3.1 - IL QUATTROCENTO
All’inizio del ‘400, a Firenze, si attua una vera e propria trasformazione della concezione e della funzione
dell’arte. I primi protagonisti del movimento sono: Filippo Brunelleschi (architetto), Donatello (scultore) e
Masaccio (pittore). Accanto a loro c’è Leon Battista Alberti, letterato ed architetto, autore di 3 trattati sulla
pittura, sull’architettura e sulla scultura. Specie nei primi due, Alberti enuncia i principi che portano
all’ideazione dell’opera d’arte. Secondo lui, l’artista medievale era responsabile solo dell’esecuzione, poiché i
contenuti e i temi gli erano dati; ora, invece, l’artista non agisce più guidato da autorità superiori o da una
tradizione consolidata, bensì determina da sé l’orientamento ideologico e culturale del proprio lavoro. L’arte
diviene un’attività intellettuale e non semplicemente manuale e meccanica. Alberti suggeriva che la forma ha
un proprio specifico contenuto, cioè la realtà: l’arte è un processo di conoscenza il cui fine non è tanto la co-
noscenza della cosa quanto la conoscenza della capacità di conoscere.
All’inizio del ‘400 la società è interessata a conoscere oggettivamente:
la natura (luogo della vita umana);
- la storia (che si sviluppa a partire dall’agire umano);
- l’uomo (come soggetto del conoscere e dell’agire).
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Ma perché si chiede tutto questo all’arte e non alla scienza? Bisogna tenere presente che il secolo della
nuova scienza e della nuova politica è il ‘600; nel ‘400, la scienza si evolve lentamente ed è ostacolata da
pregiudizi dottrinali: le prime scoperte scientifiche del ‘400 avvengono infatti attraverso l’arte, e sarà un arti-
sta, Leonardo, ad aprire la strada per una scienza autonoma sul finire del secolo. In secondo luogo, il cono-
scere dell’arte si ottiene ‘facendo’, producendo opere che conferiscono all’uomo responsabilità personali sul
decidere e sul fare.
Civiltà urbana
Il ‘400, in Italia, è un secolo di civiltà urbana: la città non è solo una comunità, ma è il centro di un piccolo si-
stema, di uno Stato; il Signore detiene il potere e decide su tutti i fronti (economia, conquista, amministra-
zione). Anche la città dev’essere il prodotto di una decisione: molti progetti di città nascono con l’idea di ri-
specchiare nell’ordine urbano la perfetta ragion politica. L’utopia della città ideale è il punto d’incontro di
pensiero politico e pensiero estetico. Il centro di Pienza, progettato da Rosellino per Pio II Piccolomini, è un
esempio di città concepita come un’unica opera d’arte secondo precisi criteri di simmetria e proporzione.
Al centro delle città ideali vi è sempre la grande piazza e vi sorge il palazzo del Signore. La piazza è
un’estensione del palazzo signorile, un luogo destinato alle cerimonie di Corte. Ha quindi forma regolare, so-
vente con portici, ed ha al centro una statua o una colonna commemorativa. Il palazzo, a sua volta (come
diceva l’Alberti) non deve avere un aspetto minaccioso bensì in armonia con le bellezze architettoniche e le
opere d’arte che lo adornano. E’ sulla cultura che si fonda l’autorità dei Signori: il Signore giustifica il proprio
potere con il concetto romano di principato; i letterati e gli artisti che lo circondano sono gli specialisti della
disciplina storica (cioè l’antico) che fonda e giustifica il potere.
La prospettiva
Il pensiero umanistico, di cui l’arte è parte essenziale, modifica le concezioni di spazio e tempo: la realtà vie-
ne rappresentata secondo criteri spaziali e temporali. Nascono così la prospettiva e la Storia: la prospettiva
dà il vero spazio, cioè una realtà da cui viene eliminato tutto ciò che è casuale o contraddittorio; la storia è il
vero tempo, cioè un succedersi dei fatti da cui è eliminato tutto ciò che è irrazionale o insignificante. Prospet-
tiva e Storia, che insieme rappresentano natura ed umanità, si integrano formando una concezione unitaria
del mondo.
