Storia del teatro
I primi teatri
Comprendono il teatro greco del V secolo a.C., il teatro romano e il teatro medievale (che costituiscono il teatro occidentale). Tuttavia, dalla caduta dell'Impero Romano alla nascita del teatro medievale, il teatro cessò di esistere come istituzione. Gli spettacoli erano considerati eventi civici significativi, in cui venivano coinvolti larghi strati della società.
Il teatro greco
Le origini
Le cerimonie religiose anticiparono lo sviluppo del teatro, in particolare le cerimonie in onore di Dioniso, le Grandi Dionisie. La tragedia (da trágos, capro) ebbe infatti origine dai cori del ditirambo, l'inno cantato e danzato durante queste cerimonie. Il ditirambo divenne una forma teatrale con la nascita della figura dell'attore, un personaggio (corifeo, il capocoro) distaccatosi dal coro con il quale dialoga. Infatti, il termine greco per indicare l'attore è hypocrités, ovvero “interprete”, “colui che finge” ma anche “colui che risponde”. Il teatro divenne un momento fondamentale delle celebrazioni rituali, a cui partecipavano tutte le classi sociali. Gli spettacoli svolgevano infatti una funzione educativa e conoscitiva, che permetteva di confrontarsi con i temi fondamentali dell'esistenza.
All'interno delle Grandi Dionisie, oltre alle tragedie, vennero inserite due nuove forme drammatiche: la commedia e il dramma satiresco. Anche la commedia (da kómos, corteo festivo) ha una probabile origine rituale, poiché deriverebbe dai canti dei cortei in onore di Dioniso. I drammi satireschi erano componimenti a carattere comico-grottesco, caratterizzati dalla compresenza di eroi e satiri (uomini-capri seguaci di Dioniso, con coda, orecchie e corna ferine, per interpretare i quali gli attori indossavano delle maschere) e strutturati come una tragedia, ma intessuti di volgarità ed espliciti riferimenti sessuali. Erano di fatto parodie dei temi eroici ed elevati, infatti avevano la funzione di alleviare la tensione dopo le tragedie.
Durante le Grandi Dionisie si svolgevano degli agoni drammatici, competizioni tra drammaturghi in cui ogni autore proponeva una tetralogia, composta da tre tragedie e un dramma satiresco. Alla fine del festival i migliori poeti ricevevano un premio. A ciò seguiva l'agone comico, a cui si partecipava presentando una sola commedia a testa.
Poiché il teatro era un importante evento civile e religioso, l'organizzazione delle rappresentazioni era a carico della città e di un cittadino facoltoso che si assumeva gli oneri finanziari. La drammaturgia attingeva i suoi soggetti dalla mitologia. Il coro era una caratteristica essenziale e aveva la funzione di esporre l'antefatto e descrivere alcune azioni avvenute fuori scena (come quelle violente), ma soprattutto di commentare la situazione, interagendo con i personaggi. Nella tragedia rappresenta spesso la gente comune della città; nella commedia era spesso composto da animali e potevano essere presenti anche due cori.
I primi drammaturghi di cui si ha notizia risalgono al VI secolo a.C., ma fu nel V secolo che il dramma antico prese definitivamente forma. I tre autori più noti di tragedie furono Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Eschilo
Fu il primo a dare all'arte drammatica una forma specifica, separandola dal canto, dalle danze e dalla narrazione epica. Per questo motivo è considerato il padre della drammaturgia greca e, di conseguenza, del teatro occidentale. Le sue tragedie trattano di personaggi nobili e di tematiche fondamentali nella vita dell'uomo, in uno stile poetico elevato, in cui il coro svolge una funzione molto importante, ossia l'espressione dei temi essenziali attorno ai quali ruota la tragedia. Prima la tragedia era recitata da un solo attore, che coincideva con l'autore e interagiva con il coro; Eschilo aggiunse un secondo attore, creando i presupposti per uno sviluppo drammatico dell'azione attraverso il dialogo, e ridusse il numero dei coreuti. Le sue tre tragedie, che compongono l'unica trilogia del teatro greco giunta fino a noi (la trilogia dell'Orestea), sono ispirate al mito degli Atridi: Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi.
