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l'esito di un tentativo di insurrezione compiuto da un certo Cilone. Questi, seguendo

l'indicazione di un oracolo, cercò di impadronirsi della città in concomitanza con i

festeggiamenti in onore di Zeus occupando l'acropoli. Questa insurrezione fu stroncata e

Cilone venne ucciso con un tranello dopo essersi rifugiato in un tempio. Un simile sacrilegio

fu un trauma ricordato da tutti gli storici ateniesi, più grave persino del tentativo insurrezionale;

colui che decise di perpetrare l'inganno, Megacle (l'arconte del tempo) venne ucciso e i suoi

discendenti espulsi dalla città. Questa vicenda ebbe strascichi che si evidenziarono in una fase

di instabilità e scontri che si protrasse per molto tempo. La situazione si risolse quando Solone

7

venne nominato “tiranno” e si vide affidato il compito di scrivere una legge che potesse

risolvere la crisi. Questo fatto è collocabile tra il 594 e il 591 a.C.; prima di Solone erano

ancora in vigore le vecchie magistrature della città, basileus compreso (anche se ormai aveva

solo funzioni sacrali e simboliche). Esisteva ancora l'aeropago, un consiglio che derivava

dall'evoluzione della boulè (Aristotele ci dice che avesse circa 400 membri, e sorvegliasse la

vita della città). Le funzioni politiche erano assunte da una magistratura militare, il cui capo

era il polemarco, e da una magistratura civile presieduta dagli arconti, che crebbero nel loro

numero col tempo. Queste cariche erano originariamente vitalizie, in seguito vennero limitate

nel tempo, introducendo prima una limitazione a 10 anni fino a scendere poi a un solo anno

di validità. 13/10

1.5 La riforma di Solone

La misura più importante che assunse Solone fu quella di cancellare i debiti, introducendo oltretutto

il principio per cui nessun cittadino poteva dare in garanzia il suo corpo in cambio di denaro: ciò

significa che anche quando un cittadino non poteva pagare i propri debiti non poteva essere reso

schiavo.

Il demos è il popolo di cittadini nella sua interezza, sono le classi inferiori della cittadinanza (i cittadini

“poveri”).

Il demos venne trasformato in una casta, per cui non si potevano perdere i propri diritti ma non si

poteva nemmeno diventare cittadini se non si discendeva da cittadini.

Ecco perché quella ateniese fu una repubblica urbano-castale.

A partire dalle riforme di Solone cominciò a entrare nella vita politica ateniese l'idea di nomos ossia

la legge scritta creata dalla città e distinta dalla legge consuetudinaria; chi amministrava la giustizia

era il tribunale dei cittadini.

Un obiettivo della vita politica divenne proprio l'ordine della città conseguito mediante norme che

sono artificiali; questo buon ordine si fondava sul diritto inteso come diritto impersonale e sul

principio della responsabilità individuale.

Solone poi divise la popolazione in quattro classi di individui distinti in base al reddito:

• teti

• zeugiti

• cavalieri

• pentiacosiomedimmi.

In questo modo la ripartizione delle magistrature venne modificata sulla base di questa distinzione; i

magistrati venivano scelti per sorteggio tra le 3 classi più elevate.

La riforma di Solone stabilizzò la vita di Atene per un secolo circa, quando si verificò un

ulteriore ampliamento del potere in favore del popolo ed emerse la tripartizione tra le forme di

governo (monarchia, oligarchia e democrazia).

Le radici della distinzione tra governo di uno, pochi o molti affondano nel VI secolo; il fatto che tutti

i cittadini siano collocati sullo stesso livello e che partecipino alla vita politica della polis è tipico

7 Tiranno nell'accezione classica.

ovviamente della forma di governo democratico ma anche di quella oligarchica, ciò che cambia è la

maggiore o minore ampiezza di questa schiera.

Nei versi di Pindaro troviamo questa frase eloquente: un uomo dalla parola franca si fa valere

ovunque, presso i tiranni, nelle città rette dai saggi e dove regna la folla turbolente.

1.6 Erodoto

In un passo di Erodoto riconosciamo la prima discussione piuttosto argomentata sulle diverse forme

di governo.

La peculiarità che compie Erodoto, però, è quella di collocare tale discussione nel mondo persiano,

tratteggiando le figure di 3 notabili persiani che riflettono a riguardo: questi sono Megabizo, Dario e

Otane (sostenitori rispettivamente dell'oligarchia, della monarchia e della democrazia).

kratos

→ demo-crazia archè

→ mon-archia

Kratos richiama la forza, il potere violento che si

afferma mediante la forza stessa Archè si riferisce invece a una sovranità, a una

legittimazione morale al di là della semplice forza

Il termine “democrazia” in questo periodo è usato dai sostenitori dell'oligarchia, mentre i fautori della

democrazia si riferivano ad essa parlando di isonomia, cioè di uguaglianza davanti alla legge.

D'altra parte Erodoto parla di “oligarchia”, mentre il termine “aristocrazia” venne coniato più tardi.

14/10

Otane dice esplicitamente che la moltitudine che governa ha il nome più bello di tutti (isonomia =

uguaglianza di fronte al nomos, alla legge); inoltre non fa nulla di ciò che fa il monarca, quindi non

governa con invidia e prepotenza e non viola la legge, e tutte le decisioni sono prese in comune.

Megabizo invece critica pesantemente la democrazia sostenendo che il popolo sia ignorante e non

abbia le qualità per poter governare perché non ha capacità di discernimento (la massa da certi punti

di vista si comporta come un tiranno, è irrispettosa delle leggi – questo ci permette di capire perché

il termine che verrà usato sarà proprio “democrazia”, con la radice kratos inclusa).

Il vero ideale per Megabizo è l'eunomia, cioè l'obiettivo del buon governo.

Dario, sostenitore della causa monarchica, punta soprattutto sulla saggezza e sulle capacità

straordinarie del monarca e punta sulle debolezze degli altri due sistemi; in particolare critica il fatto

che la democrazia sia estremamente lenta nel prendere le decisioni e quindi non possa rispondere con

sollecitudine alle insidie esterne.

1.7 La riforma di Clistene

Dopo la riforma di Solone venne attuata attorno al 508 a.C. la riforma di Clistene.

Come abbiamo visto, Solone era riuscito col suo intervento a stabilizzare Atene per circa un secolo;

8

quando emerse nuovamente un periodo di conflittualità interna, fu la tirannide di Pisistrato a

risolvere la situazione in cui era sprofondata Atene.

Non a caso Pisistrato viene considerato un buon tiranno, al contrario dei suoi successori, in primis il

figlio Ippia (528 – 510 a.C.).

In questa fase emerse una conflittualità che venne risolta solo da una nuova riforma radicale, che di

fatto non modificò il confine che Solone aveva fissato tra cittadini e non cittadini ma modificò il ruolo

che aveva il principale organo di governo e introdusse una nuova suddivisione della popolazione al

fine di neutralizzare il più possibile i legami clientelari e tribali (quindi si pose il medesimo obiettivo

di Solone).

8 Imparentato con Solone da parte di madre, fu tiranno di Atene dal 561/560 al 556/555 a.C. e dal 546 al 528 a.C.

L'obiettivo di mescolare la popolazione venne perseguito ricostruendo le tribù, privandole però di

qualsiasi funzione politica; i componenti delle magistrature cominciarono dunque a essere scelti

estraendo a sorte da 10 tribù “disegnate a tavolino” per l'occasione.

Le 10 tribù erano di fatto un distretto elettorale perché all'interno di ciascuna di esse venivano scelti

9

i membri delle nuove magistrature .

Queste magistrature dovevano rappresentare le 3 zone in cui si divideva il territorio ateniese (la zona

vicino al mare, quella vicino alle montagne e il centro).

Ciascuna di queste zone, poi, venne divisa in demi, i quali divennero la principale unità

amministrativa che caratterizzò la fase democratica di Atene.

Una delle nuove magistrature fu la boulè, che venne rinnovata nella sua composizione arrivando a

contare 500 membri, 50 per ciascuna tribù.

Questi membri erano scelti mediante sorteggio e si pensa che la loro durata in carica fosse di circa

1/10 di anno.

La competenza principale della boulè era quella legislativa, e le altre magistrature non potevano

imporre decisioni che andassero oltre quelle prese dalla boulè stessa.

Questa riforma introdusse un po' più stabilmente Atene verso l'alveo della democrazia (nel V

secolo a.C.); da questo punto si sviluppò anche una riflessione con finalità più politiche come quella

dei sofisti (il cui obiettivo era quello di fornire strumenti di persuasione e di convincimento per gli

aspiranti politici che volevano avere riconoscimento nella polis).

In realtà tale elemento di persuasione iniziò a essere concepito come importante già prima dei sofisti,

e ciò lo possiamo vedere anche nella tragedia greca. 19/10

Il V secolo è il momento massimo di Atene che comincia ad espandersi grazie alla sua flotta; con la

battaglia di Maratona e quella di Salamina si raggiunge l'apice della potenza ateniese.

Da questo momento Atene divenne anche una città economicamente forte.

La riflessione politica cominciò a emergere dalle necessità della contesa politica, dalla necessità di

difendere le proprie posizioni; la riflessione politica sarà soprattutto tecnica e legata all'esperienza dei

sofisti (metà V secolo).

Eschilo segnala un mutamento sostanziale nel modo di intendere il conflitto e il modo di vivere

all'interno della polis.

Eschilo nacque da una famiglia nobile nel 525 a.C. ad Atene e morì in Sicilia nel 456 a.C.; è

importante capire come interpretare le sue parole, in virtù della sua appartenenza sociale.

Eschilo partecipò anche alla battaglia di Maratona, e più che i suoi successi da tragediografo venne

ricordata proprio questa battaglia.

Ricordiamo una trilogia di tragedie, la trilogia dell'Orestea; quest'opera analizza innanzitutto il

problema di come porre fine alle faide tra le famiglie, come neutralizzare il genos (l'appartenenza

familiare).

Quali sono i temi rilevanti di questa opera?

In primo luogo il grande tema per cui il nomos della città, l'ordine artificiale costruito dalla città si

scontra con la legge naturale; secondo grande tema è quello del voto, con cui gli esseri umani

amministrano la giustizia.

Secondo Mayer gli ateniesi in questo momento il diritto artificiale della nuova città democratica deve

avere la meglio sul vecchio diritto oligarchico ma bisogna essere clementi nei confronti

dell'avversario sconfitto, bisogna cercare una conciliazione che assegni un ruolo rilevante

all'oligarchia, assegnando lo stesso ruolo che Atena assegna alle Erimni.

Il successo di Atene è considerato esito della capacità di conciliazione interna.

Elemento non da poco è poi la persuasione, che entra in gioco grazie all'intervento di Atena che evoca

9 Tra cui la nuova boulè.

la dea della persuasione; questa è più dell'arte di convincere, è l'attitudine alla possibilità di rifiutare

la violenza per scegliere la riconciliazione.

In questa opera si evidenzia la consapevolezza degli ateniesi che c'è un fluire del tempo, e Atene per

mano di Eschilo celebra la propria diversità, la novità delle sue istituzioni rispetto al resto del mondo

greco.

Secondo alcuni storici Eschilo registra anche un cambiamento avvenuto nell'immagine della dea

Atena: nel V secolo pare che abbia tratti più ingentiliti rispetto a come veniva rappresentata prima.

Questo ingentilirsi della figura sarebbe spia del fatto che ad Atene si tende ad attribuire molta

importanza alla grazia, intesa come capacità di saper usare in modo aggraziato le parole e di sapersi

comportare. 20/10

Temi cruciali su cui si concentrano i sofisti.

Antigone di Sofocle; emerge in questa tragedia il confronto tra la legge politica e la legge naturale.

Sofocle visse quasi contemporaneamente a Eschilo (solo qualche generazione più giovane), e riprende

una delle vicende su cui si concentra Eschilo.

Come abbiamo visto gli ateniesi percepiscono un forte mutamento, e si rendono conto che i criteri

morali usati per secoli e tramandati dal passato lontano non possono più essere applicati (si vive una

contrapposizione tra diversi criteri morali).

Ciò porta a una riflessione sul fondamento della giustizia: su cosa si basano la giustizia e la

convenzione?

Tutta la riflessione dai sofisti a Platone si incentrò su questo tema.

I sofisti erano sostanzialmente dei professionisti della retorica, un gruppo specializzato che vive di

un'attività non puramente politica (insegnano le tecniche di argomentazione a quei giovani

provenienti in gran parte dalle famiglie più ricche e che intendono occuparsi di politica).

I sofisti non hanno un preciso colore politico, puntano semplicemente ad offrire una tecnica usata per

sostenere una tesi o l'altra.

Dal punto di vista sociale questi sofisti, per quanto operarono quasi sempre ad Atene, non erano

ateniesi, ma viaggiavano tra le varie poleis (esercitavano una prima forma di cosmopolitismo).

Non conosciamo quasi nulla dei testi e delle dissertazioni che essi scrissero, se non qualche

frammento che non consente di capire granché del testo.

