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- Sono collegiali: caratteristica di alcune magistrature, in particolare del consolato. Collegialità significa che

l’imperium è esercitato congiuntamente e ugualmente tra i due consoli, per cui esso non subisce alcun

frazionamento, sono entrambi titolari dell’imperium, vi è però la possibilità di veto da parte di uno dei due consoli

sulle decisioni dell’altro.

La collegialità è una caratteristica importantissima dell’imperium consolare, ma non lo è della pretura giusdicente:

quando nasce il praetor peregrinus non si richiede nessun vincolo di collegialità tra i due pretori.

I pretori vengono descritti da Polibio come titolari di un potere in promo luogo militare (l’imperium ha sempre una

connotazione militare), a questo riguardo si parlerà di imperium militiae (il comando dell’esercito in tempo di

guerra); i consoli hanno comunque anche l’imperium domi (potere di polizia in tempo di pace). Essi sono titolari di

molte prerogative: possono agere cum populo; possono convocare i comizi per lo svolgimento delle funzioni

elettorali; la facoltà di convocare e presiedere il Senato per far approvare leggi e provvedimenti.

- Sono cariche onorarie: non danno luogo ad una retribuzione ma ad un prestigio, che si esprime anche nelle

insegne: sella curulis (sedia pieghevole, simbolo del potere giudiziario, riservata ai magistrati superiori dotati di

giurisdizione, detti curuli); toga bordata con bordo purpureo; i magistrati maggiori erano preceduti dai littori, che

portavano i fasci (questa è l’insegna del comando).

Tra i magistrati maggiori vi era anche il dittatore, questi era un magistrato straordinario che viene dictus dal console in

un momento di particolare gravità, e rimaneva in carica al massimo per sei mesi.

Nell’ultimo secolo della repubblica il dittatore perde la caratteristica della temporaneità, e la costituzione

repubblicana viene snaturata (prima con Silla e poi con Cesare): diventa una magistratura usata per giustificare il

proprio potere e la propria forza (Cesare sarà designato dittatore a vita).

La fine della Repubblica non si ha con Ottaviano Augusto, ma è una realtà che si verifica lentamente e gradualmente,

mediante continue deroghe all’ortodossia repubblicana.

Accanto alla magistratura maggiore vi era poi quella minore, composta dai questori (la questura costitutiva il primo

grado del cursus honorem. Erano destinati alla supervisione e alla gestione del tesoro e delle finanze) e dagli edili. tra

questi ultimi bisogna distinguere gli edili curuli (furono detti curulis perché a loro fu assegnato il diritto della sella

curulis, distintivo delle magistrature più importanti. Essi possono essere solo patrizi e a loro spetta: la polizia cittadina,

in particolare quella dei mercati con annessa giurisdizione in materia di compravendita di schiavi e bestiame; la

preparazione dei pubblici spettacoli; hanno una limitata giurisdizione nell’ambito contravvenzionale; questi, inoltre,

emanavano un editto che enunciava i criteri generali cui questi magistrati di rango senatorio si sarebbero attenuti per

la risoluzione delle controversie riguardanti l'amministrazione cittadina) e gli edili della plebe (erano due edili plebei

addetti principalmente alla custodia dell'archivio e del tesoro della plebe e alla manutenzione di templi, edifici pubblici

e strade. Rappresentavano la plebe).

Il cittadino romano che voleva percorrere la carriera politica doveva seguire un determinato ordine chiamato cursus

honorum: dopo aver servito dieci anni nell'esercito poteva presentarsi candidato alle cariche nelle seguenti

successioni: questura, edilità, pretura, consolato.

Tornando all’edile curile, egli creò delle azioni a tutela del compratore nel caso in cui sussista un vizio di

compravendita: l’actio quanti minoris (il compratore può chiedere la riduzione o il rimborso parziale del prezzo,

allorché la cosa acquistata sia affetta da vizi che la rendano inidonea all'uso cui è destinata o ne diminuiscano in modo

apprezzabile il valore.); l’actio redibitoria (compratore può chiedere la risoluzione del contratto quando la cosa

acquistata sia affetta da vizi che la rendono inidonea all'uso cui è destinata o ne diminuiscono in modo apprezzabile il

valore).

I magistrati minori sono dotati di sola potestas, e sono eletti da un altro comizio, che nasce appunto in età

repubblicana: il Comizio Tributo (secondo alcuni non è mai esistito; secondo altri non è un comizio, ma

un’aggregazione di centurie). Il Comizio Tributo ha come elemento di base il distretto territoriale, la tribù territoriale.

Inoltre.

Nel Comizio Centuriato non tutti votano, la votazione infatti si interrompe quando la maggioranza è stata raggiunta.

Livio sostiene che ai ricchi: ‘’ fu dato un maggiore potere politico; infatti il voto non fu più concesso individualmente a

ciascuno, senza distinzione e con gli stessi effetti giuridici, così come Romolo aveva stabilito e avevano mantenuto

fermo gli altri re; ma furono introdotte delle gradazioni, in modo che nessuno sembrasse escluso dal voto ma al tempo

stesso tutto il potere politico andasse ai maggiorenti della città’’.

L’ordinamento centuriato non è veramente democratico: le decisioni non settavano al popolo ma solo ai più ricchi.

Questo funzionamento del Comizio Centuriato viene in parte modificato, anche se per breve tempo, dai Gracchi: il

tribuno della plebe Gaio Gracco propone una riforma per cui la centuria prerogativa non dovesse essere estratta a

sorte tra la prima classe, ma fra tutte le cinque classi. Questo tentativo verrà abbattuto da Silla.

Il Comizio Tributo nasce anche come correttivo a questo sistema. Il Comizio Tributo ha due competenze:

- elezione dei magistrati minori (questori, edili e magistrati sine imperio);

- competenze giurisdizionali, ma molto più modeste rispetto alla competenza criminale del Comizio Centuriato.

I censori restano in carica per il tempo necessario per la conclusione del censimento, ma al massimo 18 mesi. essi

concludono l’attività censoria con una solenne celebrazione sacrificale con immolazione che attiva la ‘lustratio’.

Questa è una cerimonia di purificazione che chiude il lustro (da qui il significato di lustro per indicare un quinquennio:

periodo di tempo che intercorre tra un censimento e l’atro).

I censori hanno poi la lectio Senatus, ossia la redazione delle liste dei senatori.

A proposito dei censori si parla di regimen morum: invitavano i cittadini al rispetto delle tradizioni ed al

perseguimento di una vita moralmente corretta.

Sono poi competenti in materia di locazioni, e si occupavano dei grossi appalti di opere pubbliche.

Vi è poi il tribuno della plebe che è, innanzitutto, la prima magistratura plebea. Il tribuno della plebe ha un proprio

ordinamento, dei propri magistrati, delle proprie assemblee e delle leggi. le leggi si configurano con i plebisciti (‘’ciò

che la plebe comanda e dispone’’), che la lex Hortensia (287 a.C.) equiparò alle leggi deliberate dai Comizi Centuriati.

L’assemblea del tribuno della plebe prese il nome di concilia plebis tributa, queste avevano le stesse funzioni del

Comizio Centuriato: votavano le leggi e nominavano i magistrati (i tribuni della plebe). Questa legge fu emanata in

seguito ad un’ulteriore secessione della plebe che si rifiutava di sottoporsi alla leva militare. Di fronte a questo rifiuto i

patrizi cedettero.

Al tribuno della plebe viene anche riconosciuta (secessione del 494 a.C.) la auxilii latio: difesa degli interessi plebei.

Il tribuno della plebe è una magistratura di forza e prestigio. Sicuramente è una magistratura plebea, come lo sono gli

edili, alcune fonti, tra cui Livio, ritengono che il termine ‘magistratus’ non si addice ai tribuni della plebe: per le sue

funzione è una magistratura sui generis. Al tribuno della plebe viene riconosciuta la auxilii latio, che si traduce

nell’intercessio, gli viene riconosciuto il veto con cui i tribuni possono bloccare le decisioni contro la plebe, persino

quelle consolari.

Un aspetto importante riguarda l’evoluzione di questa magistratura: la tribunizia potestas verrà assunta, oltre che dai

tribuni della plebe, anche da molti imperatori, il primo fu Augusto.

Per quanto riguarda la fonte del potere dei tribuni, questa risiede in un giuramento.

A proposito della situazione del tribuno della plebe Livio dice:’’i tribuni della plebe sono innanzitutto sacrosanti’’. Il

tribuno è infatti considerato inviolabile e chiunque leda questo principio è colpito da sacertà (uomo che può venire

impunemente ucciso da chiunque senza che questa uccisione venga considerata omicidio, quindi, senza nessuna

conseguenza).

Aspetto caratteristico del rapporto tra patrizi e plebei è che i patrizi non possono far parte dei concilia plebis tributa, e

i tribuni della plebe non possono far parte di certe magistrature riservate ai patrizi.

Vi è chi sostiene che sul Monte Sacro (494 a.C.) furono creati solo due tribuni. Il loro potere era fondato su un

giuramento sacro (lex sacrata) attraverso il quale i plebei promettono di proteggere i tribuni da ogni attentato alle loro

prerogative. Questo giuramento chiama in causa gli dei e dà un fondamento solido al potere dei tribuni.

Lex Villia annalia: plebiscito (la lex Hortensia de Plebiscitiis del 287 a.C. equipara i plebisciti alle leggi) del 180 a.C. che

stabiliva l’ordine con cui si poteva accedere alle magistrature (certus ordo magistràtuum), fissando l’età minima per

l’elezione alle cariche essenziali alla preparazione dell’uomo politico.

In forza di questa legge:

- occorreva aver servito almeno dieci anni nello “exercitus” (bisognava avere quindi almeno 27 anni) per candidarsi

alla “quaestura”;

- era ineleggibile ad una magistratura ordinaria patrizia (esclusa la censura) chi ne aveva ricoperto un’altra nel

biennio precedente;

- non si può diventare pretore se prima non si è stati questore ‘certus ordo magistratus’.

In parte, queste disposizioni verranno modificate da Silla.

Tutti i magistrati prima di compiere un’attività devono chiedere alla divinità un parere, un consiglio. La obnuntiatio è

l’azione con cui un magistrato può bloccano tutte le attività comiziali perché gli auspici non sono favorevoli. È utile per

bloccare le iniziative degli avversari.

Nell’ultimo secolo della repubblica una disposizione normativa proibisce ai magistrati di ‘’osservare il cielo’’: le attività

comiziali si devono compiere senza questa operazione, è sufficiente che il giorno sia fas.

Il Senato

Il Senato è un’assemblea molto importante dell’età repubblicana. Non solo esso continua a mantenere le competenze

che aveva in età monarchica (era essenzialmente l’organo consultivo del re, a tale organo competeva la scelta

dell’interrex e di conseguenza del nuovo rex), ma a queste vengono aggiunte le competenze attribuitegli in età

repubblicana: l’auctoritas, ossia la potestà di confermare o meno le deliberazioni comiziali. In origine l’atto di

conferma era successivo all’approvazione delle leggi; in un secondo momento divenne preventivo. I senatori non

votavano oralmente o mediante tavolette, ma andavano ‘piedibus ibam in sententia’: esprimevano il loro voto

spostandosi materialmente verso colui che aveva espresso l’idea che volevano condividere; il consìlium, che si

concretizzava nell’emanazione di pareri (senatusconsultum) diretti ai magistrati. La funzione consultiva costituì il

perno dell’azione politica senatoriale. Difatti, pur non essendo il parere giuridicamente vincolante per i magistrati,

raramente questi si discostavano da esso; e molti altri.

