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Lezione 1

Introduzione al pensiero occidentale e il diverso da sé

Cerchiamo di comprendere alcune narrazioni fondamentali attraverso le quali il pensiero occidentale come riflessione, coscienza di sé, si è sviluppato nel rapporto con il diverso da sé, quello che non è parte dell’Occidente. Questo significa:

  • Da un lato evidenziare i tratti della formazione di questo pensiero e di questa cultura filosofica e politica moderna, le specificità, le peculiarità storiche, i momenti fondamentali, i momenti di crisi e i tentativi del loro superamento. Significa anche evidenziare come questa storia del pensiero sia strettamente legata alla storia dei rapporti materiali e quindi strettamente legata al modo di comportarsi dell’Europa all'interno e nei confronti del resto del mondo. Non esiste una storia del pensiero che non nasca insieme alla costruzione di questi rapporti materiali. Non è possibile e non sarebbe corretto determinare in modo netto una causalità a senso unico per cui è il pensiero o sono le ideologie a determinare la storia o è la storia a determinare le ideologie. L’analisi deve essere complessiva: ai problemi storici che si pongono, si sviluppa contemporaneamente un dibattito su questo, un tentativo di dare forma, significato al momento storico. Quindi si tratta di uno sguardo che nel momento in cui pensa, costruisce un immaginario, costruisce una realtà. Quindi il primo punto è evidenziare i tratti di questo pensiero, di queste narrazioni (un insieme di idee, di elementi di senso comune che strutturano, sostanziano un periodo, un modo di guardare complessivamente al mondo, in qualche modo un’ideologia, una comprensione complessiva del mondo che tende a permeare la cultura, la vita di tutti, il dibattito politico, che tende a costruire una sorta di grande contenitore all’interno del quale si svolge la vita concreta degli esseri umani. Sono delle grandi rappresentazioni della realtà).
  • Dall’altro evidenziare i rapporti di questo pensiero e di questa cultura con le altre, la rappresentazione dell’altro ma anche i modi di porsi nei confronti dell’altro. Lo scopo del corso è quello di provare ad alludere, se non a mostrare, se non a spiegare, se non ad entrarci dentro, ad alludere ad una diversa relazione con il mondo esterno, che parta da una diversa relazione con l'altro. Nel momento in cui l'altro non è più un generico altro, non è più qualcosa di indefinito ma è un altro molto concreto. L'idea è quella, sia in una prospettiva critica, storica, di una lettura delle cose, sia in una prospettiva di sviluppo delle relazioni umane sia possibile immaginare una orizzontalità e da queste relazioni salvo il fatto che ciascuno di noi, mondo occidentale e mondo non occidentale, o comunque mondi che si incontrano, ha la sua visione del mondo, presenta la sua visione del mondo e legge attraverso una visione del mondo, cioè legge attraverso un pregiudizio.

Questo è il punto fondamentale, l'idea che si possa sviluppare insieme di relazioni culturali, politiche, economiche e così via, che si nutrano di questa reciprocità in cui la reciprocità non è un valore astratto ma è qualcosa di veramente concreto. È il vedere negli occhi di un altro una persona per tanti aspetti simili e per tanti aspetti completamente diversa da noi. E questa è una cosa che ormai ha un'urgenza perché il mondo ha raggiunto una capacità di incontro, di comunicazione e di circolazione che non aveva mai avuto prima. Questo rende estremamente urgente e estremamente presente la vita degli altri nella nostra vita. Questo riguarda la relazione tra individui perché il mondo è fatto di individui tutti diversi tra loro e simili al tempo stesso, riguarda la relazione tra gruppi, riguarda la relazione tra Stati, riguarda ogni forma di relazioni.

Sviluppo storico del pensiero occidentale e la percezione della superiorità

Fino a circa la metà del '900 questo discorso sarebbe stato sicuramente non prevalente e per certi aspetti spurio rispetto alla realtà del dibattito politico. Fino ad un’epoca recente questo discorso dello sviluppo di un pensiero occidentale viveva in una profonda inconsapevolezza, o se vogliamo, consapevolezza non critica. Questa inconsapevolezza era dovuta ad una narrazione, quella che assumeva al centro la superiorità dell’Occidente rispetto alle altre culture. Una superiorità culturale, di sviluppo storico, una superiorità politica, una superiorità economica. Questo è il nodo del ragionamento. Un nodo che non si risolve in una direzione o nell’altra: non si risolve cioè né nella cancellazione del pensiero occidentale né nella sua assunzione totale.

