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coltivabile. La sostituzione di questo sistema con quello ad avvicendamento triennale offre vantaggi

evidenti. Innanzitutto, la superficie coltivata essendo divisa in tre porzioni all'incirca uguali di cui una

sola è lasciata annualmente a riposo, la produzione sale dalla metà ai due terzi di quella teoricamente

possibile, con un aumento dunque d'un sesto del raccolto in rapporto all’insieme della superficie

coltivata, di un terzo rispetto al raccolto ottenuto con il sistema dell'avvicendamento biennale. Ma il

progresso è anche qualitativo. Le due parti di terreno utilizzate ogni anno sono infatti usate per

colture diverse: una parte, seminata in autunno, dà cereali invernali (frumento, segale), l’altra è

seminata in primavera ad avena, orzo o leguminose (piselli, fagioli, lenticchie, e ben presto anche

cavoli); solo la terza è lasciata a riposo. L'anno seguente nella prima porzione si seminano piante

primaverili, la seconda è lasciata a maggese, la terza seminata a cereali invernali. Diventa così

possibile una diversificazione delle culture che presenta un triplice vantaggio: possibilità di nutrire il

bestiame nello stesso tempo che gli uomini (sviluppo della coltura dell’avena), possibilità di

combattere la carestia, in quanto un cattivo raccolto delle colture primaverili può essere compensato

da un miglior raccolto di quelle invernali (o viceversa, secondo le circostanze), possibilità di variare la

dieta e di introdurre nell'alimentazione elementi energetici, soprattutto le proteine di cui sono ricchi i

legumi seminati in primavera. La coppia cereali-legumi diventa normale al punto che il cronista

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Orderico Vitale, parlando della siccità che nel 1094 ha colpito la Normandia e la Francia, dice che

essa ha distrutto "segetes et legumina," "messi e legumi

L'aumento dei rendimenti dovuto alla diffusione del metodo di avvicendamento triennale

permette anche di ridurre superfici coltivate a cereali a beneficio di certe colture specializzate:

soprattutto piante da tintoria (robbia, guado) e viti.

Non bisogna dimenticare che la diffusione e la cronologia dei progressi legati allo sviluppo

demografico variano da una regione all'altra; le condizioni geografiche, demografiche, sociali, le

tradizioni agricole spiegano questa diversità. L'avvicendamento triennale, ad esempio, si diffonde

esclusivamente dove le terre sono di buona qualità e messe bene in valore (soprattutto da signori

ecclesiastici) ma praticamente non fa presa nelle regioni meridionali dove le condizioni podologiche e

climatiche (frequenza di primavere asciutte che sconsigliano la semina di cereali primaverili per

difetto di umidità del terreno), favoriscono o esigono il mantenimento della rotazione biennale.

Nell'Europa settentrionale e centrale, dominio preferito della coltura su terreni disboscati mediante

incendi e della coltura mista "campo-foresta" (Feldwaldwirtschaft in luogo di Feldgraswirtschaft) la

minaccia del rimboschimento per riconquista dei maggesi e dei terreni incolti ad opera della foresta

riduce considerevolmente, nel Medio Evo, i progressi dei sistemi di avvicendamento sia triennale sia

biennale; tra l’altro il gelo spesso precoce impedisce le semine autunnali, sicché non resta che

adottare una rotazione biennale con alternanza tra cereali primaverili e maggese. Nell'Europa

centrale e orientale, dove sembra che lo sviluppo demografico cominci con un certo ritardo, il

metodo di avvicendamento triennale si diffonde - in Polonia, in Boemia, in Ungheria - non prima del

XII secolo e soprattutto nel XIII.

Grande anche la diversità di utilizzazione dei cereali. Nelle regioni marittime della Germania

settentrionale, in Scandinavia, in Inghilterra l'orzo rimane per tutto il Medio Evo il principale cereale

panificabile e occupa una posizione privilegiata nell'infield, concimato con il letame degli animali,

mentre la segale e l'avena sono coltivate sull'outfield, senza concimazione. Fra il X e il XIII secolo si

osserva in Polonia - accanto all'abbandono della coltura su terreni disboscati mediante incendio a

profitto della coltura mediante aratro a trazione animale - il passaggio dalla coltura del miglio a quella

di cereali panificabili, tra i quali la segale, comparsa come erba parassita mescolata al frumento,

assume presto una posizione di primo piano, mentre l'avena ha la meglio sull'orzo come foraggio per i

cavalli.

Resta da dire che l'arricchimento dell'alimentazione dovuto a questi progressi dell'agricoltura

generalizza l'uso del pane, che contende a una sorta di farinata il primo posto nella dieta dei contadini

ed aumenta l'energia delle popolazioni europee, soprattutto della classe lavoratrice. Si è potuto

sostenere - benché l'argomento vada usato con prudenza - che la diffusione del sistema di

avvicendamento triennale e il progresso che esso comportò, tra l'altro rendendo possibile

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un'abbondante produzione di legumi ricchi di proteine, resero possibili tutti i progressi dell'Occidente

cristiano, il dissodamento di nuove terre, la costruzione delle città e delle cattedrali, le Crociate. Quel

che è innegabile è l'impressione d'un maggior vigore delle popolazioni a partire dal secolo XI. Un

ultimo elemento ha una parte importante in questa "rivoluzione agricola": la diffusione del mulino ad

acqua, poi del mulino a vento.

L’ESPANSIONE EUROPEA: I GRANDI DISSODAMENTI

Già più che abbozzato intorno all’anno mille se non prima, il dominio della terra da parte

dell’uomo raggiunge la fase culminante tra il 1100-25 e il 1250-75 nella maggior parte dell'Europa

nordoccidentale, prosegue fino al 1300 di là dal Reno e subisce una flessione, a partire dal 1200, nella

zona mediterranea. La ricerca incontra una nuova difficoltà: anche se non manchiamo di «atti di

dissodamento» (un documento su tre in Piccardia tra il 1150 e il 1180), le forme più frequenti, che

pare anche siano state tanto le più precoci quanto le più tardive, consistevano in iniziative individuali,

o almeno in operazioni modeste, che non necessitavano di certificazione scritta. Bisogna perciò

ricorrere alla toponimia, per lo meno a quella indiscutibilmente legata alla lotta contro la vegetazione

o contro l'acqua (ried, rod, schlag germanici, burst e shot sassoni, sart e rupt d'oïl, artiga d'oc, ecc.), o

ancora, a dispetto di un eventuale periodo successivo di lotta contro gli alberi, all'esame dei suoli o

della vegetazione degradata lungo i margini della foresta o nel sottobosco. Si possono infine fondare

ragionevoli speranze sulle indicazioni fornite dalla palinologia, nel cui ambito la proporzione dei

pollini arborei, erbacei o cerealicoli ha consentito conclusioni inconfutabili in prossimità delle

torbiere di Hesse, nonché nella zona delle Ardenne, di Lüneburg, del Kent o del Vallese. Nonostante

tali speranze e tali certezze, però, è giocoforza ammettere che non siamo in grado praticamente per

nessun luogo di fornire una cifra che corrisponda a un'acquisizione globale di nuova terra tra il 1100 e

il 1250: è ipotizzabile una proporzione che oscilli tra il io per cento nelle zone già fortemente

occupate dell' Europa celtica o sui terreni inutilizzabili del fronte mediterraneo, e il 40 per cento o più

a spese delle foreste scandinave o germaniche? Si tratta di un'« impressione», nulla di più. Cosi,

ugualmente discutibile sarà il significato del rilevante aumento, nei nostri fondi archivistici, di quegli

atti di miglioria del patrimonio che sono gli scambi di terre. 18

L’uomo e la terra vergine.

E’ opportuno innanzitutto rendere chiaramente evidente una contraddizione, combattuta con

diversi palliativi ma intrinseca al sistema produttivo medievale. La terra che si suole definire « incolta»,

quella che circonda i territori più o meno occupati, non è soltanto una frontiera, una zona pubblica

(haya), all'occorrenza trasformata in rifugio, ma costituisce un elemento basilare dell'economia: vi

pascolano bovini e maiali, gli uomini - tutti, anche se a livelli e con mezzi diversi - vi vanno a caccia, vi

raccolgono frutta, ne traggono radici commestibili, bacche e foglie, ne asportano la legna, materia

prima fondamentale dell'epoca. Farla arretrare davanti all'aratro significa distruggere quelle risorse

con il pretesto di acquisire una maggiore quantità di messi - un di più che però la pressione

demografica esige. Per questo l'economia medievale è rimasta, nei due o tre secoli della sua principale

espansione, in una condizione di equilibrio precario, e del resto diseguale dal punto di vista

geografico. Finché è stato possibile conciliare la necessitas, il minimo vitale per gli abitanti, e le

esigenze supplementari del padrone, prezzo della sua protezione, della sua giustizia e del suo «nobile»

potere, il sistema in qualche modo ha funzionato; è proprio l'infrangersi di tale equilibrio a segnare la

fine della fase cronologica di cui ci occupiamo.

I primi segni positivi sono stati lasciati dalla fame di terra. Non intendiamo ritornare sul

contenuto dei contratti fondiari del secolo XI: il riassestamento su basi più redditizie, talvolta anche

geograficamente diverse, dei patrimoni della Chiesa e dei rari beni laici che siamo in grado di

scorgere - e questo nelle regioni più svariate (Catalogna, Lombardia, Sabina, Baviera, Fiandra,

Alvernia, Provenza) -, non basterebbe probabilmente da solo a provare un'acquisizione di terreno,

testimonianza forse di un desiderio di profitto che non ci sentiremmo di catalogare tra gli effetti

piuttosto che tra le cause. Che però il numero di piccole tenute gestite da contadini liberi, gli «allodi»,

torni ad aumentare, nei nostri documenti, man mano che si avanza verso il 1100, è indice della

creazione di nuovi appezzamenti, in quanto ci troviamo al contrario, dal punto di vista sociale, nella

fase di recupero del controllo di tutti gli uomini sui vecchi territori. Se non si tratta di allodi, si tratterà,

come in Italia, di condizioni di tenure relativamente liberali e in ogni caso a lunga locazione, come il

«livello» trentennale. Questi indizi che i testi ci forniscono riguardano quasi tutti la prima fase della

conquista, ancora timida e talvolta individuale, e i depositi di polline precedenti al 1100 sembrano in

effetti indicare la diminuzione dei faggi e la comparsa dei cereali.

E’ dopo il 1100, però, che nascono la certezza e la precisione, in quanto a tale data l'atto scritto

comincia a recare indicazioni sufficienti a chiarire la tendenza: dispute tra signori sulla percezione di

una decima “novale” ossia da riscuotersi su un terreno sino ad allora improduttivo, in Francia e nella

Germania renana; flessione del numero di capi al pascolo nelle zone incolte nell'Inghilterra del

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Domesday Book; rivendicazione di utilizzo da parte dei contadini privati di «boschi» divenuti «piani»,

confini ormai coltivati tra gli appezzamenti nell'Italia centrale; dappertutto, infine, anche se in

momenti diversi, contratti di dissodamento o di prosciugamento di paludi consentono di tracciare i

lineamenti della contesa. L'attacco delle terre grasse, sino ad allora lasciate spesso alla vegetazione

spontanea per mancanza di strumenti abbastanza forti per lavorare, costituisce per la verità il dato più

importante, poiché quegli acquitrini argillosi su uno zoccolo di calcare, quelle marne, costituiscono

oggi le nostre terre migliori. La relativa precocità dell'assalto, però, forse precedente agli indispensabili

progressi tecnici, ha suggerito che una preventiva fase di ricerca di ricche zone da pascolo abbia

eventualmente preceduto le semine. Si dovrà allora attendere fino al 1140 o al 1160 perché arretrino

i rovi e quindi il bosco ceduo più fitto delle zone di Brioude o di Thouars, della Bouconne tolosana,

delle silvae del Perche, della Piccardia, dello Harz, della Germania renana? Si seminano cereali, ma

in Baviera prevale la vite, e in Inghilterra, nel Weald e nel Sussex, i dens aperti continuano in larga

misura ad essere destinati all'allevamento. La fusione tra conquista di colture per uso alimentare e

riserva pastorale riguarda anche le zone prosciugate: entriamo nella fase principale di regolazione

delle acque (argini della Loira tra il 1160 e il 1270, dighe di Aunis e di Brière; staffe, collettori e

waterstraat dalla Charente alla Frisia, e nelle Fens dell'Inghilterra nordorientale, gli approdi di Ely o il

Marshland). Il fenomeno tocca il basso Rodano, la Camargue, le lagune della Linguadoca, e un po'

più tardi le zone del delta padano. Troppo spesso si trascura anche l'ingrata, interminabile, spossante

conquista delle valli e dei declivi, impresa tipicamente mediterranea realizzata sulle ghiaie

irregolarmente sommerse, sui ripidi pendii sottoposti a continua erosione: i «bonifachi» della pianura

lombarda, i « gradoni» dell'Umbria, gli orts della Provenza, le huertas iberiche; altrettante opere

praticamente indatabili ma «titaniche», terra portata in alto con le gerle, sassi eliminati a uno a uno. E’

vero però che questa conquista è stata più proficua per l'ulivo, la vite e i castagni che non per il grano,

le cui scarse radici non avrebbero potuto trattenere il terreno.

Aspetti e conseguenze della conquista.

In uno stesso luogo nulla si realizza in un solo decennio o in un unico modo. Se lasciamo da

parte, considerandoli trascurabili, i capricci delle nostre fonti - un postulato più che attendibile, del

resto -, osserveremo che le prime ad animarsi sono le zone meridionali, il cui risveglio è anteriore

all'anno mille, o perlomeno al 1040, nella valle padana, in Catalogna, in Provenza, in Alvernia; si

dovrà invece attendere la metà del secolo per il Poitou, l'Aquitania, la Normandia, la Fiandra. Il

secolo XII sarà il momento del bacino di Parigi, della Baviera, della Lorena, dell'Inghilterra centrale;

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la fine del secolo XII e il XIII vedranno il coinvolgimento delle Midlands, della Sassonia e della

Franconia. A quanto risulta la conquista si è svolta dappertutto in due fasi successive, separate l'una

dall'altra dallo spazio di tre o quattro decenni, probabilmente necessari al riassestamento richiesto

dalla prima ondata; ogni fase dura per due o tre generazioni. Sono stati preceduti, questi momenti

evolutivi, dallo sforzo individuale di pionieri isolati o addirittura esclusi dal gruppo e dei quali i testi

non hanno conservato memoria, o sono stati seguiti dall'iniziativa tenace e subdola di contadini che,

non avendone i titoli, hanno eroso quanto restava della foresta di proprietà signorile, come si può

dedurre dall'ondata di processi del secolo XIII? E’ probabile, ma in entrambi i casi le nostre fonti

sono mute. Poiché le regioni che risultano essersi risvegliate per ultime sono, oggi, le nostre migliori

terre da grano, ed erano già all'epoca zone fortemente popolate, non si può non ammettere che

l'attacco contro il querceto o la macchia, per il quale erano necessari uomini e mezzi, sia venuto

soltanto dopo il conseguimento di un sicuro dominio delle antiche radure.

Ne deriva che, in definitiva, il dato che in tale sforzo di conquista appare più importante non è

costituito tanto dal suo volume quanto dagli effetti sociali che ne conseguono, dei quali è opportuno

esaminare i principali. Innanzitutto, sia per loro illegale iniziativa sia in quanto venivano richiesti per

tale lavoro, i sartores, i «debbiatori», i taglialegna - gli « ospiti», come venivano chiamati in varie

regioni -, posti di fronte a un compito tanto lungo e faticoso, che ragionevolmente non poteva dar

frutto, e perciò reddito, prima di tre, cinque o anche dieci anni, ricevettero o imposero contratti

particolarmente vantaggiosi, il cui estendersi anche agli antichi territori non poté essere evitato:

riduzione o scomparsa delle giornate di «servizio » manuale o con bestiame da tiro, sviluppo delle

tenures basate sulla divisione dei prodotti, terratico, decima sul raccolto, agrière; né si può dire che il

contratto mezzadrile in senso stretto (ad medietatem), con versamento della metà del prodotto, sia il

più diffuso: anche dove ha salde radici - in Italia, in Aquitania - è meno frequente di quello che

prevede il prelievo di un quarto, o anche di un sesto, del frutto della terra. Prima del 1200 tale

sistema dovette apparire abbastanza conveniente per entrambe le partì: in poche generazioni, infatti,

lo vediamo nascere e diffondersi in tutto l'Occidente; non sorprenderà, dunque, che sia stato

accompagnato quasi dappertutto dalla libertà individuale. Ancora una volta, inoltre, le

“manomissioni” collettive accordate da un signore a quanti tra i suoi dipendenti erano ancora servi

coincidono con i suoi progetti di dissodamento.

Nei documenti, infatti, sono i signori che vediamo agire; bisogna attendere la metà del secolo

XIII (un po' prima in Inghilterra) per disporre di atti terrieri che consentano, anche se non di

misurare esattamente la parte dei più umili nell'estensione del suolo arativo, almeno di intravederne

l'incidenza sul rafforzamento della piccola proprietà contadina. Qui siamo ai limiti dell'economia e

della società. Le condizioni pratiche del terreno diboscato o bonificato, quando un «contratto» ci

permette di farcene un'idea, mettono in luce due fenomeni fondamentali. In primo luogo una

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divisione del lavoro basata non tanto sulla specializzazione - caratteristica soprattutto urbana - quanto

sulla responsabilità e sui profitti: proprietario che cede i suoi terreni in affitto - troppo spesso, almeno

per noi, si tratta della Chiesa, per la quale disponiamo quasi esclusivamente di fonti -, riscuotendo la

decima; locatore (locator) laico, che va dal signore e padrone del ban locale al contadino arricchito e

che percepisce le tasse giudiziali oltre a riscuotere spesso direttamente il canone del terreno; fittavolo

che conserva la maggior parte del prodotto della terra; infine, uomo di fatica che riceve un salario -

fatto questo che ci consente di vedere come il denaro cominci ad allungare gli artigli sul villaggio. Ai

margini degli antichi territori, e a maggior ragione in mezzo ai terreni incolti e ai boschi, hanno cosi

modo di costituirsi tenute agricole di taglia media, che comprendono un unico lotto e sono spesso

lavorate direttamente o servendosi di braccianti a giornata: unità di produzione che saranno ben

presto imitate anche nelle terre già coltivate in passato. I nuovi mas, gli albergues - come si dice nei

paesi d'oc -, gli hébergements o heriberg dei territori a nord della Loira, i maneria e i censes

normanni o della Piccardia, le bercariae o vaccariae delle coste del mare riconquistato possono

essere, naturalmente, territori circoscritti di proprietà signorile: sotto questo aspetto i cistercensi e i

Premonstratensi si sono deliberatamente isolati, o addirittura chiusi. Sono anche, però, più modeste

terre contadine: è dimostrato, ad esempio, che nel Lazio, alla fine del secolo XII, i confini degli

appezzamenti di taglia media coincidono con quelli di altri fittavoli o proprietari che detengono lotti

di analoga entità. Qui non soltanto non esistono più interstizi e lo spazio è chiuso, ma la struttura del

catasto particellare rivela il moltiplicarsi dei piccoli appezzamenti detenuti da contadini.

I limiti.

