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Per quanto riguarda poi le entrate feudali, il nuovo indirizzo si espresse nell’uso dello scutagio (pagamento

della somma sostitutiva del servizio militare vassallatico) come tributo generale su tutti i feudatari diretti dal

sovrano. Tale sistema pero non poteva non avvenire senza minacciare le fondamenta stesse dell’esercito

regio, proprio per questo venne sostituito dal tallagium (1166) cioè un imposta che gravava su tutti i beni

mobili appartenenti agli uomini liberi ed aveva natura di tributo popolare.

Per quanto attiene poi alla funzione unitaria del sovrano, con Enrico II si subisce un’espansione nel

campo dell’amministrazione della giustizia. Qui notiamo un cambiamento sia nelle corti sovrane sia

nell’amministrazione della giustizia.

Per quanto attiene alle corti, le novità toccarono la curia regis che fu sdoppiata in due corti: una itinerante

guidata dal re, l’altra quella dello Scacchiere, di natura stabile e presieduta dal gran giustiziere.

Altresì, Enrico II riformò anche le corti regie provinciali abolendo i giudici rei stabili nelle contee e

cominciano a riordinare il funzionamento dei giudici itineranti (mobili). Da questo momento il sovrano inviò

i suoi giudici nelle diverse regioni del regno fissando il loro numero e distribuendoli in maniera equanime nei

vari distretti.

Per quanto attiene poi l’amministrazione della giustizia, si conobbe un deciso miglioramento in seguito

all’introduzione di una nuova procedura: quando si fermavano in una località i giudici erano tenuto a

convocare un gruppo di persone, vincolate da giuramento a parlare secondo verità (giuria): tale gruppo era

composto da 12 uomini della centena e da 4 per ciascuna città demaniale della medesima centena. Tale

giuria, detta Grande giuria, indicava alla corte dei giudici itineranti le persone accusate di aver commesso

delitti, questi venivano poi sottoposti alla consueta procedura ordalica.

Introdotta dalla Assise (cioè la curia regis sottoforma di assemblea generale e le sue decisioni adottate nel

corso della riunione) di Clarendon del 1166, la grande Giuria saldava, dunque la giustizia penale regia alla

comunità dei liberi, accentuando i legami tra la potestà unitaria del monarca e l’ordinamento della tradizione

popolare.

A partire dal 1164 qualsiasi libero possessore fu legittimato a ricorrere direttamente alla giustizia regia per

difendere, in casi già definiti, il proprio diritto di possesso. La procedura prevista prevedeva che il

richiedente ottenesse dal sovrano un writ indirizzato allo sceriffo della contea contenente l’ordine di

convocare una giuria di dodici uomini saggi presso la corte dei giudici itineranti e di incaricarla di inquirere

sulla vicenda.

Se l’inquisito si concludeva con l’accertamento delle ragioni del richiedente, i giudici itineranti invitavano la

competente corte particolare a tutelare il diritto di questo.

Durante il regno di Enrico II vennero poi definite 5 fattispecie protette da tale procedura, queste erano:

1. Utrum: dalle Assise di Claredon, si proponeva di stabilire se una terra costituiva un feudo laico

oppure un beneficio ecclesiastico concesso in elemosina. L’intervento della corte regia aveva

l’effetto di risolvere un conflitto di competenza tra ordinamento signorile e ordinamento

ecclesiastico, stabilendo a quale dei due spettava la giurisdizione.

2. Novel disseisin: Clarendon 1166, si trattava di una vertenza tra un signore e un possessore libero

della sua azienda curtense: l’inchiesta doveva accertare se l’espropriazione disposta dal signore a

danno del ricorrente aveva rispettato il diritto consuetudinario vigente nel fondo. La novità sta nella

violazione della competenza della corte signorile.

3. Mort d’ancestor: fattispecie dei writ, introdotta dall’Assise di Northampton nel 1176. In questo

caso se alla morte di un possessore libero il signore bannale assegnava ad altro contadino il fondo da

quello tenuto, l’erede naturale del defunto poteva invocare un proprio diritto al possesso tenuto dalla

sua famiglia da più generazioni.

4. Darrein presentment: fattispecie dei writ, si proponeva di individuare il legittimo titolare del diritto

di presentazione di un chierico per una chiesa privata rimasta vacante.

Questi primi 4 writs vengono definiti wrtis delle petty assizes o possessory assizes (era il titolo delle giurie

incaricate di svolgere l’inquisitio).

5. Praecipe: fattispecie dei writ, qui il giudice regio intimava, attraverso lo sceriffo, ad n soggetto

libero di presentarsi davanti alla propria corte per rispondere in merito ad accuse relative a

sottrazione di dote, debiti non saldati, circa il possesso di una terra, e cosi via.

I cinque writs ora esaminati costituiscono i primi casi di common law; infatti vediamo che a fondamento del

diritto comune, non si trova la dottrina come nel resto dei regni. 19

In Inghilterra mancarono proprio quegli studi giuridici volti a dare sistemazione all’intero ordinamento; e

l’obiettivo di fissare punti fermi nel diritto venne assunto come compito di un autorità, cioè quella unitaria

del sovrano.

La commow law perciò, si limitò a definire singole fattispecie per le quali garantì a tutti gli uomini liberi

l’effettiva tutela. Qui le consuetudini locali e i diritti degli ordinamenti particolari non conoscevano alcuna

integrazione da parte di norme generali, né a queste da loro si risaliva: ogni ordinamento continuava a

disporre in maniera esclusiva nel proprio ambito, ma questo veniva ridotto rispetto al passato per far largo

alla giurisdizione unitaria del re che si occupava di alcune fattispecie di difesa dei diritti, tassativamente

individuate ed offerte a tutti gli uomini liberi.

Proprio per questo risulta la grande differenza tra il diritto comune e la common law: il primo poteva essere

offerto a qualsiasi ordinamento vigente, in quanto dalla consuetudine, grazie alla dottrina, elaborava principi

giuridici validi per tutti; il secondo invece, rimaneva intrappolato alle consuetudini locali, e quindi non

poteva vigere all’infuori dell’Inghilterra.

La medesima volontà regia di offrire sicurezza e tutela ai diritti fondamentali si rinviene poi

nell’ultima novità introdotta da Enrico II nell’amministrazione della giustizia.

Le Assise di Windsor del 1179 stabilirono che, in caso di contestazione del diritto di possesso, il libero

possessore di beni allodiali poteva rifiutare di difendersi davanti ad una delle corti popolari e scegliere la

protezione del sovrano. In questo caso il re convocava con un writ una commissione di dodici buoni uomini

del luogo, scelti da 4 cavalieri della contea e indicata con il titolo di Magna Assisa, Grand Assize; costoro

dovevano testimoniare sotto giuramento l’opinione che prevaleva nel territorio dove le due parti risiedevano.

E tale testimonianza costituiva il fondamento della sentenza regia. Ancora una volta, dunque, la giustizia

regia si intrecciava con l’ordinamento della tradizione popolare.

Naturalmente l’espansione della giurisdizione regia non comportò nessun cambiamento agli

ordinamenti feudali e signorili del regno, tranne naturalmente per i 5 casi di common law.

Per quanto riguarda invece l’ordinamento ecclesiastico si deve registrare il contrasto che per alcuni anni

divise Enrico II dalla Chiesa in tema di appello dalle sentenze delle corti ecclesiastiche, a causa della pretesa

portata avanti del sovrano di fungere, in quanto supremo tutore dell’ordinamento, da ultimo grado di

appello.

Il contrasto fu risolto dal concordato di Avranches del 1172, reso definitivo dall’accordo del 1178: venne

ribadita l’esclusiva competenza delle corti ecclesiastiche per le vertenze dei chierici e fu confermato il

tradizionale diritto di costoro di appellarsi al pontefice (sempre se il ricorso non fosse pregiudizievole per il

sovrano).

Infine, negli anni 1187-1189 fu, poi, composta la prima raccolta completa di consuetudini del regno,

il Tractatus de legibus et consuetudinibus regni Anglie, attribuito a Ranulf de Glanvill, giudice e giustiziere

regio. L’opera attesta che l’ordinamento consuetudinario degli uomini liberi era ormai definitivamente

unitario.

La formazione del Regno normanno di Sicilia

Le conquiste territoriali conseguite dai normanni coinvolsero anche l’Italia meridionale e la Sicilia.

Nella prima metà del XII sec. i domini italiani dei Normanni furono uniti in un regno che per molti secoli

costituì l’unica esperienza monarchica vissuta dalla nostra penisola.

Le modalità con cui si formarono tali domini però furono diversi a seconda che si parli dell’Italia meridionali

o di quella insulare.

Gruppi di cavalieri normanni giunsero in Italia all’inizio del XI sec. e risultano già stanziati nel 1016 al

servizio dei signori locali. Da costoro ottennero l’indispensabile legittimazione dei domini conquistati: i

primi riconoscimenti (come quelli riguardanti l’occupazione del territorio di Aversa e della contea di Melfi)

segnano l’inizio della dominazione normanna.

L’organizzazione di tali domini (come quella germanica) comprendeva una oordinati da un’autorità che

aveva la sola funzione di conferire unità all’azione militare.

Tale forma fu conservata negli anni successivi, nel corso dei quali i signori normanni sconfissero ed

eliminarono tutte le potestà territoriali preesistenti (sia longobarde che bizantine) ed estesero il loro controllo

all’intera regione meridionale.

Un cambiamento significativo si ebbe però nel 1059 quando i Normanni ricevettero dal pontefice Leone IX

la legittimazione del loro dominio. L’accordo prevedeva da un lato che il pontefice concedeva in feudo ai

Normanni il territorio da loro conquistato; dall’altro che l’investitura non riguardava ogni singolo capo

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militare, bensì il solo Roberto il Guiscardo, della famiglia Altavilla, il quale veniva investito del ducato di

Puglia, e che riceveva la potestà di guida unitaria del popolo.

Naturalmente qui, la concessione feudale serviva al pontefice per affermare che le regioni meridionali

rientravano tra le terrae Ecllesiae; mentre, l’unicità del ruolo di concessionario tenuto da Roberto costituiva

un evidente tentativo di fornire alla sua autorità di capo unitario basi più solide.

Importante è poi sapere che all’interno dei singoli domini si vennero ad incontrare comunità di

tradizione diversa, come quella bizantina, quella longobarda e appunto quella normanna (che portarono

anche il diritto feudale). Il diritto vigente nella signoria dunque, appariva articolato e complesso.

In questa situazione i normanni si limitavano a garantire la continuità dei singoli diritti, senza intervenire e

modificarli. La loro attenzione risulta maggiormente dedicata alla gestione del patrimonio familiare, ad il

quale provvedevano attraverso gli uffici domestici.

Non diversa era poi la situazione del duca pugliese, impegnato soprattutto nell’amministrazione delle sue

aziende curtensi con qualche ruolo unitario nella guida della signoria territoriale che a lui faceva capo, con

rare occasioni per manifestare la sua potestà di guida sugli altri signori.

La forma istituzionale del ducato di Puglia si ritrova anche nel principato di Capua: l’altro dominio unitario

normanno il quale si mantenne separato dal ducato fino alla fondazione del Regno.

Tale situazione non si riscontrava invece in Sicilia.

La conquista dell’isola fu la conseguenza di un apposita campagna militare progettata da Roberto il

Guiscardo e dal fratello Ruggero. Essa era ispirata alla nuova cultura che si andava diffondendo nel mondo

cristiano mediterraneo e che si proponeva di avviare la riconquista delle regioni occupate dagli Arabi.

Ruggero seppe mantenere le sue forze e procedette alla liberazione dell’isola attraverso la costruzione di

castelli le cui guarnigioni avevano il compito di far avanzare la conquista nelle zone circostanti.

Una volta raggiunto il controllo completo, provvide alla divisione delle terre tra i vincitori, legando i signori

attraverso un vincolo feudale, e conservò nelle proprie mani un patrimonio molto consistente, soprattutto

riguardante la zona occidentale.

Grazie a questa distribuzione, Ruggero era in grado di esercitare in tutte le regioni dell’isola la funzione di

signore Territoriale; e tale funzione risultava utile per tutti i signori locali i quali potevano sperare di

conservare le loro terre solo mantenendo vivi i rapporti tra di loro e con il signore stesso.

L’ordinamento normanno di Sicilia allora, presenta una compattezza interna di gran lunga superiore a quella

degli altri due grandi domini meridionali, cioè il ducato di Puglia, e il principato di Capua.

Importante è poi sapere che Ruggero provvide a restaurare la gerarchia della Chiesa e a questo fine avrebbe

ricevuto dal pontefice Urbano II nel 1098 il privilegio della legazia apostolica: cioè lo status di diretto

rappresentante del pontefice in una regione e come tale, vi fungeva da vertice della gerarchia ecclesiastica.

L’esperienza normanna allora appare duplice. Da un canto quella delle regioni peninsulari dove

l’autorità unitarie del duca di Puglia e del principe di Capua non avevano contenuti rilevanti; e dall’altro

quella siciliana, caratterizzata da una maggior importanza della potestà unitaria, titolare di una effettiva

autorità di signorie territoriale, suzerain feudale dei cavalieri normanni e vertice della gerarchia ecclesiastica.

La fondazione del Regno e le Assise di Ariano

Nel 1127, alla morte del duca di Puglia Guglielmo, Ruggero II, conte di Sicilia, invase i domini peninsulari

normanni ottenne la loro investitura dal pontefice Onorio II.

Nel 1130, poi, ottenne sempre dal pontefice, Anacleto II, la possibilità di elevare il suo dominio a rango di

regno: nella notte di Natale dello stesso anno fu incoronato re di Sicilia.

Vassallo del papa e allo stesso tempo titolare della potestà di guida unitaria del suo popolo, Ruggero II cercò

di estendere all’intero regno l’armonia tra ordinamenti particolari che caratterizzavano la contea di Sicilia.