Platone è una fonte di cui ci serviamo per conoscere i sofisti, anche se Platone rivolge le sue opere

contro la democrazia e contro i sofisti, quindi spesso semplifica, rielabora e schematizza le

conclusioni dei sofisti per renderle un bersaglio e per confutarle più facilmente.

Ci furono anche i testi di Xenofonte, che sviluppò riflessioni distinte da quelle di Platone ma anch'egli

era forte critico dei sofisti.

Due generazioni di sofisti:

-450-430 a.C.

-ultimi decenni del V secolo (430-400 a.C. circa, quasi contemporaneamente a Socrate)

Un tema che attraversa tutti i sofisti è la riflessione sul giusto: su cosa si basa la giustizia e il rapporto

tra convenzione e legge di natura.

Con legge di natura ci riferiamo al mondo naturale, mentre nomos va inteso come sinonimo di

convenzione, ovvero come regola convenzionale creata da più persone che si sono messe d'accordo.

I primi sofisti furono Ippia e Antifonte; questi elaborò una prima significativa critica alla polis basata

sull'idea che tutti gli esseri umani fossero uguali.

Dice in sostanza che basta osservare le necessità naturali di ogni uomo per far vedere che non c'è vera

distinzione tra greci e barbari.

Anche il pensiero di Ippia ruota attorno al concetto di giustizia, e Ippia riflette sul rapporto che esiste

tra la legge della polis e quella che per lui è effettivamente la giustizia, cioè la legge di natura.

Ritiene che la legge della polis dovrebbe essere ripensata cercando l'armonia con quella naturale,

armonizzando il nomos della città con una legge universale che regola tutti i rapporti naturali.

I sofisti più famosi sono quelli della seconda generazione, che ci giunsero nelle forme

tramandateci da Platone.

Questi sofisti sono 3: Trasimaco, Glaucone e Callicle (ci sarebbe anche Gorgia, che si occupò

sicuramente di politica ma ci è giunto soprattutto altro della sua riflessione).

La tesi principale di Gorgia riguarda una sorta di nichilismo filosofico ante litteram, perché sostiene

che gli esseri umani coi loro strumenti conoscitivi non possano cogliere l'essenza della realtà e

spiegarla.

Trasimaco visse più o meno contemporaneamente a Socrate e di lui non abbiamo nulla; oltretutto si

pensa che ciò che sosteneva Trasimaco non fosse quello che Platone tramandò di lui nella Repubblica.

Trasimaco entrò come il più radicale sostenitore di una tesi che caratterizza il realismo politico: ciò

che conta in politica è la forza, la coercizione, la capacità di imporre la propria volontà con la forza.

“Il giusto è l'utile del più forte” (questa è la giustizia, ciò che vuole il più forte).

La giustizia in senso assoluto quindi non esiste ma è l'utile del potere costituito grazie alla forza.

La tesi di Trasimaco è da certi punti di vista anche a difesa della democrazia, perché in quanto dominio

dei poveri sui ricchi, e non è diversa da altre forme di governo; non c'è una giustizia superiore. 21/10

Glaucone fu un reale protagonista del dibattito sofista. I suoi pensieri li ritroviamo nel secondo libro

del “De Republica” di Platone. Egli si concentrò sul vero fondamento della giustizia: la giustizia

convenzionale ha un fondamento utilitaristico. Parte da una visione dell’uomo secondo natura,

l’uomo è indotto a sopraffare i propri simili con tutti i mezzi secondo un criterio utilitaristico. Anche

la persona più giusta se può ottenere un qualcosa attraverso un modo sbagliato e sa che non verrà

punito sicuramente compirà l’azione.

Per Glaucone, quindi, tutti gli uomini puntano ad arricchirsi, a conquistare potere e gloria e via

dicendo.

Un rimedio convenzionale c'è, perché coloro che temono si mettono d'accordo reciprocamente e

riescono a creare delle convenzioni che consentono di punire chi commette delle azioni che violino

la convenzione (anticipazione di Hobbes).

Callicle compare in un altro dialogo platonico che ha come oggetto di studio cosa sia la giustizia e

cosa sia giusto: il dialogo è Gorgia.

Callicle era un giovane aristocratico, e questo emerge nel momento in cui nel testo presenta

argomentazioni non raffinate; questa è diretta a legittimare il potere dei pochi, o meglio dei migliori.

La base di questo ragionamento è molto simile a quello di Trasimaco, con qualche eccezione che

lascia trasparire la sua provenienza sociale.

Secondo Callicle “Natura e norma sono quasi sempre l'una opposta all'altra” (compiere un atto di

sopraffazione è normale per natura, ma è ingiusto dal punto di vista normativo).

L'esempio che Callicle riporta è quello di uno che accetta di subire una sopraffazione, dicendo che è

uno schiavo.

Coloro che fissano le norme sono uomini deboli che cercano di tutelare i propri interessi; qui

individuiamo la polemica antidemocratica di Callicle, perché secondo lui la massa si fonda sul

numero e sull'inganno della convenzione.

Secondo Callicle la legge di natura stabilisce che chi è più forte deve avere di più merita di più di

coloro che sono più deboli (pensiamo agli animali).

Chi agisce così agisce secondo la natura della giustizia, ossia secondo la legge della natura e non

secondo la legge convenzionale degli uomini.

Questa tesi da certi punti di vista assomiglia a quella di Trasimaco per la presenza dell'elemento della

ofrza, ma le conclusioni sono diverse: Trasimaco arriva a un relativismo dei valori politici (è

SEMPRE la forza che crea la giustizia, a prescindere da qualunque altro elemento – quindi

implicitamente per lui la massa può diventare più forte e la democrazia può essere riconosciuta),

10

secondo Callicle invece c'è una contrapposizione tra la legge di natura e la norma politica , c'è una

contraddizione, e la legge naturale dice che sono i migliori a dover dominare.

Quindi la conclusione a cui giunge Callicle è elitaria.

Callicle criticò anche la filosofia, evidenziando il contrasto tra l'idea che sostiene la superiorità della

conoscenza speculativa portata avanti da Platone e l'idea secondo cui la qualità dell'essere umano si

manifesti nell'azione politica nell'agorà. 26/10

Socrate agì ad Atene negli ultimi 30 anni del V secolo a.C. (operò in gran parte durante la guerra del

Peloponneso).

Socrate non ha lasciato nessuna traccia scritta (commistione idee di Socrate/allievi).

404 a.C. terminò la guerra del Peloponneso, e Atene la perse.

Una ricaduta immediata fu la caduta del governo democratico e l'instaurazione del governo

aristocratico detto dei “30 tiranni” (sostenuto da Sparta).

Una rivolta democratica già l'anno dopo riprese il potere e condannò all'esilio buona parte dei 30.

Forte instabilità politica, è presente una latente guerra civile.

399 a.C. fu la data del processo a Socrate.

Una fonte è Aristofane, le Nuvole, ma non è una fonte assolutamente attendibile perché Aristofane

rappresenta Socrate come la caricatura dei filosofi (individuo che non fa nulla, appeso a una culla

sospesa tra le nuvole).

Le fonti più attendibili sono Platone e Xenofonte (allievo di Socrate, prevalentemente uno storico, ha

una forte tendenza oligarchica).

Xenofonte ci dà un resoconto del processo di Socrate considerato piuttosto attendibile, parte di un

suo resoconto chiamato I memorabili.

Lo scritto principale è però l'Apologia di Socrate di Platone (abbiamo un ritratto abbastanza fedele di

un Socrate “storico” e non “platonico” - questo perché fu un'opera giovanile); nell'Apologia viene

messa in scena l'accusa a Socrate:

-corrompere i giovani

-non credere negli dei della città

-introdurre nuove divinità

Queste accuse erano fondate?

Probabilmente erano fondate nel senso che per quanto riusciamo a ricostruire del pensiero di Socrate,

questi aveva un'idea di divino distinta da quella classica perché la mitologia greca ci rappresenta gli

dei come qualcosa di indifferente rispetto a criteri del giusto e del bene.

In Socrate l'idea del divino è invece in stretta connessione con la dimensione morale del bene.

Più difficile capire se davvero Socrate volesse costruire un nuovo culto.

Socrate parla spesso di una voce divina presente in ogni individuo, e bisogna intenderla o come

un'effettiva anticipazione della voce proveniente da un dio ultraterreno, o come una vocazione intima,

una predisposizione che ciascuno ha in sé e che lo porta a ricercare il bene.

Socrate spingeva i giovani a cercare questa voce dentro di sé, perché solo dentro di noi troviamo il

discrimine tra bene e male, tra giusto e sbagliato; se troviamo la verità in noi dobbiamo coltivare la

nostra anima e abbandonare il resto, la piazza rumorosa in cui il bene non si trova.

Le ragioni per cui Socrate è accusato e condannato sono ricondotte alle ostilità che Socrate si era

creato con la sua opera.

L'accusatore che porta in tribunale Socrate è un giovane poeta sconosciuto, Meleto, che in realtà non

è il vero accusatore ma è semplicemente un giovane in cerca di popolarità che si presta a un gioco

10 Mentre in Trasimaco la norma politica si costituisce con la forza, e quindi in accordo con la legge di natura.

orchestrato da altri; il vero regista sarebbe un politico, Anito, sostenuto da un retore, Licone.

Il tribunale era composto da 500 membri, che dovevano valutare l'accusa e a difesa; a ogni dibattito

seguiva una votazione.

Dopo un prino dibattito, se fosse stato condannato l'accusato poteva fare un ulteriore discorso.

Nella prima votazione 280 membri si espressero a favore della sua condanna; il secondo discorso di

Socrate, però, non cambiò le sorti della votazione (360 contro Socrate).

Nel primo dibattito Socrate dice che molti hanno frainteso il suo pensiero, scambiando il suo pensiero

con quello dei sofisti o dei naturalisti; ci sarebbe stato un grande equivoco che gli avrebbe attirato le

antipatie di molti illustri ateniesi, equivoco causato dall'oracolo di Delfi che aveva risposto Socrate

alla domanda chi sia il più saggio della Grecia.

Lui si era messo a interrogare diverse categorie di persone per capire se non fossero loro i più sapienti.

La vera sapienza di Socrate era la sapienza di “essere ignorante”, ciò di sapere di non sapere,

consapevole della limitazione della sapienza umana.

Poi Socrate disse che il primo obiettivo da perseguire è la cura dell'anima, poi critica la vita politica

da cui non potrebbe derivare conoscenza per la propria anima.

Socrate ai giudici non chiese pietà ma giustizia, riconoscendo che questi non sia colpevole.

A Socrate, dopo la prima condanna, viene data la possibilità di fare cambiare opinione, commutando

la pena con un nuovo discorso; Socrate dovrebbe cercare di attenuare la severità dei giudici invece

dice che se loro fossero giusti non solo non dovrebbero condannarlo a morte ma dovrebbero

mantenerlo a vita.

Per quanto si stia difendendo in realtà Socrate sta introducendo un sovvertimento della gerarchia nella

vita politica, e che ciò che dà significato alla vita umana è la ricerca filosofica della verità, non l'azione,

il combattere, o partecipare alla vita politica.

Socrate verrà poi condannato a morte. 27/10

Terzo discorso di Socrate

Dice che non si duole particolarmente della condanna a morte, accettando la morte come qualcosa di

non negativo.

Una volta pronunciata la sentenza definitiva del tribunale Socrate non evita di fare una profezia,

profetizzando una vendetta da parte di Zeus.

Per quello che ci dicono le fonti Socrate fu condannato a morte dal tribunale, però la sentenza non

viene eseguita subito ma fissata tempo dopo (circa un mese dopo); Socrate visse quindi in una

condizione di “semiprigionia”.

Infine decise di togliersi la vita autonomamente bevendo la cicuta e rifiutando le proposte di fuga

avanzategli da molti suoi allievi.

Se Socrate non si cura della morte o può sembrare che Socrate ritenga che la morte sia solo il

passaggio verso un altro luogo dove ci sono i veri giudici, oppure la morte è solo una notte eterna in

cui non si soffre, pertanto è inutile preoccuparsi di ciò: in ogni caso per Socrate la morte è un

guadagno.

Xenofonte invece racconta in modo più breve e meno enfatico il processo e la morte di Socrate; anche

qui ci viene raccontato un Socrate abbastanza ironico, che sdrammatizza l'evento.

Un passaggio della morte di Socrate si trova nel Fedone di Platone, l'opera in cui Platone espone la

sua dottrina dell'anima.

Il Fedone porta in scena le ultime ore di Socrate.

“Dobbiamo un gallo ad Asclepio” → Asclepio, che divenne Esculapio a Roma, era il dio della

medicina.

Socrate pronuncia questa frase perché secondo la tradizione quando un malato guariva era in debito

con Asclepio; qui sta dicendo che con la morte è guarito da una malattia, quindi che la vita corporea

è solo qualcosa di inferiore rispetto alla vita dell'anima.