Nel loro costante sforzo di far risalire il più indietro possibile le premesse di fenomeni che invece

dovrebbero sapere in movimento costante, gli eruditi hanno ritenuto di scoprire, prima del 1100, gli

indizi di un'opposizione ai dissodamenti: protezione delle querce, processi contro alcuni abusi e

riserve di caccia compaiono in effetti un po' dappertutto dal Poitou al Lazio. In realtà, il porre un

freno agli eccessi appartiene più che altro allo sforzo di organizzazione dei territori, del quale ci

apprestiamo a parlare. Saranno altri sintomi, molto più tardivi, a rivelarci i limiti dell'impresa.

Lasciamo da parte i processi che contrappongono le comunità di abitanti al padrone di un bosco che

ne teme lo sfruttamento abusivo: le limitazioni al pascolo e alla raccolta potrebbero appartenere più

alla fiscalità feudale che alla protezione delle aree boschive; ne noteremo tuttavia l'aumento nelle fonti

successive al 1225-30, forse nel momento in cui il diboscamento individuale doloso sostituisce

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lentamente l'iniziativa collettiva. Tre altri sintomi, invece, sono più netti: agli inizi del secolo XIII si

rileva il lento ma incontestabile aumento di prezzo dell'arativo. In Germania, dove tuttavia il decollo

del dissodamento è più tardo e il suolo disponibile più abbondante, tra il 1200 e il 1250 la terra passa,

per unità di misura, da un indice 100 a 175; nella Francia del Nord una giornata di terreno aumenta

da 2 a 4,5 franchi; in Inghilterra, tra il 1200 e il 1230, il prezzo sale da 2,5 a 4,5 soldi. La svalutazione

della moneta potrebbe evidentemente modificare tale impressione, in quanto si tratta sempre dì

prezzi espressi in unità di conto; rapportato al grano d'argento l'aumento medio nell'Europa nordocci-

dentale si avvicina di più al tasso tedesco. Dobbiamo però tener conto di un ulteriore elemento di

valutazione: sin d'ora le terre cui si aspira saranno spesso destinate a vigneto, a prato, alla coltura di

piante tintorie; il dato più significativo ai nostri fini è dunque l'aumento più rapido del prezzo del

grano rispetto a quello della terra - il che vuol dire che c'è richiesta-, e il problema se tale richiesta

dipenda da vitali esigenze alimentari o dalla ricerca di profitto commerciale: per l'Inghilterra, e anche

in questo caso in grani d'argento, si può registrare una crescita all'inizio molto lenta, seguita, tra il 1220

e il 1240 da una leggera flessione, e successivamente da una brusca quanto rilevante ripresa:

1180-99 1200-19 1220-39 1240-59 1260-79

100 108 104 114 190

E’ dunque tra il 1240 e il 1280 che si colloca la cesura tra la ricerca di terre destinate a colture

per uso alimentare e il conseguimento della loro redditività. L'altro indizio sembrerebbe a prima vista

appartenere a una volontà di organizzazione: si tratta dell'introduzione del «divieto di taglio», della

«riserva», del cantonnement o aforestatio, che del resto nella zona mediterranea concerne anche l'area

delle colture foraggere od orticole e che consiste nell'interdire al bestiame e alle persone alcune zone

che vengono riservate esclusivamente a un singolo uso. Il provvedimento può essere ispirato a una

preoccupazione di natura unicamente ecologica: nella regione di Thiers, per esempio, o, verso il

1245-50, in numerosi boschi signorili della Champagne, più tardi nella Francia centrale, e intorno al

1290 nelle foreste reali, esso corrisponde al desiderio di favorire il rigenerarsi delle specie e di

organizzare la rotazione dei tagli. In questo senso i Cistercensi sono spesso stati di esempio, e si deve

loro l'origine dei primi regolamenti forestali, ripresi poi dai Capetingi dopo il 1317. Tutto questo va

benissimo. Ma già la destinazione del bosco cintato a bandita di caccia alle «bestie grosse» o a luogo

consacrato agli svaghi sportivi e guerrieri, - un privilegio che il signore si riserva-, si giustifica meno.

Verso il 1270 si diffonde in città il consumo della carne macellata: mostrare una preferenza per la

cacciagione, e di conseguenza interdire i propri boschi al pascolo dei bovini, è una reazione classista,

che indiscutibilmente danneggia i contadini costringendoli a riportare il bestiame sui terreni spogli.

Se, come per gli ecclesiastici, non si tratta dei profitti della caccia, saranno allora in gioco quelli

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derivanti dalla vendita del legname o dalle ammende inflitte ai bracconieri: tra il 1240 e il 1280 la

parte di reddito che i boschi di Saint-Denis apportano al bilancio dell'abbazia passa dal 5 al 9 per

cento. C'è di più, anche se riguarda ambiti diversi. Non soltanto il padrone può proibire che nel suo

bosco si abbattano gli alberi, e anche, in certi casi, bloccare l'allevamento: ha anche la possibilità di

tentare una controffensiva e di ritirare dalla coltura terre che aveva messo en gagnage, come si dice

tanto espressivamente in Lorena. Alla metà del secolo XIII il problema è agli inizi: molti signori

avevano tollerato, e talvolta incoraggiato, lo sviluppo di communia - diremo per semplificare, anche se

a scapito dell'esattezza, «beni comunali» -, in genere costituiti dai margini dei territori, da radure

inizialmente poco agevoli, da terreni ceduti alla comunità o alla confraternita locale. Molti documenti

di franchigia redatti tra il 1210 e il 1240 in Piccardia, nello Hainaut, in Lorena o in Franconia spe-

cificano con cura i diritti delle parti. Sono infatti già nate contestazioni, e ai processi si sommano i

colpi di mano dei signori: nel 1235, a Merton, il re d'Inghilterra deve promulgare un atto che vieta il

sequestro dei beni comunali, e a maggior ragione la loro enclosure [recinzione]. Nasce in questo

momento quello che sarà un problema cruciale dell'arcipelago.

Tra tanti dati emerge un elemento più caratteristico: la fragilità, testé ricordata, del sistema agro-

pastorale del Medioevo - che però, nato prima del 1100, declina solo dopo il 1240, fino a sfociare in

un’ aperta crisi nel secolo successivo.

LA CRISI DEL TARDO MEDIOEVO

Il Medioevo maturo rappresentò per tutti i paesi europei un periodo di rigoglio e di espansione

per l'economia, per la società e per la cultura, mentre i secoli XIV e XV furono un'epoca assai

movimentata, contrassegnata da stagnazione, rotture e crisi. Così Henri Pirenne descrisse questo

capovolgimento del tardo Medioevo:

“L'inizio del XIV secolo coincide con la fine del periodo d'espansione dell'economia medioevale. Fino a quel momento si

erano verificati progressi costanti in tutti i campi: l'affrancamento delle classi rurali era andato di pari passo con il

dissodamento, il prosciugamento e il popolamento delle regioni incolte o desertiche, e con la colonizzazione germanica

dei territori d' oltrelba. Lo sviluppo dell'industria e del commercio aveva trasformato profondamente l'aspetto e lo stesso

modo vivere della società. Mentre il Mediterraneo e il Mar Nero da una parte, e dall'altra il Mare del Nord e il Baltico

venivano percorsi da sempre più attive correnti di traffico, e mentre i porti e le agenzie si moltiplicavano lungo le coste e

sulle isole, il continente europeo si ricopriva di città. [...] Nei primi anni del XIV secolo il movimento economico registrò

non un declino, ma un vero e proprio arresto.” 24

Mentre la ricerca storica precedente era come avvinta dall'avvenimento centrale della Peste Nera

del 1347-1351 e dalle sue conseguenze, ultimamente si è dato più spazio ai fenomeni di crisi

dell'inizio del XIV secolo che precedettero quell' epidemia. A seguito della pressione demografica e

dell'assottigliarsi delle disponibilità di terra da mettere a coltura, in molte regioni densamente abitate

le unità colturali furono via via divise, parcellizzando i relativi appezzamenti; molte unità produttive

vennero suddivise tra gli eredi fino a ridursi a microaziende, non più in grado di garantire la

sussistenza a proprietari. A fianco delle piccole aziende contadine troviamo i piccoli appezzamenti dei

lavoratori a giornata e dei coloni che in parte non possedevano ora più terra da coltivare e potevano

usufruire solo limitatamente delle terre comuni del villaggio. A causa del progressivo ampliarsi di un

basso ceto contadino, i contadini proprietari in molti villaggi divennero una minoranza

Nella Germania sudoccidentale, la forte parcellizzazione fondiaria nei territori di più antico

insediamento e più intensivamente coltivati, e in quelli contigui alle città raggiunse una tale

dimensione che molti appezzamenti contadini si ridussero a modeste unità produttive inadeguate a

garantire un raccolto sufficiente per la sussistenza familiare. Molti poderi contadini all'interno

dell'agro del villaggio erano stati frammentati a tal punto da superare raramente la misura di uno

iugero (un quarto di ettaro). I possessori di piccoli poderi dovevano dunque procacciarsi redditi

supplementari al di fuori della propria azienda agricola, lavorando come salariati in poderi più grandi,

oppure nei settori dell'artigianato rurale, come l'industria del lino. Nei villaggi spesso si svilupparono

due classi con un differente status economico: da una parte un esiguo ceto contadino superiore con

un buon reddito e dall'altra uno strato sociale inferiore composto di contadini poveri, braccianti

agricoli e artigiani che conducevano una vita modesta, e in alcuni casi addirittura indigente.

Una situazione analoga alla Germania sudoccidentale si riscontra, all'inizio del XIV secolo, anche

in altre regioni europee. Nei Paesi Bassi e nel Belgio si ebbe una notevole parcellizzazione fondiaria,

con la conseguente formazione di innumerevoli piccole unita colturali contadine. In molti villaggi

densamente abitati, dal 50 al 75% delle aziende agricole misuravano tra i 3 e i 5 ettari: era questo il

minimo che poteva garantire la sopravvivenza di una famiglia contadina. Ciò significava che più della

metà della popolazione delle campagne doveva di tanto in tanto integrare le proprie entrate lavorando

a giornata in altre aziende, oppure rivolgersi al lavoro domestico nei settori della lana o di altri tessuti

che nella seconda metà del XIII secolo si era sviluppato nelle Fiandre, nel Brabante e nell'Hainaut.

Per questo molti vivevano al limite della sussistenza e nei periodi di crisi agraria erano esposti ai rischi

delle carestie e delle pestilenze. L'espansione agraria durata oltre due secoli mostrò anche in

Inghilterra i propri limiti, producendo identici segni di crisi. Una riduzione crescente delle

dimensioni medie degli appezzamenti, l'esaurimento della disponibilità di terre, la stagnazione delle

rese, nonché la formazione di uno strato di contadini impoveriti si manifestarono in quegli anni in

molti villaggi inglesi. La crescita demografica aveva provocato una ulteriore frammentazione

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patrimoniale e quindi il costituirsi di un gran numero di piccole unità poderali che non garantivano,

nemmeno negli anni di maggiore raccolto, la sussistenza di una famiglia. Molti coloni avevano fondato

borghi e villaggi su territori i cui suoli non erano adatti nella lunga durata a garantire un raccolto

sufficiente.

All'inizio del Trecento notiamo ovunque in Europa veri e propri momenti di crisi. La

parcellizzazione, la formazione di unità poderali sempre più piccole, la diminuzione delle rese e i

vertiginosi aumenti dei prezzi erano sintomi inequivocabili del fatto che erano stati toccati i limiti della

sussistenza. L'Europa di quel tempo era già sovrappopolata, come hanno sostenuto alcuni demografi

e storici dell'economia? La tesi di un sovrappopolamento si rifà spesso alla famosa teoria dell'inglese

Thomas Robert Malthus sulla tendenza della popolazione ad aumentare più rapidamente dei mezzi

di sussistenza. Qualche riflessione ci induce a supporre che la popolazione europea all'inizio del XIV

secolo avesse raggiunto effettivamente un punto critico, sperimentando una situazione simile a quella

odierna in alcuni paesi del Terzo Mondo. Le aree a coltura non poterono più essere valorizzate in

modo apprezzabile, le rese calarono sensibilmente, l'alimentazione di un ampio strato della

popolazione divenne miserabile. I cattivi raccolti, le epidemie del bestiame e i cataclismi naturali

potevano avere in queste circostanze effetti micidiali. Così accadde nella grande carestia 1315-17, che

investì la maggior parte delle regioni europee e causò un'elevata mortalità fra la popolazione affamata.

Sfavorevoli condizioni climatiche, come inverni inclementi, stagioni estive eccessivamente piovose o

grandi inondazioni - già negli anni prima del 1315 - causarono, in alcuni paesi dell'Occidente

europeo, cattivi raccolti e crisi alimentari. Questi eventi furono seguiti da una carestia d'insolita durata

e gravità. Durante gli anni 1315-17 queste catastrofi si verificarono un po' ovunque in Europa,

dall'Inghilterra alla Francia e alla Germania, nonché sulle coste del mar Baltico, nell'interno dei paesi

scandinavi e nell'Europa orientale. I raccolti furono straordinariamente cattivi, i prezzi dei cereali

salirono alle stelle, le masse popolari dovettero ricorrere a prodotti alimentari sostitutivi del tutto

inadeguati, ci si nutriva anche di bestiame ammalato, e questo favorì la diffusione di epidemie e

accrebbe il numero delle morti per malattia, debilitazione e denutrizione. Le cronache dell'epoca ci

informano di spaventose pestilenze e di un sensibile calo della popolazione, tanto che in molti villaggi

lo spazio destinato alle sepolture dovette essere allargato,e molti villaggi si spopolarono

completamente. In Inghilterra già nel 1318 il cattivo raccolto causò una epidemia di bestiame che a

sua volta provocò ulteriori perdite.

Più spaventosa e funesta della carestia degli anni 1315-17 fu la catastrofe della peste abbattutasi

sulla popolazione europea alla metà del XIV secolo. La «morte nera» irradiatasi in Europa nel 1347

dall'Oriente, si diffuse a macchia d'olio dalle coste del Mediterraneo alla Francia, alla Spagna,

all'Inghilterra, alla Germania, ai paesi scandinavi e dell'area baltica. Solo alcune aree non furono

toccate dall'epidemia o ne furono investite con minore violenza; fra queste, parti dell'Olanda e estesi

26

territori della Boemia e della Polonia. Per alcuni paesi è difficile valutare l'incidenza avuta dalla peste

sulla popolazione, perché mancano al riguardo fonti che potrebbero documentarcela. L'ipotesi che

nelle campagne le perdite siano state minori che nelle città fittamente popolate non è verificabile. Le

testimonianze dell'epoca che ci parlano di alcuni villaggi senza più pastori per le greggi e senza più

contadini per la mietitura corroborano l'ipotesi che anche la popolazione delle campagne sia stata

fortemente decimata. Secondo calcoli ormai datati, la popolazione inglese diminuì, in seguito

all'epidemia di peste, dal 1348 al 1349, di un terzo, se non della metà. Le più recenti ricerche

demografiche ci confermano che la mortalità media nell'intera Inghilterra raggiunse perlomeno un

terzo della popolazione totale, ma beninteso con notevole differenza da un luogo all'altro. La Francia,

che contava prima della peste 20 milioni di abitanti, fu soggetta ugualmente a un forte tasso di

mortalità, calcolabile in un terzo della sua popolazione totale. La popolazione contadina francese, che

prima di questa pandemia raggiungeva in alcune regioni una notevole densità, sconosciuta perfino al

XX secolo, fu decimata duramente dalla peste. Dati statistici e accenni di cronache corroborano

l'ipotesi che la mortalità in Germania non fu da meno rispetto ai paesi confinanti: anche qui si parla di

un terzo o un quarto della popolazione totale contagiata dal morbo. Altre epidemie si abbatterono nei

decenni successivi sulla popolazione, mietendo vittime inesorabilmente.

La curva evolutiva della popolazione europea mette in evidenza il contrasto tra le condizioni

demografiche del Medioevo maturo e quelle del tardo Medioevo. La popolazione europea, che

secondo Russell ammontava intorno al 1340 a quasi 73 milioni di abitanti, scese alla metà del XV

secolo a circa 50 milioni. Essa fu quindi decimata dalla grande peste e da altre gravi epidemie in un

solo secolo perlomeno di un terzo, anche se si incontrano notevoli differenze tra singole regioni e

territori. Infatti mentre la popolazione britannica diminuiva di un terzo, da 5 a 3 milioni, quella della

Polonia e dell’ Ungheria si riduceva di un quarto. La conseguenza più diretta della peste fu una sorta

di choc, che ebbe forti ripercussioni sui modi di vita e sui comportamenti di tutta la popolazione,

provocando da un lato manifestazioni di religiosità estrema, dall'altro fenomeni di sfrenatezze

mondane. In breve tempo i sopravvissuti poterono aumentare la superficie delle loro proprietà come

mai era accaduto prima. La diminuzione proporzionalmente maggiore di popolazione anziana

aumentò l'efficienza produttiva, ma successive epidemie colpirono anche la fascia attiva della

popolazione, facendo molte vittime anche fra i bambini.

Il clima, il cui favorevole andamento contribuì certamente nel pieno Medioevo all'incremento

demografico e al dinamismo agrario, sembra abbia influenzato negativamente questa tendenza. Dopo

un lungo periodo di stagioni calde, alla fine del XIII secolo le condizioni climatiche peggiorarono;

iniziò la cosiddetta «piccola glaciazione" caratterizzata da temperature generalmente basse, che si

protrasse fino all'età moderna. L'avanzata dei ghiacciai, le indicazioni fornite dai laghi ghiacciati

nonché l'analisi dei pollini ci confermano l'inizio di un lungo periodo di freddo. Le conseguenze di

27

questo mutamento climatico si fecero particolarmente sentire nell'Europa settentrionale e nelle zone

di montagna, dove si ebbe un calo della produzione agricola. Il peggioramento del clima incise

soprattutto sulla coltivazione cerealicola delle zone elevate, come hanno dimostrato recenti ricerche

sull'Inghilterra e la Norvegia. Prescindendo dai grandi mutamenti demografici, l'Europa

tardomedievale, nonostante alcune sue aree densamente urbanizzate come le Fiandre, la Toscana o il

bacino parigino, rimaneva tuttavia una società essenzialmente agricola in cui più del 90% della

popolazione viveva nelle campagne e traeva sostentamento dal lavoro agricolo. La densità degli

insediamenti rurali variava notevolmente da regione a regione, cosicché le campagne della Francia

settentrionale erano molto più popolate delle distese pianeggianti dell'Europa orientale.

Il paesaggio agrario dell'Europa tardomedievale era fortemente segnato dalle Wüstungen (villaggi

e campi abbandonati), che sono sicuramente in stretta correlazione con il declino demografico.

L'abbandono di villaggi e campi si era già verificato nell'alto Medioevo, tuttavia il fenomeno si

accrebbe vistosamente per numero e importanza nel tardo Medioevo. Per comprendere appieno la

dimensione tardomedievale delle Wüstungen, bisogna ricorrere ai più recenti studi specialistici sullo

sviluppo degli stanziamenti delle diverse aree e regioni. Se mettiamo in relazione il numero dei luoghi

abbandonati del periodo tardomedievale con il numero totale degli insediamenti, perveniamo a un

rapporto che possiamo definire il quoziente delle Wüstungen. Un calcolo statistico degli abbandoni,

riferito alla Germania, ci indica che circa il 26% delle località abitate sorte nel periodo dei dissoda-

menti del Medioevo maturo andarono progressivamente scomparendo, sicché alla fine del Medioevo

non ne rimaneva più traccia; un villaggio su quattro, cioè, fu gradualmente abbandonato.

In Germania: le « Wüstungen ».

