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6. IURISPRUDENTIA: interpretazione dei giuristi

Quando i giuristi devono definire l’insieme delle norme giuridiche prodotte da 1, 2, 3, 4, 5, dicono

che sono norme che fanno parte dello IUS CIVILE (del diritto civile), ovvero quel diritto creato da

1, 2, 3, 4, 5, che era riservato solo al cittadino (IUS PER CIVES). Quando vogliono far riferimento

alle leggi prodotte dagli editti dei magistrati (5), utilizzano l’espressione IUS HONORARIUM, in

riferimento agli HONORES (magistrature gratuite): un diritto applicabile non solo ai cittadini, ma

anche agli stranieri.

2) – 3) MECCANISMO DI PRODUZIONE DELLA LEGGE

Si tratta di un sistema affermatosi consuetudinalmente.

La proposta di legge o di plebiscito, chiamata ROGATIO (richiesta, proposta), veniva fatta da una

magistratura che avesse il potere di convocare i comizi. Nel caso dei plebisciti, la proposta poteva

essere fatta dal tribuno della plebe, che convocava poi l’assemblea della plebe; il contenuto della

proposta veniva stabilito dal richiedente o concordato con gli esponenti della propria classe sociale

(come i POPOLARES).

La proposta di legge, prima di essere discussa da un assemblea popolare, veniva prima

pubblicata: questo atto era chiamato PROMULGATIO (promulgazione); oggi è l’atto finale della

legge ed è compiuta dal presidente della repubblica, mentre quando vi era lo Statuto Albertino, era

compiuto dal monarca; nel diritto romano (età repubblicana) la pubblicazione di una proposta di

legge avveniva su materiali poveri.

Tra la PROMULGATIO e la riunione dell’assemblea della plebe per discuterla e approvarla, doveva

trascorrere un anno di tempo di TRINUNDINUM (NUNDINE = giorno di mercato; tre erano i giorni

di mercato da aspettare, quindi 3 settimane): in questo arco di tempo si tre settimane, ogni

settimana venivano convocate assemblee informali , i CONTIONES, nelle quali si discuteva della

proposta di legge, o di plebiscito (vi erano quindi 3 CONTIONES).

Viene vietato poi che in una proposta di legge vengano contenuti più argomenti diversi: le LEGES

SATURAE (leggi con più argomenti). Questo divieto, verso la fine del II secolo a.C., da prassi,

viene trasformato in legge.

Dopo i tre mercati, vi è la convocazione dell’assemblea: comizi centuriati e tributi per le leggi e

assemblea popolare per i plebisciti. Prima dell’approvazione della legge, vi era un’ultima

discussione, il CONTIO (dove si discuteva la proposta, se doveva essere modificata con

emendamenti, se doveva essere corretta e doveva, quindi, iniziare di nuovo tutto l’iter).

Dopo quest’ultima discussione, le varie assemblee (comizi centuriati e tributi, per le leggi e

assemblea della plebe per i plebisciti) si riuniscono per il voto: UTI ROGAS, era il voto sì;

ANTIQUO, era il voto no; fino al 131 a.C. sono voti palesi, espressi da ogni cittadino e fatti

oralmente, dopo il 131 a.C., a seguito della LEX PAPIRIA TABELLARIA (131 a.C.), il voto diventa

segreto per evitare di poter influire sul voto altrui; la legge introduceva delle tabelle su cui veniva

scritto il voto (UTI ROGAS o ANTIQUO), venivano messi in un urna e poi estratti.

CONTENUTO DI UNA LEGGE/PLEBISCITO

Nella legge o nel plebiscito pubblicato veniva stabilito, al loro interno, il luogo in cui venivano

raccolti (o nel tempio o nel foro o nel Campidoglio); una copia doveva essere conservata

nell’erario.

- Conservazione delle leggi: sono state trovate tavolette di bronzo che ne riportavano il contenuto;

in base a questo, gli studiosi hanno potuto rilevare 3 parti, attraverso le quali era formata la legge o

il plebiscito:

1) la parte iniziale, era chiamata PRAESCRIPTIO (la parte scritta per prima in un testo della legge

o del plebiscito): questa parte contiene il nome della magistratura proponente, il nome

dell’assemblea popolare che l’ha votata, il luogo e la data dell’approvazione, la centuria o la tribù

che ha votato per prima e, all’interno, il nome del cittadino che ha votato per primo.

2) La seconda parte era chiamata ROGATIO: da un lato indicava la proposta della legge o del

plebiscito, e dall’altro indicava il contenuto della legge, o del plebiscito conforme alla proposta.

3) La terza parte è chiamata SANCTIO LEGIS (sanzione della legge): rappresenta un complesso

di disposizioni o clausole dirette ad assicurare l’applicazione concreta di tutta la legge o del

plebiscito; corrisponde ad un apparato sanzionatorio che ha come finalità l’applicazione della legge

o del plebiscito.

FORME DI SANCTIO LEGIS

Le forme di SANCTIO LEGIS arrivato fino a noi sono di diverso tipo, per esempio:

- un esempio è nelle leggi Sacrate, ed è la SACRATIO CAPITIS: che implica la condanna a morte

di chi viola queste leggi: si tratta di una sanzione diretta all’applicazione delle leggi Sacrate.

Oltre a questa ne conosciamo altre 5, menzionate anche nelle fonti antiche di Cicerone:

- CAPUT TRALATICIUM DE IMPUNITATE (clausola tralatizia, tradizionale relativa all’impunità):

chiunque, per osservare la legge o il plebiscito approvato, ne avesse violato uno/a più anteriore,

non poteva essere punito (ma godeva dell’impunità).

- SACRAMENTUM: per garantire l’applicazione della legge o del plebiscito, tutti i senatori e i

magistrati dovevano giurare di applicarla seriamente (di fare le leggi per bene).

- MULTA (o MULCTA): pagamento di una multa contro i senatori e i magistrati che non avessero

applicato questa legge.

- DIVIETO DI RIDISCUTERE: divieto di ridiscutere l’argomento oggetto della legge o del plebiscito

approvata/o (per esempio, Cicerone riporta che il plebiscito fatto approvare da Clodio, riguardo al

suo esilio, prevedeva che non si sarebbe più dovuto discutere l’argomento del plebiscito, che era

appunto l’esilio di Cicerone; anche se con questo plebiscito era stata violata una delle 12 tavole,

che vietava una legge contro una singola persona).

- ARMONIZZAZIONE : relativa all’armonizzazione tra le disposizioni tra la nuova legge e i principi

che vi erano nella legge precedente e nell’ordinamento giuridico (diritto) precedente.

Studiosi moderni discutono: perché sentivano il bisogno di introdurre, alla fine della legge o del

plebiscito, questo apparato sanzionatorio? Esso ha un carattere politico ma non giuridico; chi

faceva approvare la legge o il plebiscito aveva bisogno di corredarlo con un apparato sanzionatorio

che dal punto di vista giuridico poteva essere anche omesso. Queste clausole non hanno però

solo valore politico ma anche giuridico.

3 DEFINIZIONI CHE I GIURISTI ANTICHI DAVANO DI “LEGGE PUBBLICA”

LEX nella terminologia giuridica latina ha molti significati. Se vi aggiungiamo l’aggettivo PUBLICA

facciamo riferimento alla delibera o alla decisione di un assemblea popolare.

La LEX CONTRACTUS è la clausola di un contratto. Il termine LEX da solo può essere inteso in

due modi (clausola e legge); quando vi aggiungiamo un aggettivo, sappiamo il significato più

preciso. Ci sono tre importanti giuristi che danno tre importanti definizioni di LEX:

1) Il primo giurista a dare la definizione di legge (o plebiscito) è ATELIUS CAPITO, che vive

nell’età di Augusto (I sec. a.C. – I sec. d.C.); egli offre una definizione del termine, in riferimento al

periodo storico, tra il 287 e il 333 a.C. Egli definisce la legge (o plebiscito) come un “ordine

generale (IUSSUM GENERALE) del popolo o della plebe su proposta di un magistrato”: un

assemblea popolare non può ne autoconvocarsi, ne approvare una legge che non sia stata

proposta dal magistrato (IUSSUM = legge o plebiscito: atti riservati a un assemblea popolare;

GENERALE = per osservare quel precetto delle 12 tavole secondo cui tutte le leggi/plebisciti

devono avere carattere generale e astratto).

2) 150 anni dopo Capito, un altro giurista romano da un’altra definizione di legge/plebiscito: questo

giurista si chiamava GAIUS (Gaio) ed era un giurista vissuto intorno alla metà del II secolo d.C.

(150 d.C. circa); tutti i giuristi di quel tempo lo ignorarono: esso era un giurista di origine provinciale

di una provincia greca. Dal IV secolo d.C. gode invece di immensa fama (Giustiniano lo utilizzerà

come modello da seguire).

Il MANUALE DI ISTITUZIONE è la sua opera più importante. Queste istituzioni sono state ritrovate

nel 1816, perché uno studioso tedesco, chiamato Von Niebuhr, scendendo in Italia, si fermò a

Verona nella biblioteca capitolare, dove vi erano molti manoscritti: si accorge, leggendo un

manoscritto, che si trattava di un palinsesto, ovvero di una pergamena già scritta, in cui era stata

stesa della cera sopra, in modo da farla sembrare nuova, e sopra, vi era stato riscritto. Lo studioso,

compiendo dei lavori chimici, riesce a far riapparire il manuale di Gaio, dove vi era contenuta la

definizione di legge pubblica: “la legge è ciò che il popolo ordina e stabilisce; i plebisciti in origine

non avevano stessa efficacia delle leggi, ma dopo la legge Ortensia è avvenuta la loro

equiparazione”. Egli non dice nulla del magistrato e della legge astratta, ma afferma chiaramente

che leggi e plebisciti sono frutto di delibere di assemblee.

3) Il terzo giurista è AEMILIUS PAPINIANUS, un giurista molto importante che vive tra la fine del II

e inizio III secolo d.C. (50 anni dopo Gaio) e che ha origini siriane. Egli muove una critica nei

confronti dell’imperatore Caracalla (figlio di Settimio Severo, originario della Libia, che inaugura la

dinastia dei Severi), che uccise suo fratello. Settimio regna fino al 211 d.C. e negli ultimi due anni

eleva come imperatori i suoi due figli, Caracalla e Geta. Caracalla, fa però uccidere il fratello e ne

toglie la memoria; poi si rivolge a Papiniano, per trovare un motivo valido a trovare una

spiegazione giuridicamente valida all’atto compiuto da Caracalla; Papiniano però si rifiuta e il

giorno dopo fu ucciso.

La definizione di legge è differente rispetto alle altre due: “la legge è un precetto comune, la

volontà di uomini saggi, la repressione dei delitti che sono commessi volontariamente o

involontariamente, un accordo comune della repubblica (comunità cittadina)”. Questa definizione

risente molto di quella data da un oratore greco, probabilmente Demostene, che all’inizio aggiunge

solo che la legge è un dono degli dei.

Gli studiosi moderni mettono in luce solo l’aspetto finale della definizione (un accordo comune

della repubblica), perché la legge è un accordo tra il popolo e il magistrato. In realtà Papiniano non

definisce la legge pubblica, ma il concetto di norma giuridica. Le leggi non sono altro che un

accordo tra magistrato e popolo: definizione non precisa, perché il popolo che delibera in

assemblea e il magistrato che fa la proposta non sono portatori di interessi diversi; il magistrato

presenta al popolo una proposta e se l’approva è in sintonia con il magistrato.

LA LEGGE SECONDO ULPIANUS

Ci sono altri giuristi, tra cui DOMITIUS ULPIANI (III sec. d.C.), che scrive un’opera chiamata

TITULI EX CORPORE ULPIANI (titolo dal corpo (delle opere) di Ulpiano); qui esso fa una

classificazione delle leggi, che possono essere:

• LEGES IMPERFECTAE (imperfette): delle leggi che vietano un atto, un certo

comportamento ma non prevedono ne l’invalidità di questo atto ma sanzioni verso chi ha

commesso questo atto.

• LEGES MINUS QUAM PERFECTAE (meno che perfette): vietano un atto e prevedono per

il contravventore una sanzione pecuniaria, ma non prevedono l’invalidità dell’atto compiuto

in violazione.

• LEGES PERFECTAE (perfette): leggi che prevedono la nullità (invalidità) dell’atto

commesso in violazione.

Ulpiano afferma questo, ma il perché non lo spiega. Quindi questo determina una pluralità di

spiegazioni:

1) che questa classificazione voglia far riferimento al rapporto tra legge pubblica e IUS CIVILE: per

un certo periodo di tempo (V, IV, III sec. a.C.)le leggi erano tutte imperfette, ovvero potevano

vietare un atto ma non potevano prevedere conseguenze per la violazione; lo IUS CIVILE era più

importante della legge , perché essa non aveva forza per modificare lo IUS CIVILE. Nelle leggi

meno che perfette, significa che i rapporti tra legge e IUS CIVILE si stanno modificando, perché

sono previste sanzioni a carico del contravventore. Le leggi perfette sono quelle leggi che possono

sostituire lo IUS CUVILE.

Il punto debole di questa opinione è che trascura la norma delle 12 tavole che riconosce il potere

legislativo in mano al popolo (nelle 12 tavole vi è un’equipartizione dello IUS CIVILE). È lo stesso

legislatore a decidere, su proposta del magistrato, l’efficacia da attribuire alle leggi. Le leggi

imperfette sono come dichiarazioni programmate, mentre le leggi perfette costituivano le vere leggi

che dovevano essere applicate.

4) SENATUS CONSULTUS

E’ un’altra fonte del diritto; all’interno dei Senati Consulti, ci sono quelli DI RATIFICA e quelli

NORMATIVI, che sono dei senati consulti che introducono delle norme di diritto. Queste norme di

diritto possono essere introdotte DIRETTAMENTE, se è il senato consulto che direttamente

produce norme giuridiche: possono essere senato consulti che introducono norme di dettaglio

rispetto alla legge o la plebiscito (norme secondarie); oppure possono essere introdotte

INDIRETTAMENTE, quando il senato emanava un senato consulto con il quale suggeriva a una

magistratura il contenuto di una proposta di legge o di plebiscito avente un certo contenuto.

Nella materia di sua competenza, il senato poteva emanare dei senato consulti normativi relativi ad

una materia (esempio: riguardo all’episodio dei Baccanali). Nella gerarchia delle fonti nell’età

repubblicana, la legge/ plebiscito è nettamente superiore al senato consulto.

5 ) EDICTA MAGISTRATUUM: FONTI CHE CREANO DIRITTO ONORARIO (IUS

HONORARIUM) NEL III, II a.C.

Si tratta di quel diritto introdotto dagli editti dei magistrati. Sono tre le magistrature i cui editti

contribuiscono a creare diritto onorario:

1) AEDICTA PRAETOREM

2) AEDICTA CURULUM

3) AEDICTA PRAESIDUM (governanti delle province).

Esse sono fonti di produzione del diritto privato. Il diritto onorario non è pubblico, ma vi troviamo

solo delle norme di diritto privato. Esse sono norme privatiste di carattere processuale e non

sostanziale: questo diritto può essere accettato dagli altri; se non è accettato si arriva ad un

processo (parte processuale). Il diritto onorario è di carattere processuale perché queste tre

magistrature creano questo diritto esercitando la giurisdizione (IURISDITICTIO). Prima viene

creato il diritto processuale e poi si risale a quello sostanziale. Queste tre magistrature avevano

una funzione giurisdizionale, ovvero di fermare le controversie.

1) Al primo posto di importanza ci sono gli editti dei pretori, poi quelli dei governanti delle province

e infine gli editti dei curuli; i primi erano limitati all’esercizio delle funzioni giurisdizionali all’interno

dei mercati. In origine i due editti del pretore urbano e del pretore peregrino erano molto differenti.

Il pretore peregrino emanava un editto che regolava la funzione giurisdizionale tra cittadini e

stranieri o tra stranieri (PRAETOR PEREGRINUS emana un EDICTUM per IURISDICTIO INTER

CIVES ET PEREGRINOS).