Questo nodo è un nodo in discussione da qualche decennio. Prima questa discussione non occupava uno spazio pubblico e il tema della superiorità del pensiero occidentale, dall’idea della ragione moderna fino alla conquista violenta dei territori al di fuori dell’Europa o del mondo occidentale, era qualcosa non posto in oggetto, non era in discussione. Oggi questa discussione c’è ma questo non vuol dire che la questione sia risolta. Non lo è perché è difficile trovare una soluzione e non lo è perché ancora viviamo dentro una cultura che si percepisce come superiore, più sviluppata, che ha da insegnare. E questo è un limite. Le forme di colonizzazione continuano nel tempo, si rinnovano, alle vecchie se ne sostituiscono delle nuove, si aggiornano rispetto alla realtà del mondo.

L'atteggiamento occidentale verso l'altro

Questo atteggiamento costruito nel tempo dalla cultura occidentale, che è un atteggiamento antico, ma che noi datiamo dal 1492, da quando si scopre un mondo completamente nuovo rispetto ai margini e ai limiti del mondo conosciuto, un mondo totalmente nuovo, su cui vi abitano popolazioni totalmente nuove e quindi fuori dal nostro orizzonte mentale che tende ad essere un orizzonte chiuso. Questa costruzione del pensiero occidentale ha portato a due grandi atteggiamenti nei confronti dell’altro. Un atteggiamento di superiorità, superiorità sempre e comunque rispetto alla quale l’altro ci è apparso e continua ad apparirci:

  • O come residuale, esterno a noi, irriducibile a noi, periferico, fuori.
  • O come parte di noi ma come un prima, come qualcosa che deve poi svilupparsi, come qualcuno di riducibile alla nostra cultura ma evidentemente più indietro.

Questi sono i due grandi atteggiamenti che ritroviamo costantemente all’interno del pensiero. E il cuore di questo pensiero è espresso nel sottotitolo del libro di Todorov ‘La Conquista dell’America: il problema dell’altro’. Todorov è uno studioso di letteratura, allievo di Mikhail Bakhtin. Uno studioso critico della letteratura che ha costruito una forma di concettualizzazioni della questione del rapporto con l'altro.

Definizione del problema dell'altro

Come si definisce il problema dell’altro:

  • In primo luogo, l’IO si definisce nella relazione con l’altro, non esiste un io che si definisce indipendentemente dalla relazione con l’altro o a prescindere e prima della relazione con l’altro. L’io si dispiega, si costruisce, si definisce nel rapporto con l’altro. Bakhtin dice: "…tutto ciò che tocco perviene alla mia coscienza dal mondo esterno, passando attraverso la bocca degli altri, con la loro intonazione, la loro tonalità emozionale e i loro valori. Inizialmente non prendo coscienza di me se non attraverso gli altri. L'essere dell'uomo è una comunicazione profonda. Essere significa comunicare, essere significa essere per l'altro e attraverso l'altro. L'uomo non possiede un territorio interno sovrano. Egli è sempre integralmente su una frontiera: guardando dentro di sé guarda negli occhi altrui o attraverso gli occhi altrui. Non posso fare a meno dell'altro. Non posso divenire me stesso senza l'altro." Quindi l'io si definisce sempre nella relazione con l'altro. A differenza da quello che noi percepiamo, che abbiamo la sensazione di un io che esiste e che si rimodella attraverso quello che incontra, in realtà l'io si costruisce sempre attraverso questa relazione, si sposta, si modifica.
  • L’io che definisce nella relazione con l'immagine che ho dell'altro (già qui c'è uno schermo), cioè nella sua proiezione in me, nel modo in cui il vedo, nel modo in cui traduco, ricevo (elemento della produzione è un elemento fondamentale nella conoscenza delle culture, non è un elemento tecnico ma culturale). Quindi l’io si definisce attraverso l'altro, nella relazione con l'altro o meglio l’io si definisce nella relazione che ho con l'immagine dell'altro, con l'immagine che io mi formo dell'altro. Le identità politiche e culturali si definiscono nella relazione reciproca, entrambe assumono e fiere trasformano la propria coscienza. Non esiste una influenza su un lato solo, una influenza che scende dall'alto verso il basso. Ogni esperienza, qualsiasi esperienza, anche una esperienza violenta, di profonda separazione dall'altro, si fonda e realizza sempre una relazione, ha sempre un effetto di ritorno. Nel rapporto tra identità sarebbe errato pensare che esista un'influenza della cultura occidentale sulle zone conquistate, esiste sempre un rapporto reciproco, biunivoco.
  • Esiste poi una stretta relazione tra il mio rapporto con l'esterno e il rapporto con l'esterno di un'identità e il mio rapporto con me, così come il comportamento di uno Stato o di una cultura verso l'esterno e insieme verso l'interno. Cioè esiste una relazione profonda tra interno ed esterno. Esiste una relazione profonda tra il mio interno, il modo in cui quello che mi succede all'esterno rientra in me e mi modifica, così come esiste una relazione profonda tra il razzismo coloniale e il razzismo interno ai paesi, che si alimentano spesso di argomenti comuni e che si alimentano a vicenda. L'atteggiamento nei confronti dell'altro, dell'altro rispetto ad uno stato, spesso si confonde e confluisce con l'atteggiamento che noi abbiamo verso l'interno. Atteggiamento che Politen dopo la Comune di Parigi del 1870 1871 manifesta nei confronti del popolo francese è un atteggiamento che si nutre dell'ideologia, del lessico e dell'armamentario razzista nei confronti dell'esterno. Quindi c'è un rapporto continuo fra interno ed esterno, all'interno dei singoli esseri umani, all'interno delle culture, all'interno degli Stati.
  • Presupposto della conoscenza, presupposto e non soluzione, per una conoscenza diversa è il relativismo, cioè il mettere in posizione orizzontale tutti i dati, tutte le conoscenze. Un esempio: nel seicento si sviluppa una cultura cosiddetta "libertina", una cultura critica del sapere, che critica tra l'altro, come fonte del sapere, il consensus gentium, cioè il consenso di tutte le genti su un determinato elemento che a quel punto veniva definito come naturale, un caso quindi di colonizzazione culturale, l'idea che tra di noi esistano determinati costumi e che questi costumi valgano come costumi di natura. Una risposta che questi studiosi e critici sviluppano nei confronti di questa idea del consensus gentium come fonte di autorità della conoscenza è quella del confronto orizzontale dei costumi, un atteggiamento tipico dello scetticismo classico ovvero: vi dimostro che non c'è nulla di naturale mostrandovi ciò che da noi è condannato altrove è autorizzato e ciò che qui è autorizzato altrove è condannato. Quindi, in questo senso, un'esperienza di relativismo. L'esperienza di relativismo è la base fondamentale per una conoscenza diversa, penetrante e interattiva con gli altri. Il relativismo vuol dire accogliere nella globalità, nella complessità tutti gli elementi di conoscenza, i costumi, le diverse leggi, le diverse religioni, accettare che ciascuno creda al proprio Dio. Accettare che la conoscenza non è una conoscenza assoluta ma relativa al dove si forma. Questo è un approccio, ed è un approccio corretto alla conoscenza ma non è la soluzione del problema, perché il relativismo non è la conclusione, altrimenti il relativismo ci impedirebbe di giudizio. Il giudizio, nel bene o nel male, noi percepiamo costantemente ed è anche il nostro modo di stare al mondo. È evidente che il giudizio ha una funzione intanto di individuarci, di identificarci ma anche di separarci perché attraverso un giudizio ci vediamo qualcuno, lo incalziamo all'interno del giudizio è non facciamo respirare facciamo parlare. Ma è anche il modo continuo attraverso cui puntelliamo, organizziamo la nostra conoscenza. E questo chiama in causa il problema dei problemi: il rapporto tra particolarismo e universalismo. Esistono dei diritti validi per tutti o è una forma di colonizzazione culturale? o se rinunciamo a questi, è accettabile tutto e quindi le varie usanze che a noi fanno orrore? il problema è evidente. Intanto è un problema che non ha trovato chiare soluzioni e probabilmente è un problema che non ha soluzioni definitive. L'Inghilterra ha applicato una determinata forma di integrazione culturale molto più aperta. La Francia ha applicato invece un metodo più legato all'idea dell'omogenizzazione. Sono due possibilità e tutte due risentono ora di un bisogno di essere aggiornate. Il tema fondamentale è proprio questo, che né l'una né l'altra sono soluzioni definitive perché, lo dice anche Merker nelle pagine conclusive del suo libro, non possiamo rinunciare all'universalismo, ad una ricerca del buono, del bene per gli esseri umani ma al tempo stesso ogni volta che cerchiamo di impostare o addirittura di imporre questo, corriamo il rischio tradizionale di tentare di colonizzare gli altri, attraverso la forza, o attraverso elementi persuasivi, o attraverso rapporti economici. Quindi questo rimane un problema aperto e più aperto più è fertile per la nostra capacità di conoscere che poi nella parte essenziale per potersi muovere nel mondo.

