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1-2-3. La cultura architettonica negli USA nel dopoguerra

1922 Arrivo del fascismo in Italia.

1933 Arrivo del nazismo in Germania.

1929 Anno del crollo di Wall Street che ebbe effetti devastanti dapprima sulla finanza e poi sulla produzione. Roosevelt adotta un piano d’intervento a livello economico simile ai piani quinquennali adottati nei paesi socialisti proponendo di intervenire sugli enti pubblici.

Gli Stati Uniti riescono a risollevare l’economia grazie alla produzione bellica.

1939 Scoppio della Seconda guerra mondiale e a livello architettonico la cultura europea comincia a subire profonde trasformazioni infatti l’architettura risulta essere sempre più lontana dagli stilemi del modernismo.

Il dibattito architettonico europeo si sposta negli Stati Uniti dove gran parte dei personaggi dell’avanguardia tedesca si era trasferita per sfuggire alla guerra; uno dei pochi a rimanere in Europa è Le Corbusier il quale durante gli anni Trenta abbandona il purismo che aveva caratterizzato il progetto presentato al Weissenhof di Stoccarda e si cimenta nell’ambito dell’urbanistica concependo un nuovo modo di abitare, questi studi porteranno poi alla stesura della Carta d’Atene.

La maggior differenza tra la prima e la seconda guerra mondiale, che ebbe poi ripercussioni sul piano architettonico, riguarda il fatto che la prima si combatté nelle campagne mentre la seconda nelle città, le quali furono fortemente bombardate, ovvero entità significative in cui le persone si riconoscono.

L’Europa dunque non è più il centro ma diventano gli Stati Uniti che entrano a far parte del dibattito architettonico nel 1932, anno in cui venne organizzata un’importante mostra al MoMA (Museum of Modern Art) di New York dal titolo “Modern Architecture (1922-1932)”, i cui curatori furono Philiph Johnson e Henry-Russel Hitchcock, due storici dell’arte.

La mostra aveva l’obiettivo di mostrare un decennio di architettura moderna europea; da questa ne derivò un libro dal titolo International Style.

A parlare di architettura internazionale, ancor prima di Johnson, furono Gropius nel suo libro International Architecture nel quale afferma che secondo lui l’architettura moderna aveva un carattere internazionale perché frutto dello spirito del suo tempo ma anche Lenin il quale utilizza il termine internazionale dotandolo di una forte connotazione di sinistra; per questo motivo inizialmente l’International Style veniva visto dagli Stati Uniti con occhio scettico e diffidente tanto che anche lo stesso Johnson, il quale era tutt’altro che seguace dell’ideologia di sinistra, venne allontanato dal MoMA per aver utilizzato questo termine durante il clima politico che si respirava negli USA durante la guerra fredda.

Ricostruzione e suburbanizzazione

A partire dagli anni Quaranta, le città americane cominciano a subire profondi cambiamenti a livello territoriale, cambiano il volto seguendo le regole dettate dal modernismo infatti dopo la crisi risultavano essere completamente destrutturate.

A regolare in qualche modo la ricostruzione delle città americane fu il libro Spazio, tempo e architettura di Sigfried Giedion, segretario dei CIAM e storico dell’arte, pubblicato nel 1941 e che costituì una sorta di bibbia, in cui venivano riprese le idee di Le Corbusier quali la zonizzazione delle funzioni, la predilezione per gli edifici alti in modo da avere una maggior disponibilità di suolo e la separazione del traffico veicolare da quello pedonale.

Queste idee unite a una politica favorevole alla dispersione dell’habitat sul territorio per motivi strategici, come ad esempio la guerra o la paura di un attacco sovietico, portarono al fenomeno della suburbanizzazione, avente conseguenze sul territorio, sui centri urbani ma anche sulla società.

Tra il 1949 e il 1967 oltre 400mila famiglie furono costrette ad abbandonare la propria abitazione per procedere al rinnovo delle città per permettere la realizzazione di autostrade che collegassero le aree centrali occupate da centri amministrativi mentre le abitazioni andavano così a collocarsi nei sobborghi residenziali.

I nuovi insediamenti si differenziavano da quelli realizzati nell’anteguerra i quali erano comunità pianificate attorno al nucleo costituito dalla stazione ferroviaria e centro per gli affari e il commercio e la tipica abitazione era a due piani, con tetto a falde e involucro architettonico in stile mentre i nuovi insediamenti sono stati pensati in funzione dell’avvento dell’automobile infatti molte funzioni sono state dislocate lungo le autostrade.

