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Sui giornali e sulle riviste compaiono, sempre più frequentemente, interventi inerenti i “difetti sociali” del

codice penale e la natura classista delle leggi penali esistenti: il socialismo giuridico coltiva l’idea che,

sebbene occorra far attenzione a tecniche e metodi, sia necessario altresì badare ai contenuti del diritto ed

all’impatto sociale, derivante dalla sua applicazione, sulla vita e sulle libertà dei cittadini. Il socialismo

giuridico si muove tanto sul versante politico, legandosi ai partiti, quanto su quello scientifico descrivendo

le sue idee all’interno delle università.

Sebbene il socialismo giuridico abbia il merito di evitare un “colpo di Stato” della borghesia, nonostante la

sanguinosa repressione del movimento operaio, esso non è in grado di proporre reali novità e di tramutare

in soluzioni penali la denuncia delle ingiustizie sociali: perde, dunque, molti dei suoi esponenti ed arriva a

disgregarsi nel giro di pochissimi anni, nonostante ancora oggi se ne descrivano i meriti.

La cultura penale italiana agli inizi del ventesimo secolo

Agli inizi del Novecento la scienza penale italiana, e con essa i giuristi, entra in crisi: le idee dei penalisti

liberali sono ormai esaurite, obsolete ed inadatte a rispecchiare una società cresciuta sotto il profilo

economico e sotto quello delinquenziale; non si tratta più di contrastare la delinquenza rurale, ma un vero

e proprio apparato ben organizzato di malviventi. Occorre una scossa che i penalisti liberali, che hanno

dato vita al codice, non sono in grado di offrire: sembra finalmente arrivato il momento dei positivisti. In

realtà le idee di Lombroso vengono criticate da tutte le parti e quelle di Enrico Ferri sono statiche, non

mutano e non si adattano alla società, anche perché le scienze sociali sul cui appoggio conta il positivismo

non sono andate avanti e sono rimaste a livelli sterili, incapaci di fornire un concreto supporto alla scienza

penale.

Nessuno sembra in grado di osservare come il fenomeno criminale ed i processi economici vadano di pari

passo, né gli antichi penalisti liberali, né i riformatori positivisti.

UN NUOVO DIRITTO PENALE NEL NUOVO DIRITTO PUBBLICO

Arriviamo dunque al 1910, l’anno della svolta, l’anno della prolusione sassarese di Arturo Rocco e della

conseguente nascita dell’indirizzo tecnico-giuridico, capace di ovviare alla crisi seria ed evidente, oltre che

ammessa da tutti, del diritto penale e di rispondere alla nuova concezione dei diritti di libertà.

Segnare i confini del diritto penale

Il nuovo metodo tecnico-giuridico sostenuto da Arturo Rocco delinea il diritto penale come una scienza

giuridica troppo offuscata dalle altre scienze contemporanee: essa non deve perdere di vista la sua

giuridicità, senza peraltro rinunciare al confronto con le altre discipline. Rocco sottolinea, dunque, la

giuridicità della materia, ma teme un isolamento della stessa del tutto improduttivo: è per tal motivo che

egli auspica una distinzione rispetto alle altre scienze e non una separazione tra le stesse ed il diritto

penale.

Il compito della scienza penale deve essere quello di “analizzare quel fatto umano e sociale che si chiama

delitto e quel fatto sociale e politico che si chiama pena, studiando le norme giuridiche che vietano azioni

umane imputabili, ingiuste e dannose per l’esistenza della società giuridicamente organizzata”.

La scienza giuridica, inoltre, deve rapportarsi alle altre scienze all’occorrenza, ma non dimenticando i

confini delle stesse che non possono, in alcun modo, travalicare quelli del diritto penale.

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Termina dunque l’epoca della penalistica civile ed inizia quella della “civilistica penale”: la scienza penale

non è più scienza integrata come era stata intesa sino a quel momento e viene assimilata al metodo

civilistico.

Il diritto penale dello Stato e il paradigma civilistico

La scienza giuridica penale, secondo Rocco, deve essere ricondotta ad un “sistema di principi di diritto, ad

una teoria giuridica, ad una conoscenza scientifica della disciplina giuridica dei delitti e delle pene”, proprio

come per il diritto privato.

La stessa richiesta, vent’anni prima a Palermo, era stata avanzata da Vittorio Emanuele Orlando, padre

della pubblicistica italiana moderna, per ciò che riguardava il diritto pubblico.

