elastica della lana e per sua natura era più adatto alla meccanizzazione. Le due grandi

invenzioni che rivoluzionarono il campo della filatura furono la giannetta filatrice (spinning jenny) di Hargraves

(1765) e il telaio ad acqua (water frame) di Arkwright (1768), le quali segnarono il passaggio dal lavoro

domestico alla manifattura. Nel 1779 Crompton invento il filatoio intermittente (mule-jenny), si trattava di un

incrocio tra la jenny, che dava un filo sottile ma delicato, e il water frame che dava un filo grosso ma resistente.

I successi raggiunti nel settore della filatura fecero aumentare la domanda di tessitori che a sua volta fece

aumentare i loro salari a scapito della bontà del lavoro; il che incoraggiò i datori di lavoro ad usare più

macchinari e a ridurre il numero dei tessitori impiegati. La nuova situazione spinse Cartwright (1785) a

brevettare un nuovo telaio meccanico (power loom) che poteva sostituire il lavoro di tre tessitori, grazie all’uso

della macchina a vapore. La domanda di macchinari sempre più complessi fece aumentare la domanda di ferro

che stimolò lo sviluppo dell’industria chimica (costruzione di nuove fornaci) e l’industria del ferro stesso.

LA SIDERURGIA

Non a caso il settore siderurgico fu il secondo motore della rivoluzione industriale. Il metallo veniva utilizzato

per la costruzione dei telai, delle macchine a vapore e delle attrezzature agricole. Il settore fu stimolato da due

fattori: l’esaurimento progressivo dei boschi e l’alto prezzo del metallo a causa della crescente domanda.

All’inizio del 1700 si provvedeva alla produzione del ferro tramite il puddellaggio, processo lungo, costoso e

con grandi perdite di materiale. Nel 1708 Darby produsse il ferro mescolando il minerale con il carbone. Nel

1783 Cort inventò una nuova tecnica: la combinazione del puddellaggio con la laminazione, che riduceva i

tempi di lavorazione di 15 volte con la possibilità di avere una gamma illimitata di sagome. L’abbandono delle

b) un’economia di metallo, giacché

tecniche tradizionali comportò: a) un risparmio di combustibile;

precedentemente metà della ghisa veniva perduta nelle scorie; c) l’adattamento allo sviluppo, ossia la possibilità

di assecondare una domanda crescente nell’industria, nelle costruzioni e nei trasporti.

LA MACCHINA A VAPORE

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La scoperta di Watt (1764) può considerarsi la tappa finale della rivoluzione. Dapprima limitata alle pompe

(engine fire) per l’estrazione dell’acqua dalle miniere, dopo il brevetto del 1781 divenne una macchina motrice

svincolata dalla dipendenza dell’energia idraulica. Quest’invenzione offriva all’imprenditore la possibilità di

ubicarsi dove preferiva, al contrario della ruota che necessitava dei corsi d’acqua, quindi la modifica della

geografia industriale del paese; favorì la concentrazione delle imprese perché il costo elevato degli impianti

portò all’associazione di capitali e diede vita a nuove forme di organizzazione del lavoro; consentì lo sviluppo

della ferrovia che avvicinò i centri di produzione da quelli di consumo.

I RISULTATI E I COSTI DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Riduzione dei costi, aumento della produttività, produzione di massa avevano messo a disposizione della

popolazione in crescita una grande quantità di beni a fronte dei quali il prezzo da pagare fu molto alto. Alle

prime generazioni di operai, soprattutto quelli di origine artigiana e contadina, più che un inutile alleato la

macchina apparve un nemico da combattere. Di qui un diffuso malcontento spesso degenerato in manifestazioni

violente di protesta (luddismo) con distruzioni di macchine e diffuse astensioni dal lavoro. La miseria già

nascosta nelle campagne veniva alla ribalta delle città e diventava più visibile; la trasformazione operatasi dal

1790 al 1840 spinse la vita operaia in direzione di un innegabile miglioramento dell’alimentazione, grazie ai

progressi delle tecniche agricole e all’aumento della produzione. Come non si può negare un peggioramento

delle condizioni abitative dovute al grande afflusso nelle città accompagnato da una crisi di civiltà.

DAL PROTEZIONISMO AL LIBERO SCAMBIO (1815-1846)

La fine delle guerre napoleoniche e l’apertura dei mari segnarono la caduta delle esportazioni inglesi; di qui il

ristagno della produzione, la caduta dei profitti, la riduzione dei salari e l’aumento della disoccupazione. I

prezzi precipitarono e la prosperità dell’agricoltura ebbe fine. La violenta caduta dei prezzi del grano tra il 1812

e il 1814 aveva indotto alla nascita della legge protettiva corn law che fu bocciata dagli economisti. Nel 1822

una legge più morbida sancì l’adozione della scala mobile ossia l’adozione di dazi protettivi man mano che il

prezzo del grano scendeva. La crisi del 1836-37 e il dilagare della miseria innescarono una campagna di stampa

a favore dell’abolizione delle leggi sul grano, additando l’ostacolo più grave nel protezionismo granario. Nel

1845 i cattivi raccolti nonché la carestia di patate in Irlanda spinsero all’abolizione delle leggi protezionistiche.

Era evidente che l’Inghilterra da paese agricolo si era trasformato in paese industriale e commerciale; alla fine

del 1800 il 75% delle sussistenze sarà importato dall’estero.

LA PROSPERITA’ VITTORIANA (1850-1870)

In questi anni l’equilibrio demografico e sociale vide il superamento del numero degli abitanti delle città

rispetto a quello delle campagne. L’intervento dello Stato nell’economia doveva essere ridotto al minimo e

ciascuno era chiamato a sviluppare senza ostacoli le proprie capacità e i propri talenti. Alla ripresa verificatasi

in questi anni, alla quale non fu estranea le scoperta delle miniere di oro della California (1848) e dell’Australia

(1851), dove gli inglesi erano spinti ad investire, viene dato i nome di prosperità vittoriana. I fattori del

successo vanno ricercati nella rivoluzione delle ferrovie e della navigazione (gli scafi in ferro segnarono il

tramonto della vela). La mancanza delle banques d’affaires e la necessità dell’autofinanziamento diedero

slancio allo sviluppo delle banche. Anche l’agricoltura grazie alla completa meccanizzazione e allo sviluppo dei

concimi chimici fu caratterizzata da alti rendimenti.

UN PIONIERE ALLE STRETTE (1870-1914)

LA PRIMA CRISI INTERNAZIONALE E I FATTORI DI TRASFORMAZIONE DELL’ESPANSIONE

DEL CAPITALISMO

Il periodo che copre l’ultimo trentennio del 1800 e il primo decennio del 1900 segnò il culmine del capitalismo.

Il paese risentì di una notevole emigrazione della popolazione affiancata da una caduta del tasso di natalità

rispetto a quello di mortalità: transizione demografica. Il sistema economico di questi anni conquistò il mondo

attraverso la sua espansione imperialista. Elementi caratterizzanti sono importanti istituzioni come banche ,

società, borse e soprattutto la generalizzazione del tallone-aureo. Il fatto nuovo fu l’ingresso dell’elettricità sulla

scena economica che innescò la seconda rivoluzione industriale. Tuttavia gli anni dal 1873 al 1896,

corrispondenti alla fase discendente del ciclo economico, furono caratterizzati da una generalizzata discesa dei

prezzi con un’alternanza di crisi e impennate di prosperità.