Per quanto riguarda le abitazioni dei nuovi sobborghi i modelli più popolari erano il Revitalized Cape Code Cottage e il West Coast Ranch.

Il risultato è che l’allontanamento delle classi medio alte dai centri urbani ha fatto in modo che questi venissero occupati dalle classi meno abbienti, che vivevano in quartieri popolari sottodimensionati, e quindi subissero un impoverimento dato che vivevano con le tasse; una canzone dei tempi, per descrivere questa situazione, parla di un centro città al cioccolato e sobborghi alla vaniglia.

Si cerca di rimarginare l’impoverimento dei centri urbani con la presenza di centri aziendali, edifici per lo spettacolo ma non viene risolto il problema.

Joseph Hudnut ed Elisabeth Bauer Mock

Joseph Hudnut, presidente della facoltà di architettura di Harvard e artefice della chiamata di Gropius negli Stati Uniti, riflette su questa questione ovvero su cosa succederebbe se le case tradizionali in legno venissero sostituite con gusci abitativi prodotti industrialmente e ritiene che le forme dell’International Style non erano in grado di trasmettere il significato spirituale della casa, intesa come il luogo della famiglia.

L’auspicio di Hudnut di fondere emozioni e tecnologia dell’architettura moderna è condiviso anche da un personaggio di spicco del mondo intellettuale e architettonico statunitense, Elisabeth Bauer Mock, curatrice del dipartimento di architettura al MoMA dove, nel 1945, organizza la mostra Built in USA 1932-1944 che è una sorta di prosecuzione della mostra tenutasi nel 1932 ma al contempo un suo superamento infatti non parlava di stile architettonico ma di influenze esercitate sull’architettura statunitense rispetto a quelle della mostra precedente.

Vengono mostrate le architetture di Frank Lloyd Wright, un personaggio difficile da inquadrare perché cambia radicalmente nel corso degli anni, in quanto rispondono alle nuove tematiche del vernacolo americano ovvero la native folk architecture che trae ispirazione dall’architettura californiana di Neutra e Schindler.

Come si poteva vedere dalle opere esposte alla mostra gli stilemi del modernismo erano completamente scomparsi.

La mostra documentava l’enfasi nei confronti dell’utilizzo di alcuni materiali come il legno particolarmente utilizzato in Europa sia da Le Corbusier nel suo prototipo di capanna primitiva in Costa Azzurra e da Alvar Aalto.

Si può evincere che l’architettura non è più solo economia e materiali ma tiene conto anche del contesto, del comfort e delle esigenze delle famiglie moderne.

Elisabeth Bauer Mock si interroga inoltre sul tema della città la quale viene rappresentata come un cerchio con all’interno una croce dove il cerchio indica i confini oltre i quali poi la città si sfalda mentre la croce indica le due strade principali che convergono verso il centro.

Un altro tema di interesse particolare è quello della monumentalità intendendo il monumento come espressione del proprio tempo, si pensa che il moderno possa sviluppare una nuova monumentalità come aveva già iniziato a fare Le Corbusier; la Mock infatti sosteneva che anche la democrazia avesse bisogno di nuovi monumenti per celebrare i nuovi valori come ad esempio la libertà.

I temi trattati con la mostra, in sintesi furono: le nuove architetture, il rapporto tra architetture e città e il monumento, un tema che fu escluso dal modernismo europeo.

Gli orientamenti architettonici tra gli anni Cinquanta e Sessanta

Negli Stati Uniti tra gli anni Cinquanta e Sessanta si hanno tre orientamenti:

  • Formalismo, nasce dalle ricerche sul moderno intraprese con la mostra del 1932 per questo tra i suoi principali seguaci vanta Philiph Johnson e a livello geografico è l’orientamento principale della costa occidentale, ovvero New York e Boston. Si muove verso il tema del monumento ed enfatizza tutto ciò che è fortemente iconico e ricco di significato.
  • Modernismo d’antan, ovvero il modernismo duro e puro di origine europea; nacque in Germania in un periodo di ristrettezze economiche per questo era relegato alle abitazioni e ai quartieri popolari. Riguarda la fascia culturale meno abbiente ed ebbe un scarso seguito.
  • Empirismo pragmatico o regionalismo, nato in California infatti viene riconosciuto come lo stile della baia e fu l’orientamento che ebbe il maggior seguito, in particolare la middle class. Si tratta di una ricerca libera e variegata, si caratterizza per essere un grande miscuglio di modernismo europeo misto ad una cultura edonistica con motivi legati alla cultura orientale. Si mostra maggiormente attento ai temi del comfort, dei materiali e al rapporto con il contesto e non alla geometria o a pregiudizi ideologici. Promuoveva la reinterpretazione delle forme vernacolari in chiave moderna.