Il Senato emetteva pareri importanti per quanto concerne la dictio del dittatore. Il senatoconsulto per il tumultus è il

parere del Senato riguardo al fatto che il console chiami tutti i cittadini alle armi. Questa azione del console viene

sollecitata dal Senato attraverso un senatoconsulto. Il senatoconsulto umtimum è il termine utilizzato per descrivere

un decreto senatorio emesso in caso di emergenza, tipico dell’ultima fase della repubblica. Esso rimpiazzava di fatto la

figura e le funzioni del dittatore, conferendo ai magistrati investiti dell'imperium poteri semi-dittatoriali con cui

riportare l'ordine e difendere lo Stato. Tra i poteri era compreso anche quello di uccidere coloro contro cui il decreto

era stato emesso.

I pareri del Senato possono avere efficacia vincolante solo indirettamente.

Cause della crisi della repubblica

La crisi della repubblica comincia a manifestarsi proprio nel moneto di maggior splendore di Roma (146 a.C.).

Cause della decadenza della libera res publica:

- la prima causa è di tipo funzionale: i comizi, per esempio, in cui si vive l’esistenza politica di una comunità formata

da un certo numero di cittadini. Da un punto di vista numerico la decadenza della repubblica è inevitabile => i

cittadini non si possono riunire più nei comizi.

- Viene meno l’identificazione, in seguito alle riforme di Mario, tra il cittadino ed il soldato: il soldato diventa una

professione retribuita.

Mario chiamò alle armi i volontari, ammettendo anche i nullatenenti: si ebbe così non più un esercito di cittadini

abbienti, ma di soldati professionisti, che sceglievano la guerra come mestiere. Da una parte questo rinvigorì

l'esercito; dall'altra legò i soldati agli interessi del proprio comandante e non più agli interessi dello stato.

I proletari divennero, con la riforma di Mario (104-106 a.C.), il nucleo dell’esercito e questo comporta enormi

conseguenze: i proletari finiscono per stringere un legame forte con il loro generale e si formano quasi degli

eserciti privati. Ancora, queste figure portano ad una dissociazione dell’unitarietà dell’imperium, che è tipica della

magistratura repubblicana.

Vengono inoltre attribuiti poteri straordinari a dei privati cittadini (a Pompeo, un privato cittadino, viene attribuito

il comando della guerra contro i pirati).

- L’altra causa è di tipo sociale: l’immensa diffusione dell’elemento servile.

In questo periodo vi è anche una grande diffusione di latifondi enormi, di ville, che appartenevano alla classe

senatoriale e che erano coltivati da schiavi.

Con la lex Claudia (218 a.C.) ai senatori viene impedito il commercio marittimo; alcuni sostengono che questo

divieto deriva dal fatto che fosse indegno per i senatori la ricerca del profitto.

La crisi della repubblica è irreversibile, ogni caso, vi sono dei tentativi dir restaurazione in chiave democratica (Gracchi),

in chiava aristocratica (Silla), e monarchica (Giulio Cesare). Esauriti questi tentativi ha inizio il principato di Augusto.

Espressioni chiave che compaiono nelle fonti su cui si poggia la costituzione Quiritaria. Si tratta di tre identità, tre

realtà:

- cittadino=soladato: identità che viene spezzata dalla riforma di Mario;

- equilibrio territoriale: l’urbs corrispondeva con l’ager romanus, ciò significa che l’elemento territoriale non era così

disperso;

- la città: comunità politica. la città è lo stato-città, è l’ordinamento politico (equilibrio istituzionale).

Queste tre realtà vengono meno con la crisi della res publica.

Vi è un interessate scritto di Polibio in cui lo storiografo mette a confronto la costituzione Quiritaria di Roma con la

costituzione di Cartagine. Egli elabora la teoria della costituzione mista partendo dalla convinzione che nella

costituzione di Roma si può scorgere sia una democrazia, sia una aristocrazia, sia una monarchia. Per Polibio la

costituzione repubblicana è una monarchia considerando che i consoli hanno gli stessi poteri del re (imperium); siamo

di fronte ad una democrazia con riferimento al comizio centuriato che rappresenta il popolo; infine, il Senato, si può

rinvenire in una aristocrazia.

Secondo Polibio Cartagine è tramontata perché a quel tempo il potere era affidato al popolo.

Quindi, se il confronto viene fatto in questi termini, significa che Polibio vede il prestigio e la forza della costituzione

Quiritaria nell’elemento aristocratico.

I Gracchi. Fase democratica

Tiberio Gracco

Tentativo di ristrutturazione della costituzione Quiritaria.

I Gracchi (Tiberio e Gaio) sono i due ‘gioielli’, sono due nobili che hanno tendenza democratiche, quasi demagogiche.

Questi due personaggi si avvicinano ai populares e valorizzano in modo estremo i poteri dei tribuni della plebe (auxilii

latio)

Siamo nel 133 a.C. (anno in cui Tiberio venne eletto tribuno della plebe; Gaio invece fu eletto tribuno nel 123 a.C.) e

non si parla più dei conflitti tra patrizi e plebei, vi sono però scontri tra latifondisti (senatori) e populares (proletari).

Tiberio fu tribuno della plebe eletto dai concilia plebis tributa. Al tempo dei Gracchi i tribuni della plebe erano due.

I tribuni della plebe sono una magistratura collegiale (collegialità significa pienezza del potere in capo d entrambi i

tribuni che però possiedono il potere di veto).

La politica di Tiberio Gracco si concentra sulla questione agraria: egli propone la lex agraria (in realtà è un plebiscito),

per la ridistribuzione delle terre del suolo italico. Egli fa rivivere il modus agrorum (disciplina volta a contenere e a

limitare il latifondo). Il modus agrorum si sostanziava nel divieto imposto ai cittadini romani di avere latifondi superiori

ai 500 iugeri, questa disciplina però non era mai stata rispettata, ed ecco perché Tiberio la fa rivivere. Gracco, nel 133

a.C., attraverso una deroga impone che se il civis romano aveva un figlio o più, egli può possedere al massimo 250

iugeri per ogni figlio , per un massimo, però, di 1000 iugeri.

Si stabilisce poi che le terre eccedenti vengano espropriate ed assegnate ai non abbienti per un canone modestissimo;

in più si dispone che venga costituita una commissione tresviri (tre membri) con il compito di attuare queste

disposizioni.

Una clausola importante del plebiscito prevede che gli assegnatari delle nuove terre non possano alienare le terre che

hanno ricevuto (vincolo della inalienabilità).

Compaiono inoltre le ‘frumentationes’: provvedimenti di carattere politico che prevedono la distribuzione gratuita o a

prezzo agevolati di grano al popolo, cosa che verrà istituzionalizzata da Augusto.

La lex frumentaria, emanata nel 123 a.C.) era definita lex plebi iucunda (legge apprezzata dal popolo) sed boni

repugnabant (ma i boni, le persone oneste, provavano ribrezzo per questa misura).

Il Sento non gradì la lex agraria, ed i atre fanno così pressione politica su Marco Ottavio, l’altro tribuno della plebe

eletto nel 133 a.C. convincendolo a porre il voto alle legge, e qui le fonti ci dicono che Gracco fece destituire il collega.

Ma come fa a destituirlo? Egli propone una lex de Marco Octavio abrogando.

Plutarco a questo proposito scrive: ‘’ se il tribuno si volta contro la plebe e le stronca la forza impedendole di votare,

egli si priva da sé della carica perché non la usa per i fini per cui la ottenne’’.

La funzione principale del tribuno della plebe è l’auxilium ferre, portare aiuto, e se non la esercita decade

automaticamente dalla sua carica. (Tiberio Gracco, comunque, non avrebbe potuto ottenere la deposizione dalla

carica di Marco Ottavio, che agiva indubbiamente contro gli interessi della plebe, ma che non aveva per questo un

obbligo ‘costituzionale’ di abbandonare la carica).

In Tiberio Gracco c’è la convinzione della preminenza della volontà popolare su magistrato. Possiamo allora chiederci

se il rapporto tra gli eletti e gli elettori sia o meno un rapporto di mandato (riflessione moderna).

L’anno successivo (132 a.C.), Tiberio Gracco ripropone la propria candidatura al tribunato della plebe (la seconda

candidatura era consuetudinariamente vietata dall’applicazione anche alle magistrature plebee delle norme che

impedivano di ripresentare la propria candidatura a una magistratura cittadina senza aver lasciato trascorrere un

intervallo di tempo) per perfezionare il suo progetto di riforma, però, in seguito ai gravi disordini scoppiati nel giorno

della votazione per l’elezione dei tribuni della plebe, viene ucciso dal pontefice Massimo Scipione Nasica, leader della

nobilitas antigraccana, sfruttando lo strumento costituzionale dell’evocatio (iniziativa di un privato cittadino che

invoca a se un gruppo di persone (altri cittadini) sostenendo che, coloro i quali vogliano al salvezza dello Stato,

debbano seguirlo.), non essendo

riuscito a ottenere dal console in carica, il giurista Publio Muzio Scevola, sostenitore di Tiberio Gracco, l’emanazione

del senatus consultum ultimum de re publica defendenda (senatoconsulto con il quale i magistrati erano autorizzati ad

adottare misure eccezionali per la salvezza della repubblica, che sospendeva la provocatio ad populum) in quanto, il

console disse che lo Stato, i consoli, non possono usare le armi (imperium militiae: la forza militare contro i cives si

può usare solo contro gli hostes).

Iniziano le guerre civili che condurranno alla fine della repubblica.

Caio Gracco

Nel 123 a.C. si presenta alle lezioni dei concilia plebis Caio Gracco, il quale non solo vuole ottenere la conferma della

lex agraria del fratello, ma al sua politica è di amplissimo respiro, e tocca moltissimi temi. Le leggi (plebisciti) da lui

promosse sono:

- lex de tribunis reficiendis (reficiere: rifare, ripetere): si legittima il tribunato della plebe pluriennale. Si stabiliva la

rieleggibilità dei tribuni della plebe.

- Lex Sempronia de abactis: si toglieva l'elettorato passivo al tribuno destituito dal popolo.

- Lex de capite civis: plebiscito in cui si stabilisce l’impossibilità di creare questione senza provocatio.

- Lex de comittiis centuriatis (de suffragiorum confusione => confusione dei voti: con Caio Gracco si dispone che la

centuria prerogativa sia scelta nell’ambito delle cinque classi di censo.

- Rogatio sempronia de civitàte sòciis danda: richiesta della concessione della cittadinanza romana nei confronti dei

latini, e della cittadinanza latina agli italici. A questa legge fu posta l’intercessio.

Tra romani ed italici c’è parità, ma gli italici premevano per entrare a far parte della civitas. Gli italici per diventare

cittadini romani si facevano schiavi di un cittadino romano, il quale poi li manometteva. Prima della lex Iunia

Norbana (19 a.C.) vi erano manomissione che oltre a dare la libertà, davano anche la cittadinanza. Questa misura

fu osteggiata da Muzio Scevola che istituisce un tribunale speciale per reprimerla.

Quest’ultimo provvedimento segna la fine di Caio Gracco perché scatenerà il malcontento anche nei populares.

Caio pere così ogni possibilità di venire rieletto, inoltre, tenta una rivolta armata. Il Senato, ritenendo necessari

difendere lo Stato, emette il ‘senatus consultum ultimum’, attribuendo pieni poteri al nuovo console che reprime la

sollevazione, durante la quale Caio trova la morte.

