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La Riforma Protestante

Martin Lutero (1483-1546) e Giovanni Calvino (1509-1564)

La loro opera di riformazione non è un accidente, ma segna una tappa di rinnovamento all’interno

della Chiesa e nel suo rapporto con il potere temporale.

In molti tendono alla riforma della Chiesa ed a rinnovare l’etica politica e religiosa della res

pubblica cristiana, che andava sgretolandosi.

La riforma protestante segna la grande frattura dell’Europa, sia da un punto di vista religioso che

politico.

I rapporti tra religione e politica non sono univoci, in molti prendono posizione e manifestano il

proprio e spesso l’uso della religione è strumentale per la politica e viceversa. La frattura produce

tendenze nuove nella politica Europa, ad esempio favorisce la formazione degli stati territoriali.

L’assenza dell’autorità spirituale in tutta la politica europea da spazio ai particolarismi territoriali

che portano agli stati. L’Europa inizia a configurarsi come la intendiamo oggi.

La scissione religiosa produce una riflessione anche sul buon governo e sulla tirannia, le parti

spesso si accusano la divisione religiosa diventa divisione politica nei singoli stati, dove entrambi i

rami religiosi sono presenti.

Prima della frattura ci sono dei tentativi di riforma della Chiesa che preservavano l’unità spirituale,

molti umanisti del tempo si dedicano a ciò, intuendo la possibile grande frattura. Tra di loro vi è

Tommaso Moro (1478-1535)

Inglese, cancelliere e con ruoli di primo piano in politica. L’Inghilterra è uno dei paesi che più viene

investito dal clima riformista e dalla voglia di separarsi dalla chiesa.

Lo studioso si rivela fedele tanto alla monarchia inglese ed al regno ma anche alla Chiesa romana

questa doppia lealtà (coesistente) a cui Moro si richiama ha come conseguenza la condanna a morte.

Egli è costretto a prestare giuramento al sovrano di Inghilterra, Enrico VIII, che ha come obiettivo

consolidare il regno a partite dall’unificazione delle realtà divise. Egli promulga l’Atto di

Successione, che riconosce come legittimi i figli nati con Anna Bolena e la fedeltà del Parlamento

(a cui facevano parte anche gli ecclesiastici) al Re.

Moro rifiuta il giuramento di fedeltà al Re con il silenzio, verrà condannato a morte e molto dopo

verrà canonizzato e dal 2000 è patrono degli statisti ed uomini politici.

La sua ultima opera è il Dialogo del conforto nelle Tribolazioni è scritta nel periodo della

prigionia, appartiene alla tradizione della consolazione della filosofia e fa del sacrificio

un’occasione di riflessione della propria coerenza nell’azione politica.

Egli contrappone la situazione umana alle virtù teologali, cioè la fede, la speranza e la carità, che

sono l’ancora di salvezza rispetto alla condizione del presente. Permettono di fronteggiare la paura,

la disperazione, l’orgoglio, la ricerca di beni mondali e l’incapacità di fare sacrificio (la minaccia

del martirio).

Il dialogo esprime il profondo credo cristiano di moro rispetto alla propria situazione umana.

L’Utopia un genere letterario simile alla Repubblica di Platone. L’espressione utopia è usata per la

prima volta da Moro, e spinge e immaginare un luogo migliore e che non c’è ma che ha come

obiettivo migliorare il presente. Ha dei caratteri politici impraticabili la piena uguaglianza della

società politica, ad esempio.

Egli cerca di definire i contrasti con la realtà effettiva (metodo diverso da Machiavelli), egli

riprende anche il termine felicità, che non ha un’accezione mondana ma rimanda all’idea classica, è

la realizzazione dell’uomo nella città politica ed è la saggezza. Un altro tema importante è la guerra,

la realizzazione dell’uomo coesiste con l’eliminazione della guerra, o limitarne i danni tra gli stati.

Utopia non è un modello di società perfetta, ma è un termine di paragone con il presente.

Erasmo da Rotterdam (1466-1536)

Era un amico di Moro, ed è l’umanista per eccellenza. È uno dei massimi esponenti della cultura

politica del tempo, ed avverte la frattura religiosa e politica dell’Europa. Cerca di salvaguardare

l’unità dell’Europa tramite un dialogo di confutazione delle tesi protestanti.

Egli cura le fonti del pensiero cristiano, ad esempio la traduzione del Nuovo Testamento.

Scrive l’Elogio alla Follia, sostenendo una tesi simile a quella di Niccolò Cusano.

La follia è la capacità di immaginare con la modestia come si può diventare saggi.

Tra le opere politiche abbiamo l’Istruzione (educazione) del Principe Cristiano ed il Libero

Arbitrio.

Il Primo è dedicato a Carlo V ed è un’opera di precettistica perché ricorda l’imperatore quale deve

essere il suo ruolo in Europa, cioè il garante dell’unità europea, garante della concordia contro la

discordia tra le parti.

Il secondo invece è una risposta alla tesi protestanti di Lutero, il libero arbitrio indica l’essere

padroni della propria grazia, l’essere destinati al bene o al male, ed è la linea fondamentale che

determina gli assunti politici ed ideologici della fratturala risposta teologica a Lutero.

Elogio della Follia: Il lavoro fu redatto, compilato e completato originariamente nel giro di una

settimana mentre soggiornava con San Tommaso Moro nella residenza di quest'ultimo a

Bucklersbury. Elogio della follia è considerato uno dei lavori letterari più influenti della civiltà

occidentale e uno fra i catalizzatori della Riforma protestante. Erasmo dedica la sua opera

proprio al suo amico San Tommaso Moro, e gioca sul doppio significato del titolo "Moriae

Encomium" che potrebbe essere tradotto anche come "Elogio di Moro". Nella dedica a

quest'ultimo Erasmo da Rotterdam sottolinea il carattere satireggiante del saggio, nato durante

un periodo di malattia ed ozio forzato, e volto a suscitare il riso degli amici. Il fine ultimo della

scrittura dell'opera non era infatti la pubblicazione, e lo stesso Erasmo rimase sbalordito dal

successo riscosso. Prima della morte di Erasmo il libro era stato ristampato più volte e tradotto

in francese e tedesco. Subito dopo ne seguì pure un'edizione inglese. Il saggio si apre con un

elogio da parte della Follia, che parla in prima persona, di sé stessa. Essa prende poi le

distanze dai "mortali", lasciando quindi intendere la sua natura divina. La follia è la capacità di

immaginare con la modestia come si può diventare saggi. Nell'ultima parte il testo si concentra

sulla realizzazione di un esame critico degli abusi della dottrina cattolica e di alcune pratiche

corrotte della Chiesa cattolica romana (alla quale peraltro Erasmo era stato sempre fedele). La

posizione critica si estende però solo ai religiosi - senza tuttavia risparmiare nessuno, dagli

ordini mendicanti ai pontefici - e mai a Dio, che è l'unico essere perfetto e che nella sua

perfezione ha in sé anche un pizzico di follia. La Follia conclude quindi il suo elogio dicendosi

"dimentica di quello che ha appena detto" ed invitando gli ascoltatori stessi a scordare

l'orazione, spronandoli piuttosto ad applaudire, vivere e bere;

Istituzione del principe cristiano: opera dedicata al futuro imperatore Carlo V che risponde ad

alcuni basilari interrogativi: Il potere è di per sé un male?

È utopico immaginare che l’uomo di governo possa agire onestamente?;

De libero arbitrio: Il problema del “libero arbitrio” alla fine del XV secolo si era fatto pressante

sotto i colpi inferti da “Martin Lutero” e dalle sue considerazioni sul servo arbitrio. In pratica per

Lutero l'uomo non poteva nulla per ottenere la redenzione e a nulla servivano, quindi, le opere e

la carità e di conseguenza la funzione mediatrice della Chiesa tra l'uomo e Dio attraverso i

sacramenti. Questa visione luterana era tipica di un clima culturale e intellettuale che segnavano

la fine dell’Umanesimo. Erasmo da Rotterdam, invitato ripetutamente a prendere posizione sul

Luteranesimo, si decise a scrivere questa opera per definire la sua posizione nei confronti del

problema della libertà dell'uomo e quindi della sua responsabilità di fronte a Dio e del suo

rapporto con la Chiesa cattolica, rivalutando nel contempo, nei confronti di quest'ultima, i valori

dell’individuo. La definizione di libero arbitrio su cui Erasmo costruisce il proprio discorso è

quella di un «potere della volontà umana in virtù del quale l'uomo può sia applicarsi a tutto ciò

che lo conduce all'eterna salvezza, sia, al contrario, allontanarsene.»

Senza voler mettere in discussione l'autorità e il valore delle Sacre Scritture, Erasmo afferma

che, malgrado la sofferenza e i danni subiti a causa del peccato originale, il libero arbitrio

permane ancora nell'uomo ma è offuscato e reso difficile da mettere in atto per l'immensa

massa delle mancanze e per l'abitudine al peccato.

Chi afferma che il libero arbitrio, la libera volontà dell'uomo può esprimersi solo nel decidere di

peccare erra così come chi crede che il libero arbitrio sia una vuota astrazione. Chi sostiene

queste tesi dimentica che sia il bene che il male possono essere messi in atto dall'uomo solo

con il consenso di Dio che offre all'uomo la grazia affinché egli scelga il bene.

14/11/16

Martin Lutero e Giovanni Calvino

Martin Lutero, nato ad Eisleben nel 1483 e morto nella medesima città nel 1536 è stato un teologo

tedesco. Egli è conosciuto generalmente per essere l'iniziatore della Riforma protestante. La

confessione cristiana basata sulla sua dottrina teologica viene detta luteranesimo.

Giovanni Calvino, francese di Noyon nato nel 1509 e morto nel 1564 a Ginevra, è stato un

umanista e teologo francese. Calvino è stato, con Lutero, il massimo riformatore religioso del

cristianesimo europeo degli anni venti e trenta del Cinquecento. Dal suo nome è stato coniato il

termine "calvinismo" per indicare il movimento e la tradizione teologica e culturale scaturita dal suo

pensiero e che, per molti versi, si distingue dal luteranesimo.

Martin Lutero

Per Lutero, la riforma protestante, era la risposta ad una serie di disordini sociali e rivolte

provenienti "dal basso”, dai ceti sociali più umilino e meno abbienti (contadini).

Ma quali sono le sue opere principali? Tra queste possiamo citare:

1) Autorità secolare: L'autorità secolare è un frutto maturo e rappresenta un punto fermo nella

visione luterana della natura del potere politico, della posizione e della funzione della comunità

cristiana nella società, del comportamento cristiano nei confronti dell'autorità costituita e della sua

responsabilità nella gestione della cosa pubblica". Pubblicata nel 1523, L'autorità secolare esprime

l'etica politica di Lutero aiutandoci a comprendere il rapporto tra la dura posizione presa due anni

dopo nella guerra dei contadini, quella precedentemente illustrata nella Libertà del cristiano, vero

"manifesto" della Riforma, e le più tarde riflessioni critiche.

2) De servi arbitrio: E’ una risposta diretta al testo di Erasmo da Rotterdam chiamato "De libero

arbitrio”. Il Se servi arbitrio corrisponde al manifesto delle tesi luterane, corrisponde

all’affermazione delle sue idee senza precedenti riguardanti il rapporto diretto con Dio (assenza

della mediazione degli ecclesiastici).

Gli argomenti del De servo arbitrio sono riposti per lo più in tre tesi distinte che riguardano:

1 la Scrittura;

2 il potere umano;

3 la predestinazione.

Giovanni Calvino

La dottrina di Calvino ripropone gli imperativi di quella luterana: riforma e obbedienza, seppur con

con alcune differenze.

Generalmente, Giovanni Calvino, ricordato per essere autore di "Istituzioni della religione

Cristiana”, opera datata 1539. L'opera è un trattato della teologia sistematica protestante che ha

avuto grande influenza nel mondo occidentale. Fu pubblicato in latino nel 1536 (nel periodo della

dissoluzione dei monasteri in Inghilterra durante il regno di Enrico VIII) e nella sua lingua nativa, il

francese, nel 1541; con le edizioni definitive uscite nel 1559 (latino) e nel 1560 (francese). Il libro è

stato scritto come un libro di testo introduttivo sulla fede protestante destinato ad una platea con

una certa conoscenza della teologia e copre una vasta gamma di argomenti teologici provenienti

dalle dottrine della Chiesa Protestante e sacramenti per giustificazione per sola fede e libertà

cristiana. Ha attaccato vigorosamente gli insegnamenti di coloro che Calvino considerava non

ortodossi, in particolare il cattolicesimo romano verso il quale Calvino dice che era stato

"fortemente devoto" prima della sua conversione al protestantesimo. Nell’opera, inoltre, viene

enfatizzato il concetto di “predestinazione” che avrà conseguenze anche in ambito economico:

solo alcuni predestinati avevano accesso andare in paradiso, dal momento che, il successo negli

affari, era il segno dell'appartenenza al gruppo degli eletti. Da questa visione, nascerà il

capitalismo, cioè l'esistenza d'imprese che hanno come scopo di massimizzare il profitto il quale

deve essere raggiunto attraverso l'organizzazione razionale del lavoro.

D'altra parte, mentre la dottrina luterana corrisponde ad una dottrina dell'obbedienza passiva,

Calvino predica invece:

- l’anarchia dei movimenti più radicali;

- il disprezzo degli adulatori dei principi;

- l'idea che le tasse non sono dovute, ma legittime, pertanto i principi non devono servirsi di esse

per i propri bisogni egoistici, ma per il bene comune del popolo.

La dottrina dei monarcomachi

Nel contesto di Martin Lutero e di Giovanni Calvino emergeranno nuove correnti e dottrine. Tra

queste possiamo citare quella dei “monarcomachi”. I monarcomachi (dal greco μόναρχος,

monarca e μάχομαι, combattere) furono quegli scrittori politici che tra la seconda metà del XVI e i

primi decenni del XVII secolo si opposero alla trasformazione dell'impianto monarchico in senso

assolutistico e sostennero il diritto del popolo alla ribellione (fino alla messa a morte del monarca)

contro quei sovrani che angariavano la vita spirituale dei sudditi, conculcando i diritti religiosi dei

liberi fedeli. Il termine "monarcomaco" fu introdotto dal giurista scozzese William Barclay nel

trattato De regno et regali potestate (1600). L'attività dei monarcomachi si esplicò durante l'epoca

delle guerre di religione francesi nella seconda metà del XVI secolo.

Tra i principali monarcomachi ricordiamo:

1) François Hotman: autore di Francogallia del 1573 in cui, sulla base di una analisi della storia

istituzionale della monarchia francese, accusava l'autorità persecutrice dei re e invocava il

primato della "assemblea popolare" contro gli abusi dei sovrani;

2) Teodoro di Beza, successore di Calvino a Ginevra e autore del trattato “Du droit des magistrats

sur leurs sujets”. In quest’opera, l’autore francese, sosteneva l'esistenza di un "contratto" tacito

tra re e popolo che obbligherebbe il primo ad agire nel rispetto del secondo, fino ad invocare

l'idea dell'assassinio ispirato da Dio, dunque lecito, contro quei monarchi divenuti persecutori;

3) Charlotte Duplessis-Mornay e Hubert Languet: Essi furono gli autori delle “Vindiciae contra

tyrannos", in cui affermavano l'esistenza di un doppio patto, tra re e popolo e Dio e l'altro tra

popolo e re. In particolare il secondo patto può giustificare il ricorso al tirannicidio.

4) Philppe Duplessis-Mornay: si schierò al fianco degli ugonotti.

15/11

Le questioni

La dottrina dei monarcomachi, però, può essere benissimo approfondita suddividendo il loro

pensiero filosofico in varie questioni.

Prima questione

La prima è questione è colei che definisce la “obbedienza”. Ma che cosa si intende per

obbedienza? Nel contesto del principato, i sudditi, sono obbligati a obbedire al principe.

Dio è considerato come il “dominus” e il principe è considerato come il suo “vassallo”. Disobbedire

al principe, indirettamente, significherebbe disobbedire a qualcuno incoronato da Dio.

Dio è il dominus e il principe è il suo vassallo: così come i vassalli perderebbero il feudo in caso di

comportamento non ancillare al padrone, così accade anche per il principe (che perderebbe il

regno assegnatogli da Dio). Il principe è dunque obbligato a comportarsi in sintonia con la legge di

Dio, la quale, generalmente, è identificabile con i codici che appaiono nelle tavole di Moshe.

Seconda questione

Esistono due strutture pattizie che determinano l’obbedienza e/o la disobbedienza nei riguardi del

principe. La struttura pattizia presa in considerazione, generalmente, è individuabile con la

struttura del patto che viene a formarsi tra Dio e il Popolo.

Ma da chi è formato il popolo? La struttura del “popolo” è sicuramente molto complessa: esso è

formato sia dai “pari del re/principe”, sia dai “conti”, sia dai “sei grandi vescovi del regi”, sia dai

“deputati delle province”.

In questa struttura emerge in modo totalmente laico l’idea che le assemblee (atte ad affiancare il

principe nelle decisioni) sono inferiori, sì, a quest’ultimo ma, allo stesso tempo, controllano il suo

operato evitando in un certo senso derive autoritarie. Diritto del popolo è quello di resistere, infatti,

ad un principe che esercita rovinano lo stato.

Terza questione

La terza questione tratta la tematica della “tirannia” e del “tiranno”. Ma chi è il tiranno? Il tiranno è

colui che ha acquistato il potere politico con l'arbitrio e lo detiene con la violenza. Egli, inoltre, può

essere considerato come “tiranno manifesto” o come “tiranno non manifesto/per difetto”.

Che differenza c’è? Parlasi di “tiranno manifesto” quando il tiranno in sé è colui che è autorizzato a

governare giacché, il potere, l’ha acquisito in maniera lecita (ereditarietà).

Il “tiranno non manifesto/per difetto” è invece colui che, pur non avendo nessun titolo, esercita il

potere (non è legittimato a governare ma lo fa comunque).

Quarta questione

La quarta ed ultima questione, invece, è quella più contemporanea giacché, tra tutte, è l’unica che,

ancor oggi, potrebbe essere considerata come attuale.