Questa è però una concezione dell'immortalità che rompe la tradizione greca (al più conquistano la

fama immortale ma non l'immortalità).

Tucidide

Contemporaneo di Socrate, nato verso il 455 a.C. da una ricca famiglia ateniese.

L'evento che segna la sua vita è la partecipazione alla guerra del Peloponneso; viene eletto (non

sorteggiato) stratega nel 424 a.C. ma la sua esperienza di capo militare si rivela fallimentare perché

non riesce ad arrivare in tempo per salvare la città di Anfipoli, che cadde in mano agli spartani.

Questo fallimento è rilevante perché in realtà se le cariche venivano assegnate con elezione, chi era

accusato di negligenza subiva una punizione significativa: venne quindi condannato a 20 anni di esilio.

L'opera sulla guerra del Peloponneso è incompleta perché arrivò fino al 411 a.C., forse perché morì

prima.

Nella ricostruzione degli eventi non si dimentica la guerra che Atene condusse coi persiani e che

assegnò ad Atene l'egemonia, dividendo in 2 campi le poleis greche: nel 469 quando la lega delle città

greche vince emerge una contrapposizione, la lega che fa capo ad Atene e le città attorno a Sparta

(emblema dell'oligarchia contro l'ideologia democratica).

Storiografia scientifica (la ricostruzione è quasi “scientifica”) → Tucidide cercò di individuare

connessioni causali tra gli eventi, rispondendo alla domanda perché trovando connessioni causa

effetto, non facendo rientrare dei ed eventi soprannaturali nella descrizione.

Ciò che emerge è soprattutto la necessità per Tucidide di affermare la veridicità delle fonti usate

(racconta ciò che ha visto, eventi a cui era presente e partecipe); oltretutto mira a riconoscere che

quella sia stata la più grande guerra combattuta all'interno del mondo greco.

Importanti in Tucidide sono anche i discorsi, ricostruiti con vena artistica ma ricostruiti cercando di

riassumere in un discorso le posizioni sostenute in un dato momento. 28/10

L'intento di Tucidide è capire perché scoppi la guerra del Peloponneso, facendo emergere le

dinamiche politiche ed economiche e cercando di individuare quelle regolarità che guidano il

comportamento degli organismi politici.

Egli scopre la legge incardinata nella natura umana e spiega il perché dello scoppio dei conflitti e

perché si cerca sempre di estendere il dominio.

Orazione funebre pronunciata da Pericle: quando celebra i primi caduti ateniesi fa un discorso

ricostruendo la concezione della democrazia e dei suoi ideali nell'Atene del V secolo a.C.

Tucidide, bisogna sottolinearlo, non era democratico anzi, era un sostenitore dell'aristocrazia (la

ricostruzione è quindi imparziale – Pericle non ci appare come un demagogo).

Secondo Pericle la costituzione ateniese è originale, non è copiata ma è d'ispirazione per gli altri, e

sta esaltando anche i principi dell'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e la possibilità per tutti

di accedere alle cariche pubbliche.

Antropologia di Tucidide, cioè la sua visione della natura umana: Tucidide ritiene che la

politica dipenda dalla natura; riprende dunque il rapporto problematico esaminato dai sofisti tra natura

e convenzione.

Tucidide risolve ciò come Trasimaco: il giusto quasi mai si accorda con ciò che avviene nella realtà

perché ciò che conta davvero in politica è la forza.

Ma ciò dipende da alcune caratteristiche dell'uomo e che Tucidide estende alle città.

Le componenti che caratterizzano individui e città sono onore (gloria, reputazione), timore (paura),

utile (la ricerca di una ricchezza, di un utile in senso economico).

Quale dei 3 è più importante? Tucidide non dà una risposta chiara, ma per la modernità (il realismo

politico da Hobbes al Novecento) mette in prima fila soprattutto la ricerca della sicurezza.

Concezione della politica come dimensione amorale del realismo politico di Tucidide; la politica è

una sfera autonoma e inconciliabile dalla morale.

Secondo Tucidide la legge che scaturisce dalla natura delle cose è che il più forte debba comandare

sul debole e che in queste le convenzioni non possano modificare ciò che è scritto.

Un altro dialogo da ricordare è quello fra gli abitanti dell'isola di Melo e gli ambasciatori: Atene vuol

fare entrare l'isola nella propria alleanza ma questi sono ostili a quest'ipotesi in quanto impegnati con

Sparta.

Atene dice che sono più forti, e quindi devono cedere; gli abitanti si appellano alla giustizia, al

mantener fede a una promessa → gli ateniesi rispondono dicendo che i deboli si invocano alla

giustizia, ma in realtà la legge di natura dice che il più forte comanda sul più debole.

Tucidide ci racconta la guerra civile che sconvolge la città di Corcira, in cui per la prima volta la

guerra esterna diventa guerra interna.

Gli orrori visti all'interno della guerra civile non sono orrori che non si ripeteranno ma continueranno

a ripetersi finché la natura umana sarà la stessa (e quindi diventerà una regolarità – visione ciclica

della storia). 2/11

Reversibilità delle parti: le alleanze non sono eterne, ma dipendono dalle diverse situazioni.

Inizialmente Atene e Sparta sono alleate nel momento di combattere il nemico comune, dopo sono di

nuovo l’una contro l’altra→ l’amico di oggi è il nemico di domani. Anche i rapporti di amicizia sono

basati sulla forza.

Secondo la teoria Talassocratica solo chi ha il dominio del mare riesce a imporsi; è il mare che riesce

ad assegnare il ruolo di potenza (anticipazione dei cicli egemonici degli ultimi secoli come:

Repubblica Veneziana nel 400, Province unite olandesi nel 500, Impero Britannico nel 700 e Stati

Uniti nel 800-900)

Da cosa nasce la Guerra? Ciascuna città/uomo punta a garantire la propria sicurezza, quindi tende ad

eliminare qualsiasi minaccia.

Benché la sua opinione in proposito non sia così chiara, possiamo dire che Tucidide sia un

aristocratico con “tendenze parzialmente democratiche”.

Gli autori della generazione successiva a Tucidide furono invece severi avversari della democrazia:

ricordiamo Xenofonte e Platone (entrambi allievi di Socrate – a loro dire non poterono fare a meno

di constatare, con la condanna del loro maestro, l'incapacità del popolo di giudicare correttamente).

Xenofonte nacque approssimativamente nel 430 a.C. e prima che uno scrittore fu un mercenario; di

Xenofonte ci è pervenuto praticamente tutto, in particolare le sue opere storiche, che sono le più

corpose.

Tra le sue opere annoveriamo innanzitutto le Elleniche, che possiamo considerare come un “sequel”

de La guerra del Peloponneso, e l'Anabasi, la ricostruzione di una spedizione a cui Xenofonte

partecipò in qualità di mercenario (si racconta di un tentativo di rivolta con cui Ciro il giovane cercò

di sottrarre il trono al fratello maggiore, e per questo formò un esercito di mercenari. Ciro venne però

ucciso, il tentativo di rivolta sventato e il piccolo esercito si trovò privo dei propri capi: a questo punto

si raccontano le avventure del ritorno in Grecia dei soldati muovendosi in un territorio ostile).

Un'opera rilevante dal punto di vista politico è I memorabili (con cui Xenofonte ci dà un'altra versione

della morte di Socrate e ci fornisce anche una visione parziale del suo insegnamento: è qui che

possiamo ritrovare, per bocca di Socrate, una severa critica della democrazia, la quale affida il potere

politico a un'assemblea di persone prive di istruzione che non dispongono delle virtù politiche

necessarie per governare correttamente).

Ma il testo forse più importante di Xenofonte è La costituzione degli spartani, un'opera di tipo

celebrativo con cui l'autore intendeva celebrare la superiorità dell'ordinamento politico spartano

11

rispetto a quello ateniese .

Ciò che affascina Xenofonte è il fatto che Sparta, essendo nell'entroterra, non fu mai né una città

particolarmente grande né un polo commerciale, eppure riuscì a vincere la guerra contro Atene (una

potenza demografica, economica e commerciale ben superiore).

In quest'opera Xenofonte celebra il mitico legislatore di Sparta Licurgo, e in particolare celebra la

costituzione spartana come un esempio di ordinamento in cui si attribuisce il potere ai migliori; tale

ordinamento si mantenne quasi inalterato dal IX al V secolo a.C.

L'elemento chiave di questo ordinamento era la netta divisione etnica-castale insita nella cittadinanza;

coloro che disponevano di diritti politici, i cosiddetti “spartiati”, erano un numero molto ridotto (erano

quegli individui che discendevano da due genitori spartani, a loro volta detentori di diritti politici).

Gli spartiati avevano in concessione terreni pubblici che venivano lavorati da degli schiavi, gli iloti,

che erano di proprietà della città e non dei singoli spartiati.

Gli spartiati andavano a costituire un fortissimo esercito di fanteria.

È importante sottolineare che per godere dei pieni diritti era necessario anche seguire tutte le tappe

dell'educazione, la quale era strettamente militare; solo al compimento dei 30 anni si raggiungeva la

pienezza dei diritti politici.

Per essere “migliori”, secondo Xenofonte, non era necessario soltanto impartire l'esercizio militare,

ma ci si doveva concentrare anche con particolare attenzione e costanza all'educazione dei figli (così

da consentire ai bambini di nascere forti e di essere potenzialmente dei guerrieri).

La funzione pedagogica, al contrario di quanto accadeva ad Atene, non era affidata a degli schiavi ma

a cittadini.

Secondo Xenofonte, Licurgo avrebbe anche introdotto criteri in merito alla regolazione della vita

sessuale, esaltando alcune soluzioni quali la concessione di una discreta libertà in merito così da poter

avere figli robusti e numerosi.

Le stesse donne, dovevano mantenersi in forma e praticare la corsa, la lotta e l'esercizio fisico in modo

tale da avere una progenie forte.

Questa attenzione preludeva anche a un atteggiamento eugenetico, lo stesso che troveremo nella

Repubblica di Platone. Il fatto che Sparta si fosse aperta alla conquista di genti straniere potrebbe

portare ad un indebolimento nel rispetto dei costumi e delle tradizioni che Licurgo aveva posto alla

base della città.

Quest’ultimo capitolo è stato scritto dallo stesso Xenofonte o è stato aggiunto dopo? Non sembra

esserci continuità tra quello che è scritto prima, ma c’è ancora dibattito tra gli studiosi. 4/11

Analizzando i principali organi politici spartani notiamo un residuo dell'istituto monarchico, che

veniva conservato in una forma particolare che era quella della diarchia: c'erano infatti due re, anche

se queste figure erano di fatto prive di effettivi poteri politici (avevano unicamente funzioni militari

e religiose).

Le funzioni politiche e giudiziarie venivano invece conservate dall'assemblea degli anziani; questo

fu per lungo tempo composto da 28 membri, selezionati tra gli spartiati più anziani (almeno 60 anni).

Questi cittadini venivano eletti e rimanevano in carica a vita.

L'assemblea presentava le proposte di legge all'assemblea degli eguali, ossia quegli spartiati che

abbiano compiuto almeno 30 anni.

A sua volta il consiglio degli anziani perse potere perché emerse un “consiglio esecutivo” eletto

dall'assemblea degli eguali; questo organo esercitava un potere sovrano, poteva persino porre il veto

su qualsiasi proposta del consiglio.

L'organo che venne successivamente introdotto fu l'Eforato (il consiglio degli efori); questi efori

erano 5 e venivano eletti dall'assemblea, duravano in carica 5 anni e avevano il compito di sorvegliare

11 C'è anche una motivazione strettamente personale dietro a questa celebrazione: dopo la caduta del governo dei 30

tiranni (appoggiato da Xenofonte), questi venne condannato all'esilio e trovò rifugio proprio a Sparta. L'opera di

Xenofonte si presenta così come un “ringraziamento” alla città che lo aveva accolto.

sul rispetto della costituzione.

I poteri e le competenze dell'eforato si estesero fino ad assumere quasi tutta la giurisdizione civile ed

assumendo l'iniziativa di legge.

Gli efori sono “rappresentanti dei cittadini” e sono chiamati a rendere conto di fronte all'assemblea,

pertanto, al contrario di Atene, c'è un richiamo a una protodemocrazia di tipo rappresentativa.

La Costituzione di Sparta ricorda anche una celebrazione della saggezza del re persiano Ciro, il quale,

animato da una grande saggezza, riesce a governare non sopra la legge ma nel rispetto della legge

(non ponendosi quindi come sovrano assoluto che regnava ponendosi come base il suo capriccio).

Un altro testo attribuito a Xenofonte è La costituzione degli ateniesi; questo è un dialogo tra due

individui che discutono criticamente a proposito delle peculiarità dell'ordinamento ateniese.

Quasi sicuramente questo autore era un ignoto ateniese oligarchico noto come “pseudo Xenofonte”.

Se da un certo punto di vista riesce ad avere grande stabilità per alcune sue caratteristiche interne, è

anche vero che la democrazia peggiora la forma di governo.

