STORIA DEL TEATRO E DELLO SPETTACOLO
Quali sono le prime cose che ci vengono in mente se qualcuno ci chiedesse che
teatro?
cos’è il Sicuramente ci verrà spontaneo pensare a un edificio (figura 1)
dotato di palco scenico, sipario, platea e palchetti tutt’intorno, questo tipo di
teatro verrà poi definito “Teatro all’italiana” e poi vedremo il motivo. Siamo
però sicuri che non manchi proprio niente? Mancano gli attori e ovviamente
gli spettatori (Figura2). Per capire meglio cos’è il teatro analizziamo l’etimolo-
theatron
gia della parola teatro. La parola deriva dal greco e significa “luogo
“luogo adatto a guardare”;
per guardare” o anche detto ciò si può tranquilla-
mente affermare che per avere teatro ci basta avere un luogo che permetta agli
attori di essere visibile al pubblico, si può trattare di un palco o di spalti per Figura 1
gli spettatori. Si può parlare di teatro anche se ci troviamo in una situazione
come quella descritta dalla figura 3. Ci troviamo in un cortile, si tratta quindi
di un’umile rappresentazione popolare, in cui vengono messi in scena degli
spettacoli. Nella storia del teatro questi tipi di rappresentazioni saranno mol-
to più frequenti perché non furono subito costruiti dei luoghi appositamente
costruiti per spettacoli e niente altro ma si dovette aspettare l’aumento del-
la domanda e la famiglia fiorentina dei Medici che ne costruì uno all’interno
della propria casata (gli Uffizi). Nelle figure 4 e 5 ritroviamo due acqueforti
raffiguranti il cortile di palazzo pitti appositamente adibito per la rappresen-
tazione di una battaglia navale e nel dettaglio gli spettatori tutt’intorno ad as- Figura 2
sistere, proprio da questo nasce il nome e la struttura del teatro all’italiana.
Figura 3 Figura 4 1
0.1 IL TEATRO GRECO 5^ sec. a.C. (Dal 499 al 400)
Il quinto secolo è riconosciuto come il secolo d’oro della città stato di Atene perché con lo spettacolo drammatico, rap-
presentazioni tragiche e comiche, si pose la base mitica del teatro occidentale, diventando modello assoluto nel Rinasci-
mento benché non sia una scoperta assoluta ma diventerà la base di molti studi nel basso medioevo.
Spettacolo drammatico-> La parola “drammatico” specifica la materia (perché di spettacoli ce ne sono di vari tipi). De-
riva dalla parola greca drao= agisco, rimanda alla modalità del comunicare con la quale viene raccontata una storia che
è stata preparata prima, basandosi su un testo scritto (quasi sempre). Il testo drammatico ha caratteristiche strutturali
che lo rendono adatto alla rappresentazione scenica e meno adatto alla lettura.
1. Testo a stampa
2. Copione
Per comprendere le differenze prendiamo due testi ad esempio: Figura 5
Figura 6
2 Figura 8
Nel secondo esempio (Figura 8 e 9) è sempre un testo a stampa ma adattato a copione. Si tratta di un pezzo di una
versione settecentesca “sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare. Si può chiamare copione perché
è adattato. Viene preso un testo a stampa pubblicato e lo si adatta con note di regia per metterlo in scena. Il problema
dei testi di Shakespeare era la lunghezza, spesso la modifica principale era la cancellazione di interi pezzi. Nessuno dei
testi comunque si avvicina alla scena, possono essere solo un riflesso ma mai una descrizione fedele.
Figura 9
Da ricordare che il termine dramma non è sinonimo, in questo caso, di tragedia, tanto meno drammatico! Vuole indi-
care solo un testo contenente dialoghi destinato alla rappresentazione! Dramma fino alla metà del ‘700 è sempre stato
un termine generico: sia commedia che tragedia è un dramma.
3
4
RAPPRESENTAZIONE DELLE TRAGEDIE.
1° AGONE TRAGICO (gara). Atene 534
a.C. (Nella seconda metà del sesto seco-
lo le commedie venivano ammesse alle
grandi dionisie, nel 486 a.C. Il genere della
commedia godeva di più spazio nelle LE-
NEE ma dal 486 vengono inserite anche se Figura 12
con meno spazio nelle grandi. I temi trat-
tati nelle gare attingono ai miti, avevano
un rapporto stretto con la coscienza stori-
ca della collettività, riportando alla mente
certi atteggiamenti la collettività confron-
ta il proprio passato, rileggevano eventi
del passato anche recente modellando e
risaldando la propria identità. Essendo lo
stato a finanziare in parte aveva lo scopo
di civilizzare. Svolgendo queste attività
in comunità era un modo per rafforzare
la propria identità e l’allentamento delle
tensioni. Secondo Aristofane (commedio-
grafo) nelle Rane (Figura 12) afferma che
la poesia aveva la capacità di “rendere mi-
gliori i cittadini”. Mentre Aristotele nella
politica (Figura 12) parla della sensazione
di pietà e terrore con effetto di purificazio-
ne dell’anima dalle passioni.