A partire dal 114 poi, avviò una politica istituzionale diretta da un canto a precisare la sfera della potestà

unitaria del sovrano, dall’altro a migliorare la gestione del patrimonio regio.

Nella grande assemblea popolare svoltasi ad Ariano nel 1140 fu approvato un consistente corpo di leggi

regie dette Assise, che precisarono moltissime istituzioni, come: la prerogativa giurisdizionale del sovrano, la

disciplina dei diritti demaniali, la competenza dei magistrati regi e i limiti degli ordinamenti particolari.

Tali Assise consistono nel primo corpo di leggi promulgate da un sovrano di un regno particolare, nongià per

mettere per iscritto le consuetudini del suo popolo, bensì per modificare il diritto vigente nel regno.

Nel Proemio di queste, il sovrano dichiarava di voler adempiere nel migliore dei modi il compito che Dio gli

aveva affidato concedendogli il regno e facendolo prevalere sugli avversari: si affermava che la funzione

primaria della monarchia era quella di fare giustizia ed si aggiungeva che per svolgere tale compito il re

doveva intervenire a modificare il diritto vigente. 21

L’originalità delle Assise però, consiste nel fatto che per la prima volta la funzione regia veniva esercitata

concretamente mediante l’eliminazione di consuetudini e la promulgazione di norme valide per tutti i

soggetti liberi.

L’importanza delle Assise di Ariano allora, risiede nella decisione del sovrano di esercitare in maniera

effettiva nell’interno territorio i compiti di giustizia che a lui spettavano. Tale intervento regio presenta tre

aspetti principali: l’eliminazione di tutte le consuetudini locali inique e superate; la correzione di norme

rientranti in ordinamenti particolari; la definizione di una sfera di prerogativa giudiziaria del sovrano.

Sotto il primo profilo si deve ricorda che l’assisa De legum interpretatione da un lato dispose la vigenza di

tutte le numerose consuetudini seguite dalle comunità del regno, dall’altro stabilì che dovevano considerarsi

eliminate tutte quelle che “manifestissime” contrastassero con le leggi regie.

Per il diritto feudale poi, il sovrano regolò l’accesso all’ordine militare, mentre ampio fu il suo intervento

nell’ordinamento ecclesiastico con norme che affidarono al re la protezione dei benefici, disciplinarono il

commercio delle reliquie e il diritto d’asilo.

Infine Ruggero riservò alla propria esclusiva conoscenza una serie di reati particolarmente rilevanti ai fine

della conservazione dell’ordine sociale: lesa maestà, critiche all’operato del sovrano, reati contro la fede

pubblica.

La norma di assise quindi, in quanto capace di tradurre in diritto l’aequitas, eliminava ogni altra norma nella

materia disciplinata e trovava, quindi, immediata ed esclusiva applicazione.

L’impegno nell’amministrazione della giustizia, proclamato da Ariano, venne poi attuato da Ruggero

attraverso l’istituzione dei giustizieri provinciali, che avevano il compito di esercitare nelle varie regioni del

regno le competenze giurisdizionali rientranti nella prerogativa del sovrano.

Peraltro, le corti dei giustizieri non furono le uniche corti di giustizia regia. Nei territori demaniali operarono

anche i baiuli con funzioni di giudici penali per cause di importanza minore rispetto a quelle dei giustizieri.

Inoltre, nelle città demaniali, cominciarono ad operare giudici il cui compito era quello di tutelare il diritto

locale a nome del sovrano. La carica, infatti, era regia, non già municipale, anche se la scelta dei titolari

sembra esser spettata alla comunità cittadina.

In questa maniera la giurisdizione regia veniva ad intrecciarsi con l’ordinamento locale, svolgendo un ruolo

significativo, poiché si assumeva il compito di garantire ai cittadini l’esistenza delle corti di giustizia che

tutelavano il loro diritto particolare.

L’organizzazione della giustizia regia infine, risulta completata dall’emersione, all’interno della curia regis,

di un gruppo di consiglieri con esclusivi compiti giudiziari, c.d. grandi giustizieri.

Essi ordinavano lo svolgimento di inchieste per conoscere situazioni locali di fatto e di diritto e giudicavano

liti portate alla conoscenza del re in prima istanza.

Infine, per il sovrano, lo svolgimento costante e regolare dei nuovi compiti dipendeva dalla percezione di un

gettito di entrate. Di qui l’attenzione rivolta dallo stesso Ruggero all’amministrazione delle sue entrate

fondiare, demaniali, feudali.

Qui la riscossione risulta affidata ad agenti provinciali, detti camerario, e diretta dall’ufficio domestico della

camera, tranne che per le regioni di Sicilia e Calabria, dove la competenza spettò alla dohana de secretis (un

nuovo ufficio di corte).

L’ordinamento del regno normanno nella seconda metà del scolo XII

Importante è poi sapere che la sfera di prerogativa giurisdizionale del sovrano non si proponeva nè di

eliminare gli ordinamenti particolari vigenti nel regno, né pretendeva di andare al di là dei limiti

dell’amministrazione della giustizia per tentare un governo unitario di tutte le comunità residenti nel

territorio.

Sotto il primo profilo si deve ricordare la già citata assisa De legum interpretatione la quale, aveva assicurato

protezione anche a tutti gli ordinamenti territoriali, sorti per le concrete esigenze associative e ai mezzi di

giustizia da loro disciplinati per la tutela delle loro norme. Le fonti infatti attestano la continuità

dell’ordinamento feudale, ecclesiastico, signorile e cittadino.

Sotto il secondo aspetto poi, si deve rilevare che il governo regio non conobbe, al di fuori dell’emersione dei

grandi giustizieri modifiche rispetto alla forma tradizionale, quella cioè composta dai funzionari domestici e

da consiglieri regi componenti la sua curia ristretta.

Tutto questo sistema si conservò anche sotto il figlio di Ruggero II, Guglielmo I (1154 – 1166); e

migliorerò ancor di più l’amministrazione durante il regno di Guglielmo II: questo riuscì infatti a recuperare i

vasti patrimoni nelle regioni peninsulari che gli consentirono di assumere anche qui, quella potestà di signore

territoriale; e altresì conferì stabilità all’organizzazione della giustizia regia e ad estendere i contenuti. 22

Importante è poi sapere che al regno di Guglielmo II risale la compilazione del Catalogus baronum, che

registra le grandi signorie dell’Italia meridionale e divide il loro titolare tra tenentes in capite e tenentes in

servitio. Questa attesta l’esistenza di una precisa piramide feudale.

L’accresciuta presenza dell’autorità regia nelle regioni peninsulari, è poi confermata dalla nascita di un

ufficio finanziario centrale, la dohana boronum, che si affiancava alla dohana de secretis ed esercitava

funzioni di controllo sulle entrate. Questa sostituì altresì la magistrature superprovinciale dei maestri

camerari di Puglia che aveva operato senza grande successo, sotto Guglielmo I.

Guglielmo II poi, proseguì l’opera del nonno nel campo della giustizia. Anche a lui si devono

numerose leggi che poi furono raccolte nel Liber Augustalis da Federico II di Svevia. Tali disposizioni non

soltanto eliminarono consuetudini inique, ma intervennero anche a regolare materie appartenenti ad

ordinamenti particolari: in campo feudale, ad es. disciplinarono la materia matrimoniale, la vedovanza e le

successioni.

L’ordinamento normanno nel periodo più maturo, dunque, presenta una significativa funzione

unitaria di giustizia della monarchia.

Pur adottando forme di giustizia proprie (diverse da quelli inglesi), questa mostra un identico impegno nella

tutela del diritto e un effettivo esercizio della potestà di superiore signore territoriale.

NON CI SONO I CAPITOLI 4 E 5 23

COMUNI, SIGNORIE, UNITA’ MONARCHICHE NELLE ALTRE REGIONI ITALIANE

Introduzione

Le regioni italiane centrali e settentrionali conobbero un’evoluzione politica ed istituzionale diversa da quella

vissuta dalle terre meridionali: in quanto confermarono il precedente pluralismo degli ordinamenti territoriali

locali costituiti dai Comuni cittadini e dalle signorie (no sotto un unico Regno).

Secondo la tradizione maggioritaria, tali territorio rientravano a far parte o delle terrae Imperii o delle terrae

Ecclesiae, cioè riconoscevano come potestà o l’imperatore o il pontefice.

Nelle terrae Imperii il tentativo di Federico II di dar vita ad una funzionale amministrazione delle terre e dei

diritti demaniali si espresse nell’istituzione, tra il 1239 e il 1240, di distretti affidati a vicari.

Nelle terrae Ecclesiae invece, l’autorità pontificia si accontentò di un riconoscimento formale da parte di

città e signorie che ben poco infierì sullo sviluppo della vita associata e del diritto dei singoli territori.

Al regno del sud della penisola, dunque, si oppone un centro nord caratterizzato da una pluralità di

ordinamenti.

Podestà, popolo, pluralismo organizzativo nei comuni centro-settentrionali

Tra la fine del XII sec. e la metà del XIV, i Comuni dell’Italia centro-settentrionale vissero la fase più vivace

del loro sviluppo economico. Tale crescita si accompagnò con una trasformazione della società urbana e, di

conseguenza, con modifiche delle originarie strutture istituzionali del comune.

Si è visto come l’ordinamento del primo comune costituisse la forma unitaria di più ordinamenti come quelli

degli uomini liberi e delle famiglie signorili; e consente alle seconde l’autorità sui liberi e il ruolo di guida

della comunità stessa.

La magistratura consolare e i consigli cittadini costituiscono la forma di governo che esprime una sostanziale

armonia all’interno dell’oligarchia delle grandi famiglie privilegiate che formavano il comune.

Tale armonia derivava da diversi fattori: come il medesimo interesse di famiglie oligarchiche e popolazione

urbana ad affermare la separazione dell’ordinamento cittadino da ogni signoria fondiaria e territoriale; la

volontà di annullare le intromissioni imperiali nel municipio e la capacità delle grandi famiglie di partecipare

dei vantaggi economici della rinascita cittadina.

A cavallo tra il XII e il sec. successivo però, questi fattori cominciarono ad attenuarsi. Si assiste infatti ad

una significativa trasformazione della società: si spezzo l’unità interna all’antica aristocrazia municipale,

mentre la composizione della comunità si allargò a comprendere nuovi gruppi di famiglie (le famiglie

signorili voleva rifarsi sulle libertà comunali, e l’inurbamento delle città coinvolse anche i contadini, attratti

dalla tutela dei diritti dei liberi).

Sul piano istituzionale poi, detta trasformazione produsse nuove forme organizzative: in molti comuni infatti,

le famiglie oligarchiche dettero vita ad alleanze dette “consorterie” che si fondavano su accordi formali tra le

famiglie aderenti, basati su norme interne che formavano gli statuti, che generavano una struttura di governo

analoga a quella del Comune, dato che si proponevano di proteggere e tutelare gli ordinamenti particolari.

La nascita delle consorterie aggravava la frattura interna all’ordinamento comunale e rendeva superato il

governo consolare, espressione dell’armonia di quei sistemi che ora si trovano in opposizione.

Per salvare quanto ancora restava dell’unità municipale, il governo venne allora affidato ad un magistrato

diverso, il podestà, il quale aveva il compito di garantire il rispetto del diritto vigente nel comune e di

mediare i conflitti interni, evitando la rottura. Altresì, per rendere più efficace la sua azione, si affermò il

principio per cui il podestà doveva venire da una città diversa da quella in cui operava.

La storiografia principale attribuisce a tali istituti funzioni militari, giurisdizionali, di governo e di

amministrazione (come i consoli). Secondo altri invece, l’istituzione del podestà forestiero ruppe l’unicità del

potere consolare, nel senso che i consigli cittadini assunsero la guida della città mentre il podestà si limitò a

curare l’attuazione delle delibere consiliari.

Non si può però dimenticare che il podestà partecipava direttamente ai lavori dei consigli e, la sua stessa

funzione giurisdizionale non avrebbe potuto esprimersi in una sorta di asettica attività arbitrale, ma doveva

necessariamente essere dotata del potere di banno, cioè di imporre il rispetto della propria decisione.

Secondo altra parte degli storici poi, il governo podestarile ebbe comunque la funzione di esprimere

l’interesse delle consorterie al mantenimento dell’unità dell’ordinamento comunale, e, proprio perché

espressione dell’unità municipale, la magistratura podestarile continuò a restare invita anche quando la lotta

intestina si complicò per la partecipazione di altri gruppi sociali ed altri ordinamenti particolari privilegiati.

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Importante è poi sapere che nei primi anni del Duecento, nuove componenti sociali intervennero nei

conflitti cittadini, rendendo ancora più complesso il quadro istituzionale del Comune.

I gruppi familiari che non godevano di un regime privilegiato, cominciarono ad organizzarsi in ordinamenti

particolari (con norme e magistrati interni) e ottennero il riconoscimento del loro sistema istituzionale da

parte del Comune unitario. Tali gruppi vengono definito con il termine di popolo. Il loro intervento mise fine

al primo Comune, che era una sorta di associazione di famiglie aristocratiche, e lo trasformò in ordinamento

unitario più articolato, composto da più sistemi particolari privilegiati.

Per quanto attiene al popolo, la storiografia ritiene che questo era composto da mercanti, artigiani e signori

fondiari; tutti estranei all’oligarchia del primo Comune. Il popolo, di conseguenza, presentava

un’organizzazione articolata di cui facevano parte le corporazione.

La forma più nota di queste, è quella di corporazione di mestiere, o arte: che riuniva in sé tutti i capi bottega

e i maestri del medesimo settore al fine di riservare ai propri membri il monopolio della produzione di quel

settore (il modello organizzativo delle corporazioni era quello dei comuni cittadini, in quanto adottavano

statuti).

Queste erano retti da magistrati (chiamati podestà, rettori o consoli); da un consiglio maggiore (parlamento);

da un consiglio minore (amministrazione ordinaria) e un insieme di officia cui spettava l’attuazione delle

decisioni adottate dal governo della corporazione.