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IL RALLENTAMENTO DELLA CRESCITA (1880-1905)

Avendo lasciato a distanza gli altri paesi la Gran Bretagna poteva contare sull’esportazione dei suoi prodotti nel

mondo intero e costruire la sua ricchezza sul commercio internazionale; non solo con l’esportazione di prodotti

manufatti, bensì di capitali. Essa era tra i maggiori prestatori di denaro a Stati Uniti e America latina. Fino al

1880 mantenne il primato mondiale nella produzione industriale (carbone e ferro) ma nel 1890 fu sorpassata

dagli USA nella produzione d’acciaio. Cominciano ad intravedersi segni di stanchezza in particolare nelle

vecchie industrie (carbone); ciò è dovuto oltre che alla tendenza generale al ribasso dei prezzi sull’onda lunga

1873-96, al diffuso malessere nel settore agricolo incapace di sostenere la concorrenza internazionale.

Dal 1896 la Gran Bretagna s’imbatté nella concorrenza di paesi nuovi, come Stati Uniti e Germania, rivali che

avevano creato una propria industria. La perdita di certi mercati, vuoi per l’innalzamento di barriere doganali,

vuoi per la creazione di una propria industria, da parte di quei paesi, spinse la Gran Bretagna alla ricerca di

nuovi sbocchi e di materie prime in quelli che non avevano la possibilità di rifiutarsi al suo commercio. Si

spiega così la nascita di un neo-colonialismo che vide un gran numero di paesi nominalmente indipendenti

entrare nell’orbita politica e soprattutto economica delle grandi potenze, dai quali acquistavano certe loro

produzioni che esse stesse incoraggiavano e dirigevano.

LA RIPRESA

Anche la Gran Bretagna partecipò alla vigorosa ripresa dovuta alla seconda rivoluzione industriale. Il 1906

segnò un nuovo corso. La questione doganale fu il tema principale della campagna elettorale seguita alla caduta

del Parlamento: i liberali si elessero paladini del libero scambio; gli unionisti sposarono le tesi protezionistiche

di Chamberlain; sul fronte del movimento operaio si realizzò il partito politico del Labour Party. La ripresa che

andò avanti fino al 1913 toccò principalmente i settori dell’industria e non quello dell’agricoltura che rimase

stazionario. Comunque il tasso annuo di crescita rimase inferiore a quello degli anni della prosperità vittoriana a

causa probabilmente del “fallimento imprenditoriale” della Gran Bretagna. La forza economica battuta sul

piano industriale si difese su quello commerciale grazie alla sua flotta mercantile. Il Regno Unito era ancora il

grande distributore di capitali e la sua moneta era lo strumento indispensabile agli scambi internazionali,

conservava il suo ruolo di mediatrice.

L’ECONOMIA INGLESE TRA LE DUE GUERRE (1914-1940)

L’ECONOMIA DI GUERRA

Alla vigilia della prima guerra mondiale l’economia aveva assunto dimensioni mondiali e, pertanto, gli ostacoli

al commercio internazionale crescevano in proporzione; una parte del mondo sfruttava l’altra creando profondi

antagonismi. Lo scoppio del primo conflitto sarà un rivelatore delle debolezze nascoste in questo sistema. E se

il capitalismo sopravvisse il prezzo pagato fu alto: scomparsa del liberalismo a favore del dirigismo statale.

Fino a quel momento esisteva un equilibrio europeo quale l’aveva definito il Congresso di Vienna e su cui la

Gran Bretagna vegliava gelosamente. La Germania per prima lo ruppe a suo vantaggio ed il tessuto degli

scambi internazionali fu completamente distrutto avendo la guerra scatenato i nazionalismi più esasperati. Il

capitalismo fino a quel momento simbolo del progresso era sul banco degli accusati: il responsabile diretto o

indiretto della guerra che aveva distrutto l’Europa. Sul piano monetario la guerra ebbe due conseguenze:

- all’interno innescò un pericoloso processo inflazionistico che determinò un forte aumento dei prezzi e

mise in moto una redistribuzione dei redditi tra i due estremi: lo schiacciamento dei redditi fissi e

l’apparizione di fortune scandalose;

- sul fronte internazionale comportò la completa disorganizzazione del sistema e significò la fine del

tallone – oro.

GLI ANNI DIFFICILI (1919 - 1930)

In Gran Bretagna la demografia non subì gravi perdite durante la prima guerra mondiale. Gli apparati

produttivi, benché invecchiati, furono presto ricostruiti. I profitti realizzati dalle imprese e i buoni salari degli

ultimi anni fecero lievitare la circolazione monetaria e stimolarono i consumi; ma i prezzi aumentarono più in

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fretta. Il peggioramento della bilancia dei pagamenti e l’abbandono del tallone-oro, nel 1919, imposero una

politica di deflazione che causò una notevole riduzione della produzione industriale e una brusca impennata

della disoccupazione. A questo punto l’evoluzione dell’economia inglese si distacca da quella degli altri paesi

che ebbero invece una certa ripresa. Responsabile di tutto ciò fu ritenuta la politica monetaria, sicché il

cancelliere Churchill pensò di ripristinare la convertibilità in oro della sterlina (Gold bullion act 1925). Le

conseguenze furono positive e negative: riportando la sterlina al tasso di cambio antecedente alla guerra,

significava sopravvalutarla, con la conseguenza, all’interno, di una riduzione del potere d’acquisto e,

all’esterno, di un freno alle esportazioni inglesi.

DALLA CRISI AL RISANAMENTO (1930 - 1939)

Lo scoppio della crisi di Wall Street ebbe ripercussioni gravissime su un’economia non ancora perfettamente

ristabilita e ruotante attorno al commercio internazionale. La rivalutazione della sterlina aveva impedito alla

Gran Bretagna di partecipare al processo di espansione che avevano conosciuto gli altri paesi dal 1926 al 1929.

La scelta di quella politica sacrificava la produzione industriale al fine di conservare alla piazza di Londra il

ruolo finanziario mondiale. La situazione interna andò degenerando e la disoccupazione salì. La situazione

peggiorò a partire dal 1931 con l’apparire del disavanzo della bilancia, prodotto dal calo delle vendite di servizi,

diretta conseguenza del rallentamento dell’attività economica mondiale e del calo degli interessi dei capitali

esportati, il cui flusso non compensava il saldo negativo della bilancia commerciale. La profonda crisi

finanziaria innescò una parallela crisi politica. Il nuovo governo di Unione Nazionale riguardò il pareggio del

bilancio e successivamente fu costretto a sospendere la convertibilità in oro della sterlina. La decisione della

sospendere il tallone-oro comportò un brusco abbassamento del corso della sterlina; l’arresto dei capitali che

fino al 1931 si erano diretti su Londra e il ritiro di quelli esteri. All’interno, conseguenze favorevoli si ebbero

sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti, grazie alla ripresa delle esportazioni.

Sta di fatto che la Gran Bretagna fu il primo paese ad uscire dalla crisi.