Processo criminale

Per quanto riguarda il processo criminale, in origine esso si svolgeva dinnanzi al magistrato (prima il rex e poi i consoli),

poi, con la provocatio ad populum iniziò a svolgersi davanti al comizio centuriato. Fino ad un certo punto questo

metodo sembra aver funzionato, ma dopo la fine della seconda guerra punica (introno al 207 a.C.), nel quadro del

generale declino delle istituzioni tradizionali della città-stato e in seguito alla degenerazione delle assemblee causata

dalla crescente proletarizzazione delle masse urbane, il giudizio comiziale iniziò ad apparire inadatto. Tutto ciò ebbe

una conseguenza invitabile:porta alla creazione di giurie permanenti che hanno il compito di punire crimini particolari.

Nasce il sistema delle quaestiones permanenti che verrà istituzionalizzato di Silla. Queste quaestiones vedono una

competenza specifica del Senato (le promuove): nascono come commissioni di inchiesta per le ‘reptundae’

(appropriazioni indebite compiute dai governatori provinciali nei confronti dei provinciali stessi). Inizialmente il Senato

tende a mantenere questi illeciti nell’ambito del diritto civile, e tende a prevedere a carico del governatore non un

risarcimento ma solo una restituzione. Con il passare del tempo, e con il verificarsi di questi illeciti e delle relative

lamentele vengono a crearsi delle commissioni di indagine (quaestio perpetua), una sorta di tribunale speciale

competente nella repressione delle ‘reptundae’.

Con il tempo (decine di anni) le reptundae divengono un crimine, un illecito di particolare gravità.

Accanto a questo tipo di illecito ne sorgono molti altri, per ciascuno di questi nascono delle quaestiones perpetuae, di

fronte alle quali certi crimini vengono presentati e repressi.

Con Silla siamo di fronte a nove quaestiones perpetuae che si occupano, ciascuna, di un crimine.

Questi tribunali possono decidere ‘sine provocatione’: il condannato a morte non ha la possibilità di ottenere un

secondo giudizio. Le quaestiones giudicano in prima ed ultima istanza.

Lucio Cornelio Silla. Fase aristocratica

Silla proviene dalla famiglia patrizia dei Cornelii, tuttavia, la sua famiglia apparteneva ad un ramo povero . oggi lo

definiremmo un conservatore, era un sostenitore dei privilegi del Senato.

Fino all’88 a.C. è console, poi, dall’87 all’83 a.C. rimane fuori dalla scena politica romana, ed è impegnato in Asia

Minore nella guerra contro Mitridate, guerra che vinse.

Mario era ormai vecchio, ma nonostante ciò, aveva ancora l'ambizione di essere lui, e non Silla, a guidare l'esercito

romano contro il re del Mitridate VI, e, per ottenere l'incarico, fece presentare a Publio Sulpicio Rufo una legge che

sottraesse a Lucio Cornelio Silla il comando della guerra mitridatica a favore di Gaio Mario.

Appresa la notizia Silla prese una decisione grave e senza precedenti: scelse le 6 legioni a lui più fedeli e, alla loro testa,

si diresse verso Roma stessa.. Nessun generale, in precedenza, aveva mai osato violare con l'esercito il perimetro della

città (il cosiddetto pomerio. L’esercito armato solitamente veniva riunito nel Campo Marzio, fuori dal pomerio). Mario

ed i suoi seguaci fuggirono dalla città.

Silla, dopo avere preso opportuni provvedimenti per confermare il Senato come guida assoluta della politica romana e

fatto strage dei suoi oppositori, rientrò nei suoi accampamenti militari per portare a termine la campagna contro

Mitridate.

Entrambi i consoli dell’83 a.C. erano morti quindi il comando passa al Senato che attiva l’interregnum. L’interrex

Valerio Flacco convoca il comizio che elegge i consoli. Uno di questi due consoli emana la ‘lex Valeria de Sulla dictatore

creando' che rappresenta la dictio di Silla dittatore. Nell’83 a.C. Silla diventa dittatore.

Da un lato c’è un rispetto estremo della costituzione repubblicana (il comizio è convocato dall’interrex), dall’altro però

c’è un provvedimento che consiste nel conferire a Silla la dittatura a tempo indeterminato, e non per sei mesi.

Questo significa che dall’83 al 79 a.C. (anno in cui Silla muore) vi è la dittatura di Silla.

Provvedimenti:

- Silla, attraverso una lectio straordinaria del Senato, aumenta il numero dei senatori (da 300 fu elevato a 600);

- Annulla la famosa ‘lex Sempronia de suffragiorum confusione’;

- modifica le competenze ed il profilo del tribuno della plebe: in seguito alla riforma di Silla (Valerio Petercolo dice

che esso divenne un’imago sine re) i tribuni della plebe sono quasi privi di qualsiasi potere. Con Silla viene

potenziata l’aristocrazia.

- Con Silla si hanno nove quaestiones che reprimono nove crimini, tra questi vi è l’omicidio, punito dalla legge ‘lex de

sicariis et veneficis’.

- Un’altra misura importante è quella introdotta da una lex Cornelia che introduce l’istituto del postliminio (una

fictio): il cittadino romano che cade prigioniero del nemico diventa schiavo per il ius gentium, ma grazie al diritto di

postliminio c’è una situazione di quiescenza, di incertezza. In questo caso, i diritti del cittadino sono in sospeso fino

al momento in cui ritorna in patria, egli riacquista così tutti i diritti che possedeva prima, tranne il matrimonio ed il

possesso.

Ma che accade se il civis non ritorna e muore? Teoricamente muore schiavo, ma Silla introduce un’ulteriore fictio:

si finge che il civis romano sia morto prima della prigionia, quindi che non abbia subito nessuna capitis deminutio.

- Con Silla vi è anche un incremento delle magistrature: i questori da otto diventano venti e i pretori da due

diventano a otto.

Gaio Giulio Cesare. Fase monarchica

Nasce nel 100 a.C., quando al consolato c’è Mario. La storia di Cesare è densa di vicende.

Con Cesare siamo di fronte al primo triumvirato (60 a.C., Cesare, Pompeo e Crasso): non è una magistratura, i triumviri

sono privati cittadini. Il triumvirato è un accordo tra privati, e questo è importante perché, viceversa, con il secondo

triumvirato siamo di fronte ad una vera e propria magistratura.

È console nell’anno 59 a.C. ed è durante il consolato che partecipa alla guerra in Gallia. Alla scadenza del consolato

Cesare ottenne il governo della Gallia Cisalpina, di quella Narbonense e dell’Illirico per un quinquennio.

Nel 56 Pompeo, Cesare e Crasso rinnovarono il loro accordo assumendo nuovi impegni, per prevenire ogni tentativo

ostile del Senato.

Nel 54 Crasso e Pompeo furono eletti consoli e Cesare ottenne la proroga del suo governo per un altro quinquennio.

Essendo nel 53 e nel 52 a.C. scoppiati a Roma tali tumulti da non permettere di regolare lo svolgimento delle elezioni,

il Senato dovette intervenire sia nell’uno che nell’altro anno con ‘senatus consulta ultima’ dei quali il secondo

conferiva a Pompeo il titolo di ‘consul sine collega’ con poteri dittatoriali con i quali tentò anche di eliminare Cesare.

Pompeo fece votare una legge’lex de iure magistratuum’ che stabiliva l’obbligo della presenza in città per il candidato

alla magistratura.

Ora, si ritiene di non avere altra via di risolvere situazioni di particolare gravità, che attentare alla costituzione,

spostando il centro di gravità dello Stato dal Senato ad un nuovo rogano individuale risultante dal confluire in un’unica

persona di poteri già attribuiti a più organi.

Cesare, grazie alla legge emanata da Pompeo, fu obbligato a tornare a Roma in modo tale da poter essere eletto.

Nel gennaio dell'anno 49 a.C. varcò quindi il fiume Rubicone (che segnava il confine fra l'Italia propria e la Gallia

Cisalpina) e avanzò su Roma con il suo esercitò al quale non rinunciò.

Cesare, nel 49 a.C. fu eletto dittatore, nel 44., poco prima di morire, gli venne conferita la dittatura a vita.

Le riforma di Cesare sono fondamentali, le fonti dicono che se non fosse morto avrebbe composto un codice.

- Riforma il calendario, introdusse l’anno solare;

- aumenta il numero dei magistrati;

- lex agraria: letto console fa emanare la lex agraria con il fine primario di dare le terre ai veterani di Pompeo;

- lex de re pecuaria: di dispone che tra i pastori almeno 1/3 debbano essere ingenui, cioè non schiavi;

- lex Iulia de pecuniis: con questa legge Cesare voleva risolvere il problema del pagamento dei debiti, reso

particolarmente gravoso dalle vicende della recente guerra civile, e voleva rimettere in sesto l’economia della

repubblica;

- lex de mercedibus habitationum: legge sui canoni per le abitazioni;

- legge sulle frumentationes: fu regolata la distribuzione del grano al popolo. 150000 erano gli aventi diritto;

- lex Iulia de provinciis: stabilì che i propretori rimanessero in carica solo per un anno, mentre i proconsoli per due

anni;

- lex de sacerdotibus: relativa alla composizione dei collegi sacerdotali.

Con Cesare si ha un mutamento radicale dell’assetto costituzionale dello Stato.

Giulio Cesare viene ricordato come antesignano delle riforme di Adriano.

Le misure più significative in prospettiva di quelle che posi saranno realizzate da Adriano sono molte. Innanzitutto le

fonti parlano di una ‘commutatio status rei publicae’: di un mutamento radicale della cosa pubblica. un primo

mutamento è quello che avviene nel 44 a.C., quando a Cesare viene conferita la carica di dittatore a vita.

- Giulio Cesare (come dittatore) ha un controllo primario e secondario su tutta la realtà costituzionale: sulle

magistrature, sui comizi e sul Senato;

- c’è la tendenza ad aumentare le magistrature repubblicane: il numero dei pretori e dei questori aumenta e

compaiono i ‘nova officia’, nuove cariche. Le competenze vengono attribuite ai prefetti e ai legati che sono

persone designate dal dittatore (siamo di fronte ai primi funzionari. Le magistrature repubblicane erano onorarie e

gratuite);

- sorge e gradualmente viene potenziata una Segreteria di Stato che rappresenta l’embrione della Cancelleria

Imperiale (struttura importante del secondo principato), di cui faranno parte i funzionari, i giuristi, e gli sarà

attribuita l’attività legislativa;

- vi è una nuova organizzazione territoriale che viene data sia a Roma che all’Italia (preludio di quella che sarà

l’organizzazione del territorio nel secondo principato);

- tra le fonti di produzione iniziano a comparire i decreti (genere nuovo). I decreta faranno poi parte delle

costituzioni imperiali. Tra le finti verrà poi potenziata la legge comiziale;

- Giulio Cesare ha anche riformato il calendario introducendo l’anno solare, grazie al fatto che ricopriva il ruolo di

Pontefice Massimo. Questa è una notizia ricordata da Svetonio.

Isidoro di Siviglia dice che Giulio Cesare, se non fosse stato ucciso, avrebbe fatto un codice di leggi, una raccolta

legislativa.

Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto

Giulio Cesare era stato assassinato nel 44 a.C. da dei ferventi repubblicani. Quando muore Cesare, Antonio (sarà un

grande rivale di Augusto, questo ce lo dice Ottaviano stesso) è console mentre Ottaviano si trova in Epiro per ragioni

di studio.

Ottaviano era stato adottato (adoptio) da Giulio Cesare, si può dire che si era costituito un vincolo agnatizio tra i due.

Tra l’altro Cesare ed Augusto possedevano anche un vincolo di sangue (la nonna di Augusto era la sorella di Cesare).