Accanto alla corporazione, trovò ampia diffusione poi la vicinia o la parrocchia, un ordinamento a

base territoriale che riuniva tutti gli abitanti di un area cittadina non compresi nelle strutture delle famiglie

aristocratiche.

A Milano inoltre, troviamo due distinte associazioni popolari: la credenza di sant’Ambrogio; e la Motta; a

Verona invece il popolo si organizzò in una società detta comunanza.

Nella prima metà del XIII sec. quindi, il popolo procedette in tutti i principali comuni ad articolarsi

in vari ordinamenti particolari, dando vita ad un Comune di popolo con propri magistrati e propri statuti.

All’interno delle mura municipali allora, coesistevano contemporaneamente sia il comune originario

(carattere oligarchico e aristocratico) sia quello popolare.

Tale scissione naturalmente non durò a lungo, in alcuni territori (Lombarda, Veneto, Emilia) si assistì infatti

all’unione tra una consorteria aristocratica e il popolo: quest’ultimo esprimeva la sua partecipazione al

governo cittadino con la magistratura degli Anziani che si affiancò al podestà e ai consigli cittadini. A

Firenze, nel 1250, il popolo si alleò con i nobili guelfi e dette vita al regime chiamato Primo Popolo.

In alcune città come Modena, Bologna e Venezia invece, il popolo ebbe il sopravvento sulle fazioni

aristocratiche. A Venezia il successo popolare si espresse attraverso l’allargamento del ceto dirigente e

l’istituzione del consiglio dei Pregadi o Rogati, composto da 60 memrbi.

Tale situazione porco, a cavallo della metà del sec. XIII, ad una trasformazione delle elites

economiche: famiglie di origine popolare riuscirono ad affermarsi nelle attività produttive, mentre alcune

famiglie dell’originaria oligarchia consolare conobbero un rapido declino (sia motivi politici che economici).

Tale frattura portò alla formazione di un nuovo ceto dirigente di famiglie o di mestieri potenti, all’interno del

quale non si teneva in alcun conto l’origine del nucleo familiare. Tale ceto emanò provvedimenti

antimagnatizi, per colpire le famiglie dell’aristocrazia escluse dalla nuova elite, e al tempo stesso assorbì non

poche forme dell’antica oligarchia,m in primo luogo la divisione in consorterie, ciascuna delle quali

pretendeva di assumere il monopolio del governo cittadino per trarne in via esclusiva i benefici offerti dal

mercato.

Di recente Artifoni ha individuato 3 forme principali di governo comunale di popolo sulla base del rapporto

tra corporazioni e altre associazioni popolari:

• Assenza: si ebbe quando mancò qualsiasi ordinamento corporativo.

• Concorrenzialità: espressa dai contrasti tra arti e altre associazioni popolari.

• Fusione: piena identificazione tra arti e popolo (Perugia).

L’ordinamento comunale, dunque, si confermò come ordinamento unitario comprendente sistemi particolari.

Questi ultimi erano formati sia da quelli vigenti sin dalla formazione del comune, sia da altri di nuova

formazione. Ai primi apparteneva l’ordinamento valido per tutti i liberi; quello signorile delle grandi

famiglie; le consorterie e societates militum (associazioni tra famiglie); le corporazioni di mestiere e le

società popolari.

A questi, poi si aggiungevano organizzazioni particolari che trovavano la propria base nel contado cittadino

(o i municipi si sostituirono a signorie territoriali o ottennero una potestà superiore a queste). Naturalmente,

l’ordinamento comunale offrì ed assicurò al contado protezione e tutela per i privilegi di cui godevano. 25

L’ordinamento comunale, dunque, riuniva una pluralità di ordinamenti particolari di natura diversa tra loro. I

rapporti tra questi, davano vita ad intrecci tra ordinamenti diversi: ad es. strutture signorili familiari si

collegavano a ordinamenti corporativi e costituivano società di consorti; o ordinamenti popolari e territoriali

si fondevano con organizzazioni di clan e formavano nuove forme associative. Naturalmente i rapporti non

erano sempre positivi, anzi, in alcuni casi erano frequenti gli scontri. Ciò, non solo spiega i continui

provvedimenti di esilio adottati dai governi comunali contro le consorterie avversarie; ma soprattutto spiega

l’organizzazione oligarchica di tutti i Comuni che si fondava ovunque e comunque sulla prevalenza di alcuni

ordinamenti particolari sugli altri.

In alcune città tale gerarchia assunse forme giuridiche definitive: è il caso di Venezia, dove la Serrata del

Maggior Consiglio assegnò in modo stabile il monopolio del governo ad un numero ristretto di famiglie.

Altrove, invece, non si raggiunse un’analoga conclusione e il ceto dirigente conobbe variazioni attraverso

contrasti interni, come ad es. a Firenze (da ghibellini, a guelfi, arti maggiori e infine corporazioni).

Si deve, peraltro, tener presente che gli ordinamenti particolari compresi nell’unità istituzionale del comune

erano nati dalla necessità di tutelare in maniera efficace ed immediata i diritti e gli interessi dei loro aderenti

all’interno della comunità cittadina. E fu proprio la difesa dei diritti che spinse gli ordinamenti particolari a

ricercare alleanze con altri consimili. Es. classici, sono quelli deidue partiti: quello dei ghibellini e l’altro dei

guelfi, che riunivano in un sistema di alleanze le consorterie di tanti comuni dell’Italia.

L’alleanza tra fazioni di diversi comuni spiega anche la diffusione di una particolare forma di rapporto tra

municipi, quella della sottomissione del governo di una città alla potestà di un’altra (Vicenza 1266, gli

Anziani affidarono la guida del comune al governo popolare di Padova).

Statuti comunali, corporativi e associativi

I vari ordinamenti vigenti all’interno dell’unità comunale trovarono in più casi espressione in raccolte

unitarie di norme che vanno sotto il nome di statuto. La loro compilazione aveva il compito di precisare e

chiarire le consuetudini e imporne la loro osservanza sia a coloro che facevano parte dell’ordinamento e sia a

chi con questo veniva in rapporto.

Appare opportuno precisare in proposito: che gli stati riunivano norme già vigenti le quali erano sorte dalla

consuetudine; che una volta inserite negli statuti, l’evoluzione di queste venne riservata ai modi formali di

revisione stabiliti negli statuti medesimi e fu, pertanto, sottratta alla mera consuetudine; che non tutti gli

ordinamenti particolari raccolsero le loro norme e queste continuarono, comunque, ad essere rispettate in

virtù della forza cogente dell’uso.

L’ordinamento municipale unitario trovava la sua espressione direttamente nello Statuto comunale

che comprendeva 3 elementi: le consuetudini cittadine, i brevia (impegni giurati di rispettare il diritto urbano

assunti dai magistrati al momento di entrare in carica), e le deliberazioni delle assemblee cittadine.

Il testo statutario comprendeva norme di diritto privato e criminale, e disposizioni relative alle magistrature e

alla loro competenza. Esso prevedeva anche le procedure da seguire per la propria revisione: tale compito era

affidato a magistrati particolari detti reformatores o correctores.

La tutela del diritto statuario era affidata ai giudici comunali, i quali seguivano una gerarchia delle

fonti ispirata al principio per il quale si applicava in primo luogo la norma particolare e da questa si risaliva a

regole generali. In virtù di questo, i giudici seguivano in prima istanza il diritto statuario e poi si rifacevano

alle consuetudini del luogo, cioè all’ordinamento generale degli uomini liberi della zona; e se anche queste

non disciplinavano il caso, si rivolgevano alla dottrina e all’interpretazione delle norme giustinianee o

canoniche. In alcuni statuti però, tale rinvio non era effettuato. A Pisa per es. in mancanza di una regola

statuaria i giudici dovevano rifarsi “secondo i buoni usi cittadini”, a Venezia inoltre, in mancanza di questi ci

si rifaceva all’equità in luogo.

Propri statuti, distinti da quelli cittadini, ebbe poi il popolo nel periodo in cui entro le mura urbane

coesistevano due diversi Comuni. Qui troviamo un pluralismo di diritti che rispecchiava la complessità della

società comunale e la sfaccettata articolazione delle unità particolari in cui la popolazione si raggruppava.

“Arbitrium” signorile e autorità vicariale

La pluralità degli ordinamenti municipali e la sensibile evoluzione della società cittadina (XIII) contribuirono

a determinare in numerosi municipi il passaggio dalla forma di governo repubblicano a quella del regime

signorile. Tale modifica si caratterizzò per la prevalenza di una delle consorterie su tutte le altre e per la

capacità di regolare un equilibrio tra i vari ordinamenti interni.

Come vediamo, il sistema comunale si fondava sulla tutela (dai magistrati) del diritto vigente nella città; nel

sistema signorile invece, il signore aveva l’autorità di governare, amministrare ed adottare provvedimenti di

26

tipo militare anche al di là del diritto vigente, dato che era chiamato a valutare liberamente quali decisioni

fossero più opportune per la miglior difesa degli interessi della comunità. Il signore dunque, disponeva i una

potestà di imperio, banno e equità.

Al riguardo è importante da ricordare la delibera del 1277 con cui l’assemblea cittadina di Verona conferì il

governo ad Alberto Della Scala attribuendogli una ricca potestà giurisdizionale, indicata dalle fonti con il

nome di arbitrium, a significare l’ampia libertà di un potere d’imperio liberato dall’obbligo del rispetto

dell’ordinamento giuridico vigente.

L’acquisizione del potere signorile poteva avvenire con un atto formale (con delibera di organi istituzionali

del comune) o di fatto (le magistrature popolari veniva svuotate dei loro poteri).

A volte poi, la concessione dell’arbitrium veniva limitata ad alcuni settori del governo (es. solo per decisioni

di guerra).

Nel caso di nascita formale, dunque, la fonte della nuova potestà era costituita dall’ordinamento comunale.

Sul piano giuridico invece, l’assemblea municipale conservava il diritto di modificare la sua libertà,

sottraendo al signore le potestà che gli aveva concesso, eliminando questa sorta di magistratura straordinaria

e restaurando in pieno il regime comunale. Vediamo quindi che quando i consigli cittadini giudicavano

ormai conclusa l’esperienza signorile, restauravano le forme del governo municipale.

Costituisce, allora, una decisiva novità l’istituto del vicariato che cominciò a diffondersi nei primi anni del

trecento. Qui, l’imperatore attribuiva l’autorità di suo vicario, cioè di rappresentante, a colui che esercitava in

un comune il governo signorile. Fonte del potere diventa in tal modo la potestà imperiale.

Le concessioni vicariali riguardano sia cittadini già in posizione preminente nel loro Comune, sia dinastie

feudali o signori estranei alla città di cui ottenevano il governo; il primo è, ad es., il caso di Matteo Visconti,

vicario di Milano nel 1311; il secondo quello di Cangrande della Scala per Vicenza nel 1312.

Per quanto riguarda le caratteristiche istituzionali, il viario non era un magistrato dell’ordinamento cittadino,

ma un rappresentante della giurisdizione del dominus imperiale. Questo impersonava una giurisdizione

separata dal Comune.

Vediamo quindi che signorie territoriali, Comuni rurali del contado e municipi cittadini minori, si ponevano

nell’ordinamento signorile come sistemi particolari in immediato rapporto con il vicario e di questo solo

riconoscevano la fazione unitaria, ricevendone in cambio protezione.

Il comune maggiore, pur continuando ad essere il centro del sistema signorile, diventava allora uno dei tanti

ordinamenti particolari che componevano il vicariato: in alcuni casi esso conservò intatta la tradizionale

funzione unitaria nei riguardi delle organizzazioni cittadine; in altri casi invece, l’autorità signorile interferì,

riducendo la funzione unitaria che il Comune aveva avuto nei loro riguardi.

La concessione del vicario segna dunque il passaggio dal comune alla signoria. Questa si caratterizza

dalla fondazione di un rapporto più equo di interessi tra i ceti dirigenti cittadini e i comuni rurali; e dalla

formazione di nuove strutture amministrative di governo come il consiglio del signore, che era composto da

diversi fedeli di questo e si avvaleva di agenti centrali e periferici operanti a nome del signore.

Si deve infine aggiungere che tale evoluzione istituzionale non riguardò tutti i comuni; ad es. Firenze

conservava la forma di governo municipale.

Il dominio temporale della Chiesa

Per quanto riguarda le terrae Ecclesiae, anche qui si è assistito ad uno sviluppo istituzionale degli

ordinamenti comunali; prima di analizzare questo però, è opportuno chiarire le caratteristiche che il dominio

temporale della Chiesa presentava alla fine del XII sec.

Innanzitutto va detto che alla S. Sede si riconosceva una potestà temporale in alcune regioni della

penisola senza però, una chiara definizione dei loro confini (es. Il papato rivendicava propria, e non in

maniera pacifica, parte dell’attuale Emilia, Romagna, Umbria, Marche e Lazio).

Per quanto attiene poi all’organizzazione istituzionale delle terre, mentre in Emilia, Romagna e Umbria

erano sorti grandi Comuni, le altre regioni continuavano ad essere caratterizzate dalle signorie territoriali di

tipo tradizionale. In tutte inoltre, mancava un ordinamento unitario regionale.

La debolezza del possesso fondiario quindi, impediva alla Chiesa di dar vita ad un sistema signorile

territoriale che a lei facesse capo e che riguardasse una specifica regione.

Tale situazione, ci permette di comprendere meglio la natura dell’ordinamento introdotto da

Innocenzo III (1198 – 1216). Questo si basava innanzi tutto sulla divisone delle terre ecclesiastiche in

mediate subiectae, o di dominio indiretto, e immediate subiectae, o di dominio diretto; le prime costituite

dalle signorie territoriali, le seconde da quelle che potremmo chiamare demaniali. 27

Nei confronti delle prime il papato non aveva alcune richiesta: accettava la giurisdizione signorile e si

accontentava di un formale riconoscimento della propria superiorità che si accompagnava al versamento di

un censo.