LA GRAN BRETAGNA TRA GUERRA E RICOSTRUZIONE (1940 - 1960)

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA

Gli anni di guerra non furono solo anni di devastazione economica, si beneficiò dei progressi della tecnica e di

nuove scoperte scientifiche in molte industrie di grande potenzialità per il futuro sviluppo. L’Inghilterra riuscì

con poche spese per la riparazione a riportare in attività gran parte del capitale produttivo.

LA RICOSTRUZIONE

Uscito vittorioso dalla guerra , il Regno Unito, a parte le perdite subite e gli enormi sforzi compiuti, aveva al

suo attivo un livello di produzione industriale a agricola più elevato che nel 1939, una moneta ancora solida e

una inflazione contenuta. Oltre alla politica di occupazione e alla creazione del Welfare State, si propose la

nazionalizzazione di alcune industrie più importanti, specie quelle a più forte intensità di capitale. Vennero

nazionalizzate la Banca d’Inghilterra, l’industria del carbone, l’elettricità, il gas e le ferrovie. Sul piano

internazionale sembrava aver perduto ogni influenza tranne che in Medio Oriente, tuttavia la sua flotta tornò ad

essere la più attiva del mondo.

IL WELFARE STATE

Con la seconda guerra mondiale lo Stato assumerà un ruolo nuovo. Il Welfare State esprime questa nuova

vocazione sociale, che vuole essere la risposta politica ed ideologica delle democrazie al socialismo e al

corporativismo. Sta ad indicare una concezione interventista dello Stato che garantisce ad ogni individuo il

godimento dei diritti sociali riconosciuti dalla comunità a tutti i suoi membri: diritto alla vita, al lavoro, alla

salute, all’educazione, alla casa…..al benessere. In Inghilterra il movimento di riforma prese l’avvio dall’ascesa

al potere del Labour Party. Il Welfare State mirava ad una redistribuzione della ricchezza allo scopo di

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assicurare ai più poveri di che vivere, a tutti la sicurezza e l’uguaglianza delle fortune, a danno delle classi più

agiate. L’ALTERNATIVA FRANCESE AL “MODELLO” INGLESE DI

INDUSTRIALIZZAZIONE, OVVERO LA CRESCITA

ECONOMICA TRA SETTE E OTTOCENTO

DALLA “RIVOLUZIONE” ALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1789 - 1870)

LA FRANCIA PRERIVOLUZIONARIA

Nel corso del 1700 la Francia era riuscita ad impiantare una proto-industrializzazione “manifattura sparsa a

domicilio”. Accanto a queste forme predominanti non mancavano vere e proprie manifatture dotate dalla

corona di numerosi privilegi: monopolio di vendita, esenzioni fiscali e soprattutto sovvenzioni, prestiti e premi

all’esportazione (es: tappezzerie Gobelins, vetreria S. Gobain). Alla vigilia della Rivoluzione la Francia

partecipava al commercio mondiale con una quarto delle esportazioni. Alla grande espansione commerciale non

corrispondeva un analogo sviluppo dell’attività creditizia paragonabile a quello olandese o inglese. La terra,

ancora nel 1700, rappresentava il mezzo più sicuro per arricchirsi. Lo scoppio della Rivoluzione del 1789 colse

la società francese in pieno assetto feudale. La sua origine economica è da ricercarsi nello squilibrio delle forze

in agricoltura a favore di una cospicua aristocrazia terriera.

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLA RIVOLUZIONE; IL BLOCCO CONTINENTALE

La Rivoluzione ebbe il merito di instaurare la totale libertà del lavoro, facendo cadere ogni regolamento e

controllo, condizione essenziale e preliminare al manifestarsi di qualsiasi iniziativa del capitalismo industriale.

Nelle campagne l’aggressione al sistema feudale comportò delle conquiste di grande livello: la liberazione del

suolo e degli uomini, l‘abolizione di ogni tipo di “peso” e la piena proprietà della terra. Al contrario cambiò

poco la struttura economica in quanto il consumo, la produzione e la popolazione ruotava attorno

all’agricoltura. In materia di commercio dopo una ventata di libertà si tornò al protezionismo al fine di tutelare

un’industria appena nascente. Inoltre Napoleone, con l’intento di distruggere l’economia inglese, nel 1806

emanò il blocco continentale per il quale nessun prodotto di nessun paese europeo poteva essere importato da o

esportato in Gran Bretagna (non ebbe molto effetto in quanto i maggiori rapporti commerciali inglesi erano

rivolti all’America). Dopo le guerre napoleoniche, perdute le colonie, la Francia vide decimata la sua flotta

militare, mentre quella mercantile consisteva di soli velieri. L’agricoltura rimaneva legata ai vecchi schemi e ad

un’industria domestica sparsa per le campagne; mentre le manifatture, con i loro prodotti di qualità, avevano

perduto gran parte della clientela.

I MOTIVI DEL RITARDO FRANCESE

A parte la notevole differenza nella disponibilità di risorse naturali rispetto alla Gran Bretagna, lo sviluppo

economico della Francia fu frenato da una serie complessa di fattori. Essa non aveva conosciuto la “rivoluzione

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demografica” né la rivoluzione agricola (enclosure), nell’ultimo quarto di secolo mostrava una finanza statale

in una situazione disastrosa e la situazione politica non era migliore viste le guerre napoleoniche. Di fronte alla

caduta dei profitti e alla riduzione della rendita verificatasi in agricoltura (dovuti alla riduzione degli sbocchi e

ai cattivi raccolti), gli interessati chiesero l’aiuto dello Stato che, nel 1815, concesse l’adozione della scala

mobile (sistema di dazi protettivi che aumentavano non appena il prezzo dei prodotti interni accennava a

scendere). Altri tentarono la via della sperimentazione del progresso agronomico al fine di abbassare i costi di

produzione. I campo industriale si imbocco la via del protezionismo con l’adozione di alte tariffe

all’importazione; si avviò un rapido processo di meccanizzazione degli impianti grazie alla macchina a vapore;

si seguì la strada della concentrazione sia tecnica che economica.

LE BASI DEL “DECOLLO” DELL’ECONOMIA E LA NASCITA DELL’INDUSTRIA MODERNA

Dal 1850 si verificò un’accelerazione del ritmo di sviluppo spiegabile grazie alla combinazione di diversi

fattori. Primo tra tutti la nascita della ferrovia che permise l’abbassamento dei costi e dei tempi di percorrenza

nonché l’allargamento del mercato interno. L’agricoltura subì una grande trasformazione: ad un’agricoltura di

sussistenza e di autoconsumo si sostituì una agricoltura commercializzata: nacquero i grandi magazzini. La

nuova politica intrapresa da Napoleone III anziché combattere la potenza inglese, stipulò nel 1860 uno storico

trattato commerciale. Il cambiamento più importante si ebbe nella nuova organizzazione del credito: aumento

dello sconto di effetti commerciali e la nascita di nuovi stabilimenti di credito. Apparirono le grandi banche di

deposito che tra il 1852 e il 1870 facilitarono l’aumento della produzione che triplicò.