La scoperta e la prima formulazione della prospettiva sono opera del Brunelleschi; la teorizzazione è invece
dell’Alberti, con il suo Trattato della pittura (1436). Il termine ‘prospettiva’ è classico, tratto cioè dagli antichi
trattati: allora in cosa consiste la novità della prospettiva del Rinascimento? Innanzitutto si presenta come
una scoperta e non come un’invenzione: è ritrovata negli antichi; in secondo luogo, si pone come sistema
unico e non come insieme di sistemi. Infine, se si identifica prospettiva con ottica, vi sono tante prospettive
quante sono (e sono infinite) le condizioni del vedere: si può, ad esempio, guardare le cose ponendosi da-
vanti, sopra o al centro ecc. Ambrogio Lorenzetti, nell’Annunciazione (1344), sembra anticipare la prospet-
tiva quattrocentesca, ma in realtà egli non anticipa nulla perché per lui questo è solo un caso possibile e non
il caso ideale (media di tutti i casi possibili).
Il sistema prospettico del ‘400 è la riduzione all’unità di tutti i possibili modi di visione: il punto ideale è quello
frontale, che pone contrapposti il soggetto e l’oggetto; l’unità si ha quando gli occhi percepiscono come con-
cepisce la mente. La prospettiva è dunque il modo di vedere secondo intelletto, prima con la mente che con
gli occhi.
La teoria prospettica andrà via via complicandosi: all’origine, l’Alberti la considerava una semplice applica-
zione alla visione delle leggi della geometria euclidea (nello spazio tutto le parti si distribuiscono simmetri-
camente rispetto a una linea mediana o centrica). Le linee di profondità convergono ad un punto (punto di
fuga) creando una piramide visiva. Poiché la piramide è vista in profondità, il teorema delle proporzioni de-
termina il degradare delle grandezze secondo la distanza.
Se l’estensione della realtà è infinita, la prospettiva la rappresenta come una forma finita: la prospettiva,
quindi, dà lo spazio come rappresentazione finita dello spazio infinito. Ad esempio, secondo Euclide due ret-
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te parallele non si incontrano mai; con la prospettiva, invece, le vediamo incontrarsi in un punto; dunque
questo punto, realtà finita, indica una realtà infinita.
Prospettiva e proporzioni rientrano nel progetto di recupero culturale degli artisti del ‘400: per tutti l’antico è
la vera storia; ma non è solo storia, è anche natura. L’evocazione dell’antico, come nel caso dei monumenti
e delle statue, si poggia su fonti figurative, ma non solo: sono importantissime le fonti letterarie, che valgono
più come ispirazione che come modello. Il significato degli antichi ‘Miti’ non viene assunto in senso letterale,
ma viene invece trasposto in chiave allegorica, simbolica.
3.2 - La polemica contro il Gotico
Il rinnovamento artistico del ‘400 nasce, a Firenze, come polemica contro il tardo-gotico:
al vago estetismo dell’ideale di vita si contrappone la ricerca specifica:
- alla descrizione poetica si contrappone la costruzione intellettuale;
- alla diversità delle tecniche si contrappone il metodo unitario del disegno;
- al ‘bello senza tempo’ si contrappone la ‘profondità della storia’.
-
La polemica è rivolta alle ultime mode del gotico e non contro i primi maestri del ‘200 e del ‘300. Ad esempio,
Masaccio non è contro Giotto, bensì con Giotto contro Lorenzo Monaco; Donatello non è contro Giovanni Pi-
sano, bensì con Giovanni contro Andrea e Nino Pisano. Tutti sono contro la tradizione diffusa, nessuno con-
tro la storia.
Opporsi alla tradizione tecnica e stilistica significa inventare qualcosa di nuovo; ed anche l’invenzione è un
atto individuale. Così la personalità dell’artista assume un risalto mai avuto in precedenza. Il Brunelleschi è
il primo artista di cui si abbia una biografia scritta da un contemporaneo; poi c’è l’Alberti, che nel 1436 dedica
il trattato della pittura alle grandi personalità artistiche del tempo; il Ghiberti, nei Commentari, traccia un pri-
mo esempio di ‘Storia dell’Arte’. Ogni artista mira a superare quelli che lo hanno preceduto, ad elevarsi al di
sopra dei contemporanei, a distinguersi con un proprio stile. L’importanza data alla personalità e
all’originalità dell’artista non elimina, però, le relazioni fra gli artisti: ognuno è perfettamente a conoscenza di
quello che si fa nella sua città e al di fuori di essa; ogni artista valuta in che cosa le ricerche altrui coincidono
o interferiscono con la propria, oppure in cosa differiscono o come si oppongono. I contrasti assumono i
connotati di vere polemiche, a volte implicite e a volte esplicite. L’insieme dell’Arte italiana del ‘400, quindi,
appare come un continuo intrecciarsi di correnti; spesso sono intere città a volersi caratterizzare e contrap-
porre (cultura fiorentina e senese, ferrarese e lombarda ecc).