Sofocle
Perfezionò la tecnica drammatica inventata da Eschilo, ma si distinse per il maggior approfondimento del carattere dei personaggi, la sua attenzione verso l'individuo e la catastrofe finale che caratterizza l'azione. Introdusse il terzo attore, permettendo una maggiore possibilità di interazioni fra i personaggi, e preferì rielaborare il mito in singole tragedie piuttosto che inserirlo nelle trilogie tradizionali. Gli eroi delle sue tragedie lottano strenuamente contro il destino individuale. Tra le sue opere vi sono: Edipo Re (la tragedia della conoscenza) e Antigone.
Euripide
È considerato il più moderno per via del suo atteggiamento scettico nei confronti delle divinità e per la maggiore umanità e verosimiglianza psicologica dei personaggi, in particolare quelli femminili. I suoi personaggi sono dunque più vicini alle persone reali e questo abbassamento del livello della tragedia era considerato disdicevole. Le sue opere furono criticate anche per altri motivi: la debolezza dell'intreccio, il drastico ridimensionamento del ruolo del coro (ha una funzione testimoniale, è impotente), ma soprattutto il ritratto degli dei come personaggi simili agli uomini nelle loro debolezze. I personaggi di Euripide, soprattutto quelli femminili, hanno una psicologia complessa e tormentata. Tra le sue opere vi sono: Medea, Ippolito, Le baccanti, Le troiane. Euripide accentua gli elementi spettacolari e affida spesso la risoluzione dei conflitti all'intervento degli dei, che però sono entità lontane dal mondo degli uomini. La musica acquista sempre più peso e ha la funzione di sottolineare il pathos. Il coro tende a perdere la sua funzione originaria, poiché i suoi interventi non sono più connessi all'azione drammatica ma diviene un elemento spettacolare.
Aristotele
Fu il primo a cercare di definire le caratteristiche della tragedia greca. Individuò sei elementi costitutivi della tragedia: l'intreccio o favola, i caratteri, il pensiero (l'espressione dell'argomento), l'elocuzione, il canto e la mesa in scena. Ispirandosi a quella che lui considerava la tragedia esemplare, l'Edipo Re di Sofocle, propose il modello del “dramma di crisi” o “dramma della catastrofe”, in quanto l'azione inizia poco prima del momento culminante della storia, con l'eroe che sta già lottando contro le forze avverse. Elemento fondamentale dell'intreccio è l'agnizione (il riconoscimento, passaggio dalla non conoscenza alla conoscenza). Lo spettatore viene informato tramite l'esposizione dell'antefatto. Vi sono pochi personaggi, nobili, che devono esprimersi in un linguaggio elevato, adeguato al loro status, e una sola azione principale (unità d'azione); la vicenda si svolge in un breve lasso di tempo (unità di tempo) e spesso in un solo luogo (unità di luogo). Di quelle che sono state chiamate le tre unità aristoteliche, Aristotele ha espresso esplicitamente solo la prima, le altre due sono state desunte dalla sua poetica successivamente.
La catarsi (purificazione dalle emozioni) a cui lo spettatore dovrebbe giungere, secondo alcuni studiosi, è un processo di immedesimazione e identificazione con l'eroe che soffre da parte dello spettatore; secondo altri, invece, è un processo che avviene quando lo spettatore scopre le ragioni della rovina dei personaggi, ovvero la loro colpa. Infatti, l'eroe delle tragedie greche soffre a causa di una colpa, che può derivare da una responsabilità morale o da un difetto nel carattere, per esempio un eccesso di orgoglio (hybris), come nel caso di Edipo. Determinante è però anche il fato, a cui i personaggi sono inevitabilmente soggetti.
La struttura della tragedia è composta da: prólogos (fornite informazioni sull'antefatto e sul contesto), párodos (entrata del coro), episodi (sviluppo dell'azione), intercalati dagli stasimi (danze del coro) e infine l'éxodos (uscita del coro). Mentre Platone aveva condannato il teatro in quanto mímesis (imitazione di un'imitazione), Aristotele rivendicò la superiorità della tragedia (che richiede dialoghi e azioni) rispetto al poema epico (che presuppone una semplice narrazione).
Aristofane e la commedia antica
La commedia è caratterizzata da ambientazioni fantastiche e da un intento satirico, non aveva un numero limitato di personaggi né si svolgeva in un breve lasso di tempo e in un solo luogo, ma si ispirava a fatti politici e culturali contemporanei, che volgeva in satira, presentando personaggi in cui si potevano ravvisare figure note e riconoscibili della società del tempo (ha un intento pedagogico, non è puro divertimento). Ha una struttura simile a quella della tragedia, con un prologo, degli episodi che si alternano con i canti del coro e un esodo. L'episodio centrale è l'agone, in cui i personaggi si confrontano in un dibattito, esprimendo le loro opinioni e visioni del mondo. Un altro momento fondamentale è la parabasi, in cui il coro si rivolge direttamente agli spettatori, facendosi portavoce del poeta o di un personaggio, infrangendo l'illusione scenica per sottolineare la natura fittizia della rappresentazione. Il coro è composto da uomini con costumi fantastici o di animali.