Per quanto attiene alle seconde invece, quelle di dominio diretto, queste vennero divise in ampie

circoscrizioni e al vertice di ciascuna di loro venne posto un rappresentante del pontefice con il titolo di

rettore. I primi rettorati stabili furono quelli di Campagna e Marittima, a sud di Roma; del Patrimonio di S.

Pietro in Tuscia, il ducato di Spoleto e la Marca d’Ancona.

Questi erano scelti tra gli ecclesiastici titolari di un’alta dignità (es. cardinali, ma pure laici) ed erano i

principali agenti temporali del pontefice nel distretto loro assegnato: provvedevano perciò al governo delle

terre e dei diritti signorili, alla riscossione delle relative entrate e all’amministrazione della giustizia.

Questi presiedevano inoltre una corte itinerante ed erano coadiuvati da giudici e da altri ufficiali, tra cui si

ricorda il maresciallo. A partire dal 1233-1234 si avvalsero di vicari, nonché rettori in spiritualibus cioè

incaricati in modo esclusivo della trattazione di questioni spirituali. Particolare importanza tra gli ufficiali

aveva poi il tesoriere, che sottrasse al rettore la gestione delle entrate e venne istituito quale rappresentante

diretto della camera apostolica.

Le terre immediate subiectae sulle quali il rettore aveva autorità comprendevano anche i Comuni

demaniali. Si pose perciò, sin dal periodo di Innocenzo III il problema del rapporto tra la giurisdizione

pontificia e quella municipale. La forma di governo che venne progettata per i comuni ecclesiastici fu quindi,

quella degli ordinamenti municipali del Regno di Sicilia in età normanna: si pensò infatti ad un governo

unitario al cui vertice si trovasse un magistrato di nomina papale.

Il rapporto tra l’autorità della S. Sede e quella dei municipi comprendeva anche l’esercizio delle

rispettive competenze nel settore della giustizia. La debolezza del ruolo unitario della chiesa però, aveva la

conseguenza di rendere marginale l’intervento del rettore rispetto alla funzione dei magistrati cittadini. Si

può dire, comunque, che il rettore vantava l’alta giurisdizione penale e il potere d’appello in campo

civilistico.

La mancanza di una netta distinzione tra le due potestà rendeva possibile, inoltre, che la medesima causa

fosse portata davanti sia alla curia del rettore, sia a quella dei giudici municipali: per i Comuni di Campagna

e Marittima la questione venne disciplinata dall’istituto della preventio, introdotto da Bonifacio VIII, con il

quale il rettore non poteva avocare a sé una vertenza già iniziata presso una corte cittadina.

Il quando dell’ordinamento temporale della chiesa è poi completato, da un’altra istituzione

provinciale, il Parlamento.

In alcuni rettorati, infatti, vennero riunite con una certa regolarità assemblee generali composte da signori

territoriali, ecclesiastici e rappresentanti delle città demaniali della circoscrizione: compito di queste

assemblee era quello di tutelare i diritti degli ordinamenti locali del rettorato; di migliorare la protezione del

diritto vigente mediante la promulgazione di costituzioni; e di valutare la legittimità della richiesta pettorale

di versamento di un sussidio straordinario per la difesa della regione (tallia militum).

Il parlamento, comunque, non riuscì ad evitare la labilità e l’incertezza che sembra caratterizzare tutto il

sistema temporale della chiesa, tanto che non venne istituito in tutti i rettorati. Gli stessi pontefici inoltre, non

ne rispettarono sempre la funzione, rivolgendosi ad assemblee diverse; così nel 1207 Innocenzo III riunì a

Viterbo gli esponenti non già di un solo rettorato, ma di tre.

Infine anche nelle regioni in cui il Parlamento venne convocato con maggiore regolarità, la sua funzione e la

sua autorità non furono accolte senza riserve dagli ordinamenti locali.

L’ordinamento istituzionale del dominio ecclesiastico, dunque, veniva a sovrapporsi alla moltitudine

degli ordinamenti locali vigenti nelle regioni della Chiesa con l’obiettivo di raggiungere una qualche forma

di amministrazione dei beni della S. Sede e di ottenere il riconoscimento della superiorità temporale della

Chiesa da parte degli ordinamenti medesimi.

Questo avvenne, esercitarono con maggior costanza i diritti demaniali, come il diritto di passo e quelli di

cancelleria.

Altresì venne meglio regolata la gestione delle entrate patrimoniali della chiesa, dette spirituali: soggetto

passivo del tributo ecclesiastico era il Comune, che era tenuto a versare i tributi richiesti come il censo (per

particolari privilegi), l’affitto (per il possesso di un fondo demaniale) e il focatico (somma versata a titolo di

riconoscimento della superiore autorità pontificia).

Insieme con il miglioramento della gestione patrimoniale, migliorò anche il governo centrale dell’intero

complesso delle entrate,riorganizzando l’ufficio della camera apostolica.

Ma, nonostante i progressi nella gestione demaniale, l’ordinamento unitario della chiesa continuò a

presentare per tutto il secolo XIII numerosi aspetti di grande debolezza, caratterizzati dalle diversità esistenti

28

tra le varie terre pontificie e, soprattutto dall’impossibilità della Chiesa di dar vita ad una forma di governo

unitario.

Vediamo infatti che la terra, in fin dei conti, non poteva vantare in alcuna regione un dominio territoriale

tanto consistente ed importante da consentirle l’esercizio di significativi poteri signorili nell’intera regione.

Proprio questo portò ad uno sviluppo spontaneo ed autonomo, rispetto alla chiesa, di alcune città come

Bologna e Perugia, che le portò a conoscere nuove forme di governo popolare.

La S. Sede così, finì con l’accettare l’evoluzione istituzionale di queste città, conferendo al signore

l’apostolico (come vicariato dell’imperatore); che gli permetteva di garantirle la fedeltà formale

dell’ordinamento locale e l’indiscusso riconoscimento della sua alta potestà temporale.

Più significativo fu invece l’intervento della chiesa nelle regioni intorno a Roma, dove il controllo

era di grande importanza, sia strategica che economica. Anche qui pero, i pontefici non cercarono di far

nascere una signoria territoriale della chiesa, bensì accettarono il pluralismo degli ordinamenti signorili,

favorendo esclusivamente il rafforzamento di famiglie ad essi legate da vincoli di sangue o di sicura fedeltà.

Tale signoria familiare del pontefice, sostituiva dunque la signoria territoriale della chiesa. Ma le due non si

equivalevano: la seconda avrebbe avuto carattere stabile e dato vita ad un ordinamento unitario della regione

in mano alla S. Sede, mentre la prima difendeva solo in via indiretta i diritti del papato, data che prioritaria

era la tutela degli interessi signorile, naturalmente alla morte del pontefice perdeva ogni ruolo.

Importante è poi ricordare che il trasferimento della Sede apostolica da Roma ad Avignone, nel

1309, disposto da Clemente V, non mutò tanto l’assetto istituzionale della S. Sede, ma provocò una notevole

riduzione della fedeltà di signori e Comuni nei riguardi della chiesa stessa.

Per porre rimedio a questo declino, Innocenzo VI nel 1353 inviò come legato e vicario generale nelle terre

della chiesa il cardinale Egidio d’Albornoz, che combattè vittoriosamente signorie ostili restaurando il

controllo della chiesa ed emanando un codice di leggi noto come Constitutiones aegidiane, nel 1357. Tali

costituzioni ribadivano l’ordinamento istituzionale della Chiesa confermando la distinzione tra terre di

dominio mediato e quelle di dominio diretto; e avevano l’obiettivo di restaurare il funzionamento

dell’ordinametno tradizionale che nella prima metà del XIV sec. era nettamente peggiorato.

[Giudicati, Comuni, signorie, potestà monarchica in Sardegna (NON VA FATTO)

Tra la fine del XII sec. e la metà del XIV, anche gli ordinamenti sardi conobbero una importante evoluzione:

alle forme organizzative autoctone infatti se ne aggiunsero altre importate dalla penisola italiana e iberica.

In una prima fase, che arriva al terzo decennio del XIV sec., le novità vennero da Pisa e Genova. La

penetrazione di queste fu favorita dagli stessi giudici sardi, i quali concessero privilegi a famiglie, compagnie

mercantile e alle chiese cattedrali dei due comuni. La Sardegna cominciò allora ad essere inserita nelle rotte

del commercio mediterraneo.

Per quanto attiene all’ordinamento pisano, nel XII sec. vediamo che i primi insediamenti

cominciarono per opera di una comunità di mercanti: detta Commune portus, che si stanziarono sulle coste

della regione. Questi venivano governati da rappresentanti, o meglio consoli, inviati da Pisa stessa. Questi,

che esercitavano la piena giurisdizione civile e penale, costituivano non solo la principale magistratura della

comunità ma anche il collegamento del commune portus con il comune pisano.

Con il trascorrere degli anni poi, il commune portus estese i suoi poteri sul territorio, elaborando una

nuova forma istituzionale di autorità che dette vita ad un ordinamento uguale a quello di Pisa. Questo era del

tutto separato dall’autorità del giudice sardo, mentre era legato alla potestà del municipio toscano, e pertanto

indicato con il termine di Comune suddito o pazionato.

Il caso più importante è sicuramente quello di Cagliari, retto da un magistrato nominato a Pisa il cui titolo

risulta essere quello di castellano.

Il comune pazionato quindi, riusciva ad inserirsi all’interno del sistema giudicale, tanto che assunse ben

presto la forma di signoria territoriale.

Infatti, nel 1190, le maggiori famiglie pisane riuscirono a conquistare la carica giudicale a Cagliari per uno

dei loro esponenti, Oberto di Massa.

Da qui vediamo che sulla metà del XIII sec. alcuni signori pisani, dopo aver vinto la resistenza delle truppe

locali, si accordarono tra di loro a S. Gilla per una tripartizione del territorio cagliaritano, ponendo così

termine all’autorità giudicale.

In Gallura, invece, la famiglia pisana dei Visconti (insediata nel XIII sec.) conservò sostanzialmente

immutato il tradizionale ordinamento sardo, ed esercitò l’autorità giudicale attraverso un vicario. 29

Infine ad Arborea, l’ultima grande famiglia, quella di Guglielmo di Capraia, lasciò inalterato il sistema

istituzionale autoctono, tanto che la carica giudicale, alla morte di questo, ritornò alla famiglia originaria con

Mariano di Bas.

Per quanto attiene alla penetrazione genovese invece, questa si sviluppò soprattutto nel giudicato di

Torres e si espresse con la formazione di vaste signorie territoriali in mano ad alcune delle maggiori famiglie

dell’oligarchia cittadina, come i Doria e i Malaspina.

Tale regione, oltre alle signorie pisane, conobbe anche l’ordinamento comunale sia come municipio signorile

(Alghero, appartenente ai Doria) sia come comune pazionato (Sassari, si legò sia a Pisa che a Genova

secondo i propri interessi).

Questo complesso ordinamento istituzionale sardo conobbe però una profonda trasformazione a

partire dal 1323, anno in cui la casa regnate d’Aragona dette inizio alla conquista dell’isola. Nel giro di pochi

anni il dominio pisano crollò, mentre le signorie genovesi si sottomettevano ai conquistatori.

Tuttavia l’ordinamento signorile venne conservato e molti domini passarono nelle mani dei Catalani. Questo

però, fu inserito all’interno di un organica rete di rapporti, grazie all’introduzione (per la prima volta in

Sardegna) dell’ordinamento feudale. Le grandi signorie vennero così considerate feudi regi che il sovrano

aragonese concedeva in cambio di fedeltà e servizio.

Naturalmente rimase in vita anche l’ordinamento comunale, ma il comune pazionato fu sostituito da un

regime municipale modellato su quello delle città aragonesi come Barcellona. Venne allora introdotto un

governo diarchico composto dal rappresentante regio, detto veghiere, e da magistrature elette dalla comunità.

I vari ordinamenti particolari, poi, trovarono unità nel sistema regio. Qui il monarca era rappresentato da un

governatore generale, affiancato dal capitano generale e dall’ammiraglio che presiedeva la flotta.

Il governatore era inoltre coadiuvato dal riformatore e dall’amministratore generale, ed ebbe il compito di

controllare l’amministrazione delle entrate regie dell’isola. Nel 1341, infine, il monarca eragonese sottopose

a più diretto controllo l’operato del governatore e dell’amministrazione. Ad essi venne affiancato il maestro

razionale, con specifiche competenze sulle entrate.] 30

LA SCIENZA GIURIDICA. L’INTERPRETAZIONE DELGI STATUTI E LA TEORIA DELLA

SOVRANITA’ MONARCHICA.

L’Università di Napoli

Nel corso del XIII sec., su modello di quella bolognese, si inaugurarono in Italia diverse Università di

studenti, che contribuirono in maniera decisiva alla diffusione della dottrina e all’evoluzione del diritto.

Particolare però, è lo studio fondato a Napoli nel 1224 da Federico II, questo aveva l’obiettivo di offrire agli

abitanti la possibilità di acquisire una preparazione giuridica senza varcare i confini del Regno.

Tale università, nasceva per esclusiva iniziativa del monarca e pertanto, come università non di studenti, ma

di professori. I docenti erano in genere ufficiali e magistrati regi; il loro insegnamento, oltre ai testi

giustinianei, si estendeva anche alla grande compilazione legislativa del sovrano svevo, il Liber Augustalis

(regni siciliane). Tra i più importanti ricordiamo Benedetto d’Isernia, Nicolò Rufolo e Andrea Bonello da

Barletta. Il loro contributo all’interpretazione del diritto giustinianeo è oggi apprezzato per la particolare

attenzione prestata alla prassi e per l’interesse verso i problemi del governo monarchico. Sotto quest’ultimo

profilo si può ricordare che Andrea Bonello scrisse un’importante lectura ai Tres Libri, quella parte cioè del

codice giustinianeo che i giuristi bolognesi tendevano a trascurare, giudicando le costituzioni in essa

contenute non più in vigore.