Il pretore urbano emetteva un editto che regolava la giurisdizione tra cittadini (PRAETOR

URBANUS emana un EDICTUM per IURISDICTIO INTER CIVES  LEGIS ACTIONES). Questo

era un processo molto formale, rigido e rituale; se sbagliavano di una parola o di un gesto,

perdevano la causa (questo processo dalle fonti è chiamato LEGIS ACTIONES, le azioni della

legge). Il potere di iniziare il processo era stabilito dalla prima legge delle 12 tavole, poi da altre

leggi successive introducono nuove azioni. Questo processo non poteva funzionare con gli

stranieri, che era molto più libero.

Davanti al pretore peregrino si sviluppa un altro tipo di processo, un processo formulare ( PER

FORMULAS), perché il pretore peregrino nel suo editto introduceva un gran numero di azioni,

ciascuna corrispondente ad un caso concreto (un’azione per la compravendita, una per il mandato,

ecc … , a seconda delle relazioni giuridiche che voleva regolare, crea un azione nuova). Queste

formule delle azioni sono universali e astratte, per poi essere adattate al cado concreto.

Sia il pretore urbano che quello peregrino emanavano un editto, all’inizio del loro anno di carica

(ogni pretore quando entrava in carica emanava il proprio editto), in cui esprimeva i rimedi

processuali che il pretore avrebbe utilizzato durante il suo anno di carica. Ogni anno che un

pretore entrava in carica poteva creare un nuovo editto. Questo editto veniva reso pubblico e

veniva affisso nell’albo pretorio (in un cartellone bianco in tribunale). A poco a poco i vari pretori

non cambiano completamente l’editto del loro predecessore, lo analizzano e ci prendono tutti quei

rimedi che avevano funzionato bene. Cicerone parla dell’editto del pretore come una legge

annuale (LEX ANNUA). A poco a poco si viene però a consolidare una parte dell’editto del pretore,

sia urbano che peregrino, che rimane e si tramanda da pretore a pretore. EDICTUM

TRALATICIUM: è un editto che si tramanda da un pretore all’altro; è un elemento importante della

certezza del diritto. A poco a poco si cristallizzano i rimedi più importanti dell’editto del pretore. Essi

possono ritoccare l’editto durante il periodo della loro carica: questi interventi di modifica sono

chiamati EDICTA REPENTINA (per far fronte a situazioni nuove), dove venivano ritoccate tutte le

materie di diritto privato. Ma fino a quando i due editti sono fonti del diritto autonome e separate tra

di loro? A un certo punto, progressivamente, si unificano le due giurisdizioni in senso evolutivo,

perché prevale la giurisdizione del pretore peregrino. A un processo arcaico del pretore urbano,

nell’unificarsi dei 2 editti, prevale quello del peregrino. Questo processo storico con l’unificazione,

cade fra la fine del II, e I secolo a.C. . Le tappe che portano all’unificazione dei due editti sono

costituiti da due leggi:

- LEX AEBUTIA (legge Ebuzia) fatta, per ipotesi, attorno al 120 a.C. poiché ne parlano solo due

fonti, Gaio e Gellio, e una serie di studi hanno portato ad essere plausibile il 120 a.C. Questa legge

stabilisce che anche i cittadini che erano costretti a fare il processo potevano usare il processo

formulario (possibilità ai cittadini di fare un processo formulario). Il processo formulare era preferito

dai cittadini, ecco perché fanno questa legge.

- il colpo finale ai processi davanti al pretore urbano venne dato da Augusto, con la legge Giulia sui

processi privati: LEX IULIA IUDICIORUM PRIVATORUM, del 18 a.C. Il pretore urbano e peregrino

fondano i propri editti, che sono formalmente separati, ma con la stessa sostanza.

2) Anche gli edili curuli possono modificare il proprio editto all’inizio dell’anno di carica, perché

hanno il potere di rendere pubblico l’editto ogni anno. A poco a poco si va a consolidare un editto

centrale.

3) Gli editti dei governati delle province si ispiravano all’editto del pretore peregrino, ma in parte

dovevano tener conto delle condizioni della provincia. Dopo la legge di Augusto, comincia un

procedimento di uniformazione anche di questi editti. Man mano che le province si vanno a

uniformare (nell’economia, nella cultura, ecc …) con l’epoca di Augusto si viene a consolidare un

editto comune a tutte le province.

RAPPORTO TRA DIRITTO ONORARIO E DIRITTO CIVILE (IUS HONORARIUM e IUS CIVILE)

Il diritto onorario serve a aiutare, correggere e supplire il diritto civile. Da un punto di vista giuridico,

il diritto onorario non può abolire il diritto civile. Nella gerarchia delle fonti, l’editto dei magistrati è

inferiore al plebiscito o alle leggi. Aiutare significa adattare meglio il diritto civile (non poteva

cancellare una legge, ma adattarla al caso concreto); correggere significa adattare (correggere

certi effetti), e supplire significa che il diritto onorario colma le lacune del diritto civile.

6 ) IURISPRUDENTIA: ATTIVITA’ DEI GIURISTI

L’attività dei giuristi è chiamata INTERPRETATIO PRUDENTIUM (PRDENTES: in latino giuridico

spesso indica i giuristi e alcune volte si trova la parola IURISPERITI; il termine PRUDENTES

indica quelle persone che danno consigli di carattere giuridico). Vi fu il passaggio da

giurisprudenza pontificale a laica; verso la fine del III secolo, inizio II secolo a.C. ci furono i primi

nomi di giuristi laici, ovvero di giuristi aristocratici, che possono essere anche plebei più ricchi

(nobiltà era patrizio – plebea). Il più importante tra questi fu SEXTUS AELIUS PETUS, che visse

verso la fine del II secolo a.C.; è autore della prima opera scritta da un giurista che non era

pontefice, che aveva avuto la promulgazione e la divulgazione. L’opera si chiamava TRIPERTITA

(Tripartita). All’interno di essa, Sesto Elio vi espone tutto il diritto (attività dei giuristi è fonte al 90%

di diritto privato e 10% di diritto pubblico); ci sono 3 parti secondo cui espone il diritto:

- riporta il testo delle 12 tavole;

- interpretazione delle 12 tavole, che non erano una codificazione completa, ma di compromessi

tra patrizi e plebei e alcuni principi vengono riportati ed altri no. Esso da un interpretazione delle 12

tavole da parte di un giurista laico (come afferma Pomponio, “dalle 12 tavole ha cominciato a fluire

il diritto civile”).

- parte dedicata al processo, alle LEGIS ACTIONES del pretore urbano.

Questa opera diventa talmente importante da essere chiamata IUS AELIANUM (pietra miliare

dell’attività dei giuristi).

L’interpretazione dei giuristi si svolgeva in tre direzioni, che Cicerone indica con tre verbi:

1) AGERE

2) CAVERE

3) RESPONDERE

Vi è l’interpretazione della norma scritta per adattarla al caso concreto. Al tempo romano, molto

spesso la legge non c’era, quindi il giurista doveva lavorare sulle norme esistenti e ne doveva

trovare delle nuove che dovevano adattarsi a casi nuovi. Questa attività creativa si svolgeva

attraverso i 3 punti:

1) AGERE fa riferimento ai processi. Una persona si rivolgeva al giurista e chiedeva quale tipo di

azione utilizzare per avere giustizia (agire in giudizio).

2) CAUTIO  cautelare (negozio giuridico); CAVERE significa rivolgersi ad un giurista chiedendogli

quale fosse il negozio giuridico più adatto a regolare il proprio assetto interesse.

3) RESPONDERE fa riferimento ai responsi (risposti) dei giuristi. Una persona si rivolgeva ad un

giurista e gli esponeva un caso concreto; dopo gli chiedeva quale fosse la migliore situazione

giuridica per quel caso. La risposta al caso concreto data dal giurista è chiamata responso.

Verso la metà del II secolo a.C. comincia a consolidarsi un sistema di diritto civile; ci sono 3 giuristi

che la tradizione ricorda come coloro che hanno fondato il diritto civile:

1) PUBLIUS MUCIUS SCAEVOLA

2) BRUTUS

3) MANILIUS

Pomponio afferma che questi tre giuristi, avendo formato il diritto civile, lo raccolgono per la prima

volta per iscritto e tentano di esporlo. Propongono un loro ordine per iscritto, utilizzando gli schemi

logici, dialettici e retorici della filosofia greca, adattandole poi al diritto civile.

LEZIONE CON PROF DI DIRITTO GRECO

SITUAZIONE DEL DIRITTO E DEL PROCESSO PENALE (III, II SEC. a.C.)

-POTERE DI COERCIZIONE (COERCITIO  IMPERIUM): è un potere di imperio e corrisponde al

potere di comandare qualcosa ai cittadini e applicare sanzioni penali in caso di disobbedienza a

questi ordini.

- POTERE DI GIUDICARE (IUDICATIO): un potere di emanare una sentenza all’esito al termine di

un processo. Fra il III e il II secolo a.C., il potere di giudicare era un potere che apparteneva alle

assemblee popolari. Vi era lo IUDICIA POPULI, che erano i giudizi, o i processi svolti davanti a un

comizio, e lo IUDICIA PLEBIS, che erano giudizi o processi che si svolgevano davanti a un

assemblea popolare.

I processi penali capitali (IUDICIA CAPITALIA), dopo le 12 tavole, sono di esclusiva competenza

dei comizi centuriati. Questa norma delle 12 tavole sottrae la competenza dei giudizi capitali

all’assemblea della plebe (i giudizi davanti alla plebe non sono più quelli che possono terminare

con un processo capitale).

Alla fine del IV secolo a.C., davanti ai comizi e all’assemblea della plebe possono svolgersi solo

processi multatici (IUDICIA MULTATICIA), dove la pena che, eventualmente può essere applicata,

è la multa (i magistrati che portano avanti il processo davanti ai comizi tributi o all’assemblea della

plebe, sono gli edili curuli o plebei). Vi è una norma delle 12 tavole che introduce nuovi crimini,

oltre al parricidio, perduellione, c’era anche ADFECTATIO REGNI, ovvero l’aspirazione al regno.

Questi crimini più quello introdotto avevano come fine la pena di morte; il processo era svolto dai

comizi centuriati. Il tribuno della plebe poteva portare davanti ai comizi centuriati il cittadino

incriminato (scompaiono i questori del parricidio e perduellione).

COME SI SVOLGEVA IL GIUDIZIO

Come si svolgeva questo giudizio davanti al popolo e davanti alla plebe? La fonte principale è

Cicerone, che scrive in un epoca in cui non vi è più la differenza tra popolo e plebei.

- inizialmente vi era la formulazione di un accusa, fatta da un magistrato che intraprendeva un

procedimento di ufficio (lo fa di propria iniziativa: muove un accusa verso un cittadino): si tratta di

un rito inquisitorio. Tra il momento in cui il magistrato muove un accusa contro un cittadino e

l’inizio del processo deve passare un certo periodo di tempo (un termine abbastanza breve).

- nel termine stabilito dal magistrato, l’accusato si presenta davanti al popolo, riunito in CONTIO:

viene delineata l’accusa del magistrato verso il cittadino e quelli che sono gli elementi di difesa

presentati dall’accusato.

- dopo la prima assemblea si svolgono altre tre CONTIONES che si svolgono a breve distanza

l’una dall’altra (secondo Cicerone vi era un intervallo di 1 giorno), nelle quali vi erano espresse le

prove di accusa e di difesa: il magistrato che accusava doveva presentare le prove per l’accusa

(erano soprattutto testimonianze) e l’imputato, in queste tre assemblee presentava le prove a sua

difesa. Queste tre assemblee prendevano il nome di ANQUISITIO.

- terminata l’ANQUISITIO vi era un ultima assemblea che poteva essere fissata dopo un arco di

tempo di 3 mercati (3 settimane). Nell’ultima avveniva la discussione finale (prima parlava l’accusa

poi la difesa). Il popolo o la plebe si riunisce nel comizio o nel concilio della plebe (da assemblea

generica diventa qualificata). Il comizio decide, attraverso una votazione (prima era a alzata di

mano e dopo il 131 a.C., dopo la legge PAPIRIA TABELLARIA diventa segreta e scritta su una

tavoletta  L = libero (assolto) e C = condannato.

Negli IUDICIA POPULI e PLEBIS la pena era la morte o la multa. Perche vi erano due processi

separati: non c’è più la PROVOCATIO e non esiste nemmeno più l’appello: la sentenza è una sola

e definitiva. Se si applicava la pena di morte, essa veniva applicata da un BOIA, uno schiavo

pubblico chiamato anche CARNIFEX (carnefici) che uccidevano i colpevoli (la pena più diffusa era

lo strangolamento. I carnefici svolgevano la pena in presenza dei tresviri capitali. L’accusato

poteva però optare per l’esilio (invece di morire); esso perdeva la cittadinanza e tutti i suoi beni.

Questo processo penale, tra III e II secolo a.C. comincia a presentare dei limiti:

- il popolo che partecipava alle assemblee erano solo i cittadini di Roma, ma Roma si era

ingrandita e i cittadini erano sparsi in tutta Italia (i cittadini di Roma erano più privilegiati).

- l’aspetto emotivo prevale sull’aspetto tecnico – giuridico: si segue di più la pubblica opinione.

Si affermano tre direttrici nuove:

1) Da un lato vengono creati magistrati minori che provvedono alla repressione di crimini

minori, togliendo una parte di lavoro al popolo o alla plebe; i TRESVIRI CAPITALES. ha tra

le sue funzioni quella di presiedere alla pena di morte. Intorno al IV secolo a.C. nascono

come magistrature occasionali per prevenire ci incendi di notte. Questa magistratura si

stabilizza con la legge PAPIRIA che gli attribuisce nuove funzioni:

- reprimere i crimini notturni (furti, rapine, risse, ecc..); essi potevano frustare o incarcerare

per un certo periodo di tempo chi aveva commesso il reato.

- quando si trattava di crimini più gravi (omicidi, …) i tresviri svolgevano funzioni di polizia

giudiziaria: la fase delle indagini in vista di un processo celebrato davanti al popolo o alla

plebe e presieduto dal magistrato.

- funzione di occuparsi della custodia in carcere degli accusati. A seconda delle ricchezze,

gli accusati o venivano rinchiusi in carcere fino al processo oppure, se si trattava di persone

importanti dovevano offrire dei garanti: delle persone che garantivano la presenza di un

accusato il giorno del processo.

2) La funzione coercitiva: perfeziona la garanzia del cittadino della PROVOCATIO AD

POPULUM. La più antica legge (LEX VALERIA) della PROVOCATIO è del 509 a.C. Dopo

le 12 tavole la PROVOCATIO forma oggetto di una nuova legge del 449 a.C., la LEX

VALERIA – ORATIA(nome dei due consoli), che stabilisce che tutte le magistrature che

vengono istituite (con potere di imperio) devono rispettare la PROVOCATIO. Perché sia il

primo, che il secondo decemvirato si erano svolti senza di essa. Dopo 150 anni, nel 300

a.C. vi fu un’altra legge sulla PROVOCATIO, la LEX VALERIA. Essendo una costituzione

non scritta, la prassi di governo portava a non rispettare la PROVOCATIO, ecco perché

approvano tante leggi. Questa legge stabilisce che se un magistrato con imperio non

rispettava il principio della provocatio, il suo comportamento sarebbe definito IMPROBE

FATTUM; gli studiosi ritengono che aveva anche un contenuto giuridico, ovvero provocava

una nota censoria verso quel magistrato che non aveva rispettato la provocatio; esso era

giudicato come crimine di perduellione. Agli inizi del II secolo a.C. la questione della

provocatio diviene definitiva attraverso tre leggi, che Tito Livio ricorda come LEX

PORCIAE: una approvata da Catone il vecchio, un'altra dalla gente porcia e la terza

approvata da PORCIO LAECA; esse sono leggi unitarie: - la prima estende la provocatio

dalla pena di morte si passò alla fustigazione; - la seconda, il magistrato dotato di imperio

che non avesse osservato la provocatio sarebbe stato a sua volta passibile alla pena di

morte; - la terza legge stendeva la provocatio dai soli poteri civili ai poteri militari:

quest’ultima decisione è confermata anche in una moneta, con su scritto “provoco” verso

un magistrato vestito da militare.