L’opera più importante di Augusto si presente come una sorta di testamento: le ‘Res Gestae Divi Augusti’ (le imprese

del Divino Augusto). Questo scritto venne ricostruito grazie ad una fonte epigrafica.

Augusto lascia ai posteri una valutazione del suo comportamento, la parte più interessate va dalla morte di Cesare al

momento in cui diventa princeps senatus.

Svetonio sostiene che questo documento/testamento è stato dato da Augusto alle vestali, le quali incarnano la

grandezza e la nobiltà di Roma. Dice poi, che alla morte di Antonio (14 a.C.) le vestali consegnano il documento al

Senato.

Questo documento è stato scoperto (in realtà sono state scoperte diverse copie) durante degli scavi in Oriente

(Turchia). Si hanno, fino ad ora, tre ritrovamenti a questo riguardo: Monumentum Ancyranum, Monumentum

Apolloniense et Monumentum Antiochenum.

Per volontà di Augusto il resoconto delle sue imprese doveva venire inciso su tavole di bronzo, e queste erano

destinate ad essere collocate nel mausoleo che Augusto aveva fatto costruire a Roma nel Campo Marzio; furono poi

fatte delle copie da conservare nei vari templi delle province imperiali in onore del Divino Augusto.

Paragrafo 1: (era nato nel 63 a.C.) (milizia privata,

‘’All’età di 19 anni di mia iniziativa e a mie spese misi insieme un esercito

conseguenza delle riforme di Mario) (‘‘rem publicam in libertate

per mezzo del quale ottenni la liberazione dello Stato

vindicavi’’: espressione tecnica altamente significativa con la quale allude al processo di libertà. Lo Stato riceve la

libertà da lui come uno schiavo manomesso la riceve per mano del padrone), oppresso dal dominio di una fazione

(si riferisce alle guerre civili). (Ottaviano

politica Per questo motivo, il Senato decise di arruolarmi tra i suoi membri

rivendica il titolo di princeps => primo inter pares. Si ritiene che tale ruolo sia per lui legittimo perché conferitogli dal

Senato che ha titolo di riconoscimento), mi conferisce il rango consolare, e mi affida il comando militare’’.

Nel 43 a.C., Ottaviano, è accolto in Senato e viene fatto console dal popolo.

(questa affermazione fa pensare che ci sia stata una votazione da parte del

‘’..e lo stesso anno il popolo mi fece console

comizio centuriato) e fui triumviro per la ricostruzione della Repubblica’’.

Vengono eletti tre viri rei publicae costituendae per il restauro della res publica, e questo triumvirato, a differenza del

primo, è una magistratura.

Paragrafo 2:

‘’Mandai in esilio coloro che avevano ucciso mio padre, punendo il loro delitto con procedure legali, e muovendo poi

(42 a.C., battaglia di Filippi: oppose il secondo triunvirato,

essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia

formato da Ottaviano, Antonio e Lepido, a Bruto e Cassio)’’.

Qui, Ottaviano, si riferisce ai cesaricidi.

Paragrafo 3:

‘’Spesso combattei guerre civili ed esterne, in tutto il mondo, per terra e per mare ; e da vincitore lasciai in vita tutti

quei cittadini che implorarono grazia. Preferii risparmiare le genti straniere, ai quali si poté perdonare senza pericolo,

piuttosto che sterminarli’’.

Qui, Ottaviano, parla della sua benevolenza e magnanimità verso i vinti. Le motivazioni possono essere di propaganda

militare, o per scopi demografici.

Viene poi fatto, in questo paragrafo, l’acclamazione di lui come imperator (comandante).

Paragrafo 4:

alla fine di questo paragrafo dice: => non ha rispettato le regole introdotte dalla

‘’Io sono stato console per 13 volte’’

‘lex Villia annalia’ del 180 a.C., soprattutto per quanto riguarda l’intervallo di tempo che deve intercorre tra una carica

e l’altra.

‘’…ed ero per la trentasettesima volta rivestito della podestà tribunizia’’.

Di fatto non era tribuno della plebe, ma era titolare della tribunicia potestas, che, nel 23 a.C., gli fu conferita a vita. In

tal modo egli aveva la facoltà di opporre la sua intercessio agli atti di qualsiasi magistrato, le iniziative di Ottaviano,

però, non potevano essere bloccate. Grazie alla tribunizia potestas era titolare anche del ius agendi cum plebe, cioè, il

diritto di convocare il concilio.

Ad Ottaviano venne anche conferito l'imperium proconsulare. Questo, venne istituzionalizzato con l'attribuzione da

parte del Senato ad Augusto del comando effettivo sulle province nel 27 a.C.

Paragrafo 5:

‘’Non accettai la dittatura che mi fu offerta alla presenza del popolo e del Senato’’.

Ottaviano preferiva possedere poteri illimitati, ma con forme che salvassero la loro parvenza di poteri repubblicani.

Paragrafo 8: => ad Ottaviano venne attribuita la lectio senatus (prima attribuita ai censori),

‘’Tre volte scelsi i nuovi senatori’’

attraverso la quale si occupò di decretare i candidati alla carica senatoriale.

Egli si occupò anche del censimento della

‘’E durante il sesto consolato feci il censimento della popolazione’’.

popolazione, che avvenne 42 anni dopo l’ultimo.

(sono leges rogatae: leggi proposte dal magistrato ed approvate nelle assemblee popolari)

‘’Con nuove leggi rimisi in

Ottaviano è un restauratore di mores.

vigore molti modelli di comportamento degli antenati’’.

La legislazione di Ottaviano è cospicua, ed è compiuta quasi tutta nella forma di lex comiziale, vi è la consultazione

della volontà popolare; questo era utile per la sua propaganda politica.

Ottaviano attua una riforma del matrimonio e crea una serie di leggi intorno al problema demografico legato al tema

della cittadinanza. Egli, viene definito uno xenofobo, assolutamente ostile alle concessioni di cittadinanza.

Svetonio dice: ‘’volendo mantenere il popolo genuino ed immune da qualsiasi contaminazione di sangue straniero e

servile, concedette la cittadinanza con estrema parsimonia e pose fine alla pratica della manomissione’’.

Come si concilia questo con la legislazione demografica di Augusto? Augusto vuole che i cittadini aumentino, vuole

ricostruire il tessuto cittadino, il vecchio ceppo latino, allontanando e sbarrando la strada agli stranieri. Augusto

promuove quindi il matrimonio (i celibi, ad esempio, incorrevano in incapacità patrimoniali: non avevano capacità

ereditaria) a la procreazione; a questo proposito, una parte normativa della legislazione sociale introdotta da Augusto,

fu lo ius trium liberorum (le donne con almeno tre figli potevano sottrarsi dalla tutela).

Questo argomento è collegato alla politica augustea in materia di manomissioni. Durante il suo principato sono

probabilmente tre le posizioni normative sulle manomissioni:

- lex Fufia Caninia (2 a.C.): stabilì che per testamento poteva essere manomesso solo un numero di schiavi

proporzionale a quelli posseduti dal testatore;

- lex Aelia Sentia (4 d.C.): erano vietate le affrancazioni in frode ai creditori; non divenivano cittadini romani, ma

soltanto Latini gli schiavi minori di 30 anni o affrancati da padroni minori di 20 anni, salvo l’esistenza di una giusta

causa dimostrata al cospetto del c.d. consìlium; gli schiavi già puniti per aver commesso qualche delitto, se

affrancati, si ritrovavano nella condizione di peregrìni deditìcii.

- Manumittendi modum terminavit: pose un limite alle manomissioni.

Prima della lex Iunia Norbana esistevano solo le manomissioni civili (testamento, censu e per vindictam). Queste

uniche manomissioni comportavano che lo schiavo manomesso acquistasse la condizione di liberto, cioè diventava

libero e cittadino. Queste manomissioni solenni producevano effetti importanti: all’atto di concessione della

cittadinanza si affianca l’atto del privato che attraverso la manomissione fa entrare nella civitas un nuovo membro.

Questo è un tratto tipico del mondo antico: non esiste libertà senza cittadinanza.

In una situazione del genere non ha senso che Ottaviano non conceda la cittadinanza se con la manomissione questa

si ottiene comunque.

Durante il principato viene emanata la lex Iunia Norbana (che in realtà si chiama solo ‘lex Iunia’). Questa

probabilmente venne rogata nel 19 d.C. (crea la categoria delle manomissioni pretorie o informali (non significa che

sono collegate al sistema del ius honorarium): esse concedono la libertà e la latinità. Lo schiavo acquista lo status di

latino iuniano), ma com’è possibile se augusto muore nel 14 d.C.? Questa lex però rientra a pieno titolo nella

legislazione augustea. La lex, contiene alcuni argomenti esegetici in base ai quali non può essere collocata

cronologicamente dopo la ‘lex Aelia Sentia’; i Fasti consolari, inoltre, ci dicono che la lex Aelia Sentia e la lex Fufia

Caninia sono del periodo augusteo, di conseguenza lo è anche la lex Iunia.

Molte fonti parlano di questa legge, e ne parlano sempre come ‘lex Iunia de manomissionibus’, solo in una compare il

il nome di ‘Norbana’ (in un passo delle Istituzioni). Se questo appellativo fosse vero significherebbe che la legge venne

rogata nel 19 a.C., ma dimostrando che il nome della legge di riferimento è ‘lex Iunia’ (non Norbana) sappiamo che

appartiene ad Augusto e che è precedente al 19 d.C.

La lex Iunia non è di Ottaviano, perché in quell’anno non era console, ma fu suggerita ai consoli da Augusto.

Vi sono tre tipi di latini:

- latini prisci o casci o veteres: erano gli antichi abitanti del Lazio. Avevano una componente territoriale ed etnica

molto forte. Essi godevano di importanti prerogative che si sintetizzano nel ius conubii e nel ius commercii.

I latini prisci avevano dei rapporti privilegiati con Roma, ed avevano frequenti contratti con i romani.

- Coloniali: categoria successiva a quella dei latini prisci. Non ha importanza l’elemento etnico.

Abitavano nelle colonie, che sono una forma di organizzazione territoriale delle terre conquistate da Roma.

Dal punto di vista dello status godono del ius commercii e talora non godevano del ius conubii.

- Iuniani: non ha importanza né l’elemento etnico, né quello territoriale. Essi sono i latini lex Iunia facti.

Sono soggetti assimilati ai latini da un’espressa previsione di legge che stabilisce che il loro status venga costruito

sul modello dello status dei latini coloniali (è una latinità fittizia).

Con le manomissioni pretorie si spezza il binomio libertà-cittadinanza che caratterizzava la mentalità degli antichi.

Cicerone, ad esempio, testimonia: ‘’Libertas ‘’libertà,

id est civitas’’: cioè cittadinanza’’.

Queste manomissioni vengono chiamate pretorie per il ricordo di quello che succedeva prima dell’entrata in vigore

della lex Iunia: se il padrone dichiarava di voler liberare lo schiavo, e questa volontà non era seguita dalla

manomissione, lo schiavo era di fatto libero, ma giuridicamente non acquistava la libertà (essendo forme di

manomissione solenni). Questi soggetti erano morantes in libertate, e avevano solo una tutela riconosciutagli dal

pretore: se il padrone avesse costretto l’uomo a servirlo nuovamente, sarebbe intervenuto il pretore.

Nell’ultimo secolo della repubblica, i morantes in libertate sono molti, e sono pericolosi, in grado di essere manipolati

da demagoghi senza scrupolo.