Questo autore evidenzia innanzitutto i motivi per cui la democrazia ha successo.

In primis la concessione di libertà attribuita agli schiavi; però privilegiare i peggiori a danno dei

migliori è una caratteristica di fondo della democrazia, perché consente un rafforzamento della forma

di governo.

I migliori hanno infatti quel massimo di inclinazione al bene e quella “sfrontatezza” che li rende

nemici della democrazia.

Un altro elemento di Atene è la vessazione degli alleati, e ciò comporta il fatto che sia possibile avere

introiti notevoli da parte dello Stato.

L'arte nautica non è solo rilevante per lo sviluppo di Atene ma è anche importante perché spiega la

forza del demos.

La democrazia ha poi una lentezza della “macchina burocratica”.

Tutti questi elementi negativi si tengono l'uno con l'altro, e non è possibile modificare molto senza

snaturare la democrazia. 9/11

Crizia

Crizia fu un famoso oligarca ateniese che visse circa tra il 460 a.C. e il 403.

Di Crizia ci è rimasto molto poco anche se scrisse molto e in modo molto variegato.

Era discendente di una famiglia aristocratica ateniese, addirittura discendente di Solone.

Dai pochi frammenti di cui disponiamo possiamo definire un pensiero piuttosto radicale che sostiene

una causa oligarchica.

Anche Crizia si concentrò sulla contrapposizione tra natura e nomos, e anche Crizia come molti

pensatori mostrò il suo scetticismo nei confronti del nomos, e nella possibilità che questo dia

fondamento a un regime stabile.

Crizia fu allievo dei sofisti e ci sono similitudini tra il pensiero di questi e quello di Antifone; nel

discorso di Crizia questi cercò di comprendere i fondamenti del potere politico.

Come Antifonte era convinto che ciascun individuo fosse portato a rispettare la legge solo se

obbligato e se questa non è contraria ai suoi interessi.

Secondo Crizia la capacità di moderarsi e autocontrollarsi la hanno solo i nobili, i migliori, e proprio

per questo l'unico governo saldo e giusto sia quello in cui siano gli stessi migliori a governare.

Crizia aveva un nipote che ambiva a una carriera politica e venne coinvolto nell'esperienza dei 30

tiranni: questi era Platone.

Platone

Questi fu sempre “ossessionato” dalla dimensione politica, e il governo dei 30 tiranni fu il motore

che lo spinse a una ricerca costante.

La lettera settima ricostruisce le tappe della formazione di Platone; egli nacque nel 427 e morì nel

347 a.C., discendente di una famiglia nobile, in gioventù fu poeta e atleta.

Dopo l'esperienza dei 30 tiranni Platone non fece più politica direttamente; nel 399 a.C con la morte

di Socrate si rafforzò il disgusto di Platone nei confronti della democrazia.

Per la reputazione scomoda che aveva ad Atene fu costretto a compiere peregrinazioni che lo

portarono lontano da Atene; famosi sono i viaggi in Sicilia, a Siracusa.

Il primo viaggio più importante del 388 a.C. vide Platone recarsi a Siracusa invitato dal cognato del

tiranno locale, Dionigi I (scopo di educare un “filosofo re”); nei viaggi successivi a Siracusa la

spedizione di Platone non ebbe fortuna migliore.

Tra le opere più significative, nonché la prima tra quelle politiche, c'è la Repubblica.

Questo è il dialogo sulla giustizia tenuto tra Socrate e i suoi allievi, e discutono di come costruire un

ordine fondato sulla giustizia.

Platone era solito usare miti per tradurre in immagine delle idee che altrimenti non sarebbe riuscito a

trasmettere.

Il mito più famoso è quello della caverna: gli uomini hanno una conoscenza distorta, per cui al di là

del mondo fisico esiste una realtà ulteriore che è la vera realtà, l'unico che può riuscire a cogliere il

tutto è il filosofo, che conosce la realtà delle cose ed è in grado di guidare gli uomini verso la giustizia

(solo il filosofo può avere un ruolo politico).

Nel libro settimo costruisce questo mito.

La conoscenza conseguita dai filosofi, è una conoscenza metafisica che permette di raggiungere la

realtà pura. Questa parte filosofica è legata con l’elemento politico prigioniero, una volta uscito,

ritorna nella caverna per liberare gli altri prigionieri facendoli uscire.

Il mondo delle eide è il mondo dei concetti puri, intesi non come astrazioni ma come qualcosa che

esiste effettivamente al di là del mondo fisico.

Il nomos non è stabile perché è basato sulla contingenza, è di origine umana ed è instabile; quindi

come diceva Trasimaco il nomos è una regola imposta da chi è più forte in un determinato momento.

Questo può essere il demos ma anche la parte democratica.

Questo demos non è fondato sulla natura o su un ordine naturale, quindi è consapevole dello scontro

fatale tra nomos e ordine.

Esistono 4 costituzioni: timocrazia (tipo Sparta, conferimento potere a chi ha più onore militare),

oligarchia, democrazia e tirannide.

Questo ciclo non ha componente virtuosa, non ce n'è una migliore, sono tutte forme degenerate.

L'unico modo per sottrarsi a questa degenerazione è costruire una nuova forma di governo basata

sulla giustizia; per fare ciò è necessario far coincidere natura e legge, ma per fare questo bisogna

capire come sia fatto l'essere umano.

Bisogna riflettere nella città l'ordine interno dell'individuo, combinando e mantenendo in equilibrio

le componenti che si trovano anche dentro all'individuo.

L'anima dell'individuo è composta da 3 componenti:

-razionale (deve essere fatta emergere e deve guidare la comunità politica)

-irrazionale; la spinta alla ricerca dell'onore, la passionalità

-irrazionale; la concupiscenza, la ricerca dei piaceri 10/11

La componente razionale è la meno forte e quella che emerge in misura minore.

Platone sviluppò una visione elitaria per cui in ogni società ci siano 3 gruppi di persone, in ognuno

dei quali prevale una delle componenti dell'anima.

Anche in questo caso Platone usa un mito per spiegare ciò.

Negli individui dove prevale la componente razionale (forgiati nel mito con una componente di oro),

questi devono dedicarsi all'attività di governo; coloro in cui prevale la componente passionale

(componenti d'argento) devono essere i guerrieri, mentre l'ultima parte, quella più numerosa

(componenti di ferro e bronzo), in cui prevale la componente concupiscente devono essere i lavoratori.

Quelle che immagina Platone non sono caste, ma sono gruppi in cui si entra a far parte a prescindere

dalla propria discendenza (ci si può muovere tra le “classi”).

La giustizia per Platone è riconoscere che alcuni individui hanno un peso maggiore, per cui

l'ingiustizia è mettere tutti sullo stesso piano.

L'organizzazione politica che concepisce si fonda sulla divisione della popolazione in 3 gruppi,

ognuno dei quali ha un suo compito.

Per i guerrieri e i filosofi presuppone un comunismo dei beni.

Platone vorrebbe eliminare la famiglia perché tutta la Repubblica viene riorganizzata per finalità; i

bambini dovrebbero essere collocati in un asilo pubblico in cui ricevere un'educazione pubblica,

organizzata e diretta dai filosofi reggitori.

Questa è una critica all'organizzazione ateniese che invece si fondava sull'educazione privata; qui

invece dovrebbe essere affidata ai filosofi e deve essere pubblica, all'inizio almeno uguale per tutti i

bambini.

Il fatto che i bambini vengano sottratti alle famiglie vuol dire che i genitori non devono poter

riconoscere i propri figli ma dovrebbero riconoscere tutti coloro che sono nati nello stesso periodo

come figli.

Un'altra componente della costituzione di questa polis riguarda le unioni matrimoniali, perché Platone

ritiene che i matrimoni debbano essere stabiliti sia nel loro numero sia nelle loro combinazioni dai

reggitori; se le persone sapessero che ci sono queste combinazioni e qualcosa andasse storto ci

sarebbero problemi perché i reggitori verrebbero accusati di essere i responsabili di questo fallimento,

allora la scelta deve essere nell'ombra.

I reggitori devono saper mentire perché la loro menzogna è finalizzata al bene della città, così da

costringerli a comportarsi in un certo modo.

In merito alla riforma educativa i reggitori devono capire chi sono gli individui più predisposti per

certe attività, indirizzando i vari bambini. 16/11

Nel Critone Platone affrontò il tema della legge, cioè la necessità di rispettare la legge (intesa come

nomos – legge convenzionale della città).

Nel Critone Platone espresse la necessità di rispettare la legge anche qualora vada contro i nostri

interessi, celebrandola; questo elemento non si trova nella Repubblica, in cui il problema è quello di

fondare l'ordine politico sulla giustizia naturale.

In questo dialogo Critone avvicina Socrate, già condannato a morte, e gli propone di fuggire; Socrate

tuttavia rifiuta, perché a suo dire scappare significherebbe violare il principio fondamentale di seguire

i patti siglati.

Tale discorso può essere inteso come una celebrazione dell'ordine giuridico, non come carattere

superiore ma semplicemente come base della convivenza comune.

Il Critone è un'opera che lambisce il tema politico, ma ci sono altre due opere centrate sulla

dimensione politica (in cui Platone tende ad abbandonare le utopie della fase della Repubblica):

1. Il politico

2. Le leggi (un'opera della tarda maturità)

Per quanto riguarda la prima opera, bisogna precisare che l'espressione “politico” non è da intendersi

nel senso schmittiano del termine ma fa riferimento all'uomo politico, l'uomo che deve governare.

Il politico è un dialogo incentrato su due protagonisti, il giovane Socrate e lo straniero di Elea; a

differenza di altri dialoghi platonici a condurre la discussione non è Socrate bensì lo straniero, mentre

lo stile di scrittura è volutamente non accattivante.

In questo dialogo è ricorrente la metafora del politico tessitore, il cui lavoro consiste, al pari del

tessitore, nel tessere assieme fili molto diversi tra loro al fine di garantire la convivenza (il che è

difficile perché esistono idee di giustizia distinte).

Il tema principale sviluppato dal dialogo è dato dal tentativo di distinguere la figura del politico da

quella del tiranno, e da questo punto di vista Platone sviluppò alcuni punti già trattati nel Critone: il

politico è sì colui che è dotato di un grado di conoscenza superiore (è ancora di fondo un politico

filosofo come Platone lo concepiva nella fase giovanile), tuttavia è anche colui che agisce all'interno

di un modello basato sul rispetto delle leggi.

In una simile visione viene dunque esaltata la centralità e la rilevanza della legge.

È qui che Platone sviluppò l'immagine di un “politico legislatore” che costituisce le leggi al fine di

costruire una cornice entro cui i cittadini possano operare, ed è qui che sviluppò la metafora del

tessitore (che deve costruire un tessuto sociale compatto).

Il politico deve pertanto agire come un pastore nei confronti del gregge, sebbene il vero pastore non

sia il politico ma dio (potere pastorale – elemento non tipico della tradizione greca).

Ne Il politico Platone abbandonò l'idea che esistesse una forma di governo migliore, quella dei filosofi

re, e riprese in considerazione la classificazione tradizionale basata sulle 3 forme di governo, ciascuna

delle quali ha due varianti, virtuosa e corrotta.

Le forme virtuose sono quelle in cui chi governa rispetta la legge.

Monarchia → Tirannia

Aristocrazia → Oligarchia

Democrazia → Demagogia (o Oclocrazia)

Per quanto riguarda le varianti corrotte, la forma di governo migliore è quella in cui governano in

molti, viceversa per la variante virtuosa.

Platone riabilitò la versione corrotta della democrazia perché laddove governa un tiranno al di fuori

di ogni legge è possibile attendersi di tutto, esisterebbe un potere fuori da ogni controllo, se invece si

vivesse in un regime sregolato ma demagogico il carattere volubile della massa funzionerebbe da

freno.

Le leggi è un'opera più realistica e maggiormente conservatrice rispetto agli altri dialoghi, perché

tende a perpetuare un ordine castale tipico della società greca.

In questa opera Platone cercò di riflettere in particolare sulla costituzione preferibile, immaginando

però una costituzione non utopica ma fondata su elementi reali; l'autore concepì pertanto una

costituzione mista che racchiudeva elementi della democrazia e della monarchia:

• dalla democrazia riprese l'elemento del consenso

• dalla monarchia la conoscenza del capo politico

Secondo Platone la forma di governo migliore è quella in cui si combinano questi due elementi.

La popolazione viene classificata in modo castale, presenta cioè linee nette che non possono essere

superate e la cui appartenenza si tramanda di padre in figlio.

Quella che Platone ci presentò fu soprattutto la divisione castale di Atene, in cui buona parte della

popolazione si dedicava all'attività agricola, una fascia intermedia era dedita alle attività commerciali

e artigianali (questi erano i meteci, gli stranieri residenti che svolgevano attività economiche) e una

minoranza costituiva i cittadini, coloro che erano dotati di diritti politici e che esprimevano il

consenso al sovrano.