Il fenomeno delle Wüstungen ha attratto l’attenzione degli storici tedeschi, e specialmente degli

studiosi locali. Questi ebbero cura di distinguere le Ortswüstungen, che comportano l'abbandono del

villaggio, dalle Flurwüstungen, che registrano soltanto il ritorno all'incolto dei campi. Accanto a villaggi

completamente abbandonati altri subirono un brusco declino di popolazione e altri vennero

abbandonati solo temporaneamente. Fino al 1300 i nomi dei villaggi scomparsi continuano a

comparire nei documenti e negl'inventari: dobbiamo quindi pensare che il loro abbandono sia

avvenuto in data posteriore. A volte i nomi dei villaggi perdurano in quelli dei campi. Il folclore

tramanda leggende di villaggi scivolati nelle acque di un lago, le cui campane rintoccano ancora a

mezzanotte. 28

Le Wüstungen si ritrovavano soprattutto su una sottile striscia di territorio che va dall'Alsazia e dal

Württemberg fino al distretto di Berlino, passando attraverso l'Assia, la Turingia, lo Harz, e poi

prosegue fino al Meclemburgo, alla Pomerania e alla Prussia orientale. Sembra che i villaggi della

Germania settentrionale e occidentale siano stati più fortunati; ma forse è semplicemente il fatto che il

tipo di abitato sparso del Munsterland e della Vestfalia rende più difficili le ricerche.

Dei 363 villaggi wendi dell'Anhalt, 240 scomparvero, al pari di 233 dei 378 villaggi germanici del

luogo. Nel secolo XV soltanto 33 delle 179 località che sappiamo essere esistite in Turingia nei primi

secoli del millennio sussistevano ancora; l'83 per cento era scomparso. Le Alpi austriache e la Foresta

Nera erano popolate più densamente nel secolo XIII di quanto non lo siano oggi.

Sebbene alla base di questo declino stesse la depressione agricola, pure non vanno trascurati altri

aspetti dello spopolamento della campagna. Alcune regioni videro l'antica miriade di piccoli villaggi

concentrarsi in qualche centro più grosso; fenomeno dovuto forse alle maggiori possibilità di difesa

offerte dai grossi centri in tempi torbidi e bellicosi. Anche i villaggi vicini alle città mostrarono una

certa tendenza a scomparire non solo per l'esigenza di essere protetti ma anche per l'attrazione

esercitata su di essi dall'industria urbana. Altrove, nel secolo XIV, le numerose epidemie decimarono

la popolazione; e coloro che sopravvissero abbandonarono poi l'antica residenza. Molti villaggi

vennero devastati nel corso delle innumerevoli guerre o bersagliati dalle bande erranti di soldati

disoccupati in cerca di bottino, che infersero alla campagna dolorosissime piaghe. L'espansione dei

secoli XII e XIII favorì stanziamenti in luoghi particolarmente svantaggiati dalla natura del suolo, o

affatto isolati. Nello Harz e in Turingia si cominciò con l'abbandonare i villaggi sperduti nel profondo

dei boschi o sulle montagne, quelli coi nomi dai suffissi in -rode, -hagen, -hain e -feld. Nel

Württemberg solo pochi degli stanziamenti più antichi divennero Wüstungen; tale destino toccò

invece a molte località d'impianto più recente, tipiche per i nomi terminanti in -rode, -hausen e -heim.

Ma nessuno dei fattori di cui abbiamo fatto menzione riesce a dare da solo una spiegazione

soddisfacente. Scomparvero anche villaggi posti su suoli fertili, risparmiati dai flagelli delle pestilenze

e della guerra. Una spiegazione comprensiva delle manifestazioni di spopolamento e del declino

agricolo può essere proposta solo alla luce della crisi agricola di cui soffrì l'Europa nel corso dei secoli

XIV e XV.

In Inghilterra: «lost villages» (villaggi perduti) e «enclosures»

(recinzioni).

In Inghilterra la depressione agricola ebbe come caratteristica il passaggio dalle colture cerealicole

all'allevamento ovino, sollecitato dall'alto prezzo della lana. A tale scopo si lasciò che il pascolo

29

prendesse nuovamente il posto dei campi coltivabili, e interi villaggi vennero cancellati per far posto a

distese erbose, pastura delle pecore. Qualche pastore bastò ormai a lavorare un territorio su cui un

tempo avevano trovato occupazione schiere di coltivatori. Questa retrocessione dei suoli arativi nel

pascolo viene indicata con il termine di enclosure (recinzione), il cui significato originario, che

richiama naturalmente quello di "circondare", finì poi con l'assumere diversi significati:

1. Confluenza di appezzamenti sparsi nell'open field in superfici agrarie unitarie, circondate da

siepi.

2. Riconversione dei terreni arabili in pascolo.

3. Allargamento delle grandi proprietà attraverso la fusione di diverse aziende e l'espulsione dei

loro abitanti.

4. Confisca dell'incolto comune (the common waste) da parte dei grandi proprietari, e

contemporanea diminuzione o anche abolizione completa dei diritti dei "comunisti" o, in altre

parole, di tutti gli altri agricoltori.

Questi quattro processi provocarono la sparizione parziale o completa dei campi aperti e

l'emancipazione dell'agricoltore singolo dal controllo della comunità nelle regioni di rotazione

triennale regolata. Al pari dei grandi proprietari anche i conduttori avevano tentato di spezzare il

sistema dei campi aperti sin dal secolo XIII, cedendo frequentemente le parti più distanti delle loro

proprietà, prendendo in affitto appezzamenti più vicini allo scopo di consolidare le loro imprese.

L'azienda conservava di fatto l'antica dimensione, ma veniva accorpata di nuovo in un blocco

coerente. Ciò comportava molteplici vantaggi: le distanze abbreviate facevano risparmiare sia

manodopera sia forza di trazione di cavalli o buoi; il valore della terra aumentava; la recinzione

eludeva l'obbligo di sottomettere i campi alle regole dell'avvicendamento triennale.

Si ottennero recinzioni (enclosures) non solo con la permuta di appezzamenti fondiari, ma anche

con la recinzione di parte dell'incolto comune. Questo processo, iniziato già prima del secolo XIV,

metteva in pericolo interessi vitali per l'agricoltore che dal bestiame allevato nell'incolto traeva il

concime indispensabile per i suoi campi.

Dove prevaleva l'affitto, i grandi proprietari fondiari erano in grado di acquistare tutte le aziende

di un piccolo villaggio per convertire a pascolo i suoli arativi dopo averne scacciato gli agricoltori allo

scadere del contratto. Questo processo di riunione delle imprese agricole riusciva invece

particolarmente difficile quando molti contadini erano proprietari del proprio podere e lo gestivano

sulla base di un contratto che garantiva loro particolari diritti. Nondimeno le pressioni degli allevatori

raggiunsero spesso il loro scopo nonostante la tenace resistenza di certuni. 30

Questo passaggio dalle coltivazioni al pascolo con il conseguente allevamento ovino suscitò vivaci

opposizioni popolari. In tutte le prediche, gli opuscoli e le ballate a noi giunti si colgono echi di

questo nuovo motivo d'indignazione popolare. E' il lamento che i grandi proprietari "non lasciano

alcuna terra per la coltura, recintano tutto per farne pascolo, abbattono le case, sradicano le città e

non lasciano nulla in piedi, se non la chiesa, per farne un ovile" Più voraci delle bestie selvagge

dell'Africa, le gentili pecore divoravano uomini, campi arati, città e villaggi interi. Venne espresso il

timore che lo spopolamento potesse rendere vana la difesa del paese contro il nemico ereditario, la

Francia. In alcune zone i contadini abbatterono le siepi e riportarono in comune le terre cintate.

Il governo intervenne nel 1517, ma già dal 1488 stata creata una commissione con il compito di

studiare il fenomeno dello spopolamento del paese. Assai vago, rapporto della commissione non

faceva menzione che di un numero esiguo di villaggi scomparsi. Scarso effetto ebbe anche il decreto

del 1517, secondo cui tutta la terra convertita da seminativo in pascolo a partire dal 1488 avrebbe

dovuto essere restituita alla sua antica destinazione, e tutte le case distrutte ricostruite; infatti la

maggior parte delle distruzioni aveva avuto luogo prima di quella data. Ricordati ancora nei ruoli delle

tasse del 1377, i villaggi scomparsi non figurano più negli elenchi del 1485. Sembra quindi che il

grande spopolamento debba essere avvenuto tra il 1377 e il 1485. Non fu dunque la peste nera (1348-

1351) a provocare la scomparsa dei villaggi. E' invece possibile che gl'insediamenti posti in terre

marginali siano stati particolarmente vulnerabili; ma altri scomparvero pur trovandosi su terreni fertili.

La causa di ciò va cercata nel rapporto tra prezzi della lana e dei cereali. Come è noto proprio dopo il

1379 la curva dei prezzi dei cereali inglesi cominciò a presentare una tendenza costante verso il basso.

Proprio allora ebbe inizio il periodo peggiore della crisi. Fino a quando cominciò la ripresa, nel 1480,

i prezzi dei cereali rimasero bassi. I prezzi della lana continuarono a crescere fino a circa il 1550. Il

momento del maggiore spopolamento rurale (1377-1485) coincide quasi esattamente con la lunga

crisi dei prezzi dei cereali (1379-1480). La scarsezza di manodopera e l'altezza dei salari reali dovette-

ro indurre i grandi proprietari a passare il più velocemente possibile all'allevamento ovino. Gli

allevatori, o «spopolatori», erano generalmente nobili, cittadini ricchi e monasteri.

In Inghilterra più di mille villaggi disparvero tra il 1086 e il 1900, per la maggior parte nel secolo

XIV e nel XV. Il fenomeno colpi particolarmente i Midlands, lo Yorkshire e il Lincolnshire, regioni

dalla terra di buona qualità, adatta alla coltura dei cereali, ma anche eccezionalmente indicata per il

pascolo. Non videro scomparire villaggi le zone paludose, già tenute ad erba, né quei suoli argillosi,

bonificati nel medioevo, che, cintati al momento stesso della loro messa a coltura, non erano mai

stati campi aperti. Non si ebbero perdite di villaggi neppure nelle regioni boschive, né sui terreni più

poveri della regione occidentale, dove era praticato un tipo di coltura promiscua e dove le permute di

appezzamenti avevano già da tempo aperta la strada alle recinzioni. Solitamente i villaggi scomparsi

31

erano i più piccoli, che costituivano una preda più facile per gli allevatori, e si trovavano soprattutto

nelle regioni a campi aperti.

IL PASSAGGIO DAL SISTEMA CURTENSE ALL'AFFITTO

L'avvento delle signorie territoriali modificò sensibilmente il sistema curtense, la cui penetrazione

in Europa non era mai stata completa. Dopo l'età carolingia in molte regioni venne meno il sistema di

conduzione diretta della riserva dominica da parte del padrone svolta l'aiuto delle prestazioni di

lavoro dei servi. I servizi pesanti divennero superflui; ridotti a semplici unità di conto, i mansi finirono

spesso spezzettati. Nell'Europa occidentale i servizi si ridussero ad alcuni giorni di aiuto prestato

durante il raccolto, con l'eccezione dell'Inghilterra dove essi continuarono a svolgere in qualche zona

un ruolo importante. A parte l'obbligo di fornire un numero di servizi, il regime di servitù fu

caratterizzato nei secoli XII e XIII dal pagamento di un testatico e di altre somme in moneta, dalla

corresponsione di alcuni beni in natura e dai tributi dovuti per matrimonio, morte o eredità. La

condizione servile poteva essere riscattata per denaro, e di questa facoltà si avvalevano soprattutto i

figli cadetti e le figlie, residenti fuori dell'azienda. Del resto questi obblighi, che in certi casi gravano

anche su uomini liberi, non possono essere considerati sintomi sicuri della condizione servile,

eccezion fatta, naturalmente, per il riscatto dei servi da tale loro condizione.

La prosperità degli anni dal 1150 al 1300 e la recessione del Trecento cooperarono insieme all'

abolizione della servitù. Nel periodo iniziale le opere di risanamento furono numerose; vennero

abbattuti boschi, prosciugate paludi, creati polder. I principi e i signori che avevano sostenuto queste

spese cercarono di attrarre coloni da insediamenti più antichi mediante le favorevoli condizioni che

erano in grado di offrire. Le felici prospettive che si aprivano altrove servirono anche a migliorare le

condizioni dei contadini rimasti nelle loro antiche dimore. La crescita di una classe di cottars e di

braccianti agricoli contribuì alla decadenza della servitù. Poiché lo sviluppo della circolazione

monetaria permetteva di corrispondere retribuzioni in denaro, offri ai signori anche la possibilità di

continuare a sfruttare direttamente, almeno in certa misura, le riserve dominiche con il sussidio di

braccianti a giornata.

Nel corso della depressione del secolo XIV i grandi proprietari lamentarono la grave carenza di

manodopera dovuta all'elevato tasso di mortalità. Si trattò di una depressione anzitutto agricola, per

cui le difficoltà di reperire di che sostentarsi nella campagna e il buon livello dei salari urbani

32

favorirono lo spostamento dei contadini verso le città. Pertanto il signore della curtis si trovò costretto

a offrire buone condizioni se non voleva assistere all'abbandono della terra da parte dei propri servi.

In alcune contrade la ragione della scomparsa dei servizi appare molto curiosa. La consuetudine

voleva che il signore, o per esso l'intendente, fornisse cibo e bevanda ai servi nelle giornate che essi

trascorrevano lavorando nella riserva dominica e stabiliva la qualità e la quantità dei cibi corrisposti;

ciò fece sì che a volte l'aumento dei prezzi (da1 1160 al 1340) rendesse il valore degli alimenti super-

iore a quello del servizio prestato. Cosi nel 1307 il vitto fornito da un'abbazia inglese per un lavoro il

cui valore non eccedeva 4 soldi, valeva invece da 5 a 7 soldi. Soprattutto nel tardo medioevo

abbondano gli esempi di servizi lautamente retribuiti con tanta carne da non stare in un piatto, pane e

vino. Salari così straordinari testimoniano della gravissima carenza di manodopera in quel periodo.

Esistevano diversi tipi di conduzione fondiaria (nel senso più ampio del termine) a seconda della

durata della locazione, del termine richiesto per la disdetta, e della somma di denaro o del pagamento

in natura (affitto) che il conduttore doveva corrispondere al proprietario. Poteva trattarsi di oneri fissi,

oppure soggetti a cambiare di tanto in tanto.

La locazione ereditaria alla lunga favoriva il conduttore a spese del proprietario, a causa

soprattutto della svalutazione. D'altra parte il passaggio dalla servitù all'affitto era svantaggioso al

conduttore che perdeva favorevoli diritti ereditari sull'azienda già goduti in qualità di servo. Il

contadino doveva contrapporre una perdita di sicurezza economica a quanto gli era dato di

guadagnare in maggiore libertà giuridica.

Nella loro forma più antica i contratti di affitto scadevano soltanto alla morte dell'affittuario (ad

terminum vitae, ad totam vitam). Questo uso si diffuse per alcuni anni in Inghilterra nel corso del

secolo XIII. Vicino a Gand nel 1210 i contratti di affitto avevano durata ventennale. In generale i

periodi erano divisibili per tre allo scopo di rendere possibile il compimento di una rotazione

triennale; molti contratti preferivano scadenze di dodici o quindici anni, prevedendo l'obbligo per il

conduttore di marnare la terra una volta nel corso di questo intervallo.

Nel più antico contratto di conduzione, quello a colonia parziaria, al signore spettava una parte

stabilita del raccolto: per esempio la metà (50 per cento), un covone su tre o quattro (33 per cento e

25 per cento) o il "covone pesante" ( due covoni su cinque, 40 per cento). Nelle terre soggette a

decima il padrone prelevava un covone ogni tre o quattro fra quanti restavano del raccolto dopo la

deduzione della decima. Cosi, dove la decima ammontava a circa un decimo del raccolto, un covone

su tre significava il 30 per cento del totale e uno su quattro il 22,5 per cento. La colonia parziaria era

diffusa nella Francia occidentale e meridionale, in Borgogna, nei Paesi Bassi orientali e altrove. La

mezzadria prevedeva un'uguale divisione del raccolto tra conduttore e proprietario. Era tradizione che

il proprietario fornisse al locatario semente, attrezzi agricoli, e a volte il bestiame. Talvolta,

specialmente al tempo del raccolto, gli forniva anche il cibo: in questo caso il conduttore finiva col

33

dipendere completamente dal proprietario. Verso il 1180 l'abbazia di Saint-Vaast a Atrecht forniva

metà della semente necessaria per un appezzamento di 5,2 ettari, ricevendone in cambio la metà del

raccolto oltre alla decima. Ad essa spettavano del pari la metà del raccolto e la decima di altri 29

ettari, benché non fornisse affatto la semente necessaria. La mezzadria era dominante nella Francia

occidentale e centrale e in Italia.

In suoli meno fertili il prelievo normale non superava generalmente il quarto del raccolto; su

terreni di migliore qualità si spingeva sino a un terzo. Pertanto della maggiore fertilità beneficiava il

padrone, non il conduttore. Nell'insieme il sistema della colonia parziaria costituiva un grave

impaccio allo sviluppo dell'agricoltura, perché tanta parte di ogni incremento della produzione

strappata con uno strenuo lavoro o dovuto a migliorie andava al proprietario, e ciò smorzava

inevitabilmente l'entusiasmo del conduttore e gli toglieva lo stimolo che la speranza di nuovi guadagni

avrebbe invece potuto fornirgli.

La struttura sociale di una comunità rurale

Per rendersi conto di quali fossero le stratificazioni sociali di una comunità rurale del passato

occorre distinguere accuratamente le regioni ad attività arativa predominante e quelle dedite

prevalentemente all' allevamento. Ovviamente anche nei distretti di attività arativa veniva allevata una

certa quantità di bestiame; ma questo era destinato soprattutto alla fornitura di letame, al tiro e, con

preminenza dell'autoconsumo familiare, alla produzione di derrate casearie. Solo i prodotti del

seminativo venivano inviati al mercato o predestinati ai pagamenti in natura. Allo stesso modo, nei

distretti pastorali spettava ai prodotti del bestiame di assolvere le funzioni principali.

Elemento tipico della stratificazione di una società rurale insediata su poveri terreni sabbiosi e

fondata soprattutto sul lavoro agricolo è la presenza di un ceto superiore di conduttori agricoli dotati

di aziende abbastanza grandi da bastare al nutrimento dell'intera famiglia. Nel corso della storia il

numero di queste unità produttive non subisce che piccole variazioni: e il fenomeno è connesso con

la difficoltà di espandere o di contrarre la superficie agraria. Per chi non faccia parte di questa classe

superiore, saldamente stretta in comunità, ogni progresso riesce molto difficile. Quando la

popolazione aumenta, come avviene quasi sempre nel corso di una espansione agricola, nuovi strati

tentano di varcare il limite imposto dalla rigida crosta superiore. Erano dapprima i cottars, i contadini

con aziende più piccole. Ai proventi che derivavano loro dalla conquista delle terre lasciate fino allora

incolte, essi aggiungevano spesso il denaro guadagnato per mezzo di un'industria domestica di

qualsiasi genere, o il frutto del lavoro compiuto sulla terra di altri conduttori. Nei tempi difficili,

quando la coltura dei cereali era divenuta loro impossibile, essi si rivolgevano alle colture industriali o

34

al giardinaggio destinato al mercato. Subito dopo venivano i braccianti agricoli che sfruttavano

appezzamenti ancora più piccoli di quelli dei cottars, spesso dediti anch'essi a un'industria domestica,

soprattutto in tempi di depressione agricola.