Augusto, pur contrario alle manomissioni, doveva risolvere il problema, e lo fede attraverso la lex Iunia: i morantes

non sono più schiavi, diventano liberti, ma senza cittadinanza romana (acquistano la cittadinanza latina). Essi, però,

muoiono come servi, il legislatore prevede infatti che essi non abbiano la testamenti factio, i oro beni vengono

devoluti ipso iure al manomissore e agli eredi di questo.

Paragrafo 25 (Res Gestae Divi Augusti):

(fa riferimento alla coniuratio. È l’espediente al quale Ottaviano ricorre ex post per giustificare la

‘’ Tutta l'Italia giurò

sua posizione costituzionale dopo la scadenza del triumvirato. Al termine di questo, infatti, Ottaviano non ha nessuna

posizione costituzionale che possa legittimare la guerra contro Antonio e Cleopatra, ed è sulla scorta di questa

investitura come dux (come lui stesso si definisce), che il futuro imperatore condusse contro i due. Questo è un atto

politico extracostituzionale, giacché si trattava di un atto plebiscitario fondato su di un giuramento d'origine militare)

(2 settembre, 31

spontaneamente fedeltà a me e chiese me come comandante della guerra in cui poi vinsi presso Azio

a.C. Battaglia che avviene tra Augusto contro Antonio e Cleopatra)’’

Paragrafo 26:

‘’Allargai i confini di tutte le province del popolo romano’’.

Paragrafo 27:

‘’ Aggiunsi l'Egitto all'impero del popolo romano’’.

Ogni provincia è un mondo a sé, non vengono trattate tutte allo stesso modo. Quando l’Egitto viene aggiunto

all’Impero, non viene incorporato ad una provincia (Augusto si descrive come il successore dei faraoni).

Il processo di Gesù è un esempio riguardo allo svolgimento dei processi criminali nelle province.

Processo di Gesù: la fonte è il Vangelo. Nasce come un processo religioso, il reato a lui addebitato è quello di

bestemmia.

Gesù viene arrestato dalle guardie del Sinedrio (organo ebraico). Viene poi condotto dal sommo sacerdote, dove viene

interrogato.

Sia l’attività istruttoria, che l’attività di polizia, vengono fatte dal Sinedrio, non vengono effettuate dalle autorità

romane, ma da quelle locali; questo significa che nei confronti del mondo ebraico i romani hanno sempre avuto

rispetto.

La figura principale di questa vicenda è Ponzio Pilato: il processo a Gesù si è trasformato in un processo rilevante per

la legge criminale romana. Egli è imputato perché si dichiara re.

L’attività istruttoria prosegue davanti al governatore romano (Pilato), il quale, nelle province, può condannare a morte

(ius gladii; diritto non delegabile secondo l’ordinamento criminale).

Paragrafo 28:

‘’ Fondai colonie di soldati’’.

Con Augusto vi è la deduzione di colonie in favore dei veterani.

Paragrafo 34:

‘’ Nel mio sesto e settimo consolato, dopo aver sedato l'insorgere delle guerre civili, assunsi per consenso universale il

(acclamazione plebiscitaria),

potere supremo trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della

repubblica’’

Augusto si reca in Senato e dichiara di voler abbandonare tutti i poteri, sostenendo che la situazione di emergenza è

terminata e che quindi le decisioni tornano al Senato.

Questa iniziativa viene presa nel momento più opportuno. Tre giorni dopo (16 gennaio, 27 a.C.), infatti, il Senato lo

acclama e lo nomina Augusto per senatoconsulto. Gli vengono, cos’, conferiti tutti i poteri.

Il Senato lo considera modello di onore, clemenza, giustizia e pietas.

‘’…Dopo di che, superai tutti per autorità, ma non ebbi potere più ampio di quelli che mi furono colleghi in ogni

magistratura’’.

Quest’ultima frase viene detta per fini propagandistici.

Augusto, si presenta come il restauratore dell’ortodossia repubblicana: ‘’ebbi solo i poteri che mi furono conferiti dalla

costituzione repubblicana’’.

Augusto non dà alcuna diposizione in materia di successioni, e questo problema viene risolto attraverso le adozioni,

oppure lasciando la decisione all’esercito. Il perché di questo è che non si possono regolare le successioni se Augusto

si presenta con il restauratore della repubblica.

Poteri di Augusto:

- prima del 13 gennaio del 27 a.C. (rinuncia ai poteri da lui ottenuti extracostituzionalmente):

• poteri straordinarie ed extracostituzionali (la coniuratio e comando dell’esercito;

• comando delle province;

• facoltà di statuizione normativa;

• ius tribunicium (concessa nel 36, ed estesa nel 30);

• prenome di imperator nel 28 a.C.

• gli fu data la dignità di princeps senatus;

• magistratura consolare quasi ogni anno;

• diritto di amministrare la giustizia pubblicamente;

• diritto di proporre la nomina ad alcune cariche sacerdotali.

- Dopo il 27 a.C. fino al 23 a.C.:

• Magistratura consolare;

• ius tribunicium;

• prenome di imperator (sommo potere militare), e titolo di Augustus (che diventa il suo cognome);

• imperium decennale su tutte le province in subbuglio che esigono un controllo particolare.

- Dal 23 a.C. gli viene attribuito per legge:

• la potestà tribunizia a vita (comprende la cura dei costumi);

• imperium proconsulare maius et infinitum: cioè il potere superiore a quello di tutti gli altri magistrati e

illimitato su tutto l'impero ed il potere di legiferare attraverso le costituzioni imperiali.

Velleio Patercolo sostiene che ‘’con Augusto venne ribadita quell’antica forma di Stato’’.

Secondo Tacito ‘’la repubblica è stata ricostituita, non regno o dittatura, ma sotto il nome del principe’’.

Negli ‘Annali’ Tacito dice inoltre: ‘’ Roma da principio ebbe i re: da Lucio Bruto istituì la libertà e il consolato. Le

dettature si assumevano per un tempo limitato. La podestà dei decemviri non resse oltre due anni; né molto l’autorità

di consoli né dei tribuni dei soldati. Non durò molto il dominio di Cinna, né quello di Silla. La potenza di Pompeo e di

Crasso passò presto a Cesare, e l’armi di Lepido e d’Antonio passarono ad Augusto ; il quale, il mondo intero sconvolto

dalle guerre civili, accolse sotto il suo potere con titolo di principe’’.

La giurisprudenza

Sulla giurisprudenza abbiamo una monografia: ‘Enchiridion’ di Pomponio. Quest’opera ricostruisce la storia della

giurisprudenza romana e delle magistrature romane. È giunta a noi tramite il Digesto (Ilibro, II titolo): ‘’De origine iuris

et omnium magistratuum et successione prudentium’’.

Questo titolo ha come primo frammento un passo tratto da Gaio in cui viene sottolineata l’importanza del ‘principium’:

inizio. Di ogni cosa è necessario risalire al suo principium.

Prima affermazione di Pomponio (Dig. 1.2.2pr.): ‘’Ci sembra necessario illustrare l’inizio del diritto ed il suo sviluppo.

Dig. 1.2.2.1: ‘’All’inizio della vita del nostro Stato, il popolo viveva senza un ordinamento sicuro e tutte le cose venivano

Finché non fu emanata la legge delle XII Tavole.

governate dal re’’.

Dig. 1.2.2.5: parla della legge delle XII Tavole come fonte. Con essa inizia l’attività giurisprudenziale.

‘Emanate queste leggi, come avviene normalmente che l’interpretazione abbia bisogno dell’autorevolezza dei giuristi,

L’interpretazione è finalizzata alla prassi.

iniziò a rendersi necessaria la discussione giudiziaria dei casi concreti’’.

Cicerone poi dirà che il giurista è colui che utilizza la scienza che possiede per finalità pratiche.

(pareri)

‘’Questa discussione e questo diritto che viene formato in modo non scritto dai giuristi non viene chiamato con

un nome specifico, ma viene indicato con il termine ‘ius civile’’’.

Questo significa che l’attività di interpretazione diventa fonte del ius civile.

Dig. 1.2.2.6: (Pomponio

‘’Da questa iniziò a fluire il diritto civile; dalle XII Tavole vennero formulate le legis actiones

sostiene che si chiamino così perché bisogna agire in giudizio utilizzando delle parole specifiche stabilite dalle legge

delle XII Tavole). La scienza della interpretazione e le azioni processuali relative a queste norme erano patrimonio del

il monopolio della interpretazione del ius civile),

collegio dei pontefici (avevano dai quali veniva stabilito chi di loro

(i pontefici si dedicano all’interpretazione delle questioni

ogni anno doveva sovraintendere ai rapporti con i privati

presentategli dai privati e le risolvono). Il papa seguì questa consuetudine per circa cento anni’’.

Trascorsi cento anno si ha un lento processo di laicizzazione della giurisprudenza. Gli interpreti divengono i privati

cittadini. I momenti più significativi di questo passaggio ci vengono segnalati da Pomponio:

- primo momento: con la pubblicazione da parte di Gneo Flavio del calendario dei fasti e della divulgazione, sempre

per opera di Flavio, del testo delle formule procedurali, sino ad allora privilegio dei patrizi (intorno al 310 a.C.).

- Secondo momento: intorno al 280 a.C. il Pontefice è Tiberio Coruncanio, di origine plebea, questi ‘’per primo diede

Pomponio.

pareri pubblicamente’’:

- Terzo momento: circa nel 198 a.C. Sesto Elio, al quale si attribuiscono varie iniziative, è l’autore di un’opera

(Tripertita) nella quale viene inserita la legge delle XII Tavole. Quest’opera viene definita da Pomponio al paragrafo

38 ‘’culla del diritto’’.

Giurisprudenza pontificale

Caratteristiche:

i giuristi non sono solo interpreti, ma creatori di diritto. Ad esempio i pontefici con i loro pareri hanno creato istituti

nuovi: adoptio (in senso stretto, passaggio di un alieni iuris da una famiglia all’altra); mancipatio. Questi istituti per

potersi compiere richiedono che il rapporto potestativo si estingua. Questo si verifica attraverso un espediente

elaborato dalla giurisprudenza pontificale attraverso l’interpretazione di una norma della legge delle XII Tavole, la

quale prevede che se il padre vende il figlio per tre volte, questi viene liberato dalla potestà paterna. Questa norma

viene utilizzata per consentire al figlio, che si vuole dare in adozione, di passare da una famiglia ad un’altra. Vengono

quindi concluse tre vendite fittizie in modo tale che il figlio estingua il rapporto agnatizio con la vecchi famiglia per

passare sotto la patria potestas della nuova famiglia.

Storia della giurisprudenza laica

Pomponio presenta un insieme di nomi legati alle tappe del processo di laicizzazione della giurisprudenza:

- fundatores: sono tre giuristi, Publio Muzio Scevola, Bruto e Manio Manilio. Questi hanno posto le fondamenta del

ius civile e hanno dato un assetto sistematico all’interpretazione. Questo perché per quel poco che abbiamo delle

loro opere sappiamo che per primi iniziarono ad utilizzare il metodo diaretico (tecnica divisoria che ricorre agli

schemi logici).

• Publio Muzio Scevola è console durante le tragiche vicende che hanno portato alla morte di Tiberio Gracco.

• Bruto: un tema che tratta è quello relativo al partus ancillae. Si discuteva se il figlio nato da una schiava data in

usufrutto si dovesse considerare frutto, questo per capire se era del proprietario della schiava e

dell’usufruttuario.

Bruto sostenne non poteva essere equiparato ai frutti.

• Manio Manilio: scrive degli schemi formulari, dei modelli.