3) Il senato introduce dei nuovi procedimenti penali per quei crimini che scuotono

maggiormente l’ordine pubblico. Vi è la creazione di processi penali straordinari da parte

del senato, riguardanti QUAESTIONES EXTRA ORDINEM (QUAESTIONES indica un

processo penale; EXTRA ORDINEM indica la parola straordinario):

- il primo caso fu la repressione dei BACCHANALI, dove il senato affidava ad un

magistrato con poteri di imperio il potere di svolgere indagini e di applicare, qualora

ritenesse gli imputati colpevoli, la pena. Il magistrato dotato di imperio era affiancato da un

consiglio composto da senatori. Il magistrato faceva tutto (accusa, indagini, pena) anche se

era assistito da un consiglio di senatori. L’imputato aveva però sempre diritto della difesa.

Le pene venivano decise dal magistrato o dal senato, anche se quasi sempre era la pena

di morte.

- casi di avvelenamento.

L’imputato che veniva condannato a morte in questi casi non poteva fare la provocatio per

diversi motivi:

- perché qui non siamo in presenza di una funzione di coercizione, ma di fronte ad una

situazione giudicante;

- perché mancava la volontà di qualcuno che potesse soccorrere il condannato a morte per

far rispettare la provocatio.

Durante la prima metà del II secolo a.C. le questioni straordinarie non furono più istituite da

un senato consulto, ma da un plebiscito: non è il senato a istituire un procedimento

straordinario ma è il tribuno, che si schierava contro i magistrati colpevoli. Non si pone la

provocatio al popolo perché si è già istituita con la questione straordinaria del plebiscito.

TRATTATI INTERNAZIONALI

Al momento della fondazione della repubblica (509 a.C.), Roma è una delle tante città stato del

mediterraneo con cui essa ha avuto una relazione di pace per circa 2 secoli (rapporti tra città stato

diversi tra di loro). Dal punto di vista delle forme giuridiche, è il TRATTATO (FOEDUS) che regola

di più i rapporti internazionali. Esso ha origini antichissime (monarchia latina); nel III, II secolo a.C.,

sulla base delle tipologie di trattati diffusi, si vengono a trovare tre tipi di trattati(a seconda della

città stato con cui si vuole concludere, perché non esiste una forma generale); questa

classificazione non ci è stata proposta dai moderni, ma da Livio, messa in bocca all’ambasciata del

re Esiodo terzo, Menippo.

1) FOEDERA AEQUA (supposizioni di eguaglianza): le due città stato si sono combattute,

questa guerra è finita senza che una delle due prevalesse sull’altra (ne vincitori ne vinti);

per concludere la guerra c’è bisogno di un trattato su posizioni di eguaglianza: ciascuna

delle due parti conserva le istituzioni interne, il proprio diritto in politica estera e si impegna

a non compiere atti ostili reciprocamente. Un esempio è il trattato tra Roma e le città latine

del 493 a.C., chiamato FOEDUS CASSIANUM (promosso dal console Spurio Cassio); vi fu

uno scontro armato tra romani e latini che non portò a vincitori: questo trattato stabilì

l’alleanza difensiva (ognuna delle città stato si impegnavano a intervenire a difesa di quella

che sarebbe stata attaccata da nemici esterni). Un altro esempio corrisponde al trattato tra

Roma e la città stato greca di Napoli.

2) FOEDERA INIQUA (trattati inuguali): sono il 99% di quelli che i romani concludevano tra il

III e il II secolo a.C.; Roma ha vinto la guerra contro l’avversario di turno e riflettono la

supremazia militare e politica dei romani. Il contenuto di quei trattati prevede clausole

riguardanti le istituzioni interne:

- la parte sconfitta può conservare le proprie istituzioni interne;

e riguardanti le istituzioni militari:

- toglie il diritto alla parte vinta di fare politica estera indipendente e doveva fornire armi e

truppe alle guerre decise dai romani.

In questi trattati vi è sempre una clausola in cui il popolo vinto riconosce la maestà del

popolo romano (MAIESTAS POPULI ROMANI  MAIESTAS: supremazia militare e politica;

in età imperiale la supremazia passa all’imperatore anche se il termine nasce dai rapporti

internazionali).

3) FOEDERA SOCIALI (trattati diretti alla fondazione di alleanze, di SOCIETAS): si tratta di

trattati fra la città di Roma e popoli stranieri che non hanno mai combattuto guerre fra di

loro. Portano all’amicizia e all’alleanza e sono trattati dal contenuto egualitario (es. trattato

tra Roma e Cartagine prima del 264 a.C., dello scoppio della prima guerra punica, ci furono

4 trattati tra due città stato che non si erano mai combattute). Il più antico dei trattati e il più

importante (ne parla Polibio e le fonti etrusche): lamine d’oro provenienti da PYRGI (città

etrusca) che contengono iscrizioni etrusche sulle disposizioni del primo trattato tra Roma e

Cartagine, in lingua etrusca: ci sono clausole militari e commerciali (commercio che

potevano svolgere), in cui si dividono le sfere di influenza nel mediterraneo (i romani

potevano superare Capo Bonn, in Tunisia, perché poi era territorio cartaginese).

FORMA

Da un punto di vista della forma, il trattato internazionale doveva essere concluso secondo un rito

giuridico – religioso ben definito. Era il diritto feziale (IUS FETIALE) a regolare i rapporti di pace e

di dichiarazione di guerra con i trattati; questo era il diritto che il collegio sacerdotale feziale aveva

raccolto nei suoi libri, comuni a tutte le città stato.

Il procedimento viene seguito fino alla fine del III secolo a.C.: è un rituale che si suddivide in due

fasi principali, ognuna delle quali comprende diversi atti:

1) la prima fase è composta anche da tre atti. Qui un sacerdote dei feziali chiedeva al monarca (o

successivamente ai supremi magistrati dotati di imperio) di poter concludere un trattato.

Alla risposta positiva, il monarca (o i magistrati) chiedeva di raccogliere l’erba sacra sul

campidoglio;

il feziale veniva toccato da essa e veniva quindi consacrato come messaggero del popolo romano.

2) la seconda fase si suddivide invece in 5 atti. Qui, il feziale, scelto come messaggero del popolo

romano, individuava dentro il collegio (composto da 20 sacerdoti) un capo, il PATER PATRATUS

(padre patrato), colui che doveva svolgere l’ultima fase del procedimento.

Egli recitava una formula propiziatoria;

leggeva le clausole del trattato;

compieva un giuramento esecratorio (giurava l’osservanza da parte romana del trattato, invocando

la maledizione degli dei in caso contrario);

sacrificio di un maiale, ucciso con un coltello rituale.

Questo rituale era osservato anche dalla controparte, perché si trattava comunque di popoli italici e

svolgevano, quindi, un rito analogo. Si trattava di un rituale giuridicamente necessario per

concludere il trattato.

Alla fine del III secolo a.C. il procedimento rituale si semplifica e si laicizza; i feziali, invece di

conservare il rito in libri, lo suggeriscono agli organi laici romani. Gli unici procedimenti che

rimangono alla fine del III secolo a.C. erano il giuramento esecratorio e il sacrificio di un maiale.

ORGANI INTERNI COMPETENTI

Nei primi due secoli dell’età repubblicana gli organi più importanti erano il monarca. Con la fine del

IV secolo a.C. ad esso si affianca anche la competenza dei comizi centuriati. Non basta solo

l’accordo tra i magistrati che possiedono l’imperio, ma occorre la ratifica dei comizi centuriati.

ALTRE FORME GIURIDICHE CHE REGOLANO I RAPPORTI DI PACE, OLTRE AL

TRATTATO

Oltre al trattato internazionale ci sono altre forme giuridiche che si occupano di regolare i rapporti

di pace. Esiste una pluralità di forme giuridiche che varia da stato a stato; esse durano anche nel

periodo del Principato, anche se il loro momento culminante è il III, II secolo a.C.

1) TRATTATO

2) SPONSIO INTERNAZIONALE: è un’alternativa al trattato. Il console o il proconsole

rivolgeva una domanda al capo della città stato straniera, diretta a sapere se voleva

concludere o no un trattato. Alla domanda il capo dava una risposta affermativa. La stessa

domanda, successivamente era posta dal capo al console, che dava anch’esso una

risposta affermativa (era un meccanismo più semplice rispetto al FOEDUS). Alla fine

questo tipo di trattato aveva un carattere provvisorio, come se fosse una specie di tregua:

perché il senato e i comizi centuriati vogliono poter controllare il potere dei magistrati

supremi di regolare come volevano i trattati internazionali (il loro limite era l’eccessiva

libertà di regolazione dei trattati).

3) HOSPITIUM: il rapporto di ospitalità ha anche un contenuto giuridico. Il diritto di ospitalità

può essere PRIVATO, quando una o più persone straniere individuate godono del diritto di

ospitalità;

può essere anche PUBBLICO, quando riguarda intere comunità straniere: tutti i membri di

una comunità straniera che abbiano rapporti con Roma hanno diritto a certe prestazioni: -

nutriti, - puliti, - celebrati i funerali. L’ospitalità pubblica è inserita in un trattato,

l’ospitalità privata è decisa dal senato romano (episodio di Timositeo di Lipari; Lipari era

una città stato con supremi magistrati e viveva di pirateria; una volta intercettano e

conducono nel porto una nave romana con un vaso di Apollo per Delfi; quando Timositeo

scopre la destinazione della nave, impedisce che venga presa ed essa viene scortata fino a

Delfi: a Timositeo, è concessa l’ospitalità privata).

4) AMICITIA: Amicizia ha qui un significato giuridico, collegato al termine alleanza, inserito

dentro a un trattato. Altre volte si instaurano rapporti di amicizia fuori dal trattato. L’amicizia

può essere PRIVATA, quando è tra singoli membri, e PUBBLICA, quando è tra romani e

un intera città straniera. L’amicizia implica: - rapporti di pace, - neutralità benevola, - atti

reciproci di assistenza. Sia l’ospitalità che l’amicizia sono benefici che sono uguali ma che

variano da comunità a comunità. Nel III, II secolo a.C. l’ospitalità e l’amicizia sono

giuridicamente separate ma spesso, nei casi concreti si confondono.

5) DEDITIO: una comunità di fronte all’ipotesi di una guerra contro i romani, anziché

combattere preferisce arrendersi; ci sono due tipi di resa:

- DEDITIO IN POTESTATEM: resa e sottoposizione alla potestà dei romani; totale

assorbimento della comunità, che si arrende, nella comunità romana; non fanno guerra e si

salvano la vita.

- DEDITIO IN FIDEM: resa che implicava un affidamento alla comunità romana. Le due

comunità instauravano un rapporto fiduciario della comunità romana: sottoposizione alla

comunità romana in condizioni di inferiorità; molto spesso i trattati INIQUI portavano a

questo.

6) SISTEMA DEI PROTETTORATI E STATI CLIENTI: è un modo di regolare i rapporti interni

che si afferma tra il III e il II secolo a.C. perché si intensificano i rapporti internazionali con

città e stati dell’oriente e del mediterraneo che erano molto sviluppati. I romani, anziché

sottoporli al loro diretto dominio, preferiscono controllare il sovrano o i cittadini. Gli stati

clienti è un modo per controllare ampi territori senza sottoporli ad un diretto controllo.

DIRITTO DELLE GENTI

IUS GENTIUM: diritto internazionale delle genti. GENTIUS sta a intendere il diritto delle genti come

il diritto tra stati. In epoca romana ha avuto più significati diversi:

1) Riferimento a quelle regole giuridiche che non sono proprie di una sola comunità ma di

tutte (la schiavitù, per esempio, è conosciuta a tutti i popoli; la liberazione della schiavitù, la

manomissione, ecc …). Il diritto delle genti si contrappone a quello civile perché il primo è

comune tra romani e altri popoli, mentre il secondo è riservato ai soli cittadini romani.

2) Come diritto internazionale degli affari: gli affari che si intensificano avvengono secondo

forme nuove, più agili, meno formali e anche questo complesso di norme di diritto

internazionale degli affari viene indicato come diritto delle genti.

3) Significato ereditato dall’antico diritto feziale, che regolava i rapporti tra nazioni e aveva una

procedura formale. Verso la fine del III secolo a.C. il diritto feziale perde importanza e lo

IUS GENTIUM arriva ad avere il significato dello IUS FETIALES, ovvero del diritto che

regola i rapporti tra stati. Il diritto delle denti ha quindi un valore polisemico, ovvero

possiede una pluralità di significati.

RAPPORTI DI GUERRA

Anche la dichiarazione di guerra segue un preciso rituale giuridico. Essa rientra tra le funzioni

concorrenti tra senato e comizi centuriati. La dichiarazione è pronunciata dal senato ma non ha

come unico requisito la sua delibera, ma necessita anche di una legge dei comizi centuriati (questo

avviene già nel V a.C. nella guerra di Roma contro Veio). Da questo momento in poi i comizi

centuriati dovranno sempre approvare la dichiarazione di guerra con una sua legge.

PROCEDIMENTO

Il procedimento della dichiarazione di guerra si suddivide in due fasi, gestite dai feziali:

1) la prima fase è la fase delle richieste che il padre patrato rivolgeva al popolo straniero con cui vi

erano rapporti di tensione (RES REPETERE o RERUM REPETITIO: chiedere la restituzione delle

cose, rubate con razie; con questi termini si fa riferimento alle guerre dell’età monarchica. È una

terminologia che però rimane in tutto il diritto romano per la richiesta di restituzione delle cose).

Questa richiesta era anche una CLARIGATIO, ovvero una richiesta pronunciata a voce forte e

chiara. Questa richiesta era una presentazione che il capo dei feziali doveva ripetere più volte:

- la prima volta la pronunciava al confine del popolo straniero ostile e invocava la maledizione degli

dei qualora le richieste fossero state ingiuste (perché per loro erano considerate giuste);

- la seconda volta la richiesta veniva ripetuta all’interno del territorio nemico al primo uomo che i

feziali incontravano (avevano la funzione di ambasciatore).

- poi veniva ripetuta all’entrata della porta della città ostile;

- e poi ripetuta nel foro della città ostile.

Successivamente, il padre patrato ritornava sulla linea di confine e aspettava un arco di tempo

probabilmente di 30 giorni (o di 33 secondo Livio). Questo tempo serviva per vedere se il popolo

ostile esaudisse le richieste. Passato questo tempo, inutilmente, il padre patrato effettuava un’

attestazione (TESTATIO), ovvero una dichiarazione, sempre al confine, in cui prendeva atto che le

richieste non erano state rispettate. L’attestazione corrisponde alla formula preliminare alla

dichiarazione di guerra. Successivamente a ciò, il padre patrato ritornava a Roma e riferiva ciò che

era avvenuto al monarca e successivamente, nell’età repubblicana ai consoli, che convocavano i

senatori, a cui veniva chiesto se dichiarare o no guerra (INDIRRE LA GUERRA: la dichiarazione

dipendeva dal voto dei senatori). Con la fine del V secolo a.C. anche i comizi centuriati hanno il

compito di decidere se dichiarare guerra o meno.

2) l’atto finale era compiuto dal padre patrato e corrispondeva all’apertura delle ostilità:

- presenza del padre patrato sul confine del territorio ostile;

- egli lanciava un’asta appuntita (EMITTERE ASTA), o di legno o di ferro, pronunciando, alla

presenza di tre cittadini PUBERI (almeno di 14 anni) una formula rituale (l’ultima prima della

dichiarazione).

Solo se venivano rispettate tutte le fasi, allora la guerra sarebbe stata considerata giusta (IUSTUM:

non si parla di una giustizia a livello morale ; giusto qui significa conforme allo IUS, ovvero una

guerra legittimamente dichiarata).

Alcune fonti del diritto romano, come Livio e Cicerone, quando parlano di guerra giusta fanno

riferimento ad una guerra dichiarata legittimamente; questo significato cambia e diventa di

significato morale, e si ha per primo con Sant’Agostino e Isidoro di Siviglia (afferma che la guerra

giusta si fa solo per vendicarsi di un torto subito o quando si fa per respingere i nemici; al contrario,

Cicerone riprende invece Sant’Agostino) che danno al termine BELLUM IUSTUM un significato

morale.