Durante un periodo di espansione agricola, in una comunità di agricoltori la scala sociale

permette il passaggio da gradino a gradino, ma conduce soltanto in una direzione, in basso. Ciò

contrasta con l'industria, dove, in periodo di espansione, la scala sociale si apre tanto verso il basso

quanto verso l'alto. Nella società agricola le cadute sono più facili delle ascese; gli strati inferiori

divengono via via più numerosi mentre il livello più alto comporta limiti numerici di presenze. La

distanza tra il livello più basso e quello più alto, misurata in termini di reddito pro-capite, si accresce,

la differenza tra gli estremi si accentua. Ma in una società siffatta le suddivisioni sono tanto frequenti

che ogni passaggio da uno stadio all'altro può avvenire soltanto gradualmente. Anche in questo si può

vedere una conseguenza dei modi con cui ebbe luogo l'espansione della terra coltivata. I dissodamenti

avvengono lentamente: un'azienda preesistente allarga un poco i propri confini, salvo ridividersi

nuovamente in due dopo essersi così accresciuta. Nel corso di una depressione agricola la scala

sociale si accorcia. Come abbiamo visto, gli strati più infimi spariscono; i pochi cottars superstiti

approfittano della situazione per assicurarsi un' azienda più grande. Ogni volta che una crisi violenta

sopraggiunge a scuotere bruscamente una comunità agricola già statica, interi gruppi spariscono senza

lasciare traccia, mentre altri si vedono aperta la strada all'ascesa verso l'alto.

Guerre e rivolte contadine

Il contadino conduceva nel medioevo una vita dura e stentata. In tempi normali il suo podere gli

consentiva appena la semplice sussistenza per lui e per la sua famiglia: ma quando mai c'erano tempi

"normali" senza contrasti o guerre o raccolti insufficienti? Il contadino era sottoposto a gravami

molteplici: affitti, decime, a volte altri balzelli corrisposti ai possessori di vari diritti, tributi, richiesti dal

signore o dal principe, e cosi via. La sicurezza della legge era scarsa, gli abusi di potere frequenti. I

signori esigevano sottomissione e obbedienza: "Jacques Bonhomme a bon dos, il souffre tout"

(Jacques Bonhomme ha la schiena solida, sopporta tutto), o "Un contadino è come un bue, soltanto è

senza corna". Ma a volte la sopportazione richiesta ai contadini eccedeva i limiti: «il contadino del

medioevo era sempre pronto a correre alle armi: era uno dei grandi rivoluzionari del tempo". La

guerra e la rivolta erano quasi i soli mezzi di difesa e di resistenza in quella società dagli istituti deboli

e contrastanti. Marc Bloch ha osservato: "Per uno storico la rivolta agraria appare inseparabile dal

regime signorile quanto lo sciopero dalla grande impresa capitalistica". Va tuttavia tenuto presente che

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tra gli scioperi e le rivolte contadine passa un'importante differenza: gli scioperi avvengono soprattutto

nei momenti di espansione, quando i salari non si adeguano ai prezzi crescenti, le ribellioni contadine

tendono a scoppiare nei momenti di recessione, quando i prezzi del grano diminuiscono, facendo

aumentare i salari reali.

Ribellioni e guerre contadine non vanno identificate. Le grandi guerre contadine nella Frisia

occidentale, Frisia, Frisia orientale, Drente (c. 1225-1240 e 1324-1328), Stedingerland (1229-1234),

Dithmarschen, Fiandre (1322-1328) e Svizzera, durate vari anni, ebbero luogo fra il XIII e l'inizio del

XIV secolo. Erano il modo con cui i contadini si difendevano dalle usurpazioni di signori stranieri,

come in Frisia, o con cui resistevano agli abusi dei legittimi principi, allorché questi tentavano di

accrescere il loro potere, come nella Drente, nelle Fiandre e nella Svizzera. La resistenza contadina

poté protrarsi tanto a lungo perché i contadini disponevano di organizzazioni proprie. Erano spesso

riusciti a impadronirsi di poteri giurisdizionali; si erano uniti nella lotta contro le acque per

amministrare canali e polder, avevano creato comunità di marca per regolare l'uso dell'incolto e

associazioni per il transito dei valichi alpini.

Le ribellioni contadine erano invece improvvisi scoppi di fierezza e di sfida. Normalmente male

organizzate, duravano poco. Al momento della cattura o dell'uccisione dei capi le ribellioni si

acquietavano con la stessa rapidità con cui erano sorte. Avvennero soprattutto nella seconda metà del

secolo XIV, alla fine del XV, e all'inizio del XVI. Gli esempi più noti sono la jacquerie, che ebbe il

suo epicentro a nord di Parigi e durò dal 28 maggio al 10 giugno del 1358, la ribellione di Wat Tyler,

nei dintorni di Londra, durata dal 30 maggio al 15 giugno del 1381, e quella dei dintorni di

Cambridge, dal 12 al 24 giugno dello stesso anno. In Danimarca si ebbe una rivolta nel 1340 e a

Maiorca nel 1351. Identico carattere di temporaneità ebbe la guerra contadina tedesca durata dal 23

gennaio all'agosto del 1525 nella Germania meridionale, e dal 30 marzo al 7 giugno dello stesso anno

nella Germania centrale.

Le ribellioni contadine scoppiavano nei momenti di recessione economica. I bassi prezzi dei prodotti

agricoli, in contrasto con gli alti prezzi e i salari relativamente alti delle attività manifatturiere,

provocavano lo scontento dei contadini. Spesso a fornire la scintilla che dava fuoco a un risentimento

covato da lungo tempo sotto le ceneri era l'ennesimo gravame che l'autorità o il proprietario

pensavano potesse essere ancora una volta sopportato.

Ma quali forme di resistenza attuavano i contadini per difendersi da queste pretese fiscali che a

loro parere ledevano gli antichi diritti e le consuetudini locali? Come reagivano per difendere i propri

interessi dalla rapacità dei signori fondiari e dei funzionari statali, e dove si colloca il confine fra

abituale resistenza passiva e aperta rivolta? La discussione su questi temi è stata notevolmente

influenzata dalle tesi dello storico sovietico B.F. Poršnev, il quale distingue tra forme superiori e

inferiori di resistenza contadina. In base ai suoi studi sulle sollevazioni contadine nella Francia della

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prima età moderna, egli ha individuato tre tipi basilari di resistenza contadina: la resistenza parziale, la

fuga e la rivolta. Egli intende con resistenza parziale il rifiuto, individuale o collettivo, di compiere

determinati servizi o di ottemperare a determinate disposizioni, in tutte le trasgressioni di divieti e

nelle liti giudiziarie dì qualsiasi tipo insorte fra contadini e signori in merito a specifici diritti o doveri.

L'esodo o la fuga costituisce una seconda forma di resistenza, in quanto il contadino non esercita in

tal modo un'opposizione nei confronti di una richiesta specifica, ma rompe completamente i legami

con il signore e fugge alla ricerca di migliori condizioni di vita. Un terzo livello di resistenza viene

raggiunto quando i contadini si ribellano apertamente e ricorrono collettivamente alla violenza per

modificare la situazione. Poršnev collega questa tipologia delle forme di resistenza rurali, secondo lo

schema di resistenza parziale, fuga e rivolta, allo svilupparsi dello stato moderno in Francia, e sostiene

la tesi che le rivolte contadine favorirono la formazione della monarchia nazionale centralizzata;

l'assolutismo come forma più evoluta del regime monarchico sarebbe perciò la conseguenza ne-

cessaria delle lotte contadine.

Il dualismo agrario europeo nell’ età moderna: signoria fondiaria a

ovest, riserva signorile a est

All'inizio del XIX secolo, quando nei principali paesi europei l'emancipazione dei contadini

poteva ormai considerarsi conclusa, persisteva tuttavia una differenza fondamentale tra i regimi agrari

dell'Europa occidentale e orientale. Il confine tra questi due diversi assetti agricoli coincideva in

Germania grosso modo con il corso dell'Elba. A est dell'Elba era diffusa la riserva signorile

(Gutsherrschaft), a ovest la signoria fondiaria (Grundherrschaft). A occidente fu la piccola azienda

contadina - gravata prevalentemente da canoni monetari e in natura - a segnare la struttura

dell'agricoltura, mentre nelle regioni orientali prevalse la grande azienda agricola dei proprietari

terrieri, verso i quali i contadini erano gravati soprattutto da onerosi servizi d'opera. Anche i signori

fondiari dell'Occidente gestivano direttamente alcune terre, che però in generale costituivano una

porzione non significativa. Nella riserva signorile orientale, invece, è il latifondo al centro del sistema.

Disuguale importanza rivestivano anche le comunità rurali. Nelle regioni a est dell' Elba esse erano

strettamente legate alla riserva signorile, tanto più che molte comunità avevano un solo grande

proprietario fondiario; egli possedeva insieme il potere di polizia e il diritto della bassa giurisdizione

(per reati minori) sul villaggio e sui contadini ivi residenti, considerati suoi servi ereditari. Nei villaggi a

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ovest dell'Elba, invece, la struttura del dominio signorile era generalmente assai frazionata, poiché più

signori vantavano possessi e diritti su un medesimo territorio. Le comunità di villaggio qui avevano di

regola maggiore autonomia e libertà di movimento rispetto a quelle dell'Est.

In quale periodo si formò questo dualismo agrario in Europa? Quando si affermò nelle regioni a

est dell'Elba la riserva signorile, che segnò così a lungo la condizione dei contadini orientali? La

riserva signorile delle zone al di là dell'Elba non risale affatto al periodo del pieno Medioevo, ai secoli

XII e XIII, allorché quei territori, grazie alla spinta colonizzatrice verso oriente, vennero conquistati

alla coltura e completamente trasformati. Furono fondati nuovi villaggi, si diffusero i canoni enfiteuti-

ci, la rotazione triennale ebbe un'incidenza sempre maggiore e la produzione agricola aumentò

Nell'ambito di questa colonizzazione i contadini tedeschi raggiunsero spesso una migliore condizione

economica, sociale e giuridica rispetto ai loro omologhi delle aree di più antico insediamento. Anche

la popolazione di stirpe slava beneficiò in parte di queste favorevoli condizioni, soprattutto in quei

gruppi di villaggi amministrati secondo il diritto tedesco. Il diritto patrimoniale ereditario dei nuovi

coloni era solitamente gravato da un canone enfiteutico, gli obblighi dei contadini erano costituiti

prevalentemente da canoni e solo in minima parte da servizi. A fianco dei numerosi poderi contadini

che segnavano allora il volto dei villaggi tedesco-orientali, troviamo anche le aziende agricole signorili

laiche ed ecclesiastiche che non superavano di molto l'estensione di una normale azienda contadina e

richiedevano pertanto poche corvé lavorative. i più grandi signori fondiari erano principi territoriali

tedeschi e slavi; la maggior parte del suolo apparteneva all'aristocrazia, fortemente differenziata al suo

interno. Per lo sviluppo successivo fu fondamentale il fatto che il patrimonio fondiario dei signori

territoriali passasse nelle mani delle famiglie dell'aristocrazia minore. Gli introiti dei principi

territoriali, dei signori laici ed ecclesiastici erano costituiti in prevalenza da rendite riscosse in denaro

o in derrate, nell'ambito delle quali era prepondérante l'incidenza dei censi.

Il basso Medioevo rappresentò un'epoca decisiva in cui i rapporti agrari si svilupparono in modo

differente nell'Europa orientale ed occidentale. Nei secoli XIV e XV i paesi dell'Est e dell'Ovest

furono colpiti da numerose crisi economico-sociali, da intendersi in parte come crisi del sistema

feudale e in parte come crisi agrarie. Epidemie, spopolamenti, villaggi e campi abbandonati, calo dei

prezzi cerealicoli e scarsità di manodopera contadina, guerre civili, faide di cavalieri e invasioni come

quelle dei temuti ussiti o dei Turchi aumentarono il generale disordine. Per migliorare la loro difficile

situazione economica, i signori fondiari dell'Europa Orientale ricorsero in parte agli stessi mezzi

sperimentati dai loro omologhi occidentali. Per contenere i salari entro livelli minimi essi stabilirono

dei tetti salariali e cercarono di aumentare i canoni dei contadini fin dove possibile. Inoltre ricorsero -

diversamente dai signori fondiari d'Occidente - a provvedimenti in forza dei quali si spianò la strada

per i contadini d'oltrelba alla servitù della gleba. Invece di ridurre, come avvenne in Inghilterra, gli

oneri feudali, molti signori fondiari delle regioni orientali pretesero dai contadini maggiori corvé

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lavorative, limitarono la loro libertà di movimento e di soggiorno e ingrandirono le proprie tenute a

spese della terra dei contadini. Nel corso del XV secolo la libertà di soggiorno e di circolazione dei

contadini a est dell’ Elba venne man mano limitata con ordinanze legislative e i contadini furono legati

alla terra.

I profondi mutamenti manifestatisi nel XVI secolo nell'economia, nella società, nella politica e

nella cultura esercitarono altresì una durevole influenza sulle condizioni agrarie. La rapida crescita

della popolazione provocò una domanda crescente di derrate alimentari, stimolando così lo sviluppo

dell'attività agricola. L'espansione economica europea fu però più accentuata in altri settori;

soprattutto le città trassero vantaggi dal generale sviluppo economico, dalle scoperte geografiche

d'oltremare e dallo sviluppo mondiale del commercio. Le città portuali delle coste occidentali,

soprattutto quelle inglesi e olandesi, ascesero in quel tempo a centri del commercio europeo. Le rotte

del Baltico diminuirono di importanza, allorché il primato economico e politico della Lega Anseatica

passò ai fiorenti centri commerciali dell’ Europa nord-occidentale e si rafforzò lo slancio economico

dell'Ovest. Le differenze strutturali tra l'Europa occidentale -. con una sua fitta rete di città, un'intensa

attività manifatturiera e un vivace commercio - e quella orientale (più povera di città, con una minore

attività economica e una popolazione inferiore) si accentuarono . Sia all'Est che all'Ovest, per i signori

fondiari si poneva il problema di come reagire ai sopravvenuti mutamenti generali e di quali mezzi

usare per difendere la propria posizione. Per le regioni dell'Europa orientale fu questa l'epoca

decisiva per la formazione della riserva signorile e per l'inasprimento della servitù della gleba. Il

legame alla terra dei contadini divenne più stretto a causa della notevole diffusione della conduzione

diretta da parte dei grandi proprietari, con le conseguenti, obbligatorie corvé dei contadini. Alla fine

del XVI secolo aveva preso forma nell'Europa orientale il modello della riserva signorile con il suo

tipico legame alla terra dei contadini, la sua conduzione diretta, le sue gravose corvé, e infine

l'ereditarietà del servaggio. Se nel XV secolo le tenute dei signori fondiari erano in media tre volte

maggiori di un podere contadino, esse nel corso del XVI se-colo quasi raddoppiarono, fino a coprire

circa i due quinti dell'agro del villaggio.

Se ci fermiamo à considerare dettagliatamente l'area dell'Est europeo e in particolare lo sviluppo della

Germania orientale, constatiamo che i signori feudali a est dell'Elba risolsero i loro problemi

economici ricorrendo a diversi metodi e consolidarono la loro preminente posizione politica come

rappresentanti di un ben definito ceto. La debolezza dei principi territoriali era qui particolarmente

marcata, sicché i signori locali poterono acquisire importanti poteri giurisdizionali e assicurarsi un'in-

dipendenza relativamente forte.

Per ampliare i loro possedimenti, i signori fondiari dell'Est europeo approfittarono in primo luogo

delle terre abbandonate nel tardo Medioevo anche nell'Europa orientale, incorporandole ai loro

domini o fondandovi nuovi castelli. I campi abbandonati si rivelarono dapprima di scarsa utilità, e

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venivano sfruttati solo nella forma estensiva dai signori terrieri. Tuttavia allorché nel corso del XVI

secolo i prezzi cerealicoli aumentarono, prospettandosi per i grani prodotti nella Germania orientale

favorevoli possibilità ai vendita sui mercati dell’ Europa nord-occidentale, prese vigorosamente piede

lo sviluppo della riserva signorile tedesco-orientale, e infine essa approfittò della congiuntura

favorevole all'esportazione. La debolezza politica dei potentati territoriali fece sì che alcuni importanti

diritti sovrani, come la giurisdizione sul territorio e il diritto di imporre tasse, passassero nelle mani di

esponenti dell'aristocrazia minore e rafforzassero il potere della signoria fondiaria. Nel contempo

peggiorò la situazione dei contadini in termini di diritto patrimoniale sicché si diffusero forme di

affittanza più sfavorevoli; ciò rese più facile al signore fondiario espropriare la terra ai contadini e

ingrandire così la sua proprietà. La struttura della grande proprietà fondiaria della Germania

orientale, in via di espansione, non si limitò a scacciare i contadini, ma li sfruttò anche nella

valorizzazione delle proprie terre. All'inizio dell'età moderna la libertà di movimento dei contadini fu

drasticamente ridotta, il legame con la terra rafforzato e le corvé intensificate. I contadini fuggiti dalla

riserva signorile, una volta catturati, erano soggetti a pene severe; assieme ai propri figli erano

considerati alla stregua di accessori del fondo, ed erano obbligati, perciò, a fornire servizi e prestazioni

gratuite al loro padrone.

Quali cause contribuirono a rendere nel XVI secolo i contadini dell'Europa orientale servi della

gleba, mentre nello stesso periodo i vincoli di quelli occidentali si andavano notevolmente

allentando? La spiegazione di questa vistosa discrepanza nel destino dei contadini orientali e

occidentali risiede nel differente sviluppo delle varie regioni. Negli stati dell’ Europa occidentale,

come la Francia e l'Inghilterra, ai sovrani riuscì nel XV secolo di imporre il proprio potere

all’aristocrazia, mentre nei paesi dell'Europa orientale, come la Polonia. e l’Ungheria, furono i nobili

la forza determinante della vita politica. I principi e i re dell'Europa orientale, indeboliti dalle guerre,

dalle lotte di successione e dalla diminuzione degli introiti, avevano urgente bisogno dell'appoggio ari-

stocratico per mantenere la loro posizione. Per assicurarsi quest’appoggio fecero numerose

concessioni all'aristocrazia, cedendo soprattutto poteri giurisdizionali a scapito dei diritti della

popolazione rurale. In quest'ottica il regno di Polonia si può definire a ragione una «repubblica

aristocratica», dove i rappresentanti dei nobili influenzavano le decisioni politiche più importanti,

assicurando così i privilegi dell'aristocrazia. Il re Sigismondo dovette addirittura, nel 1518, obbligarsi a

non accettare esposti presentati da contadini contro i loro signori fondiari.

Il declino delle città e della borghesia urbana nell’ Europa orientale favori certamente l'egemonia

politica dell'aristocrazia. Nei secoli XIV e XV le città dell'Europa orientale erano ancora fiorenti e

davano una forte impronta alla vita politica ed economica. Poi subentrò, però, un regresso dovuto a

cause diverse: declino della Lega Anseatica di cui facevano parte molte città dell'area baltica, regresso

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dei commerci in seguito al calo demografico, alla guerra e alle lotte intestine per il potere, e infine la

progressiva concorrenza tra Inglesi e Olandesi nelle rotte commerciali tra l'Est e l'Ovest. La crisi eco-

nomica che attanagliò i centri urbani permise all’aristocrazia, grazie ai buoni e stretti rapporti con il

governo centrale, di spezzare il monopolio commerciale interno ed esterno delle città, alle quali fu

inoltre vietato di accogliere servi fuggitivi; infine ai nobili fu concesso di poter vendere merci a prezzi

ridotti grazie a privilegi doganali.