- Quinto Mucio Scevola: figlio di Publio, fu pontefice massimo e per primo, nei suoi diciotto libri di ius civile, fece

ricorso al metodo definitorio. Pomponio espose il diritto civile in 39 libri ‘ad Quintum Mucium’ (sui libri di Quinto

Mucio Scevola).

- Servio Sulpicio Rufo: fu, insieme ali altri, un grande giurista dell’età repubblicana.

- Capitone e Labeone: questi due sono punti di riferimento della scuola dei Sabiniani (Capitone) e de Proculiani

(Labeone).

Grazie a questi due autori abbiamo una misura della libertà del giurista:

Sono due giuristi repubblicani che assumono nei confronti di Augusto atteggiamenti chiari: Capitone è aperto alle

influenze del potere politico; Labeone crede che il giurista debba essere sciolto da qualsiasi vincolo politico.

Per quanto riguarda Capitone abbiamo le testimonianze di Papiniano, Tacito e Gellio.

Papiniano (Dig. 1.2.2. par 47): ‘’Dopo di questo la massima autorità spettò a Capitone e Labeone; il primo fu console, il

(tende a legare i giuristi a sé)

secondo rifiutò l’onore offertogli da Augusto e si dedicò agli studi; egli aveva diviso l’anno

in modo da stare sei mesi a Roma per studiare e gli altri sei mesi dedicarli alla redazione dei suoi libri: lasciò così 400

volumi’’.

Tacito (Annali): ‘’Morirono quell’anno due uomini famosi: Asinio e Capitone, il quale aveva raggiunto nella civitas una

posizione di primo piano come cultore del ius civile. Augusto accelerò il suo ingresso al consolate, in modo che Capitone

potesse godere della considerazione connessa a quella magistratura prima di Labeone, che tra l’altro, nella scienza

giurisprudenziale, gli era superiore.

Labeone nutriva incorrotto il senso di libertà e per questo godeva di grande considerazione pubblica, mentre la

condotta ossequiosa di Capitone lo rendeva più caro ai dominatori’’.

Gellio, la terza fonte, ci racconta del senso di libertà nutrito da Labeone e della sua volontà di rimanere slegato da

qualsiasi vincolo polititco.

Capitone era un filoaugusteo, Labeone era un filo repubblicano.

La dottrina ha cercato di individuare le differenze tra Proculiani e Sabiniani e per individuarle bisogna esaminare le

questioni controverse. Alcune di queste sono testimoniate da Gaio (sabiniano).

Una controversia famosa riguarda l’età pubere: i Sabiniani sostenevano che la pubertà (acquisito della capacità di

agire) si dovesse accertare attraverso la capacità di generare, che doveva essere accertata caso per caso. Per i

Proculiani (teoria che prevale) era necessario stabilire una età convenzionale che valesse per tutti.

Un'altra controversia riguarda le res mancipi: la distinzione tra le res mancipi e le res nec mancipi si basa sul fatto che

le res mancipi sono cose preziose, con un certo valere economico, e quindi necessitano, per il loro acquisto, lo speciale

atto della mancipatio. Con il progredire dell’encomia mercantile l’esigenza di alienare questi beni aumenta e l’atto

della mancipatio blocca questi trasferimento.

Per i Proculiani gli animali da tiro e da soma devono ritenersi res mancipi non dalla nascita, ma dal momento

dell’addestramento.

Per i Sabiniani gli animali da tiro e da soma dovevano ritenersi fin da subito res mancipi.

Altra controversia riguarda il testamento. Gaio, nelle sue ‘Istituzioni’ ci dà una testimonianza in materia di testamento:

‘’Colui che ha un figlio in potestà deve fare in modo di istituirlo come erede o diseredarlo nominativamente’’.

I romani disponevano che la successione potesse avvenire per testamento e che il testatore potesse istituire come

erede chi voleva.

Vi era poi la successione legittima, che veniva chiamata successione ‘intestata’: senza testamento.

Secondo alcuni non esisteva la successione necessari, e questo è vero fino ad un certo punto perché un minimo di

protezione c’era: ‘’diversamente, se il figlio non veniva menzionato, il testamento sarà inesistente. Al punto che come

ritengono i nostri giuristi di scuola Sabiniana, anche se il figlio sarà morto durante la vita del padre, il testamento sarà

La morte del figlio non sana quindi nullità del testamento.

nullo’’.

Responsa giurisprudenziali

Augusto onde limitare il proliferare di responsa giurisprudenziali, ritenne opportuno conferire ad alcuni giuristi,

particolarmente meritevoli, una sorta di patente di buon giurista. Con Augusto venne conferito ad alcuni giureconsulti

il ius (publice) respondendi ex auctoritate principis (Pomponio: ‘’Augusto introduce il ius respondendi ex auctoritate

principis’’).

Il ius publicae respondendi ex auctoritate principis, secondo la trattazione che ne fa Pomponio, fu una facoltà

concessa, fin dai tempi di Augusto, ai giuristi di maggior valore. Questi potevano fornire pareri particolarmente

autorevoli. In origine, i pareri dei giuristi cui era attribuito questo diritto non erano vincolanti per il giudice, ma erano

rivestiti di un’autorevolezza maggiore di quelli dei giuristi che ne erano sforniti (ciò comportava l’inutilità di produrre

in giudizio i pareri di quest’ultimi).

Questo diritto fu compiutamente disciplinato da Tiberio (successore di Augusto), che lo trasformò in un vero e proprio

privilegio di concessione imperiale che attribuiva ai responsa dei giuristi che ne erano forniti carattere vincolante per i

giudici. Con Augusto i responsa dei giureconsulti erano privati, con Tiberio invece nasce diritto di fornire questi

‘consigli’ pubblicamente.

Questa concessione ben presto fu riservata non ai giuristi più meritevoli, bensì a quelli più vicini agli orientamenti del

prìnceps; attraverso essa, risultando vincolanti per i giudici i pareri dei giuristi che godevano di tale privilegio, il

prìnceps finiva col controllare in modo penetrante l’amministrazione della giustizia, privando la magistratura di ogni

autonomia.

Svetonio ci ricorda che Caligola avrebbe invece soppresso la libertà del giurista dicendo che i giuristi erano diventati la

bocca dell’imperatore. I giuristi diventato nei burocrati.

Adriano pose fine al sistema ideato da Augusto che, concedendo ad alcuni giuristi lo ius respondendi ex auctoritate

principis, aveva consentito che il diritto si espandesse progressivamente attraverso l'opera creatrice di alcuni esperti

scelti dall'imperatore stesso. Adriano sostituì al gruppo di giuristi isolati frutto dello schema augusteo un consilium

principis che contribuì alla progressiva burocratizzazione di questa figura, togliendole l'indipendenza residuata.

Gaio a questo proposito dirà: ‘’I pareri giurisprudenziali se sono concordanti tengono il luogo della legge’’.

Da un lato viene valorizzato il parere giurisprudenziale che diventa vincolante, dall’altro però il giurista diventa un

collaboratore dell’imperatore.

Un momento significativo per lo sviluppo giurisprudenziale è dato dalla ‘Legge delle citazioni’ (426 d.C.) voluta da

Teodosio II (imperatore d’Oriente) e Valentiniano III (imperatore d’Occidente). Con questa legge si danno delle

direttive precise per quanto riguarda il valore e l’efficacia dei pareri giurisprudenziali. Si cerca di porre rimedio alla

situazione caotica in cui si trovano le fonti ordinando ed organizzando l’uso dei pareri in giudizio.

Il punto di arrivo è il Digesto che ordinerà definitivamente le finti giurisprudenziale (tutte le fonti diventano leges,

comprese quelle giurisprudenziali).

Cicerone

Per Cicerone il giurista è: ‘’Se mi si domandasse chi possa veramente essere chiamato giureconsulto direi che è colui

che è esperto delle leggi e delle consuetudini che i privati osservano nella civitas, e insieme utilizza questa sua

conoscenza per rispondere ai quesiti dei privati, per suggerire rimedi processuali e per indicare degli scemi negoziali’’.

Ci si domanda chi sia più autorevole Quinto Mucio Scevola o Servio Sulpicio Rufo. Cicerone, nel libro dedicato a Bruto

(Brutus) tratta nella forma di un dialogo tra Cicerone, Bruto ed Attico, risponde a questo quesito.

Bruto: ‘’Anche a Quinto Scevola tu anteponi il nostro Servio?’’. ‘’Questa, Bruto,’’ dissi ‘’è infatti la mia convinzione: in

Scevola e in parecchi altri c'era una grande pratica del diritto civile, ma solo costui ne possiede l’arte; cosa che mai

avrebbe conseguito con il solo sapere giuridico, se non avesse inoltre appreso quella disciplina, che insegna a

suddividere in parti l'intera materia, a chiarire con la definizione le idee latenti, a spiegare con l'interpretazione le

oscurità; e le ambiguità, dapprima a individuarle, poi a distinguerle, e infine ad avere un criterio in base al quale

giudicare il vero e il falso, e stabilire quali conseguenze seguano o meno da determinate premesse. Egli infatti ha

introdotto, quasi come una luce, questa che è la più grande di tutte le discipline in una materia che da altri era trattata

in modo disordinato’’.

Nelle Filippiche: ‘’La sua scienza (di Servio Sulpicio Rufo) è quasi divina nell’interpretare le leggi e nel procedere

secondo equità. E così, in questo modo, egli riconduceva sempre i precetti del ius civile all’interpretazione più agile e

più equa’’.

Età imperiale

Alla morte di Augusto sale sul trono Tiberio, poi Caligola, Claudio, e, con alla morte di Nerone (48 d.C.) segue

l’anarchia militare, non si riesce ad avere un imperatore.

Nel 69 l’anarchia termina, gli eserciti riescono infatti ad imporre Vespasiano con il quale inizia la dinastia dei Flavi (Tito

e Domiziano). Con Tito si ha un impero felice, che però viene interrotto dall’eruzione di Pompei. Con Domiziano

scompare la censura.

Nerva regna un paio d’anni, ed è l’imperatore gradito al Senato. Nerva, ormai vecchio, adotta Traiano, che diventerà

suo successore.

Nel 117 d.C. sale al trono Adriano, che vi rimarrà fino al 138. Nel 138 ha inizio la dinastia degli Antonini: dal 138 al 161

regna Antonino Pio (Gaio è giurista degli Antonini). Dopo Antonino Pio sale al trono Marco Aurelio, il quale vi rimarrà

fino al 180, e Lucio Vero (regnerà dal 161 fino alla morte).

Dopo Marco Aurelio abbiamo Commodo che regnerà fino al 193.

Dal 193 sale al trono la dinastia dei Severi. In quest’età si collocano tre grandi giuristi: Paolo, Ulpiano e Papiniano (tutti

e tre prefetti del pretorio).

Nel 212 viene emanato l’editto di Caracalla o Constitutio antoniniana: conferisce la cittadinanza a tutti gli abitanti

dell’Impero. È un provvedimento di Caracalla (si chiama anche Antonio) e si colloca in una situazione che vede al

potere una dinastia africana (Severi) e che vede l’affermazione del cristianesimo.

Dopo la dinastia dei Severi si ha l’anarchia militare che durerà per circa ottant’anni e si concluderà nel 285 con

Diocleziano. Con questo imperatore si afferma la monarchia assoluta, il dominato.

Teodosio I il Grande fu l’ultimo imperatore a regnare su un impero unificato, alla sua morte (395) infatti l’impero viene

diviso tra Arcadio e Onorio (i figli). La divisione si ha quindi alla morte di Teodosio, non a Diocleziano, anche se le sue

riforma fanno pensare questo.

Adriano

Innanzitutto Adriano è un imperatore umanista (espressione di Casavola).