L’EVOLUZIONE DELLA CRESCITA (1871 – 1914)

LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA FRANCO – PRUSSIANA

Il decollo fu bruscamente interrotto intorno al 1870 a causa di due fatti concomitanti: sul piano esterno la guerra

franco-prussiana e su quello interno dalla guerra civile (la Comune). Il conflitto causò poche perdite umane e ,

anche dal punto di vista economico strutturale, non dette luogo a profondi cambiamenti. Le conseguenze

scaturite dal trattato di Francofone (10 maggio 1871) furono di natura territoriale e finanziaria. La Francia fu

amputata dell’Alsazia (ottimo centro tessile) e della Lorena (bacini carboniferi e industria di sale) subendo

quindi una perdita di materie prime agricole (un’ampia regione agricola) e industriali. Inoltre la Francia fu

sottoposta al pagamento di un’indennità che, anche se arrecò enormi conseguenze sull’economia, fu pagata in

tempo dai francesi grazie alla immediata sottoscrizione di titoli del debito pubblico al 5%. La Francia, che in

quel periodo godeva di un ottima economia, vide migliorare le esportazioni grazie agli acquisti della Germania

che in quel periodo attraversava la depressione. In conclusione l’economia francese realizzò un’eccedenza nella

bilancia commerciale che stimolò l’economia.

LA GRANDE DEPRESSIONE (1882 - 1896)

Per ogni paese l’esistenza di un debito pubblico troppo pesante, specie in periodo di ribasso dei prezzi, è sempre

paralizzante. Così in Francia, gran parte delle entrate fiscali, anziché essere orientate verso investimenti

produttivi, fu sterilizzata per il pagamento degli interessi e per l’ammortamento del debito. In agricoltura il

valore della produzione diminuì. Di fronte alla crisi molti paesi trasformarono l’agricoltura (Danimarca e

Olanda abbandonarono la coltura dei cereali e preferirono dedicarsi all’allevamento) cosa che non fece la

Francia la quale preferì trovare il riparo nella protezione e nei metodi tradizionali. Anche sul piano industriale

seguì la via del protezionismo. In definitiva, il ristagno dell’agricoltura e della popolazione significò un

rallentamento del ritmo di sviluppo dell’industria. Per quanto riguarda il settore risparmio-investimento riuscì a

risparmiare e a progredire lentamente grazie all’organizzazione capillare delle banche locali e regionali e allo

sviluppo delle casse di risparmio; detti risparmi finanziavano lo sviluppo di altri paesi.

VERSO LA SECONDA INDUSTRIALIZZAZIONE (1895 -1914)

Nel breve tempo la ricetta Mèline ebbe effetti positivi. In agricoltura evitò la catastrofe, perché i dazi protettivi

ridussero le importazioni sia in volume che in valore con miglioramento della bilancia commerciale. Dal punto

di vista industriale il protezionismo, dopo un breve periodo di incertezza, non impedì l’aumento degli scambi

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internazionali. Fu soprattutto grazie alla ripresa del dinamismo industriale dovuto all’applicazione dell’energia

elettrica che l’aumento dei profitti legato all’aumento dei prezzi favorì la crescita degli investimenti.

Alla vigilia del primo conflitto mondiale le distanze tra Francia, Germania e Inghilterra si erano accorciate.

L’ECONOMIA FRANCESE TRA LE DUE GUERRE (1914 - 1940)

TRA GUERRA E RICONVERSIONE

La gravità delle perdite demografiche inflitte ad un paese il cui tasso di natalità era il più basso d’Europa ed in

cui, già prima della guerra, la popolazione era anziana, fu chiaramente avvertita dai francesi. Le conseguenze

del conflitto turbarono l’attività economica in quanto il finanziamento della guerra aveva reso necessario il

ritiro degli investimenti francesi all’estero; dall’altro la rivoluzione bolscevica aveva ingoiato quelli collocati in

Russia. La necessità di ricostruire le attrezzature e il ritardo con cui si provvide a soddisfare la domanda di beni

di consumo stimolarono lo sviluppo dell’industria dei beni di produzione il cui indice aumento fino al 1920.

Durante la prima metà del 1921 la depressione fu severa e solo nel secondo semestre la Borsa si riprese e la

produzione industriale cominciò a progredire; il paese però non poggiava ancora su basi stabili.

LA CALMA PRIMA DELLA TEMPESTA: LA CRISI DELL’ECONOMIA FRANCESE (1926 -1935)

La crisi francese era soprattutto una crisi di fiducia e al Presidente della Repubblica la persona giusta sembrò

Poincaré. Bastarono la sua presenza e l’annuncio di una politica di stabilizzazione, che restituiva alla Francia il

regime di Gold exchange standard , a far rientrare i capitali che erano fuggiti ad abbassare il corso della sterlina

del 18%, nonché a scommettere sul rialzo del franco, per cui alla Banca di Francia affluirono oro e divise.

La concorrenza dei prodotti inglesi, più competitivi, scatenò una recrudescenza del protezionismo con drastiche

riduzioni degli scambi.

Sta di fatto che fino alla fine del 1929 la produzione aumentò per poi diminuire del 47% fino al 1932.

La situazione si aggravò nel 1933 quando, anziché allinearsi a Gran Bretagna e Stati Uniti nell’abbandono del

tallone – oro e svalutare, cercò di migliorare la situazione del bilancio statale puntando sul ritocco delle imposte

e sulla riduzione del trattamento dei funzionari. La stabilizzazione del franco, che in realtà si era svalutato

rispetto alle altre monete, aveva stimolato le esportazioni scoraggiato le importazioni determinando un afflusso

di oro; per questo motivo il paese entrò tardi nella depressione ma vi resterà fino al 1938. A partire dal 1933 la

disoccupazione toccò l’intera classe dei salariati.

LO STATO DI FRONTE ALLA CRISI (1936 - 1939)

Il regime era in crisi ed era incapace di riformarsi; gli operai diedero vita a scioperi generalizzati. L’atmosfera

quasi rivoluzionaria si stemperò con gli “accordi di Matignon” che aumentarono i salari, ridussero le ore

lavorative, introdussero un congedo pagato di due settimane e alla generalizzazione della contrattazione

collettiva. Né le misure adottate per il rilancio della produzione, né la svalutazione del franco, nel 1936, diedero

grandi risultati. L’aumento dei costi derivante dagli accordi di Matignon ostacolarono lo sviluppo della

produzione che invece era sollecitata dal cresciuto potere di acquisto dei lavoratori. Per stimolare l’attività

economica lo Stato s’impegnò nel riarmo ed elaborò un piano triennale che assicurava alle imprese lo sbocco

dei propri prodotti. La ripresa ci fu, nuovi capitali affluirono in Francia, la bilancia dei pagamenti tornò in

equilibrio ma purtroppo era l’ultimo anno di pace.