Essa tratta la tematica della “legittimità”, legittimità legata all’intervento di principi/potenze

straniere

qualora dovesse essere in atto una tirannia.

Nel momento in cui i sudditi sono vessati dal tiranno è legittimo l’intervento di un principe straniero

al fine di “salvare” il popolo subordinato agli abusi di potere del tiranno. Come espresso

precedentemente, tale questione, è ancora oggi attuale: pensiamo alla situazione in Medio

Oriente. Potenze militari straniere (Francia ed Italia in primis) sono recentemente intervenuti a

sostegno di sudditi vittime di soprusi da parte di tiranni al potere (Al-Assad in Siria o Mu’ammar

Gheddafi in Libia).

Il concetto di sovranità

Uno dei concetti chiave dell’età moderna è sicuramente in concetto di “sovranità”, la quale è il

centro della riflessione politica cinquecentesca. All’interno di tale riflessione emerge il pensiero del

letterato francese Jean Bodin.

Jean Bodin

Jean Bodin, nato a Agers nel 1529, morì a Laon nel 1596. Egli fu un carmelitano (pur per poco

tempo), filosofo e giurista francese, sebbene, con maggior proprietà, può dirsi che il Bodin si

dedicò alla filosofia politica toccando tuttavia anche temi giuridici.

Bodin è oltretutto considerabile come il massimo esponente dei “politiques” francesi. Con il

termine “politiques” si indica una corrente ideologica e politica delineatasi in Francia durante il

cancellierato di de l’Hospital (1560-68) e organizzatasi in partito fra il 1573 e il 1574, dopo il

massacro degli ugonotti della notte di s. Bartolomeo (1572). Costituito da quei cattolici e protestanti

che ponevano il problema politico al disopra del problema confessionale (di qui il nome).

La parola, il vocabolo, l’espressione “politica”, dunque, assume una nuova connotazione, via via si

evolve: da tempo, già, ci si era distaccati dalla versione Aristotelica di “politica”, così come da

quella romana di “civitas” per arrivare, dunque, a questa concezione totalmente nuova e moderna.

Generalmente, oggigiorno, noi, ricordiamo Jean Bodin per la sua opera più importante: “Sei Libri

della Repubblica”. Quest'opera è scritta in volgare francese non in latino, di modo che possa

essere letta da un maggior numero di persone. A tal proposito, Bodin si esprime così: «Ho

intrapreso questo mio discorso sullo Stato in lingua volgare, sia perché la sorgente della lingua

latina è ormai esaurita sia per essere compreso meglio da quelli che sono veri Francesi».

Il trattato di Bodin affronta un concetto determinante, che fonda la gestione unificata del potere da

parte dello Stato in una società che si vuole coesa e ordinata. Quello che è il risultato del miscuglio

tra coesione della società con la gestione unificata del potere determina quella che è per lui la

“sovranità dello stato”. «

Ma che cos’è la sovranità? Per Bodin la sovranità corrisponde quel potere assoluto e perpetuo che

è proprio dello Stato.

Bodin in questo modo stabilisce il fondamento giuridico che garantisce la totale autonomia della

dimensione pubblica rispetto a quella privata, giustificando quindi la necessità di una suprema

autorità che si ponga al di sopra dei sudditi. Per Bodin «la monarchia pura assoluta è lo stato più

sicuro e, senza confronto, il migliore di tutti». La democrazia invece oltre a disperdere il potere è

anche rischiosa per via del progetto egualitario che l’accompagna. Lo Stato (Bodin lo chiama

Repubblica, la parola stato non apparirà nei suoi scritti) si identifica, dunque, nel governo, governo

giusto che è quello che soddisfa il bene dei cittadini e contemporaneamente anche il bene dello

Stato, bene comune e individuale convergono; la famiglia è il punto di partenza, la cellula madre e

il modello della comunità politica ben ordinata, è una componente naturalistica, la prima istituzione.

E’ come se venisse effettuata, quindi, una distinzione tra “governo domestico” (la famiglia è il

basamento della comunità politica) e “governo della Repubblica”, è come se esistessero due

differenziazioni.

Come espresso antecedentemente, quindi, per Jean Bodin «la monarchia pura assoluta è lo stato

più sicuro e, senza confronto, il migliore di tutti». Lo stato, quindi, deve essere “assoluto”. Ma cosa

si intende di preciso per assoluto? Assoluto indica l’esercizio di un potere indipendente, sciolto da

vincoli ma non arbitrario. Esso non si vincola se non a sé stesso.

Altro elemento che caratterizza il potere è l’essere “perpetuo”. Esso, infatti, deve avere la capacità

di resistere e di rimanere immutato nel tempo.

Fondamentale, però, è tornare a ribadire che la sovranità non deve essere intesa appartenente

alla persona che governa e che esercita il potere. Affatto.

La sovranità deve essere intesa come un attributo dello Stato/Repubblica. La sovranità, poi,

nemmeno deve essere considerata come un contratto (tra Dio, il principe e il popolo) il quale è da

essere inteso come qualcosa che produce un’interazione tra privati. La sovranità è la legge, che

non è frutto dell’interazione bensì corrisponde alla la struttura di una punta politica, è una

consuetudine.

Il regno, naturalmente, possiede alcune “leggi fondamentali”, alcune, tipiche del tempo passato

altre, invece, che ancora oggi potrebbero essere considerate come attuali. Tra le molte leggi

fondamentali possiamo citare la “legge salica” (in vigore sin dai tempi dei Galli), una particolare

legge che dettava le leggi di successione al trono e che nessun sovrano poteva infrangere.

Altra legge fondamentale, ben più importante, invece, è la “intangibilità del diritto di proprietà”. È

proprio in relazione a quest’ultima che troviamo il limite della sovranità: la sovranità non può

appropriassi dei beni dei provati senza il loro consenso.

La monarchia per Bodin

Esistono tre tipologie di monarchia:

1) Monarchia Regia: corrisponde alla monarchia del re legittimo;

2) Monarchia Dispotica: corrisponde alla degenerazione della precedente. Il monarca si comporta

da padre di famiglia pensando di operare per il bene dei suoi sudditi;

3) Monarchia Tirannica: corrisponde alla degenerazione della “monarchia dispotica”. Qualsiasi

legge è oltrepassata.

L’aristocrazia per Bodin

Bodin dà anche un’opinione di aristocrazia (ovvero il governo di pochi, i quali erano anche i più

ricchi). Essa poteva essere:

1) Legittima;

2) Dispotica;

3) Faziosa (oligarchica): i capi, i pochi, combattono tra loro per il dominio.

La democrazia per Bodin

C’è poi la democrazia. Essa, per Bodin, corrisponde alla forma di governo più impraticabile: la

repubblica democratica è infatti una forma di governo in cui le cariche sono estese al maggior

numero di persone e dove, generalmente, la maggioranza del popolo esercita il potere sulla

minoranza.

22/11/16

Jean Bondin (1529-1596)

Distinzione tra forma di governo e di repubblica, dove l’esercizio della sovranità ha il primato. In

questo contesto Bodin parla di magistrati, cioè coloro che hanno l’incarico di esercitare l’ufficio

della sovranità.

Ci sono due tipi di magistrati, gli officiali (da officio) e sono i magistrati che hanno le cariche

pubbliche in modo ordinario ed i commissari, i magistrati con compito straordinario e delimitato nel

tempo, legato ad alcune circostanze, dura il tempo necessario per la soluzione di una vicenda extra

ordinem e la loro carica è revocabile.

Johannes Althusius (1563-1638)

Althusius è uno scrittore spesso confrontato con Bodin, il confronto è serrato tra i due sul tema della

sovranità.

Scrive verso la fine del 500 ed inizio del 600, all’interno del contesto del sacro romano impero.

Nasce quindi in area germanica, studia giurisprudenza, fa il sindaco in una città a confine tra Olanda

e Germania, quindi si adopera in una carica pubblica.

Tra i suoi scritti più importanti vi è “La Politica Metodicae Digesta”: la politica trattata con

metodo,

attraverso esempi sani e profani. È ripresa, dopo secoli la definizione di politica, cioè “l’arte con

cui gli uomini si associano per instaurare e coltivare tra loro la vita sociale, perciò è definita

simbiotica. L’oggetto della politica è l’associazione, dove i simbiotici si obbligano, con un patto o

espresso o tacito, alla muta comunicazione di ciò che è utile e necessario alla partecipazione della

vita sociale, cioè l’istaurazione della vita associata tra uomini”.

La terminologia di quest’autore è molto originale Simbiosi dal greco indica vivere insieme, cioè

essere obbligati a condividere la vita associata, è una condizione essenziale e naturale degli uomini.

Il termine è usato anche in biologia, i soggetti sono costretti a vivere insieme nell’associazione

politica. L’oggetto della politica è l’associazione simbiotica, cioè un’organizzazione composta da

una molteplicità di associazioni, le consociazioni che definiscono la struttura dell’associazione

simbiotica generale.

La visione dell’autore è composita, ed egli elenca tutte le forme minori dell’associazione generale

la famiglia, essa è naturale, primaria ed elementare, da essa derivano tutte le altre

1. associazioni;

le associazioni private-civili, sono quelle che contribuiscono alla vita associata

2. nell’ordinario degli uomini. Sono, ad esempio, quelle che nascono tra 3 o più persone che

hanno lo steso mestiere e si mettono insieme per professare uno stesso stile di vita una

vocazione. Si tratta delle strutture religiose o laiche (profane) tipo le corporazioni e che

alimentano la vita associata. Le corporazioni sono gli ordini della società, gli stati che

caratterizzano il popolo della città: i nobili, il clero ed il popolo.

Le associazioni pubbliche sono radicate nel territorio (e non nella comunità umana), danno

3. luogo a quelle private al fine di costruire la comunità politica. Si definiscono in azione ad

un’unione più grande della privata, diritto e potere di mettere in comune le cose utili e

necessarie al corpo politico. Esse possono essere particolari, minori, generali o maggiori.

• Minore: limitata in luoghi definiti dove si comunica il diritto, sono ad esempio le città

(universitates), le provincie e luoghi territoriali (definite nel radicamento). Esse

definiscono l’appartenenza degli uomini;

• Maggiori: nascono dalla reciproca obbligazione di molte città e province, dove ci si

impegna a difendere il diritto del regno;

• Generale: è la grande società mista, costituita da associazioni private e pubbliche,

raccolgono la molteplicità di associazioni e sono definite come politia, impero, regno o

repubblica. Si identifica nell’unità del popolo in un solo corpo con il consenso della

associazione simbiotica, raccolto in un solo diritto.

Può essere il caso del Regno di Francia o di quelle di Germania.

Dall’associazione simbiotica generale deriva il diritto di sovranità che spetta all’intero copro

associato del regno, non al singolo. È un diritto condiviso, esso è superiore rispetto ai poteri

subordinati, ma non è assoluto.

Bodin sosteneva che la sovranità fosse assoluta, perpetua, non delegabile ed inalienabile, invece

Althusius sostiene che la sovranità è un diritto sommo, superiore a quelli particolari ma non è

assoluto, inoltre può essere revocato. La differenza è data dalla struttura pattizia, Bodin rifiuta

quest’idea, sostenendo che la sovranità non può essere contrattata, mentre Althusius sostiene che è

definito nel pattuire i termini di comunicazione del diritto.

La sovranità così definita da luogo al proprio esercizio. Come avviene la titolarità del corpo

sovrano?

Tramite l’amministrazione, il popolo non può amministrare la sovranità, deve affidarne il governo a

dei ministri eletti e dando loro il potere per poterlo fare. L’amministrazione è affidata ai ministri,

che hanno l’incarico di esercitare la sovranità.

Ci sono due entità amministrative titolari di questi diritti gli efori, cioè un’antica magistratura di

Sparta, coloro a cui viene affidato il complesso dello stato, dell’associazione generale simbiotica, ed

in qualità di rappresentati del popolo essi eleggono il sommo magistrato.

Le funzioni degli Efori:

Eleggere il Sommo Magistrato,

- Contenerne il potere entro i limiti prescritti e ratificati dalla sua amministrazione generale,

- Costituirsi tutori e procuratori dell’associazione generale,

- Resistere al sommo magistrato nel caso di abuso del diritto di sovranità (confutazione

- dell’idea per la quale chi si ribella al superiore produce lesa maestà),

Difendere il sommo magistrato nel caso di reato di lesa maestà.

-

Chi è il sommo Magistrato?

È l’amministrazione dell’associazione simbiotica, ed ha diverse configurazioni:

Il sommo magistrato monarchico: indica la titolarità dell’uno

- Il sommo magistrato poliarchico: poliarchia è un termine usato pochissimo, es. Tucidide ne

- fa uso per indicare la confusione generale che derivi dalla presenza di molti capi, fa

riferimento ad una condizione di disordine Althusius riprende il termine per indicare più

capi ed amministratori che devono rispondere al diritto di amministrazione.

Il sommo magistrato è eletto secondo le leggi che garantiscono il benessere della società, ha

l’obbligo di amministrarne il diritto, è il ministro dello stato, è superiore rispetto agli efori, ma non è

assoluto perché i suoi poteri derivano dal diritto.

Althusius definisce la tirannide come la condizione di chi usurpa il diritto di sovranità, l’eccesso di

amministrazione. È colui che distrugge le fondamenta del corpo associato.

Il tiranno è il cattivo amministratore, chi gestisce in modo negativo l’amministrazione ecclesiastica

e politica. La soluzione è il diritto di resistenza e l’allontanamento da parte degli efori, i privati non

possono stabilire se vi è usurpazione o meno.

Bodin non contempla la possibilità di ritirare il diritto di sovranità, per Althusius la struttura pattizia

è il fondamento della consociazione simbiotica generale.

La struttura piramidale della Repubblica di Althusius è sempre in gioco, ogni volta che si altera il

diritto di sovranità la struttura può essere alterata.

Althusius è un protofederalistadire che la sua opera è federale è un contro senso storico, ma lui si

fa promotore di una struttura particolare e pattizia in senso pre-moderno molto interessante,

soprattutto nel modo in cui egli prospetta una struttura associativa perdente.

L’opera di Althusius rimane scritta in latino e nonostante il successo momentaneo, si eclissa, questo

perché esso è fuori dal tempo, non regge la corsa alla nascita dello Stato.

La sua visione della politica risponde ad una formazione imperiale, che sta per essere smartellata e

surclassata dagli stati particolari. La visione di Althusius diventa anacronista.

Verrà riscoperto molti secoli dopo da uno scrittore tedesco, Otto von Gierke, che riscopre Althusius

in parte anche grazie agli scritti di Rousseau.

L’autore della scoperta notava al tempo che lo stato affermatosi nel 1900 ha delle crisi, e gli studi di

Althusius diventano più leggibile ed attuale di Bodin, rispetto alle particolari formazioni politiche

che non sappiamo leggere l’UE, e le grandi potenze, che guidano il mondo.

Nel 1500 ci sarà questo bivio, che vedrà inizialmente vincente la ragion di Stato e la teoria di Bodin.

Otto Von Gierke, nato a Szczecin nel 1841, morì a Berlino nel 1921. Giurista affermato fu

professore nelle università di Wrocław, Heidelberg e Berlino e dove coprì anche la carica di rettore

(1902/03).

Possiamo dire con certezza, però, che Von Gierke passò alla storia nel 1883 nel momento in cui

scrisse quella che è definibile come la sua principale opera, dedicata allo svizzero Jean-Jacques

Rousseau: “Naturrecht und Deutsches Recht”.

Quella che però è l’opera che bisogna ricordare è “Johannes Althusius und die Entwicklung der

naturrechtlichen StaatstheorieIn” del 1880. In quest’opera si riscopre quella che fu la figura di

Althusius (che nel frattempo era andata via via dimenticandosi), figura che venne rievocata come

l’artefice della segnalazione dei problemi legati allo stato.

Di Althusius in relazione a Jean Bodin possiamo dire che fu sfortunato. Oggigiorno, noi, non lo

notiamo e rileggendo Althusius e Bodin consideriamo il primo come “più leggero” e“più

comprensibile”. In passato, però, non era affatto così, anzi, le concezioni solevano essere opposte

e rovesciate se comprate alla quotidianità.

NB consociatio verrà accantonato e ripreso solo nel 1900, tradotto in consociazione che fa

riferimento agli stati divisi e compositi.

Poliarichia verrà ripreso da Dhal, il politologo dei pluralismi e diversi centri di potere.

23/11

Universalismo e particolarismo

Che differenza c’è tra “universalismo” e “particolarismo”?

Cerchiamo di rispondere al quesito partendo da ciò che è più semplice: le definizioni. Per

universalismo si può intendere, nel significato più generico e comune, la tendenza da parte di

entità politiche, religiose ecc. a ritenersi universali, cioè valide per tutti gli uomini. In senso più

particolare e specifico la parola universalismo può assumere un significato politico nell'indicare una

ideologia che ha il fine di realizzare l'unificazione di tutti i poteri e delle istituzioni di vaste regioni

o

addirittura del mondo sotto un'unica guida attraverso strumenti politici, culturali ed economici. Con

la nascita dello Stato moderno in Europa l'idea dell'Universalismo medievale passa in secondo

piano: solo il Cristianesimo e l'Islam rimangono nella convinzione di dover diffondere la parola di

Dio in tutto il mondo. In questo senso lo stesso fenomeno del colonialismo sarà indissolubilmente

unito con l'opera missionaria della religione. L'idea universalista sembra riproporsi invece con

l'imperialismo che si differenzia in realtà dall'universalismo poiché si tratta di un fenomeno legato

al

nazionalismo degli stati europei che vogliono stabilire il predominio di una nazione sulle altre.

L'idea di un impero universale con ovunque diffusa un'unica cultura predominante è ormai

abbandonata, si preferisce assoggettare economicamente e politicamente le culture "inferiori"

sfruttandole in nome della propria presunta superiorità.

Per particolarismo, invece, si intende la ricerca di autonomia da parte di gruppi etnici, religiosi e

sim. rispetto al potere centrale.