Indebolite da tali provvedimenti, molte città dell'Europa orientale sprofondarono in un periodo di

dell’

ristagno. Nel contempo le città Europa occidentale entravano in una fase di crescita che le portò,

soprattutto in Inghilterra e in Olanda, a una forte espansione. Questo diverso sviluppo delle città fu

rilevante non solo per la storia dei rapporti tra signori fondiari e contadini, ma anche per l'intera storia

europea. Il particolare sviluppo dell'Europa orientale fece sì che l'aristocrazia locale mantenesse

intatto il predominio nella vita sociale, economica e politica, mentre l'Occidente sperimentava l'ascesa

di una vivacissima borghesia che nei secoli seguenti avrebbe avuto un ruolo trainante nel decollo

europeo. La debolezza delle città orientali spiega chiaramente l'arretratezza dei paesi dell'Est, legati

solo ad una economia agricola.

Poiché i monarchi dell'Europa orientale ebbero un tenue legame con la popolazione rurale, i

contadini erano per la maggior parte in balia dell'aristocrazia. I signori fondiari si servirono della forza

patrimoniale conquistata sui contadini per limitarne ulteriormente le libertà personali, accrescerne i

carichi feudali e ridurne i diritti patrimoniali. Essi divennero in questo modo signori assoluti dei

propri villaggi e mantennero i contadini in un rigido servaggio. Questo sviluppo fu accompagnato da

un notevole incremento della produzione agricola signorile per il mercato. Se in precedenza i signori

fondiari destinavano ad esso piccole quantità di prodotti, a partire dal XVI secolo essi

incrementarono sensibilmente, sotto la propria conduzione diretta, la produzione di derrate agricole;

ciò avveniva a scapito delle aziende dei contadini, che non di rado vennero ridotti a possessori di

infimi appezzamenti o a braccianti giornalieri senza terra. Nel contempo i signori intensificarono le

corvé lavorative portandole a più giorni di lavoro la settimana, cosicché l'economia contadina si vide

completamente dominata dal sistema della riserva signorile.

LA RIPRESA DELLA SECONDA META’ DEL XV SECOLO

Il punto di partenza della ripresa demografica non fu identico dovunque. In Francia, esso si

colloca sicuramente intorno al 1450, giacché con la fine della guerra diminuiscono le carestie e le epi-

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demie e si estendono le superfici seminate. Nonostante le sue particolari condizioni di paese più

martoriato, la rinascita demografica della Francia è cronologicamente un caso medio. Stranamente,

vediamo infatti che in regioni niente affatto colpite da difficoltà eccezionali, il calo demografico

continuerà dal 1435 fino agli ultimissimi anni del XV secolo: nel 1497 la Catalogna conta soltanto

60.000 famiglie circa, in confronto alle 78.000 di centoventi anni prima, mentre nell'Italia

settentrionale e centrale la popolazione riprende ad aumentare sin dalla prima metà del XV secolo.

Da calcoli precisi effettuati per l'arcidiaconato dell'Essex risulta d'altra parte che dagli anni 1450 in poi

il tasso di nuzialità fu in costante aumento, e così pure il numero medio di figli per testatore, segno di

una notevole diminuzione della mortalità infantile. Questo miglioramento della speranza di vita, o del

destino dei neonati, non si spiega ovviamente con una maggiore igiene, ma col semplice fatto che le

epidemie più o meno legate alle carestie e che colpivano soprattutto i bambini molto piccoli s'erano

diradate sin quasi a scomparire.

Presto o tardi, la popolazione aumentò quasi dappertutto, ma la massa dei consumatori e dei

produttori restò spesso al di sotto del suo volume degli anni 1300-40. Nel 1500 Parigi non aveva

ancora raggiunto i 200.000 abitanti circa che aveva contato in passato, e altrettanto può dirsi di città e

regioni dove le condizioni generali erano molto migliori. Nel 1526, la popolazione di Firenze non

superava i 70.000 abitanti, contro i 110.000 del 1338; e la popolazione dell'Inghilterra tornò a

contare 3.750.000 anime solo negli anni 1600. Se avessimo un censimento concernente l'intero

regno di Francia nel 1500, è certo che non vi troveremmo oltre 14 milioni di abitanti, come nel 1328

e all'interno dei confini di quel tempo. E’ probabile inoltre che la popolazione non fosse più

distribuita come in passato: a Tolosa, a Firenze e in molte altre città, anche provenzali,

l'immigrazione rurale aveva in parte colmato i vuoti, o per dirla altrimenti le città gravavano molto di

più sulle campagne vicine, proporzionalmente meno popolate che in passato. Altrettanto mutati

risultarono i rapporti numerici fra le diverse regioni. Di contro a una regione come quella di Parigi

che, rara eccezione insieme a poche altre, tornò ad avere verso il 1500-20 la stessa densità rurale del

1328-32, molti altri settori si mantennero a un livello inferiore a quello di un tempo, e a volte

addirittura infimo, come nel caso dell'Alta Provenza.

Se la grande depressione dell'interminabile XIV secolo non è soltanto un'opinione, è evidente

ch'essa poteva finire soltanto grazie alla combinazione di un insieme di nuove condizioni. Una di

esse fu la rinascita demografica. La fine della crisi dei prezzi cerealicoli ne fu un'altra? Probabilmente

no. Questo marasma, estesosi anche a zone inizialmente. risparmiate, finì soltanto nell'ultimo scorcio

del XV secolo, quando l'aumento dei prezzi in tutti i settori e indipendente, almeno all'inizio, dalla

scoperta dell'America e dall'afflusso di metallo prezioso, giacché lo precedette, si generalizzò a tutta

l'Europa. E’ impossibile tuttavia parlare di depressione a proposito dell'Europa della seconda metà

del XV secolo, prova che l'indice dei prezzi cerealicoli non era un ovvio criterio di crisi.

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Semplicemente, nelle regioni francesi dissodate dopo la fine della guerra, i coltivatori non ricavarono

dai propri sforzi dei proventi incoraggianti. Le altre produzioni e l'allevamento rendevano però

molto di più che in passato; e localmente il basso prezzo dei cereali spinse gli agricoltori a

incrementare altre colture, sia in Francia che altrove.

La maggior parte degli storici è d'accordo sul fatto che la tendenza ai ribasso dei prezzi dei cereali

non impedì un certo miglioramento del livello di vita, per esempio in Germania e in Inghilterra. In

quest'ultimo paese, abbastanza ben noto alla storia quantitativa della fine del Medioevo, i cereali

ricominciarono a calare verso il 1440: l'indice del frumento (base 100=1300-19) crollò da 64 nel

1420-39 a 53 appena nel 1440-50 e a 47 nel 1460-79. I salari agricoli corrisposti dal vescovo di

Winchester, ed espressi in argento, continuarono invece ad aumentare fin verso il 1400 (epoca in cui

erano quasi il doppio che nel 1300-19), stabilizzandosi infine nel corso del XV secolo. Nella seconda

metà del XV secolo la divaricazione fra i prezzi dei cereali e i salari agricoli pertanto aumentò; ma in

agricoltura non ci fu una distorsione costante e generalizzata fra prezzi e salari, e lo prova il caso della

Francia, dove dopo la peste nera i salari quasi si raddoppiarono, stabilizzandosi in seguito, come i

salari inglesi, fino all'inizio del XVI secolo, tranne ovviamente che durante le carestie, le epidemie

provocate dalla guerra e dalla denutrizione, e dalle ondate inflazionistiche. Generalmente, nel XV

secolo, i cereali ribassarono ulteriormente anche in Francia, ma forse un po' meno che in Inghilterra.

I prezzi del vino aumentarono invece quasi come i salari, senza però stabilizzarsi nel corso del XV se-

colo. D'altra parte, come è stato osservato a proposito del Cambrésis, la depressione genera

automaticamente un nuovo decollo. Concentrata nei terreni migliori, la produzione cerealicola di-

minuì meno della popolazione. In una situazione del genere non solo i prezzi diminuiscono, ma la

produttività pro capite aumenta e l'alimentazione migliora, favorendo una ripresa economica generale

e quasi automatica e un’ espansione demografica locale. Quest'ultima a sua volta elimina ogni

ostacolo facendo saltare blocchi e strozzature, e consentendo alle condizioni favorevoli di agire a

fondo. Cosa che, nel Cambrésis, accadde verso il 1470.

La generale ripresa dell'attività economica, e pertanto l'inizio di una nuova fase A, evidente per

contrasto soprattutto nei paesi più colpiti, si situa probabilmente intorno al 1450-70, e anche prima

nei paesi mediterranei, in Germania e in Inghilterra, paese quest'ultimo dove, stando ad A. R.

Bridbury, l'espansione del settore secondario e di quello terziario, divenuti ormai settori trainanti,

avrebbe controbilanciato la depressione agricola a partire dagli anni 1400. M. M. Postan obietta

peraltro che se è possibile che in Germania, dall'inizio del XV secolo in poi, la redistribuzione dei

redditi agricoli sia andata a vantaggio dell'economia urbana, in Inghilterra le cose andarono

diversamente: gli anni di crisi agricola (nel ciclo di lunga durata ci furono ovviamente delle frequenti

pulsazioni irregolari, in entrambi i sensi) furono anche anni di crisi commerciale, giacché nei primi

decenni del XV secolo la redistribuzione dei redditi rurali (sulla quale le opinioni divergono) non

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favori le città. A suo parere, dunque, la nuova fase A avrebbe avuto inizio in tutti i settori soltanto

intorno al 1470, e comunque almeno venticinque anni prima di una nuova tendenza all'aumento dei

prezzi dei cereali. Nonostante alcune evidenti differenze d'evoluzione fra i due regni, la

periodizzazione proposta da M. M. Postan è applicabile anche alla Francia, dove verso il 1470-75 le

peggiori ferite cominciano infatti a cicatrizzarsi: nei cantoni più favoriti delle province più ricche i

terreni migliori sono tutti dissodati e in pieno rendimento, i vigneti si estendono e le greggi sono più

numerose. Contemporaneamente, nella maggior parte delle regioni, la produzione artigianale decolla,

come pure, anche se più timidamente, il commercio. E’ dunque molto probabile che in Francia,

come quasi dovunque, la nuova crescita del settore secondario e terziario sia stata meno lenta e più

sostenuta di quella di tutto o di parte del settore primario.

Secondo una cronologia variabile da un cantone all'altro, ma comunque verso il 1450 al più tardi,

il suolo d' Europa venne dunque colonizzato una seconda volta. Meglio sarebbe peraltro parlare di

ricolonizzazione , di rimessa a frutto di terreni un tempo in pieno rendimento, particolarmente in

Francia. E questa ricolonizzazione si unì spesso a una relativa riconversione agricola.

La ricostruzione, in Francia, si realizzò in due tempi. Nella prima fase, fra il 1440 e il 1475,1

vecchi territori più ricchi, come il circondano di Parigi, l'altopiano di Châtillon, la pianura di « Francia

» e le valli, chiamarono a raccolta energie e capitali. Poiché inizialmente la massa dei beni offerti fu

molto superiore alla domanda, e per giunta in cattivo stato, il crollo dei canoni in confronto

all'anteguerra o anche al 1400 fu fortissimo, dato che quelli in natura erano stati man mano sostituiti

da altri pattuiti in denaro. Finalmente, in molte regioni, il tasso nominale dei canoni - che tornerà ad

aumentare verso il 1500, quando la domanda di terreni sarà a volte superiore all'offerta - si stabilizzò a

un livello infimo. Va notato inoltre che nelle regioni viticole buona parte degli sforzi dei

contemporanei fu dedicato soprattutto alla vite, molto più remunerativa dei cereali. La seconda fase

dei dissodamenti, dal 1475 agli anni 1500-20, interessò invece i settori « marginali », tranne che in

alcune contrade definitivamente abbandonate, come l'Alta Provenza; e fu assai più complessa, perché

molti territori, come nella Brie, nell'Hurepoix e nella Sologne, erano ormai ridotti ad autentici

deserti. Ovviamente; i canoni signorili vi diminuirono ancora di più che altrove, ma nelle zone

d'insediamento sparso non tutti i casolari e gli agglomerati isolati riacquistarono i propri abitanti. In

Francia (dove i lost villages non furono molti) la maggior parte venne rioccupata più tardi, verso il

1500, ma qualcuno scomparve per sempre.

Certi suoli pessimi, infine, vennero abbandonati definitivamente, a tutto vantaggio del

risanamento dell'economia rurale; e questo rinnovamento agricolo ebbe degli ottimi e prolungati ef-

fetti sul livello di vita dei contadini. Alcuni diritti vennero diminuiti o aboliti definitivamente, come

ad esempio certe banalità, e là dove le concessioni non erano ancora perpetue lo divennero, come

nel Mezzogiorno, o quanto meno vennero estese a due o tre generazioni, come nel Maine, nel

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Quercy, ecc. Nonostante gli indispensabili sacrifici intesi a salvare il salvabile, il potere signorile non

ne uscì indebolito: i diritti al contrario vennero riscossi più puntualmente che in passato, e altri caduti

nel dimenticatoio ripristinati. Osserveremo infine che man mano che aumentò la densità

demografica, diminuì la superficie delle aziende contadine, ma non l'onerosità della fiscalità del re o

del principe. Alle soglie dell'Età moderna, regioni ridiventate popolosissime, come 1' Ile-de-France,

erano già minacciate dal depauperamento rurale, relativamente controbilanciato, poco prima del

1500, dall'aumento dei prezzi dei cereali. Le fattorie signorili, importantissime per le loro eccedenze

commerciabili, si risollevarono, sebbene a giudicare dai libri di conti le entrate dei grandi non

avessero ancora raggiunto il livello di un tempo. La terra, almeno in Francia, non era più come in

passato un ottimo investimento, ed ecco perché 1a borghesia mercantile fu molto meno attratta dagli

investimenti fondiari di quanto non si credesse inizialmente, e lasciò il mondo signorile molto più

immutato nella sua composizione di quanto certe apparenze farebbero pensare.

Con relativa timidezza, anche la Francia partecipò alle trasformazioni del settore primario

osservate in numerose zone europee. Oltre che dai commercianti, l'impulso venne dai signori, che al

pari dei contadini e anche meglio di essi vedevano bene che molte produzioni erano assai più

redditizie dei cereali; e non solo in Francia, ma anche in Germania: già prima del 1450, molti gua-

dagnavano assai di più col pesce, la frutta, ecc., che con i cereali. Diminuire le superfici seminate era

senz'altro conveniente, tanto più che in generale le bocche da sfamare erano molte di meno che nel

1300. E i signori - altro aspetto della reazione signorile diffusa un po' dappertutto in Occidente -

diedero così un'altra spinta alla diserzione dei villaggi marginali.

Nelle regioni vicine al Mediterraneo, la reazione signorile fu spesso legata ai progressi rurali della

borghesia. Il predominio politico-militare dei comuni dell' Italia settentrionale e centrale sulle

campagne si accompagnò a una quasi totale appropriazione dell'economia del contado da parte della

borghesia, sia attraverso il controllo dei mercati e degli scambi, sia mediante l'acquisto su più vasta

scala delle grandi tenute, a detrimento della chiesa e dei nobili: nella penisola Iberica, ad esempio, si

giunse in pratica a vietare il commercio nei mercati rurali, esigendo che tutti gli scambi avessero luogo

nei mercati urbani. Diversamente da quanto accadeva in Francia, i borghesi, e soprattutto gli uomini

d'affari, ricavarono dalla terra dei profitti finanziari molto superiori a quelli tratti dalle transazioni

bancarie e commerciali. Lo spirito con cui si praticava l'agricoltura cambiò, e tale settore fu sempre

più gestito come un'impresa commerciale; donde la specializzazione delle colture e lo sviluppo di

quelle più strettamente connesse al commercio, che, a prescindere dalla bonifica della valle del Po,

terminata nel XV secolo, giunsero a trasformare i paesaggi italiani. La coltivazione del guado vicino ad

Alessandria e quella dello zafferano in Toscana si estesero, e la produzione si diversificò sempre di

più; la « coltura mista » progredì rapidamente nelle regioni collinose, quale la Toscana, e sui

contrafforti alpini: nei campi di cereali si piantarono olivi, viti rampicanti, alberi da frutta e gelsi. Nella

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penisola e in altri paesi mediterranei, e naturalmente anche in. Francia, si lanciò una vittoriosa

offensiva dei vini forti. La progressiva perdita dei mercati orientali conquistati dai turchi, che rischiava

di privare l'Occidente dei vini liquorosi d'importazione, spinse gli imprenditori a sviluppare i vigneti

italiani, provenzali e iberici. Alcuni commercianti genovesi e fiorentini lanciarono così i vini di Jerez,

ecc; La coltivazione della vite e dell'olivo prese a volte l'aspetto della monocoltura, cosa sin'allora

quasi ignota in Occidente.

L'Italia settentrionale e centrale non fu l'unica a realizzare una parziale riconversione. Altrettali

successi si ottennero in varie zone della Germania: la coltivazione del luppolo, del lino e del guado

prosperò, e così pure quella della vite (nuovi. vigneti sorsero finanche nella Germania dell'Est e del

Nord). Tutte cose che in parte si spiegano con l'evoluzione del gusto, e in parte col miglioramento del

livello di vita. Quest'aumento, che tranne che fra i più sfortunati si traduce in una sempre crescente

domanda di carne, latticini, cuoio, pellami, ecc., spiega inoltre il rinnovato sviluppo dell'allevamento.

Con la generale spinta impressa all'economia pastorale, spesso sotto l'impulso della potente « corpora-

zione » dei macellai, l'allevamento s'intensifica intorno a tutti i centri urbani; ma due settori geografici

spiccano in particolare, ossia quelli in cui la signoria è più forte di quanto ancora non sia altrove - e la

connessione è evidente: innanzitutto l'Inghilterra, dove il XV secolo segna l'accelerazione del

passaggio dai paesaggi di open fields a quelli di enclosures, generalmente signorili ma spesso anche

contadine, visto che una buona metà dei profitti dei contadini derivava dall'allevamento. Fra le

ricchezze dell'isola, l'allevamento ovino è sempre più importante: le spese di trasporto della lana, in

forte aumento dal 1462 al 1486, sono minime, e consentono di sviluppare le greggi anche lontano dai

porti e dai centri tessili. In secondo luogo i Pirenei, la Provenza e soprattutto l'Italia del Sud e la

penisola Iberica, dove le greggi transumanti aumentano continuamente e il latifondo si estende

sempre di più. Alcune grandi associazioni di allevatori controllate dai potenti, quale la Mesta

spagnola, sottrassero agli agricoltori praterie e compascoli; in Spagna scomparvero villaggi interi, tra-

sformati in grandi aziende dominicali come i cortijos andalusi, e le campagne si spopolarono come

nell'agro romano. A quanto sembra, l'agricoltura fu sopraffatta dalla pastorizia sostenuta dai potenti,

quanto meno nella penisola Iberica dove i merinos divennero una ricchezza paragonabile a quella che

l'Inghilterra ricavava da lungo tempo dagli ovini locali. Con la diffusione dell'industria tessile nelle

campagne di tutta Europa, la manodopera spagnola e inglese trovò una preziosa risorsa integrativa in

ambiente rurale, esattamente come tanti contadini irlandesi, francesi e tedeschi con la canapa e il lino.