Platone riprese dunque la tripartizione introdotta nella Repubblica, ma ne Le leggi questi gruppi si

riproducono nel tempo e non ammettono possibilità di passaggi intermedi da una classe all'altra.

17/11

Aristotele

Di Aristotele abbiamo molte notizie biografiche: nato a Stagira nel 384 a.C. circa e morto in Tessaglia

nel 322 a.C., sappiamo innanzitutto che non fu un cittadino ateniese.

Il padre era un medico probabilmente presso la corte macedone; questo legame con la corte macedone

si evidenziò quando sarà chiamato da Filippo II per essere il tutore di Alessandro Magno (che

succedette al padre nel 336 a.C., morendo nel 323 a.C.).

Aristotele, una volta recatosi ad Atene, frequentò l'accademia di Platone per parecchi anni, venendo

però escluso dalla “successione” a Platone stesso (uscendo da questa scuola e cercando di costituire

una sua propria scuola, il Liceo o Peripato).

Aristotele riflette nel momento in cui la polis come forma politica è già in avanzata decadenza, perché

ovviamente le poleis avevano perso la loro autonomia politica.

Tutta la sua riflessione fu un tentativo di individuare soluzioni istituzionali per evitare o per arginare

il declino delle poleis.

Il legame fra Platone e Aristotele è inizialmente molto forte, ma ciò che contraddistingue quest'ultimo

è l'abbandono di un atteggiamento utopistico e segnato da un forte idealismo.

Aristotele riteneva che si dovesse riconoscere la realtà della natura umana per quello che è, non

puntando a mutare la realtà, e non puntando a riorganizzare la polis secondo un principio di giustizia

ma secondo un principio di prudenza.

Di Aristotele non ci sono pervenute tutte le opere politiche, in particolare sono andate smarrite due

opere, una delle quali è Sul regno (riflessione sulla monarchia) e l'altra è Grillo (dedicata al figlio di

Xenofonte caduto in battaglia); anche molte raccolte sistematiche sulle città greche sono andate

perdute.

L'opera principale per quanto riguarda il pensiero politico è La politica, in cui condensa gran parte

delle riflessioni condotte per una vita sulla polis; è composta di 8 libri, probabilmente composti in

periodi successivi.

Troviamo la definizione di uomo come animale politico e la soluzione che Aristotele fornisce al

rapporto tra natura e nomos nel primo libro (più importante ma forse ultimo composto).

Aristotele ha una concezione di moderato sostegno della democrazia, in cui di fatto vengono eliminati

i conflitti sociali più gravi con la limitazione della concessione della cittadinanza.

Fu forse il filosofo che si impegnò di più a fissare dal punto di vista filosofico alcuni criteri validi nel

mondo greco e che distinguono l'uomo libero e lo schiavo (da cui il diritto di comandare dell'uomo

sullo schiavo) e l'uomo dalla donna.

Aristotele cercò di capire cosa distingua la polis, dicendo che ogni polis è una comunità che si

costituisce in vista del bene della comunità politica.

In particolare il bene della polis è superiore ad ogni altro bene, così che in realtà anche un monarca

non è libero ma è sempre vincolato dal rispetto; se tutte le comunità sono orientate al bene, Aristotele

deve spiegare perché la comunità politica sia diversa dalle altre: per spiegare ciò ricostruisce la genesi

dei gruppi umani capendo come da una famiglia si arrivi a una polis.

La prima comunità in cui si trova l'essere umano è la famiglia, e come tutte le altre nasce dal bisogno

(cioè dal fatto che un individuo da solo non può soddisfare i propri bisogni); le famiglie si uniscono

poi in piccole famiglie allargate, fino alla polis.

In questo contesto chi è dotato di intelligenza è padrone per natura, chi è predisposto per l'attività

fisica viene comandato.

La prima comunità che risulta dalle unioni di famiglie è il villaggio, che non è una polis perché ancora

governato da un capo; la polis avviene soltanto nel momento in cui si uniscono più villaggi,

emergendo una concezione orizzontale dei rapporti.

La polis raggiunge il limite dell'autosufficienza completa e del perseguimento della felicità.

L'uomo per natura è un essere sociale, chi vive fuori dalla comunità o ha natura divina o è un

“selvaggio”; solo l'uomo ha la parola, e grazie ad essa può esprimere il giusto e l'ingiusto (avere cioè

la percezione del bene e del male). 18/11

Sulle relazioni tra uomo e donna rispetto a Platone (per cui c'è una parità di doti) Aristotele ha una

visione diversa.

Per Aristotele se corpo e anima fossero sullo stesso piano sarebbe dannoso per l'individuo, e questo

discorso è fatto anche per gli aggregati umani: chi la capacità di comandare devono per questo

esercitare la funzione di comando, e al tempo stesso la parte razionale dell'anima deve comandare su

quella passionale.

L'autorità del padrone e dell'uomo di Stato è diversa, perché un'autorità si rivolge agli schiavi, l'altra

agli uomini liberi e uguali.

Un secondo principio che differenza A da P è che la gestione del potere deve avvenire in un quadro

di norme ben definito; ciò significa che (nonostante anche Platone alla fine riconosca l'importanza

della legge) per Aristotele è importantissima, i magistrati non creano la legge ma si limitano a

esercitare il potere all'interno di un quadro ben definito.

Per Aristotele la legge è soprattutto la consuetudine, cioè una norma che si è imposta per via

consuetudinaria, e i cittadini devono provare la necessità e la volontà di seguire questa legge.

Il consenso è l'elemento che garantisce il consolidamento della legge.

La legge è superiore al potere che può esercitare il saggio, quindi se il re filosofo poteva persino

“rifondare” la polis, per Aristotele anche il più saggio sovrano deve essere esente dalle passioni e

governare secondo dei principi.

Chi esercita il potere, i magistrati, devono tenere conto anche del consenso dei governati; questo è un

terzo elemento importante insieme alla legge, costituendo un po' un “sunto” del pensiero aristotelico.

Per Aristotele la migliore forma di governo è chiamata “politeia”, che venne poi a indicare la “città

ben ordinata”.

L'idea è quella di compenetrare le due forme di governo, tenendo gli aspetti buoni e eliminando i

difetti; gli elementi che Aristotele vorrebbe mantenere sono la qualità dei governanti e il consenso.

Questa forma di governo si costruisce mediante la composizione sociale della cittadinanza, cioè con

la distribuzione della ricchezza tra la popolazione; da questo punto assume una posizione

diametralmente opposta rispetto a Platone (che avrebbe voluto introdurre un “comunismo”), creando

un ampio ceto medio tra i due estremi (si può stabilizzare la città rompendo la polarizzazione tra

ricchi e poveri e mediare i conflitti di classe).

Sicuramente di Aristotele rimase l'idea dell'equilibrio e della medietà, ma anche quella che ci descrive

la politica come dimensione naturale in cui si esplicitano le caratteristiche specifiche dell'uomo

(l'uomo come essere parlante e che nelle relazioni umane si impongano i migliori). 23/11

Ellenismo

L’impero macedone porta alla fusione di due elementi: la componente asiatica e il potere limitato da

organi assembleari. Si dice che a partire dalla conquista macedone finisca l’epoca classica ed inizi

quella ellenistica (ultimi decenni del IV secolo). Viene meno il fondamento: l’autonomia della polis.

Il personaggio principale di questo periodo è Alessandro il grande. Egli ha una breve vita, ma riesce

a formare un impero molto vasto che comprende territori che partono dal medio oriente fino all’India.

Dopo la sua morte tale impero incomincia ad essere spartito tra i principali generali che a loro volta

creano delle dinastie portando sempre più divisioni. Dal punto di vista delle trasformazioni vi sono:

 economiche: non abbiamo più un’economia cittadina, ma molto più vasta

 politiche: il ruolo dei cittadini viene ridimensionato, viene meno il forte ruolo castale. C’è

espansione del ruolo dei meteci: nella nuova struttura i meteci forniscono le competenze per

una funzione burocratica.

 militari: c’è una forte innovazione. Se prima era importante la flotta e gli opliti, ora grande

importanza veniva data dall’uso della cavalleria con ruoli diversi rispetto a quella omerica.

Essa si muove in relazione alla fanteria. La personalità del cavaliere introduce rapporti

gerarchici all’interno dell’esercito e questo è un altro elemento politico. Incominciano a

formarsi prematuri elementi di un “feudalesimo” ovvero. Chi possiede una terra può avere un

cavallo ed un’armatura.

Il problema si pone quando tale sistema si contrappone con quello greco della polis. Il modello

asiatico e quello greco si fondono in modo problematico perché Alessandro cerca di unire le

istituzioni macedoni con quelle della Grecia classica. Ciò non si compirà mai a causa della morte

prematura del sovrano e a causa dell’opposizione greca. Nell’assetto macedone i principali elementi

politici sono:

 doppia legittimazione sacrale e patrimoniale→ legittimazione sacrale: la troviamo nella

società cretese, micenea e in medio oriente in cui il sovrano è una figura sacra poiché è il

rappresentante di dio sulla terra. Legittimazione patrimoniale: il potere deriva dalla conquista

di un territorio e il sovrano detiene il potere di conquista (“il territorio è conquistato con la

lancia”). Il principato ellenista è un patrimonio patrimonialista dove non c’è distinzione tra

patrimonio del re e patrimonio pubblico dello stato. Le attività, inoltre, sono svolte grazie alla

concessione del re. La gestione di alcune attività economiche sono gestite dalla burocrazia.

La concezione patrimonialista può essere l’anticipazione di una concezione burocratica che

concepirà il sovrano come il funzionario che adempie un compito nella macchina burocratica.

L’elemento sacrale non aiuta la sua diffusione in Grecia perché va contro la tradizione della

polis dove tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. C’è un atto che testimonia questa

transizione ed è l’atto della genuflessione davanti al sovrano: i greci si opporranno sempre.

 rottura del principio secondo cui i cittadini greci siano superiori rispetto ai meteci e del

principio secondo cui coloro che parlino la lingua greca siano superiori rispetto agli altri. Ciò

lo ritroviamo nelle varie scuole filosofiche che portano avanti un pensiero cosmopolita.

Le principali correnti filosofiche sono: Epicureismo, Cinismo e Stoicismo. Sono tre correnti che non

attribuiscono grande importanza alla politica e criticano fortemente la polis. Elementi comuni sono il

cosmopolitismo e la critica verso la comunità politica. Accanto a questa c’è l’idea che gli individui

siano tendenzialmente uguali e che la natura umana è la stessa.

Epicureismo

Si sviluppa tra il IV e il III secolo. Questa corrente di pensiero prosegue anche dopo la morte del

fondatore fino al II secolo d.C. Rispecchia il mutamento: il cuore della civiltà ellenista sono le grandi

metropoli commerciali. Riflette la mentalità individualistica anti politica dei nuovi ceti emergenti con

una ricerca della felicità rifiutando pregiudizi e superstizioni. Per gli epicurei gli dei non intervengono

nel mondo umano, però c’è una determinata antropologia: per Epicuro gli uomini sono mossi

dall’egoismo. C’è il ripudio della politica che è da eliminare per rendere migliore la vita. La politica

è un affanno e bisogna vivere in maniera appartata. Viene celebrata l’amicizia non in senso politico.

Cinismo

Siamo nel IV secolo. I due esponenti principali sono Antistene e Diogene.

Antistene: è un filosofo che opera nel momento in cui Socrate vive ad Atene ed è più anziano rispetto

a Platone. Può essere considerato come il fondatore del pensiero cinico; abbiamo, però, poche

informazioni. La derivazione del nome della corrente non è nota ma, forse, si riferirebbe al termine

cane. Sappiamo che critica sia il pensiero di Socrate sia quello di Platone. Nega che ci sia un valore

oggettivo nel pensiero del primo; questa critica si spiega alla critica all’essenzialismo di Platone:

Antistene nega che si possa conoscere l’essenza delle cose. 24/11

Diogene di Sinope nacque nel 412 a.C. e morì nel 323 a.C.; la leggenda dice che sia morto lo stesso

giorno di Alessandro Magno.

Si dice che Diogene vivesse in una botte, in modo da rappresentare l'ideale dell'autosufficienza

dell'essere umano, autosufficienza dal mondo e dalla società.

Un altro episodio rilevante che viene spesso ricordato fa riferimento all'incontro con Alessandro

Magno, che trovatolo sdraiato al sole gli chiese se avesse bisogno di qualcosa: questi gli rispose di

scostarsi dal sole, a simboleggiare il fatto che necessitasse dell'essenziale.

Non si sa bene cosa e quanto abbia scritto (si spazia da molte tragedie a poche opere).

Il cinismo si presenta come una critica radicale dei valori su cui si è fondata la civiltà greca e anche

degli obiettivi e dei valori che considerano come importante la ricchezza del potere, della fama e della

ricchezza; ciò che esalta è l'ideale dell'autarchia, cioè dell'autosufficienza dell'individuo (principio

che si scontra con l'ideologia aristotelica della polis).

