1
Renato Barilli
La scultura greca dall’arcaismo all’Ellenismo
Dispense del corso monografico, a.a. 2003-2004
Il periodo “astratto”
Il corso di quest’anno intende risalire al capolinea dell’arte occidentale, e
dunque riferirsi all’area greca, prendendola in piena fase arcaica (a partire,
circa, dal VII° a.C.), per seguirla fino al culmine dell’età detta dell’Ellenismo
(III°-II° secolo a. C.). Naturalmente, le varie letture di opere d’arte che si
faranno saranno sempre condotte tenendo come chiave di riferimento il criterio
delle omologie, cioè di identità funzionali tra gli schemi morfologici che
sorreggono queste opere e le indicazioni, gli schemi portanti che si levano
dall’ambito della cosiddetta cultura materiale: le modalità di vita, di
produzione, di trasporto che sono adottate dalle varie comunità nei medesimi
anni in cui emergono i manufatti visivi esaminati. Conviene anche precisare
che, se l’arte greca costituisce un primum per noi occidentali, un punto di
partenza obbligato, ciò non vale in assoluto, ma esiste una perfetta continuità
tra quanto ci offre l’arcaismo greco e quanto viene fornito dalle varie civiltà
dell’arco mediterraneo di Levante che precedono di secoli l’affermarsi dell’arte
greca, come la civiltà egizia, seguita da quella mesopotamica, dalla fenicia e
così via. In ambito di arcaismo, non c’è alcuna ragione di affermare un qualche
primato dell’Occidente sulle culture circostanti, fiorite anzi qualche secolo
prima.
Potremmo iniziare la nostra ricognizione addirittura anteriormente alla soglia
del VII° secolo che ci siamo dati, risalendo ai tempi da cui provengono
manufatti (anfore, soprattutto) redatti secondo i canoni di uno stile astratto-
geometrico. P. es., ecco appunto un Anfora geometrica (f. 1, 4) conservata ad
Atene, Museo dell’Agorà, risalente forse alla fine del IX° secolo a.C. Le anse
del recipinte sono animate da un tracciato a linee rette che si ispira allo schema
di un labirinto, escludendo del tutto la presenza di icone figurative. Ricorrendo
al solito rapporto omologico, potremmo supporre che opere del genere siano il
frutto di piccole comunità tribali intente a una vita nomadica, che dunque non
possiedono un ubi consistam, non hanno definito un loro habitat, né tracciato
un circuito di mura attorno a sé. Oppure l’attività di quelle popolazioni è di tipo
agricolo, ma disseminato in uno spazio aperto, senza evidenti punti di
riferimento. Questi piccoli gruppi marciano davanti a sé, sfruttando le risorse
del territorio, in assenza di termini di riferimento laterali, quasi come i cavalli
cui si mettono i paraocchi proprio perché non subiscano distrazioni
guardandosi attorno. L’attore umano, così come non guarda attorno a sé, non
ha neppure né la forza né l’interesse di mettersi a fuoco personalmente, ignora,
o pone tra parentesi, la propria identità e riconoscibilità, si disperde tutto nella
routine delle azioni pratiche quotidiane, senza sentirsene l’autorizzato
protagonista. Sarebbe forse possibile estendere questo stesso criterio
metodologico delle rispondenze tra le forme visive e le modalità di vita pratica
da una dimensione di filogenesi a una di ontogenesi (ricordando che il “filo”
della prima parola deriva dal greco “phylon”, che vuol dire gruppo, comunità,
mentre “onto” è il participio del verbo essere e riguarda l’”ente”, nel senso
dell’individuo). Da tempo si è postulata appunto una corrispondenza tra
filogenesi e ontogenesi, il che non è da vedere come il frutto di qualche
influsso miracolistico, ma trova le proprie ragioni nel fatto che l’individuo, nel
2
suo sviluppo evolutivo, ripercorre le stesse fasi di mobilità nello spazio che
sono proprie delle comunità primitive. Il bambino, nei primi anni di vita, si
muove carponi davanti a sé, in uno spazio indefinito, senza sicuri riferimenti, e
non ha consapevolezza di un propria presenza personale chiaramente distinta
dall’ambiene circostante, e chiamata a dominarlo.
Accanto a questa morfologia dell’astratto-geometrico i manuali ce ne
ricordano pure una alternativa di geometrismo organico, ispirato a linee
ondulate e talvolta concentriche, di cui abbiamo notevoli reperti con
provenienza dalla cultura micenaico-cretese (ff. 2,3, Londra, British Museum).