Di indubbia importanza è poi il lavoro esegetico compiuto dai giuristi napoletani sul Liber Augustalis.

Glosse al testo federiciano sono conservate nel cosiddetto vetus apparatus; mentre spetta a Marino da

Ceramico la compilazione della glossa ordinaria delle interpretazioni delle costituzioni regie elaborate dai

dottori meridionali.

La scuola dei commentatori

La glossa ordinaria alla compilazione giustinianea portata a termine da Accursio. offriva un bilancio

conclusivo dell’intensa opera esegetica dei glossatori civilisti.

Dopo la sua compilazione, nella metà del XIII sec., i giuristi cominciarono a dedicarsi all’esame di questa,

prendendo i considerazione singoli argomenti, come il processuale o il notarile, ed usando soprattutto la

forma letteraria del tractatus.

Questi, attivi nella seconda metà del XIII sec., prendono il nome di glossatori postaccursiani, e tra loro

ricordiamo Martino de Fano, Guido da Suzzara, Dino dal Mugello (autore dell’ultimo titolo del liber sextus),

e Guglielmo Durante (interprete ed autore di speculum iudiciale)

La dottrina civilistica, peraltro, non era più monopolio della scienza italiana, in quanto interpreti

stranieri delle norme giustinianea cercarono di applicare gli istituti italiani ai propri ordinamenti vigore nelle

loro regioni.

In inghilterra per es. fu attivo Henri Bracton (che studiò a Bologna e fu allievo di Azzone): la sua opera

principale De Legibus et consuetudinibus regni Angliae si proponeva di raccogliere in un corpo unitario gli

usi vigenti nel regno, ma anche di interpretarne la disciplina alla luce di criteri elaborati dalla dottrina

bolognese.

In Francia invece, va ricordato Jean Blanc, autore di una Summa de feudis; e Jean de Blanot, autore di un

Tractatus de actionibus.

Proprio in questo paese inoltre, cominciò a cambiare e a trasformarsi l’indirizzo metodologico

dell’interpretazione e l’insegnamento del diritto. Ad Orleans, infatti, Jacques de Revigny e Pierre de

Belleperche iniziarono ad interpretare le norme giustinianee alla luce di nuovi modelli dialettici e

interpretativi non più basati sulle glosse e applicativi di criteri logico-formali (modello Scolastico).

Tale impostazione fu poi approfondita dal giurista italiano Cino Sighibuldi da Pistoia: la sua opera

principale, la Lectura super Codice, terminata nel 1314, costituisce la prima espressione matura del metodo

scolastico applicato all’interpretazione delle leggi.

Tale giurista si proponeva di ricercare il senso più riposto della norma, cioè la famosa ratio legis, che si

raggiungeva con un’analisi articolata composta da vari momenti:

• Divisio legis: individuazione delle parti che componevano la norma.

• Expositio: spiegazione sintetica del suo contenuto.

• Positio casuum: citazione di fattispecie concrete.

• Collectio notabilium: indicazione dei rilievi principali che potevano essere formulati in merito alla

norma. 31

• Oppositiones: elencazione delle obiezioni.

• Quaestiones: individuazione dei problemi aperti dalla norma.

Cino da Pistoia inaugurò dunque, un nuovo indirizzo di studio nettamente distinto dalla glossa. La scuola che

con lui si apri viene detta scuola del commento, e naturalmente i giuristi che seguirono tale metodo vengono

detti commentatori.

Qui troviamo sicuramente (rispetto ai glossatori) una maggiore attenzione rivolta ai diritti particolari (come

quello statutario, feudale, longobardo); la diffusione della sua dottrina in tutto il mondo occidentale e un

particolare interesse per il diritto giustinianeo e canonico.

Importante poi dire è che accanto al commentario, i giuristi fecero ricorso ai casus, additiones, quaestiones e

consilia, compilarono cioè repertori ed elaborarono opere di sintesi.

Tra i principali esponenti della scuola del commento troviamo nella prima metà del XIV sec. Bartolo

da Sassoferrato (1314-1357), nella seconda metà dello stesso secolo Baldo degli Ubaldi (1327-1400).

Altresì a tale scuola appartiene pure il giurista meridionale Andrea d’Isernia: a lui si devono in’importante

lectura al Liber Augustalis, nel quale l’esegesi dei glossatori trova approfondimenti e prezioni sviluppi, ed

un trattato Super Usibus feudorum in cui per la prima volta era preso in esame il complesso diritto feudale

vigente nel Regno.

Le opere dei commentatori italiani furono conosciute ed apprezzate in tutto l’occidente europeo: esse

vennero anche utilizzate per l’inquadramento e la definizione dei diritti consuetudinari, di molteplice natura,

vigenti in quelle stesse regioni.

Da questi, derivano altresì le prime Università in Germania, a Praga e Vienna, dove furono attivi maestri di

diritto come Johann von Erfurt e Johann von Buch.

Anche in Spagna, oltre che in Francia, troviamo poi commentatori come Pelegrin de Anzano o Gonzalo

Gonzales Bustamente.

Possiamo infine dire che i commentatori apportarono un contributo decisivo alla dottrina giuridica

non solo attraverso l’approfondimento del pensiero precedente e la definizione di una tecnica interpretativa

più elaborata, ma anche grazie all’individuazione di un sistema unitario e complessivo del diritto in cui tutti

gli ordinamenti particolari potessero rientrare dato che per tutti potevano esser fatte valere categorie e

principi giuridici desunti dalla compilazione giustinianea e dalle raccolte canonistiche.

L’interpretazione degli statuti

Abbiamo visto come il lavoro dei commentatori e dei postaccursiani si espresse anche nell’analisi esegetica

di quelle raccolte di diritto particolare nelle quali la tradizione giuridica locale trovava precisa definizione e

sistemazione.

Questi, in primo luogo si posero il problema della legittimità dello statuto come fonte di diritto; per far

questo troviamo 2 teorie nella seconda metà del XII sec.:

• Permissio: secondo questi la potestà di promulgare statuti, si sarebbe fondata sulla concessione fatta da

Federico I alle città della Lega lombarda con la pace di Costanza. Qui l’imperatore avrebbe loro

concesso la possibilità di promulgare complessi unitari di norme, e stabilire che solo queste dovevano

essere rispettate nel territorio comunale. Tale tesi, però, non assicurava un fondamento definitivo alla

potestà normativa comunale, sia perché la faceva dipendere dalla volontà dell’imperatore, sia perché la

collegava ad uno specifico trattato di pace.

• Jurisdictio: secondo Bartolo, il diritto nell’Impero universale si articolava in una vasta gamma di

jurisdictiones, che andavano da quella più semplice del dominus fondiario fino a quella massima

dell’imperatore: ciascuna di loro si dotava di specifiche norme e stabiliva la forma del proprio diritto.

Vediamo quindi che ogni jurisdictio corrispondeva ad un ordinamento giuridico: quello comunale, in

particolare, esprimeva nello statuto la sua volontà normativa e organizzativa.

L’interesse verso la realtà concreta del diritto, dunque, è alla base stessa della rinascita degli studi.

Presenti in genere nella vita politica e sociale delle loro città, come titolari di cariche municipali e come parte

integrante del ceto dominante, i giuristi di tale periodo contribuirono in maniera determinante a modellare il

diritto cittadino sui paradigmi giustinianea. Si fede allora più facile il rapporto tra il diritto cittadino e quello

comunale.

Le dottrine sulla potestà monarchica

1. Imperator-rex 32

La dottrina giuridica dei sec. XIII e XIV volse la sua attenzione anche nell’analisi della potestà unitaria del

monarca.

Uno degli argomenti principali fu sicuramente quello dell’equiparazione tra la potestà imperiale e quella dei

singoli re. In proposito si deve ricordare che la consapevolezza dell’uguaglianza tra la potestà imperiale e

quella regia era già diffusa nei regni nazionali sin dal sec. XII. Ricordiamo, ad es. l’autorità del monarca

inglese sull’ordinamento ecclesiastico del suo regno.

Ma la dottrina non si limitò a questa comparazione generica e cominciò a precisare i requisiti che il re

doveva avere per essere equiparato all’imperatore.

Uno dei principali studiosi fu il canonista Alano, che nella sua glossa, si occupava della secolare

questione della dipendenza dell’imperatore dal papa affermando la superiorità della potestà del pontefice su

tutte le potestà temporali del mondo. Aggiungeva, comunque, una distinzione tra l’imperatore e gli altri

titolari di potestà “sub imperatore”: il primo poteva essere deposto dalla carica solo per un crimine di

eccezionale gravità (es. eresia); mentre gli altri poteva essere rimossi anche per reati minori.

Alano, dunque, restringeva la categoria dei principi equiparabili all’imperatore e introduceva il criterio della

non dipendenza, dichiarando che un re era uguale all’imperatore solo quando “nulli subest”.

Così, ad es. Sinibaldo de Fieschi affermava che in caso di mancata giustizia da parte di un titolare di potestà

“imperatori subditus” non sarebbe dovuto intervenire il papa bensì l’autorità temporale immediatamente

superiore a quello. Il principe veniva dunque rappresentato come non soggetto ad alcuno e perciò equiparato

all’imperatore, qualora non riconoscesse su di sé alcun superiorem.

Ora, il termine “superior” era in genere usato per indicare il signore feudale: ma la dottrina cominciò a

restringere l’equiparazione con l’imperatore ai soli re il cui patrimonio fondiario non contenesse alcuna terra

sotto forma di beneficio vassallatico. Una tale terra infatti, avrebbe comportato vincoli di subordinazione del

re ad altra persona e ne avrebbe, di conseguenza, limitato la libertà di decisione e guida.

È stato sicuramente merito del Calasso l’aver chiarito che l’idea dell’equiparazione dell’imperatore

al solo re non vassallo si formò in ambiente bolognese.

Come il re di Francia era conosciuto come esempio di re che nelle sue regioni non si riconosceva vassallo di

alcuno (aveva la completa allodialità del suo patrimonio), il re di Sicilia era noto per la sua dipendenza

feudale dal pontefice.

Qui, Marino da Caramanico dimostrò che la superiorità feudale del pontefice riguardava soltanto l’unità

complessiva del Regno, non già le singole parti di questo: pertanto il sovrano poteva essere considerato a

ragione signore allodiale del suo patrimonio, libero da qualsiasi soggezione vassallatica in merito a questo.

Marino proseguiva poi, precisando i contenuti della potestà monarchica di cui erano titolare sia l’imperatore

sia i re liberi. Questi erano la potestà legislativa, la funzione di ultima istanza di giustizia e il complesso dei

diritti demaniali e fiscali.

La dottrina dei glossatori dunque, era riuscita ad elaborare un’attenta riflessione sulla potestà monarchica e

ad individuare un preciso criterio di distinzione tra i re che potevano equipararsi all’imperatore e gli altri che,

al contrario, non potevano vantare una potestà cosi elevata.

Tale teoria si esprimeva nella formula: rex superiorem non recognoscens est imperator in regno suo.

Accanto a questo criterio poi, ne troviamo un altro indicato sempre da Marino. Questo infatti non

aveva limitato l’analisi della libertà del sovrano siciliano rispetto al papa, ma l’aveva anche estesa alla

relazione tra lo stesso re e l’imperatore.

Marino introdusse il discorso dell’appartenenza del Regno all’Impero universale: questo immaginava una

situazione istituzionale originaria caratterizzata da un ordinamento unitario comprendente tutto il mondo

occidentale, un grande Impero, dal quale, nel corso dei secoli, nacquero diversi ordinamenti particolari che

finirono per affermare la loro indipendenza rispetto all’Impero originario stesso.

Ora, è proprio questa idea che si sviluppo nell’ambiente meridionale di età angioina e che si sostituì a quella

della non soggezione feudale come requisito della monarchia libera. Il motivo è evidente: i sovrani angioni

dovevano alla dipendenza feudale del Regno dal papato la titolarità della corona meridionale e la protezione

delle loro pretese sull’isola di Sicilia dopo i Vespri, perciò non avevano interesse ad enfatizzare la propria

autonomia dalla S. Sede.

La libertà richiesta non era più quella del dominuis allodiale, ma l’altra del capo di un ordinamento che non

faceva parte dell’Impero.

Fu così che la maggior parte dei giuristi del Trecento accettavano l’idea dell’equiparazione tra

imperatore e re, fondando tale loro convinzione soprattutto sull’argomento dell’exemptio dei singoli

monarchi dall’Impero e, di conseguenza, estendevano ai re la disciplina giustinianea dell’imperatore, usando

il termine princeps che tutti i sovrano potevano comprendere. 33

2. La giustizia e la legge del re

Marino da Ceramanico indicava nella potestà legislativa, nella funzione di tutore supremo del diretto vigente

e nella titolarità di beni e diritti demaniali, le componenti della sfera giurisdizionale del principe, e quindi, sia

dell’imperatore, sia dei re liberi.

La medesima articolazione venne teorizzata un secolo dopo da Luca da Penne, nel suo noto commento ai

Tres Libri.

Non si trattava di idee nuove, bensì di teorie affermatesi grazie alla diffusione della dottrina bolognese.

Questa aveva saputo individuare l’inscindibile connessione tra la titolarità di iurisdictio e quella di potestas e

di imperium, nel senso cioè che la prima spettava a coloro che godevano di una posizione di superiorità

rispetto ad altri soggetti di diritto.

Naturalmente all’imperatore, spettava la più elevata iurisdictio in materia temporale nel suo Impero. Le sue

sentenze infatti erano definite: definitivam, cioè contro queste non era ammesso nessun appello o ricorso.

Oltre a questo, i titolari della iurisdictio, dovevano poi curare il rispetto del diritto vigente, imporre

l’applicazione della disciplina da questo prevista, e soprattutto partecipare all’evoluzione del diritto stesso

tenendo sempre conto dell’equità.