Questo procedimento di dichiarazione di guerra va bene quando i nemici sono vicini, non quando i

territori sono lontani. Anche per la procedura di guerra sono i feziali stessi a semplificare il rituale e

a delegare dei magistrati per svolgere le funzioni del padre patrato. Nel 280 a.C. ci fu la guerra

contro Pirro, che sbarcò in Italia con gli elefanti, con i quali ottiene facili vittorie,ma che risultano

molto care, tanto che alla fine si ritira e ritorna nell’Epiro. Qui per la prima volta, il lancio dell’asta

non si svolge nel territorio nemico perché era troppo lontano, ma all’interno del CIRCO FLAMINIO,

vicino al tempio di BELLONA. Individuavano un’area di terreno e, attraverso una piccola

consacrazione, fanno finta che sia un territorio nemico (AGER QUASI HOSTILIS). Vi è, però, una

riforma ancora più incisiva del procedimento, con la dichiarazione di guerra ad Annibale e poi a

Filippo, re di Macedonia (dal 218 a.C.): i feziali riducono il procedimento a dolo due fasi:

- RES REPETERE o REPETITIO: fase delle richieste per mantenere i rapporti di pace (non è più

formale e rigida ma è solo una fase delle trattative). Scompare la TESTATIO, e l’arco di tempo

varia di volta in volta per vedere se il nemico esaudisce le richieste.

- poi vi era la dichiarazione di guerra che poteva essere fatta anche senza lanciare l’asta, ma a un

qualunque ambasciatore nemico o al presidio militare nemico più vicino (anche oggi la

dichiarazione di guerra va consegnata ad un ambasciatore nemico).

LA PAROLA “STRANIERO”

Nelle 12 tavole vi è il riferimento agli stranieri con il termine “HOSTIS” (nel latino più antico): il

termine in questo caso sta ad indicare lo straniero, una persona che merita di essere ospitata;

sempre in quella circostanza, la parola nemico è indicata con il termine “PERDUELLIO”, legato al

crimine di perduellione, di alto tradimento. Quando si riforma lo IUS GENTIS (III, II secolo a.C.) la

parola “PERDUELLIS” non si utilizza più. Per indicare lo straniero si utilizza il termine

“PEREGRINUS” (straniero non ostile), mentre il termine “HOSTIS” va a significare nemico.

MODELLI AMMINISTRATIVI DEL TERRITORIO

FEDERAZIONI

Nell’esperienza giuridica romana il primo modello di organizzazione territoriale era quello

FEDERATIVO: un territorio conquistato entra a far parte della federazione latina. Nel 493 a.C. il

FOEDUS CASSIANUM è la prima forma di federazione indicata nei secoli successivi con NOMEN

LATINUM (città stato che fanno parte della federazione latina). Uno stato è federativo quando

prevede il riconoscimento reciproco di alcuni diritti:

1) IUS COMMERCI: gli abitanti della federazione hanno il diritto di istaurare rapporti commerciali

utilizzando quelle forme giuridiche proprie dello IUS CIVILE, che altrimenti sarebbero riservati ai

soli cittadini di una comunità (dava accesso reciproco tra i membri di più comunità alle forme

giuridiche che sennò erano proprie di una comunità).

2) IUS CONUBI: contrarre matrimoni legittimi tra cittadini che facevano parte di una federazione.

Accanto a questi due diritti fondamentali ce ne sono altri due:

1) IUS MIGRANDI: diritto di emigrare da una comunità all’altra e ne diventava anche cittadino

(diritto di libera circolazione delle persone all’interno della federazione).

2) IUS CONCILI: se il cittadino di una delle comunità federate si trovava in una comunità diversa

dalla sua e in quel momento si formava un comizio o un’assemblea, poteva votare anche lui.

Questa esperienza dura fino al 340, 338 a.C., quando, a seguito di una guerra contro i latini,

vincono i romani e si passa ad una forma di organizzazione del territorio che giungerà fino alla

tarda repubblica.

ALTRE FORME ORGANIZZATIVE DEL TERRITORIO (DAL 340 a.C.)

Tra il 340 e il 338 a.C. ci fu una guerra: la potenza romana era più forte delle città latine e non

poteva esistere tra di loro delle federazioni paritarie. Svolgono comunque la guerra contro i romani,

la perdono e la lega viene sciolta. Dal 340, 338 a.C. si sviluppano nuove forme di amministrazione

del territorio: le colonie, i municipi, le prefetture, le entità territoriali minori e le province; i primi

quattro tipi riguardano l’organizzazione dell’Italia peninsulare. Le province riguardano invece il

territorio conquistato fuori dall’Italia peninsulare.

1) COLONIE: sono nuove comunità fondate sui territori conquistati. Non nascono in questo

periodo ma nel periodo monarchico e repubblicano. Le sue caratteristiche nel periodo

monarchico e repubblicano non erano ben chiare, dopo il 340 a.C. invece si. Intorno al 340,

338 a.C., vediamo formarsi colonie di due tipi:

- COLONIAE CIVIUM ROMANORUM: hanno una funzione militare di controllo del territorio

(soprattutto delle coste); sono composte da cittadini romani (circa 300) e le terre sono

distribuite ai cittadini in dimensioni molto ridotte: due iugeri, circa 5000m (BINA IUGERA).

- COLONIAE LATINAE: sono più numerose; vi possono essere anche cittadini di altre

comunità; hanno una funzione militare di difesa del territorio e di far accedere alla terra

molti abitanti poveri di Roma; qui, infatti, si ricavavano terre con superfici molto maggiori

che variavano da colonia a colonia. I membri di esse, se sono cittadini romani, perdono la

cittadinanza e diventano latini.

Ci sono due diversi profili delle colonie:

1- organi competenti che decidevano la fondazione delle colonie: questi organi erano il solo

senato che, con un senato consulto, decideva la fondazione di una colonia. Dopo il IV

secolo a.C. al senato si affianca la competenza del concilio della plebe (senato consulto più

plebiscito).

2- organizzazione interna delle colonie: le colonie venivano fondate (DEDURRE = fondare)

da magistrati minori, i triumviri. Essi davano anche uno statuto interno alla colonia, la LEX

COLONICA Differenza tra LEGES ROGATAE e LEGES DATAE: la prima corrisponde a

leggi che recepiscono la proposta del magistrato; la seconda corrisponde a statuti dati a

comunità minori da parte di magistrati; esso prevedeva sia l’assetto del territorio, la

distribuzione delle terre tra i coloni e gli organi interni della colonia: ogni colonia ha il

proprio statuto. Non esiste un unico schema di organi interni; le colonie di cittadini romani

nei loro organi interni tendono a imitare il modello di Roma (magistrati, assemblea della

plebe e un senato, che si riuniva in una CURIA, i cui appartenenti sono i DECURIONES.

Alcune funzioni venivano svolte però dai magistrati di Roma. Nelle colonie latine vi erano

magistrati diversi dalle altre e ogni colonia aveva una sua assemblea popolare e un proprio

senato (CURIA).

(MANCA ROBA CHE E’ DA PAG 437 A 450)

RAPPORTI CON I POPOLI PROVINCIALI

Dopo la seconda guerra punica sia i latini che gli altri alleati presentano il conto ai romani, perché

volevano ottenere la cittadinanza romana. I primi che insistono sono i latini e la risposta dei romani

è una risposta di netta chiusura (no). Questo lo vediamo in alcuni esempi: nel 194 a.C. i latini che

fanno parte di colonie di cittadini romani non avevano diritto ad acquisire la cittadinanza romana;

intorno al 187, 177 a.C. vi è un espulsione di massa dei latini dalla città di Roma (migliaia di latini

vengono rinviati nelle loro comunità). La pressione per ottenere la cittadinanza comincia ad

arrivare anche da altri stati vicini: anche in questo caso la risposta dei romani è di netta chiusura.

Uno dei rapporti principali con i popoli provinciali da parte dei romani era quello di sfruttarli

selvaggiamente per il benessere della madrepatria: tutto ciò crea ribellioni e anche le prime

proteste da parte delle province contro il senato romano. Le prime province a ribellarsi sono quelle

spagnole, perché erano molto primitive e molto più libere (in Spagna vi erano miniere d’oro e

d’argento che venivano sfruttate). Nel 149 a.C. è fatta la LEGGE CALPURNIA e viene introdotto

un nuovo crimine, quello di CONCUSSIONE (REPETUNDAE: cose da restituire). Questa legge

prevede la possibilità di condannare in un processo penale i governanti delle province che

avessero preteso in modo illegittimo denaro dagli abitanti della provincia stessa. A emettere la

sentenza sarebbe stata una giuria formata da giudici provenienti però dalla nobiltà patrizio –

plebea. Dopo di questa fu fatta la LEX IUNIA, che apporta correzioni alla legge Calpurnia ma non

ne modifica l’impianto.

Vi sono poi alcuni movimenti riformatori che però non mirano a riformare gli aspetti del sistema

costituzionale ma mirano a riformare alcuni aspetti ben precisi: ad esempio, Gaio Flaminio, voleva

rendere meno opprimente l’autorità degli auguri, anche se essi gli avevano detto che la sua carica

era sotto effetto di segni divini sfavorevoli; vi è poi il conflitto tra Catone e il circolo degli Scipioni:

quest’ultimo era formato dalla nobiltà patrizio – plebea ed era aperto a cambiamenti militari,

economici e politici. Le riforme più grandi portate avanti da Catone riguardavano soprattutto il lusso

(le donne dovevano uscire di casa con poco lusso addosso).

TIBERIO GRACCO

Nel 133 a.C. fu eletto come tribuno della plebe Tiberio Gracco. Il suo nome vero era Tiberio

Sempronio Gracco e proveniva dalla gens Sempronia, che era molto importante a Roma. Suo

padre aveva già fatto tutto il cursus honorem. Prima di diventare tribuno era un questore che,

viaggiando sull’Aurelia e andando verso la Spagna, rimase turbato dalle condizioni delle

campagne dell’Etruria, perché tutti i lavoratori erano schiavi (vi erano i latifondi). Egli spinge a

cercare di riformare le distorsioni della civiltà romana cominciando da una riforma agraria. Il punto

da riformare era: ricostituzione della classe sociale di piccoli e medi proprietari terrieri; presenta

quindi una legge di riforma agraria: la LEX AGRARIA. Questa legge incontra opposizione da parte

del senato e delle famiglie più importanti della nobiltà senatoria (che era rappresentata dal partito

degli OPTIMATI, che rappresentavano la nobiltà; essi si credevano i migliori della società. Chi

portava avanti i movimenti del popolo erano invece i POPULARES). Questa nuova legge va a

incidere su delle posizioni di rendita ormai acquisite da anni. La maggioranza delle terre che i

senatori e gli aristocratici occupavano erano terre pubbliche che avevano occupato con il

consenso dei magistrati e del senato, e le sfruttavano con schiavi.

- La legge fissa un limite massimo di terre che ciascuno poteva possedere (125 ettari  500 iugeri).

- Ogni figlio maschio aveva diritto a 250 iugeri di terra ciascuno.

Questi possessi diventavano definitivi, perpetui e irrevocabili. Alla misurazione delle terre

pubbliche della nobiltà prevedeva una commissione di tre membri (un triumvirato di cui anche

Tiberio Gracco faceva parte). Questi membri avevano il potere di misurazione sia delle terre

possedute, sia di quelle terre di cui non si sapeva il possessore. La terra pubblica resa disponibile

doveva essere consegnata in proprietà privata ai cittadini più poveri (plebei più poveri), ai quali

andavano almeno 30 iugeri inalienabili, che non avrebbero potuto vendere.

NUOVI MECCANISMI COSTITUZIONALI

Alla legge di Tiberio Gracco, durante il procedimento di approvazione, viene posto il veto da Cneo

Ottavio, il collega tribuno di Tiberio. La reazione di Tiberio fu normale, infatti, egli ritira la proposta e

al rinvia ad una riunione successiva. Quando Tiberio ripresenta la legge, Ottavio vi pone di nuovo il

veto. Tiberio, allora, convoca sul momento i tribuni della plebe e propone l’abrogazione

(ABROGATIO) da tribuno della plebe di Ottavio. Tiberio Gracco introduce la regola che se un

tribuno non svolge gli interessi della plebe, il suo potere può essere deposto. La legge agraria

viene così presentata di nuovo, ma questa volta è approvata.

Una volta trascorso il 133 a.C., l’anno di carica di Tiberio Gracco, egli si ricandida per essere eletto

di nuovo come tribuno della plebe per il 132 a.C. Facendo in questo modo egli non rispetta

l’intervallo di 10 anni, per portare avanti il suo programma di riforme.

A questo punto egli si focalizza sul problema della cittadinanza: non è giusto escludere i latini o

qualsiasi altro popolo dalla cittadinanza romana se sopportavano tutta la politica romana e non

avevano nemmeno gli stessi diritti. Tiberio propone quindi una legge secondo cui ai latini doveva

essere concessa la piena uguaglianza con i cittadini romani. Agli italici non latini era concesso solo

il diritto di voto nelle assemblee popolari. La proposta non viene accettata non solo dal senato ma

anche dalla classe popolare; mentre si discute di questa proposta in un concilio della plebe

riguardo alla seconda candidatura di Tiberio, scoppiano dei tafferugli: da una parte ci sono i

difensori di Tiberio, mentre dall’altra c’era la nobiltà. Approfittando di tutto questo il senato si fa

riunire ed emana un senato consulto di urgenza (SENATO CONSULTO ULTIMO) che era si

estrema gravità. Con questo senato consulto ultimo viene dichiarato lo stato d’assedio e tutti i

magistrati sono incaricati di adottare tutti i provvedimenti opportuni affinché la repubblica non

subisca un pregiudizio: elimina le garanzie al popolo (la provocatio per esempio) e i consoli

possono fare di tutto, pur di garantire l’ordine. Uno dei due consoli era PUBLIUS MUCIUS

SCAEVOLA, che si rifiuta di dare ascolto al senato consulto ultimo. Il pontefice massimo,

SCIPIONE NASICA raccoglie degli uomini armati e fa strage sia di Tiberio Gracco che dei suoi

sostenitori, che vengono buttati nel Tevere.

CAIO GRACCO

Questa legge agraria introdusse tre elementi nuovi:

- la possibilità di far decadere un magistrato;

- convocare un assemblea straordinaria per deporre un tribuno;

- potere di urgenza di introdurre lo stato di assedio per eliminare gli avversari politici.

Per un certo periodo la legge agraria si blocca, fino a quando, nel 123 a.C., non compare sulla

scena politica il fratello di Tiberio, Caio Sempronio Gracco, eletto come tribuno della plebe: egli

preferisce evitare l’isolamento e cerca di far alleare i popolari con i cavalieri. Per ridimensionare il

ruolo del senato e per realizzare questa riforma ci voleva non solo l’appoggio dei popolari, ma

anche dei cavalieri, perché avevano bisogno di entrare in politica. Il programma di Caio, era da un

lato economico e dall’altro politico. Esso viene rieletto anche nel 122 a.C., senza aspettare

l’intervallo dei 10 anni.

Dal punto di vista economico, Caio introduce tre leggi:

- LEX AGRARIA: sostituisce quella del fratello in due nuovi punti: - ridurre le quantità di terre

pubbliche che potevano essere possedute (da 500 a 250 iugeri); - dichiarava le terre possedute

irrevocabili, anche se il possessore doveva pagare un canone allo stato.

- LEX FRUMENTARIA: distribuzioni gratuite di frumento ai cittadini poveri (non si sa se erano

gratuite o il prezzo era talmente basso da sembrare nullo).

- LEX PER LA DEDUZIONE DI COLONIE: fondazione di colonie fuori dal territorio italiano.