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DAL II DOPOGUERRA ALLA V REPUBBLICA: RICOSTRUZIONE E SVILUPPO

ECONOMICO (1945 - 1958)

LA RICOSTRUZIONE

La Francia si classifica tra i paesi occidentali con i migliori risultati nel ripristinare il capitale distrutto e gettare

le basi di nuove strutture. Come primo atto il governo pose riordinamento dei prezzi e dei salari bloccati alla

fine del 1939. Sulle prime le imprese, grazie al risparmio forzato accumulato negli anni di guerra, poterono

sopportare l’incremento dei costi, ma quando salari e prezzi aumentarono gli equilibri si rovinarono. De Gaulle

nel 1945 stese un programma che prevedeva la nazionalizzazione delle principali fonti di energia (gas, carbone,

elettricità), la Banca di Francia e altre quattro grandi banche. Nel 1949 la produzione industriale aumentò e il

piano che doveva essere una misura d’emergenza divenne un’istituzione permanente. Esso non mirava tanto

allo scopo di controllare la produzione quanto di orientarla:

- piano Monnet (1947-53) prevedeva la ricostruzione dell’apparato produttivo di base e il ristabilimento

delle infrastrutture (carbone, elettricità, acciaio, trattori, ferrovie, ponti), concentrando tutte le risorse su

questi investimenti, fatti dallo Stato in quanto si trattava di settori nazionalizzati. Aumento della

produzione del 50%;

- secondo Piano (1954-57) prevedeva la ricerca scientifica, il finanziamento della modernizzazione e

l’aumento della produttività, cercando di ammortizzare lo sviluppo tra l’interno e l’estero;

- terzo Piano (1958-61) cercò di coprire tutta l’economia compreso il settore privato. I problemi da

affrontare riguardavano: la distribuzione, per l’adattamento della Francia alla CEE; l’agricoltura

necessitava uno slancio; il decentramento industriale; la politica dei redditi e la partecipazione delle

organizzazioni operaie alle decisioni della pianificazione economica.

Una robusta classe imprenditoriale, sia pubblica che privata, assicurò alla Francia potenza e competitività.

GERMANIA: NASCITA E SVILUPPO DI UNA POTENZA INDUSTRIALE

LE TAPPE VERSO L’UNIFICAZIONE ECONOMICA (1800 - 1848)

L’ECONOMIA DEGLI STATI TEDESCHI AI PRIMI DELL’OTTOCENTO

Ai primi dell’Ottocento la Germania lo sviluppo economico era condizionato dal frazionamento politico ed

economica del suo territorio, che raggiunse un’unità politica soltanto nel 1871. Questo lungo processo di

unificazione fu agevolato dagli effetti della rivoluzione francese e dalle successive conseguenze delle guerre e

conquiste napoleoniche, che apportarono nuove idee e consentirono l’eliminazione di diverse dinastie.

Nelle campagne la vita era segnata dalla persistenza di istituzioni arcaiche complesse e diversificate: nella zona

orientale prevalevano i grandi possessi terrieri, scarsamente popolati e condotti per lo più da servi per conto dei

proprietari; nella parte occidentale (a sinistra dell’Elba) le imprese agrarie risultavano più frazionate. In alcune

regioni quali la Sassonia, l’Alta Slesia e le province renane, operavano alcune industrie tradizionali organizzate

nella forma dell’artigianato e dell’industria a domicilio per conto di mercanti imprenditori. La società viveva di

una produzione volta all’autoconsumo. Questo grave ritardo che caratterizza lo sviluppo economico degli Stati

tedeschi era influenzato dal frazionamento politico: ogni Stato rimaneva separato dagli altri attraverso un

complesso sistema di barriere doganali, che ostacolavano gli scambi e creavano un infinità di piccoli mercati

locali. La Prussia per prima senti l’esigenza di avviare un processo di unificazione commerciale.

L’UNIFICAZIONE DOGANALE E L’AMPLIAMENTO DEL MERCATO: LO ZOLLVEREIN

In Prussia il problema principale era dovuto alle dogane interne che impedivano l’approvvigionamento dei beni

e la circolazione dei prodotti. Nel 1818 venne introdotta un’unica tariffa doganale destinata ad agevolare

l’introduzione nel paese di materie prime, di manufatti e di prodotti coloniali. L’iniziativa della Prussia venne

accolta da altri piccoli Stati e da qui l’avvio di una politica di reciproche agevolazioni. Per evitare danni alle

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industrie nascenti si adotto una politica di protezione proposta dal giovane studioso List. A distanza di tre lustri

(15 anni) la politica intrapresa dalla Prussia otteneva il meritato successo con la nascita dell’Unione doganale

(Zollverein) che entrata in vigore nel 1834 riuscì ad inglobare gran parte degli Stati tedeschi. Nonostante ciò

l’economia tedesca rimaneva sempre indietro rispetto a quella francese ed inglese a causa al problema della

protezione dell’industria nascente. Il protezionismo, auspicato dal List, andava limitato alle industrie nascenti,

le quali una volta divenute adulte avrebbero dovuto competere ad armi pari con quelle degli altri paesi in un

regime internazionale di libero scambio. Nel 1842 scadeva l’accordo dell’Unione doganale e si perseguì su un

sistema di barriere doganali che garantisse un liberismo interno e un regime protezionistico all’esterno.

GLI AVVENIMENTI DEL 1848 E L’EGEMONIA DELLA PRUSSIA

Nel 1848 anche la Germania veniva scossa dal vento rivoluzionario. Nel 1849 il nuovo Parlamento, formatosi

sulla spinta dell’ondata rivoluzionaria, redigeva a Francoforte una Costituzione nella quale sembrava assumere

una valenza prioritaria l’unificazione economica del paese, ma essa, a seguito del fallimento dei moti, non

riuscì ad avere pratica attuazione. Eppure i moti ebbero molte conseguenze sul piano economico e sociale. Era

opportuno che materie prime, merci e prodotti giungessero nei vari mercati ed alle nascenti industrie di

trasformazione in modo rapido e sicuro garantendo approvvigionamenti continui e costanti. Di qui l’importanza

dei sistemi di trasporto e delle vie di comunicazione. Si attuò una politica di costruzioni, formando una rete

viaria e la nascita della ferrovia: negli Stati minori fu lo Stato ad assumere gli oneri più gravosi, mentre in altri

stati, soprattutto in Prussia, un ruolo importante venne svolto dall’iniziativa privata, alla quale lo Stato si

impegnò a garantire un minimo di reddito. In tal modo la Prussia si poneva al vertice nel continente europeo

non solo per lo sviluppo della rete ferroviaria ma anche per il vantaggio che tale rete consentiva di spostarsi da

una parte all’altra della Germania. Nel momento in cui l’economia tedesca si avviava ad assumere un ritmo di

sviluppo più intenso, i contrasti tra la Prussia e l’Austria divennero insanabili. La Prussia riuscì ad avere partita

vinta non solo sul piano economico, escludendo l’Austria dai trattati commerciali stipulati con i vari paesi

europei, anche a nome di quegli Stati del Sud che vicini ad essa si erano mostrati sino all’ultimo restii ad

entrare nella sua orbita, ma anche su quello politico, che peraltro sarebbe stato poi sanzionato con la sconfitta

del suo tradizionale avversario nella guerra del 1866.