Forse in proposito si può avanzare l’ipotesi suggestiva che la natura insulare di
questa civiltà entri in qualche misura nel far nascere una simile diversa
famiglia morfologica: chi vive in un’isola ha un confine certo, sa che non può
procedere indefinitamente davanti a sé, ma va a urtare contro la cinta
inevitabile del mare che si stringe attorno. Meglio ancora se a determinare
questi avvolgimenti provvede la forma stilizzata di un polipo, come accade di
frequente nei reperti micenei.
Un’altra suggestione cui certo non sfuggiremo è quella di cogliere le vistose
analogie che la morfologia delle età arcaiche raggiunge rispetto agli esiti della
nostra arte contemporanea. E’ ben noto che questa, a partire dagli inizi del XX°
secolo, ha sviluppato appunto forme di astrazione geometrica, o in alternativa
forme di astrazione organicista. Ancora una volta la chiave omologica ci
consente di intendere l’apparentamento tra queste famiglie stilistiche, pur
sviluppatesi a distanza di secoli o di millenni tra loro: se nelle fasi arcaiche il
centro abitativo non è ancora costituito, il che apre appunto orizzonti di
indeterminatezza rettilinea, nel secolo scorso le conquiste tecnologiche nelle
comunicazioni (le strade che si spianano per il transito delle auto, o ancor
prima le linee ferroviarie, per non parlare dell’imporsi delle rotte aeree)
impongono una semplificazione della carta geografica, schemi logistici che
“saltano” le singole città, spianando le mappe: per non parlare di quella
semplificazione assoluta che consegue alla consapevolezza che attorno a noi
scorrono con diffusione pressoché istantanea le onde elettromagnetiche, alla
folle velocità di quasi 300.000 km al secondo.
La comparsa dei Kouroi e delle Korai
Ma lasciamoci alle spalle queste suggestioni scaturenti dall’astrazione
preistorica, entriamo nella storia, partendo da un’abbondante produzione che,
prendendo inizio dalla fine del VII° secolo, riempie di sé il VI° (anni che vanno
dal 599 al 500 a.C.), e che vede il nascere di una vasta popolazione di Kouroi e
Korai. Nei soliti termini omologici, ciò vuol dire che le comunità si sono date
un centro, stanno anzi costituendo il fenomeno tipicamente greco della “polis”,
la quale si dà un punto di raccordo ombelicale, magari su un tumulo del
terreno, cioè alla lettera di una “acropolis”. Questa comunità ha
consapevolezza di sé, fino a confezionare un’immagine canonica della bellezza
sia maschile che femminile, erigendola sotto forma di idolo fermo, immoto,
insediato in una specie di eternità. E’ l’immagine di una divinità, colta appunto
nell’espressione fisicamente più felice dell’età e della prestanza fisica, o al
contrario è un’offerta che quella comunità porge al potere degli dei per
impetrarne la grazia? In ogni caso, si tratta di specchiarsi in una forma
canonica della propria natura, e dunque questa immagine quintessenziale deve
guardare ben in faccia il popolo dei devoti con cui si identifica. Il corpo si erge
in un assoluto verticalismo, rattrappendo al suo fianco le braccia, irrigidite in
3
un anchilosato parallelismo, mentre anche le gambe “stanno” solide, appena
divaricate. La figura insomma fa blocco attorno a sé, così come l’intera “polis”,
anche se ormai riesce a darsi confini certi, ha tuttavia una nozione vaga dei
possibili rapporti con le altre “poleis”, verso cui non protende strade, assi di
celere e agile comunicazione, il che trova rispondenza nell’inarticolazione di
quelle immagini centralizzate. Ovviamente, non c’è posto per tratti individuali,
i connotati di quei giovani si fissano in un identikit generalizzante, atteggiando
le labbra a un vago sorriso enigmatico di beatitudine remota, di chi cerca di
evitare ogni compromissione con i fatti meschini dell’esistenza spicciola.
Il prototipo di tutto ciò può essere trovato nel Kouros del Sunnio, Atene,
Museo nazionale, fine del VII° secolo (f.4, 139), cui altri se ne possono
affiancare, come p. es. il Kouros di Melos, Atene, M. N., metà del VI° (f.5,
201); ma è anche vero che scatta quasi subito un pur lento processo di
movimentazione, per cui nel passaggio da una di queste solenni statue all’altra
si ha un articolarsi dei movimenti, come se questi dormienti si riscuotessero da
una sorta di letargo per andare verso manifestazioni di vita progressivamente
più sciolte. Così p. es. il Kouros di Volomandra, Atene, M.N., metà del VI (f.6,
295) presenta un profilo più arcuato delle braccia, e forse le gambe aumentano
la divaricazione con qualche intento di catturare una fetta più ampia di spazio.