Dal punto di vista politico – costituzionale:

- LEX PROVINCIAE ASIAE: legge che Caio fa approvare dal concilio della plebe nel momento in

cui era morto un re ellenistico di Pergamo. Esso nel testamento lascia il suo regno ai romani; Caio

fa uno statuto con un plebiscito, attraverso il quale sottrae al governatore di quella zona, il diritto di

riscuotere le imposte, che viene invece affidato ai cavalieri (compito di riscuotere le tasse a

Pergamo è affidato ai cavalieri).

- LEX DE PROVINCIIS CONSOLARIUS: obbliga il senato a stabilire, prima che venissero eletti i

consoli, quali province erano consolari e quali invece erano pretorie.

- LEX REPETUNDARUM: questa legge ha anche un testo epigrafico; REPETUNDE: tutte le

somme di denaro percepite entro un certo limite che il governo delle province si faceva dare

illegalmente o estorcendole dalle popolazioni provinciali. Questo crimine poteva essere commesso

non solo dal governatore, ma anche dai propri figli. Il processo del governatore si sarebbe svolto al

termine della sua carica e la condanna a lui attribuita era quella di restituire alle popolazioni

provinciali, il doppio delle somme che aveva preso.

- LEX IUDICIARIA: legge che escludeva dall’albo dei giudici i senatori, e vi inseriva, invece, i

cavalieri, che erano più favoriti (nei processi civili e in quelli penali).

- LEX DE CAPITE CIVIS: nessun cittadino può esser condannato a morte se non dopo un giudizio

dei comizi centuriati, per evitare il formarsi di un nuovo senato consulto ultimo.

- LEX DE ABACTIS: ABACTIS erano magistrati ai quali è stata revocata da un assemblea

popolare la loro carica. Questa legge vieta a coloro a cui era stata revocata la carica di magistrato,

di ripresentarsi alla candidatura.

- ROGATIO DE SUFFRAGIS: corrispondono alle prime votazioni secondo l’ordine del censo. In

base a questa legge si sorteggiava l’ordine di votazione in modo che a tutti fosse data la possibilità

di esprimersi per primo.

Caio Gracco tramonta quando prova ad affrontare lo stesso problema della cittadinanza perché.

Quando se ne comincia a discutere, contemporaneamente, un altro tribuno della plebe, LIVIO

DRUSO PADRE, che era d’accordo con la nobiltà, presenta proposte alla plebe di deduzione di

altre colonie; ciò causa grandi disordini. Quindi il senato si fa convocare dal console OBINIO e

pronuncia il “senato consulto ultimo”, proclamando Caio come nemico dello stato, costituisce un

esercito e uccide tutte e due le parti (di Caio e di Druso), e li buttando tutti nel Tevere. Caio riesce

a scappare e si fa poi uccidere per mano di un suo schiavo.

TEMATICHE SU CUI MAGGIORMENTE SI SVILUPPANO I TENTATIVI DI RIFORME

DELLA COSTITUZIONE

Fino ad ora abbiamo già visto sia riforme economiche, che riforme politiche – costituzionali. Dopo

la morte di Caio seguirono anni di tranquillità, anche se dopo si aprirono una serie di rivolte,

causate dall’incapacità di modificare il sistema. Tra il 120 – 110 a.C. gran parte della riforma

agraria di Caio Gracco viene abolita e vi è, quasi un ritorno alla situazione precedente. Nel 107

a.C. giunge a maturazione la riforma della leva militare (da esercito di cittadini – soldati si passa ad

un esercito professionale); grazie a CAIUS MARIUS (che non era un romano), che era un ottimo

comandante militare. A quel tempo c’erano state due emergenze militari: una in Africa, dove il re

della Numidia, Giugurta, entra in guerra con i romani; la guerra dura molti anni perché i numidi

conoscevano bene i romani. Un’altra contro due popolazioni di stirpe germanica (Cimbri e Teutoni),

che, durante le migrazioni, giungono in Italia del nord (nei pressi della pianura Padana, ovvero

nella Gallia Cisalpina) per prendere i territori e per occupare le terre. Mario, che a quel tempo era

console, si basa sul proprio potere di imperio e, nel momento in cui chiama alle armi i cittadini, non

segue più il sistema censita rio, ma apre la possibilità di arruolarsi a tutti i volontari (quasi sempre

erano i poveri ad arruolarsi, perché volevano arricchirsi e trovare occupazione); Mario, quindi,

agendo in questo modo, professionalizza l’esercito senza utilizzare nessuna legge e senato

consulti. Grazie alla situazione militare eccezionale che aveva creato egli stesso, Mario viene

eletto per 6 volte consecutive come console. Egli sconfigge Giugurta, attraverso il suo questore

Silla, e salva l’Italia dall’occupazione delle due popolazioni )la prima ondata di Cimbri in Italia è

bloccata da Mario).

Si apre poi una divergenza politica: rilevanti sono i due tribuni della plebe L. APPULEIUS

SATURNINUS e SERVILIUS GLAUCIA, che cercano di far affermare le proprie idee e non

accettano più di tornare nella massa comune dei cittadini. Essi sono eletti tribuni e dominano la

scena politica romana tra il 103 e il 100 a.C. Essi uniscono dei provvedimenti di carattere

economico a provvedimenti di carattere giuridico (per ottenere il consenso delle masse, dei

cittadini che vivevano dentro Roma). I provvedimenti sono chiamati:

- LEGES APPULEIE: 1) legge agraria, mirata alla distribuzione di terre: per la prima volta

compaiono due clausole di SANCTIO LEGIS che non abbiamo trovato in nessun altra legge; egli

impone di osservare la legge agraria e impone una multa in caso contrario. 2) fondazione di

colonie: mirate a collegare i soldati di Gaio Mario ai soldati che avevano combattuto con lui e,

attraverso queste due leggi, distribuiva loro delle terre; le terre sono terre pubbliche che vengono

distribuite in proprietà private. 3) legge frumentaria: distribuzione di frumento gratuita ai poveri;

Appuleio presenta la proposta e la fa approvare nonostante il veto degli altri tribuni (il potere di

veto perde valore).

- LEX APPULEIA DE MAIESTATE MINUTA: è introdotto un nuovo crimine politico, quello di

MAIESTAS: compieva questo crimine, ogni magistrato che nell’esercizio della propria carica

pregiudichi l’autorità della repubblica (abusi dei poteri inerenti alla carica). Per la repressione di

questo crimine, la legge prevede la formazione di tribunali permanenti (QUAESTIO PERPETUA): il

primo regola il crimine di REPETUNDAE (istituito da Caio Mario), l’altro si occupa del crimine di

lesa maestà (istituito da Appuleio). Questi tribunali sono presieduti da un magistrato con una giuria

di 50 giudici (tratti dai cavalieri) che emanavano la sentenza. Quando la giuria era indecisa (25 vs

25), la sentenza spettava al magistrato (attraverso il voto CORVINO.

Sia Saturnino che Glaucia fanno una brutta fine. Nel 100 a.C., Glaucia, eletto pretore, pensa di

candidarsi come console l’anno successivo (altra rottura del sistema); ciò non avviene ma si

presenta alle elezioni nel 99 a.C. Durante i comizi elettorali, a Glaucia si contrappone come

candidato GAIUS MEMMIUS (sostenuto dagli ottimati). Tra i seguaci delle due rispettive parti si

verifica uno scontro armato , in cui Memmio viene ucciso (è la prima volta che un candidato è

ucciso durante la campagna elettorale). Il senato si fa riunire da un console ed emana un senato

consulto ultimo contro Saturnino, Glaucia e i loro seguaci; il console era Mario che non li uccide

ma il fa rinchiudere nel senato, anche se poi vengono lapidati dagli optimati (con la giustificazione

del senato consulto ultimo).

LIVIO DRUSO FIGLIO

Nel 91 a.C. vi fu una spirale di cambiamenti e violenze che dura per circa una decina di anni. Sulla

scena politica compare il figlio di Livio Druso, LIVIUS DRUSUS (figlio), che cerca di cucire le

esigenze dei popolari a quelle degli ottimati. Esso viene eletto tribuno e in unica proposta di legge

presenta più argomenti:

- LEX SATURA: - disposizione in materia agraria; - disposizioni in materia giudiziaria (i giudici

devono essere scelti tra i senatori ma devono essere aggiunti all’albo dei giudici, anche i cavalieri);

- LEGGE SULLA FONDAZIONE DI COLONIE

- LEGGE SULLA CITTADINANZA: estendere la cittadinanza romana anche ai latini.

La LEX SATURA e la legge sulle colonie vengono approvate; anche se in questo caso interviene il

senato, con funzione NOMOFILATTICA (valutare la conformità e la validità delle leggi). Il senato

dichiara illegittima la LEX SATURA perché contiene molte disposizioni e perché andava contro alla

legge CECILIA VIA che lo vietava. Esso non aveva nemmeno avuto il consenso degli auguri. La

proposta di legge sulla cittadinanza non era stata ne approvata ne presa in considerazione. Livio

Druso figlio diventa un personaggio scomodo e un giorno viene trovato morto. Nel 91 a.C. scoppia

la guerra sociale (BELLUM SOCIALE), guerra con gli alleati (romani, latini, italici).

CONCESSIONE DELLA CITTADINANZA ROMANA, DOPO LA GUERRA SOCIALE

Tra il 91 e l’89 a.C. ci fu la prima guerra sociale, combattuta in Italia tra popolazioni romane e

alleate. L’esito di questa guerra fu l’allargamento della cittadinanza; tra il 90 e l’89 a.C., infatti, le

fonti ricordano molte leggi sulla cittadinanza:

- LEX IULIA DE CIVITATE DANDA del 90 a.C. (legge Giulia sulla cittadinanza da dare), fatta

approvare da un cugino di Giulio Cesare. La legge stabilisce che la cittadinanza romana è estesa a

tutti i latini (anche delle colonie) a condizione che accettassero l’ordinamento giuridico romano.

Queste disposizioni erano estese anche alle popolazioni che non avevano preso le armi con la

condizione che accettassero l’ordinamento giuridico romano (FUNDUS FIERI). I romani, che dopo

questi scontri, di fronte alla scelta di lasciare gli alleati senza o con la cittadinanza, decidono di

estendergli la cittadinanza, per evitare scontri futuri.

- LEX PLAUTIA PAPIRIA dell’89 a.C., che estende la cittadinanza romana a tutti gli alleati italici

che avessero dichiarato di accettarla entro 60 giorni, attraverso una dichiarazione al pretore

urbano. Quindi, sono cittadini romani tutti gli abitanti dell’Italia peninsulare. A sud, come limite per

la cittadinanza era la punta della Calabria, a nord erano stati scelti, come limite, due fiumi, l’Arno e

l’Esino; 10 anni dopo il confine della cittadinanza è innalzato un po’: fino al fiume Magra e al fiume

Rubicone. Dalla cittadinanza romana erano, invece, escluse la Sicilia, la Sardegna e la parte del

nord d’Italia sopra i due fiumi.

Oltre queste due leggi, ne ricordiamo altre due che riguardano l’allargamento della cittadinanza

romana al fine di evitare ulteriori guerre con popoli anche al di fuori dell’Italia:

- LEX CALPURNIA dell’89 a.C., che estendeva la cittadinanza romana a tutti i federati (alleati di

Roma attraverso un trattato) che avessero combattuto con onore sotto le armi romane; si trattava,

quindi, di comunità alleate al di fuori dell’Italia. Questa legge probabilmente attribuisce la

cittadinanza romana a tutti quei cavalieri spagnoli che avevano combattuto nell’esercito romano (è

collegata alla prima legge sulla cittadinanza, che era scritta su un epigrafe).

- LEX POMPEIA del 90/89 a.C., (presentata dal padre di Pompeo, POMPEO STRABONE), che

concede lo status di latini a tutti gli abitanti della Gallia transpadana (a nord del Po). Per la prima

volta veniva concesso uno status intermedio tra la condizione di straniero e quella di cittadino

(concessione della latinità che concedeva anche tutti i diritti che avevano i latini): erano stranieri

privilegiati come lo erano i latini prima. Questo stratagemma di dare lo status di latini nasce in

quest’epoca e viene seguito anche dagli imperatori, fino ad arrivare all’estensione della

cittadinanza.

MARIO E SILLA

Dall’89 a.C. si apre un’altra fase di crisi e di tentativi di risolvere la crisi sull’assetto costituzionale.

Nasce questo problema: in quali tribù iscrivere i nuovi cittadini? I comizi centuriati erano, ormai in

decadenza; si contrappongono, però, due linee di pensiero: la prima è quella sostenuta da GAIO

MARIO (con i popolari), che favoriva la ridistribuzione dei neo – cittadini nelle 35 tribù,

riconoscendo, quindi, ai nuovi cittadini un peso uguale agli altri; la seconda è quella sostenuta da

CORNELIO SILLA (con gli ottimati), che voleva concentrare i neo – cittadini soltanto in 12 tribù, in

modo da limitare il loro potere politico.

Durante la guerra contro Giugurta, i Cimbri e i Teutoni, questi due esponenti avevano collaborato

tra di loro, ma, dopo la guerra civile avevano scelto fazioni diverse. Vi è anche un altro evento

importante: a Ponto Eusino (sul mar Nero), il suo monarca (Mitridate 6°) comincia la guerra contro

i romani perché vede minacciato il suo regno da essi (il controllo sul regno di Pergamo, che era

stato lasciato in eredità ai romani, arrivava quasi al territorio di Mitridate). Alla fine egli invade la

provincia romana di Pergamo e uccide molti romani. Nell’88 a.C. il console corrente è Silla, che

riceve dal senato il compito di combattere la guerra contro Mitridate; il partito dei popolari, però,

voleva che fosse Mario a condurre la guerra. Fanno, quindi, presentare a un tribuno della plebe la

LEX SURPICIA per abrogare l’impero di Silla e porre le premesse per l’elezione di Mario a

console, per condurre l’esercito. Silla, però, non accetta le clausole del plebiscito e, poiché è un

capo militare con molte legioni che gli avevano giurato fedeltà, li manda contro Roma, dove ha

luogo il primo scontro tra Mario e Silla (che non aveva molto tempo da perdere perché doveva

andare a combattere contro Mitridate). Quando Silla parte per l’oriente Mario prende il potere, ma

muore poco dopo per morte naturale.

Dall’88 all’82 a.C. a Roma ci sono diversi uomini di spicco: CARBONE, CINNA e MARIO IL

GIOVANE e avvengono alcuni episodi importanti:

- uccisione di Quinto Mucio Scevola, il figlio di Publio Mucio Scevola che si era rifiutato di uccidere

Tiberio Gracco.

- Nell’84 a.C. prevale la linea di distribuire i neo – cittadini in tutte le 35 tribù: Carbone e Cinna

ottengono un senato consulto dal senato, con cui viene stabilito ciò.

ASCESA DI SILLA

Dopo molti anni Silla riesce a vincere la guerra contro Mitridate, ma non lo uccide;

successivamente sbarca a Brindisi e si muove verso Roma. Dopo questo episodio ha inizio la

seconda fase della guerra civile contro il partito Mariano. Cinna è ucciso durante i tafferugli,

Carbone e Mario il giovane muoiono in battaglia. Silla ora è proconsole e, quando arriva a Roma

vuole cercare di darsi un fondamento costituzionale come figura (cerca legittimità da punto di vista

giuridico, anche se era proconsole e poteva governare come voleva). Egli vuole attuare una

riforma globale e complessiva dell’assetto costituzionale:

fa creare, quindi, per se stesso una carica eccezionale come titolare di imperio militare, e, dopo

aver ucciso gli avversari politici, esce dal Pomerio e scrive una lettera al senato: “poiché i due

consoli erano morti era necessario procedere all’interregno per gestire il regno, fino all’elezione di

nuovi”. Propone all’interre di presentare ai comizi centuriati una proposta di legge, per l’istituzione

di una magistratura straordinaria da attribuire a Silla: DICTATURA LEGIBUS SCRIBUNDIS ET

REI PUBLICAE CONSTITUENDAE (dittatura per scrivere le leggi e per dare un nuovo assetto

costituzionale alla repubblica). Ci sono, però, alcuni fattori:

- Non è previsto limite temporale alla magistratura: la può tenere fino a quando non ha attuato le

sue riforme.