Il diritto penale, dunque, deve essere considerato come un insieme di principi giuridici, come avviene per il

diritto civile (da qui il termine civilistica penale e la definizione di indirizzo tecnico-giuridico).

In realtà, di lì a poco, il pensiero di Arturo Rocco verrà sfruttato per dar luogo alle legislazione penale dello

Stato totalitario fascista.

IL DIRITTO PENALE DURANTE IL REGIME FASCISTA

Continuità di caratteri, discontinuità ideologica

I caratteri autoritari del diritto penale italiano non nascono col fascismo: già prima del ventennio totalitario

la scienza penale acquisisce tratti patriottici e statalistici. Il fascismo, poi, contribuisce ad alimentare tali

caratteri, al fine di rendere maggiormente repressivo ed intimidatorio il diritto penale.

Durante il periodo fascista viene attuato il metodo tecnico-giuridico, ma con qualche differenza sostanziale

rispetto a come l’aveva concepito Arturo Rocco: le riflessioni penalistiche non prendono in considerazione

l’aspetto politico e non riflettono sulle ideologie del regime, che sfrutta la materia per raggiungere i propri

scopi.

Se quindi vi è una continuità di caratteri del diritto penale, vi è allo stesso modo una discontinuità

ideologica, basata sui fini da raggiungere e sulle metodiche da utilizzare. Cresce dunque il potere della

polizia, più che quello della magistratura ed il regime sfrutta il carattere autoritario del diritto penale per

reprimere i dissensi ed aumentare i consensi.

Paura della differenza, disprezzo per i deboli

Il fascismo, dunque, non fa altro che raccogliere i caratteri principali della scienza penale italiana ed

esaltarli, accentuarli. La produzione legislativa penale di questo periodo è molto consistente: si parte dalle

leggi speciali, definite fascistissime, del 1925-1926, passando per il codice Rocco del 1930, sino ad arrivare

alle leggi razziali antiebraiche del ’38 ed alla legge sull’ordinamento giudiziario del ’41. Si alza il livello

sanzionatorio complessivo, aumenta la pressione autoritaria e l’infiltrazione dello Stato in tutte le

dinamiche private di persone e formazioni sociali: il fascismo porta la vessazione dell’avversario,

dell’oppositore, del “disturber”, dell’inferiore ed è con essa che “civilizza le colonie”, “purifica la patria” e

“bonifica le carceri”. 14

Il regime fa sorgere, anche nella popolazione, la paura della differenza ed il disprezzo per il deboli,

aumentando frustrazioni, pregiudizi ed idiosincrasie (avversione per situazioni o persone non gradite).

IL DIRITTO PENALE NELL’ITALIA REPUBBLICANA

Continuità di caratteri nella discontinuità costituzionale

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nel 1945, si apre una nuova epoca per la società italiana: nel

’48 viene emanata la Costituzione, che sancisce definitivamente diritti sino a quel momento incerti e non

inviolabili. L’intera società italiana progredisce, col passare del tempo, sotto tutti i profili: economico,

sociale, politico. Si pensa, dunque, ad un nuovo codice penale ma il progetto, nonostante ci sia qualche

piccola idea, non viene portato avanti con convinzione: il Codice Rocco, malgrado il suo carattere

autoritario e fatta eccezione per qualche istituto, resta una pietra angolare della disciplina penale, non

avendo risentito del sistema totalitario se non nella sua applicazione durante il ventennio fascista.

Inoltre gli esponenti della dottrina giuridica italiana vivono, sino agli anni Settanta, un periodo di profondo

silenzio: si tarda ad applicare la Costituzione, ad istituire la Corte costituzionale ed il CSM, ad abrogare la

disciplina codicistica in contrasto con la nostra Carta fondamentale.

E’ finito lo stato fascista ma al capolinea è giunto anche quello liberale: la società è troppo diversa, è

cambiata, si è evoluta e bisogna rendersene conto ed accettare tali cambiamenti.

Un arcipelago normativo

Negli anni ’70 il nostro Paese conosce un nuovo periodo di crisi: dopo le rivolte studentesche del ’68 e

quelle operaie del ’69, nel decennio Settanta compaiono le prime organizzazioni terroristiche e, di lì a

poco, si sviluppa il fenomeno della criminalità organizzata, già esistente in passato ma meno pericoloso. Lo

Stato è chiamato, ancora una volta, a reagire e lo fa, ancora una volta (ripetizione voluta), con una

legislazione d’emergenza, straordinaria e limitata nel tempo. Se nel passato tale decisione era stata presa

per salvaguardare il codice destinato a regolare le condizioni “normali e prevalenti della nazione” (Carrara),

negli anni Settanta tale decisione viene assunta proprio per il motivo opposto, ossia per creare una diversa

disciplina differente da quella codicistica, ma non nell’interesse del codice stesso, in quanto emarginato

nell’esperienza italiana di quegli anni.