Questa è divisa in rudis e constituta: la prima è l’equità inespressa che si rinviene a fondamento delle norme

di diritto, la seconda è quella che trovava piena manifestazione in un atto legislativo. L’equità, allora, risulta

essere la ragione di esistenza della stessa norma giuridica.

Proprio per questo, i titolari di iurisdictio dovevano garantire il diritto vigente senza disinteressarsi

dell’equità.

Il contrasto tra ius ed equitas si faceva particolarmente grave quando si dove applicare la lex, poiché questa

promanava dal principe il quale era tenuto ad amministrare la giustizia nel mondo migliore.

Al principe stesso spettava l’interpretazione di questa e il compito di favorire l’avvicinamento tra ius ed

aequitas attraverso la promulgazione di nuove leges che aggiornassero le antiche.

In sostanza la dottrina assegnava al principe, attraverso l’interpretazione, il compito di migliorare il le fonti

di diritto costitute dalle leges attraverso la trasformazione in legge dell’aequitas rudis. Vediamo quindi che

sia l’amministrazione che la legiferazione erano connesse.

Infine, ultimo problema da analizzare è quello del concetto di lex. Azzone ritiene che questa poteva

essere intesa in senso stretto (in riferimento alle Istituzioni giustinianea: deliberazione approvata dal popolo

romano e valida per tutti i componenti di questo); sia in senso lato (sanctio sancta, iubens honesa prohibens

contraria). Altresì, nel suo significato più esteso comprendeva anche le costituzioni e gli editti imperiali.

La decisione dell’imperatore quindi, acquisiva valore di legge solo quando era una disposizione generale e

valida per tutti i componenti della società. Non solo, la dottrina estendeva la produzione legislativa anche

alle decisioni assunte dall’imperatore a conclusione di una sentenza definitiva.

3. Prineps-lex

La volontà del principe, dunque, era giudicata in grado di tradurre l’equità in norma di diritto positivo e

veniva considerata legge solo se esprimeva una disciplina generale e comune.

Una volontà dotata di tali requisiti poteva assumere sia la forma della costituzione, sia quella della sentenza

giudiziaria definitiva.

Problema che viene a porsi però, è quello riguardante la validità temporale di tali leges.

La dottrina infatti, si pose il quesito riguardante l’obbligatorietà o la libertà da parte dell’imperatore, di

rispettare le leggi poste dagli imperatori precendenti o precedentemente da lui stesso.

Al riguardo, i glossatori cercarono di conciliare questo problema, proponendo il principio per il quale

l’imperatore era si, libero dall’osservanza delle leggi imperiale precedenti dal punto di vista giuridico, ma era

ugualmente tenuto alla loro osservanza per motivi spirituali.

Al riguardo Azzone (giurista medievale della scuola bolognese) affermava quindi che sebbene l’imperatore

non potesse imporre ai propri successori l’osservanza delle leges da lui promulgate, poteva indurli

ugualmente a rispettarle con la persuasione: sia ricordando che la lex regia de imperio, era a fondamento

della potestà imperiale, di modo che tutti i successori di Augusto, per coerenza, dovevano sentirsi obbligati a

rispettare la leges; sia inserendo l’osservanza di questa tra le virtù d’animo richieste al principe.

Le conclusioni raggiunge da Azzone (il principe non ha obblighi nel rispettare le leggi, ma fa cosa opportuna

nel rispettarle spontaneamente) vennero riprese da Accursio, il quale insistette soprattutto sul contenuto

morale e spirituale della voluntas del principe di osservare le leggi. 34

La voluntas dunque, si collegava con l’esercizio della giustizia, cioè con la funzione primaria del principe

stesso. Naturalmente il rispetto delle leggi precedenti, sarebbe venuto a mancare necessariamente quando

l’aequitas avesse imposto una normativa o un giudizio innovativo.

Il giurista postaccursiano Guido da Suzzara poi, stabilì che se si poteva ammettere la libertà del

monarca dall’osservanza delle leggi, tale libertà non si poteva certamente invocare nei rigardi del diritto delle

genti che costituiva un ordinamento superato. Questo era un ulteriore limite che veniva proposto alla le gibus

solutio dell’imperatore.

Un significativo contributo alla materia venne poi, nella seconda metà del Duecento dal giurista S.

Tommaso. Questo distingueva due forze all’interno della legge; la coattiva e la direttiva, la prima esprimeva

l’autorità cogente del testo legislativo nella forma voluta dall’imperatore che lo aveva prolungato; la seconda

invece, manifesta il principio di diritto esterno e immutabile cui il legislatore si era ispirato nel formulare il

testo, cioè la ratio legis.

Il giurista sosteneva che l’imperatore, mentre era certamente libero dalla forza coattiva, si sottoponeva,

tramite la propria voluntas, alla forza direttiva.

La voluntas dell’imperatore onesto e giusto quindi, riguardava solo il rispetto della vis directiva, cioè della

ratio. Questo quindi poteva innovare la legge precedente, senza intaccare però la certezza del diritto.

È interessante notare però, come tale soluzione non fu seguita dalla scuola del commento.

Per es. Bartolo fa notare come il rispetto delle leggi precedenti sia aequum, risponda cioè ad equità; e di

conseguenza come questa rientri tra le componenti essenziali della iurisdictio dell’imperatore. L’aequitas

quindi, induce l’imperatore ad impegnarsi con la sua volontà di rispettare le norme (senza far riferimento alla

forza coattiva e quella direttiva).

Si può dunque concludere che la tendenza della dottrina fu nel senso di enfatizzare le ragioni per cui

l’imperatore doveva sentirsi legibus alligatus.

In conclusione vediamo che il compito precipuo del principe era quello di fare giustizia, cioè di garantire il

rispetto del diritto vigente. La legge di questo dunque, doveva integrare e migliorare quelle dei suoi

predecessori senza tentare di introdurre una disciplina decisamente innovativa.

Le conclusioni raggiunte dalla dottrina in merito al rapporto tra imperatore e legge dovevano adattarsi altresì

anche a quello tra re e legge.

Qui i giuristi (soprattutto in Italia) appaiono assumere un atteggiamento più deciso nel sottolineare il dovere

dell’osservanza delle leggi.

L’analisi più approfondita di tale rapporto però, si rinviene nell’opera del giurista inglese del sec. XIII Henry

Bracton, autore della raccolta De legibus et consuetudinibus regni Anglie.

La tesi di questo, intesa a sottolineare la natura sia morale che giuridica del dovere regio di osservare le

leggi, è stata oggetto di molti storici, i quali, in un primo momento, l’hanno intesa come opposta alle idee

prevalenti alla dottrina italiana, e favorevole ad escludere ogni vincolo del principe al rispetto delle leggi.

Da qui vediamo che molti autori hanno definito la dottrina italiana sostenitrice dell’assolutismo monarchico,

invece Bracton, teorico del costituzionalismo.

Analizzando bene la questione, vediamo che Bracton studiò a Bologna e fu molto influenzato dalla dottrina

dei glossatori; tanto che nella definizione di lex, si rinviene l’idea della norma generale e comune, che

vincola tutti e che è diretta alla più equa amministrazione della giustizia.

Accanto alla legge poi, opera la consuetudine come fonte di diritto: entrambe sono strettamente connesse alla

giustizia. Questa per Bracton consisteva nella: costante e perpetua volontà del attribuire a ciascuno il suo.

Proprio per questo il giurista inglese, ribadiva il concetto per cui il sovrano era tenuto ad obbedire alla lex.

Sembra allora legittimo dire che in questo non si trova una dottrina opposta a quella bolognese circa il

rapporto rex-lex: al contraio, se ne ha una conferma, tanto più significativa in quanto il giurista teneva conto

della specifica realtà inglese e formulava le sue idee soprattutto in vista di una loro applicazione a detta

realtà.

4. Princeps-ius

La dottrina medievale, dunque, appare concorde nel sottolineare il dovere (morale e giuridico) del principe

rispetto alla legge; e, come abbiamo visto, l’unica possibilità di intervento, era ristretta al campo della lex,

con la quale il principe poteva modificare il diritto vigente al fine di svolgere in modo migliore la funzione di

giustizia. 35

Al di fuori della lex, né i testi romani, né quelli medievali, riuscirono ad immaginare provvedimenti del

principe in contrasto con il diritto, né a concepire la possibilità che fosse messa in dubbio la subordinazione

del principe medesimo all’ordinamento giuridico nel suo complesso.

Tale idea veniva enunciata da Ranieri da Forlì che esprimeva una convinzione secondo la quale “qui non iure

principatur” non può essere definito princeps, bensì tyrannus.

Nel sec. XIV Bartolo da Sassoferrato la teorizzò con estrema puntualità nel trattato De tyranno, rilevando

che la violazione dell’ordinamento poteva esprimersi nel defectu tituli, cioè nella mancanza di un legittimo

atto di investitura, nell’esercizio del potere, cioè nella violazione corrente dell’ordinamento giuridico, o

infine propter titulu,, cioè nella violazione dei limiti della propria potestà unitaria.

Secondo il giurista il princeps ha la funzione di tutelare i diritti delle comunità a lui affidate da Dio, di

operare per difenderli e quindi di rispettarli; il tiranno invece è al di fuori dell’ordine voluto da Dio e si

muove nella completa illegalità.

Tale discorso si rivolse soprattutto ai comuni dell’Italia centro-settentrionale, dove si erano imposti signori

privi di titolo di legittimità, i quali violavano l’ordinamento cittadino.

Per i giuristi medievali dunque, non era proponibile una questione di libertà del principe dall’osservanza del

diritto: ius è cosa ben diversa dalla lex: ius è il diritto che nasce dalle consuetudini di un popolo; lex invece,

era la volontà del principe di stabilire quale comportamento umano doveva essere tutelato.

Importante è poi parlare dell’istituto della plena potesta (o plenitudo potestatis). Tale espressione

ricorre in riferimento all’autorità universale del pontefice e, in misura minore, a quella dell’imperatore; e

risulta legato alla funzione di giustizia spettante a dette autorità che si esprimeva anche nella promulgazione

di nuove leggi e nell’interpretazione del diritto vigente.

Proprio per questo, il pontefice poteva “supra ius dispensare”, ma si trattava sempre di una dispensa de iure,

di modo che anche la violazione di una norma, rientrava nella tutela del diritto come espressione di una

potestà che proprio nella tutela degli ordinamenti trovava la sua prima ragion d’essere.

È interessante poi notare che la suppletivo defectus, cioè la possibilità di sanare i difetti delle

sentenze delle corti particolari, inserendo nel provvedimento sanatorio la clausola “de plenitudine potestatis”;

era riconosciuta anche all’imperatore.

Sembra allora legittimo dire che il concetto di plenitudo potestatis non riguarda il rapporto tra autorità

universale e diritto, al contrario, risulta collegato con la funzione di giustizia spettante al pontefice e

all’imperatore, cioè al loro ruolo di tutori del diritto vigente. Tale potestà non aveva limiti, risultava perciò

plena.

Infine è importante poi parlare di un caso particolare di libertà del principe dall’osservanza del diritto. È il

caso del c.d. rescriptum contra ius: con il quale il principe poteva prendere un singolo provvedimento, in

circostanze eccezionali, anche violando una norma specifica.

Possiamo dire quindi che nessun rescritto contrario al diritto poteva essere tenuto presente dai giudici, a

meno che la sua osservanza non avesse nuociuto a terzi e fosse andata ad esclusivo vantaggio del

beneficiario.

In conclusione, la dottrina risulta concorde ritenere il principe obbligato a osservare il diritto vigente. Questo,

massimo e supremo garante della giustizia, era per ciò stesso iure alligatus in quanto solo con la lex poteva

innovare il diritto.

5. Princeps dominus

Esisteva però, anche con la subordinazione del principe all’ordinamento, un esigenza maggiore di garantire

certi i diritti ai singoli cittadini.

Tale necessità riguardava soprattutto il dominium, il diritto centrale del sistema giuridico romano e

medievale.

L’imperatore infatti, dichiarava di essere dominus mundi: e i giuristi si chiesero se tale espressione potesse

comportare il dominium del principe su tutti i beni dei soggetti di diritto.

Una cosa è certa, l’imperatore era titolare del patrimonio privato (quello legato alla sua famiglia) e di quello

demaniale (alla carica da lui ricoperta).

Il secondo tipo di patrimonio (detto pure fiscale) era destinato ad essere utilizzato dal principe solo in vista

del bene comune del popolo. Tale destinazione venne condivisa anche dalla dottrina successiva che giunse a

definire come quasi sacrae le res che del fisco facevano parte: esse erano inalienabili, in usucapibili ed

imprescrittibili. 36

La maggioranza dei giuristi, comunque, preferiva pensare che l’imperatore avesse giurisdizione e potestà di

protezione sulle res dei privati, non già il dominium, e di conseguenza escludeva un’autorità di

espropriazione del principe.

In astratto, secondo Alberico da Rosate, il principe avrebbe la potestà di espropriare liberamente i privati, ma

è tenuto a comportarsi secondo la virtù dell’onestà che operava per sollecitare l’imperatore a rimanere fedele

alla sua funzione primaria di tutore delle comunità affidategli da Dio e dei loro diritti. Questo comportava

quindi una limitazione volontaria delle potestà riconosciute dallo ius civile e dall’onestà.

Funzione primaria del principe è dunque, la protezione delle persone e dei loro diritti: la sua autorità è

modellata su tale funzione e, di conseguenza, si esprime nella giustizia e nella garanzia che egli offre agli

uomini liberi di esercitare diritti certi e di difenderli con tutti i mezzi giurisdizionali previsti dagli

ordinamenti in vigore. 37

GLI ORDINAMENTI MONARCHICI DI FINE MEDIOEVO

Introduzione

La maggioranza degli studiosi ritiene che la grande espansione economica apertasi a fine XI sec. cominciò ad

esaurirsi nel corso della prima metà del Trecento; ed una delle cause principali fu sicuramente la peste nera

del 1348.