- Non è una magistratura sottoposta alla provocatio ad populum.

- E’ una magistratura che pone Silla al di sopra di tutte le altre magistrature.

Questi tre fattori vengono concretizzati all’interno della LEX VALERIA (fatta approvare dall’interre

Valerio Flacco). Questa magistratura non sostituisce le altre, ma si innesta al di sopra di esse.

Avvalendosi di questa magistratura, Silla procede ad una sua riforma della costituzione (era

chiamato SULLA FELIX: persona fortunata che gli dei avevano scelto; questo era il titolo che per

l’oriente era fondamentale, perché veniva considerato come un successore dei monarchi dei vari

paesi orientali).

RIFORME TRA 82 E 79 a.C.

Silla afferma che, secondo lui, i mali per cui si era degenerato il sistema costituzionale maturo era

perché il senato aveva perso il potere e si era rafforzata la magistratura e i tribuni della plebe. Silla

parte dal ridimensionare il potere del senato e diminuire quello delle magistrature e dei tribuni della

plebe.

Rafforzo del ruolo del senato:

- aumento del numero dei senatori da 300 a 600;

- sceglier persone a lui fide, soprattutto nella classe dei cavalieri; i 300 senatori in più vengono

approvati dai comizi centuriati;

- stabilisce che nell’albo dei giudici che potevano essere scelti nei processi penali e civili,

dovevano esserci soltanto i senatori;

- ripristina l’approvazione del senato sulle leggi e sui plebisciti.

Diminuzione del potere delle magistrature:

- netta separazione tra potere di imperio domestico e potere di imperio militare (IMPERIO DOMI e

IMPERIO MILITIA). Attraverso la LEX CORNELIA DE PROVINCIIS ORDINANDIS, il potere di

imperio domestico spettava solo ai magistrati consoli e pretori, che non avevano imperio militare e

potevano utilizzare il potere solo all’interno del Pomerio (foro romano). Il potere di imperio militare

spettava solo ai pro magistrati (proconsoli e propretori ) all’interno del Pomerio (Silla fa questa

riforma per togliere il controllo dell’esercito ai magistrati). Si parla anche di AUTOMATISMO: tutti

coloro che hanno rivestito una magistratura con imperio, appena terminato l’anno di carica,

diventano automaticamente pro magistrati, per evitare corruzioni all’interno delle magistrature.

- Silla interviene anche sul cursus honorum: rafforza le regole che già esistevano sul rispetto

dell’intervallo di tempo di 10 anni per ricoprire una stessa carica; eleva un po’ l’età minima per

ricoprire le cariche; aumenta, attraverso una legge Cornelia, il numero dei pretori che diventano 8

(uno era il pretore urbano, uno era il pretore peregrino e gli altri sei erano pretori che presiedevano

le corti permanenti che Silla riorganizza, le QUAESTIONES PERPETUAE: tribunali permanenti sul

modello dei due che già esistevano); aumenta anche il numero dei questori a 20, che svolgevano

funzioni nelle province come edili curuli (che nelle province non c’erano). Quest’aumento del

numero dei magistrati ha come effetto quello di svuotare la funzione dei censori. Con Silla nasce

l’automatismo e tra l’82 e il 70 a.C. non vengono più eletti censori e si comincia a fare a meno di

questa magistratura.

Diminuzione del potere dei tribuni della plebe:

- l’intervento di Silla, su quest’organo, è molto duro. Inizialmente abolisce con una legge il potere di

veto (uno dei loro poteri più forti)e gli lascia il solo potere di ausilio ad un singolo cittadino.

- Poi stabilisce, anche, che chi ha rivestito la carica di tribuno non possa più aspirare ad altre

magistrature.

Diminuzione dei poteri dell’assemblea popolare:

- istituzioni di tribunali permanenti: scompare lo IUDICIA POPULI e lo IUDICIA PLEBIS. Nelle corti

permanenti non vi è più l’assemblea popolare.

MODIFICA DELL’ASSETTO COSTITUZIONALE FATTO DA SILLA DA PARTE DI

POMPEO E CRASSO

Nel 79 a.C., quando il suo potere è all’apice, Silla abdica dalla dittatura e rinuncia alla carica:

muore nel 78 a.C. Appena muore coloro che compaiono sulla scena politica cambiano tutto ciò che

aveva fatto lui. Tra il 78 e il 70 a.C. le figure emergenti sulla scena sono: GNAEUS (CNAEUS)

POMPEIUS e LICINIUS CRASSUS. Eliminano alcuni aspetti significativi della riforma di Silla: ci

sono tre leggi, approvate tra il 78 e il 70 a.C. dove vengono abolite alcune sue riforme:

- LEX AURELIA (da Aurelio Cotta): stabilisce che chi rivestiva la carica di tribuno della plebe

poteva poi aspirare ad altre magistrature.

- LEX AURELIA GIUDIZIARIA: stabilisce una regola che possono candidarsi all’albo dei giudici sia

i senatori, sia i cavalieri, sia i tribuni erari (TRIBUNI AERARII): che erano i cittadini ricchi con

censo leggermente inferiore a quello dei cavalieri.

- LEX POMPEIA LICINIA, emanata nel 70 a.C. dai consoli Pompeo e Crasso: con questa legge si

attribuiscono ai tribuni della plebe il potere di veto e di intercessione e tolgono la necessità

dell’autorizzazione del senato per leggi e plebisciti.

TRE EPISODI CHE SEGNANO L’ASSETTO COSTITUZIONALE TRA 70 E 60 a.C.

Ci sono in questo periodo 3 episodi che segnano maggiormente l’assetto costituzionale, tra 70 e

60 a.C. I primi due episodi sono costituiti da due importanti leggi:

1. LEX GABINIA del 67 a.C.: nel Mediterraneo orientale c’erano i pirati che sequestravano le

navi e, o vendevano come schiavi i passeggeri, oppure si facevano dare un riscatto. Non vi

era, quindi, una libera circolazione attraverso il mare. GABINIO, che a quel tempo era un

tribuno della plebe, presenta un plebiscito con il quale istituisce un potere straordinario,

PRECONSOLARE della durata di tre anni e infinito, ovvero non confinato ad una sola

provincia, ma esteso in tutto il mediterraneo fino a 50 miglia dal mare. Colui che possedeva

questo potere aveva la possibilità di arruolare legioni e esercito e delegare il potere a dei

propri rappresentanti che operassero in diversi luoghi (il compito era quello di catturare i

pirati). Viene creato un potere senza una magistratura corrispondente (il potere era

proconsolare ma non esisteva la magistratura del proconsole). Vi è una scissione tra un

potere e una magistratura: questo potere viene conferito dal senato ad un senatore,

POMPEO.

2. LEX MANILIA del 66 a.C.: potere istituito perché Mitridate riprende la guerra contro i

romani in Asia. Anche questa legge è un plebiscito, e si tratta di un potere straordinario

infinito (proconsolare) finalizzato alla guerra contro Mitridate (senza creare una

corrispondente magistratura). Il senato decide di conferire questo potere allo stesso

POMPEO. Non si sa, dalle fonti, se il potere di ciò era più potente del potere delle province,

probabilmente si.

3. Congiura di Catilina. CONIURATIO: ribellione armata di Catilina nel 63 a.C. perché ha

perso le elezioni di console (si era presentato come candidato con un programma

riformatore e sostenuto da molti popolari); dura poco. Nello stesso anno, Cicerone, sulla

base di un senato consulto ultimo contro Catilina, sconfigge a Fiesole l’esercito dei

Catilinari e uccide Catilina. Quelli che erano i valori tradizionali dell’assetto costituzionale

non erano più avvertiti come tali (uno sconfitto ora si ribellava). Il senato consulto ultimo

continua a rappresentare una fonte di legittimità per uccidere i cittadini, senza provocatio.

Non è un’abolizione della legge di Caio Gracco “DE CAPITE CIVITES”, sulla provocatio.

Pochi anni dopo, quando Cicerone cade in disgrazia politica, un suo nemico, Clodio Pulcro,

che nel 58 a.C. fa approvare un plebiscito che espone l’esilio coatto di Cicerone da Roma

(è violata una legge delle 12 tavole che vietava le leggi rivolte ad una specifica persona.

EVENTI PIU’ IMPORTANTI TRA IL 60 E IL 44 a.C.

IL PRIMO TRIUMVIRATO

Gli eventi più importanti e significativi tra il 60 e il 44 a.C. quando l’assetto costituzionale maturo

riceve il suo colpo di grazia sono:

Il 60 a.C. è caratterizzato dalla conclusione del primo triumvirato (gli antichi lo chiamano “alleanza

tra uomini di maggior importanza) tra Pompeo, Licinio Crasso e Caio Giulio Cesare (nato nel

101/100 a.C. e che aveva come zio Caio Mario e si era avvicinato ai popolari. Negli anni 60, 70 si

fa conoscere come personaggio politico e promuove un accordo con gli altri due). Il triumvirato è,

infatti, un accordo politico di spartizione del potere. Con questo triumvirato si decide di attribuire a

cesare, dopo il consolato, un potere di imperio proconsolare nella Gallia Cisalpina e nell’Illirico

(attuale Slovenia e parte della Croazia) e gli vengono attribuite 4 legioni (20.000 uomini) con

durata di 5 anni. Queste legioni gli vengono attribuite con un plebiscito, la LEX VATINIA del 59

a.C. . Il suo, è un proconsolato eccezionale che dura 5 anni. Cesare, indebitandosi, oltre alle 4

legioni, ne arruola altre 4, (altri 20.000 uomini), diventando così 8. Tra il 59 e il 56/57 a.C., Cesare

conquista la Svizzera, la Francia del centro – nord, il Belgio e sbarca due volte in Britannia (tutto

questo è scritto nel “DE BELLO GALLICO”). Per alcuni anni, dopo questi avvenimenti, la

situazione rimane tranquilla e tre anni dopo i tre uomini del triumvirato sentono il bisogno di

riunificare il patto e si incontrano, così, nel 56 a.C. a Lucca, vicino alla Gallia cisalpina, dove

rinnovano l’accordo politico (ACCORDI DI LUCCA). C’è però un problema, che è all’origine della

guerra civile tra Cesare e Pompeo: quando i tre si incontrano non sono da soli, perché l’accordo

doveva essere preso pubblicamente. Questo rinnovo dell’accordo produce due effetti:

- la proroga per altri 5 anni dell’imperio di Cesare in Gallia. Pompeo e Crasso glielo accordano ma

fanno anche approvare una legge di proroga, la LEX LICINIA POMPEA, sul proroga mento

dell’imperio di Cesare nel 55 a.C., quando rivestono di nuovo il consolato. Non si dice da quando

decorrono questi 5 anni della proroga (non trattando questo punto, si pone la fase delle

controversie per la guerra civile). DIES A QUO: termine dal quale calcolare i 5 anni di proroga.

- Pompeo e Crasso si spartiscono tra di loro altre province, facendo approvare nel 55 a.C. una

LEX TREBONIA con la quale ricevono l’imperio proconsolare su delle province per 5 anni: Crasso

ottiene la provincia della Siria, mentre Pompeo le due province spagnole.

Crasso vuole imitare Cesare e parte per conquistare i Parti, in Siria, a CARRHAE e muore in

battaglia. Pompeo, invece, capisce che se si allontanasse da Roma, perderebbe tutto il potere

politico, quindi manda dei legati per governare le province spagnole (è il primo caso in cui un

proconsole, anziché recarsi nelle province, le governa attraverso dei propri rappresentanti). Il

potere di Pompeo è quasi unico, ed egli, ne approfitta per consolidare la propria posizione

egemonica (la costituzione di prima non serve più, serve un regime nuovo che metta fine al caos, il

governo di uno solo). Pompeo, però, muore prima di aver realizzato i suoi piani.

IL PIANO DI POMPEO E LA SUA FINE

Prima, però, nel 53 a.C. succede che la lotta politica si svolge con scontri armati per le strade; due

dei candidati al consolato (CLODIO e MILONE) si incontrano per strada accompagnati da gruppi

armati e Clodio viene ucciso. Clodio era molto amato e ciò provoca una rivolta, che impedisce la

convocazione dei comizi centuriati per eleggere i consoli e impedisce anche la formazione di un

interregno. Nel 52 a.C. il senato si fa convocare da un pretore, emette un senato consulto che

nomina un interre, con il compito di proporre l’elezione di un solo console, Pompeo; esso viene

quindi eletto CONSUL SINE COLLEGA (non era mai successo ciò; quando un console moriva

prima veniva convocato un CONSUL SUFFECTUS). È eletto volutamente un console senza

collega. Pompeo, però, reagisce provvedendo, in un paio di mesi a scegliere un collega per non

avere problemi, e nomina suo suocero, SCIPIONE NASICA.

La premessa giuridica della guerra civile con Cesare sono le due leggi fatte applicare da Pompeo

stesso nel 52 a.C. (Pompeo si trovava a Roma, ed era più vicino, Cesare invece era nelle Gallie):

- LEX POMPEIA DE PROVINCIIS CONSULARIBUS: questa legge riforma il sistema sia di Caio

Gracco (delle province propretorie e proconsolari) e il sistema di Silla (automatismo). Stabilisce

che devono necessariamente passare 5 anni da essere consoli, a diventare proconsoli. La scelta

dei proconsoli è affidata al senato e non più da un assemblea popolare. Scegliendo come voleva il

senato, sceglieva anche quali province erano proconsolari e quali propretorie. Cesare cercava di

pilotare l’elezione dei consoli, in modo che poi i proconsoli fossero dei suoi amici (vuole che il suo

successore sia un sua persona fidata, un suo amico). Questa legge porta ad un acuirsi sulla

questione di quando scade il rinnovo dei 5 anni del mandato di Cesare (che doveva scadere nel

50); per Cesare, invece, doveva scadere più tardi.

- LEX POMPEIA DE IURE MAGISTRATUUM: questa legge impone a tutti i candidati alle

magistrature di presentare la propria candidatura di persona (non dovevano essere rappresentati

da qualcuno); rafforza, in questo modo, una legge di Cicerone del 63 a.C. contro la corruzione

elettorale. Cesare non poteva presentare di persona la candidatura a Roma, perché l’imperio

proconsolare si esercitava soltanto all’interno della provincia: avrebbe dovuto, quindi, deporre il

potere, per entrare a Roma; ma, una volta abbandonato il potere, poteva essere sottoposto a

processo. Facendo in questo modo , Pompeo aveva abrogato un plebiscito del 52 a.C. che tutti i

tribuni della plebe avevano fatto approvare e che consentiva a Cesare di candidarsi anche dalle

Gallie). La legge di Pompeo supera il plebiscito a favore di Cesare.

Queste due leggi contribuiscono al formarsi di un forte contrasto tra i Cesariani e i Pompeiani:

queste dispute vanno avanti fino al 49 a.C., fino al momento in cui, sotto iniziativa del senato,

Pompeo fa emettere un senato consulto ultimo verso Cesare. Quando esso viene a conoscenza di

ciò, entra in Italia con un esercito e conquista Roma; Pompeo e i suoi alleati, però, riescono a

fuggire a Brindisi e si imbarcano per la Grecia.

Dal 49 al 45 a.C. avviene la seconda guerra civile: Cesare, con il suo esercito, sbarca in Grecia, a

Farsalo, dove avviene la battaglia definitiva, dove i pompeiani vengono uccisi.

Pompeo riesce però a fuggire in Egitto, dove i due monarchi sono fratello e sorella (avevano in

comune solo il padre) e dovevano sposarsi. La donna è Cleopatra (18 anni), che aveva sposato

suo fratello Tolomeo XIII (12 anni). Cleopatra rimane neutrale, ma suo fratello Tolomeo, consigliato

da un ministro, fa uccidere Pompeo, perché pensa in questo modo di ingraziarsi Cesare. Esso

invece fa uccidere il consigliere, fa abdicare Tolomeo e lascia come unica sovrana, Cleopatra XII

(perché Pompeo era stato ucciso da loro, mentre Cesare voleva ucciderlo da solo). L’Egitto, quindi,

diventa alleato di Roma. I pompeiani avevano molti sostenitori in Africa del nord e in Spagna. Tra il

45 e il 46 a.C. attraverso due battaglie, Cesare sconfigge definitivamente Pompeo e i pompeiani e

diventa padrone assoluto.