Nel particolarismo, quindi, le unità rimangono autonome lottando tra loro per l’egemonia e

distinguendosi verso l’esterno (sistema delle polis nella Grecia classica e

dicotomia greco/barbaro, sistema degli Stati nel Europa moderna e nelle civiltà extraeuropee).

Oggigiorno, noi, viviamo uno spostamento verso l’universalismo. Quello che ha portato a questa

tendenza, quello che ha portato a questo pendolo può essere distinto in tre epoche storiche.

1) La guerra del Peloponneso (431 - 404): declino dell’egemonia ateniese, vulnerabilità crescente

delle poleis greche, formazioni imperiali, tendenza all’universalismo.

2) Guerra dei trenta anni (1618 - 1648): è una guerra tra le potenze statali europee contro il Sacro

Romano Impero che si conclude con l’adozione del modello/sistema degli stati. Vi è la fine

delle aspirazioni universaliste e vi è un ritorno del particolarismo degli stati.

3) Guerra dei trenta anni nel 1900 (1918-1945): la fine di questo ensemble di guerre determina la

fine del particolarismo statale e ci si avvia verso una tendenza delle unità politiche.

La ragion di stato

Nel 500, poi, comincia a diffonderei la dottrina della “ragion di stato”. In cosa consiste, però, la

“ragion di stato”? L'espressione ragion di Stato appartiene al linguaggio ed alla cultura politica del

tardo Rinascimento. Essa viene ancora oggi comunemente utilizzata per significare il ricorso alla

forza o, comunque, a strumenti eccezionali da parte di un soggetto di potere politico che agisca

spinto dalla necessità di conservare il comando personale e di garantire l'ordine nella società.

Raison d'État, Reason of State, Razon de Estado, Staatsrason: dalla fine del Cinquecento in poi, i

diversi linguaggi europei traducono quella espressione, interessati ad applicare i significati in essa

contenuti alle situazioni regionali particolari. Peraltro risulta utile, fin dall'inizio di questo percorso

che ci vedrà impegnati nella lettura delle scritture politiche italiane cha vanno dall'opera di

Giovanni Botero (1589) fino all'opera di Scipione Chiaramonti (1635), precisare che ragion di Stato

è forma complessa di discorso e di pratica della politica: vedremo infatti che, oltre l'esplicito

riferimento all'esercizio della forza, il governo per "ragion di Stato" propone la conversione dell'uso

diretto della violenza in codici di dispositivi particolari che debbono essere finalizzati alla

conservazione del potere politico ed alla produzione di disciplina e di obbedienza da parte dei

sudditi.

Giovanni Botero

Giovanni Botero, nato a cuneo nel 1544, morì a Torino nel 1614. E’ stato un presbitero, scrittore e

filosofo italiano, autore del trattato Della ragion di stato, in dieci libri, stampato a Venezia nel 1589,

e delle Relazioni universali, un trattato di geografia politica. Nato in una famiglia di modeste

condizioni economiche, all'età di 15 anni entrò nel collegio dei Gesuiti di Palermo; fu poi in varie

case dell'Italia centrale, fra cui nel Collegio Romano dove ebbe come compagno di corso Roberto

Bellarmino. Pur essendo stimato quale poeta in versi in latino, forse a causa di un carattere difficile

e da una tendenza alla polemica, nel 1561 dovette interrompere gli studi a Roma e fu inviato come

insegnante in località periferiche (ad Amelia e a Macerata). A Roma fu al servizio del giovane

cardinale Federico Borromeo, del cui cugino, san Carlo, fu stretto collaboratore a Milano nel

decennio precedente, impegnato nella riforma della diocesi, una volta uscito dalla Compagnia di

Gesù nel 1580. Morì all'età di 73 anni e fu sepolto a Torino nella chiesa dei Santi Martiri, retta dai

gesuiti.

Della ragion di stato

L'opera di Giovanni Botero Della Ragione di Stato (1589), può essere considerata la prima

compiuta elaborazione teorica del progetto conservativo della ragion di Stato. Botero definisce in

partenza con estrema chiarezza la finalità del modello conservativo: "Stato è un dominio fermo

sopra popoli; e Ragione di Stato è notizia di mezi atti a fondare, conservare, e ampliare un

Dominio così fatto. La ragion di Stato riguarda dunque innanzitutto gli strumenti idonei a

conservare le cose realizzate, cioè le situazioni di potere politico già acquisite: "il tenerle ferme,

quando sono cresciute, sostenerle in maniera tale, che non scemino, e non precipitino, è impresa

d'un valor singolare, e quasi soprahumano”. L'impegno di Botero è innanzitutto rivolto ad offrire

una descrizione particolare della centralità del compito della prudenza politica. Prudenza politica è

ars practica, nel senso pienamente aristotelico della particolare capacità di utilizzare conoscenze

dei fatti e dei saperi diversi ai fini dell’attività pratico-politica. Il principe deve vivere direttamente

l'azione politica e deve potere contare sulla approfondita notizia delle cose e delle pratiche di

governo: in particolare, è la conoscenza per via d'esperienza ad indicare che la notizia di tutti i

tempi utili è davvero la condizione prima attraverso cui il principe cerca di interpretare e di fissare

in codici conoscitivi i tempi individuali dell'esperienza umana.

Ruolo fondamentale nell’opera di Botero è sicuramente giocato dal “popolo”, il quale deve essere

inteso come una serie di persone che posseggono qualcosa di comune. Bisogna avere cognizione

dei mezzi e delle risorse che abbiamo a disposizione: si avvia, dunque, in un certo senso, la

statistica moderna che è la scienza della convinzione dei mezzi, consapevolezza/convinzione delle

risorse, che, per Botero, è definita “notizia”.

Per Botero, successivamente, si potrà effettuare una classifica degli stati/domini. Questi possono

essere:

1) Naturali o d’acquisto: “naturali” sono quegli stati di cui siamo padroni per volontà dei sudditi. Il

principe governa per consenso dei sudditi. Ci troviamo dinnanzi ad uno stato di acquisto,

invece, nel momento in cui il dominio è acquisito attraverso gli strumenti della guerra e della

competizione. Sono domini di acquisto tutti quegli stati acquisti o tramite la forza, o tramite

l’accordo, o tramite il denaro;

2) Distinti per dimensione: possono esistere micro-stati o macro-stati;

3) Per unità di territorio: chiamasi stati uniti tutti quegli stati che sono in costante accordo. Disuniti,

invece, sono quegli stati che non si accordano e che sono perennemente in contrasto (vedi, ad

esempio, l’Impero Portoghese).

28/11

Le relazioni universali di Giovanni Botero

Una delle opere più importanti e conosciute di Giovanni Botero è Relazioni universali, un trattato di

geografia politica. Oltre che a questo, però, Relazioni Universali può essere considerato come un

trattato su viaggi e su un abbozzo di catalogazione dei territori. Questo tipo di imprinting letterario è

sicuramente qualcosa id nuovo, di mai visto prima che nasce appunto per la prima volta alla fine

del 500.

Botero, però, pur essendo l’autore di uno dei primi “trattati di viaggio" non sperimenta direttamente

l’idea del viaggio, bensì la traduce in scritti tramite o studio e l’approfondimento.

Veniamo, però, alla parte tecnica e pratica: le Relazioni Universali sono costituite da quattro

elementi/fattori che determinano quelle che sono le caratteristiche dello studio inerente al territorio

che servono a determinare il buono e il cattivo esito della conservazione dello Stato. Esse sono:

- Luogo (geografia, orografia);

- Governo (reggimento dei principi);

- Forze (nascente statistica);

- Entrate (nascente statistica);

- Principi confinanti (strategia).

Il Cardinale Richelieu

Armand-Jean du Plessis duca di Richelieu, noto soprattutto come cardinale Richelieu nacque a

Parigi nel 1585 e morì nel 1642.

Grande uomo politico, fu molto abile nel rafforzamento della monarchia assolutistica francese, che

grazie a lui fu molto più potente rispetto a quella del suo predecessore, Enrico IV di Borbone con il

suo collaboratore, il duca di Sully. Egli aveva anche istituito la figura dell'intendente, ossia un

rappresentante diretto del re nelle province. Tra i propositi di Richelieu alla guida dello Stato

c'erano il rafforzamento del potere del re transalpino e la volontà di fare della Francia la più grande

potenza d’Europa. Per raggiungere il primo obiettivo, Richelieu si scontrò sia con i nobili sia con i

protestanti, e cioè con i calvinisti francesi chiamati Ugonotti. I nobili infatti volevano aumentare il

loro potere: contro di essi Richelieu usò, quando necessario, la forza. Per fare della Francia la più

grande potenza d'Europa Richelieu, seguendo la sua raison d'Etat, decise di far intervenire

l'esercito francese nella guerra dei trent'anni contro la Spagna e l'Austria, ottenendo numerosi

successi. Con il termine Raison d'Etat il cardinale Armand-Jean du Plessis de Richelieu, primo

ministro di Francia dal 1624 al 1642, indicava il perseguimento della cosiddetta "ragion di stato",

che in quegli anni trovava una prima formulazione teorica in Giovanni Botero, dopo essere stata

già discussa preliminarmente dal tacitista Scipione Ammirato. Questa politica portò la Francia a

essere il paese egemone in Europa, e comunque mantenere sul piano internazionale un posto di

primo piano che ancor oggi conserva. Secondo Richelieu, in pieno disaccordo in un'epoca di

conflitti religiosi, lo Stato doveva essere superiore ai conflitti ideologici (etici, religiosi, dinastici) e

le

alleanze dovevano essere stipulate non per ragioni dinastiche, ma per obiettivi concreti. Lo stesso

Richelieu si scindeva in "uomo di Stato" e "uomo di Chiesa". Se Richelieu era un ecclesiastico, ciò

non gli impediva di stipulare alleanze con nazioni protestanti come la Svezia di Gustavo II Adolfo.

Per Richelieu (allontanandosi dalla sua porpora) la sua anima poteva anche essere salvata in

punto di morte, ma se lo Stato faceva le scelte sbagliate, a nulla gli sarebbe servito redimersi. A

parere del cardinale dunque la politica doveva essere fredda e non passionale.

Una delle opere principali del cardinale è “Testamento Politico. Massime di Stato”, opera dedicata

al sovrano, il re di Francia.

Nel testamento, Richelieu, rivolge al suo sovrano il principio attraverso il quale la Francia deve

governare e potenziare lo stato.

Richelieu riuscì ad intravedere la centralità del rapporto con gli altri stati e la disinvoltura con la

quale bisognava portare avanti le alleanze. La sua strategia prevedeva il predominio dei cattolici in

Francia ma, allo stesso tempo, perseguiva alleanze con i principi protestanti tedeschi o svedesi.

Quello che era importante era il primato nelle relazioni con gli altri stati.

Per Richelieu, la Valtellina gioca un ruolo importantissimo giacché, questa, occupava una

posizione strategica in territorio europeo, localizzata fra tutte le potenze del continente. Nelle sue

massime di stato Richelieu scisse: “deve essere sufficientemente provato quello che si può

arguire”.

Fondamentale, poi, comparare la figura del cardinale Richelieu con quella di Henry duca di Rohan.

Henry duca di Rohan

Henry II, nato a Blain nel 1539, morì in Svizzera nel 1639. Egli è stato un condottiero bretone degli

ugonotti nel periodo del regno di Luigi XIII di Francia. All'età di 16 anni giunse alla corte di Enrico

IV. Viaggiò poi a lungo (dal maggio del 1600 per oltre 20 mesi) in Germania, Inghilterra ed Italia.

Affascinò la regina Elisabetta I d'Inghilterra ed il re di Scozia Giacomo VI, che gli chiese di far da

padrino al figlio, il futuro re d'Inghilterra Carlo I.Ritornato in Francia, Enrico IV elevò nel 1603 la

contea di Rohan a ducato ed Enrico di Rohan divenne duca e pari di Francia.[1] Fu quindi nominato

colonnello della Guardia svizzera. Grazie all'amicizia del re gli si prospettava una eccellente

carriera: partecipò alla campagna contro il duca di Bouillon, quindi alle campagne di Fiandra contro

gli spagnoli agli ordini di Maurizio di Nassau, figlio di Guglielmo il Taciturno. Ma l'assassinio del

re

nel 1610 distrusse le sue speranze ed egli divenne capo degli ugonotti.

Henry è dunque considerato, essendo uno die vertici degli ugonotti, come un avversario del

Richelieu. Egli era un uomo d’armi, uno stratega che prese parte, oltretutto, alla guerra dei trenta

anni.

Rohan, però, nel corso del tempo, fu chiamato da Richelieu come stratega. Nella sua attività di

stratega militare, Rohan, proprio grazie all’esperienza di vivere il conflitto europeo, elabora una

visione della ragion di stato tutta nuova. Tale visione è contenuta in un testo ben specifico e

particolare: “sull’interesse die principi e degli stati sulla cristianità”. Fondamentale, però, è anche

richiamare le sue ”memorie sulla guerra combattuta in Valtellina”.

Opera fondamentale, però, è quella citata antecedentemente e nominata “dell’interesse dei principi

e gli stati della cristianità”, opera nella quale, oltretutto, compare per la prima vota quello che è il

metodo dello svizzero: il “pura empiria”. Il ricorso alla pura empiria consiste nell’avversione verso

la

vecchia tendenza ad attenersi a modelli del passato.

Dell’interesse dei principi e gli stati della cristianità

Quest’opera è composta da tre parti principali:

1) Dedica;

2) Premessa;

3) Testo.

29/11/16

Henri duca di Rohan (1579-1538)

È stato un militare e stratega, ugonotto, muore poco dopo la fine della guerra dei trent’anni.

(vs Richelieu)

Scrive Dell’Interesse dei Principi e gli Stati della Cristianità, la dedica è rivolta al cardinale

Richelieu dicendoli che deve capire l’autentico interesse della Francia ed evitare di cadere in errore.

“Non vi è nulla di tanto difficile quanto il saper regnare”la difficoltà deriva dal fatto che è difficile

stabilire una guerra immutabile nel governo degli stati, non c’è nulla di immutabile nella storia della

politica umana “ciò che causa la rivoluzione degli affari in questo mondo, causa anche il

cambiamento delle massime fondamentali del regnare”.

Il testo della trattazione i principi comandano i popoli e l’interesse comanda i principi, cioè essi

sono regnanti ma a loro volta sono regnati dall’interesse degli stati e del popolo. Ciò ha delle

conseguenze, la conoscenza dell’interesse è sovraordinato alla volontà del principe,

indipendentemente della propria potestà.

Il principe può ingannarsi ed il suo entourage può essere corrotto, ma l’interesse non può fallire, se

esse è mal inteso fa morire gli stati. L’interesse diventa la bussola della vita degli stati. Lo scopo

dell’interesse è l’accrescimento dello Stato, perciò esso non è immutabile, bensì si modifica nel

tempo e nelle circostanzeè la bussola della politica.

Rohan dice che l’interesse muta in base agli eventi politici-storici e strategici e la ragion di stato

mira alla conservazione dello stato stesso (riferimento a Botero).

Lo scenario europeo nel primo 1600 è di rivalità tra potenze, l’interesse del principe dipende dagli

affari del presente si critica il metodo di Machiavelli.

Gli affari del presente ruotano attorno alla rivalità tra le grandi potenze europee, maggiormente tra

Francia e Spagna, stati tanto forti quanto cattolici, inoltre da fuori proviene l’attacco dell’impero

ottomano. In quegli anni si fa a stabilire la tradizione egemonica delle potenze in territorio europeo,

e questi due stati saranno le polarità che definiranno gli equilibri europei di guerra e pace.

Rohan si pone come analista della politica internazionale, e cerca di far capire che per riuscire a far

prevalere l’interesse del proprio stato bisogna capire quello dello stato avversario la dinamica dei

poli di attrazione ha a che fare con il binomio tra dominio e protezione.

Egli cerca di capire se l’interesse non viene correttamente compreso e perché il principe e

l’entourage vengono sviati dalla corruzione

Il libro è diviso in quattro discorsi: il primo si basa sull’interesse di Francia e Spagna, gli altri sui

principi d’Italia e le guerre che riguardano i singoli stati e l’Europa.

Ci sono cinque massime di stato, che non sono argomentazioni ma necessità che si impongono alla

vita degli stati. Il concetto sarà ripreso anche da altri autori. Tra Francia e Spagna ci sono

similitudini ma anche le differenze che sono alla base dello scontro

Le massime della Spagna sono:

La religione, rafforzare l’impero cattolico per servirsene a livello politico, la Spagna sarà la

- roccaforte della cristianità;

Il controllo delle intelligenze, cioè gli strumenti attraverso i quali gli stati conoscono le

- proprie forze e quelle dei rivali;

Non perdere occasione di intromettersi nei negoziati degli stati vicini, ma estromettere gli

- altri dagli affari interni e tenerli all’oscuro dalla propria strategia diplomatica;

La forza militare, che deve armarsi e rafforzarsi per difendere l’egemonia;

- Accrescere la propria reputazione, il potere è un fatto concreto ma la potenza no, la

- reputazione è la somma di tutte le massime e porta a far credere agli altri stati che la

protezione deriva da questo stato.

Le massime Francese:

Le divisioni confessionali, Rohan suggerisce di favorire la conversione e non procedere alla

- distruzione delle minoranze interne, si tratta di convivenze tra le parti. Al contrario della

Spagna, la Francia non è solida nella sua cattolicità, ci sono tanti credo religiosi;

Vigilare sulle intelligenze, cioè capire quali sono le intelligenze degli altri stati;

- Controbilanciare l’azione negoziale della Spagna negli affari esteri;

- Contrappore la forza alla forza, cioè la forza militare;

- Mostrare agli altri principi di avere una reputazione tanto alta quanto quella della rivale.

-

Gli altri discorsi riguardano i principi d’Italia, l’interesse delle potenze subordinate, il peso che

ciascuno stato ha nel contesto strategico e militare dell’Europa del tempo, prima e dopo la fine della

guerra dei trent’anni.

Rohan rivolge la ragion di stato verso la politica internazionale.