Le epidemie di questo secolo colpirono gran parte dell’Europa medievale, provocando un elevatissimo calo

demografico che impose cambiamenti sia nell’economia produttiva, che nell’organizzazione territoriale.

I più colpiti dalle epidemie furono sicuramente i ceti meno abbienti (contadini) a punto tale che in alcune

regioni, i grandi signori proprietari terrieri, per assicurarsi la manodopera, ridussero i censi e gli affitti e

accettarono nuove forme contrattuali come la mezzadria, che assicurava al contadino l’acquisizione di una

quota del prodotto superiore al passato.

In altre regioni invece, i signori conseguirono lo stesso risultato in maniera opposta, vincolando cioè con

obblighi giuridici i contadini alla terra e trasformandoli in veri e propri servi della gleba.

Tale situazioni, provocò un aumento delle terre incoltivate e di quelle abbandonate, che vennero a costituire

un consistente patrimonio fondiario vacante, che fece abbassare sensibilmente il prezzo dei fondi.

Naturalmente la crisi non riguardò solo l’agricoltura, ma anche il settore artigianale e commerciale.

I pochi signori che riuscirono a superare questa lunga crisi, si approfittarono naturalmente della

situazione ampliando i propri domini fondiari (comprando terre a bassissimi prezzi), e espandendo le proprie

competenze giurisdizionali nei loro territori.

Il regno inglese

1. Ordinamento signorile e feudalesimo bastardo

La crisi demografica e produttiva si manifestò in Inghilterra maggiormente alla fine del 1370, quando la

popolazione, a seguito della Peste nera, risulta ridotta del 40%.

Naturalmente la crisi economica derivante da questa situazione, comportò significative trasformazioni

dell’ordinamento del regno, in particolare alla grande signoria aristocratica, alla potestà monarchica e al

ruolo del Parlamento.

Per quanto attiene alla signoria aristocratica, vediamo che la grande mortalità subita portò i

contadini superstiti a chiedere ai signori dei vantaggi personali come la riduzione dei censi e degli affitti;

tanto che il periodo che va dalla fine del XIV sec. alla metà del successivo è stato definito “L’età dell’oro”

dei contadini inglesi (erano pochi e riuscirono a creare un ceto benestante).

All’aumento della retribuzione contadina fece riscontro la riduzione della rendita signorile (dovuta dalla

riduzione della domanda del mercato e dalla crescita dei costi di produzione).

Per superare tale crisi, i signori riorganizzarono l’azienda curtense dividendo il demesne in lotti da assegnare,

in censo o affitto, a contadini; ed abbandonando la coltivazione delle terre marginali per aumentare le aree

destinate al pascolo.

L’amministrazione del patrimonio terriero venne sempre gestita dalla household, la quale però, fu ora diretta

da due funzionari: lo steward (o maggiordomo) e il tesoriere (riscuotono entrate dei distretti non rientranti

nei manors, detti honours). La gestione dei singoli manors altresì fu affidata a reeves e a baglivi.

Il lord infine governava la signoria con la collaborazione dei suoi ufficiali domestici e dei suoi vassalli e con

costoro amministrava la giustizia.

Inoltre si deve ricordare che le grandi signorie cercavano di garantire alla propria famiglia la titolarità del

patrimonio introducendo nuovi usi per la disciplina della successione (fino ad ora disciplinata dal diritto

feudale che disponeva la successione in linea maschile in favore del primogenito, escludendo gli altri figlie e

la vedova). Tra questi troviamo sicuramente:

• L’entail: riconosciuto dallo statuto di Westminster del 1285, era una donazione condizionata alla

durata della vita: quando il donatario moriva o si estingueva la sua linea dinastica, l’oggetto della

donazione tornava al donante o ai suoi eredi.

• La Jointure: era una sorta di comunione di beni tra marito e moglie ottenuta attraverso un

complesso meccanismo: il nobile cedeva una terra ad un terzo e costui, con atto successivo,

investiva della medesima terra il nobile e la moglie. L’istituto quindi garantiva la moglie in caso di

vedovanza. 38

• L’enfeoffment to use (use): consentiva al titolare di un fondo di cederne il possesso a persone di

fiducia (detti trustees); costoro non si appropriavano delle entrate, ma le consegnavano alla persona

indicata dal concedente (detto cestui-que-use). Questo consentiva al titolare di scorporare il fondo

dal proprio patrimonio, senza rinunciare alla rendita.

La politica dei signori diretta a resistere alle conseguenze negative della crisi si manifestò, poi, nella richiesta

al monarca di doni, pensioni, e nuove concessioni feudali; oltre che ai numero intenti di espansione dei

propri territori.

Vediamo infatti nei signori, una forte volontà di estendere la loro autorità al di fuori dei confini del proprio

patrimonio; legando a se nobiltà minori e oligarchie cittadine.

Per far questo, essi si avvalsero del contratto che dava vita d un fief-rent, cioè un accordo che attribuiva al

vassallo non già una terra, ma una somma di denaro come ricompensa per il servizio dovuto. Tale tipo di

feudalesimo è stato definito dalla storiografia con l’espressione: feudalesimo bastardo.

Il contratto che dava vita a tale rapporto tra signore e vassallo era indicato con il nome di indenture of

retainer, mentre i feudatari retribuiti con somme di denaro venivano chiamati: retainers. Il rapporto che

legava i vassalli al signore era poi il livery, mentre più retainers di uno stesso signore componevano un

affinity, e se a questa aderivano nobiltà minori residenti fuori dai confini territoriali, si aveva una gentry.

Naturalmente ai signori la fiducia di più persone era solo un fattore positivo, sia in ambito militare che

produttivo.

Il feudalesimo bastardo si sviluppo, dunque, in maniera incisiva proprio come strumento usato dai magnati

per difendere la propria potenza economica in una fase di grande crisi; e quindi per espandere la propria

autorità sui nobili minori e sugli altri possessori.

Secondo la più recente interpretaizoe tale complesso sistema organizzativo si dissolse alla fine del

Quattrocento perché vennero meno i presupposti di fondo del sistema stesso (e anche per l’avvento delle

monarchie). Infatti la fine della lunga crisi e il riequilibrio della forza lavorativa consentì ai nobili minori e ai

liberi proprietari di essere sufficientemente forti da poter fare a meno della protezione dei lords.

A cavallo tra il secolo XIV e il successivo ai vertici della nobiltà inglese risulta ormai affermato un

gruppo di circa 60-70 famiglie titolari di speciali privilegi giuridici che le differenziavano dagli altri nobili:

esse erano le uniche ad avere il diritto di ricevere dal sovrano la convocazione al Parlamento. Si trattava del

gruppo dei c.d. pari. Costoro godevano in via esclusiva di alcuni diritti, come quello di essere giudicati

soltanto da una corte composta di loro pari, quello di autorizzare lo svolgimento di mercati e fiere, quello di

recintare le terre del loro demesne e infine quello di esercitare con la propria corte la giurisdizione penale.

La nobiltà minore poi, la gentry, risulta a sua volta articola alla fine del XIV sec. county gentry (composta da

cavalieri e esquires ricchi; uffici come giudice di pace e sceriffo) e parish gentry (esquires meno importanti,

gentlement, giuristi e liberi possessori; uffici minori come coroner, giurato).

2. la giustizia regia e il Parlamento

All’evoluzione dell’ordinamento signorile in inghilterra partecipò naturalmente anche la monarchia.

Come signore di numerosi ed importanti manors, il sovrano si comportò in maniera del tutto analoga a quella

dei magistrati, introducendo nelle sue aziende fondiarie i cambiamenti imposti dalla congiuntura economica.

L’amministrazione patrimoniale spettava agli uffici domestici di cui facevano parte:

• Guardaroba: si occupava delle spese ordinarie del re e della sua famiglia.

• Grande guardaroba: competente per il vestiario del monarca.

• Guardaroba privato: deposito di armi.

• Camera: custodiva il denaro necessario al re per le spese personali.

• Custode del sigillo privato: stesura degli atti di concessione e di privilegio disposti dal sovrano.

Al parti dei grandi magnati poi, il monarca a seguito della diffusone delle clientele aristocratiche, promosse

la costituzione di una vasta ramificata affinity regia, disponendo retribuzioni in denaro in cambio di servizi

civili e militari.

Essa si inserisce in quell’indirizzo politico inteso a dar vita ad un partito di nobili legato alla corte e da

questa beneficato e privilegiato.

Grazie al sostegno regio tale partito cercava di imporsi sugli altri magnati nelle lotte apertesi all’interno della

grande aristocrazia per il controllo dei domini fondiari. Tale periodo, caratterizzato da un perdurare stato di

lotta civile fra fazioni nobiliari (quelle schierate con il re, e quelle opposte) iniziò dal regno di Edoardo III, e

finì con l’ascesa al trono di Enrico VII Tudor. 39

In questo periodo vediamo che nel 1399 gli oppositori di Riccardo II, successore di Edoardo III,

riuscirono a prevalere sul partito regio, abdicando il sovrano e sostituendolo con il loro leader Enrico di

Lancaster, capogruppo di un partito composto da quelli che prima si erano opposti al re.

Naturalmente contro il nuovo monarca ben presto cominciarono nuovi sconfitti che fortunatamente si

placarono durante il regno di Enrico IV e del figlio Enrico V.

Con il regno di Enrico VI poi, si fecero particolarmente pesanti al punto che, il duca Riccardo di York, e poi

suo figlio Edoardo IV, nel 1461, con la famosa guerra delle due rose (ognuno dei due partiti avevano la rosa

come simbolo, bianca o rosa) riuscì ad ottenere la corona inglese.

Infine nuove lotte si riaprirono durante questo regno fino alla pacificazione che si ottenne con la vittoria di

Enrico Tudor, marito della figlia di Edoardo IV e legato da vincoli di parentela con i Lancaster. Con l’ascesa

al trono di Enrico VII Tudor, si chiuse la lunga fase di lotta e si aprì una nuova epoca: l’anno è il 1485 e si

considera la data finale del medioevo inglese.

Da questo periodo, chi si opponeva al partito di corte poteva essere accusato di tradimento al sovrano

e, di conseguenza, essere colpito dall’attainder: la condanna più solenne della common law, che comportava

la perdita del patrimonio, dei privilegi signorili e feudali e l’esclusione della nobiltà.

Grande magnate, titolare di un vasto patrimonio, capo di una ramificata affinità, fonte di diritto e privilegio,

il monarca inglese continuò in questo periodo ad esercitare la giustizia unitaria con le sue corti centrali e

periferiche.

L’ordinamento delle corti regie prevedeva al gradino più basso i giudici di pace: questi si sostituirono ai

giudici itineranti ed avevano il compito di difendere la pace della contea contro chiunque la mettesse in

pericolo.

Il grado superiore delle corti regie era invece costituito dalle corti centrali dei Common Pleas e il

King’Bench.

Accanto a loro poi, si andò espandendo la competenza della corte del cancelliere che si confermò corte di

equità e si impose pure come giudice dei contratti.

Infine ritroviamo il Consiglio regio che continuò ad amministrare la giustizia nelle dispute dei grandi nobili.

Corte dei cancellieri e Consiglio regio, operavano fuori dalla common law.

Sotto il profilo formale, dunque, l’ordinamento della giustizia regia continuò a funzionare in maniera

corretta, sviluppando quei settori che meglio rispondevano alle prevalenti necessità del momento. Sul piano

sostanziale, però, la diffusione delle affinities signorili e regia nelle contee e l’influenza delle fazioni sui

giudici provinciali, finivano per rendere incerta e debole la difesa degli ordinamenti estranei al gioco delle

fazioni e dei diritti di chi non aveva aderito al partito localmente dominante.

Parlamento: la corte di giustizia con cui il sovrano si incontrò con tutte le principali componenti

della società e con le più importanti fazioni in cui questa era divisa fu, poi il Parlamento.

Esso riuniva sia la ristretta oligarchia dei pari nell’assemblea dei lords, sia gli aderenti alle loro affinities

nell’assemblea dei Comuni.

Tra gli ultimi decenni del Trecento e l’inizio della dinastia Tudor, il Parlmaneto inglese precisò le sue

funzioni, confermandosi suprema corte di giustizia competente ad autorizzare le riscossioni straordinarie

richieste dal monarca sia sottoforma di sussidio straordinario sia sottoforma di dazio.

Per quanto attiene alle competenze dei comuni all’interno dell’assemblea parlamentare, poi, vediamo che a

questi fu riconosciuto il monopolio in materia di petizioni: si stabilì, cioè, che solo loro potevano ricevere

dalle comunità del regno le lamentele per violazioni dei loro diritti e presentare le stesse, al fine di ottenere

una difesa dell’ordinamento consuetudinario per nuove esigenze sociali, al giudizio del sovrano.

Vediamo quindi che vi è un passaggio delle questioni prima al giudizio dei Comuni, e poi da questi al quello

della corte regia, costituita naturalmente dal sovrano, dal suo consiglio e dai pari (consiglieri naturali): questa

valutava la richiesta e, se la riteneva giusta, approvava un atto detto bill of Parliamente, che accoglieva la

petizione e ne rispettava il testo.

La funzione dei comuni dunque, si legava strettamente con la difesa dei diritti delle comunità del regno

contro le violazioni operate da autorità signorili o dai rappresentanti del sovrano. Di qui gli altri campi di

intervento dei Comuni di controllo sia sulle cessioni patrimoniali del sovrano che sulla gestione

dell’household (per evitare sprechi e che si avvalesse dei sussidi straordinari versati dalle comunità per la

difesa del regno).