Ci sono pervenute solo le commedie di Aristofane, tra cui Le nuvole, Gli uccelli, Le rane, Lisistrata, che rispecchiano la fase di declino di Atene intorno alla fine del V secolo a.C. e hanno un intento provocatorio e polemico: uno dei suoi bersagli polemici fu la guerra del Peloponneso contro Sparta. Utilizza un linguaggio licenzioso e ricco di allusioni oscene. Le sue ultime commedie sono spesso incluse fra le “commedie di mezzo”, opere di transizione tra la commedia antica e la commedia nuova, del tutto estranea agli argomenti politici e di attualità.
Gli edifici teatrali
Erano edifici molto grandi e a cielo aperto, costruiti sul declivio di una collina. Gli spettacoli duravano tutta la giornata, sfruttando la luce diurna, e vi potevano assistere tutti i cittadini liberi, dapprima gratuitamente poi pagando un prezzo d'ingresso e ricevendo l'assegnazione del posto. La struttura di questi edifici è costituita da:
- Théatron: gradinate semicircolari dove sedevano gli spettatori (le gradinate più vicine all'orchestra erano riservate alle autorità politiche e religiose)
- Orchestra: dove si svolgevano le danze del coro, aveva una forma circolare (come si può vedere nel teatro di Epidauro) e al centro, in origine, si trovava un altare, a conferma del carattere sacrale delle rappresentazioni
- Skené: baracca in legno usata dagli attori per cambiarsi, la cui parte anteriore serviva da ambientazione generica (al tempo di Eschilo la skené non esisteva ancora e lo sfondo era costituito dal paesaggio naturale)
- Párodoi: entrate laterali per il coro
- Loghéion o proskénion: piattaforma rialzata addossata alla skené dove recitavano gli attori; secondo alcuni studiosi, gli attori stavano invece insieme al coro nell'orchestra
La scenografia, gli effetti speciali, la recitazione e i costumi
Lo sfondo generico delle tragedie era il palazzo reale (con tre porte per le entrate e le uscite), ma le commedie necessitavano di una certa varietà di luoghi. Aristotele attribuì a Sofocle l'invenzione della scenografia (l'arte di dipingere le scene), ovvero di decorazioni da porre sulla parte anteriore della skené attraverso l'uso di pínakes (pannelli di legno dipinti o coperti di stoffe) o períaktoi (prismi triangolari che potevano essere ruotati per mostrare una diversa ambientazione su ciascuna faccia).
La mechané era un congegno, nascosto alla vista degli spettatori, che veniva utilizzato per far scendere gli dei dall'alto per la risoluzione di un conflitto (da qui l'espressione deus ex machina, per indicare una soluzione inattesa del problema). Poiché non venivano rappresentate scene di violenza, l'ekkyklema serviva a trasportare i morti sulla scena.
Spesso i drammaturghi, come Eschilo, recitavano nei propri drammi, in particolare quando la tragedia prevedeva ancora un solo attore. Ogni attore poteva recitare più parti e ciò era reso possibile dall'uso della maschera, che, al tempo stesso, impediva all'attore di immedesimarsi nel personaggio e implicava la veicolazione dei sentimenti attraverso la voce e i gesti (mancanza di naturalezza); anche i membri del coro indossavano tutti la stessa maschera. I costumi avevano un carattere convenzionale e le parti femminili erano recitate da uomini. Gli attori erano cittadini liberi e godevano di grande prestigio e privilegi, diventando presto dei professionisti.
L'epoca ellenistica
Fu in questo periodo, che va dal regno di Alessandro il Grande alla conquista da parte romana (IV-II secolo a.C.), che avvenne la fioritura del teatro classico. Gli attori divennero sempre più popolari e importanti, tanto che i testi drammatici persero il loro legame con la ritualità religiosa e divennero sempre più delle forme di intrattenimento, in cui centrale era l'esibizione degli attori. Dunque, il teatro ellenistico non era più espressione del coinvolgimento collettivo nella vita della pólis, come lo era stato il teatro di epoca classica, e ciò si può spiegare con il declino della pólis stessa, che avvenne proprio in quest'epoca.