46

IL BOOM PRODUTTIVO DEL CINQUECENTO: IL SECOLO DELLE GROSSE

SPIGHE ?

Al di là dell’incremento della popolazione, e in stretta connessione con essa, crescita vuol dire

anche aumento della produzione agricola, indiscutibile e quasi generale dal 1470 al 1520, prolungatasi

a un ritmo più lento e non senza accidenti o eccezioni fino al 1560 e successivamente interrottasi in

molte regioni, come ad esempio la Francia, ma non dappertutto, visto che in certi casi continua fino

agli anni Venti del secolo seguente.

Bisognerebbe però stabilire come quest’aumento si sia verificato, anche se in realtà la soluzione

di questo problema servirebbe a ben poco, dato ch’esso concerne essenzialmente i cereali e ignora

pertanto i cambiamenti che l’invasione dei foraggi e lo sviluppo dell’allevamento possono aver

introdotto in certe zone. Probabilmente, calcolare l’insieme della produzione agricola basandosi

soltanto sul volume dei cereali sarebbe un errore.

Eludere questo problema è comunque impossibile. Ma, quest’aumento della produzione è forse

dovuto a un aumento delle rese? Slicher Van Bath, basandosi su rese effettive constatate in alcuni casi

determinati, si è convinto che la resa dei quattro cereali europei più importanti – frumento, segale,

orzo e avena – sia realmente aumentata prima ancora dell’avvento dei mais. Quest’aumento avrebbe

portato le rese a 7 chicchi raccolti per uno seminati in Inghilterra e nei Paesi Bassi e a 6,3 in Francia,

Spagna e Italia per tutto un periodo iniziato nel 1500 e terminato secondo i casi fra il 1700 e il 1820. I

risultati di Slicher Van Bath sono indubbiamente esatti nel caso dei Paesi Bassi, dove sono

confermati da numerosi esempi e si spiegano d’altronde con la crescente selettività dei terreni

destinati a cereali. Ma, per molti altri paesi le indicazioni dell’autore olandese sono molto meno

attendibili: talvolta le tecniche cerealicole del 1700 o del 1750 sono ancora le stesse del 1300, e

l’aumento delle rese dei cereali realizzatosi nel XIII secolo non si ripeterà più fino al XVIII secolo.

Che cosa se ne deve concludere? Questo, per il momento: la coesistenza, nel corso del secolo e

in zone a volte molto simili, di rese ottime e di rese pessime ci autorizza a pensare che non ci sia stato

un aumento decisivo, né il superamento di una qualsiasi soglia quantitativa. La relativa frequenza di

segnalazioni di alte rese in Spagna, in Italia, in Inghilterra e nei Paesi Bassi fa pensare tuttavia che

durante il XVI secolo i rendimenti elevati ("le grosse spighe") siano stati numerosi, a causa forse del

tempo particolarmente clemente: nell'Ile-de-France, ad esempio, troviamo infatti una ottima serie

climatica che si protrae fino al 1540, e lo stesso fenomeno si verifica in Spagna fino al 1565 almeno.

Come sappiamo, la storia del clima, che tanti progressi ha fatto da vent'anni in qua, propone un XVI

secolo relativamente sereno e caldo ma non troppo secco fino al 1550-55 circa. Il raffreddamento

47

successivo al 1560, più o meno intenso secondo le latitudini, fu probabilmente meno dannoso per i

cereali nell'Europa del Sud, in Spagna e in Italia, che in quella del Nord, il che può spiegare le ottime

rese registrate nel Meridione fin verso il 1590. Potremmo dunque supporre che il volume globale dei

cereali disponibili sia stato soddisfacente fino al 1560 almeno, e forse in certe regioni fin verso il

1580, e questa ipotesi potrebbe essere confermata dal fatto che molti dati concernenti il XVII secolo

indicano delle rese inferiori. Detto questo, non tutte le innovazioni decisive, in agricoltura,

presuppongono necessariamente un aumento delle rese cerealicole. La tesi del dott. Kerridge,

secondo la quale la « rivoluzione agricola » in Inghilterra risalirebbe al 1560-90, non si basa affatto

sull'aumento delle rese dei cereali.

Molte buone annate ma nessun cambiamento decisivo dei rendimenti cerealicoli medi non

bastano a portare la produzione delle derrate alimentari al livello di una domanda che l'aumento dei

consumatori fa lievitare continuamente: la verità è che all'aumento della produzione si poté dunque

arrivare soltanto grazie all'estensione dello spazio coltivato e a un più massiccio intervento di derrate

supplementari: i legumi e i prodotti animali quali la carne, il latte, il burro e il formaggio.

La rivoluzione dei prezzi: 1550-1650

Non furono l'oro e l'argento americani a trasformare la depressione del tardo medioevo

nell'espansione del secolo XVI. Molto prima che l'influsso dei metalli preziosi d'America si facesse

sentire i prezzi avevano cominciato a salire. Molto probabilmente l'espansione va invece attribuita, in

primo luogo, all'aumento della popolazione, poi alla ripresa dell'attività mineraria nell'Europa cen-

trale, che incrementò la quantità di moneta circolante.

Sarebbe altrettanto errato supporre che l'aumento della quantità di moneta, con le conseguenze

che ne derivarono, sia stato un processo automatico. Molti altri fattori entrarono in gioco. Nel secolo

XVI la popolazione aumentò notevolmente in molti paesi d'Europa; in Castiglia raddoppiò tra il

1530 e il 1594, passando da 3000000 a 6000000, mentre in Sicilia aumentò dai 600000 abitanti del

1501 al milione e oltre del 1570. Altrove fu meno spettacolare, ma un certo aumento ebbe luogo

quasi ovunque. Nel Cinquecento, in certi luoghi, esso significò carestia. Paesi un tempo esportatori ai

cereali quali la Castiglia, l'Andalusia, Granada e persino quel granaio che era la Sicilia, alla fine del

secolo XVI sì trovarono costretti a importare grani forniti dai mercanti inglesi, olandesi e della lega

anseatica. 48

Un fattore di minor rilievo che può avere contribuito all 'aumento dei prezzi fu il numero crescente di

cavalli. La grande espansione del commercio e dell'industria, per conseguenza quella dei trasporti,

fece ricorrere a un' accresciuta forza di trazione, offerta soprattutto dai cavalli. Aumento dei cavalli

significò aumento dei bisogni di foraggio. Poiché la terra destinata alla coltivazione di foraggiere e

ovviamente sottratta alla produzione di derrate per il consumo umano, a parità di superficie agraria

un aumento del numero dei cavalli si risolve in una riduzione della quantità di cereali per il consumo

degli uomini. Anche l’espansione del mercato dei prodotti europei, promossa dai grandi viaggi di

scoperta, dovette contribuire a tenere alti i prezzi.

Vi furono grandi differenze nello sviluppo da regione a regione. In Svezia, dove il commercio

estero non rivestiva ancora grande importanza, i prezzi non cominciarono a salire prima della

seconda metà del Cinquecento (1560). Di più, anzi, crebbe la domanda di beni importati e diminuì

invece l'esportazione. La situazione non si modificò finché non prese impulso la domanda estera di

ferro e di rame svedesi. Allora iniziò un rialzo generale dei prezzi .

In Italia, invece, l'aumento più forte dell'indice dei prezzi avvenne tra il 1552 e il 1560, con un

incremento medio annuo del 5,2 per cento. Carlo Maria Cipolla pensa che una delle cause principali

di questo aumento sia stato il ritorno della pace nel paese dopo le molte guerre combattutevi a partire

dal 1492; la precocità con cui esso si verificò impedirebbe di ascriverlo all'influsso dell'oro e dell'ar-

gento americani. E’ sua opinione che il metallo prezioso americano abbia avuto principalmente la

funzione di impedire alle recessioni di prolungarsi a lungo e di contribuire alla diminuzione del tasso

annuo.

d'interesse, che per la prima volta nella storia scese sotto il 5 per cento

Alcuni storici belgi hanno avanzato l'ipotesi che si sia verificato sia un aumento della quantità di

moneta, dovuto all'afflusso di oro e di argento, sia un'accelerazione nella sua velocità di circolazione;

invece il giro d'affari delle vendite rimase stazionario perché tutto il commercio all'ingrosso si era

concentrato nelle mani di pochi individui. L'aumento dei prezzi dovuto a questi fattori sarebbe stato

ulteriormente stimolato dal deprezzamento monetario avvenuto nel secolo XVI. Infine è stata a-

vanzata l'ipotesi che in quel secolo la produzione abbia tenuto il passo con l'aumento della quantità di

moneta, annullando cosi qualsiasi influenza sui prezzi; il rialzo di questi andrebbe allora spiegato

come effetto di una forte accelerazione della circolazione monetaria.

A ragione la studiosa svedese Ingrid Hammarström ha posto l'accento sul carattere molto incerto

di tutte queste tesi, rigettando sia la teoria quantitativa, che giustifica la salita dei prezzi con l'aumento

della quantità di moneta (di provenienza americana o europea), sia l'applicazione della formula di

Irving Fisher secondo la quale l'accelerazione della circolazione monetaria o l'incremento nel volume

delle vendite sono ritenuti responsabili del rialzo dei prezzi. Nessuna di queste tesi spiega infatti il

grande divario tra l'aumento dei prezzi agricoli da una parte, e quello dei prezzi industriali e dei salari

49

dall'altra. Una maggiore disponibilità di moneta o una sua circolazione accelerata avrebbe dovuto

portare a un aumento generalizzato di tutti i prezzi. Secondo la Hammarström solo l'aumento

demografico vale a spiegare questa discrepanza tra i1 comportamento dei prezzi agricoli da una parte

e quello dei prezzi industriali e dei salari dall'altro. E’ vero in ogni caso che i prezzi avevano

cominciato a crescere dappertutto ancora prima che un imponente flusso di metallo prezioso

americano avesse raggiunto l'Europa.

L'ascesa del costo della vita si manifestò dapprima nel prezzo del cibo e dei cereali in particolare.

La lista che segue, tratta da fonti inglesi, francesi e alsaziane, mostra l'ordine con cui iniziarono a salire

i prezzi delle varie derrate::

1. Prodotti della lavorazione della terra; fra questi la paglia mostrò il rialzo più forte.

2. Prodotti dell'allevamento del bestiame.

3. Legno e prodotti dei boschi.

4. Materiali per l’edilizia.

5. Metalli.

6. Tessili.

La depressione: 1650-I750

La crisi del secolo XVII investì ogni aspetto della vita e ogni attività umana: economica, sociale,

politica, religiosa, scientifica e artistica; penetrò nel profondo della natura dell'uomo e ne indebolì la

gioia di vivere, i sentimenti e la volontà. Fu una crisi ininterrotta ma d'intensità grandemente variabile.

Dal punto di vista dell’economia il secolo XVII è compreso tra la rivoluzione dei prezzi del secolo

XVI da una parte e la loro crescita nel XVIII dall'altra. La definizione crisi economica non è

pienamente giustificata; con maggiore esattezza bisognerebbe parlare di una depressione di durata

insolita, interrotta da forti oscillazioni. Molto meno grave del profondo declino economico del tardo

medioevo, la depressione manifestò tuttavia gli stessi sintomi; caduta dei prezzi dei cereali, salari reali

relativamente elevati, scarsa attività di bonifica, sostituzione della terra coltivabile con i pascoli,

espansione dell'allevamento, coltivazione di piante da foraggio e di varie colture industriali, in certi

luoghi passaggio dall'agricoltura alle industrie agricole, poche innovazioni tecniche e scarso interesse

per i problemi di agraria. Non mancarono neppure i fenomeni più caratteristici e dolorosi della

depressione del tardo medioevo, villaggi scomparsi, fattorie disertate e campi abbandonati. Ma quali

furono le cause? 50

L'improvviso calo delle importazioni di argento che sconvolge i prezzi e l'espansione non è più

ritenuto il solo colpevole, e ne è prova indiscutibile il fatto che il malessere gli è di molto anteriore.

Non escludiamolo, comunque, giacché in questo caso i nostri dati sono solidissimi.

Come sappiamo, le importazioni di metalli preziosi dall'America toccano il livello record durante

il decennio 1591-1600, con una media annua espressa in argento di 291 tonnellate importate

ufficialmente e pari, secondo i calcoli di Pierre Chaunu, a 350 tonnellate almeno, tenuto conto del

contrabbando. Nel 1561-1570 la media ufficiale era stata di 160 tonnellate soltanto, e di 225 nel 1581-

90.

Il riflusso si delinea dopo il 1600, inizialmente lento, dato che la media annua dei primi trent'anni

del secolo è ancora superiore alle 200 tonnellate - 234 nel 1601-10, 220 nel 1611-1620, 216 nel

1621-30-, e quindi precipitoso. Sebbene la sua ampiezza sia esagerata da un contrabbando

intensissimo, il crollo è considerevole. I progressi del commercio olandese nell'Oceano Indiano non

compensano questa sempre maggiore carenza di metallo monetario di grande valore. Dopo il 1620-

30, e superata la crisi ciclica degli anni 1628-32, il movimento dei prezzi cambia aspetto, tornando alle

fluttuazioni, peraltro molto ampie, intorno a un trend orizzontale. Si è verificata evidentemente la

scomparsa di uno stimolo, ovvero di una domanda che la Spagna e l'America improvvisamente

impoverite non sono più in grado di mantenere allo stesso livello. L'effetto più evidente si ha

nell'Europa occidentale, mentre nell'Europa del Nord e dell'Est i prezzi 'continuano ad aumentare.

Indiscutibile è la responsabilità della guerra, che si prolunga per quasi trent'anni. Tre sono gli

esempi determinanti, i Paesi Bassi, la Francia e l'Ungheria. Herman Van der Wee ha evidenziato le

gravi ripercussioni avute dalla rivolta dei Paesi Bassi, a partire dal 1566, sulla struttura economica e

ciclica di quell'epoca. Mentre il traffico marittimo diminuisce, « l'ampiezza delle fluttuazioni cicliche

diventa angosciante e la maggior parte delle crisi si prolunga per almeno due anni». Il consumo di

frumento rimane invariato soltanto negli ambienti agiati, e durante gli anni di carestia si ha un

massiccio spostamento dal consumo di segale a quello d'orzo. Contemporaneamente, «l'andamento

ciclico dei prezzi della carne e dei latticini concorda col crollo generale del benessere ».

Il repentino rincaro dei cereali spinse probabilmente i produttori a intensificarne ed estenderne la

coltivazione, diminuendo di conseguenza la coltivazione del lino e rendendone più fragile anche

l'industria tessile, divenuta troppo dipendente dalle importazioni dall'estero.

L'insicurezza delle campagne arrivò al massimo, e con gli effetti più disastrosi, verso il 1586-87 e

quindi all'inizio degli anni 1590.Contemporaneamente, il blocco delle bocche della Schelda e la

psicosi di guerra paralizzarono l'attività manifatturiera, annientando il consumo interno e perturbando

la domanda estera. Le carestie, le epidemie e le relative supermortalità a catena colpirono inoltre in

maniera catastrofica il potenziale di lavoro delle campagne, diminuendo considerevolmente l'offerta

di braccianti agricoli. I danni, le devastazioni e i saccheggi delle truppe provocarono una recessione

51

durevole nei Paesi Bassi meridionali, favorendo la migrazione delle forze produttive nei Paesi Bassi

settentrionali, come nel caso dell'industria laniera di Leida. Lo spostamento del sistema di commercio

internazionale provocò per di più un ripiegamento nell'economia regionale. Va detto infine che in

certi momenti la recessione fu probabilmente aggravata dalla politica fiscale del duca d'Alba, come ad

esempio nel 1570-71 con l'imposta del 5% sui beni mobili. L'imposta del 10% sulla vendita degli

immobili, gravosissima e che suscitò l'ostilità generale, fu riscossa in realtà soltanto in pochissime

località.

A partire dal 1562 le guerre di religione seminarono in Francia la desolazione. L'Ile-de-France fu

indubbiamente una delle regioni più colpite, probabilmente perché intorno a Parigi, obiettivo

fondamentale, si ebbero continue offensive e controffensive militari. Il quadro che ce ne fa Jean

Jacquart è dei più foschi: « A breve termine, tutte le campagne militari, da quella del principe di

Condé nel 1562 alle lunghe operazioni di Enrico IV intorno a Parigi, dal 1589 al 1594, riportarono le

stesse scene sinistre, gli stessi cumuli di rovine, saccheggi, stupri e ruberie d'ogni genere. Mal pagata,

male inquadrata, spesso mercenaria, la soldatesca se la spassava vivendo alle spalle degli abitanti,

ripulendo cantine e solai, incendiando le case e uccidendo o rubando il bestiame [...]. Nessuna

differenza fra i due partiti: dopo la partenza degli ugonotti di Condé, nel 1562, intorno a Corbeil non

c'era un albero da frutta in piedi, né una casa col tetto; ma i soldati di Alessandro Farnese, chiamati

dalla Lega nell'autunno del 1590, fecero piazza pulita delle campagne della Brie, del Gatinais e della

Beauce rubando tutto il bestiame, il vino e il grano, che caricarono sui propri carri portandoli a

vendere a Parigi a carissimo prezzo ».

Quante abbazie, quanti priorati, quante splendide fattorie saccheggiate! Quella di Sainte-Croix-de-

la-Bretonnerie presso Limours nel 1583, quella di Corbreuse nel 1567 e poi ancora nel 1589, quella

del capitolo cattedrale di Mons e di Ivry e quella dei frati di Saint-Germain-des-Prés ad Antony.

I risparmi degli abitanti si volatilizzarono, perché la gente, pur di evitare i furti e levarsi di torno le

truppe, pagava ufficiali e soldati, o altrimenti fuggiva: nelle campagne a sud di Parigi, particolarmente

colpite, i villaggi abbandonati, i campi incolti e i vigneti invasi dai rovi e dalle erbacce si

moltiplicarono. La guerra aggravò e prolungò le crisi alimentari provocate dai cattivi raccolti,

disorganizzò i mercati e le vie di scambio e favorì il ritorno in forze delle epidemie di malaria,

pertosse, dissenteria e peste.

Non in tutta la Francia la situazione fu così tragica. La Normandia, il Poitou, la Guienna, la

Champagne, la Provenza e la Linguadoca furono senz'altro colpite molto gravemente, ma il

Beauvaisis, per esempio, restò almeno in parte isolato dalle operazioni. Nonostante i durissimi scontri

fra cattolici e ugonotti, la Linguadoca fu mena colpita dell'Ile-de-France. Il diario di Thomas Platter di

Basilea, nel 1595, dunque subito dopo la bufera, non descrive un paese in rovina, anche se i segni

della guerra sono ancora perfettamente visibili. 52

Com'è noto, il centro dell'Ungheria cadde sotto la dominazione turca dopo la battaglia di Mohàcs

(1526) e per tutta la guerra che seguì. Alla fine del secolo, la guerra ricomincia nella zona di confine,

nell'Ungheria settentrionale e nord-occidentale; nei comitati di Heves e di Borsod e nella parte

meridionale dei comitati di Nyitra e di Zemphen, che si trovavano nella zona di confine fortificata, la

situazione provocò un'estrema insicurezza economica. Per cercare di sfuggire alle devastazioni, i con-

tadini pagavano le imposte sia ai turchi che agli ungheresi; ma a partire dal 1594 non riuscirono più a

evitare le distruzioni. Non a caso la produzione dei cereali crolla completamente nei comitati di

Heves e di Borsod, che sono i più esposti, mentre resiste assai meglio in quelli di Nyitra e di

Zemphen, di cui solo il sud è zona di guerra.