L’intelligenza di cui parla Rohan è quasi un genitore dell’Intelligence di oggi.

Botero sostiene che la ragion di stato è la notizia dei mezzi atti a fondare, conservare ed ampliare il

dominio sui popoli Rohan intende in questo senso l’intelligenza.

L’intelligenza prima era costituita da spirito, ci si riferisce a dio, il concetto si secolarizza rispetto al

proprio uso originario, diventando parte della ragion di stato e sinonimo di prudenza, come

comportarsi, spionaggio, accordo e novità, fino ad oggi che indica il segreto come fondazione

dell’azione politica, ciò che si deve sapere per conoscere l’avversario. Il percorso concettuale è una

mappa per capire come una parola si materializza nel tempo.

L’approccio di Rohan è strategico, basato sulle relazioni tra stati e gli interessi interni. Egli però

ignora il diritto delle genti, la forma embrionale del diritto internazionale, che verrà sviluppata poi

da Grozio ed altri.

Gabriel Naudé (1600-1653)

Propone una dottrina alternativa a quella di Rohan, portando all’estreme conseguenze la ragion di

stato. Ha un profilo diverso rispetto a Rohan, la sua cultura è impregnata dai classici, egli studia

filosofica, fa il bibliotecario, cioè crea le grandi biblioteche, tra cui la Mazzarino di Parigi grande

erudito (dotto in molte materie).

Fa parte del pensiero dei libertini, coloro che ragionano sulla natura umana e sulla ragion di Stato in

modo disincantato, l’ambizione è ragionare liberamente e senza pregiudizi sulla natura umana.

Tra i suoi testi più importanti vi è Considerazioni politiche sul Colpo di Stato, scritto a Roma. Egli

adopera il concetto per la prima volta, non intendeva un sovvertimento dello stato ma una ben

precisa strategia della ragion di Stato. Il testo è costruito su un dialogo con i più grandi studiosi del

tempo (tedeschi, francesi, olandesi ecc.), sui concetti di prudenza e segreto di stato. La prudenza è

la questione fondamentale della ragion di stato, bisogna coltivare le proprie forze e conoscerle, essa

non si modifica, o è presente oppure no. Fino a anche punto il principe si può spingere all’inganno?

Il principe si può allontanare dalle virtù cristiane?

Un altro tema importante è il segreto di stato, la conoscenza dei segreti permette di capire la potenza

del proprio stato. Questi due concetti insieme diventano l’architrave della ragion di stato.

30/11

L’arte della dissimulazione: una digressione

La dissimulazione è e deve essere considerato come un inganno, come uno strumento utilizzato

quando la forza non riesce a perseguire i suoi obiettivi. In quello che è il contesto dell’analisi della

“dissimulazione”, possiamo citare due umanisti:

- Justus Lipsius: egli approfondirà la questione della prudenza e porrà il problema che la

prudenza non esisterà nella sua forma più pura, bensì, questa, si presenterà in più gradazioni.

Esistono varie tipologie di inganni: “piccolo inganno”, “inganno medio” e “grande inganno”.

- Gaspare Scioppio: anch’egli è un umanista che si interroga sulla prudenza e sull’inganno

avvertendo che vi è il rischio da parte del tiranno di comportarsi in modo spregiudicato.

Questi autori sono considerabili come coloro che introducono e spianano quelli che sono gli studi

di Gabriel Naudé.

Gabriel Naudé (1600-1653)

Come espresso già in antecedenza, il testo principale di Gabriel Naudé è “considerazioni politiche

sui colpi di stato”. Naudé inizierà la sua trattazione proprio con Justus Lipsius, richiamando la sua

opera “Politicorum sive Civilis Doctrinae” scritta nel 1659.

Per Lipsius la prudenza è la facoltà di comprendere e discernere le cose che in pubblico e in

privato possono essere appetite.

La prudenza deve avere per fine solo e soltanto il bene sebbene, nonostante questo, l’idea

scolastica di prudenza non è applicabile.

Sulla base di questa affermazione, Naudé, riprenderà il concetto di prudenza nella sua accezione

impura come parte della frode e dell’inganno. Per Naudé esiste una particolare tipologia di

prudenza che possiede la particolare caratteristica dell’impurità. Tale prudenza è meglio definita

con il termine di “prudenza mista”. La prudenza mista è praticata dai principi, i quali la esercitano

nel governare. La prudenza impura, però, a sua volta, può essere catalogata in:

- “Frode o inganno leggero”: di lieve entità, di nessuna importanza e che al suo interno

contengono diffidenza e dissimulazione (è bene non fidarsi dell’umanità e degli altri);

- “Menzogne, regali e altre scappatoie di “contrabbando”, le quali sono necessarie a

raggiungere l’obiettivo;

- “Prudenza impura che si allontana totalmente dalla legge i cui fondamenti sono identificabili

nella perfidia e nell’ingiustizia”.

La differenza sostanziale che distingue Lipsius da Naudé è che, per il primo, c’è un netto limite

all’ingiustizia mentre, per quanto riguarda il secondo, non esiste un limite.

I segreti di stato

“Segreto di Stato” è un’espressione che ricorre costantemente nel contesto della prudenza. Arnold

Clapmar (nato nel 1574 e morto nel1604), giurista e umanista tedesco, fu il primo a trattare la

tematica del segreto di stato.

Naudé si richiama alla politica di Clapmar, il quale riconosceva che fondamentale era celare le

proprie forze. Per Clapmar, i segreti di stato, i quali sono detenuti sia dal principe che dal suo

entourage, possono suddividersi in due tipologie:

- Arcana Dominationis: sono segreti di stato praticati da chi detiene il potere indipendentemente

dalla forma di governo;

- Arcana Imperii: sono divisi a loro volta in sei categorie in ragione delle tre forme di governo.

Ma come sono applicati il “segreto di stato” e la “prudenza”? Naudé ci risponde che “segreto di

stato” e “prudenza” possono essere mantenuti tramite:

- “Scienza generale dell’istituzione e conservazione di Stati e Imperi”: coltivata dagli antichi e

dall’età moderna;

- “Massime di Stato”: sono quelle a cui si riferiva Giovanni Botero. La massima di stato è qualcosa

che consente di agire in una situazione di pericolo, muovere guerra quando è inevitabile. Esse

sono criteri di azione divisi dai governanti.

- “Colpi di Stato”: è qui la novità di Naudé. Essi sono una particolare tipologia di massime di stato.

Il colpo di stato è un’azione ardita che il principe è costretto a metter in pratica contro il diritto

comune per il conseguimento del bene comune. Essi hanno, oltretutto, la segretezza al suo

punto estremo.

Ma cosa significa colpo di stato? Il significato originario corrisponde alla “azione straordinaria pro

bono publico di uno stato contro la parte che vuole sovvertirlo (genitivo soggettivo: colpo di stato =

colpo inferto dallo Stato a chi lo minaccia)”.

05/12/16

La Spagna è l’unico paese a non essere intaccato dalle fratture religiose.

Tra il 1500 ed il 1600 in molti si interessano alla nascita degli stati, a come essi reagiscono alla

scoperta del nuovo mondo, e la guerra tra stati (la guerra giusta). Le nuove comunità politiche sono

indipendenti rispetto all’Impero, e si relazionano tra loro sta nascendo il diritto internazionale.

Francesco De Vitoria (1483-1546)

Egli scrive nella metà del ‘500 ed appartiene al filone della neoscolastica. È un domenicano che

insegna a Salamanca Teologia e si pone il problema di interpretare il mondo nuovo con le categorie

della scolastica.

Si interessa anche al rapporto reciproco degli stati europei e successivamente tra il nuovo mondo.

Lui tiene delle lezioni, dette anche relectiones, le odierne lezioni magistrali, tenute a fine semestre e

rivolte ai docenti, che avevano il compito di fissare il punto sull’orientamento dei dottori della

chiesa.

Si trattava di un momento sommo della riflessione ecclesiastica e didattica e che affrontavano

questioni del presente.

Tra queste ve n’è una che riguarda il diritto internazionale nascenteDe Jure Belli, cioè la

regolamentazione del diritto della guerra, ma la regolamentazione segue il concetto di guerra giusta.

Quando e come la guerra è giusta?

Ci sono quattro questioni che seguono l’andamento scolastico: la questione raccontava e

domandava rispetto al presente, la proposizione era la risposta ed il dubbio invece rappresentava ciò

a cui non si risponde totalmente, ma cercava di scogliere i nodi dell’argomento (sono le motivazioni

della ragion di stato tradotte in ambito teologo).

Le questioni:

In generale, è lecito per i cristiani fare la guerra? (San Tommaso), la risposta si articola sul

1. diritto naturale. Si è lecito per i cristiani, ma la legittimità deve essere giustificata dal

contesto e dalle autorità;

Chi ha l’autorità di muovere una guerra? La guerra è un legittimo strumento di

2. conservazione, non può essere però applicata da tutti. I soggetti che muovono guerra devono

essere legittimati (non tutti i privati).

Chiunque può muovere guerra a scopo difensivo, anche un privato, ma sole le autorità

politiche hanno l’autorità di dichiarare guerra. Il diritto della guerra è la condizione in

assenza di una regolamentazione, il diritto naturale cerca di giustificare l’autodifesa. Solo le

comunità politiche possono muovere guerra anche in assenza di autodifesa. Nemmeno i

principi che non sono a capo di una comunità politica possono muovere guerra.

La c.p. è una delle prime forme di stato sovrano, all’interno di essa il principe non ha questo

diritto sommo;

Quali sono le ragioni della guerra giusta (di religione)? La differenza di religione non è una

3. causa giusta, De Victoria ha in mente il problema di rapporto con il nuovo mondo (indios),

cioè i popoli nativi che non devono essere aggrediti perché hanno un’altra religione, ma

possono essere convertiti. Non è giusta causa l’ingrandimento del territorio, non è giusta

causa nemmeno la gloria del principe. Sono precetti della ragion di stato che vengono

adattati in ambito religiosi.

È giusta causa aver ricevuto un’offesa, la funzione riparatrice della guerra rispetto ai danni

subiti. Non tutte le offese sono cause giuste di guerra, si tratta di quelle che mettono a

repentaglio la vita della comunità politica (f riparativa);

Cosa è lecito fare nella guerra giusto? Tutto ciò che permette di punire il torto e

4. salvaguardare la pace, il fine ultimo della guerra è proprio la pace e la sicurezza. La risposta

alla guerra deve essere proporzionata (rispetto all’offesa)

L’autore si occupa anche dei dubbi che emergono a seguito delle sue argomentazioni.

• È sufficiente che il principe creda di aver giusta causa, cioè aver ricevuto un torto, per

muovere guerra?

• I sudditi sono tenuti ad esaminare la giusta causa? Indipendentemente dalla posizione del

sovrano. I sudditi possono avere facoltà di giudizio diverso, a seconda del rango a cui

appartengono, però hanno il diritto di non seguire il sovrano.

• Se la causa è dubbia? I sudditi sono tenuti a seguire il principe se non vi è un grande dubbio.

• I sovrani possono essere vittime di ingiustizia e muovere guerra e pretendere di avere

entrambe ragione o torto)? A parte i casi di ignoranza o buona fede, non può accadere che

entrambe le parti abbiano torto, una delle due deve avere ragione affinché ci sia il

fondamento di guerra giusta. Uno dei due avrà il diritto a recuperare un territorio sottratto,

illecito comunque perché comporta uno scandalo (reciproca offesa).

Se entrambe le aprti credendo di essere nel giusto si muovono guerra esse causano grandi

mali, di conseguenza la guerra non è giusta e le parti non possono avere entrambe ragione ed

agire per giustizia.

La politica di occupazione del nuovo mondo a che fare con i rapporti con le popolazioni extra

europee il diritto di occupazione non è conferito né dal potere temporale né da quello spirituale.

Nessun sovrano al mondo è tale per diritto naturale o diritto divino, la sovranità nel mondo non è

giustificabile in questo senso.

La conquista nasce dall’idea che l’espandersi dei commerci può essere limitato della resistenza di

quei nativi, che producono un danno e che deve essere riparato forma di legittimazione alla

conquista del nuovo mondo.

La guerra giusta può dipendere anche dall’ingerenza umana, la volontà di contrastare la tirannia a

cui sono soggetti gli amerindi.

A questo proposito De Victoria prepara altre lezioni magistrali, seguendo l’ottica della scolastica.

Francisco Suàrez (1548-1617)

Vive nell’epoca degli stati, è un gesuita e teologo spagnolo, insegna in università e scrive nel

periodo della Spagna di Carlo V- Flippo II, che all’egemonia economica affianca le aspirazioni

egemoniche imperiali Suarez si rende conto fin da subito che le aspirazioni imperiali stanno

cadendo e che i rapporti internazionali sono governati dagli stati, da lui definite come le comunità

perfette.

L’impero temporale non è più praticabile.

Nel frattempo in Inghilterra il re Giacomo I attua la controriforma, difendendo la fede cattolica e

l’autorità del Papa ed a suo pro si affianca anche Suàrez, ribadendo la potestas indiretta del Papa.

Egli non può intromettersi direttamente negli affari dei regni, ma deve conservare la propria

potestas.

La sua opera più importante è il Trattato delle leggi e di Dio legislatoreè riproposto il tema del

diritto tra le genti. Si distingue tra diritto e legge, lo jus è il diritto naturale e deriva dall’intelletto

umano e la necessità delle cose, il nostro intelletto spinge all’autoconservazione, condizione

necessaria per il diritto umana. In assenza di leggi noi interagiamo nel diritto naturale, perciò questa

situazione deve essere mediata dalle leggi costitutive. Esse traggono ispirazione dal Dio legislatore

(lex è la legge positiva).

Può la potestà umana cambiare il diritto naturale? Si ciò può avvenire, con una legge condivisa

dagli uomini. Un esempio è la proprietà privata, che non esiste in natura ma che se regolata aiuta la

vita umana

“L’immutabilità nasce dalla necessità”: ciò che è immutabile è necessario. Il diritto naturale è una

condizione necessaria mentre la legge naturale è quella degli uomini e della loro volontà, essa è

l’espressione di due matrici:

risponde al dio legislatore, per la cristianità e si corregge attraverso le leggi divine,

- si può affermare anche secondo gli accordi tra uomini.

-

La nascita della comunità internazionale, fino a quel momento c’erano una molteplicità di soggetti

che cercano di afferrarsi. La comunità internazionale diventa una sorta di jus inter gens, un diritto

condiviso tra i popoli, ma solo se si riconosce l’autorità politica.

È necessario distinguere tra comunità politiche perfette ed imperfette:

imperfette (e personali) sono quelle reali che appartengono ad una più ampia comunità reale

- o spirituale,

perfette sono quelle indipendenti che si confrontano e condividono le leggi internazionali,

- cioè le consuetudini che si formano in accordo tra le comunità perfette.

06/12/16

Ugo Grozio (1483-1645)

Autore olandese, è un teorico del fondamento giuridico delle relazioni internazionali. Egli scrive in

un contesto diverso rispetto agli spagnoli, è cosciente del fatto che non esiste in Europa una norma

riconducibile al diritto divino.

Egli riconosce che la potestas indiretta del papa non c’è perché il mondo è frammentato in diverse

religioni.

Mare Liberum (1609) è uno scritto giovanile, è il frammento di un’opera più ampia, dedicata alla

conquista dei mari. Scaturisce da un antefatto storico, cioè un’azione di pirateria, per cui una

compagnia olandese delle indie orientali cattura un’imbarcazione portoghese con un carico molto

ricco (la Santa Caterina), che diede vita ad una controversia, poiché sia Spagna che Portogallo

volevano recuperare le proprietà perse. All’epoca la pirateria dipendeva dalla gestione delle vie

marittime ed all’espansione del controllo. Grozio è coinvolto in questo arbitrato internazionale, da

parte olandese, e scrive una riflessione in merito a ciò. Egli si appella ai principi ed ai popoli liberi,

poi definisce la propria riflessione:

Capitolo I:

Secondo il diritto delle genti, la navigazione deve essere libera per tutti ed ovunque, non vi deve

essere un dominio dei mari. Anche nel caso di espansione e conquista, la conoscenza di nuove rotte

marine deve essere messa a disposizione di tutti.

Capitolo II:

A seguire, i portoghesi non hanno diritto sul mare delle Indie, perché il mare aperto appartiene a

tutti ed a nessuno.

CapitoloV:

Né l’oceano né il diritto di navigare appartengono all’occupazione. L’intelligenza dello sfruttamento

delle rotte marittime, nessuno può fare propria una rotta ed impedirla agli altri (dominio a titolo di

occupazione). La natura non ha padroni.

La proprietà appartiene a qualcuno con l’esclusione di altri, il territorio ha domini privati o pubblici,

ma ciò che è comune ha a che fare con una pluralità di individui.

De Jure belli ac pacis (1625)

Il testo presenta l’evoluzione del pensiero di Grozio, riproponendo il diritto naturale. In Mare

Liberum il diritto naturale è quasi in una situazione di anarchia.

In questo nuovo testo, il diritto è inteso come all’autoconservazione, deve essere regolato ed

evolversi verso un fondamento regolativo della situazione di anarchia internazionale sul mare.

L’autore si serve di una visione antropologica che di una concezione dei rapporti fra stati. Il

fondamento del diritto naturale è quello all’autoconservazione e l’autodifesa Hobbes la chiama il

diritto a tutto da parte di tutti.

L’uomo però ha un appetito verso la società che lo porta a superare la condizione di guerra contro

tutto ed è su questa visione che egli elabora il diritto delle genti (internazionale).

Si fonda su una rete di contenimento del diritto naturale contenere le asperità che il diritto naturale

comporta. Il diritto delle genti porta alla cristallizzazione dei rapporti tra stati in senso giuridico,

migliora i rapporti degli uomini al di fuori degli stati.

Nell’intro c’è la confutazione dell’argomento di Carneadeargomento che ritorna nel SPP e riguarda

la giustizia. Carneade è un greco, che tiene un discorso a Roma, pone su un argomento due tesi

opposte (cinici e sofisti). Egli afferma due tesi sulla giustizia, essa è il supremo bene dell’uomo, ma

essa è anche stoltezza ed ingenuità (il discorso dello stolto).