Appoggiato dalla Mock e da Mumford, tra gli architetti che seguirono questo orientamento ci furono Charles e Ray Eames e Richard Neutra.

I principi di questo regionalismo si possono vedere applicati nella Eames House a Los Angeles per loro stessi nel 1949, si tratta di una sorta di riferimento alle opere di Mies sottoposte a un processo di regionalizzazione come si può vedere dall’uso dei colori e della casualità che caratterizza l’opera.

Il formalismo e il regionalismo furono i due orientamenti che influenzarono maggiormente l’architettura statunitense almeno fino agli anni Sessanta quando emerge una nuova consapevolezza e una nuova sensibilità nota con il nome di camp.

Il regionalismo aveva però una debolezza di carattere teorico in quanto è difficilmente trasmissibile a livello culturale per il fatto di essere molto variegato e diversificato infatti per questo motivo nelle università si tende a promuovere il modernismo monumentale.

La tendenza monumentale perciò vinse la battaglia con il regionalismo in quanto a livello urbano la sopravvivenza delle città americane era legata agli investimenti del governo e delle grandi aziende che erano più vicine a questo orientamento.

Le città americane infatti iniziarono a vivere quando venne scoperto il valore delle vecchie strutture commerciali e industriali comportando così l’avvento dei loft e gli interventi nel downtown come nel caso del World Trade Center a New York.

Un’altra debolezza del regionalismo è l’incapacità di affrontare il tema dell’architettura urbana; a rompere l’incantesimo è l’arrivo di Mies van der Rohe, che si rifà a Schinkel, negli Stati Uniti dove si occupa del masterplan dell’Illinois Institute of Technology, si tratta di un piano in cui viene riscoperta la simmetria, un chiaro richiamo a Schinkel.

Città e modernismo monumentale

Si ha una nuova concezione delle città che non vengono più viste come qualcosa da riportare all’ordine ma la cui lettura dipende da fattori diversi come propone Kevin Lynch, professore di Boston, il quale ritiene che le città che funzionano meglio sono quelle che vengono percepite immediatamente tramite alcuni elementi riconoscibili che possono essere percorsi, margini ma soprattutto elementi puntuali come monumenti.

Il tema delle città venne affrontato anche da Jane Jacobs, sociologa canadese, nel suo articolo The Death and Life of Great American Cities del 1961 compie una critica nei confronti della città suburbana ritenendo che manchino gli elementi costitutivi della città in particolare attacca i modelli che avevano dominato finora ovvero la Garden City di Howard e la Ville Radieuse e Contemporaine di Le Corbusier che non è altro che una città giardino che si sviluppa in verticale.

Del 1965 è invece l’articolo Tempi difficili nei sobborghi pubblicato da Vincent J. Scully il quale affronta i temi più importanti del modernismo monumentalistico e fornisce una soluzione interessante.

Egli ritiene che l’architettura non può essere disgiunta dal tema della città in quanto è in essa che trova il suo habitat preferenziale.

Per quanto riguarda i caratteri dell’architettura monumentale ovvero quella che reputa l’architettura della città, egli parla di solidità, forza e presenza attiva nello spazio dinnanzi all’uomo mentre tutto ciò che è leggero, trasparente, di piccola scala, dal carattere pittorico erano propri dell’architettura non monumentale e quindi non urbana.

Per cui ciò che si evince è che soltanto l’architettura monumentale avesse un intimo di urbanità, secondo Scully l’ideologia della cultura urbanistica dagli anni Trenta al 1949 era stata dominata da un’ideologia suburbana sintetizzabile nell’espressione di pittoricismo romantico infatti l’International Style disprezzava le città e le preesistenze storiche in quanto puntava alla ricerca dell’ordine.

L’atteggiamento antiurbano della cultura di quel tempo ha fatto in modo che l’International Style ma anche il Bauhaus avesse caratteristiche linguistiche assimilabili appunto al pittoricismo romantico dei regionalisti.

Parlando del regionalismo Scully si interroga se sarebbe mai stato in grado di sviluppare un’architettura urbana monumentale.

La prima manifestazione del modernismo monumentale si ha negli anni precedenti all’articolo di Scully, si tratta della Glass House di Philiph Johnson realizzata in Connecticut nel 1949, si basa su un modello che aveva realizzato per la sua tesi di laurea.