L’ECONOMIA E L’AVVIO ALLO SVILUPPO (1849 - 1870)

LE TRASFORMAZIONI IN AGRICOLTURA

Significativi per l’agricoltura furono gli editi emanati in Prussia tra il 1807 e il 1811, i quali non sanzionavano

soltanto la libertà personale dei contadini da ogni e qualsiasi costrizione signorile cui da secoli essi erano stati

sottoposti ed avevano passivamente subito, ma anche quella della terra, il cui possesso e godimento non furono

più appannaggio quasi esclusivo delle classi nobiliari. La complessità del processo di trasformazione agraria in

questi anni trovò le sue ragioni nella duplice configurazione dell’economia agricola in Germania: da una parte

le regioni orientali dominate dalle grandi imprese agricole gestite dagli Junkers, che rappresentavano un

modello avanzato di agricoltura protesa verso il mercato; dall’altra, le regioni occidentali e meridionali, dove

esistevano piccole e medie imprese assai diversificate ed assimilabili a quelle prevalenti nel mondo rurale

francese. Dal 1850 fino al 1865 la situazione cambiò e vide l’agricoltura tedesca colmare il grande divario con

la Francia grazie all’aumento demografico, la maggiore facilità delle comunicazioni e la consistente richiesta di

nuove terre da destinare alla coltura sia estensiva che intensiva. Sin dai primi del 1800 i sistemi di coltura si

erano basati sul sistema dei tre campi, ma grazie all’agronomo Thaer venne a svilupparsi il sistema della

rotazione nei campi e il sistema stabulare nell’allevamento delle pecore e dei bovini. Grazie all’aiuto della

scienza agronomica si ebbero molti miglioramenti anche nelle operazioni tecniche e negli strumenti agricoli.

Un sostegno al progresso agricolo venne dagli organi governativi che agevolarono la nascita di istituti agrari,

corsi di economia presso le università, ma anche dai proprietari fondiari prussiani, gli Junkers, che introdussero

importanti iniziative volte ad aumentare la produzione e la produttività dei terreni.

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LO SVILUPPO DELL’INDUSTRIA E LA QUESTIONE SOCIALE

Agli inizi del 1850 le condizioni economiche della Germania erano più che favorevoli, grazie al corso

dell’Unione doganale, al sistema di comunicazione ed al mercato di scambi. Ad agevolare questa fase di

decollo c’erano le grandi disponibilità di carbone provenienti dal bacino della Ruhr dell’Alta Slesia.

Significativo il ruolo dello Stato soprattutto in Prussia dove vennero aboliti i severi controlli sull’attività

estrattiva; nei casi in cui lo Stato non intervenne, supplì l’intervento privato con finanziamenti e tecnici

provenienti dall’estero. Se il settore tessile rappresentava ancora un comparto industriale particolarmente

importante nel panorama economico tra il 1850 ed il 1870, tuttavia si andavano definendo comparti

decisamente nuovi collegati con l’industria pesante: carbone e ferro costituirono i fattori principali dello

sviluppo accelerato del paese e gli consentirono di formare un robusto apparato produttivo, che avrebbe

influenzato positivamente altri settori ad esso connessi. Nel 1871 la Germania risultava il secondo produttore

mondiale di carbone grazie a nuovi metodi (Bessemer 1856, Siemens 1864). L’avviato processo di

industrializzazione finì per incidere sulle condizioni dei ceti economicamente più deboli. Nel 1830 la questione

sociale veniva affrontata con l’emanazione di una serie di provvedimenti che non ebbero molto successo, di qui

la nascita e lo sviluppo di movimenti che si posero come obiettivo l’aiuto della classe operaia: Raiffeisen e

Delitzsch fautori di banche destinate ad operare nei centri urbani e ad aiutare gli operai e piccoli artigiani. La

complessa tematica fu sviluppata dai cosiddetti “socialisti della cattedra” (Wagner, Brentano e Schmoller).

Wagner era il più deciso nella critica del liberismo economico ed un fautore convinto dell’intervento statale,

quale necessario correttivo ai conflitti tra le varie classi, in quanto riteneva che l’azione individuale fosse del

tutto incapace a risolvere i problemi di interesse collettivo. Di qui la proposta di una serie di una serie di

interventi legislativi intesi a regolare i salari, gli orari di lavoro, il sistema creditizio, il commercio e il settore

cooperativo.

IL RUOLO DEL TERZIARIO: FERROVIE, BANCHE E COMMERCIO

La mancanza di una visione organica nella politica ferroviaria non impedì lo sviluppo della rete, semmai

provocò una miriade di iniziative a livello periferico, che vide collocarsi in prima linea i entri urbani, interessati

ad avere un autonomo sistema ferroviario. Dopo il 1848 la situazione vide affiancarsi, accanto l’intervento

privato, l’intervento statale, soprattutto in Prussia, che si concretizzò nella costruzione dell’Ostbahn (Ferrovia

orientale). Tra il 1850 e il 1870 le richieste provenienti dal settore ferroviario fecero sviluppare l’industria

tedesca. Si ottennero ottimi risultati in breve tempo grazie al regime protezionistico attuato dallo Zollverein e

nel sistema tariffario che mirò da una parte ad agevolare l’importazione di materie prime e dall’altra a

scoraggiare quella di prodotti finiti. Il binomio ferrovie – industria pesante consentì alla Germania di sviluppare

una sorta di industrializzazione alla rovescia: partendo dagli stadi terminali della produzione riuscì ad estendersi

alle attività di base differenziandosi dal modello sperimentato dalla Francia e dalla Gran Bretagna.

Le azioni ferroviarie emesse in quegli anni per finanziare le costruzioni diedero vita ad un vivace mercato

azionario e favorirono il notevole aumento delle società per azioni. Tra queste un ruolo importante ai fini del

processo di sviluppo economico - industriale del paese fu svolto dalle banche. Nel 1853 venne fondata la

Banca per il commercio e l’industria e nel 1856 la Società di sconto il cui modello di gestione del credito

prevedeva che nella loro attività si potessero impegnare i propri depositi non solo per la produzione in genere,

ma anche nella costruzione di nuove società e nella partecipazione alla loro gestione attraverso i propri

rappresentanti. Il potenziamento delle vie di comunicazione e la formazione di un moderno sistema creditizio

servirono a vivacizzare i commerci tra le due zone del paese, est e ovest, sviluppando il commercio interno e

realizzando così gli obiettivi preposti dall’Unione doganale.

L’UNIFICAZIONE POLITICA E L’ACCELERATO PROCESSO DI

INDUSTRIALIZZAZIONE (1871 - 1914)

LA DINAMICA ED I FATTORI DELLA CRESCITA ECONOMICA

La caduta del II Impero sotto i colpi della nuova e insospettata potenza prussiana ed il lento declino

dell’economia inglese sembravano dare vantaggio alla Germania ed agli Stati Uniti. In realtà per la Germania,

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unificata con la pace di Versailles nel 1871, la guerra vittoriosa aveva assunto un significato particolare:

l’annessione dell’Alsazia (fiorente per l’attività tessile) e della Lorena (giacimenti di minerali di ferro) e una

consistente indennità di guerra. Il periodo tra il 1870 ed il 1914 fu sicuramente caratterizzato da una notevole

crescita economica la cui dinamica si articolò in tre fasi:

- una prima intorno agli anni ’70 caratterizzata dall’unificazione politica e dalla costituzione dell’impero,

caratterizzata da una forte febbre speculativa che porterà alla seconda fase;

- una seconda, dal 1873 al 1896, che comprende un periodo di crisi e ristagno fino agli anni ’80 e quindi

una consistente ripresa grazie all’aumento della popolazione (inurbamento), ad un consistente sviluppo

agricolo (dovuto alla maggiore produttività dei terreni) e al sostegno del sistema creditizio (Reichsbank,

organizzata in società per azioni e sotto il controllo dello Stato);

- una terza, più lineare, che si conclude alle soglie del primo conflitto mondiale e segna l’ingresso,

accanto ai tradizionali comparti industriali, di altri più innovativi e moderni che daranno alla Germania

un indiscusso primato europeo.