Si crea così un fitto arcipelago normativo in cui l’isola maggiore è quella del “penale”, circondata da atolli e

scogli rappresentati da tutta le leggi speciali emanate in quegli anni.

Il ritorno della penalistica civile

Negli anni Settanta, inoltre, tra i penalisti ritorna un’idea che aveva occupato il mondo della scienza penale

durante l’Ottocento e sino agli inizi del XIX secolo, quella della centralità del diritto penale rispetto alla

crescita del Paese. Ritorna, dunque, il pensiero che il giurista debba operare tenendo conto dei contesti

politici e sociali, delle ideologie e della storia. I giuristi comprendono che la teoria del reato e dei beni

giuridici necessita di essere riletta in chiave costituzionale e che la stessa Carta fondamentale debba

prevalere sull’ordine civilistico, elevato dall’indirizzo tecnico-giuridico a Grundnorm del sistema. La cultura

giuridica non è e non può essere autosufficiente ed il diritto, di pari passo, non può essere neutrale e

ridotto a soli principi. La Costituzione è la chiave di tutto e tramite essa si può addivenire ad una lettura

diversa (ma non tanto) rispetto al passato recente. Le altre scienze, in particolar modo la sociologia e la

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storia, non possono essere confinate all’interno dei loro limiti, come aveva precisato Arturo Rocco, ma

devono travalicare gli stessi, perché in grado ora, differentemente dal passato, di offrire una lettura utile e

produttiva della società alla disciplina penale.

L’ipertrofia del sistema penale

La situazione appena descritta comporta, tutto d’un tratto, un’ipertrofia del sistema penale, uno sviluppo

normativo enorme, eccessivo, esagerato e spropositato. Si rischia di svuotare la pena del suo significato,

arrivando a colpire, il più delle volte, criminali secondari deboli e visibili, anziché quelli che si celano dietro

white collars (colletti bianchi) e che agiscono su terreni diversi: la pena perde la sua funzione di

prevenzione e diventa il mezzo, da parte dello Stato e nei vari settori, per attribuirsi un potere sui cittadini

e far si che essi si conformino a determinati comportamenti.

Solo in seguito si comprende come la depenalizzazione di molti reati sia necessaria e vada attuata proprio

per ridare vigore al diritto penale: sembra un controsenso ma depenalizzare significa riportare la disciplina

penale nei propri confini originari, ridandole forza e rendendola nuovamente centrale all’interno del

sistema.

IL PROBLEMA PENALE

L’INADEGUATEZZA ED IL MALESSE DELLA CULTURA PENALE AGLI INZI DEL NOVECENTO

Il XX secolo parte, sotto il profilo della disciplina penale, con non pochi problemi da affrontare: gli ultimi

anni dell’Ottocento vedono un uso brutale della repressione penale del movimento operaio, che si

estrinseca (l’uso) nell’adozione di leggi eccezionali e di misure di polizia speciali. Negli ultimi due anni del

XIX secolo, poi, la borghesia tenta un vero e proprio colpo di stato, pur di mettere a tacere le rivolte in atto,

fallendo però nel suo scopo anche grazie all’operato dei giuristi socialisti e liberali (pensiamo a Lucchini

che, come membro della prima sezione della Corte di Cassazione, aveva contribuito ad annullare il decreto

del governo Pelloux del 1889, col quale si rendevano impossibili le attività delle opposizioni e venivano lese

le libertà fondamentali).

Tuttavia all’inizio del Novecento la situazione è diversa. I liberali, da un lato, sono ormai antiquati nelle loro

idee e non comprendono l’evoluzione della società, trascurando che è cambiata la criminalità, che da

rurale si è trasformata in urbana e necessita di essere fronteggiata adeguatamente. Dall’altra parte i

positivisti sono in crisi: le idee lombrosiane pagano lo scotto del loro limite scientifico e dell’eccessiva

approssimazione e cedono il passo al pensiero di un diritto penale sociale, quasi socialista. Alcune idee

innovative di Ferri, inoltre, sono ormai patrimonio comune della penalistica italiana ed europea

(prevenzione speciale e generale, interesse per la figura del delinquente, pene riadattative), mentre altre,

come la classificazione dei criminali basata su caratteri fisici e psichici e l’incorreggibilità di alcuni, sono

messe del tutto da parte. Le scienze sociali, alla base della scuola positiva, scivolano nel degrado e risultano

inadeguate al loro scopo di ausilio ed integrazione con la disciplina penale.