Il Kouros detto Kroisos (Atene, M. N., 520 a. C., f.7, 298) allarga il torace in
un respiro più ampio, più volumetrico; il Kouros bronzeo del Pireo, Atene, M.
N., 500 a.C., f. 8, 319) riesce addirittura a piegare le braccia e a protendere le
dita della mano sinistra, in un gesto ostensivo, mentre anche le rotule dei
ginocchi non sono più schematiche triangolazioni ma assumono una certa
accuratezza plastica di fattura; e anche i tratti fisionomici accennano a
riscattarsi dal solito sorriso stereotipato per assumere un grado maggiore di
personalità.
Se ora ci rivolgiamo all’altro inevitabile ramo della condizione umana, alle
immagini al femminile di Korai, avvolte nello stesso mistero (immagini di
divinità o offerte di quanto di meglio la comunità ha da offrire per ottenerne la
benevolenza?), si dà una notevole differenza iconografica, dato che in questo
caso il nudo integrale, quale si addice alla prestanza atletica dei maschi,
sarebbe sconveniente, è inevitabile che intervengano le vesti a fasciare quei
corpi, e allora gli ignoti artisti ne approfittano per usare gli indumenti, e
soprattutto le pieghe che li animano, come utili coadiuvanti per coprire
un’insufficiente conoscenza anatomica. Quegli effetti di movimento che, stante
il basso grado di perizia anatomica dei tempi, non si possono certo ottenere con
la scioltezza delle carni, con la contrazione o distensione dei muscoli, con
l’attento rilevamento delle ossa sottostanti, si possono però ricavare
magnificamente attraverso la fitta plissettatura del panneggio. E’ proprio il
caso di celebrare i buoni uffici della “piega”, che in francese si dice “pli”, da
cui il “plissé”, l’effetto appunto di un tessuto disposto ad aprirsi in tante pieghe
scorrenti in parallelo, cascanti in verticale, o soggette ad inclinazioni in
rispondenza delle torsioni dei corpi. Questi fasci di nervature artificiali
diventano delle eccellenti occasioni di presa sui corpi, servono cioè agli
scultori per conferire animazione all’altrimenti tropo rigido blocco costituito da
gambe e toraci. Se si vuole, è la sconfitta degli obblighi di rispetto per un
codice anatomico-figurativo, a favore di vasti margini di invenzione plastica.
Questi buoni uffici della plissettatura costituiscono addirittura un asse portante,
per l’arte greca, il loro infittirsi accompagna il senso di marcia verso una
movimentazione sempre più dinamca dei corpi, come tra poco vedremo
4
attestato dal grande Fidia. E un simile ricorso alla virtù delle pieghe
ricomparirà puntuale in altri segmenti dell’evoluzione stilistica, lo vedremo
ripresentarsi nell’arte romana quando questa esce dalla fase classica e ritrova
processi neoarcaizzanti di indefinizione; ricomparirà nei nostri grandi scultori
dell’età romanica, da Wiligelmo all’Antelami, quando a loro volta vorranno
tornare a inseguire una scioltezza di discorso, non ben supportata da precise
conoscenze anatomiche. E beninteso, questa scomparsa di un osseqio puntuale
ai dettati dell’anatomia tornerà a manifestarsi nel quadro dell’arte
contemporanea, non già perché gli scultori del Novecento fossero scarsi di
conoscenze anatomiche, ma perché le consideravano come un inutile bagaglio
condizionante, da cui volevano liberarsi per procedere a pure invenzioni
plastiche. Insomma, in tutti questi casi il detto alquanto stupido che si fa
risuonare a condanna del mondo fatuo delle modelle, “sotto il vestito nulla”,
viene rovesciato di valore: in tutte le fasi arcaiche, e nel loro recupero da parte
della contemporaneità, il fatto che le vesti celino un’insufficiente perizia
anatmica è da considerarsi positivo, perché consente all’artista di dispiegare (è
il caso di dirlo) magnifiche virtù compositive attraverso le varie inflessioni
delle stoffe.