3.3 - Il concorso del 1401
Il ‘400 è un secolo che si apre, a Firenze, con una gara fra scultori: vi partecipano due scultori poco più che
ventenni, Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi, accanto a maestri famosi come Jacopo della Quercia. I
concorrenti dovevano rappresentare un storia, il sacrificio di Isacco, a rilievo.
Caratteristiche:
formella (o compasso): riquadro geometrico di legno, bronzo o marmo destinata a decorare pareti,
- soffitti, architravi;
lobata: il lobo è una porzione di cornice ricurva.
- La formella del concorso fu una quadriloba mistilinea.
-
(figg. 55, 56) Sia il Ghiberti che il Brunelleschi erano per un ritorno all’antico, tuttavia avevano posizioni di-
verse: il Ghiberti elenca tutti gli elementi del racconto biblico (Isacco, Abramo, l’Angelo, i servi, l’Asino, la
montagna); egli non rappresenta un dramma, preferendo evocare un antico rito sacrificale: le figure sono ve-
stite all’antica e la fronte dell’ara ha un fregio classico; sappiamo così che il fatto è accaduto in tempi lontani.
Affinché lo sguardo posso soffermarsi sulla bellezza dei particolari, la storia ha un tempo rallentato: una lun-
ga cesura cade tra il fatto principale e quello secondario (tra la scena del sacrificio e i servi rimasti ai piedi
del monte). La segna un’erta cresta di roccia, che regola l’illuminazione delle due parti. La storia di Brunelle-
schi dura molto di meno: gli atti delle figure sono simultanei. Il dramma parte da zero ed è subito all’apice.
Il Ghiberti descrive lo spazio in un succedersi di piani ed episodi; il Brunelleschi lo costruisce con la simulta-
neità dei moti, l’equilibrio dinamico del loro contrapporsi. Sicuramente, dei due scultori, il più ‘naturale’ è il
Ghiberti: studia le proporzioni tra paesaggio e figure; studia l’aspetto delle rocce e delle fronde degli alberi; fa
incanalare correttamente la luce nei solchi della forma. Il Brunelleschi, invece, non si cura del paesaggio,
mostrando solo una scheggia di roccia ed un albero che dovrebbe essere distante ed invece aderisce al
mantello di Abramo. Sicuramente, dei due scultori, il più studioso dell’antico è il Ghiberti: evoca costumi anti-
chi, inserisce ornamenti classici, utilizza rilievi ellenistici; il Brunelleschi si limita a citare il motivo classico del
giovane che si toglie la spina dal piede. Qual è il più moderno? Non è facile dirlo: il Ghiberti non sostiene
certo il tardo-gotico, ma le curve, la luminosità diffusa, il gusto di una composizione decorata sono ancora
motivi di un’estetica tardo-gotica. Il rilievo del Brunelleschi, invece, è contrario a quell’estetica e si richiama
direttamente a Giovanni Pisano. Qual è il più rivoluzionario dei due? Il Brunelleschi, senza dubbio. Lo spazio
di Ghiberti è uno spazio naturale in cui avviene un certo fatto; Brunelleschi elimina lo spazio naturale e co-
struisce uno spazio nuovo con i corpi, i gesti e le azioni delle persone. Del nuovo spazio definirà, pochi anni
dopo, la prospettiva, ma la prima intuizione è già in questo rilievo.
3.4 - Il secondo decennio
Fu il Ghiberti a vincere, forse perché la sua opera venne giudicata più moderna. Sempre il Ghiberti si impe-
gna ad interpretare in modo moderno e cristiano il tema classico della statua: l’impresa è quella del San Gio-
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vanni Battista, per Orsanmichele, finito nel 1414. L’impresa presenta difficoltà tematiche e tecniche, così
l’artista si impegnò a pagare le spese di fusione in caso di insuccesso.
(fig. 57) Il progetto del Ghiberti è quello della rinovatio dell’antico attraverso la spiritualità cristiana. Con la
statua vuol ritrovare la tecnica, dimenticata, della fusione del bronzo di grandi figure a tutto rilievo. Ma attra-
verso il bronzo, ed i suoi riflessi, vuole esprimere la nobiltà del movimento e del gesto del profeta, inserito in
uno spazio concepito come ‘diffusione in terra del lume celeste’. Le curve danno a tutta la figura un moto di
rotazione eccentrica e trasmettono la luce in ondate ritmiche successive. L’asse di questa rotazione è al
margine della figura, nel braccio che regge la croce. Questi elementi sono ancora una volta gotici, a testimo-
nianza che il Ghiberti non rinnega la tradizione, bensì la aggiorna.