Viene, quindi, avviata la nuova “scuola critica” con lo scopo di uscire dalla crisi della disciplina penale,

definita poi come “terza scuola”. 16

ARTURO ROCCO E IL DIRITTO PENALE DELLO STATO LIBERALE DI DIRITTO

Arriviamo, dunque, alla prolusione sassarese di Arturo Rocco del 1910, della quale abbiamo ampiamente

parlato. Centro del discorso penale è il fatto che le libertà ed i diritti fondamentali risiedano nella sovranità

dello Stato e, quindi, nelle leggi.

“I diritti sono nelle leggi e dalle leggi sono assicurate le libertà”.

E’ lo Stato di diritto a dover assicurare l’osservanza delle proprie norme ed il rispetto delle libertà che esso

stesso sancisce ed il diritto penale rientra nel quadro costituzionale dello Stato liberale di diritto.

Risanare il diritto penale e costituzionalizzarlo

Per anni gli storici del diritto penale hanno additano Arturo Rocco (e le sue idee contenute nella prolusione

sassarese) come il responsabile dei “guasti” prodotti dal metodo tecnico-giuridico. In realtà tali guasti sono

da attribuirsi alle degenerazioni dei concetti espressi da Rocco per raggiungere dei fini totalmente diversi:

egli parla semplicemente della necessità di ripristinare la giuridicità della scienza penale e della centralità

della legge, che nulla hanno a che vedere con gli errori commessi nel cinquantennio centrale del XX secolo.

Nella logica del nuovo diritto pubblico e alla maniera del vecchio diritto civile

E’ sbagliato, dunque, attribuire all’Arturo Rocco del 1910 tutte le conseguenze che si hanno, sotto il profilo

penale, durante il fascismo. Rocco nota, durante quel periodo, che il diritto penale è in crisi e cerca di porvi

rimedio, rendendo la sua materia quanto più simile al diritto privato, ossia riducendola ad un sistema di

“principi di diritto”, ad una teoria giuridica. La degenerazione tecnicistica che ne deriva, quindi, non è ad

egli imputabile, tenendo conto del fatto che lo stesso Rocco voleva evitare che la scienza penale si

riducesse, come invece poi avverrà, ad una “civilistica penale”, che si isolasse e perdesse la sua centralità,

cessando di essere scienza integrata. Quindi non possiamo vedere nella sua prolusione del 1910 una base

di autoritarismo statalista, in quanto in quegli anni egli è a tutti gli effetti un giurista liberale. Ciò che

avverrà in seguito, da parte tra l’altro dello stesso Rocco, è una degenerazione figlia della volontà di ridurre

il diritto penale ad una materia totalmente tecnica e apolitica, proprio al fine di sfruttarla per il

raggiungimento degli obiettivi fascisti, ma non bisogna in alcun modo retrodatare la nascita del diritto dello

Stato totalitario.

UNA INCERTA TRANSIZIONE: IL PROGETTO FERRI E L’AVVENTO DEL REGIME FASCISTA

Le idee di Rocco, già anticipate da Orlando in materia di diritto pubblico, hanno però bisogno di maturare

all’interno della società italiana del tempo. Lo stesso Vincenzo Manzini, che in seguito raccoglierà le idee di

Rocco e sarà uno degli artefici del codice penale del 1930, nello stesso periodo parla di errore

nell’abolizione della pena di morte e della necessità di permettere a tutti gli uomini di armarsi e di

difendersi dai criminali. Lodovico Mortara, procuratore della Corte di Cassazione, in quel periodo lamenta

l’inefficacia e la mitezza del sistema delle repressioni, notando un eccesso di severità nei confronti dei reati

contro la proprietà. Lo stesso Mortara, di lì a poco, diventa Ministro della giustizia e nel 1919 istituisce una

commissione, presieduta da Enrico Ferri, con il compito di riformare le leggi penali, proprio al fine di

ridurre la criminalità, con particolare attenzione alla delinquenza minorile ed a quella abituale. La scelta del

guardasigilli è più che mai errata: egli pone nelle mani di un “uomo dal pensiero vecchio” il compito di

riformare, quindi di guardare al futuro. Sembra arrivato, dunque, il momento tanto aspettato dai