Fu proprio Aristotele a parlare della teoria
CATARSI
della ovvero l’azione di purifi-
care l’animo attraverso forti emozioni di
riconoscimento in cui l’anima di eleva, l’a-
zione di rimozione vdelle impurità attra-
verso pietà e terrore in cui lo spettatore si
trova in uno stato diverso rispetto a prima.
L’effetto non è quello di creare artificial-
mente uno stato d’animo ma allentare la
tensione, tirare fuori dall’interiorità atteg-
giamenti già presenti nel profondo. Catar-
si è un termine medico.
Gli spettacoli diventano abitudini e parte
integrante della vita degli ateniesi, ma solo
degli uomini perché le donne non erano
ammesse. 5
ORIGINI: T
utti gli attori in scena erano mascherati. Il coro è un elemento fondante, come in Sofocle. La questione del
della tragedia:
coro è legato all’origine [Prima ipotesi]Da un passo della Poetica di Aristotele e da un brano delle Storie
DITIRAMBO,
di Erodoto si è ricavata la connessione della tragedia con il canto lirico corale chiamato il ditirambo
veniva cantano con accompagnamento di danze, era oltre che una forma letteraria, anche una forma di spettacolo. Ari-
exarchontes
stotele scrive che la tragedia nacque dagli (coloro che iniziano, che danno il tono). Si pensa che Aristotele
si riferisca a due tipi di cori diversi, uno dei quali sarebbe stato formato da satiri. La tragedia non soppianta il ditirambo
poiché questa pratica proseguiva nelle altre provincie. Aristotele accenna anche alla commedia perché stabilisce un’evo-
luzione parallela. Le festività dionisiache erano molto variegate nei contenuti. Gli exarchontes potrebbero anche essere
semplicemente i coreuti che cantavano poi tutto il ditirambo; oppure potrebbero trattarsi del corifeo, o dell’autore del
ditirambo. Infatti è possibile che essendosi il ditirambo ridotto con il tempo al canto ripetuto di un ritornello da parte
del coro processionale, al corifeo (exarchon) fosse affidato il compito di riempire gli ampi vuoti che si venivano creando
con l’improvvisazione di una monodia (canto a solo) che in seguito gli autori fissarono letterariamente.
Quindi la tragedia nascerebbe non già direttamente dal ditirambo, ma proprio dagli exarchontes, cioè dalla loro narra-
zione. Exarchon si staccherà incarnando un solo personaggio dando così origine ad una forma drammatica.
Con tre attori in scena il coro diventa meno importante. Tespi sesto secolo era poeta che si è aggiunto al coro dando av-
vio al processo della nascita della tragedia. Fino a Sofocle l’attore protagonista coincideva con il poeta quando diventano
2 è qui che nasce la vera figura dell’attore, gli attori durante l’anno facevano le tournee, portavano in giro gli spettacoli,
sul posto si avvalevano dei cori della città.
Narra Erodoto che il tiranno di Sicione, Clistene, essendo in guerra con Argo, tolse all’eroe Adrasto il culto che gli ve-
niva dedicato, assegnando i sacrifici a Menalippo ed i tragikoi choroi (cori tragici) a Dioniso. Ora, l’interpretazione di
questo brano riguarda da un lato l’origine dionisiaca della tragedia e dall’altro il significato stesso della parola “tragedia”.
Si pensa che Adrasto non sia altro che una personificazione di Dioniso rafforzando l’ipotesi della sacralità della tragedia.
Ma se il gesto di Clistene venisse interpretato come un gesto di innovazione a favore del culto di Dioniso, allora il signi-
ficato rituale della tragedi diminuirebbe e ciò porterebbe anche alla necessità di formulare ipotesi diverse, tanto più che
alcuni studiosi considerano casuale il fatto che, nel corso del VI e del IV secolo, le rappresentazioni avvenissero durante
le festività dionisiache. Ma cosa voleva dire Erodoto parlando di cori tragici? Si riferiva ai cori del ditirambo arricchiti
“tragedia”
dall’improvvisazione dell’exarchono, piuttosto, a cori di capri (tragoi) In quest’ultimo caso è probabile che
significhi proprio “canto dei capri” (tragon oidè), cioè canto di un coro ferino, che altro non è che quel coro aggiuntisi
a quello ufficiale del ditirambo, originandosi così il seme fecondo della forma tragica. Nella primo caso il nesso con il
capro poteva essere connesso al premio per il miglior ditirambo.