IL PROCESSO DI INDUSTRIALIZZAZIONE E LO SVILUPPO DI NUOVI SETTORI:

ELETTRICITA’ E CHIMICA

Lo sviluppo industriale della Germania nella terza fase (1896 - 1914) tendeva a privilegiare le industrie di beni

di investimento (settore siderurgico e meccanico) rispetto a quelle di beni di consumo, quindi ad accrescere e

potenziare ulteriormente lo sviluppo industriale in senso capitalistico. Ciò fu possibile grazie allo sviluppo della

chimica e dell’elettricità. Nell’ambito di questo modello di sviluppo industriale un ruolo strategico fu svolto dal

binomio carbone – ferro. La disponibilità di carbone agevolò lo sviluppo dell’industria siderurgica

nell’estrazione del ferro. Il settore fu aiutato anche dall’annessione della Lorena e dall’utilizzo del nuovo

processo di fusione Gilchrist-Thomas che portò al raddoppio della produzione d’acciaio e del ferro. Sostenuta

dalla siderurgia l’industria meccanica fu in grado di soddisfare sia la domanda interna che quella estera. Un

ulteriore impulso alla siderurgia venne dal settore cantieristico, infatti, avvenne la conversione dalla vela al

vapore. L’industria tessile confermava il suo primato dell’industria cotoniera, la produzione della seta risultava

stabile mentre la lana e il lino andava perdendo mercato. Nell’industria chimica i vari processi di base

interessarono in primo luogo la produzione commerciale di materie coloranti sintetiche. Si svilupparono le

industrie del prodotti medicinali, da materiale fotografico, di fibre artificiali, delle prime materie plastiche e di

nuove forme di esplosivi. Ma il settore che segnava la maggiore e più rapida crescita a partire dal 1870 era

quello elettrico. Inizialmente interessata all’esercizio delle comunicazioni via cavo e del telegrafo, l’industria

passò successivamente alla produzione dell’energia per uso domestico ed industriale ed ebbe fra i maggiori suoi

protagonisti Siemens e Rathenau.

Il motore elettrico andò sostituendo le macchine a vapore che risultavano più costose.

L’EVOLUZIONE STRUTTURALE DELL’INDUSTRIA: CARTELLI E KONZERN

Ai primi del ‘900 la Germania non più sotto l’inflessibile guida di Bismarck, ma dominata dalle mire più

ambiziose di Guglielmo II (1888 - 1918) poteva ritenersi una grande potenza europea. Con il progresso

industriale si andò affermando un processo di concentrazione tecnica e finanziaria con lo scopo di conquistare

nuovi mercati attraverso una migliore razionalizzazione dei processi (produrre di più a costi minori). Lo stimolo

al processo di concentrazione fu dato dalla prolungata diminuzione dei prezzi tra il 1873 ed il 1896, che

costrinse i produttori a seguire la via della costituzione dei Cartelli e dei sindacati industriali, Konzern.

Cartelli: rappresentavano un’unione contrattuale di imprese, che conservarono la loro indipendenza giuridica

ed economica, ma si accordavano tra di loro per regolare il mercato sia nell’acquisto delle materie prime, sia

nella vendita di prodotti finiti. Non intendevano abolire la concorrenza ma regolarla dividendosi in modo equo i

vari mercati.

Konzern: erano costituiti da grandi imprese, che miravano ad estendere la propria attività ai vari stadi della

produzione e potevano assumere la forma di concentrazione verticale o orizzontale. Contrariamente ai cartelli

essi non miravano a regolare i prezzi di mercato, quanto a realizzare economie nella produzione.

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Nel primo decennio del ‘900, mentre l’accresciuta importanza dei cartelli, li portava a controllare gran parte dei

settori industriali (carta, miniere, acciaio, cemento, vetro), lo sviluppo progressivo dei Konzern spinse alla

concentrazione della grande industria, che si avviò ad organizzarsi in grandi stabilimenti, ove trasferì un

numero crescente di operai.

ALLA CONQUISTA DEI MERCATI ESTERI: IMPERIALISMO E DUMPING

Il consistente sviluppo economico, soprattutto industriale, spinse la Germania ad avviare una politica

imperialistica. Nel 1890 Bismarck era costretto a dimettersi, anche a seguito dei contrasti insorti con Guglielmo

II soprattutto perché quest’ultimo mirava all’espansione del paese; di qui il rafforzamento dell’esercito e la

costruzione di una potente marina da guerra. La politica commerciale protezionistica fu convertita in una più

aperta: con l’applicazione generalizzata della clausola della nazione più favorita si consentì alle nazioni che

stipulavano un trattato con la Germania di usufruire automaticamente delle concessioni più favorevoli già

accordate alle altre; le grandi concentrazioni industriali attuarono un sistema di prezzi multipli, nel senso che

nel mercato interno, grazie ai dazi protettivi, potevano mantenere i prezzi a livelli piuttosto elevati, pur in

presenza di costi di produzione decrescenti, mentre nei mercati internazionali li abbassarono notevolmente,

compensando la perdita virtuale con i sovrapprofitti accumulati nelle vendite interne. In tal modo le grandi

imprese riuscirono a vendere sottocosto per conquistare i mercati (dumping). Nella ricerca di nuove zone di

influenza economica la Germania si scontrò con la Gran Bretagna, ma nonostante ciò non riuscì a soddisfare le

sue mire espansionistiche. Nel 1914 vi era quindi un evidente squilibrio tra la potenza economica tedesca ed il

ruolo che essa svolgeva nell’ambito dei grandi paesi imperialisti, questa situazione condusse all’esasperazione

delle tensioni internazionali ed allo scoppio della I guerra mondiale.

GUERRA E PACE: ALLA RICERCA DI NUOVI EQUILIBRI (1915 - 1945)

L’ECONOMIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE E LE CONSEGUENZE DEL CONFLITTO

La guerra dichiarata dall’Impero austro-ungarico al piccolo Regno serbo poteva risolversi a loro avviso in una

limitata spedizione punitiva ed in via teorica tutto ciò sembrava abbastanza logico. Ben presto, però, si

trovarono coinvolti diversi paesi europei: la Russia solidale con la Serbia; la Germania in aiuto all’Austria -

Ungheria; Francia e Gran Bretagna insieme a contrastare tale alleanza, il Giappone e successivamente l’Italia e

gli Stati Uniti a fianco degli alleati e contro gli Imperi centrali. L’equilibrio raggiunto da Bismarck venne a

mancare per mano di Guglielmo II le cui iniziative agevolarono la creazione di due blocchi: Russia, Francia e

Gran Bretagna da una parte, Germania, Italia e Austria – Ungheria dall’altra. Con lo scoppio della guerra la vita

economica era destinata a cambiare: nel 1914 sotto la guida di Rathenau venne applicato un programma di

mobilitazione che prevedeva la facoltà di requisire la produzione interna e gli stocks acquisiti all’estero e uno

stretto controllo nell’utilizzo di vari materiali, dando la preferenza agli usi per scopi strategici. Con lo scoppio

della guerra i prezzi lievitarono a causa dell’aumento dei consumi da parte dei mobilitati distolti dall’attività

produttiva, dalle maggiori difficoltà ed i più alti costi dei trasporti e dal consistente processo inflattivo. Con la

conclusione del conflitto nel 1918 si costituì la nuova Repubblica di Weimar che dovette retrocedere l’Alsazia e

la Lorena alla Francia, provvedere ad una smilitarizzazione pressoché totale del paese e, inoltre, fu imposto ad

essa un’indennità di guerra a titolo di riparazione.