Questo concetto è ripreso da Cicerone, passa ai cristiani e ritorno con Grozio, Hobbes ecc.

La metafora di Carneade riguarda due naufraghi che hanno a disposizione una zattera che non può

sostenere entrambi, chi non riesce ad appropriarsene muore, se uno cerca di aiutare l’altro è uno

stolto perché moriranno entrambi.

Grozio cerca di confutare questo argomento, sostenendo che il diritto naturale non si basa su chi è

più forte. Egli sostiene che non è stolto chi pur di rispettare il diritto civile rinuncia a parte del

proprio benessere o utile, infatti Grozio sostiene che violare il diritto civile per un premio

momentaneo ha conseguenze negative successive. L’utile non è l’unico faro della vita umana, se

così fosse si entrerebbe in una spirale che non consentirebbe una vita tranquilla successivamente.

Il diritto civile spinge gli uomini a socializzare per migliorare la propria condizione, il calcolo

impedisce la tranquillità ad avvenire.

Il diritto delle genti nasce in modo lento.

I sopravvissuti di Géricault si trovano in uno stato di natura, simile a quello descritto da Carneade

tra i personaggi vi è la rappresentazione del conte Ugolino, a riferimento delle esperienze di

cannibalismo che si sono verificate nel naufragio.

Il personaggio sopra il faro (in alto) cerca la possibilità di uscita, cerca il principio di speranza.

I personaggi tra i due estremi, alcuni abbandonano le speranze, altri sopravvivono con atteggiamenti

di rinuncia, chi vive a discapito degli altri ecc. I personaggi seguono uno o l’altro comportamento,

imporsi con la forza o cercare la via d’uscita.

La risposta a Carneade è che se chi aiuta l’altro a sopravvivere muore, con lui scompare anche il

principio di giustizia.

Chi pur di sopravvivere cerca di far prevalere il proprio utile vuol dire rinunciare alle possibilità di

tranquillità ad avvenire.

La soluzione per Grozio è l’idea di costruire il superamento dello stato di natura la speranza negli

uomini.

Secondo Semestre

20/02

Il pensiero politico inglese nella seconda metà del seicento

Durante il periodo elisabettiano, l'Inghilterra, pur riuscendo a contrastare la minaccia spagnola,

deve fronteggiare un'altra problematica interna, ovvero il mantenimento dell'equilibrio tra

confessioni religiose. Elisabetta I riuscirà a mantenere questo equilibrio, ma, quando sale al

trono Giacomo I ( passaggio da dinastia Tudor a Stuart) emerge uno scontro tra le confessioni

(calviniste, protestanti, cattoliche e anglicane). Questo scontro si riflette inevitabilmente anche

sul piano politico.

In Scozia nasce il calvinismo scozzese che rompe con la tradizione della Chiesa di Roma.

Buchanan, calvinista e mentore di Giacomo VI Stuart, re di Scozia, scrive "De Jure Regni",

nel 1579, in cui propone l'idea dei monarcomachi e del "mutual compact", che sottolinea la

natura pattizia della sovranità.

Giacomo è influenzato da queste idee e, quando diventa re d'Inghilterra, scrive il "Basilikon

doron", ovvero "il dono del re", testo che scrive al suo erede Enrico, in cui presenta istruzioni per il

futuro sovrano e doveri del re verso i sudditi. Infatti Giacomo teorizza la "vera legge delle libere

monarchie", secondo la quale tra un re e sudditi ci debbano essere reciproci e mutui obblighi.

Affermare che la monarchia è libera, non significa che essa regni in modo arbitrale, bensì che sia

libera dall'ostacolo delle fazioni interne che danneggiano la pace e dalle fazioni esterne. Questa

libertà può essere garantita unicamente dal diritto divino, che rende il sovrano una sorta di padre

di famiglia; ciò implica che egli non si debba trasformare in tiranno.

Inoltre Giacomo, scrive una replica intitolata "tripoli nodo, triplex cuneus" a due lettere pastorali di

Paolo V e ad una lettera di Bellarmino ai cattolici inglesi (in cui proibiva ai cattolici di giurare alla

corona inglese). In questo testo afferma che esistono dei cunei che producono fratture all'interno

del regno, l'anglicanesimo è l'unica garanzia di unità.

Nel 1625, muore Giacomo I e si verifica una guerra civile (tra fazioni politiche che incarnano

teorie differenti: parlamento e monarchia) che porterà alla dittatura di Cromwell (1653-1659), che

possiamo definire una parentesi "repubblicana".

In questo background storico caratterizzato da un confronto politico, religioso e sociale,

emergono teorie significative, come quella di Hobbes.

Thomas Hobbes (1588-1679)

L'opera principale di Hobbes è il Leviatano (1651), che colpisce, prima ancora del contenuto, per il

frontespizio, che presenta un'immagine che rappresenta simbolicamente lo Stato come un grande

corpo le cui membra sono i singoli cittadini. Ci sono poi, una sequenza di immagini sottostanti,

antitetiche (potere politico e ecclesiastico; cannone e folgore della scomunica; armi militari e armi

spirituali, parlamento e concilio), che simboleggiano il progetto di Giacomo I, ovvero l'equilibrio

tra potere temporale e spirituale.

L'opera è suddivisa in quattro parti:

1) Prima parte: uomo (non si può formulare una dottrina politica se non si conosce la natura umana,

pertanto si dedica allo studio della natura umana)

2) Seconda parte: stato (il tipo di governo gestito dalla comunità politica)

3) Terza parte: stato cristiano (Stato che ricompone al suo interno le diverse correnti divise della

cristianità)

4) Quarta parte: regno delle tenebre (guerra civile, distruzione dell'unità politica)

21/02

Prima parte

Analizzando la natura umana, distingue due aspetti complementari e apparentemente opposti: la

natura umana (passione, paura, orgoglio) e la ragione umana (intelletto e prudenza).

Hobbes non è un razionalista, infatti cerca di capire perché le passioni prevalgano sulla

ragione.

Per comprenderlo, bisogna analizzare l'uomo nella condizione "pre-politica", quella che viene

definito "stato di natura", dove l'uomo vive in assenza di vincoli politici. Una dimensione molto

importante che contraddistingue il pensiero di Hobbes è il suo scetticismo verso le parole, che

reputa un mezzo di persuasione e fallaci, infatti non tutti attribuiscono i medesimi significati ad uno

stesso termine.

L'uomo può uscire dallo stato di natura, unendosi politicamente ad altri suoi simili, questo però può

accadere solo se si sottopone alle leggi di natura  le fondamentali sono due:

1) precetto che afferma che ciascuno debba cercare la pace

2) rinuncia al diritto su tutto

Dunque, il primo passo per unirsi politicamente è prendere atto di queste leggi. Successivamente si

sancisce un patto, che consiste nel:

- privarsi della libertà, auto-limitarsi;

- trasferire il diritto a tutto (es. farsi giustizia da soli);

Ci sono poi Tre modalità di accordo, che dipendono da cosa si rinuncia:

1) Contratti (ad esempio commerciali, scambio di beni);

2) Patto o "covenant" mantenimento della promessa, si basa sulla fiducia (violation of faith, che

significa anche fede);

3) Patto politico, detto "di mutua fiducia" (covenant of mutual trust), implica fiducia reciproca ma

anche il fatto che gli uomini tramite le passioni si fidino reciprocamente, in particolare la

passione della paura, ovvero si fidano quando temono per la propria sopravvivenza. È questo

ultimo tipo di patto che genera lo stato, generare uno stato significa generare "persone, autori e

cose impersonate" --> distingue infatti tra autore e attore, gli autori sono coloro che detengono

l'autorità, dunque i contraenti, coloro che si accodano tra patti di mutua fiducia. L'attore invece

agisce in nome degli autori. Hobbes definisce in modo alternativo l'attore come "persona",

termine che in greco vuol dire volto, in latino travestimento, sembianza e maschera.

Seconda parte

È dedicata interamente allo stato (detto anche Commonwealth). Affronta il tema dell'arte

(skill/ scientia) di costruire e preservare gli Stati.

Distingue poi tra diverse specie di stato:

- monarchia;

- aristocrazia;

- democrazia.

NB: Per Hobbes non esistono forme degenerate di stato: tirannia e oligarchia non sono che nomi

per designare in modo fazioso uno stato monarchico o aristocratico.

Questo è significativo perché ci fa capire quanto per Hobbes non sia importante il tipo di

stato, quanto la sua esistenza in principio.

Inoltre, questa concezione non va confusa con quella di stato totalitario, infatti l'autore

rimane proprietario dei propri beni, ma solo a patto che ci sia un potere sovrano.

Hobbes riconosce poi realtà intermedie tra individui e stato, ovvero sistemi politici/privati, gruppi e

associazioni, che distingue in:

- regolari;

- irregolari, non hanno regole, “anomici";

- dipendenti, subordinati, la cui dipendenza dipende da altri sistemi;

- indipendenti, sovrani.

Nella sua analisi, le associazioni indipendenti sono le uniche compatibili con lo stato, mentre

quelle che facevano a capo ad altre autorità erano illegali, commerciali o religiose che fossero,

perché potevano diventare un elemento di rottura per lo stato.

22/02

Per Hobbes le organizzazioni illegali (private), cioè quelle che non fanno capo allo stato territoriale

ma ad altre autorità, ad esempio quelle che rispondono alla chiesa di Roma o alla compagna delle

Indie, e non possono esistere assieme allo Stato leviatano perché sono fonti di frammentazione e

crisi. Non sono compatibili con le autorità dello stato.

Esempi di sistemi subordinati:

• Sistemi politici riconosciuti dallo stato (es. città, università ecc.)

• Sistemi privati non istituiti dall’autorità sovrana (es. famiglia, organizzazioni in capo a stati

stranieri).

Vi è una corrente di pensiero inglese che si sviluppa con la rivoluzione inglese, seguace del filone

puritano, e che sovverte l’ordine monarchico per istaurare il protettorato di Cromwell. La parentesi

repubblicana dura pochi anni ma spinge molti autori a riflettere sul ruolo dell’autorità e della

tirannia.

In Inghilterra si sviluppa una nuova corrente di pensiero, il Repubblicanesimo.

NB: da non confondere con la Repubblica di Cromwell, quest’ultima, stando alla corrente di

pensiero Repubblicano, è la rappresentazione della tirannia.

Il Repubblicanesimo, ed i suoi teorici, richiamano l’idea repubblicana tipica di Machiavelli, sono

preoccupati dalla tirannia. Per Hobbes tirannia indica una forma di governo che non piace e

contraria alla monarchia, mentre per i repubblicani è un governo negativo.

La repubblica è il modo di vivere politico che contempla le tante parti presenti, la moltitudo,

seguendo il modello ideale dalla res pubblica romana, dove tutti contribuiscono al soddisfacimento

della cosa pubblica (compartecipazione).

Repubblica come costituzione ordinata vs Repubblica come forma di governo che vede la

compartecipazione tra le parti.

Esponente di spicco: Milton

John Milton (1608-1674)

È un poeta ed un teorico politico. Fa delle battaglie contro la tirannia, cercando di definire quando

un governo travalica la libertà dei sudditi.

Scrive alcuni testi che sono l’espressione della letteratura repubblicana, ad esempio la libertà di

stampa, cioè di parola e di opinione tolleranza, Areopagitica, un discorso per la libertà di opinione

e la possibilità di dissentire.

Scrive anche sulla tirannia, con lo scopo di definire quali sono i diritti del re e dei magistrati (chi

occupa ruoli pubblici, uffici). Milton insiste sull’importanza di esercitare il ruolo dell’ufficio come

un ruolo di servizio, non di occupazione.

In questo senso scrive The tenure of kings and magistrates: in inglese tenure indica il possesso, ma

per lui gli uffici del re e dei funzionari non sono di possesso, ma sono semplicemente occupati dalla

persona. Lui cerca di fare una distinzione tra occupazione e possesso.

“la tirannia deve esistere, è un male necessario ma non per questo il tiranno merita scuse”

soluzione per governare fazioni molto litigiose, un male necessario ma non è scusabile (the paradise

lost).

James Harrington (1611-1677)

Milton fa degli interventi nel dibattito politico del tempo, mentre Harrington si dedica allo studio

politico in modo più sistematico, avvalendosi di un genere letterario ben specifico, l’Utopia. Lo

scopo è quello di immaginare un luogo inesistente ma la cui architettura esprime i vizi della realtà.

NB: MESSO A CONFRONTO CON HOBBES, cerca di confutarne la teoria

The commonwealth of oceana la Repubblica di Oceana, repubblica intesa come forma politica

(costituzione di una comunità politica). In quest’opera l’autore fa due riferimenti

uno di sostegno, elogio a Machiavelli, considerato il saggio ed il discepolo degli antichi;

1. l’altro polemico, la critica costante ad Hobbes, per via del metodo geometrico, geometria

2. delle cose in modo deduttivo, non guarda la storia. Questo metodo, per Harrigton, è fallace.

Per Harrington è necessario guardare agli insegnamenti degli antichi per capire i problemi moderni

ed i vizi dell’età moderna.

NB: Machiavelli condannato fin dalla stesura del Principe, l’autore dell’empio e dell’immorale,

condannato dalla Chiesa.

I suoi critici sono di matrice religiosa, in molti prendono atto della Ragion di Stato di Machiavelli

per farne una visione cattolica ed in aperto contrasto con la sua versione originaria.

Il fatto che Harrington riprenda Machiavelli e lo elogia è importante per la continuità di pensiero

nella storia del pensiero politico.

Harrington afferma che i governi hanno perso l’antica prudenza, cioè la capacità di mettere le leggi

al di sopra degli uomini. Il legislatore trova le leggi, le esprime, non le crea in senso positivo. La

moderna prudenza, cioè la pretesa dei moderni è quella di stabilire le leggi in senso positivo è

errata, perché si allontana dalla giustizia.

L’età moderna è l’epoca delle leggi fatte dagli uomini, fanno le leggi ex novo, non accettano quelle

proprie della giustizia.

Egli, inoltre, fa riferimento alle leggi fondamentali il centro è la base di ogni governo è l’insieme

delle sue leggi fondamentali, “se vogliamo ben governare dobbiamo scoprire quali sono le leggi

fondamentali di una repubblica”. Le leggi fondamentali derivano dagli elementi fondanti di ogni

vivere politico, e l’oggetto di queste leggi sono la tutela del dominio e l’impero.

Il dominio è ciò che l’uomo può chiamare cosa propria, la proprietà (godere di ciò che si

- possiede);

L’impero è il modo in cui ogni uomo può godere dei suoi beni, cioè la protezione.

-

La distribuzione della proprietà viene vista come il punto principale della Repubblica, anche

Hobbes sosteneva che non vi era proprietà senza che ve ne fosse garantita una protezione.

Come fare a regolamentare questi due aspetti? A questo scopo intervengono le due leggi

fondamentali:

Legge agraria, che regolamenta la distribuzione terriera, elemento fondamentale della

- ricchezza, la distribuzione della proprietà (anche se ci sono altre fonti di ricchezza, però

questa è la prevalente);

Legge elettorale, in merito alla distribuzione ed alla rotazione delle cariche.

-

Due leggi sono correlate e da esse dipende la tenuta del sistema politico il potere politico segue

l’equilibro della proprietà.

Qui viene rovesciata la visione di Hobbes, che affermava che il potere politico fosse la condizione

per garantire la proprietà, mentre Harrington capovolge questo principio, sostenendo che è il potere

politico a seguire la proprietà, non viceversa.

Hobbes sostiene che una volta che viene affidato ad un potere politico la protezione della proprietà,

esso può appropriarsene. Secondo Harrington, nel momento in cui non si riconosce che la funzione

dell’impero può essere travalicata si arriva alla tirannia.

Da ciò egli trae il concetto di sovrastruttura intuisce l’importanza della distribuzione proprietaria

sul potere politico. Le leggi elettorali sono le sovrastrutture della politica.

Tre forme di governo, che degenerano e si corrompono perché hanno un cattivo rapporto con la

legge della proprietà, la proprietà deve essere predisposta in accordo con la forma governo che

regge un paese:

Monarchia: accentrare la proprietà;

- Aristocrazia (monarchia mista): proprietà distribuita tra i grandi;

- Repubblica: distribuzione proprietà equa,

-

dopo la rivoluzione di Cromwell, il pensiero politico inglese entra nell’età della Restaurazione

(Carlo II), fino alla Gloriosa Rivoluzione (1688) l’Inghilterra consolida la sua potenza politica,

economica e militare.

27/02

1660: Restaurazione Carlo II

Dopo la Rivoluzione di Cromwell si cerca di fare opere di riappacificazione tra le parti, anche se gli

strascichi dei dissidi rimangono.

1673 Il Parlamento approva il Test Act, documento che impone diverse restrizioni alle cariche

pubbliche per i cattolici e per coloro che non si conformano ai precetti della Chiesa anglicana, si

giura fedeltà alle istituzioni della Corona e le altre fedi si devono sottomettere a quella anglicana.

Tentativo di ristabilire il primato della chiesa anglicana e delle istituzioni della corona, alla quale

bisogna giurare fedeltà.

1685 Giacomo II, ultimo sovrano cattolico, cerca di abolire il Test Act, in cambio del

riconoscimento del primato della Chiesa anglicana. Ciò questo genera proteste sia politiche che

religiose e nel 1688-89 Giacomo II viene deposto e si ha la Glorious Revolution (in questo periodo

si colloca il pensiero di Hobbes ed altri, tra cui George Savile).

I regni britannici cercano e riescono a riappacificarsi, dando vita alla grandezza politica e militare

della GB.

George Savile, primo marchese di Halifax (1633-1695).

NB: diffidenza politica, scetticismo vs intelligenza delle persone

Interazioni politiche più che teoriche.

È figlio di un fedele del Re ed è un politico che si confronta con i partiti in parlamento. I suoi scritti

sono phamplet politici, spesso pubblicati in poche copie e che non hanno un impianto sistematico

nelle opere ma i contenuti sono molto importanti.