L’ASCESA DI CESARE

Ci sono due periodi importanti relativi a Cesare:

• Dal 49 al 46 a.C.: Cesare ottiene l’investitura a dittatore e un suo uomo, Lepido, pretore

urbano, convoca i comizi centuriati, che nominano Cesare alla dittatura (DICTATURA REI

PUBLICAE CONSTITUENDAE): avrebbe dovuto riporre la dittatura dopo aver riformato lo

stato. Dal 48 in poi cumula la dittatura e il consolato (cosa che non aveva fatto Silla)e, a un

certo punto, non gli basta più conservare la dittatura e il consolato: nel 46 a.C. si fa

nominare DICTATURA REI GERENDAE, per gestire la situazione; dura 10 anni, ma

doveva essere confermata anno per anno. A lui viene anche conferita la cura dei costumi

(che era un potere dei censori) per 3 anni; cesare aumenta il numero dei senatori da 600 a

900. Questa posizione gli attribuisce anche il potere di guerra e di pace (le guerre vengono

decise da lui). Detiene anche il controllo dell’erario; a lui vengono attribuiti anche delle

distinzioni tribunizie (diritto ad avere tutti i privilegi dei tribuni, come l’inviolabilità e il posto

riservato). Tra il 45 e il 44 a.C. prende forma l’idea definitiva dell’assetto costituzionale di

Cesare.

• Dal 45 fino al 15 marzo del 44 a.C. (giorno in cui Cesare viene ucciso: “le idi di marzo”):

Cesare ottiene, oltre alla dittatura, una nuova trasformazione: la dittatura a vita; accanto ad

essa ottiene un consolato per 10 anni, rinnovabile anno per anno. Gli viene attribuito il titolo

di IMPERATOR, supremo comandante militare (IMPERATOR CAIUS IULIUS CAESAR). Si

fa conferire a vita il potere dei censori e i poteri dei tribuni della plebe. Da questa sua

posizione derivavano tutti i poteri in materia internazionale, poteri dell’esercito, dell’erario

pubblico, potere di raccomandare in modo vincolante l’elezione dei candidati (che venivano

segnalati da Cesare stesso). Questo accentramento dei poteri è la goccia che fa traboccare

il vaso: le famiglie pompeiane organizzano una congiura e uccidono cesare il 15 marzo del

44 a.C.: Cesare viene ucciso per mano di Bruto e Cassio.

MODELLO COSTITUZIONALE DI CESARE

- A tutte queste cariche che Cesare aveva, si aggiungevano anche quella di Pontefice Massimo,

Augure, e si presentava vestito in un certo modo per far vedere che era il più importante (corona di

alloro, mantello di porpora).

- Cesare riforma il calendario e, seguendo l’astrologo Sousigene di Alessandria, crea il calendario

Giuliano: si basava su un anno civile di 365 giorni , mentre considerava l’anno tropico di 365 giorni

e 6 ore. Per compensare le 6 ore di differenza, veniva aggiunto un giorno in più ogni 4 anni. L’anno

con un giorno in più, aggiunto al mese di febbraio, è chiamato anno bisestile. Vi è tuttavia un errore

per eccesso: in 400 anni lo scarto diverrebbe di 3 giorni, per cui, ad esempio, l’equinozio di

primavera si avrebbe il 18 marzo anziché il 21 marzo. Il calendario giuliano rimase in vigore per

tutto il medioevo finché l’errore accumulato (ormai di 10 giorni) per l’eccessiva durata dell’anno

civile portò alla necessità di un nuovo calendario. Nel 1582, però, Papa Gregorio XIII mise a punto

un nuovo calendario. Il nuovo calendario gregoriano eliminò i 10 giorni di differenza che si erano

ormai accumulati dall’introduzione del calendario giuliano. Dal 4 ottobre 1582 si passò

direttamente al 15 ottobre 1582. Per evitare di nuovo l’accumularsi dello stesso errore, si pensò di

non considerare bisestili gli anni secolari che non sono multipli di 400 (1800, 1900,…): l’anno ha in

media 365, 2425 giorni: per accumulare uno scarto di 3 giorni sono necessari circa 10.000 anni.

- Cesare vuole anche raccogliere in pochi libri tutto il diritto civile vigente, in modo da superare le

12 Tavole: esso è il primo che concepisce, dopo le 12 Tavole, di codificare il diritto.

- Cesare modifica gli atteggiamenti del governo romano nei confronti delle province: egli da tutta la

cittadinanza romana alla Gallia cisalpina; estende anche la cittadinanza romana a comunità della

Gallia, della Germania e della Spagna. Dove non la estende, Cesare attribuisce la latinità (lo status

intermedio di latini).

ASCESA DI OTTAVIANO, FIGLIO DI CESARE

Si afferma l’idea, tra i personaggi imminenti, che il potere andasse tramandato a famiglie

(seguendo una linea dinastica): Giulio Cesare, però, non aveva figli maschi e nel 44 a.C., quando

muore, il console, nonché suo amico e collega fidato, MARCO ANTONIO, ne legge il suo

testamento: all’interno di esso, Antonio legge chiaramente che, prima di morire, Cesare adotta

come figlio un suo pronipote; nomina, quindi, come erede CAIO OTTAVIO, che in quel momento si

trovava in Grecia (un po’ per imparare la lingua e la cultura greca, un po’ per esercitarsi anche

sotto il profilo militare). Quando Ottavio viene a conoscenza del testamento, rientra in Italia e (dopo

la morte di Cesare c’era stato un periodo di sbandamento con diversi tumulti, tra coloro che erano

per Cesare e tra coloro che erano contro) fa convocare i vecchi comizi curiati (funzione di

ADROGATIO) e, attraverso una loro deliberazione, modifica la sua adozione e, prendendo il

patrimonio della sua famiglia lo distribuisce tra i plebei (300 sesterzi a testa: ciò era stato

promesso da Cesare, ma la sua eredità ce l’aveva Antonio; Ottavio, quindi, per mantenere fede a

questa promessa e per guadagnarsi anche il consenso, utilizza il patrimonio della propria famiglia).

Cambia il suo nome in CAIO GIULIO CESARE OTTAVIANO IMPERATOR. Nel 43 a.C. diventa un

punto di riferimento sia per i seguaci di Cesare, sia per quelli che erano stati contro di lui. I

cesaricidi (Bruto e Cassio) prima vedere come si comporta, per schierarsi in una fazione precisa. Il

senato vuole dare un potere istituzionale a Ottaviano e lo nomina senatore a 20 anni, dandogli un

potere di imperio da propretore.

IL SECONDO TRIUMVIRATO

Il 43 a.C. fu un anno tumultuoso: Marco Antonio voleva diventare proconsole delle Gallie, ma il

governatore delle Gallie, Decimo Bruto, resiste. Antonio, si reca nelle Gallie, con delle legioni per

sconfiggere Bruto e impossessarsi dei territori. Scoppia una guerra, alla quale partecipa anche

Ottaviano, contro Antonio. Con Ottaviano c’erano anche i due consoli di Roma. In questo scontro

armato muoiono i due consoli e Ottaviano e Antonio si mettono d’accordo per il potere. A loro si

aggiunge anche un vecchio sostenitore di Cesare (colui che presentò ai comizi la legge per la

magistratura straordinaria di Cesare), EMILIO LEPIDO. Queste tre persone volevano formalizzare

anche sotto il profilo costituzionale, il loro accordo: presentano al tribuno della plebe TIZIUS la

proposta per formalizzare l’accordo. Formano così il secondo triumvirato, formalizzato nel 43 a.C.

con la LEX TITIA dei TRIUMVIR REI PUBLICAE CONSTITUENDAE (si tratta di una magistratura

straordinaria istituita per legge). A ciascuno dei triumviri è attribuito un potere di imperio

proconsolare per 5 anni, ogni facoltà di guerra e di pace e il diritto di raccomandare come candidati

alle magistrature le persone di loro gradimento. Questa magistratura del triumvirato si sovrappone

alle altre.

- Nella prima fase del triumvirato succedono alcune cose, come ad esempio l’inserimento delle

LISTE DI PROSCRIZIONE: Antonio fa tagliare la testa, per primo a Cicerone, e ognuno si fa la

lista dei propri nemici; il fine era anche quello di eliminare, oltre ai nemici, quelle famigli più vicine

ai cesaricidi Bruto e Cassio, oltre che a loro stessi. Tutto questo si risolve con un’altra guerra civile,

dove gli alleati di Bruto e cassio si rifugiano in Grecia (battaglia di Filippi), dove muoiono Bruto e

cassio e i loro seguaci.

Nel 40 a.C., a Brindisi, i tre si mettono d’accordo per spartirsi le province (per esercitare il potere di

imperio senza contrastarsi tra di loro). Attraverso gli ACCORDI DI BRINDISI, Ottaviano ottiene il

controllo Italia occidentale e Sicilia, Lepido ottiene il controllo sull’Africa del nord e sulla Spagna, e

Antonio ottiene il controllo sulle province orientali.

- Vi è poi l’incontro fatale tra Antonio e Cleopatra, avvenuto perché lui si reca in Egitto. Essa

diventa amante di Antonio (e fa con lui una coppia di gemelli): questo è l’inizio della sua rovina. Le

fonti antiche contrappongono la prudenza di Ottaviano con le passioni e l’impulsività di Antonio.

- Dopo gli accordi di Brindisi, uno dei figli di Pompeo era sopravvissuto alla guerra civile tra Cesare

e Pompeo: SESTO POMPEO aveva delle forti alleanze in Sicilia e va contro Ottaviano. Lepido,

che si trovava in Africa, invece di aiutare Ottaviano va informalmente con Sesto Pompeo, contro

Ottaviano.

- Nel 37 a.C. si rinnova per altri 5 anni il triumvirato, fino al 33 a.C. con gli ACCORDI DI

TARANTO. E nel 36 a.C. si svolge una battaglia navale che toglie di mezzo Pompeo, portata

avanti da MARCO AGRIPPA, amico fidato di Ottaviano. Esso sconfigge nella battaglia di

NAULOCO, Sesto Pompeo. Ottaviano costringe Lepido ad abdicare, consegnandogli la provincia

dell’Africa. Dopo il 36 a.C. il triumvirato è composto solo di due persone: Antonio ha l’Oriente e

Ottaviano l’Occidente.

LA FINE DI ANTONIO

Antonio vive ormai ad Alessandria, mentre Ottaviano resta a Roma (è più vicino). Il senato decreta

la concessione di soldi pubblici ad Ottaviano per costruirsi una casa sul Palatino; gli riconosce

l’inviolabilità dei tribuni; lo nomina PRINCIPE DEL SENATO (onore di parlare per primo in senato).

Ottaviano si rende conto che uno scontro con Antonio è inevitabile e necessario, per eliminarlo

dalla scena politica. Antonio si era legato molto all’Egitto: ai figli di Cleopatra, fatti con lui, esso gli

attribuiva il governo di alcune province orientali (nominandoli monarchi di quelle province). Il

senato romano vede male questa cosa; Ottaviano fa un testamento (falso) di Marco Antonio, in cui

egli scrive che Antonio era intenzionato a lasciare tutti i suoi territori ai suoi figli (che erano

considerati stranieri per i romani). Nel 33 a.C. scade il triumvirato e non viene rinnovato: Ottaviano,

però, per non perdere il potere si fa eleggere console ogni anno, dopo il 36.

Ottaviano quindi, dopo la scena del testamento, organizza una guerra contro Marco Antonio,

utilizzando, però, due strumenti nuovi:

- il giuramento dell’Italia e delle province che lo sostenevano, la Gallia, Spagna, Sicilia e Sardegna

(CONIURATIO ITALIA ET PROVINCIARUM): Ottaviano vuole un sostegno immediato e diretto di

tutte le popolazioni delle province da lui controllate, attraverso un giuramento di fedeltà.

- consenso di tutti (CONSENSUS OMNIUM): appoggio di cui egli gode non solo da parte di organi

costituzionali di Roma ma anche l’appoggio di tutte le componenti sociali di Roma (classi sociali).

Questi due nuovi strumenti sono a supporto del suo potere di console: egli successivamente

dichiara la guerra contro Antonio, secondo il rito dei feziali. Ottaviano la presenta come una guerra

contro l’Egitto e non come una guerra civile (Antonio era considerato ormai un egiziano, e l’Egitto

era una minaccia per Roma). La guerra termina con la battaglia di Azio, in cui vince Ottaviano. Nel

31 a.C. l’Egitto diventa una provincia romana e Ottaviano rimane l’unico sulla scena.

Da quel momento Ottaviano comincia a costruire una nuova architettura costituzionale. Lunga

durata del tempo che ha avuto per creare questa nuova architettura va dal 31 a.C. fino alla sua

morte: vive a lungo (77 anni, e l’età media era una trentina di anni) ed e' il solo sulla scena politica.

Egli ha dovuto, poco a poco, costruire questo nuovo modello che poi sarà sfruttato anche dai suoi

successori.

MODELLO COSTITUZIONALE DI AUGUSTO

Dopo il 31 a.C., egli conserva la carica di console; nel frattempo, dopo la battaglia di Azio, il

senato e il popolo gli conferiscono il diritto di ausilio, il diritto di arrecare aiuto ai singoli cittadini

nei confronti dell’esercizio del potere di altri organi (potere specifico dei tribuni); gli viene anche

confermato il ruolo di princeps senato; nel 28 a.C., oltre a essere console, il suo potere si

reggeva sul giuramento dell’Italia e delle province, ed egli fa un primo atto di normalizzazione della

situazione: revoca tutte le misure eccezionali (liste di proscrizione) che aveva emanato nel corso

dei due mandati del triumvirato. La fonte più importante che noi abbiamo di questi anni e' un

senatore greco, Cassio Dione, che racconta vicende giuridiche romane; l’altra fonte che abbiamo

e' il testamento spirituale di augusto (che pero dice solo quello che gli fa comodo). E’Cassio Dione

che dice che egli revoca tutte lede misure eccezionali.

Nel 27 a.C. ha inizio un cambiamento nell’assetto costituzionale, a seguito di una ''commedia''

recitata in senato: egli si presenta in senato e davanti ad esso dichiara di voler deporre tutto il suo

potere; la stessa dichiarazione la fa anche al popolo riunito in tribù; egli dice ciò ma non lo pensa

veramente; egli dice questo solo per avere più potere. Di fronte a questa sua dichiarazione sia il

senato che il popolo reagiscono pregandolo di restare, e, dice Cassio Dione, gli attribuiscono un

impero maius (potere di imperio maggiore di quello degli altri magistrati). Dopo avergli conferito il

potere di imperio maius, Ottaviano comincia a fare una distinzione tra le province e, laddove

c’erano province con eserciti le attribuisce a se, mentre le province più tranquille (già pacificate) le

attribuisce al senato: province imperiali e province senatorie (province del popolo romano). Le

province dove c’è l’esercito le gestisce lui (cosi comanda l’esercito, mentre le altre, dove non c’è, le

da al senato). L’Africa, l’Asia e la Sicilia, sono provincia lasciate al senato, mentre le Gallie, la

Macedonia, la Spagna, ecc: sono tenute sotto il controllo diretto dell’imperatore. Cassio Dione poi

ci dice anche che questo potere di imperio maggiore gli era stato attribuito per 10 anni, rinnovabile

solo sulle province imperiali: non capiamo bene se questo potere superiore si estendesse alle sole

province imperiali o anche a quelle senatorie; quello che si sa e' che questo potere di imperio

maggiore era rinnovabile (10 anni); non abbiamo notizie di rinnovo di anno in anno e questa

scadenza decennale alla fine diventerà vitalizia.