(fig. 58) Negli stessi anni, il tema umanistico della statua è proposto da Nanni di Banco, con i Quattro Santi
Coronati di Orsanmichele: le figure sono di marmo, anche se i profondi scavi, assieme alla levigatura e alla
lucidità, evocano gli effetti luministici del bronzo.
(fig. 59) Donatello sarà invece il più grande scultore del ‘400 italiano: nel San Giovanni Evangelista, termi-
nato nel 1415, non pone problemi di tecnica o di linguaggio – che avevano caratterizzato le statue di Ghiberti
e del di Banco – ma di struttura della forma plastica. La statua è simile al San Luca del Nanni di Banco, ma
l’asse cade a piombo e l’andamento della forma plastica è ancora guidato da un succedersi di curve tendenti
al basso, chiuse nel blocco pesante della figura. Non vi sono allusioni classiche, come nel Ghiberti, o cita-
zioni latine, come nel di Banco: Donatello esprime in un robusto ‘volgare’ contenuti nuovi: il fatto nuovo è la
forza morale di cui si carica la figura.
3.5 - La cupola da Santa Maria del Fiore
(fig. 60) L’idea di una ‘forma’ che definisca uno spazio umano, che si imponga sullo spazio di natura, si svi-
luppa nella più complessa impresa del secolo: la costruzione, ad opera del Brunelleschi, della cupola del
duomo di Firenze. Al concorso del 1418 partecipa anche il Ghiberti, ma questa volta vince Brunelleschi. La
chiesa era stata iniziata, più di un secolo prima, da un autore come Arnolfo; poi era stata sviluppata ulte-
riormente da Giotto, con il campanile; ora, ad inizio ‘400, si trattava di decidere se completare l’opera così
come l’aveva progettata Arnolfo, oppure fare qualcosa di totalmente nuovo, moderno. Brunelleschi scelse la
soluzione storica: non rimase ancorato al modello antico e non cercò una nuova moda, preferendo la costru-
zione di una forma piena di significato attuale sul fondamento storico della costruzione arnolfiana.
Sotto il profilo tecnico, la cupola non poteva essere costruita con i mezzi a disposizione. Una cupola in co-
struzione doveva essere sorretta da grandi armature lignee (cèntine) che non potevano essere costruite.
Brunelleschi, allora, inventa una nuova tecnica per permettere alla cupola di autosostenersi, che deduce dal
modo di murare dei romani, ma in una forma molto diversa: è una forma leggermente ogivale (arco a sesto
acuto).
Per quanto riguarda l’aspetto estetico, Arnolfo aveva concepito la cattedrale come un corpo longitudinale a
tre navate che sbocca in una tribuna (nelle basiliche romane era il luogo destinato al tribunale) ottagona con
absidi (nicchie a pianta semicircolare o poligonale, coperte da una calotta la cui parte interna è chiamata ‘ca-
tino’) in ogni lato; il Brunelleschi, invece, crea una cupola come forma nuova inventata da un artista che ha
studiato l’antico. Al contrasto cercato da Anrnolfo, quello tra la prospettiva diritta delle navate e l’improvviso
espandersi dello spazio, egli propone con la cupola un equilibrio fra gli spazi, trasformando l’edificio da di-
mensionale a proporzionale.
Dal punto di vista ideologico-urbanistico bisogna dire che la città non è più quel ‘libero comune’ per cui Ar-
nolfo aveva ideato la cattedrale di Santa Maria del Fiore: ora è il centro di un piccolo Stato e la cupola domi-
na il paesaggio urbano, caratterizzandolo, collegandosi con la sua altezza e con la larghezza delle sue curve
ai colli che circondano la città.
Infine la cupola rientra nella polemica anti-gotica: è infatti l’opposto del gotico moltiplicarsi delle forze verso
l’alto. L’invenzione del Brunelleschi, che riassume ed equilibra tutte le forze dell’edificio, è chiaramente
l’antitesi dello sforzo colossale con cui gli architetti hanno costruito il duomo di Milano (che individuavano,
una per una, tutte le forze dell’edificio e le spingevano verso l’alto, creando una selva di pinnacoli aguzzi).
3.6 - Tre ‘Adorazione dei Magi’
Tre quadri importanti, con questo soggetto, sono stati dipinti a Firenze.
(fig. 61) Il primo è di Lorenzo Monaco, seguace della tradizione fiorentino-senese: del gotico cortese, egli
condanna il carattere mondano e naturalistico, opponendovi un ideale mistico. Monaco elimina fiori, animali,
ornamenti di ogni tipo: riduce il pa
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Caravaggio, Storia dell'arte moderna