Con lui siamo di fronte ad una svolta radicale. Le magistrature sopravvivono ma accanto ad esse si crea una struttura

mastodontica: la burocrazia imperiale, al vertice del quale vi è l’imperatore. Accanto ai magistrati si creano delle classi

di funzionari imperiali, precisamente quattro classi divise in base allo stipendio.

Al primo posto vi sono i prefetti: la prefettura del pretorio è una carica significativa, è la figura più vicina all’imperatore.

Il prefetto nasce con Augusto e in origine è una carica esclusivamente militare, ma con il tempo acquista competenze

sempre maggiori. Il punto di arrivo si ha con Diocleziano, quando il prefetto del pretorio potrà emettere ordinanze che

vengono equiparate alle costituzioni imperiali. Il prefetto acquista competenze sia normative che giurisdizionali: le sue

sentenze sono inappellabili come quelle dell’imperatore.

Aurelio Arcadio Carisio: giurista tardo che ha scritto una monografia sui poteri del prefetto del pretorio. Egli spiega

perché il prefetto emette sentenze inappellabili: =>

‘’affinché la venerazione per l’imperatore non venga violata’’

questo dimostra il grado di prestigio del prefetto che diviene l’alter ego dell’imperatore.

Vi è una costituzione nel Codice giustinianeo in cui Costantino ribadisce che le sentenze dei prefetti sono inappellabili.

Con Adriano la cancelleria imperiale viene organizzata in maniera precisa: vi sono gli impiegati, che sono distinti tra

subalterni (adiutores) e di concetto (magistri), e si formano gli scrinia (uffici). Il più importante è lo scrinium a

cognitionibus, incaricato di istruire le cause sottoposte alla cognitio extra ordinem del princeps. Vi è poi lo scrinium ab

epistulis: addetto alla corrispondenza ufficiale del principe; scrinium a libellis: addetto alla stesura delle risposte alle

domande di varia natura rivolte al principe da privati in forma scritta.

Con Adriano si costituzionalizza il cosilium principis che diventa Consiglio di Stato. Con questo imperatore si assiste alla

centralizzazione definitiva della produzione del diritto. Tutte le fonti vengono unificate nella volontà imperiale; tutto il

diritto viene ricondotto ad un’unica fonte che si forma nel consilium principis attraverso la volontà dei giuristi scelti da

Adriano stesso.

Con Adriano viene cristallizzato l’editto perpetuo. Otto Lenel (un giurista tedesco) ha fatto un’opera di palingenesi: noi

non abbiamo editto pretorio, ma abbiamo dei frammenti ricordati nei passaggi di qualche opera. Lenel ha raccolto

questi frammenti e ha ricostruito secondo quello che pensava fosse l’ordine originario.

I titoli dell’editto pretorio erano 45 e in appendice ce ne erano altri 4 in cui venne codificato l’editto degli edili curuli.

C’è una prima parte che comprende 13 titoli che trattava la fase in iure. Si parlava in generale della giurisdizione e poi

della editio actionis. C’erano diposizioni in materia di vocatio in ius, e parti relativa alla rappresentanza processuale.

L’ultimo titolo, il 13, si riferiva ai giudizi di mero accertamento.

La seconda parte (dal titolo 14 al titolo 24) trattava dei rimedi giudiziari regolari, dell’actio rerum, delle azioni a tutela

dei diritti reali e di quelle a tutela dei rapporti obbligatori.

La terza parte (fino al titolo 35) tratta dei rimedi speciali (es: giudizi davanti ai recuperatores => collegio di arbitri

nominati al fine di risolvere le liti intervenute tra le parti di un contratto dal quale nasceva l’obbligo di comportarsi

secondo buona fede), delle azioni di enunciazione.

La quarta parte riguarda la sententia iudicis, della sua efficacia e dei mezzi per garantirla.

Editto di Caracalla

L’editto di Caracalla si chiama anche Constitutio antoniniana ed è un modello di costituzione imperiale che ha

caratteristiche di generalità (con Augusto compaiono le costituzioni imperiali che si qualificano come leges e che

quindi sono fonte di ius civile).

Normalmente solo gli editti avevano valore di leges generales e si rivolgevano a tutti i sudditi, per quanto invece

riguarda le altre misure (es: rescritti), questi erano provvedimenti di carattere particolare.

La spiegazione è che non importa se generica o meno, infatti, la volontà dell’imperatore è in ogni caso lex, è fonte.

Noi abbiamo conoscenza di questo editto attraverso un papiro scoperto in Egitto nel 1910. Questo papiro presenta tre

colonne: in una è riportato l’editto del 213 che viene applicato ai deportati; nella seconda colonna viene riportata una

epistula indirizzata al prefetto d’Egitto relativa all’espulsione degli egiziani (215). Nella terza colonna vi è l’editto di

Caracalla (212) che attribuisce la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero.

Alcuni ritengono che l’editto di Caracalla sia stato emanato grazie al clima di assimilazione etnica in saturato dai Severi;

altri sostengono che sia stato emanato per motivi di carattere religioso (per evitare l’espansione del cristianesimo e

rilanciare il pantheon pagano); altri ancora vedevano quest’editto come un modo per ottenere la benevolenza del

popolo.

Un’altra considerazione è che rendendo tutti i sudditi cittadini romani si estende a tutto l’Impero la vicesima (tassa

sulle manomissioni e sulle successioni). Questa motivazione è peraltro coerente con l’ingigantirsi della burocrazia

imperiale che comporta molte spese. (Caracalla)

‘’L’imperatore Cesare Marco Aurelio Servio Antonino Augusto così proclamava: niente è più auspicabile o

maggiormente da ricercare di quanto lo sia la conoscenza delle cause degli eventi o l’esaudimento dei desideri espressi

nelle petizioni che ci vengono rivolte. Io vorrei rendere grazie agli dei immortali perché si è or ora manifestata una

=> forse perché aveva appena ucciso il fratello.

occasione propizia per manifestare la mia gratitudine’’ (degli dei).

‘’Ritenendo di poter splendidamente compiere un atto di pietà adeguato alla loro grandezza Per quanti

stranieri si trovano ad essere tra i miei sudditi io li rendo partecipi del culto degli dei e concedo a tutti gli stranieri che

abitano il territorio dell’Impero la cittadinanza romana’’.

Cosa succede dopo il 212?

Le fonti a questo riguardo non sono particolarmente esplicite, le possibilità però sono:

- gli abitanti dell’Impero diventano cittadini romani e perdono la loro cittadinanza;

- gli abitanti dell’Impero diventano cittadini romani ma mantengono anche la loro cittadinanza.

La questione è dubbia, ma sappiamo che i romani erano contrari all’apolidia e alla doppia cittadinanza.

Dopo il 212 il diritto romano lentamente si ellenizza: vien influenzato e si ritrovano alcuni usi e principi leganti al

mondo orientale. Gli ambiti nei quali si nota questa influenza sono:

- sponsio/stipulatio: contratto verbale. Gaio diceva: ‘’Obbligazione conclusa mediante la pronuncia di parole’’.

Questo concetto verrà ribadito da Diocleziano. Con l’influenza orientale la sponsio perde gradualmente questa sua

caratteristica e diviene una obbligazione che si conclude mediante la redazione di un documento. I romani

comunque non superano del tutto la natura di questo contratto: fingono che il testo documenti la domanda e la

relativa risposta, fingono dunque che questo scambio di parole vi sia stato.

- Fidanzamento o sponsalia: una delle molteplici applicazioni della sponsio era il fidanzamento. Il fidanzamento per

tutta l’età arcaica fino all’età classica era vincolante. Questa situazione cambia nel periodo classico: uno dei

romanisti più autorevoli (Volterra) sosteneva che in età classica il fidanzamento non è più un istituto giuridico.

Questa è un’affermazione estrema, infatti, in età classica dal fidanzamento derivavano delle conseguenze

giuridiche, dell’antica sponsio però non rimane più nulla.

- Nel periodo postclassico, nelle costituzioni imperiali, leggiamo che il fidanzamento è vincolante per la conclusione

del matrimonio. Ci si chiede allora perché sia tornato il vincolo del matrimonio: nell’ordinamento si sono infiltrati i

costumi orientali, secondo i quali nel momento del fidanzamento l’uomo doveva consegnare le arrhae sponsaliciae

come garanzia dell’avvenuta promessa di matrimonio. Il recedere dall’impegno comportava per il fidanzato al

perdita di ciò che aveva consegnato, se ha recedere fosse stata invece la donna questa doveva restituire il

quadruplo del valore dell’arrha (poi ridotto al doppio).

Il fidanzamento torna quindi ad essere vincolante non a causa della sponsio ma per la consegna dell’arrha.

Diocleziano

Nel 285 sale sul trono Diocleziano, un illirico che arriva al potere dopo 80 anni di anarchia grazie alla forza delle

legioni. Questo sfondo giustifica la sua riforma più importante: la Tetrarchia. La tetrarchia è una riforma del

meccanismo della successione al trono. Fino a quel momento non esisteva una regola costituzionale per la

successione, per questi veniva usato l’espediente delle adozioni.

Con Diocleziano il potere viene diviso tra quattro persone, nonostante l’impero non fosse ancora diviso. La

divisione operata da questo imperatore non è una divisione costituzionale, ha solo uno scopo amministrativo.

A capo delle due parti dell’Impero (Oriente ed Occidente) vi sono due imperatori: Diocleziano (in Oriente) e

Massimiano (Occidente). Questi due imperatori prendono il nome di Augusti.

Diocleziano crea, oltre agli augusti, i Cesari: coloro che alla morte del rispettivo augusto saliranno al potere.

Già attraverso questa divisione solo di carattere amministrativo si nota la maggiore importanza attribuita

all’Oriente: non solo l’Occidente cade prima, ma anche per quanto riguarda la giurisprudenza in Oriente si

riscontra un livello superiore.

La divisione elaborata da Diocleziano non funziona e egli è ‘costretto’ ad abdicare nel 305, obbligando il suo collega

a fare la stessa cosa.

Gli anni successivi sono segnati da molte lotte che culmineranno con la vittoria di Costantino a Ponte Milvio.

Diocleziano, per garantire l’unità dell’impero nonostante la divisione, attribuisce a sé la qualità di vero imperatore

e si fa chiamare Jovius, mentre Massimiano verrà chiamato Herculeus.

Altre riforme di Diocleziano:

- cerca di risolvere i problemi al confine dell’Impero attraverso alcune riforme militari: innanzi tutto aumentò il

numero degli delle truppe. Introdusse poi un vero e proprio "esercito mobile" (pronto a spostarsi su richiesta nelle

zone di maggiore pericolo) detto comitatus, nettamente distinto da un "esercito di confine". L'aspetto complessivo

che l'esercito assunse era quello un apparato quantitativamente concentrato lungo le frontiere, che mantiene un

ristretto nucleo mobile centrale qualitativamente eccelso.

- Nutre un grande odio nei confronti dei cristiani: le sue sono vere e proprie persecuzioni.

- Fece delle riforme anche in materia fiscale: la riorganizzazione dell’esercito e dell’apparato statale necessitavano di

ingenti risorse finanziarie che Diocleziano cerò di procurarsi attraverso una riforma fiscale. Le tasse erano basate

sul terreno ed erano fissate sulla base delle colture e della fertilità del suolo. I proprietari terreno rispondevano del

pagamento della parte che essi coltivavano direttamente. Per la città il meccanismo era differente: a ciascuna

attività produttiva era assegnata un’imposta , mentre la somma delle imposte dovute dai cittadini era calcolata

collettivamente e quindi ripartita. L’ammontare delle imposte era annualmente fissata dall’ufficio del prefetto del

pretorio che stabiliva il totale del fabbisogno dello Stato e lo ripartiva tra le diocesi.