Per quanto riguarda gli edifici teatrali, le gradinate in pietra rimpiazzarono i posti a sedere in legno, la skené fu ampliata e alzata, le aperture vennero separate da colonne e l'orchestra assunse una forma a ferro di cavallo. Le rappresentazioni non erano più affidate a ricchi cittadini, ma allestite da funzionari pubblici finanziati dallo Stato. Il professionismo degli attori divenne sempre più richiesto, tant'è che comparvero le prime corporazioni di attori, che si definivano “artigiani di Dioniso”. I costumi divennero sempre più imponenti e le maschere fortemente caratterizzate nei tratti e nelle espressioni. Apparvero due nuovi generi a carattere più popolare: il mimo e le farse fliaciche. Il mimo era praticato da professionisti nomadi, tra cui anche le donne, che usavano il corpo in funzione spettacolare. Le farse fliaciche erano diffuse soprattutto nell'Italia meridionale (per questo definite anche “italiote”) e sviluppavano in chiave comica le vicende eroiche delle tragedie.
Menandro e la commedia nuova
La commedia nuova abbandonò l'ambientazione fantastica e la satira politica e sviluppò temi più quotidiani, presentando intrecci basati su situazioni familiari e realistiche delle classi medie. Si concentrò sulle vicissitudini e sui vizi dei comuni cittadini, privilegiando un modello di intreccio che si affermerà nel teatro moderno: due innamorati che non riescono a congiungersi a causa di ostacoli esterni o di complicazioni che poi si risolvono. L'amore non è più ridotto a mero impulso sessuale, ma è un sentimento nobile destinato a trionfare: non c'è più posto per l'oscenità e la scurrilità. I personaggi sono fortemente tipizzati e in essi prevale un tratto caratteriale. Il coro perde la sua funzione (già scemata con Euripide) e la sua reminiscenza si ritrova nei canti e nelle danze che inframezzano gli atti. Ci sono pervenute solo le commedie di Menandro, che per molto tempo fu conosciuto principalmente attraverso le commedie di Plauto e Terenzio modellate sulle sue.
Il teatro romano
Le origini
A Roma il teatro era un fenomeno di importazione e non rappresentava più un momento di confronto con i temi profondi dell'esistenza. Il teatro divenne puro intrattenimento, un'occasione di svago. Difatti, invece di dedicarsi maggiormente al genere più elevato, la tragedia, i romani privilegiarono la commedia e forme di intrattenimento più popolari. Gli allestimenti erano manifestazioni grandiose di potere e ricchezza, secondo una strategia politica definita panem et circenses, che contribuì alla riduzione del teatro a puro intrattenimento.
Tra gli eventi che concorsero alla nascita del teatro a Roma vi sono le feste religiose degli Etruschi e i ludi, feste a carattere rituale e religioso istituite da Tarquinio il Vecchio. I ludi erano organizzati da pubblici magistrati, che assoldavano le compagnie di attori. Il dominus, il capocomico, che era di solito anche l'attore principale, stipulava gli accordi economici, comprava i testi drammatici e provvedeva ai costumi. Poiché varie compagnie erano assoldate per ogni festa, vi era un'atmosfera di competizione.
Le compagnie erano formate da almeno sei attori maschi e non seguivano la regola di Orazio dei tre attori in scena. Gli attori indossavano delle maschere ed erano schiavi o liberti, tranne il dominus. Tuttavia, anche gli attori romani si riunirono in corporazioni e molti divennero ammirati e ben remunerati e dunque rispettabili. La cattiva fama degli attori cominciò in epoca imperiale, allorché prevalsero forme spettacolari più leggere, molto popolari ma estremamente volgari, e la loro considerazione sociale e morale subì un sostanziale peggioramento.
Le commedie romane erano modellate su quelle di Menandro, ma venne eliminato il coro, venne aggiunto un accompagnamento musicale ai dialoghi e gli intrecci divennero ricchi di equivoci e fraintendimenti. Sia le tragedie che le commedie erano strutturate in parti recitate e parti cantate. Nel III secolo a.C. fiorirono alcuni generi teatrali popolari: le atellane (rappresentazioni comiche e volgari in gran parte improvvisate e con tipi fissi), il fescennino (un componimento comico e scurrile di derivazione etrusca) e la satura (una miscela di elementi).
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.