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positivisti. In realtà il positivismo è già finito, si è disgregato e non è più capace di innovare la scienza

penale ed è per tal motivo che il progetto presentato dalla commissione Ferri nel 1921 viene lasciato

cadere, senza neanche essere discusso in parlamento. All’interno del progetto presentato le idee della

scuola positiva sono tradotte in norme e appaiono assurde e poco chiare: il nuovo progetto di codice è

imperniato sull’ossessione della pericolosità, le pene sono a tempo indeterminato, la pericolosità di un

soggetto è desunta dal suo comportamento oggettivo, l’autore di un delitto è equiparato al mandante e a

chiunque vi abbia preso parte. L’assurdità del progetto è palese ed il suo fallimento è scontato (bella

questa eh…è mia, giuro…ahahaha).

LA POLITICA PENALE DEL FASCISMO TRA “RIVOLUZIONE” E CONTINUITA’

Nel periodo del fascismo al centro del problema penale viene posta la questione dello scontro politico. Il

criminale abituale viene visto come un nemico, contro il quale attuare un sistema preventivo. Il dissenso è

vissuto come “attacco allo Stato”, il quale mette in piedi un intero sistema non in difesa del cittadino, ma a

tutela di se stesso. Il diritto penale diventa strumento di propaganda e di acquisizione del consenso, di

fatto reprimendo qualsiasi forma di dissenso. Viene fuori, dunque, tutto l’autoritarismo repressivo proprio

della cultura prefascista: il fascismo non cambia la scienza penale ed il pensiero dei giuristi, ma si limita a

non guardare al futuro, garantendo anzi una continuità di idee all’interno della rivoluzione sociale che pone

in essere. Lo Stato si infiltra ovunque e diviene totalitario, entrando in qualsiasi vicenda privata, ma senza

smuovere in alcun modo il liberalismo conservatore e autoritario, statalistico e patriottico del primo

Novecento, già radicato nelle menti dei giuristi del tempo.

Leggi fascistissime per annientare l’opposizione

Il fascismo realizza, all’inizio degli anni Venti, una corposa opera di legislazione repressiva, di cui il diritto

penale è lo strumento principale. L’intero sistema penale viene provvisto di contenuti autoritari e di una

funzione intimidatoria. Dopo un primo provvedimento di amnistia del ’22, del tutto incline a fini politici,

Mussolini e il suo ministro Alfredo Rocco (fratello di Arturo) mirano alla neutralizzazione delle opposizioni

tramite la legge penale. Tra il 1925 ed il 1926 vengono, infatti, emanate le leggi fascistissime, articolate in

“leggi di difesa dello Stato” (inerentemente alle società segrete, ai fuoriusciti ed alla burocrazia) e “leggi di

riforma costituzionale” (inerenti l’attribuzione di maggiori poteri al capo del governo). Ogni forma di

opposizione deve essere annientata e l’ordinamento penale viene messo al servizio della repressione

politica: anzitutto viene reintrodotta la pena di morte, vista come la soluzione per eliminare i nemici della

nazione; in secundis si ricorre ancora una volta allo strumento della legislazione d’emergenza, istituendo

momentaneamente il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con il compito di punire i “nemici” dello

stesso con la pena di morte; inoltre viene attuato un duplice livello di legalità, conferendo alle forze di

polizia il compito di valutare e reprimere tutti quei comportamenti consistenti nel “manifestare propositi”

o “dimostrare intenzioni”, potere ad esse attribuito in forza del nuovo T.U. in materia di leggi di pubblica

sicurezza. Viene addirittura creato un terzo livello di legalità che prevede l’istituzione dell’OVRA (Opera

Vigilanza Repressione Antifascismo), con il compito contrastare il dissenso politico e l’attività dei

fuoriusciti, nonché di reprimere l’antifascismo.

La monumentale riforma penale del 1930

Nello stesso periodo delle leggi fascistissime Alfredo Rocco realizza un’opera riformatrice di notevole

rilievo, senza precedenti e, data la sua rapidità (4/5 anni per realizzarla), senza ripetizioni sino ai giorni

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nostri: il 1° luglio 1931 entrano in vigore il nuovo codice penale, il codice di procedura penale, il nuovo

regolamento carcerario, il testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e un’importante legge sui reati

finanziari. Da lì a poco vengono emanate le leggi razziali per tutelare la “purezza della stirpe” ed una

riforma dell’ordinamento giudiziario (nel ’41).