Scopo del cinismo è il raggiungimento dell'eudanomia, che non è intesa come una felicità in senso

materiale ma come una liberazione dall'ignoranza e dalla follia del mondo; questa condizione è

perseguibile vivendo in armonia con la natura, attraverso la pratica ascetica.

Dal punto di vista politico vennero fortemente criticate (in modo tangibile) le istituzioni politiche e

sociali della polis, la proprietà privata e la famiglia, perché in contrasto con l'idea di autosufficienza

(c'è un forte cosmopolitismo negativo, perché si critica l'appartenenza alla polis piuttosto che esaltare

l'essere cittadino del mondo).

Il cinismo fu un'ideologia portata avanti da meteci, componenti slegati dalla polis che si limitarono a

criticare i valori caratteristici, senza però proporre soluzioni alternative.

Il cinismo fu la corrente filosofica più dirompente del IV secolo, perché fece vedere chiaramente la

transizione da un mondo a un altro, con diversi elementi valoriali.

Stoicismo

Lo stoicismo riprese entrambe le precedenti correnti filosofiche; si dice che fu fondato nel 300 a.C.

da Zenone e diventerà soprattutto a Roma la visione dominante.

Nello stoicismo troviamo una risposta forte, perché si evidenzia un cambiamento della concezione

religiosa che portò all'idea di un piano divino che si realizza nella storia.

Questo si riflesse in un cambiamento del ruolo del singolo, cioè in ciò che ciascun essere umano deve

fare: ogni uomo ha un compito storico e deve portarlo a termine.

Venne introdotta l'idea di un diritto naturale (fino ad allora c'era un'idea di diritto naturale ma c'era

anche uno scarto tra leggi naturali e della politica, contrasto che venne eliminato dagli stoici secondo

i quali gli esseri umani, dotati di ragione, possono riconoscere le leggi di natura).

Ciò significa che gli esseri umani devono ricercare entro sé le leggi di natura.

Su queste leggi deve essere costruita la convivenza civile, e strettamente legato a ciò c'è un concetto

fondamentale che è quello di dovere: secondo gli stoici il dovere è ciò che è conveniente e giusto

secondo la natura.

Tale concezione implica anche che ciascun individuo, sulla base delle sue caratteristiche naturali, è

chiamato a svolgere un determinato dovere.

Questa idea la ritroviamo in Zenone, ma anche in Cicerone e Seneca (dovere come officium);

l'individuo deve riconoscere le proprie predisposizioni naturali e comportarsi come se fosse un attore

che deve recitare una parte assegnata (citazione di Augusto).

L'ultimo elemento dello stoicismo è l'eguaglianza tra tutti gli individui, legata però alla conoscenza.

25/11

ROMA

L’esperienza di Roma è caratterizzata dalla centralità del diritto. Il Senato è l’istituzione più

importante e dura quasi dieci secoli. La leggenda narra che Roma sia stata fondata in seguito al

sinecismo tra i fratelli Romolo e Remo: alcuni villaggi vanno a fondare un’unità politica. Tali tribù

non scompaiono ma vengono inglobate nella struttura istituzionale. Abbiamo una fase pre-

monarchica, monarchica, repubblicana, poi vi è un passaggio verso il principato per poi, infine,

arrivare all’impero. Roma conquista la gran parte dei territori durante la fase della repubblica detta

anche repubblica imperiale. L’ascesa inizia con la Prima Guerra Punica e si conclude con la terza

quando Cartagine viene completamente distrutta e quindi entra in possesso di gran parte dei territori

dell’Asia minore (l’intero mondo allora conosciuto). Gli elementi politici sono:

 senatus→ l’origine del senato la ritroviamo prima della fase monarchica: è l’assemblea dei

capi gente ovvero dei capi delle diverse tribù. Nel corso della storia cambia la sua

composizione. La vicenda del senato termina con la fine dell’impero, ma forse sopravvisse

alla fase post romana in forme diverse. Il senato è il depositario dell’auctoritas ed è la fonte

suprema di legittimazione. Non è un’assemblea che legifera, ma convalida le decisioni prese

dalle altre magistrature e dall’assemblea popolare. Decide, inoltre, sulla politica estera. È

composto in origine dai discendenti aristocratici senatori; poi cambia, non è solo monopolio

delle famiglie patrizie, ma ammette esponenti plebei. Sarà poi composto da coloro che hanno

anche ricoperto cariche della magistratura. L’incarico durava un anno.

 magistrature→ divise in maggiori e minori. Le più importanti sono:

consolato: i consoli sono introdotti dopo la cacciata dei re. Sono i detentori del potere

- esecutivo e detengono l’imperium. Sono in due e restano in carica per un anno.

pretori: durano in carica diciotto mesi. Hanno una limitazione nel potere politico e

- militare rispetto ai consoli.

dittatura: è una magistratura eccezionale. È un organo che prevede che venga

- assegnato il potere ad una persona che dura solo sei mesi. Chi detiene tale carica non

deve rispondere delle proprie azioni.

 assemblee popolari→ hanno una funzione legislativa. Sono:

comizi curiati

- comizi tributi

-

Sono dette così perché si riferiscono alla divisione della popolazione in curie e in tribù. A

differenza della democrazia greca, nel mondo romano troviamo stabilmente l’elemento

dell’elezione. Le assemblee popolari hanno potere legislativo ma non diretto: devono approv-

are o respingere le leggi tramite plebiscito.

 tribunato della plebe→ non nasce come organo della repubblica, ma come organo privato

della plebe quando essa era esclusa dalla vita politica pubblica. Solo ad un certo punto diventa

un organo dello stato e viene ad incarnarsi nell’assetto istituzionale. Cos’è la plebe? È

composta da i non cittadini di Roma e per questo sono esclusi dal patriziato; anche nella plebe

c’è una forte stratificazione sociale.

Polibio

Storico greco proveniente da una famiglia ricca dell’Attica che si trasferisce in seguito a Roma.

Appartiene al “circolo degli Scipioni”. Nasce nel 200 e muore nel 118, quindi nasce in un periodo in

cui la polis è molto lontana e dissolta. Assiste ad un evento, a suo avviso, importante: la distruzione

di Cartagine. Questo è un evento che colpisce Polibio: per questo decide di scrive la storia del mondo.

 “Storie”→ narra la storia del mondo dalla Grecia classica fino all’ascesa di Roma. Costituisce

un tramite tra la cultura greca e quella romana. Si attinge alla cultura greca per raffinare un

pensiero rozzo ed arcaico. In quest’opera non manca una trattazione sulle diverse forme di

governo: sono sei divise in tre forme virtuose e tre corrotte. Le forme rette sono la monarchia,

l’aristocrazia e la democrazia; le rispettive forme corrotte sono la tirannide, l’oligarchia e

l’oclocrazia (dominio della folla e della massa che provoca la presa di decisioni senza

discernimento). Secondo Polibio ogni costituzione cittadina è destinata a percorrere un ciclo

di degenerazione: si passa dalla monarchia, tirannide, aristocrazia, oligarchia, democrazia e

oclocrazia. Questo processo è detto anaciclosi. È possibile sviare questo pericolo? La risposta

introduce un nuovo concetto: l’unica forma capace di durare di più è la costituzione mista

ovvero una costituzione che unisce le tre diverse forme di governo migliori. Questa la

troviamo a Sparta, ma soprattutto a Roma dov’è durata a lungo proprio perché mista.

Troviamo l’elemento monarchico espresso nella figura dei consoli, mentre l’elemento

aristocratico è rappresentato dal Senato infine quello democratico nelle assemblee popolari.

La degenerazione è limitata.

Le correnti filosofiche dell’Ellenismo si diffondono anche a Roma. Succede, però, che le concezioni

originali vengono meno. L’elemento pragmatico tende a semplificare il pensiero filosofico greco.

Quasi tutto viene piegato verso interessi giuridici e politici. C’è grande interesse verso il diritto

30/11

Lo stoicismo quando si diffuse a Roma si sviluppò in modo distinto, considerando solo elementi che

si accordano con la visione romana:

-la natura, che subisce un processo di giuridizzazione per cui i rapporti umani naturali vengono

rappresentati come rapporti giuridici (a Roma c'è una centralità del diritto – ovviamente privato – e

lo stoicismo viene riletto in modo da configurare l'essere umano come un essere naturalmente

razionale i cui rapporti sono regolati con il diritto). La legge per i romani non è l'esito di una

convenzione politica, ma è il risultato della natura razionale dell'uomo.

-idea di dovere; per il mondo greco l'essere umano deve riconoscere la propria funzione nella società

(katekon – espressione enigmatica che compare nella lettera ai Romani di San Paolo – che è il dovere

che ciascuno deve compiere riconoscendo la sua natura). I romani tendono a sviscerare il concetto di

“dovere” da una visione filosofica. Il potere comincia a essere concepito come una funzione che

bisogna svolgere in un apparato istituzionale più complesso; qui troviamo una prima rilevante

distinzione tra persona che detiene il potere e carica a cui è assegnato il potere.

-diritto naturale; diventa fondamentale nel momento in cui i romani devono costruire un apparato

giuridico valido per tutto l'impero. Divenne quindi lo strumento con cui i giuristi interpretarono e

riorganizzarono il diritto nel territorio dell'impero. Fin da subito i romani introdussero una distinzione

tra lo ius civile (norme che si applicano solo all'Urbe) e lo ius gentium (che si applica a chi fa parte

dei territori romani, e che ingloba parte delle norme preesistenti). È nello sforzo di razionalizzare lo

ius gentium mediante gli editti che i romani usano il concetto di diritto naturale, cioè quel diritto che

si forma sempre grazie agli strumenti razionali di cui l'uomo dispone. Ciò consente ai romani di

individuare delle strutture fondamentali che scaturiscono dalla natura dell'uomo.

Cicerone

Fu un autore eclettico, e la sua riflessione politica si incentrò sul tema della politica.

Ne De Republica (dialogo che viene ambientato nel 129 a.C. e che vede protagonisti Scipione

l'Emiliano e alcuni suoi amici – su tutti Lelio; nel momento culminante Scipione si assopisce perché

ha un sogno, gli appare Scipione l'Africano che gli predisse il futuro) di Cicerone, viene sottolineato

come il diritto sia l'elemento che costituisce la comunità politica; questo diritto è però quello privato.

Lo Stato (la Republica) è ciò che appartiene al popolo, cioè una società organizzata che ha per

fondamento l'osservanza della giustizia e la comunanza degli interessi.

La causa che spinge gli uomini a unirsi è una naturale inclinazione a vivere assieme.

La giustizia è lo strumento per gli uomini per conquistare un ordine, e si fonda sulla ragione.

Dal punto di vista politica Cicerone fu il campione del conservatorismo politico; fu il principale

difensore dell'aristocrazia senatoria, concepita come la custode dei valori dei padri.

Anche Cicerone divise le forme di governo con la scansione più classica; ognuna di queste forme di

governo ha dei limiti, ma c'è una forma mista che può evitare questi limiti, cioè un'autorità regale,

con gli ottimati che abbiano una volontà preminente, e che alla volontà del popolo siano concesse

alcune decisioni.

Anche Cicerone ritiene che la costituzione romana sia una costituzione superiore perché mista (così

come diceva Polibio), anche se Cicerone era più conservatore rispetto a Polibio perché non

riconosceva l'elemento popolare nei comizi.

Cicerone concepì il katekon come una serie di officia a svolgere a tutela della città; ciò è importante

perché in pochi testi si trova esplicitazione del fatto che il dovere di alcuni cittadini sia dare tutto, vita

compresa, per la propria città (il cursus honorum da questo punto di vista è quasi un obbligo).

Questa idea la troviamo nel somnium Scipionis.

“Il cittadino che compie il proprio dovere avrà in premio l'immortalità”, cioè l'ascesa in una

dimensione ultraterrena. 1/12

Seneca

Importantissima fu la sua relazione con Nerone, che Seneca riteneva potesse diventare un saggio

princeps.

Seneca cercò nel De Clementia di ricostruire una continuità tra le vecchie istituzioni romane e la

nuova stagione imperiale, individuando una sorta di diarchia all'interno dell'impero (attualizzando

cioè quella riflessione sulla costituzione mista).

Da una parte il princeps (l'imperatore), dall'altra il senato; questi organi sarebbero entrambi titolari

dell'auctoritas, potere derivante dal fatto di rappresentare l'autentica storia e i valori di Roma.

Se non c'è l'auctoritas non c'è il potere che autorizzi gli organi istituzionali a operare.

Benché Seneca cercò di sviluppare questa diarchia dal punto di vista teorico, è però evidente che i

due organi abbiano poteri e competenze molto differenti, perché l'auctoritas discende in modo

sostanziale dall'imperatore.

Seneca si interrogò sul perché fosse necessario un princeps, e disse che è la natura a spingere gli

uomini a darsi un capo; ciò però non significa che l'imperatore sia dotato di poteri illimitati, ma deve

comportarsi come un “despota illuminato” che opera limitatamente a certe leggi.