Venendo a un riscontro di tutto ciò sulle Korai dell’arcaismo greco, ecco il
prototipo fornitoci dalla cosiddetta Statua di Hera (Louvre, ca 570 a.C., f. 9,
145). E’ esattamente quell’immagine compatta, con le braccia incollate al
dorso, quale compare anche nei corrispondenti Kouroi, solo che qui la
fasciatura entro un ampio peplo costringe il corpo a esibire una meravigliosa
struttura cilindrica, ancor più valorizzata dal fatto che la statua ci si presenta
acefala, e dunque non ci sono distrazioni, alla perfetta ostensione della figura
geometrica; d’altra parte la plissettatura conferisce una piacevole animazione al
cilindro, come se si trattasse della colonna di un tempio, e del resto l’abito
avvolgente non è unico ma si scinde in due indumenti, ciascuno con un suo
“passo” nella filettatura (come si direbbe per delle viti), il che aumenta
l’animazione pur mantenendola entro misure sobrie. Molto prossima a Hera è
pure la Kora detta di Philippe, Samo, Museo, 560 a.C., f. 10, 148, in cui entra
in gioco anche il motivo dei seni, ricondotti pure loro a squisiti motivi plastici
che rompono l’essenzialità del monoblocco; e anche qui si manifestano le
buone virtù della plissetttura, tanto più che in luogo di cadere in verticale
lasciandosi trasportare dalla forza di gravità, in questo caso subiscono
andamenti curvilinei, come se il cilindro fosse sottoposto a pur delicati esercizi
di torsione, proprio nel tentativo di allontanarlo da una verticalità troppo
costringente. Va da sé che, col passare dei decenni, quelle evoluzioni dei
drappi vanno via via acquistando un maggior grado di libertà, sfrangiando
sempre più il monoblocco, conferendogli una piacevole trepidazione di
superficie. Si veda la Kora di Cirene, Cirene, Museo, 510 a.C., f. 11, 211, dove
i drappi si sovrappongono, con i relativi ritmi di plissettatura, ma intanto
cercano di acquistare un prezioso senso di leggerezza, perfino di trasparenza; e
dalla testa, anche in questo caso assente, e dalle chiome scomparse, cade un
fitto e fine motivo si collane che contribuiscono a trapuntare il corpo, ad
animarne la superficie con un delizioso senso del pittoresco. Più solida, al
confronto, appare la Kore di Delo, forse anteriore, anche se di poco (530 a.C.,
Delo, Museo, f. 12, 208) con un tessuto condotto in modi più sobri e tesi; ma
proprio questa tensione contribuisce a far giocare con un massimo di evidenza
la diversa inclinazione che ricevono i fasci di pieghe nei singoli capi di
5
vestiario, ognuno dei quali tira il corpo dalla sua parte, secondo ritmi tra loro
divaricati.
Dalle forme “assolute” alle forme “applicate”
Fin qui, queste varie immagini di Kouroi e Korai ci si sono manifestate in
modi “assoluti”, prendendo il termine nel significato etimologico, cioè, “sciolto
da” ogni riferimento a occasioni concrete di vita e di lavoro (la stessa
accezione per cui, nella grammatica latina, si parla di un ablativo assoluto).
Ovvero, queste immagini così assorte in una loro condizione fuori del tempo, e
dalle cure dell’esistenza quotidiana, non ci sono apparse intente a qualche
attività riconoscibile, ma si sono date solo per farsi ammirare. Forse una prima
infrazione a questo requisito di assolutezza la incontriamo nel Moschophoros
del 570 a.C. (Atene, M. N., f. 13, 281), una statuta che in sostanza nulla
allontanerebbe dalla ormai nota conformazione dei Kouroi, se non fosse che
questa figura virile reca sulle spalle un vitello, sottoposto ai medesimi processi
astrattivi; e insomma, l’offerta votiva che il giovane fa di sé è integrata
dall’accompagnamento con il vitello sacrificale; o è un dio protettore della
pastorizia che così riceve un omaggio mentre si trova nell’esercizio delle sue
funzioni? Certo è che si passa una soglia, da questo momento in poi le statue
solenni che incontreremo risulteranno movimentate da pur sobri accenni a certi
compiti essenziali cui sono chiamate, si allarg
-
Storia dell'arte classica - arte greca
-
Riassunto esame Storia dell'arte greca, prof. Angiolillo, libro consigliato Arte greca, dal X al I secolo a.C, Bejo…
-
Riassunto esame Archeologia e storia dell'arte greca, Prof. Lambrugo Claudia, libro consigliato Arte Greca, Bejor, …
-
Riassunto esame Archeologia e storia dell'arte greca, prof. Brizzolara, libro consigliato Arte greca, Bejor,Lambrug…