IL DRAMMA DELL’IPERINFLAZIONE ED I TENTATIVI DI RIPRESA

Già agli inizi del 1920 l’economia mondiale era colpita da una grave crisi che trovava la sua principale ragione

in una rapida discesa dei prezzi iniziata nel settore dei cereali e poi allargatasi ad alcuni metalli, ai prodotti

dell’industria tessile, ai noli marittimi e quindi a gran parte dei settori produttivi. Disastrosa era la situazione nei

paesi dell’Europa orientale nonostante gli aiuti americani attivati nel 1919 attraverso l’American Relief

Administration (A.R.A.). Tali aiuti servirono poco in quanto costituiti da generi alimentari anziché da materie

prime. Eppure grazie alla ripresa delle industrie manifatturiere la situazione sembrava migliorare. Il progressivo

deterioramento fu causato dalla politica dei paesi vincitori, che temendo la concorrenza dei prodotti tedeschi, si

opposero per il loro utilizzo in conto riparazione. Di qui scaturì una rapida rincorsa dei prezzi e una spirale

inflazionistica senza freno. Successivamente la situazione fu aggravata dall’arresto della produzione nella Ruhr

ed il lungo sciopero dei ferrovieri; episodi che provocarono il crollo della moneta e dell’inflazione. Nel 1923 al

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nuovo cancelliere Strasemann non restò che proclamare lo stato d’emergenza e nominare Commissario

monetario Schacht il cui intervento fece risollevare l’economia. Con il suo pugno di ferro bloccò la

speculazione ed i facili arricchimenti connessi con l’emissione di una moneta stampata liberamente chiamata

Notgeld ; ad essa subentrò una nuova moneta il Rentenmark che con la sua stabilità infuse fiducia. Altro

provvedimento fu quello del risanamento del bilancio statale e altre misure deflazionistiche quali la restrizione

del credito, l’aumento del saggio di sconto e l’inasprimento delle imposte. Gli effetti positivi di questa politica

di risanamento non si fecero attendere: i capitali esportati incominciarono a rientrare, mentre in campo

internazionale la riconquistata fiducia consentì nel 1924 l’adozione del piano Dawes (destinato ad alleggerire il

pesante fardello delle riparazioni) e il ritorno alla convertibilità. I progressi in questi anni furono rapidi e

consistenti grazie agli aiuti economici degli Stati Uniti.

LA CRISI DEL 1929 ED I SUOI EFFETTI

La crisi del 1929, comunemente collegata al crollo a Wall Street della borsa americana, interruppe il lento

processo di ripresa e sviluppo dell’economia mondiale. I paesi beneficiati dai prestiti americani non solo

vedevano interrompersi tale flusso, ma erano costretti a restituirli. Tra questi la Germania era alle prese con il

problema della ricostruzione. Il ritiro dei capitali esteri paralizzò l’economia del paese e costrinse il governo a

varare una serie di misure di natura strettamente deflazionistica che incisero negativamente sulla produzione

industriale portando ad una notevole disoccupazione.

L’AVVENTO DI UN NUOVO REGIME: DIRIGISMO ECONOMICO ED AUTARCHIA

La grave crisi economica, agli inizi degli anni ’30, accelerò il processo di trasformazione politica. La

Repubblica di Weimar, sotto l’egida del partito socialdemocratico, nonostante fosse ispirata ai principi di libertà

e di democrazia aveva lasciato i tedeschi delusi: operai, impiegati, ceto medio ed agricoltori si trovarono uniti a

contrastare vivacemente con scioperi ed agitazioni la politica deflazionistica del governo ed a richiedere un

processo di rinnovamento, che consentisse di migliorare le proprie condizioni. La presa del potere di Hitler e

del suo partito nel 1933 sembra in effetti il “nuovo” tanto atteso. Per rimettere in moto l’inceppata macchina

economica affidò la direzione della politica monetaria nelle mani di Schacht, il quale come primo obiettivo si

propose di aumentare il livello della produzione attraverso una moderata inflazione creditizia, congegnata in

modo che l’aumento della circolazione fosse assorbito dalle imposte e dal risparmio. Per assicurare una certa

stabilità interna attivò un rigido controllo sui prezzi e sui salari, collegando poi l’aumento di questi con

l’incremento della produttività. Nel coordinamento della produzione poté contare sull’appoggio non

indifferente del sistema corporativo, che Hitler aveva introdotto nel 1934 dopo aver soppresso i partiti politici

ed i sindacati. A causa del fortissimo debito verso l’estero ed impossibilitato a coprirlo con le esportazioni, si

vide costretto a ridurre al minimo le importazioni e sostituendo, attraverso lo sviluppo del settore chimico, le

tradizionali materie prime con surrogati. In sostanza l’autarchia in quegli anni ricalcava il modello di economia

di guerra ed implicò una situazione di costrizione e di ferrea disciplina in quasi tutti i rapporti economici e

sociali (i diritti degli operai vennero ridotti a tal punto da escludere sia ogni azione di resistenza e quindi di

sciopero, sia la stessa attività sindacale). Nonostante ciò la produzione aumento e la disoccupazione scomparì.

LA CORSA VERSO IL BARATRO: L’ESPANSIONISMO ECONOMICO E LA II GUERRA MONDIALE

La teoria concepita da Hitler nel sua Mein Kampf per la quale la Germania, sovrappopolata, dotata di una

notevole capacità produttiva, designata non solo dalla sua preparazione tecnica e scientifica, dal suo spirito di

disciplina e dal modello organizzativo, ma anche dalla superiorità della razza a guidare i popoli inferiori, aveva

diritto di espandersi colonialmente e di conquistare i paesi più vicini per assicurarsi spazio e risorse naturali,

necessarie alla sua esistenza ed al suo futuro. La Germania cominciò così a muoversi in tale direzione e non

venne ostacolata dai paesi occidentali perché timorosi nello scoppio di un’altra catastrofe. Ma quando nel 1939

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Hitler volle assoggettare la città di Danzica (Polonia) lo scoppio del conflitto fu inevitabile. I tedeschi, tra il

1939 e il 1941 invasero gran parte del territorio europeo ma fallirono nel tentativo di invadere la Gran Bretagna.

Fu dall’inattesa resistenza della Gran Bretagna che dovette iniziare il declino delle truppe dell’Asse, declino

accelerato dall’insuccesso delle truppe tedesche in Russia e dall’attacco degli Stati Uniti che segnò la svolta

definitiva del conflitto. La Germania venne distrutta sia fisicamente che economicamente in quanto l’economia

di guerra aveva innescato un processo inflazionistico che insieme alle enormi distruzioni belliche, metterà in

ginocchio per diversi anni l’economia tedesca.

GLI STATI UNITI ALLA CONQUISTA DELL’ECONOMIA MONIDALE

UN’ECONOMIA IN CAMMINO (1700 - 1870)

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Ventura Domenico.

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