Quindi il princeps non può disporre liberamente del popolo, ma deve svolgere la propria funzione per

tutelare gli interessi del popolo.

In questa riflessione Seneca si concentra sul ruolo del filosofo, del saggio: a differenza di quanto

sosteneva l'ellenismo, Seneca sostiene che il filosofo debba prestare il proprio soccorso alla comunità,

indirizzando il princeps verso le decisioni più corrette (si rese però conto con la sua esperienza

personale che diventare consiglieri è molto arduo e fallimentare nei suoi intenti).

La rivoluzione cristiana

La decadenza dell'impero fu un processo lungo, che cominciò già a partire dal III secolo d.C.

La lunga fase della decadenza imperiale lasciò in eredità al pensiero politico successivo un elemento

giuridico, cioè il Corpus Iuris Civilis: questo rappresentò un grande sforzo di codificazione del diritto

prodotto in più di dieci secoli di Roma, al fine di specificare i compiti dei funzionari e dei magistrati.

Una difficoltà riscontrata è il fatto che nella tradizione romana non c’era la distinzione tra giudice e

giurista. Il corpus è costituito da diverse parti:

 digesto: frammenti estrapolati dalle opere giuridiche dei più grandi giuristi della storia di

Roma.

 istituzioni: istituzioni del diritto. È la teoria generale del diritto e stabilisce la gerarchia delle

fonti.

 codice: raccoglie le costituzioni imperiali.

 novelle: aggiunte successive.

Il mondo medievale/feudale

Anche la legge prevalentemente consuetudinaria delle popolazioni nomadi cominciò dal VI secolo a

essere codificata.

Questa fu caratterizzata da una forte personalizzazione, che non è di derivazione romana ma è

un'esperienza fortemente tipica delle popolazioni germaniche. 2/12

Il pensiero cristiano

Nel Vangelo secondo Matteo troviamo la celeberrima frase pronunciata da Gesù “date a Cesare quel

che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Il messaggio politico dal punto di vista cristiano è rivoluzionario: al centro dell'interpretazione

cristiana ci sono due sfere distinte (politica e religiosa), e ci si interroga sui rapporti tra di esse.

Il testo più influente in riferimento al pensiero politico cristiano è la lettera ai Romani di San Paolo,

nella quale si legge una frase che fonda la riflessione cristiana sulla politica: “non esiste alcun potere

[potestas – potere di fatto] se non da Dio”.

L'interpretazione di questa frase può essere ricondotta a due interpretazioni:

1. è sempre necessario obbedire a qualsiasi potere a prescindere dal suo carattere perché il potere

deriva da Dio

2. il potere deve essere sottoposto a un controllo dell'autorità spirituale, affinché si possa

obbedire ad esso 12

Un altro testo chiave è la lettera a Dionieto (autore ignoto – II secolo d.C.), che è una lettera scritta

dall'autore al fine di convertire un amico al cristianesimo.

Questo testo chiarisce i punti che differenziano il cristianesimo dall'ebraismo e dal paganesimo.

In una sezione di questo documento l'autore toccò l'importante questione relativa ai rapporti che il

cristiano doveva avere con l'autorità politica e con la legge.

Secondo l'autore esisteva un antagonismo strutturale tra l'autorità politica e i cristiani, essendo questi

distaccati dalla loro patria pur vivendo in essa: i cristiani vivono nel mondo e sono nel mondo, ma

come l'anima è nel corpo e non coincide col corpo, così i cristiani pur vivendo nelle loro patrie sono

staccati da esse.

Dopo l'editto di Costantino la visione cristiana a riguardo si modificò, perché i rapporti tra l'autorità

spirituale e temporale si modificarono.

Tra i padri della Chiesa che si occuparono di questi temi troviamo Sant'Ambrogio (339 d.C.-397 d.C.),

il quale stabilì l'autonomia della Chiesa dal potere temporale in materia spirituale e ribadì il principio

di obbedienza al potere civile.

Ambrogio stabilì però che l'autorità spirituale avesse auctoritas e iurisdictio su tutti, imperatori

compresi (quindi sancì l'obbedienza al potere civile, riconoscendo però la supremazia dell'autorità

della Chiesa).

Altro padre della Chiesa fu Agostino (354-430 d.C.), il quale stabilì una distinzione netta tra la città

di Dio e quella terrena: l'uomo è cittadino di entrambe e questa duplice appartenenza riflette una

duplice natura umana, corporea e spirituale.

La storia umana è la storia della dialettica tra queste due dimensioni, anche se è la città di Dio ad

essere superiore.

Nella sua riflessione cercò anche di trovare una giustificazione al potere civile e politico (trovandola

nella natura umana): la natura umana, in virtù del peccato originale, è imperfetta, pertanto l'uomo è

consapevole della propria imperfezione e nella sua esperienza terrena sarà sempre tormentato da

questa consapevolezza.

L'uomo quindi non è mai felice della propria condizione, è sempre lacerato da un desiderio di

possedere di più nel tentativo di superare la condizione di imperfezione.

Ciò dal punto di vista politico comporta che ogni essere umano sia spinto a cercare di avere di più

dagli altri, e questo conduce gli esseri umani a compiere peccati.

La politica, secondo Agostino, è un rimedio al peccato umano nel senso che le istituzioni politiche

sono istituzioni artificiali create per rimediare al peccato e ai conflitti che inevitabilmente gli esseri

umani mettono in atto (per Tommaso, che riprende Aristotele, la politica sarà invece un riflesso della

natura umana).

Altro importante padre della Chiesa fu papa Gregorio I, che visse tra il 540 e il 604; fu l'autore della

12 Scritto in greco; si compone di poche pagine.

regola pastorale che difese l'Italia dai longobardi.

Egli diede un'interpretazione conservatrice della frase paolina, poiché fu il primo autore che disse che

era un dovere dei sudditi obbedire al sovrano anche quando questi compia azioni efferate (il contesto

storico è quello di anarchia più totale).

Chi canonizzò il rapporto tra le due autorità invece fu papa Gelasio I (papa dal 492 al 496 d.C.), a cui

venne attribuita la paternità della cosiddetta “teoria delle due spade”.

Questa riflessione nacque dalla necessità di capire quale fosse la necessità dell'imperatore, e quale

fosse il suo ruolo spirituale.

Con il cristianesimo si chiuse una lunga stagione di confusione tra i due poteri, perché venne ribadito

che a papi e imperatori spettavano competenze distinte pur collaborando per il raggiungimento del

bene comune: l'imperatore doveva mantenere l'ordine pubblico, ma in materia di fede era tenuto a

sottostare alla Chiesa (troviamo questa idea nella lettera ad Anastasio, nella quale si dice che il mondo

sia retto da due principi: auctoritas sacrata pontificum e regalis potestas).

Gelasio attribuì la auctoritas ai pontefici e la potestas agli imperatori; questa distinzione mette in una

condizione di “sudditanza” gli imperatori, il cui potere discende dai papi.

Il nome (attribuito da San Bernardo) richiamava il fatto che si pensava esistessero due spade che

governavano sul mondo, quella dei re e quella dei papi; tali spade erano distinte ma entrambe avevano

un rapporto con la dimensione divina. 15/12

Manegold von Lautenbach sviluppò il diritto di resistenza al tiranno. Egli distinse il sovrano legittimo

dal tiranno, dipende non dalla persona ma dalla carica che ricopre.

Teoria contrattuale del potere politico: quando il sovrano viene meno ai suoi doveri, il popolo non è

tenuto ad obbedirgli, è sciolto dal vincolo di obbedienza (il tiranno non è sovrano).

Questo ha implicazioni col potere spirituale, perché il papa è legittimato a deporre il tiranno (è come

un tribunale che si limita a certificare una violazione avvenuta – Gregorio VII e la scomunica di

Enrico IV).

Giovanni di Salisbury si occupò nel Policraticus di questo tema.

Il problema del rapporto tra i due poteri non è affatto tramontato.

Giovanni parla di “antichi”attingendo a Cicerone e Seneca; l'ideale è quello di una repubblica che

viene tenuta assieme dalla legge (stessa idea di Cicerone – l'elemento giuridico costituisce la città).

La legge è onnipresente e visibile nel rapporto tra re e suddito, cioè significa che il rapporto istituisce

un vincolo reciproco, contrattuale.

Il tiranno è colui che non rispetta la legge, governa in base alla propria utilità; il re è invece colui che

rispetta la legge.

Tommaso

San Tommaso è da inquadrare in un contesto diverso, in cui già stanno prendendo forma gli Stati

nazionali (quindi l'impero sta perdendo un ruolo di supremazia).

Ciò comportò l'urgenza di costruire nuove riflessioni che tenessero conto delle nuove tensioni tra

potere spirituale e temporale; emerge l'idea che il potere temporale avesse una legittimazione

materialistica, non spirituale (questa è però un'idea di Marsiglio da Padova).

L'opera principale fu la Summa Teologica; le opere più rilevanti sono però quelle più piccole (De

regimine principum e altri due scritti, Commento alle sentenze di Pietro Lombardo e i Commenti

all'etica di Aristotele).

Il suo obiettivo fu quello di integrare il pensiero cristiano medievale con quello aristotelico, e ciò

ebbe notevoli ripercussioni sulla visione politica; egli rovesciò infatti la concezione agostiniana della

politica (che si basava sulla natura umana).

Per Tommaso l'organizzazione politica e l'esercizio del potere sono strumenti per consentire all'essere

umano di avere una vita buona e contribuire al raggiungimento del bene comune; è una sfera della

vita umana che si inserisce coerentemente e pienamente.

Non c'è contraddizione tra fede e ragione.

Un'idea è quella secondo cui esista una sostanziale armonia della natura, cioè che l'universo forma

una gerarchia naturale che va da Dio e scende fino all'essere più infimo.

Questa gerarchia che coinvolge il creato fa sì che ciascun individuo abbia la sua funzione, e che ogni

individuo debba seguire la propria natura e svolgere pienamente la propria funzione.

Il principio di gerarchia che scaturisce dalla ragione guida tutto il cosmo; questa concezione si riflette

poi nella politica e nella società, che è un sistema di fini in cui il superiore domina e guida l'inferiore

con l'obiettivo di perseguire il bene comune, della vita buona per ogni individuo.

L'elemento decisivo è il perseguimento del bene comune, e questo ci spiega l'atteggiamento che

Tommaso ha nei confronti del tirannicidio e del diritto di resistenza, assumendo una posizione più

moderata (non giustificando il tirannicidio ma solo il diritto di resistenza, condannando esplicitamente

la sedizione).

Fu il teorico della guerra giusta, definita sulla base di 3 requisiti:

-l'autorità che la conduce (solo sovrani, no privati; papa)

-la motivazione che induce a dichiararla (ci deve essere una colpa reale)

-l'intenzione (promuovere il bene)

Secondo San Tommaso ci sono anche limiti da rispettare: innanzitutto la lealtà, non dire il falso, e poi

il divieto di combattere in certi giorni e periodi dell'anno. 22/2

Il pensiero politico nel Trecento ( →vi troviamo le origini dell'epoca moderna)

Il Trecento fu caratterizzato dalla struttura bicefala delle res publicae cristiane; esistevano infatti due

gerarchie, quella religiosa e quella politica, da cui discendevano diverse autorità.

• •

papa imperatore

• •

arcivescovi, vescovi re e altri principi semi indipendenti

• •

preti baroni e signori feudali

• •

credenti sudditi

A livello dottrinale si confrontavano due correnti di pensiero: quella dei curialisti, tra cui la figura di

Egidio Romano della famiglia dei Colonna (sostenitore del primato del papa – di formazione

agostiniana → idea della duplice città), e quella filoimperiale (incarnata da Dante).

Nel Trecento cominciamo a emergere i primi sintomi della disgregazione della res publica, con la

nascita dei regni e delle città e il diffondersi di un particolarismo politico.

Marsilio da Padova fu uno di quei pensatori che intravidero il cambiamento. Egli visse sia

l'esperienza della dimensione imperiale (si affidò alla protezione dell'imperatore Ludovico il bavaro),

sia quella del regno (visse infatti in Francia).

La sua opera fondamentale è il Defensor pacis (1324), divisa in 3 dictiones.

Nella prima individuò il concetto della pluralità delle comunità perfette, cioè autosufficienti (come le

signorie urbane, le città e i regni - possono esistere indipendentemente dalle altre due autorità).

Per definire una comunità bisogna tenere a mente il concetto di pars, cioè una combinazione di parti

13

che cooperano ai fini della vita della società, ossia contadini, artigiani, funzionari, chierici . La pars

fa quindi riferimento sia ai ceti professionali, sia ai poteri entro la comunità. In ogni comunità vigono

le leggi divine e umane.

Marsilio parla di una parte prevalente che si compone del vulgus (la maggioranza numerica). Questa

parte prevalente deve potersi applicare quando viene vissuta, e qui interviene l'altro concetto che è

quello della parte principale, ovvero quella che oggi equivarrebbe alla parte giudiziaria ed esecutiva

nominata dalla volontà della comunità politica (il gruppo ristretto di magistrati che esegue la volontà

della comunità).