The Character of Trimmer il Carattere di un Opportunista. Lui è accusato dai suoi rivali di

spregiudicatezza, cioè di cambiare bandiera stando a come gira il vento. Lui si muove all’interno

del Parlamento, un luogo molto importante perché qui che hanno vita i maggiori moti rivoluzionari

che scuotono il paese. In un contesto molto particolare egli è opportunista, non si colloca né per un

verso né per l’altro e sfrutta le posizioni di ambo le parti (tories e whigs).

NB: i partiti ancora non esistevano, si tratta di fazioni in lotta tra loro e non c’è il vincolo di

mandato.

Lui spiega questa strategia come la più intelligentela capacità di vedere i particolari per prendere

posizioni generali. Egli usa la metafora della barca (il governo) dove l’opportunista è colui che

riesce a bilanciare le posizioni, perché se alcuni poggiano il loro peso su un lato e altri sull’altro

non vi è un timone, allora vi deve essere un terzo modo di pensare che ha lo scopo di bilanciare la

posizioni e guidarli ad un risultato comune.

Le rivoluzioni sono una barca che si sbilancia a seguito degli scontri tra le fazioni.

Halifax analizza anche la situazione Inglese, dividendo l’opera in 4 parti e spiegando quali sono le

questioni politiche che la GB deve affrontare:

The laws and Government, la difesa della costituzione inglese, capirne il pregio;

I. The Protestant religion, il puritanesimo è l’origine delle pulsioni rivoluzionarie, capire

II. come affrontare la religione protestante;

The Papists, i cattolici che rivendicano una fedeltà sovranazionale (chiesa di Roma);

III. Foreign Affairs, la politica estera, cioè il ruolo della GB nello scacchiere internazionale

IV. (ed europeo).

La costituzione inglese: elogio dell’antica costituzione inglese, che si è consolidata nel tempo,

quindi prima di rivoluzionare tale assetto è importante valorizzare i punti principali, le componenti

prime. Il regno è il prodotto di una lunga evoluzione e di una sedimentazione dei poteri. Gli stati del

regno sono molto importanti, devono trovare una saggia via di mezzo nell’equilibrio. Per stati si

intende: il re, lords, comuni, cioè le componenti che danno vita ad una monarchia temperata.

Halifax fa una riflessione anche sulla parentesi di Cromwell, proponendo una riflessione tra

monarchia e repubblica e nel confronto sostiene che quest’ultima rappresenta il vivere libero, quindi

è la miglior forma di governo. Ogni componente è tanto fautore quanto artefice delle leggi e

dell’equilibrio, ma questa forma di governo è molto difficile da preservare, non è adatta alla massa

dell’umanità.

Teatralità della politica repubblica ideale per la partecipazione di tutte le parti.

Monarchia, però rimane la forma di governo migliore e più praticabile in relazione alle masse

dell’umanità. La monarchia deve essere mista e temperata, se il Re si distacca dalle altre

componenti, rischia di essere sopraffatto dalle lotte tra le componenti/ le parti.

La monarchia temperata è preferita dal popolo perché garante di una duratura vita esteriore visione

pessimistica della natura umana, gli uomini devono essere accontentati (poppanti che cercano latte).

Il secondo ed il terzo punto riguardano l’unità religiosa Halifax sostiene l’importanza della Chiesa

Anglicana. Per lui la nazione non può tollerare le differenze religiose, per la GB l’unità religiosa è

molto importante e deve essere preservata a tutti i costi. La stessa restaurazione deve essere guidata

all’insegna del primato della chiesa anglicana.

Il Test Act va preservato e salvaguardato perché non è un giuramento di fedeltà astratto, ma ha delle

basi che vanno a regolare il comportamento e preserva il regno dalla divisione garantendo l’unità

religiosa. Chi non rispetta il comportamento previsto dal Test Act va deposto, non merita di

ricoprire quel ruolo da funzionari. Quindi sia papisti che protestanti devono accettare il primato

della corona e della chiesa anglicana.

L’ultimo punto riguarda il ruolo dell’Inghilterra in politica estera. L’Inghilterra deve guarire le

proprie ferite interne e rafforzare la propria posizione rispetto l’esterno, potenziando il suo ruolo

con il sussidio della forza marittima.

C’è anche un breve scritto sul carattere di Carlo II lo elogia e lo critica. NB: Carattere non è un

ritratto puntiglioso e puntale, ma delinea l’essenziale di una persona, gli elementi essenziali di

questa figura, le questioni più interessanti di un’epoca e di un sovrano.

In alcuni parti si intuisce che lui è legato al pensiero politico degli scettici, e sul ruolo di governo

Nei suoi scritti ricorre un’espressione, cioè l’Anatomia di un equivalente (1688) l’equivalente è

una pratica seguita da molti sovrani in quel tempo. Era una pratica di politica estera ed interna che

presupponeva uno scambio, un indennizzo o un risarcimento. Un equivalente è quello che la GB

paga alla Scozia quando questa entra nell’unione.

Halifax fa riferimento, come equivalente, a ciò che accade durante la Gloriosa Rivoluzione e spiega

che Giacomo II cerca di abolire il Test Act come equivalente per il riconoscimento del primato

anglicano. Giacomo II cerca di salvaguardare il primato dei papisti vs Roma ma nel contempo

riconoscere il primato della chiesa anglicana.

Halifax sostiene che è un errore politico perché il vantaggio di una nazione non può essere

negoziato come uno scambio puntuale di vantaggi e perdite, se si cerca di fare un’azione simile, con

pratiche di riconoscimento, non si capisce che la posta in gioco è la fedeltà di una nazione.

Non si può gestire il destino della collettività sulla base di uno scambio.

Inoltre, alla base di un equivalente, è necessario che i periti e gli estimatori nei negoziati devono

essere imparziali e valutare oggettivamente. Vi deve essere anche la capacità di dissentire.

Es. la pratica degli equivalenti di Luigi XIV, che promette di non invadere le Fiandre per ottenere

vantaggi economici il negoziato è proposto dalla parte più forte.

La diffidenza verso l’idea che la politica sia un contratto commerciale. La politica non è un

negoziato (contratto-scambio Miglio) o un contratto economico.

I Fondamentalise vogliamo ribadire l’importanza di ciò che diciamo all’interlocutore,

l’argomento. I Fondamentali secondo Halifax è una tecnica per nascondere all’interlocutore un

vantaggio proprio o la ricerca di questo vantaggio.

Riflessione sul linguaggio politico, cioè il discorso politico è determinato anche dall’uso di alcune

parole, quindi attenzione all’enfasi usata nel discorso politico, perché è un modo per legare i propri

avversari alla propria visione.

La Nazione per Halifax è il prodotto dell’esperienza, è un’appartenenza, non dipende dalla volontà

ma si forma nel tempo. Da non confondere con il nazionalismo.

Ci vuole tempo per l’individuazione dell’interesse da parte degli individui, l’appartenenza alla

nazione è il prodotto dell’equilibrio e dell’opportunismo.

28/02

John Locke (1632-1704)

Nuovo orizzonte della politica inglese, che coincide con la Gloriosa Rivoluzione e formula una

teoria politica.

Partecipa in modo attivo alla vita politica ed in prossimità della pacificazione è sospettato di essere

parte delle congiure contro Guglielmo II, che cerca di forzare le sue prerogative per consentire ai

cattolici di professare la loro religione ma sfalsa gli equilibri che sono base della pacificazione.

Locke è sospettato di prendere parte alle congiure e viene mandato in esilio in Olanda. Quando

torna, con Guglielmo d’Orange e la consorte, riprende a partecipare alla vita politica inglese,

diventando i protagonisti della pacificazione.

Locke è un importantissimo filosofo inglese del 1660 ed a lui sono associati due trattati sul

governo, con finalità diverse ma complementari:

Primo Trattato: propedeutico alla teoria del secondo trattato, confuta la teoria di Robert

- Filmer, il Patriarca, O il potere naturale del requesta teoria è anacronistica, in forma del

diritto divino come fondamento della monarchia, viene riproposta una versione assolutistica

della monarchia, dove il re è visto come il padre di famiglia. Filmer afferma che gli uomini

sono disuguali per condizione naturale ed il Re non può avere i propri poteri in nome di un

patto. Il Patriarca è un’apologia del Re come padre di famiglia, infatti come i figli sono

soggetti ai genitori i sudditi sono soggetti al re. Il potere reale non viene dal consenso, ma da

un mandato divino, un’originale condizione di appartenenza. Per Locke questa versione

assolutista è errata, basata su presupposti infondati.

Cosa Accadrebbe se l’autorità venisse a mancare? Lo stato di natura di Hobbes, cioè

condizione ipotetica per capire come si vivrebbe se essa non si fosse. Questo problema, per

Filmer, non si pone perché il potere regio è una condizione originaria.

Hobbes e Locke invece cercano di capire perché nascono le società politiche Hobbes

uomini vs uomini, guerra tale per natura, mentre per Locke questa visione è imperfetta. La

società politica nasce come risposta allo stato di natura, che è imperfetto perché non ha

alcune caratteristiche necessarie (legge cerca, imparzialità arbitrio ecc.). Lo stato di natura

per Locke è composto da inconvenienti, per esempio la proprietà privata che esiste per

natura ma che è difficile da tutelare, quindi la società civile nasce con lo scopo di

perfezionare questi erroriil potere politico può migliorare;

Secondo Trattato: Fonte principale è Richard Hoocker, un teologo inglese, che scrivi alla

- fine del 1500 “La Costituzione del governo ecclesiastico (The law of ecclesiastical

polity)”1594. Egli è pro al processo di riappacificazione di Giacomo I, ma sostiene che tale

riappacificazione deve essere costituita con il consenso reciproco (tra le parti, anche Chiesa

anglicana). Le società politiche si formano per sopperire alle imperfezioni naturali, le

pulsioni naturali che sono tipiche di ogni individuo. Parole chiave per Locke: contratto,

consenso le autorità devono godere del consenso.

Locke parla di contratto in termini di fiducia (trust), tacita o non, ma deve esserci affinché

l’autorità possa esistere e consolidarsi. Locke si dedica anche all’analisi della società

politica (oltrepassa mento dello stato di natura) parla di società politica in termini di civitas

o Commonwealth, cioè una comunità indipendente di uomini, riuniti da una costituzione. La

società politica non è una forma di governo ma un miglioramento del vivere politico, è una

forma storica che fa da culla allo stato moderno.

È necessario vedere le articolazioni della società politicagli studi di Locke fanno da ponte

tra il vecchio costituzionalismo ed il costituzionalismo moderno.

Egli suddivide i poteri in tre forme di gestione della società politica: il potere legislativo,

esecutivo e quello federativo.

Il capitolo XI: dell’estensione del potere legislativo o supremo tre forme di gestione della

comunità politica:

Il potere legislativo o supremo: consiste nel giudicare, secondo leggi fisse, come devono

a) essere punite le offese commesse all’interno della comunità politica, ed anche sanzionare

quelle che provengono dall’esterno della società politica. Il potere legislativo si occupa di

giudicare le offese.

Non si tratta di fare le leggi ma di giudicare la giusta condotta, sulla base delle leggipotere

giudiziario emanazione del legislativo.

Il potere supremo non può essere arbitrario, se lo fosse verrebbe meno alla sua funzione, che

è quella di preservare la conservazione della società, per conseguenza non può governare

tramite decreti estemporanei, la giustizia deve essere amministrata in rispetto di leggi che si

sono consolidate nel tempo. Il potere supremo non può travalicare la condizione di diritto di

ogni persona (es. espropriare la proprietà), ed è il punto su cui si basa la fiducia all’autorità.

Il potere non può trasferire la propria autorità a chiunque, perché gli è stato conferito dal

popolo con un rapporto di fiducia. (contribuire alla società politica su questa fiducia);

Il potere esecutivo: è il potere del sovrano, di applicare il giudizio del potere legislativo e di

b) applicare le sanzioni;

Il potere federativo: anche esso è prerogativa del re, ma il suo campo di applicazione

c) riguarda la politica estera.

NB: gli ultimi due poteri sono distinti ma rientrano nelle mani del monarca, con lo scopo di tutelare

l’interesse della società pubblica all’interno ed all’estero della società.

Prerogativa Regia pregativa del re di sospendere, in casi eccezionali, il potere supremo. Essa, però,

non deve essere esercitata in modo arbitrario, perché apre la strada ad un eventuale deposizione del

Recontinua tensione tra prerogativa e regia e potere del parlamento. Per evitare la deposizione, il re

deve agire con saggezza e prudenza.

Cap XII divisione dei poteri, che diventa successivamente (con Montesquieu) il nuovo

costituzionalismo. I tre poteri però non rimangono cristallizzati, cercano di ridefinirsi, anche

oggigiorno tra le varie frizioni tra gli enti. La violazione della fiducia porta alla deposizione del Re.

Locke è un testimone del passaggio storico e della Gloriosa Rivoluzione, in un periodo di frizione

tra vecchio e nuovo costituzionalismo il potere legislativo depositato nel parlamento e nelle parti

della comunità politica e l’accrescimento del potere esecutivo (di governo), che cerca di spostarsi

dal Re, per abbracciare questioni anche economiche.

In merito alla divisione del potere l’epoca sta cambiando i poteri non sono cristallizzati perché si

ridefiniscono continuamente, Montesquieu con la sua teorizzazione cristallizza un solo momento, in

realtà la storia del costituzionalismo rende chiaro che i poteri sono in continua trasformazione.

NB: in Europa gli stessi temi trattati in modo diverso a seconda delle condizioni che un paese vive.

01/03

Il Pensiero Politico tedesco

In Francia ed in Inghilterra e Spagna si è visto come il pensiero politico è influenzato dai

rivolgimenti istituzionali.

Il pensiero politico tedesco si inquadra nel contesto storico del Sacro Romano impero (seconda

metà del 600). La fase successiva alla pace di Vestfalia, cioè un nuovo passaggio per l’Europa e per

la Germaniail mondo è suddiviso in sfere di influenza, gestiti dai rapporti di forza tra stati. Tra le

ambizioni di questo periodo vi è il mantenimento dell’unità imperiale, ma nella pace viene

riconosciuto il principio di alleanza dei ceti dell’impero, cioè i territori governati dai principi. Ciò

concede ai territori imperiali una propria autonomia di amministrazione e politica estera, la

Germania si indirizza verso la creazione di stati, inizialmente stati territoriali, ed il processo si

concluderà con l’unificazione tedesca spinta dai prussiani nel 1870.

La comunità imperiale inizia a ricostruirsi, anche se non ci riesce, ma la vera peculiarità della

Germania in questo contesto storico è che la Germania inizia il percorso che porterà al

consolidamento dello stato senza la cesura rivoluzionaria (tipo Inghilterra e Francia).

L’egemonia mancata della Germania. Essa riesce ad avere un primato nell’Europa continentale,

senza mai però realizzarlo a pieno.

La Cameralistica (anche sul libro) è una corrente di pensiero, secolo XVII-XVIII ed identifica una

fase storica dove i territori tedeschi avviano un processo di riforma, che porta alla formazione dello

stato, peculiare rispetto alla via inglese o francese. L’espressione fa riferimento alla pratica

amministrativa della camera ristretta dell’imperatore, cioè l’entourage ristretta che gestisce l’impero

e che fa da consiglio al Re.

I ceti dell’impero, dopo aver assunto autonomia finanziaria, replicano il sistema della camera,

ciascun principe si circonda di un consiglio per amministrare le questioni finanziare. Tale pratica

amministrativa diventa il nucleo della scienza politica tedesca, perché antepone l’amministrazione

alla legislazione.

Si parte dal presupposto che la legittimazione del governo è messo tra parentesi, il punto focale è

l’amministrazione, cioè se le finanze di uno stato siano amministrate bene o male.

Cambia il modo di pensare allo stato, da parte dei principi tedeschi. Il primato dell’amministrazione

sulla legittimazione del governo.

L’amministrazione delle finanze diventa il perno su cui si basa la riflessione politica, prendendo il

posto della riflessione sulla legittimazione. La dottrina si sviluppa in molti autori, alcuni cercano di

dare un’impronta teorica e sistematica, introducendo la scienza dell’amministrazione nelle cattedre

diventando un sapere istituzionale a beneficio dell’ufficio e degli ufficiali.

Tra i primi fondatori sistematici abbiamo:

Vei Ludwing von Seckendorff (1626-1692)

Egli sistematizza la scienza camerale, specialmente nello scritto “Lo Stato del principe tedesco”lo

stato appartiene al principe, che lo gestisce. Egli è il primo che sistematizza la scienza

amministrativa, tanto che il suo scritto diventa un manuale.

Il suo studio è oggetto di un elogio di Leibnitz, che sostiene che l’elaborazione di Seckendorff ha

fatto sì che anche lui capisse cose che prima non era riuscito ad interpretare (qualcosa che avevo in

mente ma che non avevo capito).

Seckendorff sostiene che le scienze naturale sono universali, poiché procedono per verità evidenti e

chiari (metodo anche di Grozio, sulla base del diritto naturale tale per posizioni auto evidenti),

cercando a cosa tende l’uomo nella condizione naturale e come correggerlo.

Il diritto naturale è il paradigma di quel tempo, ed è il principio filosofico-politico su cui regge la

pratica politica.

Lui crede che il diritto naturale dell’uomo tende al benessere ed alla felicità, non come la intendono

i greci o i cristiani, ma come una realizzazione pratica in questo mondo l’uomo tende al benessere

ed all’auto conservazione. Egli enuncia le finalità delle scienze camerali, partendo da questo

principio. Gli obiettivi delle scienze camerali sono proprio quelli di garantire il benessere ai sudditi,

come condizione prima per far che lo stato prosperi, è la condizione prima per le entrate regie, se i

sudditi vivono bene e prosperano, allora anche lo stato cresce. (che prosperino le entrate regie).

Christian Wolff (1679-1754)

Grande teorico diritto naturale, enciclopedista del pensiero di quel tempo.