Rischi nella conoscenza e approccio culturale

Ci sono due rischi che noi incontriamo in questa conoscenza e li traiamo dal libro di Antony Pagden, La Caduta dell'Uomo Naturale, un testo fondamentale per la conoscenza dell'approccio culturale nel dibattito intorno alla conquista americana, quindi concentrato sui primi 50 anni del cinquecento, uno dei classici insieme a Todorov, della letteratura sulla conquista. Appena si dà due indicazioni:

  • L'approccio all'altro con i propri schemi; gli schemi ci sono, non possiamo approcciarci all'altro se non attraverso gli schemi, possiamo fare grandi sforzi di comprensione, una comprensione che va e viene, ci sono momenti in cui siamo più sensibili, più attenti e ci sono momenti in cui siamo più chiusi. Quindi il problema degli schemi che noi applichiamo è un problema da combattere ma che ci si ripresenta di continuo. Scrive pattern in apertura del libro: La conquista delle Indie, scriveva Padre Pedro Alonso O’Crovley dall'alto del suo favorevole punto d'osservazione del 1774 (favorevole punto d'osservazione perché è dopo) riempì tutto il mondo indistinto (vague diffuson) degli spazi immaginari dell'uomo. Prima del 1492 quegli spazi immaginari erano occupati soprattutto da fenomeni naturali fantastici, tratti dall'omonima letteratura del tardo medioevo. Molti di questi fenomeni, in particolare quelli di natura antropologica -i pigmei, i cannibali, le amazzoni- traevano origine dalla tradizione orale popolare. Ma vari naturalisti e viaggiatori da Plinio fino a John deMandeville, li avevano descritti come elementi naturali. Per molti europei del tardo medioevo, tali fenomeni costituivano un vero e proprio bagaglio mentale, cioè un complesso di immagini che si riteneva appartenessero alla realtà di aree remote del mondo nelle quali, appunto perché remote, l'insolito e il fantastico erano di casa.

Questo è un altro elemento, il lontano da noi è spesso pensato come esotico, come magico, come portatore di un fascino particolare, lontano dalla nostra realtà. Analogamente ai naturalisti contemporanei di O’Crovley che, sebbene già dotati di microscopi e telescopi, vedevano ancora ciò che la scienza di quel tempo li spingeva a vedere (questo rispetto all'oggettività della scienza: noi comunque utilizziamo una cultura fondata su paradigmi scientifici di una determinata epoca) i viaggiatori del cinquecento andavano in America con una idea ben precisa di ciò che vi si poteva trovare (in Todorov la prima figura è scoprire ovvero Colombo che va in America con un'idea già costruita). Costoro si aspettavano di aderire a che fare con selvaggi, giganti, amazzoni, cercavano la fonte dell'eterna giovinezza, città d'oro, cannibali etc. Parallelamente a questo mondo di luoghi immaginari ed esseri fantastici, ne esisteva uno reale nell'Africa nera fatto di popoli selvaggi ed esemplari insoliti, diffama una e di flora, non ancora classificati. Anche qui non mancavano le creature fantastiche ma in questo caso chi le aveva viste si era prodigato in audaci e spesso riuscitissimi tentativi di descriverle come una realtà oggettiva.

Questo è il primo punto, il fatto che il nostro modo di conoscere è un modo che avviene attraverso degli schemi precostituiti. Non è diverso dal mondo attuale, possiamo ironizzare su Colombo che va in America con la lettura delle relazioni di viaggio, di Erodoto ad esempio, quindi con la costruzione di un mondo, anche noi ci muoviamo con un approccio di carattere scientifico, che certo nasce da un lavoro empirico e questo dà un risalto all'oggettività scientifica, ma il nostro modo di guardare il mondo è fortemente condizionato dalla scienza e noi tendiamo molto a distinguere ciò che è scientifico da ciò che è magico, da ciò che fa riferimento ad altre culture, altre medicine etc.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mcavoy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero politico dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Ruocco Giovanni.
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