Cos'è la pace di cui si parla nel titolo? E a chi spetta la sua difesa?

Per Marsilio la “pace” è la tranquillità di una comunità, l'autonomia, l'autosufficienza,

l'autodeterminazione. In questo senso si profila il superamento dell'universalismo medievale, perché

non c'è più UN difensore della pace. 23/2

Guglielmo da Ockham

Fu uno di quegli autori che ripropose il problema delle unità particolari nella crisi del potere spirituale.

Una delle principali opere di Guglielmo fu il Dialogus de potestate papae et imperatoris (lavoro

decennale – 1334-1342).

Ockham mise in discussione uno dei principi che aveva guidato il governo politico ed ecclesiastico

da mille anni a quella parte, ossia il principio della plenitudo potestatis (= infallibilità papale). Qui si

cominciò a intravedere il problema del contrasto tra il papa e il concilio, la comunità di credenti che

legittima la pienezza papale (dottrina conciliare: il concilio della Chiesa deve avere una priorità sul

potere del papa).

Nel Breve discorso sul governo tirannico (1339-1342) Marsilio affrontò il tema della tirannia.

13 Rispondono al potere papale ma al servizio della comunità.

Secondo Ockham la tirannia è un dominio privato, introdotto non per diritto divino ma per

disposizione umana; il dominio privato è distinto da quello politico.

La funzione della politica (impero) è quella di consentire agli uomini di godere dei propri beni, e la

tirannia si inserisce nel momento in cui l'impero travalica le sue funzioni e usurpa questo possesso

dei beni.

→ Ockham volle quindi salvaguardare l'autonomia dei due poteri all'interno della cristianità.

La dottrina conciliare e Krebs

Il pensiero di Ockham diede una spinta verso la riforma ecclesiastica.

La dottrina conciliare è quella secondo cui il papa trarrebbe la sua pienezza dal concilio: i cardinali

che partecipavano al concilio non erano direttamente eletti dalla comunità cristiana, ma nonostante

questo la rappresentavano davanti al pontefice.

Questo problema conciliare si sviluppò perché in questo periodo si verificarono prima la cattività

avignonese e poi lo scisma della Chiesa d'Occidente, col quale la Chiesa cristiana arrivò ad avere

anche fino a 3 capi. Lo scisma terminò poi il concilio di Costanza, nel quale fu approvato un decreto

in cui si affermava il principio importante secondo il quale il concilio (e anche il papa) traggono la

loro legittimità direttamente da Cristo.

Niccolò Krebs fu un teologo rilevante perché fu un ponte tra la teologia medievale e

l'umanesimo; fu un cultore dei codici antichi e un tecnico del diritto, nonché partecipò al concilio di

Basilea (quello successivo a Costanza) dedicato alla riforma della Chiesa.

La sua opera più famosa è il De concordantia catholica (1433): quando parla di concordantia Krebs

intende che l'unità della Chiesa è concordanza di tutte le fedi cristiane.

Krebs non era favorevole al primato del concilio, per lui ciò che contava come unico primato era

l'unità della cristianità; la superiorità del concilio in tal senso poteva essere accettata in quanto poteva

rappresentare in modo migliore la pluralità della comunità rispetto a un singolo.

I decreti sono la superficie delle leggi, ma è la consuetudine che dà fondamento perché per rendere

una legge valida bisogna avvicinarla alle consuetudini accettate dalle comunità incarnandosi nelle

singole province. I decreti papali non acquistano valore in quanto non hanno messo radici in tutte le

province, rimanendo sulla carta solo nella sede pontificia.

Nel De docta ignorantia (1440) trattò invece del rapporto tra scienza e religione; la “dotta ignoranza”

è l'ignoranza di chi sa socraticamente di non sapere, di chi pur conoscendo le cose sa che ciò che deve

conoscere è infinitamente più grande di lui. Krebs invitò gli uomini che sapevano a un bagno di umiltà.

Egli distinse diverse forme di conoscenza, nella consapevolezza che il sapere non è altro che la

consapevolezza della pluralità dei percorsi della conoscenza.

I Dialoghi dell'idiota (1450) trattano del tema dell'idiota, un privilegiato nel non entrare nelle sette

della conoscenza, colui che riesce a contrapporre la sapienza interiore alla superba sapienza mondana.

Il De pace fidei (1453) venne scritto durante la caduta dell'impero d'Oriente; è una sorta di concilio

di anime in cui partecipano personaggi di varie religioni, e in cui emerge la voce di Gesù che richiama

il rispetto e la tolleranza di tutte le religioni che devono concordarsi lasciando da parte le guerre di

religione (esiste un'unica fede non nel senso di opposizione l'una sull'altra).

Krebs fu l'ultimo esponente che fece da ponte tra la visione tardomedievale e le nuove correnti

cinquecentesche (l'umanesimo e il protestantesimo). 24/2

L'umanesimo

L'umanesimo non fu propriamente la sostituzione di una visione teocentrica con una prospettiva

antropocentrica. Esistono diverse varianti dell'umanesimo:

• variante erudita

• variante volgare (a partire da Petrarca si avviò infatti un processo di traduzione della

letteratura in volgare, rendendola sempre più comprensibile anche alla gente comune)

Galli, capitolo 3 si può ignorare il paragrafo “umanesimo politico”

Machiavelli (1469-1527)

Le due opere cardine di questo autore furono il Principe e I discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.

La celeberrima frase – “il fine giustifica i mezzi” – gli fu attribuita erroneamente. I grandi interpreti

furono concordi nel ritenere Machiavelli l'artefice del concetto di “Stato”.

Machiavelli fu un autore molto controverso, al punto che si parlò di divisione tra machiavellismo e

antimachiavellismo (la condanna dell'”empia dottrina”); la sua riabilitazione avvenne nel Settecento

quando venne definito come uno dei principali autori del repubblicanesimo. Machiavelli si interrogò

infatti sulla repubblica, definita come “il vivere libero” contrapposto alla tirannia. Quella del Principe

fu una parentesi nella riflessione repubblicana dettata dagli eventi.

Si evidenzia un'alternanza di precettistica spregiudicata e di vivere libero (il repubblicanesimo è

un'aspirazione fragile e di difficile realizzazione).

• Il Principe

Tutti li stati, tutti 'e dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini sono stati o repubbliche

o principati.

L'incipit comincia con l'ambivalenza “stati” e “domini”: Machiavelli riteneva che lo Stato fosse il

dominio inteso come dominium proprium, il godimento delle proprie risorse. Questo dominio è poi

incarnato nel principe o nella repubblica. Lo stato per Machiavelli era, nel caso dei principati, il

dominio del principe e dei suoi più stretti collaboratori, del gruppo dirigente nelle repubbliche.

Chabod disse che lo “stato” era qualcosa di concreto, lo stato del dominio (il concetto era ancora

usato nell'accezione classica – non è la spersonalizzazione del potere ma il potere in concreto).

L'imperio era da intendersi invece come la finalità del dominio, l'assicurare tranquillità e sicurezza

(lo Stato si poneva in funzione dell'imperio).

Nel principato si vedeva un concreto tentativo di accrescimento del potere mediante un inevitabile

abuso, per questo gli uomini tendono a temere i principati e privilegiare le repubbliche; nella

repubblica infatti il dominio è condiviso ed esistono contrappesi, ma è molto fragile, per cui alla sua

degenerazione l'unica soluzione è proprio il principato.

• I Discorsi

In quest'opera, invece, Machiavelli fece intendere la complessità del vivere libero, e come fosse

avvenuto il declino della repubblica romana a vantaggio del principato augusteo; secondo l'autore,

Firenze fu lo specchio di quanto accadde a Roma.

Le fazioni intestine in una repubblica nascono per via di quelli che Machiavelli chiamava “umori”,

ovvero la contrapposizione tra il popolo che aspirava a essere libero e i grandi, che a loro volta

desideravano ampliare il loro dominio.

Questo “popolo” per Machiavelli è la moltitudo, cioè la totalità delle parti.

Per Machiavelli esistevano tre tipologie di “stati o di domini dell'imperio sopra gli uomini”:

• principato; imperio concentrato nel dominio del principe e del suo entourage

• repubblica; imperio condiviso che rispecchia la spartizione del dominio

• licenzia (anarchia) 29/2

Rapporto tra Machiavelli e Guicciardini

Firenze visse un rivolgimento istituzionale che fu oggetto di studio di molti autori. Nel 1494 i

fiorentini cacciarono i Medici e si diedero una nuova forma di governo repubblicana; sotto il

suggerimento di Savonarola, riformarono la struttura di governo istituendo il Consiglio maggiore,

un'assemblea costituita sul modello del Maggior consiglio della repubblica di Venezia. Questo

Consiglio era aperto ai cittadini di Firenze (cittadinanza limitata) e non era una vera assemblea

rappresentativa ma una riunione di cittadini (non si deliberava ma si recepivano le leggi e si

distribuivano le cariche col fine di controllare la corretta applicazione delle leggi).

Ma questa struttura del consiglio ebbe vita breve; si verificarono scontri tra le fazioni dovuti alla

scarsa influenza della moltitudine (meno influente economicamente) nel consiglio e all’eccessiva

ambizione di coloro che godevano di maggior influenza economica e di status. Nel 1512 questa

struttura repubblicana crollò.

Fu in questo contesto che si inserì la riflessione di Guicciardini. Amico e interlocutore critico di

Machiavelli, apparteneva a una delle più grandi famiglie fiorentine e si vide attribuiti importanti

incarichi come quello di ambasciatore presso il re di Spagna nel 1512: qui rifletté sul destino, la storia

e il “reggimento” di Firenze (come si vede nel Discorso di Logrogno).

Egli rifletté sugli assetti e i mutamenti istituzionali di Firenze e sul problema della marginalizzazione

dei grandi; contrariamente a quanti pensavano che proprio l'ambizione dei grandi avesse causato il

crollo della repubblica, Guicciardini rovesciò tale posizione e si espresse dichiarando indispensabile

il ruolo dei grandi (definiti “classe ottimatizia”).

Secondo Guicciardini era importante garantire un governo misto, perché il miglior tipo di reggimento

era contemplare con un giusto peso le componenti della società. Tutte le componenti dovevano

provvedere a controllare ma non a deliberare, perché quello era compito degli organi più ristretti.

Richiamandosi al modello della repubblica di Venezia (Maggior consiglio, doge, organi che

controllavano l'azione del doge), Guicciardini sosteneva che per equilibrare chi decide e chi controlla,

era necessaria la prudenza dei grandi.

Riflettendo sulla natura umana (al contrario di quanto fece Machiavelli) elaborò il principio della

soddisfazione che alimenterebbe l’azione dei migliori.

Il Guicciardini maturo scrisse nel 1530 due importanti opere:

• Considerazioni intorno ai discorsi sulla prima deca di Tito Livio; Guicciardini prese le

distanze da Machiavelli a proposito del ruolo dei guardiani della libertà, attribuito dal primo ai nobili

e da Machiavelli al popolo

• I ricordi; testo particolare per lo “stile dell’argomentare”, in quanto sono riflessioni a metà tra

il pensiero personale e la riflessione sulla storia (da questo punto di vista anticipò i “moralisti” francesi

che scrivevano per massime, ossia ricordi – Montaigne)

I ricordi furono impiegati da Guicciardini per fare grandi considerazioni sulla natura umana mediante

un argomentare risoluto, perentorio e fuorviante.

Nel ricordo numero 6 Guicciardini disse che era un errore parlare del mondo indistintamente,

sottolineando l'importanza degli esempi storici, del fatto che la storia presenti regolarità (la storia è

formata da tanti avvenimenti e noi dobbiamo caprine le particolarità).

Secondo Guicciardini l'uomo deve attenersi a due regole:

• prudenza; l'uomo dovrebbe diffidare della prevedibilità delle azioni umane, non nutrire fiducia

nei trattati, nelle alleanze e nelle promesse

• il “particulare”; egli coniò questa espressione e la elevò ad espressione universale. Questo non

è il pensare a se stessi a discapito degli altri, ma è la necessità per ciascuno di concentrarsi sul proprio

intelletto per dare il meglio di sé (solo i grandi sono in grado di fare ciò in quanto hanno

consapevolezza del proprio ruolo → capacità di far sì che il proprio interesse particolare possa andare

a vantaggio degli altri).

Infine Guicciardini scrisse La storia d’Italia, con la quale si pose l'obiettivo di parlare non solo di

Firenze. Guicciardini con questo testo venne considerato il primo storiografo moderno, in quanto

studiò i fatti e i particolari servendosi di uno schema classico. L’oggetto dell’opera è la storia di quanto

avvenuto in Italia tra il 1492 e il 1534 (storia formata da tanti accadimenti).

Guicciardini riteneva che l'Italia fosse il luogo che aveva la supremazia territoriale sull’Europa ma

non aveva un’unità politica. La storia non fornisce regole di condotta ma permette di considerare il

passato.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:

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