Il nuovo codice penale contrasta del tutto con gli orientamenti della scuola liberale che aveva dato luogo al

codice Zanardelli e dedica un abbondante spazio all’intolleranza delle opposizioni, alla visione fascista della

famiglia, all’economia corporativa, all’ossessione per la purezza della stirpe ed alla difesa dello Stato. Al

contrario del codice Zanardelli, il nuovo codice non appare noncurante dell’oppositore, ma lo considera

come un avversario, un nemico da annientare perché antepone i propri interessi a quelli della Patria.

Inoltre, a differenza del codice precedente, quello nuovo contempla i reati politici.

L’opera ambigua della scienza penalistica italiana negli anni del fascismo

Negli anni del fascismo alla scienza penalistica italiana ed ai giuristi in generale possono essere attribuiti

una serie di meriti e di demeriti.

Da un lato, infatti, i giuristi attuano quello che era il progetto di Arturo Rocco, ossia una svolta in ambito

penale orientata verso il metodo tecnico-giuridico, il che impedisce al fascismo di ereditare un sistema

penale basato sul dibattito/scontro povero e poco fertile tra le scuole, che avrebbe comportato non pochi

problemi in quanto il regime avrebbe dovuto riformare la materia senza un indirizzo da seguire. Certo essi

svuotano di significato le parole di Rocco, realizzando proprio ciò che quest’ultimo voleva evitare, ossia

l’isolamento del diritto penale, ma ciò nonostante riescono ad evitare alcuni danni. Essi dunque hanno il

merito di conservare quanto di positivo il sistema giuridico liberale aveva prodotto.

Da un altro lato, tuttavia, i giuristi hanno la responsabilità di aver disperso il senso di difesa e di garanzia

che i cittadini si attendono da un sistema penale. Il loro silenzio, talune volte, pesa più di un intervento a

favore del regime, in quanto incoraggiare il sopruso da parte dello Stato equivale a privare direttamente i

cittadini delle loro libertà fondamentali.

LA QUESTIONE PENALE NEI PRIMI ANNI DELLA REPUBBLICA: LA COSTITUZIONE INATTUATA

Il passaggio dal fascismo alla Repubblica, sotto il profilo penale, si basa sulla discussione tra coloro che

sostengono che il codice Rocco sia troppo autoritario e repressivo, motivo per sostituirlo quanto prima, e

coloro che credono che il codice sia frutto del lavoro dei giuristi e non del regime, pertanto ritenendo

possibile depurarlo dall’impronta dello Stato totalitario. La lotta, però, non si svolge ad armi pari: a

sostenere la tesi della sostituzione, seppur con giuste ragioni, sono i politici ed i pensatori del tempo,

incapaci di tradurre in legge la loro idea di diritto penale; a sostenere la depurazione del codice Rocco,

invece, sono i giuristi di quel periodo, sia quelli formatisi prima del fascismo, sia quelli cresciuti

culturalmente proprio all’interno dell’Italia fascista. La tesi del mantenimento del codice, pertanto, prevale

senza tanti sforzi e si rimane nella convinzione che la scienza penale goda di quella continuità ideologica di

sempre.

I tentativi di dar vita ad un nuovo codice falliscono rapidamente durante tutta la vita della Repubblica, sino

ai giorni nostri: vengono istituite commissioni e stilati dei progetti, ma nulla che convinca o che persuada

ad approvare ed emanare un nuovo codice. 19

Il problema penale nel nuovo quadro istituzionale

Il 1° gennaio del 1948 viene emanata la Costituzione italiana. Il lavoro dell’Assemblea Costituente porta,

dunque, ad un risultato pressoché perfetto, considerando che si esce dalla guerra e da uno Stato

totalitario. L’intero sistema penale, però, non è pronto ad una visione dello Stato e delle libertà come

quella contemplata all’interno della Costituzione: i giuristi si rifiutano di accettarne le innovazioni e si

scagliano contro l’attuazione reale e pratica della stessa.

Una Carta fondamentale e ricca di novità, tutte positive, viene dunque messa da parte ed inattuata, oltre al

fatto che rimangono in vigore il t.u. di pubblica sicurezza ed altre leggi che con essa contrastano

palesemente. La neonata Repubblica, dunque, è incapace di attuare qualcosa a cui essa stessa ha dato vita

ed affronta i vari problemi sociali che si susseguono (scontri tra formazioni neofasciste ed ex partigiani,

rivolta studentesca ed operaia) con strumenti d’emergenza basati, talune volte, proprio su quella

repressione autoritaria più volte condannata.

