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Il teatro greco

Nel V sec a.C., ad Atene, la più importante città stato della Grecia, si combinarono una serie di elementi che ne permisero una particolare fioritura politica, economica, culturale e sociale che ne fecero la culla del teatro. La nascita del teatro infatti è legata proprio ad Atene e alla sua ritualità religiosa, in particolare essa è legata al culto di Dionisio, Dio della fertilità e dell'ebrezza.

Nel 550 a.C., infatti, durante una delle cerimonie legate a questa divinità, Tepsi si distaccò dal coro, il quale stava intonando un ditirambo, ovvero un inno in onore di Dionisio, e avviò con esso un dialogo, giungendo così alla prima forma di teatralizzazione. Da questo momento durante tali cerimonie, al semplice ditirambo furono sostituite vere e proprie rappresentazioni tragiche caratterizzate dall'unione di canto, danza, musica e poesie e che ne prolungarono la durata a 4 giorni tanto da essere definite come le Grandi Dionisie.

Le grandi dionisie

Esse prevedevano delle competizioni a premiazione, durante le quali i partecipanti dovevano presentare delle tetralogie composte da 3 tragedie e un dramma satiresco. Il ruolo di questi spettacoli era educativo e conoscitivo. Essa rappresentava un momento essenziale per la coesione della cittadinanza della polis, tanto che potevano prenderne parte anche i cittadini più poveri e un potente mezzo di diffusione delle idee.

La loro organizzazione era infatti interamente finanziata dalla città, per cui le istituzioni politiche sceglievano un funzionario → l'arconte, che sceglieva i drammi da rappresentare, mentre un cittadino facoltoso → il corego si sobbarcava gli oneri finanziari relativi al coro. Per adempiere al loro ruolo di educatori, gli autori, dovevano presentare delle tragedie in cui gli alti temi morali, politici e religiosi, che essi ricavavano dalla mitologia, dovevano essere trattati con uno stile altrettanto elevato.

La struttura della tragedia

La struttura della tragedia è definita nella poetica aristotelica. Essa consiste infatti in un:

  • Prologo, in cui sono fornite informazioni sull'antefatto;
  • Parodo, entrata da parte del coro dalle entrate laterali i parodoi;
  • Episodi, nei quali si svolge l'azione ed intervallati dagli;
  • Intermezzi in cui il coro si esibisce con canti e danze, ed infine;
  • Esodo, l'uscita del coro.

Aristotele, oltre che la struttura della tragedia, ce ne chiarisce la funzione: la tragedia è "Mimesi di un'azione seria e compiuta che mediante una serie di azioni che causano pietà e terrore liberano l'uomo da siffatte passioni".

Dunque è necessario che la tragedia provochi la catarsi, ovvero la purificazione dell'animo umano; per farlo sono necessarie non solo una fabula che culmini nella catastrofe, ma anche delle tecniche di scrittura e una recitazione, che presentando l'opera come verosimile comporti l'identificazione da parte del lettore o spettatore. Aristotele nella sua poetica ci fornisce queste indicazioni, non come "leggi universali" alla quale bisogna attenersi, a differenza da come furono percepite dagli eruditi del rinascimento, ma come spiegazione di quella che era la tragedia in quel momento, partendo dalle analisi dei suoi predecessori Eschilo, Euripide e Sofocle.

Eschilo (525-456)

È considerato il padre del teatro in quanto fu il primo a dare una forma specifica all'arte drammatica. Perfettamente in linea con quanto fin'ora detto, egli è particolarmente ricordato per aver introdotto il 2o attore, grazie al quale si potette rappresentare un conflitto, mentre fino ad allora a recitare era solo un attore, solitamente l'autore stesso, che grazie alle maschere poteva impersonare più ruoli; e per aver ridotto notevolmente i membri del coro (da 50 a 12) dando maggiore spazio al dialogo.

Delle 90 opere solo 7 ci sono pervenute: "Le Supplici", "I 7 Contro Tebe", "I Persiani", "Prometeo Incatenato" (trilogia) e "L'Oreste", trilogia divisa in "Agamennone", "Corefoe", "Eumenidi".

Sofocle (496-406)

Qualche anno più tardi, Sofocle perfezionò quanto raggiunto dal suo predecessore; aumentò il coro a 15 membri e introdusse il 3o attore. Ma quello che è più significativo è che ci mostra un approfondimento psicologico dei suoi personaggi, i quali sono eroi che lottano contro il fato. Le opere pervenuteci sono "Aiace", "Antigone", "Elettra", "Trachinie", "Filottete", e l'immancabile "Edipo Re" e "A Colono".

Edipo re

Nell'"Edipo Re", Aristotele aveva riscontrato la tragedia perfetta individuandovi i 3 momenti essenziali:

  • Rovescimento: Edipo è figlio dei sovrani di Tebe, ma poiché l'oracolo predisse che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, venne abbandonato. Tuttavia il fato volle che risolvesse l'enigma della sfinge e che per tanto divenisse Re di Tebe.
  • Riconoscimento: Amato e stimato da tutti e all'acme della propria fortuna a causa di un sogno che gli insinuò nella mente la verità, scoprì in un solo giorno che l'uomo che aveva ucciso era il re di Tebe, nonché il padre, e che dunque aveva sposato la madre.
  • Catastrofe: La terribile colpa che lo logora dentro lo porta ad accecarsi e ad andare in esilio.

È chiaro come Sofocle voglia trattare il pungente tema della caducità della fortuna e di come è impossibile sfuggire al fato.

Euripide (480-406)

È sicuramente il più moderno. Scettico nei confronti delle divinità che aveva antropomorfizzato, incentrava le sue opere su personaggi dai tratti psicologici complessi e definiti. Fu per questo accusato di aver ridotto personaggi e divinità ad un'umanità tale da aver abbassato il livello della tragedia e di misoginia per aver portato sulla scena donne di una brutalità agghiacciante.

Medea

Che dopo aver aiutato Giasone e gli Argonauti a conquistare il vello d'oro, abbandona il padre e fugge a Corinto dove sposa Giasone che dopo qualche anno la ripudia per sposare un altra donna. Accecata dalla gelosia, Medea non solo ucciderà la donna inviandole una veste avvelenata, ma arriverà addirittura ad uccidere i propri figli per distruggere il traditore scomparendo poi su di un carro alato.

Ippolito

Disdegna l'amore essendo devoto ad Artemide, la dea della caccia. Afrodite, per punire quell'oltraggio, interviene provocando l'amore della matrigna Fedra.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

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