Matematico, logico, filoso ed appartiene alla corrente del diritto naturale e sulla scia di Seckendorff

sistematizza il principio del benessere. La sua opera è monumentale, distingue tra scienze pratiche e

teoriche, dove quest’ultima fanno da fondamento per le prime.

Inoltre, egli scrive un’opera contenente i principi della cameralistica “Jus naturae methodo

scientifca pertractatum” Il diritto naturale trattato con metodo scientifico diritto naturale è

“assiomi auto-evidenti su ciò che l’uomo desidera”. Il diritto naturale è il diritto a perseguire la

propria felicità, la felicità è mondana, non filosofico-spirituale, è pratico, il benessere. Ci sono

doveri e diritti, per ogni uomo, ad esempio la conservazione del proprio corpo, nutrirsi in modo

appropriato, il diritto alla salute, diritto alla casa ecc.

Scienza Pratica dell’Amministrazioneistituzionalizzazione della dottrina, insegnata per fini pratici.

Le prime cattedre che istituzionalizzano queste scienze sono ad Halle e Gottinga, diventando

cattedre di “scienze economiche, camerali e di polizia”. L’istituzione di queste camere lascia

intendere che le università si pongono al servizio dell’amministrazione statale, in senso pratico e

presupponendo una conoscenza generale politica. L’università si pone come mezzo per raggiungere

i fini della politica.

Jus Cristoph Dithmar (1678-1737)

Scrive “Introduzione alle scienze camerali, di polizia e di economia”cattedre universitarie riunite

in un’unità di sapere. La cameralistica insegna come le entrate territoriali possono essere riscosse,

aumentate per migliorare il vivere della comunità, in modo tale che ogni anno si arrivi anche ad

avere un eccedenze. Ad oggi questi argomenti sono spiegati nell’economia politica e le scienze

finanziarie.

La scienza economica insegna come, attraverso appropriate industrie nelle campagne e città,

possono essere ritenuti il sostentamento e la ricchezza ai fini di promuovere la felicità mondana.

La scienza della polizia ad oggi polizia indica un’attività di mantenimento dell’ordine interno o

internazionale, ma all’epoca il significato era molto più ampio. Infatti, secondo Dithmar, essa

insegna come mantenere in buona disposizione ed ordine gli affari interni ed esterni di uno stato ai

fini della felicità della comunità. Non l’ordine pubblico in senso stretto, ma la struttura dello stato.

Da questo momento in poi la scienza prevalente è quella di polizia, tanto è vero che quella

economica e camerale dipendono da essa. La polizia diventa una combinazione di conoscenza, la

scienza del buon ordine del territorio.

Johan von Justi che scrive Fondamenti di Scienza della Polizia (1772) il grande teorico della

scienza di polizia.

NB: ad un certo punto il sistema che vede l’unione di economia, politica e polizia non regge, perché

l’economia si distacca e prende una via propria.

06/03

Scienza di Polizia racchiude una serie di contenuti ed è parzialmente riconducibile allo sviluppo

dello studio delle istituzioni la scienza dell’amministrazione.

Miglio sostiene che è in questo periodo che nasce la scienza amministrativa, cioè la scienza delle

politiche svincolata dall’amministrazione, la politica si legittima raggiungendo le proprie finalità.

Foucalt è anche un altro teorico della scienza dell’amministrazione.

La scienza della polizia scompare, Justi ne è l’ultimo grande teorico, egli definisce la scienza della

polizia ed i suoi limiti, essa si estende nelle misure in cui il governo attribuisce alla polizia il

compito di provvedere al benessere generale dello stato. Nb: l’azione della polizia non ha un limite

prestabilito, si estende fino a quando è necessario.

Elabora anche il termine Wohlfahrstaatche verrà tradotto in Welfare State, ed indica proprio il

benessere generale dello stato, che è la felicità dei sudditi da cui genere il progredire dello stato.

Il complesso di scienze (polizia, economia) ha una precisa finalità assicurare la comodità di vita

dei sudditi e le loro condizioni di sostentamento.

Tra ciò che accade del 1700 e ciò che accade nel 1900 il complesso di scienze, insengate nelle

università, si disgrega.

Biopolitica politica a servizio della vita.

Joseph von Sonnenfels scrive Grundsatze der policey (1797)

Lui cerca di intuire qual è la causa del disarticolarsi dell’unità delle scienze, sostenendo che si tratta

di un divorzio scientifico- dottrinale.

Ad oggi, in tedesco economica politica è detta “economia del popolo”  l’economia è dentro la

società.

NB: l’unitarietà della scienza dell’amministrazione si spezza quando l’economia sviluppa leggi

proprie. La scienza economica diventa votata alla ricchezza individuale, non alla ricchezza dello

stato.

Anche i movimenti liberali tedeschi iniziano a mettere in discussione lo stato liberale, lo stato deve

avere obbiettivi riguardanti l’ordine e la sicurezza, mentre l’individuo si occupa della propria

ricchezza.

Attenzione anche alla filosofia di Kant e Fichte.

La scienza economica nasce nel 1700, fino ad allora l’economia era intesa come ricchezza e

gestione del patrimonio dello stato, non vive di leggi proprie. L’idea dell’economia come

arricchimento degli individui nasce agli inizi del 700. Si inizia a perseguire il principio

dell’utilitarismo se la finalità del vivere insieme è la felicità individuale, allora perché non

perseguire questo fine anche in via privata? La felicità è mondana, allora si pensa di iniziare a

perseguirla individualmente, senza per forza fare affidamento allo stato.

La disgregazione dottrinale il venir meno dell’unitarietà conoscitiva delle scienze camerali,

dell’economie e della polizia è determinato della stessa ricerca dei principi utilitaristici.

Il 1700 è anche il secolo dell’illuminismo

Kant sostiene che l’illuminismo rappresenta l’uscita della minorità dalla condizione umana, l’uomo

diventa artefice del proprio destino e del proprio benessere. Si riserva una fiducia enorme nella

capacità di conoscere le leggi che animano la società e gli uomini e la possibilità di piegarle

cambiare in senso positivo la società e le strutture politiche.

Conseguenze sul piano delle riforme sia penale che sociale.

Il sapere è al servizio del potere, infatti tutti i grandi sovrani di quel tempo accettano i consigli degli

illuministi (sovrani illuminati Manuale).

Montesquieu (1689-1755)

È il massimo rappresentante dell’illuminismo, anche se lui non è illuminista ma la sua opera è fonte

di ispirazione per molti studiosi.

Egli scrive nel periodo dell’ancien regime Francese, fa l’avvocato e partecipa alle sedute del

parlamento di Bordeaux. NB: i parlamenti di allora erano dei tribunali di giudicatura delle leggi ed

amministrazione che operano in nome del re, non organismi rappresentativi.

Questi parlamenti inizieranno a diventare un contro-potere al potere monarchico, riuscendo ad

ottenere la capacità di poter registrare le leggi regie.

Montesquieu inizia a pensare ad una struttura politica ben articolata, con tanti poteri suddivisi.

Opere più importanti: Frammento sulla Politica e Lo spirito delle leggi (1748)

L’opera ha dei presupposti scientifici, presenti in un frammento di un’opera incompiuta Sulla

politica. Qui si interroga sul metodo per studiare la politica e la società (chiave di volta per il

metodo dell’illuminismo). Ci sono due metodi per analizzare la politica:

Il metodo del giusnaturalismo, cioè del diritto naturale, basato sulla visione della condizione

- umana, dal quale vengono tratte prescrizioni e leggi (metodo puramente ipotetico), come la

politica dovrebbe essere a fronte di questa condizione politica (metodo astratto);

Il metodo empirico, guardare alla realtà effettuale così com’è. Riprende il pensiero

- machiavelliano.

Montesquieu sostiene che, a seguito dei cambiamenti storici, è necessario trovare un nuovo metodo

concatenazione delle cause infinite che si combinano e si moltiplicano nei secoli.

Per trovare le regolarità della politica e vedere come esse influenzano la mutazione della società nei

secoli teoria evolutiva della società, cioè come essa si tramuta nel tempo e le leggi che si

manifestano. Il metodo di Montesquieu è empirico ed evolutivo capire le cause che influenzano il

corso degli eventi nel tempo.

Cos’è lo spirito delle leggi?

Le leggi sono i rapporti necessari che derivano dai rapporti necessari che delineano la natura delle

cose. Per capire la realtà effettuale bisogna considerare le sue mutazioni, le molteplici leggi.

Tra le molteplici leggi le più interessanti derivano la natura del governo, la trasformazione della

società e dell’economia. L’autore studia quelle provenienti dall’autorità di governo Montesquieu

vuole cercare di capire come funziona il governo e le sue leggi.

Montesquieu non vuole descrivere le forme di governo, ma trovare la molla portante, cioè le leggi

che derivano dal governo. Quindi lui cerca di individuare quali sono le leggi che regolano il tipo di

governo. Ci sono, essenzialmente, tre tipi di governi nella parte iniziale dell’opera egli stabilisce le

leggi che amministrano i tipi di governi:

Il governo repubblicano: è l’alternativa a quello monarchico, si fonda sull’idea che ogni

- governo deve contenere in sé le diverse componenti del corpo politico. Machiavelli ne parla

in termini di principio a cui si deve tendere. Esso è molto complesso, implica dedizione e

sacrificio alla rex pubblica, perché è difficile da mantenere. La colonna portante di questa

tipologia è la virtù, la moderazione nella distruzione, poiché si tratta di una forma di

governo altamente conflittuale;

Il governo monarchico: la molla comportamentale qui è l’onore, il privilegio e la

- distinzione. L’onore di chi prende parte a questa forma di governo, e si fa concessione di

privilegi a chi ne prende parte. L’onore diventa un valore desueto quando sarà surclassato

dalla ricchezza;

Il governo dispotico: il governo del monarca despota, che si comporta come un padre di

- famiglia che dispone in modo privato dei beni dei sudditi. La molla, in questo caso, è la

paura. Il governo despotico è la degenerazione di quello monarchico.

Lo spirito delle Leggi

Montesquieu non è un’analisi teorica, bensì empirica, considera la condizione in cui è arrivata la

Francia.

La commissione dei principi di governo nella realtà ciò non significa che in una repubblica si sia

virtuosi ecc., i principi dei governi possono intrecciarsi. Montesquieu sostiene che questi principi

dovrebbero essere presenti nelle forme di governo, ma non è sempre detto che ciò accada, anzi,

l’esperienza francese insegna che non è così.

Parte II Libro XI la “teoria della divisione dei poteri”  il nucleo centrale del governo, è la parte

per la quale Montesquieu è maggiormente ricordato.

Gli studiosi sostengono che lui ne sia il padre, Montesquieu è il primo a teorizzare i poteri così

come siamo soliti intenderli oggi. Egli stesso è incerto su come riuscire ad inquadrare questo

passaggio. Il capitolo centrale di questa parte ha un elogio della costituzione d’Inghilterra

Montesquieu studia Locke, sostenendo che i poteri devono essere separati, ma in alternativa al

potere federativo, che è unito nel potere esecutivo, egli aggiunge il potere giudiziario, il potere di

chi giudica della legittimità delle leggi e la loro applicazione.

Potere Legislativo

1. Potere esecutivo

2. Potere giudiziario: chi giudica la legittimità delle leggi e la loro esecuzione.

3.

07/03

Il passaggio che chiude il pensiero di Montesquieu è l’elogio della Costituzione Inglese (CAP VII

Libro XI), anche se l’autore ne trasporta i punti principali adattandoli a quella francese, adattando

quindi le innovazioni di Bodin alla condizione francese.

Inoltre egli sintetizza il potere esecutivo e federativo di Locke nel potere esecutivo, aggiungendo la

forma del potere giudiziario, che ha il potere di controllare la liceità del comportamento

dell’esecutivo e legislativo, l’embrione di quello che diventerà il sommo potere costituzionale.

La sua opera ha una struttura particolare:

Dal libro I al XIII egli teorizza il potere dei governi, è una teoria politica le diverse leggi

- che dipendono dalla natura o dal principio;

Dal libro XIV al XVII si ha l’impressione di trovarsi in un altro mondo (uno dei suoi

- interpreti), poiché Montesquieu cambia completamente prospettiva. Si parla delle leggi che

legano la natura della politica al clima. L’accezione di politica, strettamente intesa, lascia lo

spazio ad una versione più ampia con altre variabili, infatti, per capire la politica bisogna

dare retta anche ad altre variabili Montesquieu sostiene che per capire la politica bisogna

tenere conto anche delle altre leggi che si verificano in un determinato luogo, anche il clima

è una variabile importante, nel senso che influenza il comportamento umano (es. clima

temperato spinge la società a comportarsi in un certo modo, rispetto a quello freddo ecc.).

l’innovazione non è tanto la teoria del clima, quanto la possibilità di contemplare nuovi

fattori come influenzanti per la politica;

Il libro XVIII si trattano le leggi in rapporto alle caratteristiche territoriali, variabile

- fondamentale per la ragione di stato;

Il libro XIX le leggi sono viste in rapporto ai costumi, cioè le variabili culturali delle società;

- Dal libro XX e XXI leggi sono viste in rapporto con il commercio. Lo scambio

- commerciale, lo spirito dal commercio è un modo per unire le nazioni (dolce commercio,

attenua i conflitti tra gli uomini, visione proto-liberale), e per superare le divergenze tra le

nazioni le rende interdipendenti. Questa variabile diventa rilevante per lo studio

dell’economia ed i suoi legami con la politica.

Montesquieu sostiene che il commercio riguarda le nazioni, non gli individui, egli cerca di mettere

in guardia rispetto alle necessità della società.

Quindi è distante dalle visioni di Smith e l’idea privata del mercato.

Montesquieu studia anche i fattori storici della politica, ma i punti focali sono dati sicuramente dalle

leggi variabili e dalla loro teorizzazione.

Le leggi non sono le norme, ma le regolarità, tra le tante variabili, che si ripresentano in politica.

Sulla scia del pensiero di Montesquieu e l’importanza dell’economia, troviamo anche la scuola

fisiocratica.

La Fisiocrazia

È una scuola che nasce in un momento storico molto delicato per la Francia, assestamento politico

vs crisi economica. Il termine indica “potere della natura”, la natura viene vista come elemento

produttivo e l’idea generale della scuola è riuscire a gestire le capacità naturali nell’economia.

François Quesnay (1694-1774)

Medico di corte, nuova prospettiva di analisi basata sulla natura dell’economia.

Tableau économiquelo schema del ciclo produttivo, si cerca di individuare gli attori della

produzione ed il fondamento della ricchezza di una nazione. La struttura produttiva e come essa

deve essere gestita.

Egli individua tre classi (il termine inizia a connotare i rapporti economici e politici):

- classe produttiva: coltiva la terra e riproduce la ricchezza di una nazione, provvede a tutte le spese

che si compiono fino alla vendita dei prodotti (lavori agricoli) e paga il reddito dei proprietari

terrieri.

I coltivatori della terra pagano gli affittuari e rivendendo il prodotto, pagano l’elemento che fonda la

ricchezza della nazione;

- classe dei proprietari: comprende il sovrano (mette a disposizione i suoi terrenti), ed i percettori

delle decime, questa classe vive grazie a ciò che viene pagato e prodotto dalla classe produttiva, il

prodotto netto e quanto pagato dai coltivatori (vive grazie alla rendita);

- classe sterile: tutti i cittadini che vivono occupandosi di servizi diversi rispetto alla produzione

agricola, che vivono con ciò che deriva dalla produzione delle prime due. Questa classe non

produce, ma fa in modo che la produzione circoli nella società e la riconversione della ricchezza

(artigiani, commercianti ecc.).

Il testo di Quesnay cerca di trovare qual è l’origine della ricchezza, cioè la produzione agricola.

Qualunque nazione deve capire che la ricchezza di una nazione dipende da quanto viene prodotto.

Se essa diminuisce o viene trascurata, i risultati si producono sull’intera ricchezza, oltre che sulla

distorsione dei rapporti politici. È un avvertimento al sovrano, che non deve ignorare le necessità

della classe produttrice.

L’innovazione del testo sta nell’introduzione della circolarità della ricchezza (il ciclo economico)il

flusso circolare del reddito.

NB: gli studi di Quesnay aiutano la creazione della scuola fisiocratica.

La scuola della fisiocrazia

Pierre-Samuel Du pont De Nemoursraccoglie scritti di Quesnay e Turgot

“La physiocratie o la costituzione naturale del governo più vantaggioso al genere umano” Quesnay

è il primo ad usare il termine fisiocrazia. La natura è al di sopra della volontà assoluta, chi ignora

l’importanza della produzione ignora anche l’importanza della ricchezza.

Turgot è un amministratore, controllore generale delle finanze del regno (nel 1700), egli ha le leve

dell’economia ed è ricordato per via del suo ruolo di riformatore, la sua opera è curata da Du pont.

Le riflessioni di Turgot e Quesnay non verranno considerate dal re crisi economica.

Egli scrive: Riflessione sulla formazione e la distribuzione delle ricchezze, valutare prima la

formazione delle ricchezze e poi la successiva distribuzione.

Le memorie sulle municipalità rivolta al sovrano, la causa del male sta nel fatto che la nazione non

ha costituzione, cioè è una società composta da tanti ordini in scontro, con scarsi rapporti sociali,

ognuno cura il proprio interesse, nessuno adempie ai propri doveri (visione socio-politico). Gli

ordini non riescono ad avere una visione di insieme e la consapevolezza di essere una comunità.

Turgot sostiene che tutti cercano di rinnegare i propri compiti sociali, anche la tassazione è

percepita come un’obbligazione dell’esterno, non come un dovere per via dell’appartenenza ad una

comunità articolazioni territoriali di una comunità.

Il discorso di una comunità economico e sociale che cambiala Francia.

NB: si tratta di programmi riformatori indirizzati al sovrano.

Rousseau

Autore prerivoluzionario, sistematizza l’azione dei fisiocratici e di Turgot. La volontà generale,

infatti, riprende il discorso di Turgot, sostenendo che essa deve prevalere, perché la comunità

politica vive grazie alla coesione tra le parti. Egli è il grande teorico della comunità politica, avverte

la Francia che il precipizio è alle porte se non si raggiunge l’unione comunitaria e politica. Il suo

pensiero diventa un testo sacro nella Rivoluzione Francese.