LE CINQUE EMERGENZE DELLA STORIA REPUBBLICANA DETTANO L’AGENDA DEL PROBLEMA PENALE

Nel giugno del ’56 la Corte costituzionale inizia, finalmente, la sua attività e lo fa con una sentenza che

offre una precisa descrizione dell’importanza del suo ruolo: viene abrogato l’art.113 del t.u. di pubblica

sicurezza, il quale vietava di distribuire o far circolare scritti o disegni in luogo pubblico senza

l’autorizzazione dell’autorità pubblica. Questo episodio da l’idea di quella che sarà l’opera della Corte

costituzionale, un’opera volta soprattutto al rispetto delle libertà fondamentali del cittadino.

Rimangono cinque problemi che l’Italia repubblicana è chiamata ad affrontare, in tempi diversi e sotto il

profilo penale, ma che costituiscono delle vere e proprie emergenze:

Ordine pubblico;

• Terrorismo;

• Criminalità organizzata;

• Corruzione;

• Sentimento di insicurezza.

Ordine pubblico

La prima emergenza che l’Italia repubblicana è chiamata, sotto il profilo penale, a risolvere è quella

dell’ordine pubblico. Fino al 1960 si assiste a scontri politici in quelli che erano i luoghi di comunicazione e

di propaganda disponibili al tempo, ossia piazze e strade. Ma lo Stato non interviene, come era solito fare,

con una legislazione d’emergenza in quanto il t.u. di pubblica sicurezza, ancora in vigore, è già da

considerare come un insieme di norme eccezionali e temporanee dato il suo contrasto con la visione

repubblicana e costituzionale. Alla polizia, ed ai prefetti, sono attribuiti poteri limitativi delle libertà

personali che violano la Costituzione, ma che permettono allo Stato di tentare di risolvere l’emergenza: si

assiste a continui scontri tra manifestanti e forze di polizia, a vere e proprie retate punitive nei confronti di

delinquenti mascherati da pensatori. La situazione diviene insostenibile, date le atrocità commesse da

entrambe le parti, e viene risolta solo nel 1961, quando la Corte costituzionale dichiara illegittimo l’art.2

del t.u. di pubblica sicurezza, quello inerente il potere dei prefetti di adottare provvedimenti per la tutela

dell’ordine e della sicurezza. L’emergenza, dunque, viene risolta con un mezzo (la Corte costituzionale) che,

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se fosse stato da subito istituito, avrebbe evitato il sangue di molte piazze, di molti giovani, poliziotti e

manifestanti.

Terrorismo e stragismo

Secondo problema che l’Italia repubblicana è chiamata ad affrontare è quello del terrorismo e dello

stragismo: le rivolte studentesche del ’67, le lotte sindacali del cosiddetto “autunno caldo” del ’69, la

strage di piazza Fontana del ’69, i moti di Reggio Calabria del ‘70/’71, il sequestro del giudice Sossi del ’74 e

il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro del ’78 sono solo alcuni degli esempi del problema che lo Stato deve

risolvere.

Ancora una volta si ricorre allo strumento della legislazione d’emergenza: un decreto del ’74 allunga la

carcerazione preventiva, mentre nel ’75 viene approvata la legge Reale sull’ordine pubblico, primo

strumento inutile contro il fenomeno del terrorismo. La suddetta legge limita l’adozione dell’istituto della

libertà provvisoria, dilata la misura delle pene e la durata della prescrizione, amplia i casi di processo per

direttissima ed autorizza l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine. Ancora una volta i governanti

italiani attuano una politica inidonea a risolvere l’emergenza, dando luogo ad un atteggiamento che rende

ancora più forte la resistenza di gruppi terroristici come le BR (Brigate Rosse).

Solo verso la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si da luogo ad una legislazione volta a

disgregare i gruppi terroristici, ad isolarli e renderli deboli, oltre che a favorire l’azione di contrasto dello

Stato.

Criminalità organizzata

Il problema della criminalità organizzata è sempre esistito nel nostro Paese. Il fenomeno, però, è stato

inizialmente sottovalutato, anche per i rapporti intercorrenti tra i criminali e personaggi di spicco

dell’economia e della politica italiana.

Lo Stato inizia ad affrontare il problema solo nel ’63, quando viene istituita la prima Commissione

parlamentare antimafia, dopo la strage di Ciaculli in cui perdono la vita 7 militari. Il lavoro della

Commissione da vita ad una legge nel ’65, incapace però di contrastare realmente il fenomeno della

criminalità organizzata, in quanto ignara (volontariamente o involontariamente) delle infiltrazioni della

stessa in tutti gli aspetti della società italiana.