[Terza ipotesi] nega il rapporto tra la tragedia e il trago e trova l’etimologia in una lingua indoeuropea connessa al
concetto di forza e di potenza. Tragedia sarebbe quindi il canto dell’ eroe che subito dopo la prima fase narrativa del
ditirambo venne personificato dall’exarchon del coro. Si eviterebbe il passaggio dalle scomposte evoluzioni dei satiri alla
solenne misura della tragedia classica.
Ci sono però molte iconografie e raffigurazioni vascolari che testimoniano il legame tra capri e i satiri e le tragedie, con-
nessione tra le danze satiresche e i temi della saga eroica, ma anche come gli eroi del mito non sempre venissero coinvolti
nel grottesco dell’azione dei satiri.
Figura 13 6
Organizzazione generale. Le caratteristiche ce le suggerisce Aristotele nella “costituzione di Atene”. L’organizzazione
3 CORAGHI
veniva affidata all’ARCONTE (primo magistrato di Atene in carica 1 anno) il quale sceglie (ricchi cittadi-
coraghi erano i “produttori”
ni) per le spese di una parte. Ad Atene i e controllavano come i loro soldi venivano spesi.
3 POETI 1 CORO,
Al concorso potevano partecipare che con anticipo si presentavano all’arconte richiedendo l’arconte
ogni tribù (erano 10) presentava 2 cori
sceglie, tra i tanti poeti tre di questi e gli affida un corago. Durante queste feste
Ogni gruppo era formato da 50 coreuti
(1 formato da adulti; 1 da ragazzi. per danzare e cantare) è attraverso loro che
il popolo partecipa agli agoni. Lo Stato finanzia gli attori, figure di professionisti, i coreuti invece erano dilettanti. I di-
lettanti necessitavano di un periodo più lungo di istruzione. Gli spettacoli avevano bisogno di tanti soldi e tempo per
Ogni poeta in una giornata presentava al pubblico 1 tetralogia (gruppo di quattro drammi, tre dei
la preparazione.
quali erano tragedie, mentre il quarto aveva caratteri grotteschi e il coro era formato da satiri).[Il dramma satiresco
non è uno stadio congelato dell’evoluzione della forma tragica, ma piuttosto un prodotto posteriore al suo affermarsi
negli schemi classici, non è esclusa la radice comune, dalla quale i cori satireschi non dovevano certo essere assenti].
Il dramma satiresco è stato definito come la comica finale, uno spettacolo più leggero. La presenza di un satiresco con
stessi personaggi delle tragedie con le trame tutte collegate permetteva di vedere i personaggi sotto un altro punto di
vista. Fino alla prima metà del quinto secolo era un genere sempre presente poi nel tempo dei cambiamenti. Tutto du-
rava 3 giorni. Alla fine ogni capo della tribù premiavano sia il coro che il poeta e dalla metà del quinto secolo anche il
miglior attore. Le informazioni le abbiamo tramite Aristotele e da inscrizioni su pietra, abbiamo così elenchi di vincitori
didascolos.
e partecipanti. Il poeta vincente viene chiamato Il poeta aveva il compito di istruire. Il coro deve essere parte
integrante della rappresentazione, alcuni lo definiscono come attore vero e proprio. Nei testi il coro è ben definito e ca-
ratterizzato da punto di vista sociologico, psicologico e anagrafico.
A molte delle raffigurazioni in cui appaiono i satiri si può attribuire un certo valore documentario per la storia dello
spettacolo. Da questi documenti si deduce che l’azione dei satiri poteva essere o semplicemente coreografica, o dramma-
tico-rappresentativa, tanto che si può ritenere che in certi casi sia rimasta su di un piano per così dire decorativo, distinto
da quella della rappresentazione drammatica. Figura 14
I Satiri (Figura 14), ovvero uomini capri erano detti anche sileni. La raffigurazione 14 è una delle più importanti perché è
possibile notare le caratteristiche più significative dei Satiri. Nel “Cratere di Pandora”, nella cui sezione superiore si vedono
gli Dei che portano omaggi a Pandora, mentre sotto un gruppo di satiri si muove al suono di un flauto, passi stilizzati qua-
si geometrici. In altri casi i cori di satiri formano l’unico tema delle rappresentazioni vascolari. La danza satiresca poteva
infatti consistere in una corsa scatenata ed agitata (FIgura 16), per raffigurare le forze della natura, ma anche in un ince-
dere studiatamente lento accompagnato da movimenti ampi e dilatati, una parodica imitazione di altre rappresentazioni
corali (Figura 17 raffigura un satiro falsamente imbarazzato dell’ultimo coreuta che sembra reprimere la voglia di saltare
a quello solennemente esibizionista del capofila). L’azione dei satiri diventa più coreografica e coinvolge i personaggi di-
vini come mostra il Pittore di Byrgos attivo tra il 500 e il 480 a.C.. L’importanza di questo vaso è accresciuta dal fatto che
l’azione di svolge attorno ad un altare. L’altare era al centro dell’orchestra, in un lato cercano di violentare Iride e dall’altro
di sorprendere Hera, ma la trama è interrotta dall’intervento di Hermes e Eracle che sembrano loro stessi spaventati da
queste figure ma che le
vuole spaventare.