È un semplice parallelepipedo vetrato con pilastri metallici collocati agli angoli in modo da creare un’alternanza tra leggero e pesante, al centro un cilindro cementizio contenente i servizi e il tetto piano.

Si caratterizza per la sua monumentalità classicheggiante alla Mies van der Rohe infatti ricorda la Farnsworth House realizzata tra il 1945 e il 1951.

Soltanto un anno prima, nel 1948 venne realizzata la Baker House di Alvar Aalto a Cambridge, la cui architettura è più vicina al regionalismo. Appare come un volume solido e massiccio in mattoni.

Scully conclude la sua tesi identificando una nuova fase del modernismo che nasceva dalla sintesi tra l’ordine di Johnson e la generosità di Aalto ed era rappresentato dall’opera di un altro architetto, si tratta della Yale Art Gallery, Connecticut di Louis Kahn realizzata tra il 1951 e il 1953 e si mostra capace di unire l’ordine con la forza brutale dello spazio e della materia.

4-5. Dall’International Style al decostruttivismo

Il termine International Style si diffuse in seguito alla mostra organizzata da Johnson e Hitchcock a New York nel 1932, solo tre anni il crollo finanziario del 1929 e i grandi maestri dell’architettura europea non erano ancora migrati negli Stati Uniti.

Vengono mostrate alcune opere architettoniche tra cui la Glass House di Johnson rappresentava una sorta di manifesto del modernismo monumentalistico e alla quale si contrapponeva l’architettura caratterizzata da una grande potenza plastica e forte matericità come quella di Alvar Aalto.

Si sviluppano così tre orientamenti di cui solo due ebbero un seguito ovvero il formalismo e il regionalismo, quest’ultimo però era difficilmente trasmissibile a livello accademico trattandosi di una ricerca variegata e non ripetibile mentre il formalismo non permette un ulteriore sviluppo a causa della sua rigidità, una strada senza via d’uscita.

L’unico architetto in grado di sintetizzare l’esigenza di ordine con l’esigenza di realizzare un’architettura con una forte presenza materiale fu Louis Kahn con la Yale Art Gallery.

Nel 1955 venne pubblicato un articolo Order and form in onore di questo edificio per il quale gli obiettivi di Kahn erano:

  • La creazione un edificio in cui lo spazio architettonico e le attrezzature tecniche, come impianti e luci, fossero integrati in un unico complesso (architettura integrata).
  • Realizzare un’architettura che fosse in grado di mutare uso nel tempo e si interroga quindi su quale fosse la forma architettonica più adatta per rispondere alle esigenze del momento, l’architettura per potersi adattare a nuovi usi doveva essere flessibile e libera come ad esempio i grandi spazi liberi degli edifici commerciali.
  • Il concetto di ordine come radice dell’architettura e si fonda sulla convinzione che esista una corrispondenza tra generale e particolare, in sostanza che le varie parti sono interconnesse tra loro.

Nel 1965 con l’articolo Tempi difficili nei sobborghi di Vincent Scully ci si interroga invece sul modo in cui l’architettura si sarebbe rapportata con la città, sono tempi in cui la cultura stava cambiando profondamente come denota anche l’articolo del 1964 Note sul camp di Susan Sontag pubblicato sul Partisan Review indicando una nuova sensibilità e una nuova visione del mondo in termini di stile.

Il concetto di camp è importante perché a partire da questi anni nascono le prime formulazioni teoriche di postmodernità e si traccia così una nuova strada che potrebbe porre fine alla modernità.

Nel 1965 e nel 1966 compaiono anche quattro pubblicazioni importanti che erano delle critiche nei confronti del funzionalismo:

  • I mutevoli ideali dell’architettura moderna di Peter Collins.
  • Complessità e contraddizioni in architettura di Robert Venturi.
  • L’architettura della città di Aldo Rossi.
  • International Style di Johnson e Hitchcock (ristampa).

Robert Venturi, a differenza di Johnson e Hitchcock, propone una soluzione concreta per andare oltre al funzionalismo distaccandosi dal monumentalismo proponendo una politica anti proibizionista nel senso che ognuno era libero di fare qualsiasi cosa.

L’architettura non è più soltanto l’ordine del razionalismo ma è complessa e contraddittoria e quindi la main street commerciale di Las Vegas diventa il sito da studiare in quanto rappresenta un esempio di la

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher FraZ5 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'architettura contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Castellano Aldo.
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