Potremmo ricordare inoltre il caso dell'Andalusia orientale dopo la guerra di Granata (1569-70),

guerra che certo non durò due anni ma fu implacabile e sanguinosa, preceduta da un'ondata di

banditismo, fenomeno endemico nel regno di Granata durante il XVI secolo, e seguita dall'esilio in

massa dei moriscos locali. Per sfuggire all'esilio, molti moriscos si dettero alla macchia, unendosi alle

bande di briganti o monfies che infestavano le campagne al punto che, secondo Bernard Vincent, «i

banditi spadroneggiarono in buona parte del regno di Granata per almeno vent'anni (1560-80)». Non

fa quindi meraviglia che «la regione » sia « tutta una rovina », che l'attività economica, e specialmente

quella basata sull'allevamento dei filugelli e sulla trattura della seta, sia in crisi, e che le curve

demografiche crollino, come ha mostrato Felipe Ruiz Martin.

La guerra ebbe anche degli effetti indiretti: la decadenza economica dei Paesi Bassi del Sud e di

Anversa provocò la rovina del commercio di Burgos e delle comunicazioni marittime fra Bilbao,

Laredo, Santander e la Fiandra. In compenso la crisi dell'esportazione della lana merina fece gli

interessi dei drappieri di Segovia e di Cuenca, che dal 1570 al 1590 attraversarono un periodo

migliore, esattamente come l'industria laniera italiana profittò della recessione di quella dei Paesi

Bassi, nonostante lo sviluppo di Leida. Il crollo di certi settori geografici aumentò così le chances dei

settori rivali.

La guerra d'altra parte aumentò in maniera incredibile le spese dei vari stati, al punto a volte di

portarli sull'orlo del fallimento. Le tre bancarotte spagnole del 1557, 1575 e 1576 disorganizzarono i

circuiti finanziari europei, infliggendo batoste disastrose al credito della gente d'affari. Come

sappiamo, la prima segnò l'inizio della decadenza dei Függer, e le altre due misero a dura prova i

finanzieri genovesi, per non parlare degli uomini d'affari castigliani. Nel 1572, il fallimento della

potente società dei Lotz « dipese in gran parte dall'impossibilità di recuperare i crediti che vantava nei

confronti del re di Polonia, di quello di Danimarca e del re di Prussia » (P. Jeannin). Essendo in gran

parte improduttive, le spese di guerra non rilanciarono l'attività, e naturalmente furono quasi sempre

finanziate aumentando enormemente le tasse. 53

All'influenza della variabile politica si aggiunge quella della variabile climatica. Com'è noto, per

iniziativa di specialisti anglosassoni e scandinavi come Willet, Mitchell e Lilpequist e sotto l'impulso di

Pédelaborde e di Le Roy-Ladurie in Francia, la storia del clima da trent'anni in qua ha fatto passi da

gigante. Sfruttando sistematicamente le cronache e i libri di conti, i bandi di vendemmia , la

dendrologia (studio degli anelli di accrescimento degli alberi) e l'evoluzione dei ghiacciai e delle

torbiere, oggi non solo è possibile integrare la variabile climatica nell'analisi storica, ma si può

affermare con relativa certezza che il clima fu il maggior responsabile dell'aumentata frequenza dei

cattivi raccolti dopo il 1560 e in particolare di alcune loro serie catastrofiche. Sappiamo che il XV

secolo e la prima metà del XVI (fino al 1555, approssimativamente) furono caratterizzati da

un'oscillazione climatica calda favorevole alla maturazione dei cereali soprattutto nei paesi

settentrionali e nord-occidentali, mentre meno fortunati furono probabilmente nei paesi

mediterranei, dove alla tendenza al caldo si unì una tendenza alla siccità che spiegherebbe le

migrazioni delle cavallette africane verso la Spagna e l'Italia, specie durante gli anni 1540. E’ certo

comunque che in quel periodo le invernate rigide, fatali per i poveri e le piante delicate, furono rare.

Fra il 1495 e il 1555, Le Roy-Ladurie trova un solo terribile inverno in cui tutto gelò, quello del 1506.

Alcuni intervalli molto piovosi (1502-03, 1527-29, 1543-45) assicurarono d'altra parte la perennità

delle sorgenti, a prezzo di qualche inondazione.

La situazione cambiò durante gli anni 1550, quando, dalla Russia fino alla Vecchia Castiglia, si

ebbero parecchie invernate rigide. Si profila così un'oscillazione piovosa e fredda che diventerà

sempre più netta durante il terribile decennio 1565-74, con quattro inverni freddissimi in cui i fiumi

gelano e oltre gli olivi muoiono a volte anche le viti e gli alberi da frutta. La pioggia incessante

impedisce la germinazione e la maturazione dei cereali: il grano è meno abbondante, di cattiva

qualità, fermenta e ammuffisce. L'Europa del Sud è peraltro meno colpita da queste aumentate

precipitazioni fin verso il 1587-88.

Quest'oscillazione climatica è confermata da numerose osservazioni: nel 1590, 1595 e 1603 il

Rodano ad esempio resta a lungo gelato e regge al passaggio di muli, carri e cannoni; nel Bacino

parigino, ecco l'estate piovosa del 1562 e il rigido inverno del 1565 seguito a una primavera

umidissima, come accadrà anche nel 1575; la siccità eccezionale dell'estate del 1574 e il gelo tardivo

del 1575, che fa strage di viti e alberi da frutta; le gelate d'aprile e le piogge incessanti del giugno del

1587. Nel 1595, « un inverno freddissimo, alcune gelate tardive e qualche nevicata a metà aprile

provocano un netto deficit cerealicolo», e l'anno dopo si ha «l'estate in aprile, l'autunno in maggio e

l'inverno in giugno ». In poche parole, il moltiplicarsi delle primavere fredde e delle estati piovose è

più che certo, e così pure nei Paesi Bassi dove, soprattutto dopo il 1580, H. Van der Wee osserva

inoltre una serie « d'inverni estremamente rigidi e lunghi ». Vicino a Ginevra, dopo piogge incessanti e

nevicate per tutto l'autunno, l'inverno 1570-71 è freddissimo, il lago Lemano gela e torna a gelare dal

54

settembre al dicembre del 1572, « anno di grandi gelate ». Nell'aprile del 1574, alcune forti gelate di-

struggono orti e vigneti. Piove per tutta l'estate nel 1584, 1597, 1598, 1611, 1618 e 1620, e nel 1595-

94, 1597-98, 1602-03,1603-04, 1607-08 e 1615-16 l'inverno è freddissimo. Tutto ciò fa rincarare il

vino e il grano e mette in pericolo la vita del bestiame.

In Italia, la grande crisi cerealicola degli anni 1590-93 è dovuta in gran parte a piogge catastrofiche:

alle inondazioni del novembre-dicembre 1589, nella campagna romana e toscana, seguono le piogge

torrenziali del marzo del 1590, che annientano il tentativo di prosciugare le paludi Pontine. Il 31

marzo 1590 un Avviso afferma che piove ininterrottamente da 200 giorni. Con qualche variante,

questa situazione si protrae anche negli anni seguenti.

E’ certo che nell'Europa considerata globalmente (e anche questa volta dalla Russia alla Vecchia

Castiglia) il periodo 1590-1620 è freddo, piovoso, con nevicate tardive, estati umide, inondazioni

catastrofiche, inverni interminabili e a volte, come nel 1599 in Castiglia siccità fuori stagione. E’chiaro,

insomma, che guerra e cattivo tempo hanno fatto lega.

Incerta, problematica, ecco infine la variabile dei rendimenti, che dà adito alla probabile ipotesi

del blocco malthusiano. Com'è noto, l'espansione demografica continua qui fino al 1560, là fino al

1590, altrove ancora fino al 1620. Fu per rispondete alla crescente domanda che si estesero le terre

coltivabili, si prosciugarono le paludi e si dissodarono le foreste, ed è indubbio che in questo grande

sforzo molte terre mediocri vennero ad aggiungersi a quelle già coltivate, come le terre fredde, quelle

silicee o paludose o le terre aride delle garrigues della Linguadoca. In altri casi, come nell'Hurepoix o

nel Cambrésis, dove la terra disponibile era già tutta occupata, l'unica soluzione sarebbe stata un

decisivo aumento della produttività, che tuttavia non si realizzò, come dimostra il Cambrésis, oggetto

di un approfondito studio di Hugues Neveux: assumendo come base 100 il 1375, fra il 1450 e il

1320-40 l'indice di produzione del frumento, nonostante un'indubbia crescita, oscilla fra 92 e 95,

restando nettamente inferiore al probabile indice del 1320, 140; e dopo il 1540 cala lentamente,

crollando a 85-90 nel 1610-20.

Questo per il Cambrésis, zona opulenta. Che dire allora delle regioni dove si coltivano anche le

terre marginali? Basandosi sulla zona di Langlade, in Linguadoca, Le Roy-Ladurie ha proposto

recentemente una verifica della legge dei rendimenti decrescenti. Nel caso di Langlade, gli ettari di

garrigue trasformati in campi di grano non valgono quanto gli ettari di pianura, e il loro prodotto è

piuttosto scarso: con il calo del popolamento , infatti, i contadini della Linguadoca trasformeranno

questi magri terreni in vigneti. Ciò non toglie comunque che nel momento del bisogno non si riuscì a

portare l'indice della produttività agricola allo stesso livello dell'indice demografico.

In altre parole, l'equilibrio fra popolazione e risorse si ruppe, e la crescita si bloccò come nel XIV

secolo, sebbene con modalità un po' diverse. Qui un po' prima, là un po' più tardi, tutte le variabili

concorrono a provocare un cambiamento strutturale del trend globale; ma questo cambiamento non

55

è dappertutto identico: nell'Europa nord-occidentale (Inghilterra e soprattutto Province Unite) la

crescita incontra soltanto qualche ostacolo, mentre altrove, come in Francia e forse in Polonia, è

completamente bloccata. In Spagna e in Italia si ha un 'inversione di tendenza dopo il 1620. La

Francia da una parte, e la Spagna e l'Italia dall'altra, seguono d'altronde un'evoluzione cronologica-

mente diversa: fra il 1560 e il 1590 la Francia subisce una recessione economica particolarmente

evidente nel Bacino parigino, mentre in Spagna e in Italia lo sviluppo continua; dal 1590 al 1620 le

situazioni tendono a livellarsi, e dopo il 1620-30 la Francia resiste alla depressione molto meglio delle

due penisole, mentre la Germania è sommersa dai disastri della guerra dei Trent'anni. Anche in

questo caso, la guerra ha un ruolo considerevole nel capovolgimento strutturale.

DAGLI OPEN FIELDS ALLE RECINZIONI

Nel Medio Evo la maggior parte della popolazione europea viveva in villaggi; le aziende agricole e

gli altri edifici erano tutti raggruppati al centro del distretto rurale o del comune, ed era raro trovare

delle fattorie isolate. In verità alcune regioni, quali l'Irlanda e la Gran Bretagna occidentale, la

Norvegia e parte della Germania erano caratterizzate da insediamenti più sparsi, con casali ed abita-

zioni isolate, mentre il villaggio era dominante nelle pianure della Gran Bretagna, nella Francia

settentrionale e ad oriente, lungo le pianure nordeuropee fino alla Russia. Gran parte di questi villaggi

erano coltivati con il sistema degli open fields; sebbene ci fossero molte varianti a questo modello, vi

erano senza dubbio alcune caratteristiche comuni.

Innanzitutto, le fattorie erano tutte raggruppate nel villaggio che si trovava al centro di una

superficie coltivata comprendente da due a sette campi piuttosto grandi. Ogni campo era diviso in

quelli che in Inghilterra erano chiamati furlong o shots, in Germania Gewanne, ed in Danimarca aase.

Questi appezzamenti di terra venivano poi divisi in strisce, che sebbene variassero di forma e

dimensione erano di solito lunghe e strette, coprendo in media una estensione pari a 200x20 metri.

Né le strisce né i campi più grandi erano recintati da siepi o muretti, sebbene a volte i campi fossero

separati uno dall'altro per mezzo di steccati. Ogni azienda era costituita da un certo numero di strisce,

che tuttavia non erano contigue; esse erano piuttosto inframmezzate con quelle di altri agricoltori, ed

ogni agricoltore possedeva strisce in ciascuno dei campi grandi.

Non c'e una spiegazione del tutto soddisfacente di questo sistema di distribuzione. Probabilmente

esso era semplicemente dovuto alla suddivisione ereditaria delle aziende in seguito alla crescita della

popolazione; vi sono senza dubbio molti esempi nell'Europa orientale del XIX secolo di grosse

56

aziende consolidate, composte di estensioni contigue di terreno, che sono state poi spezzettate nello

spazio di poche generazioni. Una spiegazione alternativa può essere la seguente: man mano che si

ricavava nuova terra arabile mettendo a coltura la foresta medievale, ogni villico contribuiva al

disboscamento di piccoli appezzamenti di terra, e di conseguenza ogni nuovo campo veniva diviso tra

coloro che avevano partecipato al disboscamento. E' stato affermato che la frammentazione o col-

tivazione sparsa ha i suoi vantaggi; essa dopo tutto è ancora molto diffusa in gran parte dell'Asia. Se

infatti la superficie arabile di un villaggio era composta di appezzamenti di terreno di diversa qualità il

principio egualitario che caratterizzava la vita nei villaggi imponeva che ogni agricoltore disponesse di

diverse qualità di terreno. La frammentazione può anche aver contribuito a ridurre il rischio di

perdita del raccolto in seguito a fenomeni meteorologici localizzati quali inondazioni e gelo. Tuttavia

è molto raro che tali fenomeni siano così localizzati, ed è più probabile che questo sia stato un

vantaggio percepito successivamente alla frammentazione piuttosto che esserne una causa

fondamentale. In alcuni villaggi le strisce non venivano attribuite permanentemente ad una azienda o

ad un agricoltore, ma venivano periodicamente ridistribuite tra gli abitanti del villaggio. Questa pratica

sopravviveva nel XIX secolo in alcune zone della Galizia, dell'Ungheria e della Russia.

La terra arabile del villaggio era circondata da boschi e pascoli che non erano posseduti

individualmente, ma venivano utilizzati dalla comunità di tutti coloro che possedevano terra arabile

negli open fields, e a volte anche da coloro che possedevano solo una abitazione ed un orto. Le terre

comuni erano utilizzate soprattutto per il pascolo di animali e non erano ambite dagli agricoltori,

sebbene essi beneficiassero naturalmente della concimazione dei campi da parte degli animali che vi

pascolavano. Se il numero di animali cresceva troppo, però, ne risultava un eccessivo peso sulle terre

da pascolo. Per evitare questo problema il numero di animali veniva spesso controllato o limitato; ai

villici ed agli agricoltori era consentito perciò di allevare un numero di animali proporzionale alla

terra da essi coltivata. Una terza componente del sistema di coltivazione del villaggio erano i prati,

cioè l'erba che cresceva sulle sponde dei fiumi ed era perciò periodicamente inondata; il terriccio

residuo migliorava la fertilità e favoriva la crescita dell'erba in queste aree. Questi terreni venivano

divisi tra gli agricoltori per il taglio del fieno, che era molto prezioso perché durante tutto il Medio

Evo e parte dell'età moderna vi fu scarsità di mangime animale. Oltre a usare i prati e le terre comuni

gli agricoltori potevano far pascolare i propri animali sulle stoppie che rimanevano nei campi dopo il

raccolto. Molti agricoltori medievali mettevano a riposo ogni anno tra un quarto e la metà delle

proprie terre, e la scarsa vegetazione che vi cresceva veniva anch'essa utilizzata per il pascolo. In

entrambi i casi ciò forniva concime ai terreni. Il pascolo comune sulle stoppie e sulle terre messe

riposo e la frammentazione delle particelle di terreno implicavano che tutti gli abitanti del villaggio

seguissero gli stessi ritmi di lavoro, ed il consiglio di villaggio decideva quali prodotti coltivare e

quando seminarli. 57

Nel XVIII e XIX secolo si cominciò a ritenere che gli open fields costituissero un grave

impedimento ai miglioramenti colturali. Fino a quando si continuò a far pascolare le greggi sui

terreni comuni nessuno era disposto a migliorare i pascoli, e l'assenza di recinzioni impediva la

selezione delle specie. Inoltre, il pascolo comune sulle terre messe riposo rendeva difficile

l'introduzione da parte degli agricoltori più intraprendenti di nuove coltivazioni quali rape e trifoglio.

Tuttavia in alcuni casi queste innovazioni furono introdotte sulle terre messe a riposo. Ancora, il

reticolo di strisce di terreno coltivato adiacenti una all'altra rendeva difficile l'accesso ai singoli

appezzamenti; i fenomeni di abusivismo sui diritti di passaggio erano molto frequenti, anche perché i

sentieri e i lembi di terra che separavano i campi coltivati occupavano una parte notevole di terra

arabile. Nel sistema dei campi aperti sopravvissuto nella Polonia nord-orientale fino al secondo

dopoguerra i sentieri di accesso ed i confini occupavano il 5% della terra arabile. Il reticolo poderale

facilitava inoltre la diffusione di erbe infestanti e malattie da un campo all'altro, e riduceva le opere di

drenaggio a semplici solchi e argini rudimentali. Infine, ogni agricoltore perdeva una parte del suo

tempo a spostarsi da una striscia all'altra del suo podere, mentre la dimensione e la forma degli

appezzamenti individuali costituivano indubbiamente un grosso ostacolo alla meccanizzazione.

Se l'agricoltore della comunità di villaggio era limitato dalle regole collettive, la recinzione degli

open fields consentì agli agricoltori di fare esperimenti e migliorare così i sistemi di coltivazione. Il

fenomeno delle recinzioni ha comportato una serie di cambiamenti ad esso connessi. L'abolizione

delle regole collettive, in particolare quelle relative al pascolo sulle terre messe a riposo, si è verificata

in uno stadio relativamente iniziale, che si è concluso in Europa occidentale verso la fine del XIX

secolo. L'abolizione dei pascoli comuni e la distribuzione di quelle terre ai singoli sono avvenute in

genere successivamente alle recinzioni delle terre coltivabili, ed in molti paesi non sono tuttora state

completate. Infine, la recinzione dei campi coltivati ha comportato il consolidamento dei poderi

spezzettati in blocchi compatti, e la loro recinzione con siepi, steccati e muretti.

È difficile stabilire una data precisa per tutta l'Europa occidentale del verificarsi del fenomeno

delle recinzioni. Tuttavia si possono individuare due componenti di tale fenomeno: l'abolizione della

messa a riposo ed il consolidamento della proprietà fondiaria. Con l'abolizione del diritto di pascolo

sulle stoppie e sulle terre messe a riposo i contadini hanno potuto seminare su quelle terre; anche

laddove non vi era l'obbligo di seminare, il declino della pratica di messa a riposo delle terre ha

coinciso con il fenomeno delle recinzioni. In Inghilterra, dopo il 1600, il sistema degli open fields

sopravviveva solo in una zona compresa tra la costa nord-orientale e l'isola di Wight, mentre era

molto meno diffuso nel sud-est e nell'ovest. Gli open fields furono recintati nel XVII secolo in seguito

ad accordi privati tra i proprietari di terre dei singoli distretti rurali, o a seguito di usurpazioni, mentre

nel XVIII e XIX secolo ciò avvenne attraverso decreti parlamentari; di conseguenza nel 1850 solo

pochi distretti avevano ancora open fields. Nel 1800, quando ancora sopravviveva il sistema di

58

proprietà comune, un quinto della terra arabile inglese era lasciato a riposo; nel 1850 questa

proporzione era scesa ad un decimo, e nel 1870 era pari solo al 4%. In Francia, alla fine del XVIII

secolo, un terzo della terra arabile era lasciato a riposo, un quarto nel 1840 ed un decimo nel

decennio 1890; l'abolizione del sistema di messa a riposo delle terre fu ritardata dalla necessità dei

contadini di far pascolare i propri animali sulle stoppie, pratica che fu definitivamente dichiarata

illegale da una legge approvata solo nel 1889. Altrove in Europa quote notevoli di terra arabile conti-

nuarono ad essere messe a riposo fino al XIX secolo; ad esempio in Germania il 15% della terra

arabile era ancora tenuto a riposo nel 1878.