L’esazione fiscale veniva fissata a dei funzionari che venivano considerati responsabili in solido con i contribuenti.

- Con l’editto calmiere, destinato a tutti i cittadini, Diocleziano impose un prezzo massimo per determinate merci

che non si poteva superare. ‘’Si dispone che i prezzi indicati nell’elenco che segue siano osservati in tutto il mondo

di nostro dominio in modo che ciascuno intenda che non si possono superare senza che nei luoghi dove si osserva

l’abbondanza sia impedito di godere dei prezzi bassi. […] si dispone che se qualcuno avrà cercato di contravvenire ai

disposti di questo provvedimento andrà soggetto, per la sua audacia, alla pena capitale’’.

Durante l’impero di Diocleziano (285-305) sappiamo che sono stati emanati due codici:

- Codice Gregoriano;

- Codice Ermogeniano.

Al tempo di Diocleziano la parola ‘codex’ si riferisce alla forma e non al contenuto del provvedimento.

Questi due codici sono raccolte non ufficiali di costituzioni imperiali, non ufficiali perché sono raccolte di privati.

Il codice antecedente a questi è stata la legge delle XII Tavole, dopo questa non c’è stata più nessuna opera di

codificazione.

Stando alla testimonianza di Isidoro di Siviglia Cesare voleva redigere un codice, ma a causa della sua morte prematura

non ci riuscì.

Il Codice Ermogeniano e quello gregoriano aprono la strada ad una tendenza che porterà alla redazione del Corpus

Iuris. Nel 438 si avrà il Codice Teodosiano e poi, nel VI, secolo il Codice giustinianeo.

Di questi due codici abbiamo poco, ci è pervenuta l’epitome (riassunto) attraverso la Lex Romana Visigothorum.

Non avevano nessuna finalità scientifica, il fine era eminentemente pratico.

Si dice che il Codice Ermogeniano sia stato fatto da un Ermogeniano giurista, ma abbiamo nessuna certezza a

proposito. Sappiamo però che l’attività delle scuole d’Oriente aveva una certa tendenza alla rielaborazione delle opere

classiche e alla raccolta, questo potrebbe giustificare la Compilazione giustinianea.

Legge delle citazioni (426)

È un provvedimento che conferma l’importanza che ha assunto la prassi. Teodosio II (imperatore d’Oriente) e

Valeriano III (imperatore d’Occidente) non danno direttive comuni per tutto l’impero di carattere scientifico, ma per

finalità eminentemente pratiche.

I pareri dei giuristi venivano citati nei giudizi, ma queste citazioni erano confuse e questo minava la certezza del diritto

La Legge delle citazioni disciplina per la prima volta la citazione in giudizio degli iura, per la prima volta si parla

formalmente della communis opinio e le si attribuisce valore di guida.

Questa legge delle citazioni noi la ritroviamo nel Codice Teodosiano, attraverso il quale sopravvive e giunge fino a noi,

dovremmo quindi aspettarci la sua presenza nel Codice giustinianeo, ma non è così perché del Codex ci sono state due

edizioni, una del 529 e l’altra del 534. La prima edizione del Codex dopo la redazione del Digesto perse in parte di

significato ed è per questo che Giustiniano diede il compito di stendere un altro Codice.

Giustiniano, con la redazione del secondo Codice, proibisce di utilizzare il primo del quale a noi rimane solo un indice

papiraceo con le indicazione delle opere in esso contenute, tra le quali la Legge delle citazioni.

Nella seconda edizione essa non compare perché dopo la pubblicazione del Digesto (raccolta di iura) la Legge delle

citazioni, che disciplina gli iura, non aveva più senso.

Codice Teodosiano (C.T.H.) 1.4.3 => libro, in totale sono 16; titolo; costituzione, sono ordinate per data.

Le costituzioni imperiali contenute nel Codice teodosiano hanno una inscriptio (descrizione sintetica degli autori della

costituzione imperiale).

‘’Imperatores Theodosus et Valentinianus Augusti ad senatus urbis Romae’’.

(da morto gode di una autorevolezza di cui non ha

‘’Stabilendo la validità di tutti gli acritti di Papiniano, Paolo, Gaio

goduto in vita), (ultimo giurista classico e funzionario imperiale, non era prefetto del pretorio,

Ulpiano e Modestino

era quello che oggi noi chiameremmo pompiere), in modo che la stessa autorità spetti a Gaio come a Paolo, Ulpiano e

(per portare in giudizio i loro scritti non

agli altri; e i brani tratti dall’intera loro opera possano essere addotti a giudizio

c’è bisogno di allegare il testo)’’.

‘’Decretiamo che sia valida anche al dottrina di coloro le cui trattazioni ed opinioni tutti i suddetti giuristi hanno incluso

nelle loro opere, così Scevola, Sabino, Giuliano, Marcello, purchè data l’incertezza propria di ciò che risale all’antichità,

l’autenticità dei loro libri sia comprovata dalla collazione dei loro scritti’’.

Questa conclusione (clausola che estende anche ad altri autori) probabilmente non esisteva nel disegno originario, ma

è stata inserita da Teodosio II.

‘’Quando siano citate opinioni contrastanti prevalga quella conclusione sostenuta dalla maggioranza degli autori, se il

loro numero è uguale prevalga l’opinione sostenuta da Papiniano, uomo di notevole ingegno, in modo che egli

prevalga su tutti ma si pieghi di fronte a due’’.

Questa prevalenza di Papiniano con il tempo si offusca, nel Digesto infatti il giurista più celebrato è Ulpiano perché

possiede un grande rispetto della storia e del passato. Molto spesso egli richiama le opinioni dei veteres, e in un’opera

compilativa questo aveva il suo peso.

Cos’altro può succedere se ci sono opinioni contrastanti?

- I criterio: si cerca sostegno numerico;

- II criterio: si prende in considerazione l’opinione di Papiniano;

- III criterio: se Papiniano non dice nulla a riguardo al decisione è rimessa all’apprezzamento del giudice.

Per molti anni molte opere della giurisprudenza postclassica vengono attribuite ad autori sbagliati:

‘Tituli ex corpore Ulpiani’:considerata per anni un’opera genuina di Ulpiano. È un’antologia che raccoglie scritti

riguardanti lo stato delle persone, il diritto di famiglia e il diritto successorio. Leggendola ci si rende conto che è stata

redatta dalle scuole d’Oriente, ricorda lo stile di Gaio.

‘Pauli sententiae’: opera attribuita al giurista Paolo. Raccoglie dei brani tratti da opere di giuristi. Non si consoce

l’autore.

Questo dubbio sulla genuinità di quest’opera vi era anche nel V secolo, l’ultima parte della legge delle citazioni dice

infatti: ‘’Confermiamo la perdurante verità delle sentenze di Paolo’’.

Codice Teodosiano (438)

È composto da sedici libri, divisi in titoli. I testi si succedono in ordine cronologico e sono preceduti da una inscriptio e

seguiti da una subscriptio.

Nel Codice Teodosiano vi sono alcuni scritti dal contenuto ecclesiastico, probabilmente perché con l’Editto di Milano

(313) di Costantino la religione cristiana poteva essere liberamente professata, e nel 381, grazie a Teodosio I, era

divenuta religione di Stato.

Nel Codice vi è una grande parte dedicata ai rapporti con la Chiesa, ed una parte dedicata invece alla lotta delle eresie.

Dalla costituzione con la quale Teodosio II ordina questo lavoro di compilazione si comprende che i tempi non sono

ancora maturi, non sono ancora pronti per questo grande lavoro.

Nel 429 Teodosio dispone la compilazione di un codice in cui vengano raccolte tutte le costituzione,

indipendentemente dal fatto che siano in vigore (fine anche scientifico), e dispone anche una seconda raccolta che

contenga solo le costituzione in vigore, corredata di una antologia di iura (finalità pratiche).

La commissione incaricata non riesce a portare a termine questo compito ed il progetto decade.

Nel 435 Teodosio dispone che vengano raccolte solo le costituzioni in vigore; questa volta il progetto viene portato a

termine, e nel 438 verrà pubblicato il Codice Teodosiano.

Questa è la prima raccolta ufficiale dopo la legge delle XII Tavole.

Opere della giurisprudenza postclassica

Le opere di questo periodo hanno in comune il fatto di essere finalizzate, destinate alla prassi. Alcune sono raccolte a

più mani, alcune sono raccolte di iura altre invece di iura et leges.

Es: ‘Tituli ex corpore Ulpiani’; ‘Pauli sententiae’; ‘Fragmenta vaticana’.

‘Collatio legum Mosaicarum et Romanarum’:

viene fatto il confronto tra le leggi mosaiche e leggi romane. Viene anche chiamata ‘Lex Dei’ e costituisce una raccolta

di testi tratti dalle opere di Gaio, Paolo, Ulpiano, Modestino, nonché dalle leggi imperiali.

Aspetto peculiare di tale opera è la sistematica analisi comparativa dei testi predetti con le norme della legislazione

mosaica: mediante tale costante raffronto forse si intendeva dimostrare la sostanziale conformità dei precetti giuridici

romani alle prescrizioni bibliche.

Ci si chiede se l’autore sia un cristiano o un ebreo e se si voglia imporre la supremazia della legge romana o di quella

ebraica; non ci sono certezze a riguardo.

‘Frammento pseudo Positeano’: opera piena di errori. È un frammento che si occupa delle manomissioni informali;

secondo alcuni è tratto da Marciano, secondo altri sarebbe stato tratto da Gaio, altri ancora dicono che è stato scritto

da più persone.

Positeo era un autore ed un professore, il quale aveva scritto un manuale di grammatica nel quale inserisce anche un

manuale di esercizi, il frammento riguarda uno di questi.

Non sappiamo l’autore del frammento ma sicuramente è un brano di un giurista. Questo brano riusciamo a leggerlo in

due manoscritti: in uni vi è una colonna in latino e l’altra in greco, nell’altro il contrario.

Gli errori che si riscontrano sono errori di traduzione. Pur essendo tradotto male ci dà un’informazione: ‘’La lex Iunia

ha introdotto il genere dei manomessi latini’’, ciò significa che è antecedente alla Aelia Sentia.

Un’altra fonte è costituita dal ‘Breviario Alariciano’ o ‘Lex Romana Visigothorum’ (506).

Per i visigoti il diritto è qualcosa che appartiene al popolo come il sangue, quindi decidono di elaborare una legge per

loro ed una per i sudditi. La Lex Romana Visigothorum contiene l’epitome di due codici privati (Ermogeniano e

Gregoriano) e contiene alcune costituzioni del Codice Teodosiano. Da questo punto di vista il Breviario Alariciano è

una raccolta di leges, ma non basta, perché contiene anche l’Epitome Gai (sintesi in due libri delle Istituzioni di Gaio: il

Gaio visigoto); contiene inoltre le ‘Pauli sententiae’.

Ci si domanda se l’Epitome Gai sia stata fatta dai Visigoti; è probabile che questa sintesi (modesta dal punto di vista

della sostanza) sia stata fatta da giuristi delle scuole d’Occidente, e poi che i Visigoti l’abbiano utilizzata.

In fondo alle opere contenute in questa lex (ad esclusione dell’Epitome Gai) vi è anche la interpretatio: una breve

interpretazione probabilmente fatta da giuristi occidentali. Qualche volta questa interpretazione è più complicata dei

testi stessi, altre volte invece non è riportata, ciò significa che il testo era sufficientemente chiaro.


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Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2011-2012

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