Con un senato consulto e un plebiscito gli viene, poi, attribuito il titolo di “Augusto” (dopo 27

a.C. il suo nome completo era: “Imperator Caius Iulius Caesar Octavianus Augustus”:

successivamente il nome ufficiale degli imperatori romani avrà sempre il termine “imperator”

all’inizio del nome, da tradurre come “supremo comandante militare”, e all’interno, dopo il loro

nome, il termine ''Augustus'', che indica “imperatore”; questa espressione ''Augusto'' non ha una

valenza valenza politico - religiosa, ma anche una valenza giuridica: Augusto ha la stessa radice di

“auctoritas”: ogni atto di qualunque altro organo costituzionale sottostava all’autorizzazione

dell’Augusto, ovvero all’autorizzazione dia colui a cui era stato conferito il titolo).

Augusto racconta queste cose nel suo testamento spirituale, anche se non parla delle province

ma racconta solo di aver parlato davanti al senato e al popolo e da quel momento, per autorità, fu

proclamato superiore a tutti, mentre il suo potere era uguale a chi era con lui collega nella

magistratura (quando rivestiva la carica di console, dal punto di vista formale e giuridico, il suo

potere erra uguale quello di chi era collega con lui nel consolato). Negli anni successi al 27

conserva accorra il consolato: non era sufficientemente sicuro a deporre la carica; egli lo conserva

fino al 23 a.C.; in questo anno, un senato consulto e il popolo gli attribuiscono 3 importanti poteri:

1) POTESTAS TRIBUNICIA: attribuita a vita, anche se doveva essere confermata ogni anno.

Quando si devono calcolare gli anni di regno dell’imperatore si fa riferimento alla potestà tribunizia;

Augusto ha a vita la potestà tribunizia senza nemmeno essere tribuno.

2) IUS RELATIONIS: diritto di parlare per primo in senato, a cui si correla anche il diritto di votare

per primo e poi anche diritto di convocare il senato. Anche questo è un potere a vita.

3) IMPERIUM PROCONSULARE MAIUS ET INFINITUM: potere di imperio superiore di tutti gli

altri magistrati e efficacie in ogni territorio sottoposto ai romani.

Questo potere suscita delle discussioni, creando essenzialmente due problemi:

1) Che rapporto ha questo potere del 23 a.C. con quello attribuito nel 27 a.C.? L’unica fonte per gli

avvenimenti del 23 e' solo Cassio Dione. Si pensa probabilmente che sia una conferma e un

ampliamento dei poteri del 27 a.C. .

2) In una provincia spagnola (la Transduriana) nel 1999 fu trovata un iscrizione; essa era una

provincia che durò poco: la divisione tra province senatorie e imperiali potevano variare, a seconda

della necessita dell’imperatore di quel tempo. Questa provincia dura si e no 15 anni, poi viene

assorbita dalle altre province spagnole; in questa provincia fu trovata una tavoletta in cui Augusto

viene qualificato come proconsole: questo potere del 23 a.C. non e' un potere di imperio separato

dal potere di proconsole, ma e' anche un proconsolato speciale che pone il potere di imperio di

Augusto maggiore anche degli altri pro magistrati. Si tratta di un proconsolato speciale (prima

ipotesi di interpretazione). Nel 23 a.C. e' attribuito un potere proconsolare eccezionale a

Augusto su tutte le province (poteri attribuiti senza corrispondenti cariche : seconda

interpretazione).

Tutti questi poteri vanno a definire il Principe (princeps): imperatore, cioè come colui che si pone

come il primo nell’assetto costituzionale. La parola è utilizzata per definire l’imperatore, che ha tutti

i poteri elencati prima. Con l’attribuzione di questo potere di imperio (o la speciale carica di

proconsole), questa carica e' superiore anche al potere dei governatore delle province senatorie.

Le province imperiali sono governati da legati di Augusto (legati augusti propraetore), mentre i

governatori delle province senatorie sono i proconsoli. I legati sono nominati dal principe mentre i

proconsoli sono nominati prima da assemblee popolari, anche se l’indicazioni dei candidati

all’inizio spettava al senato, poi, siccome erano degli incapaci, comincia Augusto ad indicare i

candidati.

Dal 23 a.C. al 14 d.C., passano altri 37 anni in cui Augusto può consolidare il suo assetto

costituzionale. In questi anni piano piano si cumulano sul principe altri importanti poteri:

- POTERE DI CENSIMENTO: già nel 29 a.C. Augusto aveva fatto un censimento sfruttando il suo

potere di console e poi lo farà altre volte: ad esempio, il censimento fatto da Augusto nei vangeli:

egli cumula su di se i poteri di censo, ma cumula su di se anche altri poteri che spettavano ai

censori, ovvero:

-ELECTIO SENATUS (poteri di elezione del senato): prima temporaneamente, poi stabilmente.

Egli riduce il numero dei senatori a 600 (dopo l'aumento dei senatori a 900, i senatori erano

ulteriormente aumentati, arrivando a toccare i 1000: erano tante persone che però in sostanza

facevano ben poco).

- REGIMEM MORORUM: poteri come curatore dei costumi; ha influenza su quelli che sono i

candidati alle magistrature (si sostituisce al ruolo della nota censoria).

-IURISDITIO (potere giurisdizionale): potere di decidere delle cose, emettendo poi la sentenza

(non era come il potere del pretore; si tratta invece del potere di conoscere la causa e deciderne il

suo esito emettendone la sentenza. La sentenza alcune volte poteva essere di primo grado,

quando il primo giudice era il tribunale imperiale, ma molto spesso era di grado di appello: tutte le

sentenze, civili o penali, possono essere cambiate e riformate dal principe). E' un potere che gli

viene attribuito dalla prassi (la gente condannata cominciava a rivolgersi supplicando l’imperatore

di rivedere la sentenza).

-POTERE LEGISLATIVO: il potere di imperio gli da anche un potere legislativo: Augusto fa poco

uso di questo potere, perche preferisce sfruttare la potestà tribunizia, ma in alcuni casi comincia a

esercitare egli stesso questo potere, e fa emanare degli atti che sono fonte di diritto (es. editti con

cui indice il censimento; editti a Cirene che anche se era una provincia senatoria, regolavano).

Poco a poco si cumula un potere di scegliere i candidati alle magistrature: questo potere si esercita

in più direzioni, che possono essere:

-POTERE DI NOMINATIO: quando solo lui poteva indicare quali erano i candidati scelti per le

magistrature.

-POTERE DI SUFFRAGATIO: potere di raccomandazione non vincolante: il principe suggeriva

determinati candidati, in modo non vincolante.

-POTERE DI COMMENDATIO: consiglio vincolante; un indicazione vincolante sulle persone da

scegliere per essere elette.

La suffragatio si trasforma pian piano in commendatio.

A Magliano, in Toscana, nel 1948, fu scoperta un iscrizione: la “tabula hebana”, dove si descrive un

ulteriore procedimento ancor più blindato di selezione dei candidati:

la DESTINATIO (prima della tavola non si sapeva nulla di ciò): e' un procedimento dove all’interno

di 33 delle 35 tribù si scelgono 4 decurie di cavalieri, queste 4 decurie selezionavano i candidati

alle magistrature maggiori, secondo le indicazioni del principe (e' un procedimento che dura solo

nel periodo di Augusto e nel periodo dell’imperatore a lui successivo). Con tutti questi sistemi,

Augusto riesce a far si che i candidati fossero uguale nel numero, ai magistrati che si dovevano

eleggere.

Successivamente, egli cumula su di se anche un insieme di cariche religiose (già era un feziale e

un augure e anche un pontificie nel periodo del triumvirato), ma aspetta la morte del pontificie

massimo, Emilio Lepido (un tempo triumviro, che si era ritirato dalla scena politica e muore nel 12

a.C.) per essere nominato pontefice massimo (Augusto aspetta la sua morte per assumere quel

potere); assume anche il titolo di ''padre della patria''. Per rendere ben visibile il suo potere anche

in oriente, egli diventa faraone egiziano). Augusto riceve questi poteri di volta in volta, mentre i suoi

successori li riceveranno tutti insieme.

SUCCESSIONE PER ADOZIONE

Egli comincia a pensare anche alla sua successione, in modo da non riniziare tutta la situazione

da capo, al momento della sua morte: non aveva figli maschi, ma solo una figlia, Giulia, che fa

sposare prima con Claudio Marcello, che pero muore, senza avere figli. Successivamente egli si

occupa di cercare un altro marito per la figlia: la scelta cade sul suo compagno Agrippa, che aveva

la stessa età di Augusto: sua figlia sposa, ma anche Agrippa muore, nel 12 a.C., anche se, nel

frattempo,ebbero 5 figli: l’ultimo e' un pazzo e viene isolato e due figli, Gaio e Lucio, ottengono da

Augusto il titolo di “Cesare” (titolo per designare il successore dell’imperatore); anche questi due, a

22 e a 18 anni, muoiono. Alla fine non gli resta che una cosa: Livia, la sua terza moglie non aveva

avuto figli da lui, ma ne aveva avuti dal suo precedente marito, e si chiamava Tiberio Druso.

Augusto costringe Tiberio a divorziare e a sposare Giulia (strumento privatistico: matrimonio con la

propria figlia, a cui si accompagna un nuovo strumento privatistico: per rafforzare il vincolo con

Tiberio, lo adotta come figlio adottivo; era lo stesso sistema che aveva adottato Cesare nei suoi

confronti). Il sistema seguito dai successori di Augusto sarà quello dell’adozione.

A questi due sistemi privatistici, Augusto accompagna un associazione, sia pure limitata, del

potere: associa, per esempio, Agrippa nel potere, gli delega alcune campagne militari; questa

forma di potere la utilizza anche nei confronti di Tiberio. Quando Augusto muore, a Nola, il

successore e' già indicato (colui che ha avuto un associazione dei poteri, e' stato adottato, e'

marito della figlia e figlio di Augusta (Livia), la moglie di augusto).

ALTRO ASPETTO FONDAMENTALE:

I poteri del principe non eliminano gli organi costituzionali (restano magistrati, il senato ecc..);

restano, però, solo formalmente: al vertice abbiamo il princeps, da un lato abbiamo gli organi

costituzionali repubblicani e dall’altro lato il princeps affianca agli organi della costituzione

repubblicana un proprio apparato amministrativo imperiale (dei funzionari imperiali), che a poco a

poco, assorbe le funzioni di gran parte degli organi costituzionali repubblicani: nel momento in cui

nasce la figura del principe, e i suoi organi imperiali, non e' che subito sostituiscono gli organi

costituzionali, ma ciò avviene col tempo; al termine del principato questo procedimento si e'

concluso.

(organi repubblicani --> PRINCEPS <-- apparato amministrativo imperiale).

LE DINASTIE IMPERIALI (UNIVERSALITA’ DELL’IMPERO)

Gli storici moderni sono soliti individuare, dopo Augusto, una seria di dinastie:

1) Dinastia Giulio -Claudia (14 – 68 d.C.): gli imperatori che ne fanno parte appartengono o alla

gente Giulia, in quanto discendenti di Augusto, o appartengono alla gente Claudia, perche Nerone

era figlio di Tiberio Claudio Druso, ex marito della moglie di Augusto, nonché suo figlio adottivo.

2) Dinastia dei Flavi (69 - 96 d.C.): caratterizzata da tre soli imperatori: Vespasiano, Tito e

Domiziano (Vespasiano era il padre e gii altri i suoi figli).

3) Dinastia degli Antonini (96 - 192 d.C.): sono gli imperatori più significativi, come, ad esempio,

Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Commodo. Nell’anno lasciato libero, ci sono stati due imperatori

contemporaneamente eletti dalle varie truppe delle province (due usurpatori).

4) Dinastia dei Severi (193 - 235 d.C.): inaugurata da Settimio Severo.

La genti Giulia e Claudia esprimono imperatori di famiglie originarie di Roma; i Flavi hanno origine

italica, sono del centro Italia (sabina)e non appartengono alle famiglie dell’originale nobiltà romana;

gli Antonini non sono italiani: Traiano e Adriano sono spagnoli; I severi, invece, sono una dinastia

imperiale di origine africana, in linea maschile, e sua moglie, era invece originaria di una famiglia

molto importante della Siria: i severi sono la dimostrazione di come l’impero fosse arrivato a una

concezione tale per cui l’imperatore non era più originario di Roma, ma si era formata una

concezione universale dell’impero (si identificano sempre, però, con il nome di Augusto).

INVESTITURA DEL NUOVO IMPERATORE

Augusto inaugura la caratteristica di mischiare aspetti di diritto privato ad aspetti di diritto

pubblico. L’indicazione che l’imperatore precedente faceva per indicare l’imperatore successivo

non era sufficiente dal punto di vista giuridico per fare in modo che fosse nominato imperatore.

Diventa, allora, importante la LEX DE IMPERIO che conferiva gran parte dei poteri al nuovo

imperatore: si trattava di una legge di investitura dei poteri al nuovo imperatore. Da un punto di

vista terminologico, vi è un’immediata connessione con la LEX CURIATA DE IMPERIO della

monarchia etrusca; esistono due differenze tra queste due leggi: la lex curiata de imperio e'

approvata dall’assemblea popolare in curie, mentre la lex de imperio e'approvata dal senato e dal

popolo. La lex curiata de imperio non e' una legge di investitura di poteri al sovrano che altrimenti

non li avrebbe avuti, ma rappresenta un riconoscimento dei poteri che il sovrano aveva in quanto

tale, dall’assemblea popolare; la lex de imperio e' un vero e proprio atto di investitura dei poteri da

parte del senato e del popolo, ed e' un atto sia di assemblea popolare, sia del senato: da un

documento epigrafico noi abbiamo una di questi leggi, quella di conferimento dei poteri a

Vespasiano (lex de imperio vespasiani); vespasiano e' stato un imperatore che ha regnato tra 69

e 79 d.C. e ha consolidato le basii del potere imperiale dopo un periodo di crisi che si era aperto

dopo la morte di Nerone; questa legge formalmente e' una legge rogata, ovvero una legge

approvata da un assemblea popolare (da Augusto in poi l assemblea popolare e' sempre

identificata come quella che vota per tribù, quindi e' il concilio della plebe che e' venuto ad

assorbire i comizi tributi); ma questa legge rogata racchiude in se il testo di un senato consulto (il

senato attribuisce i poteri al nuovo imperatore, con un senato consulto, questo viene racchiuso

formalmente in una legge approvata da un assemblea popolare: la lex de imperio e' un senato

consulto formalmente rivestito di una lex rogata approvata da un’assemblea popolare).

LEX DE IMPERI VESPASIANI (presa come modello di lex de imperio)

I poteri attribuiti all’imperatore Vespasiano, con questa legge (con la lex de imperi vespasiani)

sono:

- imperium proconsulare maius et infinitum: l’imperatore poteva non rivestire ne la carica di

console ne di proconsole; si trattava di un potere superiore a quello degli altri magistrati e non

limitato alle sole province imperiali ma su tutto il territorio romano.

- titolo di imperator: titolo di supremo comandante militare ma anche potere assoluto di

dichiarare guerra e di fare trattati di pace (Augusto lo eredita dal padre adottivo, mentre gli altri no,

quindi la legge implica anche il riconoscimento del titolo di imperator).

- poteri censori: potere di fare il censimento, di nomina dei senatori, di controllo del

comportamento e dei costumi.

- poteri relativi al senato: potere di convocare il senato, di parlare e di votare per primo in senato

e di verificare la regolarità delle sedute in senato.

-poteri legislativi: il potere legislativo e normativo opera sia in situazioni di normalità sia in

situazioni di emergenza. Con questa legge di imperio, venivano attribuiti al principe sia il potere di

emanare atti che avessero lo stesso effetto delle leggi e plebisciti (situazioni normali), sia i poteri

che aveva esercitato il senato nel senato consulto (nelle situazioni di emergenza).

- in questo documento si afferma anche che l’imperatore era “(a) legibus solutus”: sciolto

dall’osservanza delle leggi; questa clausola, contenuta nella lex de imperi vespasiani significa che

l’imperatore era esonerato dall’osservanza solo in alcune leggi di diritto privato, ma non da tutte le

norme giuridiche.

- potere giurisdizionale (iurisditio): da un lato il principe conosce il caso, il processo a lui


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (PISA, LIVORNO)
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuLsss.94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Petrucci Aldo.

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