La seconda componente delle recinzioni, il consolidamento della proprietà fondiaria, non avvenne

ovunque. In Gran Bretagna le recinzioni furono accompagnate generalmente dal raggruppamento

degli appezzamenti individuali in blocchi compatti, e tale obiettivo era stato largamente, anche se non

completamente raggiunto verso l'inizio del XIX secolo. Ciononostante, ancora nel 1941 un quarto

delle aziende agricole inglesi comprendevano due o più poderi separati. Anche in Danimarca il

consolidamento della proprietà terriera venne indotto dalla legislazione, in un periodo compreso tra il

1781 ed il 1830; ad esempio, gli appezzamenti del villaggio di Osterstillinge vennero riuniti in blocchi

compatti tra il 1788 ed il 1805. In Svezia le recinzioni furono accompagnate dal consolidamento nella

prima metà del XIX secolo, mentre in Norvegia lo furono nella seconda metà dello stesso secolo.

Anche nella Germania settentrionale, in particolare nell'Hannover, si verificò un processo di

consolidamento. Nel resto dell'Europa, tuttavia, tale processo fu molto lento. In Francia nel 1882

un'azienda media era ancora costituita da circa 22 appezzamenti sparsi, ed anche in Belgio ed in gran

parte della Germania meridionale e sud-occidentale vi era ancora una estrema frammentazione dei

poderi. In un villaggio presso Würzburg, nella Bassa Franconia, per esempio, prima del

consolidamento avvenuto negli anni '50, un'azienda media aveva una estensione di 1,4 ettari, suddivisi

in 25,8 appezzamenti, ognuno dei quali misurava 0,06 ettari. Secondo una stima, il processo di

consolidamento in Europa è stato così lento che ancora negli anni '’50 una quota compresa tra un

terzo e la metà della terra arabile non era consolidata. La quantità di terra non ancora consolidata

variava a seconda dei paesi: in Svezia e Danimarca era solo il 5%, mentre in Germania e Spagna

rappresentava ben il 50%. Fu il bisogno di meccanizzare che spinse ad accelerare gli schemi di

consolidamento molto più tardi, nel secondo dopoguerra.

Recinzioni e consolidamento della proprietà sono la traduzione in atto di alcune tendenza di

fondo che accompagnano l’agricoltura europea nel processo di ammodernamento, processo che

richiederà, dove più dove meno, un paio di secoli e che si possono riassumere con le seguenti

espressioni: 1) prevalere dell’individualismo agrario; 2) introduzione e generalizzazione di rapporti di

produzione di tipo capitalistico; 3) tendenza delle aziende ad aumentare di dimensione. Per l’appunto le

recinzioni sono la prova più convincente del prevalere dell’individualismo agrario,e, almeno per Marx,

59

sono la strada maestra attraverso cui è passata, almeno in Inghilterra, la proletarizzazione dei contadini.

Lo schema delineato da Marx è noto: con la generalizzazione del processo di recinzione sono venuti

meno i diritti di uso comune della terra; ma per molti piccoli conduttori, proprietari o non, tali diritti di

uso comune erano essenziali per permettere loro la coltivazione della poca terra di cui disponevano,

conseguentemente sono stati costretti a cedere le loro parcelle e a restare nell’attività agricola come puri

venditori di forza lavoro, quando non si sono decisi a spostarsi nelle città, ove più facilmente potevano

vendere il lavoro delle loro braccia alla nascente industria capitalistica, bisognosa di manodopera.

Più contraddittoria è la tendenza alla grande conduzione, che non sempre è indice di

modernizzazione. Valga per tutti il parere di Robert Brenner sulla sostanziale differenza e il diverso

significato che hanno avuto le grandi affittanze in Francia e in Inghilterra già sul finire del Seicento, che

è l’oggetto del seguente paragrafo, che segue assai da vicino l’impostazione di Brenner.

Le grandi affittanze in Francia e in Inghilterra

Cominciamo con l’osservare che è certamente vero che in alcune regioni della Francia, soprattutto

sul finire del Seicento, finirono col prevalere le grosse affittanze facenti uso di manodopera salariata,

ma ciò non è stata fonte di migliorie o motivo di progresso per le regioni in questione: nonostante le

affinità del suo aspetto esteriore, il sistema di produzione caratterizzato da vasti complessi dominici

che emerse in alcune zone della Francia protomoderna rispecchiava in realtà rapporti sociali e

produttivi diversissimi da quelli vigenti in Inghilterra. Il fatto è che per analizzare il potenziale

produttivo associato ad un dato sistema di rapporti di proprietà - e anzi per definirlo in ogni suo

aspetto - non è sufficiente concentrarsi sulle singole unità di produzione, ma occorre specificarne la

posizione nell'ambito del sistema economico complessivo. In tal caso, è d'uopo intendere le singole

unità maggiori nelle loro interrelazioni con le altre unità agricolo-produttive, come pure con

l'industria. Tanto è vero che la grande affittanza francese del secolo XVII funzionava,

tendenzialmente, in modo assai differente da quello del suo equivalente inglese, non solo in quanto

esito di una diversissima evoluzione storica, ma soprattutto perché all'interno di un diversissimo

sistema generale di proprietà dominato, nella sua dinamica essenziale, dai contadini.

In genere la comparsa dei grandi affittuari fu l'esito dei processi attraverso i quali i proprietari

terrieri francesi erano riusciti per la prima volta a riaffermare il proprio titolo di proprietà su quella

che in precedenza era stata terra dei contadini. Così come il primigenio processo di espropriazione

della popolazione rurale inglese era dipeso in larga misura dall'efficacia del sistema di appropriazione

dell'eccedenza mediante costrizione extraeconomica (in particolare il diritto feudale di praticare

60

esazioni variabili), lo stesso accadde in Francia.. Con la differenza che qui fu la crescente pressione

delle tasse regie, unita ai devastanti effetti diretti esercitati dal conflitto militare sulle proprietà degli

abitanti dei villaggi, a consentire agli accumulatori fondiari di scalzarne la posizione (sovente già

indebolita dall'estrema frammentazione dei poderi). La prima ondata rilevante di espropriazioni

coincise con le guerre di religione, investendo con foga particolare le aree direttamente esposte ai

combattimenti, in specie la Borgogna e la regione di Parigi. Una seconda ondata di massicci

accaparramenti accompagnò il conflitto interno ed internazionale del secondo trentennio del

Seicento, soprattutto gli anni della Fronda. Anche in questo caso i contadini si coprirono di debiti al

punto d'essere costretti a vendere tutta la terra ai proprietari locali sotto l'effetto rovinoso delle

crescenti pressioni fiscali, esacerbato dai saccheggi militari.

All'apparenza simili a quelle inglesi, le grandi unità terriere scaturite in Francia dai processi

summenzionati si svilupparono in un ambiente nel quale continuavano ad essere circondate - sia nelle

immediate vicinanze sia in tutto il paese - da una massiccia presenza contadina, quantunque quasi

priva di terra, assumendo in forza di ciò una dinamica radicalmente differente da quella delle grandi

aziende inglesi. L'appropriazione da parte di accaparratori di villaggio dei terreni contadini - causa di

ulteriore inasprimento degli effetti della suddivisione dei poderi provocata dalla crescita della

popolazione rurale - si lasciò dietro masse di contadini muniti di poderi troppo minuscoli per bastare

alla sussistenza, e costretti, per sbarcare il lunario, a cercare affittanze o occupazioni integrative. La

misera produttività agricola, legata com'era al sistema di produzione su base contadina, restringeva nel

contempo il mercato domestico e il settore industriale, lasciando poche alternative al lavoro agricolo.

Ciò che, in ultima analisi e nonostante l'emergere di grandi unità di proprietà e di produzione,

continuava a determinare i livelli delle rendite era la domanda di terra per la sussistenza da parte dei

contadini confinati nelle campagne . Il rincaro dei canoni, costante per quasi tutta la durata del secolo

XVII, ne fu l'effetto tangibile, dato che l'incessante erosione della porzione di suoli in mano ai

contadini determinava la crescita continua nella domanda di terra, persino dopo che la popolazione

ebbe raggiunto la sua punta massima.

In un simile contesto economico, si potevano ricavare ottimi guadagni semplicemente

dissanguando gli affittuari (con l'aumento diretto del canone). Strettamente collegato a simile

possibilità era l'atteggiamento dei padroni, propensi a collocare i propri introiti nell'acquisto di nuove

terre, anziché destinarli all'investimento in capitale fisso. Il dissanguamento avveniva talvolta con

modalità diretta, mediante la cessione del dominico, smembrato in piccoli appezzamenti ad affittuari

contadini. Più di frequente, però, nei terreni dominici subentrava un grande agricoltore, il quale

tendeva più a svolgere il ruolo di intermediario finanziario fra il signore e la massa dei coltivatori, che

non quello del capitalista indipendente. Se pure rendevano disponibili alcuni fondi d'investimento, in

specie per aratri e animali, alle rimanenti spese in conto capitale i grandi affittuari sembra

61

contribuissero in misura piuttosto limitata, inclini com'erano a promuovere le tecniche a forte in-

vestimento di manodopera. Più o meno vincolati alla terra, provvisti di scarse alternative economiche

nonché di una relativamente esigua libertà d'azione ai fini dell' accumulo di eccedenze, costoro

apparivano, in definitiva, meri dipendenti dei signori. Sollevavano questi ultimi dalle dirette

responsabilità inerenti alla gestione della terra, svolgendo per essi una miriade di incombenze

amministrative, dalle riscossioni alle questioni giudiziarie. A loro volta i padroni, provenienti in mi-

sura crescente dalle file degli alti funzionari e della borghesia cittadina, tenevano nei confronti delle

proprie tenute un atteggiamento di prevalente passività, a cui corrispondevano scarse migliorie e

sempre nuovi acquisti di terre. Siffatta «psicologia da redditiere » poggiava comunque su di una solida

base materiale, costituita dai proficui metodi di appropriazione dell'eccedenza, che nelle condizioni di

fame di terra endemica era rappresentata dal canone.

In Inghilterra, al contrario, più o meno nello stesso periodo, specialmente nelle regioni a cereali,

gli agricoltori capitalisti controllavano un'agricoltura resa altamente intensiva attraverso l'immissione di

capitale, mentre il numero dei detentori di terra contadini era drasticamente calato. In tale situazione,

le entrate del proprietario terriero dipendevano dalla capacità degli affittuari di coltivare in modo

efficace grazie all'investimento di capitale: insomma i profitti del capitale erano condizione delle

rendite signorili. Tentare di spremere denaro dagli affittuari, impedendo loro di realizzare un congruo

profitto sugli investimenti, poteva significare la cessazione di ogni investimento da parte di costoro, e

infine la rinuncia all'affittanza e il trasferimento in un'altra azienda o forse perfino in un altro settore di

produzione. D'altra parte sulla terra non gravava una massa di contadini semiproletarizzati né, tanto

meno, in grado di versare un canone equivalente a quello corrisposto dagli affittuari capitalisti. In

parole povere, il successo economico era strettamente correlato all'accumulazione e all'innovazione al

punto che, in un simile contesto, trovandosi l'affittuario a corto di fondi, poteva talvolta rientrare

nell'interesse dei padrone assumersi, in certo grado, l'onere dell'investimento capitalistico (nel qual

caso il proprietario terriero veniva ad acquisire una parte del guadagno sotto forma di profitti).

Questo tipo di simbiosi proprietario terriero - affittuario poggiava dunque su di un saldo fondamento

economico e tendeva a determinare uno sviluppo agricolo dinamico. La sua esistenza poi, è stata

ripetutamente verificata per i secoli tardo XVII e XVIII.

La differenza qualitativa fra le grandi aziende inglesi e quelle francesi, anatomicamente affini, è

comprovata in modo sensazionale dal comportamento palesemente diseguale di cui diedero prova

nel periodo di basse quotazioni cerealicole del secolo XVII. L'agricoltura inglese dell'epoca

consentiva ancora la realizzazione di eccellenti profitti, a condizione che si prendessero le debite

misure per innalzare il grado di efficienza delle aziende. Nel caso dei terreni a cereali, esse

consistevano nell'intensificazione e nell'espansione delle già progredite forme di agricoltura mista

(ovini e cereali), ossia un impiego più esteso di colture foraggere, recinzioni, nuovi accorpamenti di

62

fondi. I suoli a vocazione pascolativa, ma tenuti sino ad allora ad arativo, potevano fruttare guadagni

migliori grazie alla conversione permanente ad erba, o alla conduzione a campi alterni, per la quale si

rendevano in genere necessarie le recinzioni e la messa a punto di metodologie agricole

essenzialmente nuove. La formazione di unità produttive, l'immissione di capitale e l'introduzione

accelerata di innovazioni erano i requisiti indispensabili in entrambi i casi. Che proprio questo

accadesse di fatto, testimonia in modo convincente dell'egemonia dei rapporti di produzione

capitalistici nell'agricoltura inglese del periodo in questione, nonché della superiorità di tali rapporti

La risposta dei proprietari francesi al basso regime dei prezzi alimentari attestato a partire dagli anni

sessanta del Seicento contrastava nettamente con quella dei loro omologhi inglesi. A fronte di un

mercato dei prodotti agricoli in declino, un mercato che «indicava» l'«opportunità» di ribassare i

canoni per adeguarli al calo dei prezzi, essi insistevano nell'aumentarli. Cosicché un cospicuo numero

di affittuari, ivi compresi anche i grandi, trovandosi nella stretta congiunta di canoni elevati e prezzi

bassi, vennero precipitati nei debiti e infine costretti a cedere ai rispettivi signori le aziende, e insieme

ad esse gran parte della proprietà accumulata, non esclusi gli attrezzi e persino il mobilio. Ciò non

dice comunque nulla in merito alla natura più o meno razionale, o più o meno filantropica, dei

proprietari terrieri francesi rispetto a quelli inglesi; allude semplicemente alla diversità della situazione

da essi fronteggiata. Col sopraggiungere dei rigori economici successivamente al 1660, i signori

francesi avevano tutto l'interesse a trasferirne il peso sugli affittuari, dato che ciò consentiva loro di

uscire dalla stretta, guadagnandoci anche egregiamente. A mantenere su valori elevati il regime dei

canoni sembra fosse la domanda proveniente dai contadini quasi privi di terra, desiderosi, al-

l'apparenza, di intensificare il proprio lavoro onde riuscire a pagare affitti maggiori. I grandi affittuari

non sarebbero riusciti a sottrarsi ai canoni onerosi per la mancanza di alternative fondiarie, tanto che,

in molti casi, pur di conservare l'azienda si riducevano a consegnare ai padroni fino all'ultima goccia di

capitale accumulato, per quindi fallire definitivamente. Alla fine, naturalmente, le forze del mercato

non poterono non imporsi, ma questo avvenne solo nel lungo periodo. Innumerevoli furono i

proprietari terrieri capaci, per una generazione, di mantenere elevati i canoni pur in presenza del

ribasso dei prezzi. Ma se i canoni fecero registrare valori esorbitanti sino al 1700 nel Nord della

Francia la base agricola francese fu oggetto di un' incessante erosione.

La congiuntura1750-1850: il ruolo degli alti tassi di natalità. 63

La popolazione cominciò a crescere rapidamente in quasi tutte le regioni europee dopo il 1750, in

alcuni paesi prima, in altri dopo. Per quanto ne sappiamo, sembra che questo incremento accelerato,

costante e duraturo sia da imputare alla maggior precocità dei matrimoni; infatti le condizioni

economiche permettevano ormai di contrarre matrimoni in giovanissima età. All'incremento

demografico contribuì anche il declino del tasso di mortalità e soprattutto della mortalità infantile.

Grazie al miglioramento delle condizioni sanitarie un numero più elevato di nati poté raggiungere l'età

adulta, anche se vita più lunga non volle dire vita più felice, essendo giunta anche l'epoca del lavoro

infantile.

I contemporanei rimasero sconcertati da quell'incremento demografico che non aveva precedenti.

Essi temevano che sarebbe sfociato in una spaventosa carestia, ciò che per la verità sarebbe stato

possibile, se non fossero stati scoperti nuovi sistemi per incrementare la produzione agricola ed

espandere enormemente l'industria. Il timore di grandi calamità era tutt'altro che irragionevole. La

storia di molte civiltà, soprattutto non dell'Europa occidentale, ha più volte ricordato il caso di forti

incrementi demografici che, quasi tutti, attraverso epidemie e carenze alimentari, portarono presto a

bruschi rialzi del tasso di mortalità. Occorrevano disastri di questo genere per ristabilire l'equilibrio tra

produzione e consumo. Poiché la produzione era il fattore che restava pressoché costante, ad essa

dovevano adattarsi i consumi dei singoli. Nel secolo XIII e XIV le civiltà dell'Europa occidentale non

seppero uscire da questo circolo vizioso. Ciò che invece distinse la moderna civiltà occidentale del

secolo XVIII fu appunto la capacità di mantenere costante il consumo individuale, adeguando ad

esso la produzione. E forse anzi probabile che i consumi individuali aumentarono nonostante la

crescita della popolazione.

Il grande incremento della popolazione e del circolante sulle prime portò all'espansione della

produzione industriale e agricola. Il rialzo dei prezzi, di quelli dei cereali anzitutto, cominciò dopo il

1755. I prezzi dei cereali avevano subito bruschi sbalzi già prima del 1789, ma le oscillazioni

divennero ancora più violente dopo le guerre che seguirono alla rivoluzione francese. Il boom

terminò nel 1817 circa, lasciando il posto a una recessione durata fino al 1850 circa. Ma benché i

prezzi dei prodotti agricoli fossero scesi a livelli inferiori a quelli precedentemente toccati, il raffronto

dei prezzi della prima metà del secolo XIX con quelli di prima del 1750 rivela che l'agricoltura

godeva ancora di più prospere condizioni. In realtà, il secolo che corre dal 1750 al 1850 nel suo

insieme deve essere considerato come un periodo di prosperità agricola, nonostante il calo degli anni

1820-1850. Se si osserva infatti che la crescita dei prezzi ebbe un’accelerazione dopo il 1790, e fino al

1817, non si può fare a meno di considerare, nello stesso tempo, che essa fu dovuta sostanzialmente

al quasi perenne stato di guerra in cui si venne a trovare l’Europa, scossa dalla bufera napoleonica,

che determinò comportamenti inflazionistici nei vari paesi belligeranti, con effetti moltiplicativi sui

prezzi. Certo è che se si confrontano i prezzi dei primi anni ‘50 dell’Ottocento con quelli

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in archeologia
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'agricoltura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze agrarie Prof.

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