Figura 15
7 Figura 17
Figura 16 Altro esempio quello del vaso a Sinistra in cui i compa-
gni di Ulisse stanno per accecare Poilfemo, alcuni satiri
fanno da contrappunto all’azione con gesti di esagerata
tensione che si riflettono nell’azione altrimenti sera e
pacata degli eroi. Spesso l’azione coreografica si fon-
deva e di confondeva con la’zione, come si vede in un
cratere che è stato riferito ad un dramma satiresco di
Eschilo andato perduto, il Prometeo piroforo, in cui
i satiri accennano i tipici passi (sikinnis), una danza
caratterizzati da movimenti secchi e rapidi.
Si ipotizza un momento in cui le evoluzioni del coro satirico rimanevano staccate dall’azione del protagonista, l’exar-
vaso di Pronomos
chon. Per cercare di chiarire meglio la questione, esaminiamo nel dettaglio il famoso (Figura 20),
uno dei più importanti, datato 410 a.C. ma potrebbe rappresentare una figura molto più remota. Nella parte anteriore di
questo vaso tema della decorazione sono gli attori e non il dramma, mentre nella parte posteriore è una fantasia in cui
i satiri che attorniano Dioniso e Arianna sono raffigurati come personaggi mitici e non come gli attori che li interpre-
tano. Ciò che il vaso di Pronomos raffigura non fa altro che rafforzare le ipotesi che ci avevano offerto altri documenti.
I due personaggi che stanno ai lati della coppia divina, raffigurata al centro (Figura 22), indossano lunghi chitoni con
maniche, adorni di variopinti fregi figurali e decoratici, secondo una moda arcaica e orientaleggiante, confermata da un
passo delle Coefore di Eschilo nel quale Oreste, parlando della sua veste, la descrive ornata di scene di caccia: si tratta di
costumi ricchi. Le maschere che hanno in mano hanno lineamenti appena accentuati che, nella figura maschile, espri-
mono una pacata alterazione sentimentale. Eracle indossa un costume corto, che forse gli era canonico. Grazie proprio
ai vestiti riusciamo a distinguere i satiri dalle divinità e la loro compresenza rafforza le ipotesi sull’origine della tragedia.
Lo spettacolo tragico non è l’espressione del momento dionisiaco e musicale dello spirito greco. E’ semmai il luogo di
confronto tra i due aspetti della realtà umana e metafisica, tra il momento apollineo, luminoso, elevato, rappresentato
dalle divinità, e il momento terragno, vitalistico, oscuro, indistinto, che prende corpo nella figura del satiro. [Nietzche].
Il vaso di Pronomos del 410 a.C. (Fi-
gura 20). La sua importanza è data dal
fatto che ci permette di vedere un intero
“cast” dietro le quinte, oltre all’innume-
revole quantità di satiri.
Figura 20 Figura 21 8 Figura 22
C’è un elemento in particolare che ci fa capire che siamo in un contesto teatrale: la presenza di alcuni satiri che non
hanno la maschera ma la tengono in mano mostrando la loro vera faccia. (Figura 22). Alcuni satiri stanno provando
dei passi di danza, due in basso a sinistra stanno chiacchierando come se fossero in attesa, un personaggio al centro,
identificabile con Pronomos stesso sta provando l’auleta. I nomi propri ci derivano dai vasi stessi. In alto è possibile
vedere gli attori. Questi travestimenti hanno origine da figure mitologiche, nel
caso specifico della rappresentazione 14 e 20 viene messo in
evidenza il fatto che siano uomini travestiti da capri in questo
caso (16-17) hanno connotati ferini, hanno i piedi da capra,
il fallo vistosamente eretto in evidenza e la coda, il fallo e la
coda sono sostenuti da un paio di “mutande”. A differenza del-
la Figura 14 nella rappresentazione 15 mostra una figura an-
tropomorfa, vistosamente dota
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Storia del teatro e dello spettacolo II
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