08/03

Pensiero Politico pre rivoluzionario

Rivoluzione francese figlia della lotta/contrasti tra le parti e dell’invecchiamento e l’eccessiva

immobilità delle istituzioni. NB: riflessione sul nuovo metodo della scienza politica. La finzione

dello stato di natura, cioè ragionare in modo ipotetico per capire come sviluppare le istituzioni reali,

viene abbandonato poiché si cerca un nuovo metodo, lontano dall’idea del contratto dal 1700 in poi

si accantona questa teoria. Du Pont sostiene che lo stato di guerra non è la condizione degli uomini,

che vivono senza regole sociali, cioè non nello stato di natura di Hobbes, ma è quello degli uomini

che vivono in una società disordinata (lo stato effettuale della società). Allora bisogna capire come

la società funziona e riformarle nel caso di difetti.

NB: Rousseau e Casaleggio

Teoria vs dottrina applicata (es. Marx e marxismo)

Rousseau è svizzero anche se sarà molto in contatto con illuministi francesi, vivendo a Parigi.

Conosce anche Diderot, con il quale litiga violentemente. Scrive opere di grandi notorietà, ad

esempio il Discorso sugli Arti e le Scienze, dove parla dell’evoluzione culturale della società e

critica l’abuso della scienza, che finisce per snaturare gli uomini (Rousseau filo romantico).

Altre opere più note e di matrice politica:

Il Discorso sull’ineguaglianza tra gli uominisi ripropone la questione del diritto naturale e si

discute sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini, dove le disuguaglianze sono prodotte dalla

stessa società. Secondo Rousseau, i giusnaturalisti hanno trasferito nello stato di natura idee prese

dalla società, parlavano dell’uomo allo stato selvaggio ma era un paradosso perché dipingevano

l’uomo civilizzato (fa riferimento ad Hobbes e Grozio)

Riportavano le diseguaglianze prodotte della società nell’idea di natura, secondo lui per correggere

la condizione umana bisogna correggere la società. La disuguaglianza è frutto delle istituzioni

politiche, frutto dell’attività umana.

“Il primo che su un terreno affermo questo è mio è il fondatore della società civile” Rousseau

sostiene che chi ha inventato la proprietà privata, istituzione basilare della società, ha creato la

stessa società. In contrapposizione con Hume, che sostiene che la proprietà privata è l’elemento che

permette alla società di prosperare.

La proprietà privata va ben oltre lo stato giuridico, produce la società civile e non ha nulla a che fare

con lo stato di natura. La proprietà è un prodotto della società civile e non dello stato di natura. Il

tratto pre-romantico di Rousseau emerge qui, dove si lascia intendere che l’uomo nello stato di

natura vivrebbe meglio.

Opera che ha influenzato tutta la rivoluzione francese il Contratto Sociale o Principi di diritto

politico rifondazione della società, il diritto non è neutro ma è determinato dalla politica.

La teoria del contratto sociale ruota attorno alla “volontà generale”. Cos’è?

Egli cerca di definire la sovranità non sulla base della cessione del diritto ad un terzo, essa deve

rimanere depositata nella collettività. L’educazione della politica è spingere gli uomini ad orientarsi

verso il bene della collettività. La volontà generale deve coincidere con la volontà del corpo

politico, non con una sola parte. Il corpo politico è connotato come lo stato, che promana la volontà

generale.

Rousseau parla del corpo politico in termini di:

Stato: il corpo politico è stato quando è passivo, cioè quando rappresenta l’organizzamento e

- l’orientamento dei suoi componenti;

Corpo Sovrano: diventa tale quando è attivo, assume le decisioni in modo coerente con

- l’orientamento dei membri;

Potenza: quando il corpo politico si rapporta con altri corpi politici.

-

Per quanto riguarda gli Associati (chi compone il corpo politico):

Popolo: indica tutti;

- Cittadini: partecipi dell’autorità sovrana;

- Sudditi: sudditi sottoposti alla legge del sovrano.

-

NB: prima tutti erano sudditi, mentre per Rousseau essere sudditi vuol dire essere cittadini e

partecipare alla vita del sovrano.

Volontà generale è la volontà del popolo, considerando la volontà dei cittadini nelle loro singolarità.

Volontà generale vs volontà particolareciascun individuo può considerare ciò che egli deve alla

causa comune come un contributo gratuito, la cui perdita sarebbe per gli altri meno nociva di quanto

il pagamento non sia gravoso per lui (il problema dello stolto comportarsi in modo giusto è da

scemi? Se si fa qualcosa di ingiusto non si danneggiala collettività ma se tutti fanno così il problema

diventa grave, della giustizia o del free rider) il problema della politica, o dell’abuso della

demagogia.

Ogni individuo può avere un interesse particolare (in quanto cittadino) del tutto diverso da quello

generale. Turgot, rivolgendosi al sovrano, sosteneva che ogni suddito cerca di evitare gli oneri

imposti, creando danni all’interno della società multipla.

Lo scopo della volontà generale è rendere tutti gli individui cittadini.

Ma quali sono le caratteristiche?

Lib II, cap I-III: i caratteri della sovranità:

Inalienabilità: non può essere ceduta;

- Indivisibilità: non può essere divisa in corpi o centri di potere altrimenti si perde l’indirizzo

- della politica;

Rettitudine: deve essere retta, tendere al bene comune, non può sbagliare altrimenti non è

- sovrana.

Es. Napoleone La repubblica è una e indivisibile.

La volontà, se è generale, è sempre retta e tende alla volontà pubblica. Ma ciò non vale anche per la

volontà dei singoli, non è detto che quest’ultima sia retta a sua volta.

Bisogna definire il principio e la sua espressione, la volontà generale non è la somma dei singoli

interessi, ma è qualcosa che surclassa gli interessi particolari. Quando si parla della volontà di tutti

si intende la sommatoria degli interessi particolari, non il fine ultimo della collettività.

La comunità politica non deve esprimere le volontà di tutti, altrimenti tenderebbe

all’autodistruzione, deve quindi basarsi sulla volontà generale, che può essere anticipata da alcuni e

diffusa a tutti.

Lib II Cap XII

Il tema del pluralismo, cioè lo sforzo del pensiero politico in questo tempo è quella di raggiungere

una sintesi politica, oltrepassare le volontà particolari per arrivare al bene comune. Il rischio, però, è

quello di azzerare le volontà intermedie. Il problema riguarda la coesistenza di volontà associative

conflittuali perché hanno scopi diversi.

Se la volontà generale è attraversata da tante particolare, la soluzione è che nello stato non vi sia

nessuna società parziale e che il cittadino pensi solo con il proprio giudiziocancellare i corpi

intermedi (modello adottato dalla rivoluzione francese legge Chapelier che cancella i corpi e le

corporazioni).

Ma, se proprio non si può fare a meno di questi corpi parziali, è meglio cercare di moltiplicarli

(soluzione adottata dal modello americano), per evitare che una società parziale si imponga su tutte

le altre.

Egli fa una classificazione delle leggi

Dei tipi di leggi:

Leggi Politiche e fondamentali: regolano il fondamento della società e le forme di governo

- (le odierne leggi costituzionali);

Leggi Civili: regolano i rapporti tra i cittadini ed il corpo politico;

- Leggi Criminali: le sanzioni, finalizzate a conservare l’ordine pubblico e che garantiscono

- l’applicazione delle leggi e vengono applicate alla violazione di tutte le altre leggi;

Leggi Opinione: per Hume questa sarà fondamentale. Rousseau sostiene si tratti di ciò che è

- ritenuto giusto, è la più sfuggente e meno modificata, ma la più pervasiva, tutte le leggi

dipendono da essa. La convinzione di comportarci in modo giusto permette che vengano

accettate anche tutte le altre leggi.

Le forme di governo sono le modalità attraverso le quali si sviluppa uno Stato e si esercita la

volontà generale. Esso riguarda la distribuzione delle cariche e le gerarchie esistenti il principio

istitutivo delle forme di governo. Le forme di governo possono avere le classiche distinzioni.

Legge fondamentalePiù lo stato si ingrandisce più il governo (il numero dei magistrati) deve

restringersi. Se le cariche diventano molte ci si inizia a chiedere chi è che governa.

Maggiore è il numero di magistrati più il governo è debole, più è il popolo è ampio, più lo stato

deve essere forte e piccolo.

Il rapporto tra magistrati e governo deve essere inverso rispetto a quello tra governo e popoloil

moltiplicarsi dei centri di potere rende il corpo politico ingovernabile.

La Rappresentanza Cap XV Libro III critica alle istituzioni rappresentative, gli inglesi sono schiavi

perché hanno delegato la loro sovranità al parlamento. Egli pensa ad istituzioni rappresentative

fondate su ordini (stati generali) e questo tipo di rappresentanza impedisce la realizzazione della

volontà generale. Ai fini della politica deve essere rappresentata la volontà generale. Questo

discorso è importante nel processo di costruzione della nazione durante la rivoluzione francese.

13/03

Illuminismo scozzese

David Hume (1711-1776)

Va letto in parallelo con Rousseau, con il quale aveva un particolare rapporto di amicizia.

Teoria molto rilevante per storia del pensiero politico, perché rovescia alcune teorie rilevanti

dell’illuminismo.

Nasce ad Edimburgo (luogo culturale importante), non avrà mai una collocazione accademica

nonostante tutti i suoi scritti e la sua fama. È amico di Adam Smith (professore di logica).

La sua opera di vita si articola in due fasi:

Trattato sulla natura umana 1739-40, un testo filosofico diviso in tre libri, molto importante per

via della sua natura. È monumentale nella formazione ma non riceve la giusta attenzione, ad

eccezione di Adam Smith. L’opera è molto complessa ed Hume vuole rovesciare le categorie di

pensiero Kant ne parlerà in termini di una rivoluzione copernicana del pensiero.

Scrive un estratto anonimo di poche pagine, dove riassume il suo pensiero, ed è riscoperto da

Keyenes.

I successivi trattati sono scritti sotto forma di saggi, dove sono riproposte le intuizioni del trattato

ma in forma più semplice, che hanno successo sia per i contenuti che per lo stile linguistico.

Il Trattato Sulla Natura Umana è diviso in 3 volumi, che indicano altrettanti campi della

conoscenza umana:

Volume I è dedicato all’intelligenza umana, cioè come gli uomini acquisiscono la

1. conoscenza e la cognizione dell’essere in società, le facoltà dell’intelligenza umana, quali

sono le facoltà cognitive, che sono legati alla logica, alla morale ed all’estetica, questi ultimi

due aspetti erano legati tra lotoil gusto è un gusto morale, il bello è una categoria della

morale;

Volume II: analisi delle passioni umane (perno della riflessione politica);

2. Volume III: la morale, cioè come comportarsi in società. Le regole della natura umana.

3.

“La ragione è e non può non essere schiava delle passioni umane” fondamento della riflessione di

Hume. Sentimentalismo etico, i sentimenti sono la base di ogni azione umane, se non si studiano le

passioni, (violente e calme), non si capisce su cosa si costruisce la società. Le passioni calme sono

quelle che correggono l’effetto delle passioni violente. Sono le passioni a costruire la società, a fare

da collante sociale, non la morale.

I Saggi Politici una serie di scritti che sono formulati in modo agile, ritrovando le intuizioni

politiche di Hume, ma rendendoli più facilmente comprensibili.

Considerazioni sulla politica, considerando se essa può essere ridotta a scienza l’interrogativo è

legato alle questioni essenziali di quel tempo, per esempio la forma di governo. Quanto conta

l’amministrare? La politica deve essere ben amministrata, quindi la politica è legata alla bontà del

governo, non alla sua forma. Hume si chiede qual è la bontà del governo. Egli definisce per primo il

partito politico, distaccandosi dall’idea di partito come fazione. Il suo scopo è quello di dare i mezzi

applicativi alla politica.

Due forme di partiti:

Il partito del paese rivendica l’idea che sono i cattivi ministri che danneggiano la costituzione del

paese (dibattitto dell’accelerazione dell’esecutivo sulle prerogative regie);

Il partito della cortecioè accentrare le funzioni e strutture dell’esecutivo.

I partiti si scontrano con la violenza, il problema non è come i due partiti si affrontano e si

confrontano, ma come vengono cercate le leggi e le regolarità della politica, che consentono di

oltrepassare il dibattito fazioso e che portano alla stabilità.

La politica può essere ricondotta ad una scienza effettiva!

Saggio su I Primi Principi Del Governo ricorda la teoria dell’élites, i molti si fanno governare dai

pochi. I governanti non hanno sostegno altro che non sia l’opinione, la forza non regge i governi, è

l’opinione a reggere i governi, anche se sembra un concetto evanescente, essa è il vero fondamento

della politica. La forza è sempre dalla parte dei governati, numericamente superiori.

L’idea di opinione le opinioni non sono convinzioni passeggere, ma la forza stessa del dibattito

politico e l’incontro degli uomini, non è un qualcosa di momentaneo. L’opinare è una

sedimentazione di posizioni. Le opinioni possono scontrarsi, perché la strada della politica può

stringersi, esse sono la forza stessa della politica.

Le opinioni vengono classificate per stabilire il fondamento del buon governo.

Il ruolo conflittuale dell’opinione

Opinione:

Opinione di interesse: è la persuasione, è il modo di stabilizzare il governo, il modo in cui

1. individui esprimono d’accordo o dissenso con i governanti;

Opinione di diritto: a sua volta distinta in due tipi,

2. - l’opinione del diritto al potere: il senso di legittimità ed attaccamento che i governati

provano vs i governanti, la legittimazione del potere da parte dei governati ad i governanti, il

sentimento che lega le due parti;

- l’opinione del diritto alla proprietà: attaccamento verso il diritto di proprietà (si richiama

ad Harrington), rovescia il ragionamento di Rousseau. Proprietà può essere vista o come

fondamento della società o fonte di disuguaglianza. Secondo Hume questa opinione non

viene decisa da un calcolo ma si decide nel tempo. La proprietà è un’istituzione. Se si ha la

percezione del vantaggio della proprietà allora si è convinti della giustezza di tale opinione,

ma se la percezione cambia allora tale percezione viene meno.

Visione evolutiva della società è studiata la società, non in astratto, si cerca di valutare

l’evoluzione delle istituzioni politico-sociali. Si rinnega l’artificio argomentativo dello stato di

natura, è più utile ai fini dello studio capire come si evolve la società nel tempo.

Hume precorre questa visione. La società non nasce per un contratto! Criticare la proprietà vuol dire

distruggere qualcosa che è frutto di un lungo processo evolutivo.

Adam Smith (1723-1790)

“La Ricchezza Delle Nazioni” testo chiave dell’economia politica moderna.

Egli è un filosofo, insegna logica e si occupa di filosofia morale.

Teoria del sentimento morale  testo chiave della corrente di pensiero filo-morale.

Egli elabora un nuovo concetto in relazione alla teoria politica, cioè la simpatia.

La simpatia è un delicatissimo sistema di identificazione sociale, l’evoluzione della società dipende

da come gli uomini approvano e disapprovano le istituzioni, non con il ragionamento ma come gli

uomini sentono insieme (simpatia) la bontà o la malvagità del governo e delle istituzioni chiave il

sentimentalismo morale in una nuova accezione. Risente fortemente della teoria di Hume.

In questo periodo si ha demolizione dell’edificio giusnaturalistico cioè il pensiero che dai sofisti

fino ad Hobbes considera il fondamento della società con la natura ed il diritto naturale. L’autore

sostiene che lo stato di natura è una finzione, perché la società o c’è o non c’è. O si salvaguarda la

società o non c’è nulla, non ha senso parlare in termini di astrazione.

Adam Ferguson (1723-1816)

Parte di questa scuola di pensiero. Sulla scia di Hume e Smith scrive un saggio sulla storia della

società civile. Egli sceglie la visione evolutiva, sostenendo che la storia sociale è frutto di una

lentissima evoluzione delle istituzioni.

Centrale nella sua visione è l’idea di società civile, civilem et politica. La società civile è frutto di

un’evoluzione, che si incrocia con la storia che parte dall’antica Grecia fino al 1700, società di

costumi raffinati ma delicatissimi. Attenzione alla delicatezza e la fragilità delle istituzioni umane,

che non devono essere date per scontate.

14/03

Nozione di società civile societas civilis, la società politica. Ferguson sostiene che la società civile

e politica non coincidono più, e per società civile lui intende il campo delle relazioni di

socievolezza e di scambi, l’ultimo stadio dell’evoluzione della società, il commercio ed i rapporti

commerciali.

La scoperta della dimensione economica degli scambi è l’ultimo stadio dell’evoluzione umana,

infatti ha la sua centralità nello sviluppo della socievolezza, definizione usata poi anche da Hegel e

-Marx.

L’economia nella società.

Si elogia la dimensione degli scambi, ma questa definizione della società civile sarà anche oggetto

di critiche, per esempio quelle di Hegel e Marx in merito alla questione dei rapporti economici sulla

società e la produzione delle disuguaglianze cos’è la società civile senza stato?

La formula chiave della visione di politica e società

Le nazioni umani camminano barcollando su istituzioni che sono il risultato dell’azione umana

(non del disegno), l’uomo è artefice delle sue istituzione il processo di secolarizzazione della

politica dalla religione. Ma a seguito di questo processo l’uomo non ha più un basamento che gli

permetta di riconoscere cosa è giusto e cosa no. Qual è il fine di questa azione?

La produzione di queste istituzioni non dipende da un disegno, gli uomini non riescono a progettare

questi percorsi. Infatti, i percorsi degli uomini non possono essere progettati in modo

ingegneristico F. von Hayek, che stima questa corrente di pensiero e sostiene che le istituzioni

sono cose molto complesse, non possono essere costruite come edifici. Sono gli uomini a costruire

il mercato e la società ma senza esserne consapevoli, “dobbiamo arrenderci alla nostra ignoranza

perché non possiamo capire gli effetti involontari della nostra azione”.

L’età Delle Rivoluzioni E Delle Costituzioni


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:

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