Si assiste, dunque, inermi ed impotenti al Sacco di Palermo, la più grande speculazione edilizia della storia

italiana, con la quale vengono sacrificati reperti artistici ed architettonici di grande interesse in favore della

nascita di una miriade di costruzioni, grazie all’appoggio di Salvo Lima e Vito Ciancimino, rispettivamente

sindaco ed assessore ai lavori pubblici del comune di Palermo, nei confronti dell’emergente clan dei

Corleonesi.

In seguito si assiste, ancora inermi ed impotenti (ripeto appositamente gli stessi termini), alle guerre di

Mafia, scatenate dai Corleonesi contro le altre famiglie siciliane (Badalamenti per fare un esempio) per

raggiungere il vertice alto della Mafia.

Nel 1980 la Mafia inizia la guerra contro lo Stato, con l’uccisione del Presidente della regione Sicilia

Piersanti Mattarella: il Parlamento ed il Governo finalmente si muovono, destinando maggiori risorse alla

lotta contro la criminalità organizzata. La valorizzazione dei collaboratori di giustizia (i cosiddetti pentiti) e

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la confisca dei beni provenienti dalle attività mafiose sono il primo colpo duro per la mafia siciliana

(meritevoli d’attenzione sono i pentiti Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che fornirono una perfetta

descrizione del sistema mafioso e della sua organizzazione).

La Mafia reagisce: nel 1982 viene ucciso Pio la Torre, segretario regionale del PCI e reo di aver proposto

una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa ed una norma che prevedeva la confisca dei beni

ai mafiosi; sempre nel 1982 viene ucciso il Prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, mandato in

Sicilia per combattere la mafia ed abbandonato dallo Stato; nel ’83 viene assassinato il Consigliere

Istruttore presso il Tribunale di Palermo Roberto Chinnici, che guidava il pool di magistrati di cui facevano

parte Falcone e Borsellino; seguono numerosissimi attentati contro magistrati, forze dell’ordine ed

esponenti politici, nonché contro monumenti a Roma, Firenze e Milano.

Nel ’86 inizia il Maxiprocesso, che vede imputati, grazie all’opera di Giovanni Falcone (assassinato anch’egli

quel maledetto 23 maggio del ’92), 475 mafiosi, di cui 361 vennero condannati (condanna confermata dalla

Cassazione nel ’92).

Lo Stato, dunque, nel momento in cui si mostra coeso e irriducibile, riesce a risolvere anche il problema

della criminalità organizzata. La lotta alla stessa rimane ancora oggi uno degli obiettivi fondamentali che

ogni governo italiano deve porsi.

Corruzioni politica

Anche il fenomeno della corruzione politica, all’interno dello Stato italiano, esiste da sempre. Solo negli

anni ’80, però, si inizia ad imporre all’attenzione di tutti, per poi culminare nell’interesse generale negli

anni Novanta. A stimolare tale interesse è la clamorosa azione giudiziaria, ribattezzata come “Mani Pulite”,

partita dalla Procura di Milano e poi condotta a livello nazionale da moltissime procure, diretta a punire i

protagonisti del fenomeno corruttivo (definito Tangentopoli) tra i quali spiccano politici di ogni genere, da

ministri a presidenti delle regioni, da parlamentari a capi di governo, oltre agli alti dirigenti della pubblica

amministrazione, a magistrati ed imprenditori.

L’inchiesta travolge tutti i partiti politici, finendo per annientare definitivamente la DC (Democrazia

Cristiana) ed il PSI (Partito Socialista Italiano) e dando luogo ad una nuova fase della vita politica italiana

definita come Seconda Repubblica.

In realtà nulla è cambiato: la corruzione continua a dilagare e rimane alta solo l’attenzione della

magistratura e delle forze dell’ordine, nel silenzio della politica italiana, anche sotto il profilo delle

innovazioni nell’ambito del diritto penale.

Si potrebbe dire che questo problema, differentemente dagli altri che sono stati debellati definitivamente

o parzialmente (quello mafioso), NON VUOL ESSERE RISOLTO.

Il sentimento di insicurezza

L’ultimo caso che analizziamo non può definirsi, per il momento e forse ancora per poco, come

un’emergenza vera e propria. Il fenomeno della criminalità diffusa, definita talune volte come piccola o

micro criminalità (il che testimonia come ancora una volta si sottovaluti un problema), comporta una serie

di preoccupazioni da parte dei cittadini a cui non possiamo rimanere indifferenti.

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Sara F

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Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Mastroberti Vinci.

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