Particolarmente significativa, infine, è la funzione che i Comuni seppero conquistarsi nel settore

della giustizia criminale esercitata dal Parlamento, nel caso di impeachment di un consigliere regio accusato

di violazione dei diritti delle comunità. 40

Qui i comuni, quale portavoce delle lamentele e delle petizioni delle comunità, presentavano l’accusa

all’altra assemblea, composta, in questa occasione, solo dal re e dai pari.

L’assemblea parlamentare, allora, si confermò come superiore corte di giustizia, nella quale gli esponenti

degli ordinamenti particolari partecipavano direttamente alla difesa dei loro diritti e all’evoluzione del

sistema complessivo del regno.

Il parlamento si confermò, comunque, strumento insostituibile per la tutela dei diritti particolari del regno, a

conferma dell’inscindibile connessione di questi con l’unità del sistema.

Il regno di Sicilia “ultra”

Anche nei due regni italiani, come in Inghilterra, alla fine del Trecento, il sovrano accentuò la sua funzione

di fonte dei diritti esercitati dai grandi nobili, i quali si dichiaravano suoi vassalli e chiedevano, in aggiunta

alle terre, la titolarità di giurisdizioni e potestà che in teoria rientravano nella sola prerogativa monarchica e

che a loro erano necessarie per superare la crisi economica del periodo.

Anche nell’isola siciliana, quella che continuava il Regno ultra, la peste nera e le epidemie portarono un

forte calo della popolazione, che ebbe la conseguenza di migliorare le condizioni di lavoro della manodopera

rurale.

Anche qui, la grande aristocrazia per difendere la propria rendita cercò di riorganizzare l’azienda curtense

(estese aree destinate al pascolo, aumento cultura del grano, giurisdizioni ampie ed esclusive). Questo portò a

grandi sviluppi, o crolli, di importanti dinastie.

A differenza dell’Inghilterra però, tale trasformazione si dipanò nel quadro di un orientamento caratterizzato

da una decisa prevalenza della maggior signoria territoriale sull’autorità unitaria del sovrano.

Per quanto riguarda il diritto signorile vennero modificate alcune regole della tradizione francese: si

ammise, ad es. la successione femminile e la libera alienazione dei benefici feudali.

Per quanto attiene poi all’articolazione interna alla nobiltà, essa risulta caratterizzarsi per la presenza di una

ristretta elite al suo vertice, di cui fanno parte, sotto il regno di Federico IV (1355-1377), le quattro dinastie

comitali che si erano imposte già nella prima metà del secolo, e cioè Gli Alagona, i Chiaromonte, i

Ventimiglia e i Peraltra.

Queste consolidarono il loro potere, ampliando i loro domini e le loro giurisdizioni a danno delle terre

demaniali. Il sovrano altro non fece che prendere atto della situazione e riconoscere ai conti il c.d. merum et

mixtum imperium cum omnimoda iurisdictione che li legittimava autorità unitaria sostanzialmente esclusiva

nei loro domini.

Alla morte di Federico IV, la Sicilia fu divisa in 4 vicariati e ciascuno di questo fu attribuito ad una famiglia

comitale (della contea). In questa situazione vediamo che la giustizia regia finiva per avere una funzione

marginale solo sui pochi territori demaniali ancora in mano al monarca.

Tale situazione durò fino all’ultimo decennio del Trecento, quando tra il 1388 e il 1391 tre dei

quattro vicari morirono provocando una rottura dei loro domini.

Nello stesso anno altresì, la corona siciliana venne assunta da Martino I detto il Giovane, figlio di Martino il

Vecchio (fratello erede del re aragonese Giovanni I): che promossero una politica di recupero del patrimonio

demaniale e di restaurazione delle prerogative monarchiche approfittandosi della crisi delle famiglie comitali

e sostenendo l’ascesa di nuove dinastie nobili giunti dalla penisola iberica.

Il sovrano siciliano allora, cominciò ad assumere il ruolo di fonte di diritto e di privilegio, oltre che di

benefici fondiari, tanto che venne decisa la restituzione al sovrano di terre demaniali illegalmente possedute

dai signori, e la ricostruzione di una sfera di giustizia criminale riservata al re.

Il sovrano altresì, riformò l’antica assemblea parlamentare di Siracusa; che dal 1398 si compose di nobiltà,

clero e città demaniali. Le petizioni presentante a questa e trasformate in norme erano ora valide erga omnes.

Il parlamento inoltre confermò la regola secondo la quale la colletta generale poteva essere approvata solo

nei casi di invasione del Regno; riscatto del re; militia del sovrano o matrimonio della prima figlia.

La politica inaugurata dai Martini proseguì fino alla morte, nel 1410 di Martino il Vecchio, quando

la corona siciliana fu unita a quella aragonese e questa, con il trattato di Caspe del giugno 1412, passò a

Ferdinando de Antequera, figlio del re di Castiglia.

Importante è da ricordare che Ferdinando I, insieme ai suoi vicerè, istituì la magistratura del Conservatore

maggiore del patrimonio regio, che aveva il compito di censire i beni demaniali, curare la conservazione e

recuperare quelli indebitamente occupati (solitamente il conservatore era di origine catalana e veniva aiutato

dai procuratori e commissari). 41

Giovanni II poi (altro re dopo Federico I e Alfonso V), procedette nel riordinare l’amministrazione

finanziaria attraverso l’istituzione di un Riformatore generale e commissario del patrimonio regio che aveva

l’incarico di introdurre le modifiche negli uffici finanziari, centrali e periferici, nonché nella contabilità.

La difesa del demanio riguardò anche le maggiori città dell’isola, e sulla situazione dell’ordinamento

municipale di questo periodo sono state poste due interpretazioni: secondo la prima, le libertà comunali

crebbero molto tanto che le magistrature elette dalla comunità avrebbero goduto delle competenze maggiori;

secondo la seconda invece, sarebbe cresciuta la dipendenza delle città dal sovrano, tanto che le consuetudini

municipali sarebbero state riconosciute valide solo se da questo approvate.

Il pericolo che comunque il comune tentava di evitare era costituito, soprattutto, dalla modifica degli usi

tradizionali provocata dall’ingerenza dei nobili nella vita interna della città. Per combatter questo le comunità

urbane misero per iscritto le regole della loro consuetudine per le quali vollero la conferma regia.

Se la politica di recupero e difesa dei beni demaniali ebbe esito incerto, fu certamente coronata da maggior

successo l’azione diretta ad affermare il sovrano come fonte di privilegio e giurisdizione signorile e ad

eliminare le usurpazioni baronali. Alfonso V infatti, ordinò a tutti i vassalli dell’isola di sottoporre al

controllo regio la legittimità dei loro possedimenti, e tra il 1453 e il 54 bene 270 baroni chiesero al vicerè una

nuova investitura (attribuzione).

Altresì Alfonso, al fine di promuovere gli studi, fondò nel 1434 a Catania lo Studium Siciliane Generale e

sostenne le aspirazioni nobiliari di molti giuristi concedendo loro in feudo parti del demanio e facilitandone

la successione a famiglie nobili.

Vediamo ora le differenze con gli inglesi: in Inghilterra la potestà unitaria del monarca e la sua

giustizia svolgevano un ruolo significativo e costante per tutti gli ordinamenti particolari. In Sicilia invece,

l’autorità unitaria del re e la sua giustizia avevano scarso significato di fronte ad una potente elite

aristocratica che nei suoi domini fungeva da unica potestà centrale. La funzione del re, come fonte di diritto e

privilegio, finì, allora, per marcare l’autorità monarchica nel periodo in esame, dividendone l’aspetto più

caratteristico e significativo.

Il Regno di Sicilia “citra”

Anche le regioni meridionali della penisola italiana, cioè quelle che costituivano il regno di Sicilia citra

Farum, conobbero la crisi sociale ed economica del periodo in esame. Anche qui la peste nera provocò una

grave diminuzione della popolazione, e quindi una diminuzione del prezzo della terra, con un miglioramento

delle condizioni di lavoro grazie al calo dei censi e degli affitti.

Tale evoluzione coincise con un lungo periodo di crisi dinastica che si aprì alla morte del 1343 di Roberto

d’Angiò e si concluse un secolo più tardi con la conquista del trono napoletano da parte di Alfonso V

d’Aragona.

In queste terre, vediamo che i gruppi di signorie potenti non escludevano dai loro domini l’intervento del

monarca; ma con il trascorrere del tempo, cercarono di appropriarsi sempre più violentemente delle

giurisdizioni riservate al re.

Tale situazione si modificò a partire dal regno di Giovanna I: che per garantirsi la titolarità della corona

cominciò a cedere frequentemente terre e giurisdizioni ai nobili in cambio del loro appoggio. Ma

l’evoluzione complessiva dei nobili spingeva in senso opposto, tanto che Giovanna I continuò sempre più

maggiormente ad accettare le usurpazioni dei baroni o addirittura procedette ad esplicite concessioni terriere.

L’espansione nobiliare non lasciò immuni nemmeno le città demaniali. Qui gli Angioini avva introdotto un

governo diarchico composto dal rappresentante del sovrano e dagli esponenti della comunità municipale. Qui

la dialettica istituzionale si sviluppo tra il tradizionale ceto municipale da un canto e l’aristocrazia cittadina

dall’altro.

Più numerosi appaiono, comunque, i casi in cui la nobiltà del distretto affermarono il loro controllo del

governo cittadino. Un esempio dell’emersione di una ristretta elite aristocratica municipale è quello di

Napoli: questa infatti era divisa per tradizione in 5 rioni (platea, piazza o sedile): alcuni occupati da nobili,

altre dal ceto municipale. Qui nel corso del Trecento, solo alcune famiglie riuscirono, meglio delle altre, a

superare la crisi produttiva dei loro domini fondiari, tanto da assumere un ruolo di supremazia all’interno di

3 rioni su 5

Tra la seconda metà del trecento e la prima del sec. successivo, allora, si vennero a costituire alcune

grandi signorie aristocratiche i cui titolari esercitavano il merum et mixtum imperium cum omnimoda

iursdictione. 42

All’interno dei loro domini i grandi baroni rappresentavano di fatto la potestà unitaria dei numerosi

ordinamenti particolari. Tuttavia, la potestà del sovrano non era del tutto inutile per questi, in quanto in

cambio di terre e potestà, i baroni concedevano aiuti alla dinastia e alle lotte contro i comuni nemici.

Anche in Italia meridionale, quindi, la monarchia si presentava come fonte di diritto e privilegio.

La conquista aragonese modificò in parte questa situazione. Alfonso V si propose infatti il recupero delle

terre demaniali, la riduzione delle potestà baronali e l’affermazione di famiglie nobili meno prepotenti e più

fedeli.

Sotto il primo aspetto si deve ricordare la riorganizzazione degli uffici regi da lui introdotta a Napoli al fine

di esercitare le competenze monarchiche nel regno meridionale e di amministrare l’intero complesso dei

domini della Corona d’Aragona.

Le riforme consistettero nell’istituzione dell’ufficio del Conservatore del real patrimonio nel 1445, con

funzioni analoghe all’omonima carica siciliana, e nell’organizzazione di magistrature competenti per l’intero

impero aragonese e di altre relative al solo regno napoletano. Delle prime fanno parte l’ufficio della:

• Cancelleria: guidata dal cancelliere e il protonotaro.

• Sacro regio consiglio: corte superiore di giustizia di primo e secondo grado.

• Tesoreria: competente per le entrate regie di tutti i domini aragonesi.

• Conservatore del real patrimonio:

Per quanto concerne poi le magistrature competenti per il solo regno meridionale ricordiamo che supremo

organo finanziario divenne la Corte della sommaria che fu articolata in due settori, quello del controllo dei

rendiconti presentanti dagli agenti provinciali e quello dell’esame delle vertenze insorte in merito al

comportamento dei funzionari finanziari regi. Inoltre Alfonso ristrutturo l’altra corte di giustizia centrale

(insieme al sacro regio consiglio), cioè la Corte della Vicaria, competente per il solo regno napoletano.

Il riordinamento degli uffici regi si accompagnò ad un limitato recupero delle terre demaniali che

portò il parlamento del 1443, svoltosi a Napoli nel monastero di S. Lorenzo (infatti Parlamento di S.

Lorenzo) alla riconoscimento formale ai grandi baroni delle loro terre, in cambio della dichiarazione con cui

essi si proclamavano feudatari diretti del sovrano.

Grazie a questa delibera il sovrano recuperava la sua autorità feudale e allo stesso tempo si confermava unica

fonte di giurisdizione e di regalia (queste concessioni vennero tutte registrate nei quinternioni della regia

camera).

L’affermazione della superiore feudale del re, comportava automaticamente l’altra della sua autorità di

giudice delle vertenze di diritto feudale dei signori.

Inoltre il sovrano, e poi anche suo figlio Ferrante (1458-1494) favorì la maggiore nobiltà cittadina di Napoli,

stimolandone l’inserimento ai vertici dell’aristocrazia dell’intero regno.

Importante è poi ricordare che nel Parlmanento di S. Lorenzo venne altresì deliberata l’abolizione della

colletta e dell’adoha e la loro sostituzione con il tributo detto focatico, che colpiva ogni comunità del Regno

in ragione del numero dei fuochi, cioè dei nuclei familiari esistenti. Inoltre, sempre in ambito tributario, si

stabilì anche l’obbligo di acquistare almeno un tomolo di sale l’anno (che era del re); e si aumentarono i

prezzi delle dogane per i greggi.

Si può allora dire che la monarchia aragonese, pur rimando esclusa dalle terre che costituivano i domini dei

grandi baroni, conservò una funzione unitaria di qualche significato. Lo attesta anche la ricca produzione

legislativa aragonese: gli atti legislativi presero il nome di Pragmaticae, questi ribadirono soprattutto

l’autorità di intervento del sovrano nel diritto vigente per integrare le norme e adeguarle alle nuove esigenze

della società.

Infine si riformò anche l’assemblea generale introdotta da Alfoso, in militare (o nobiliare), ecclesiastico e

demaniale. Questa ebbe la funzione di tutelare i diritti vigenti del Regno.

I regni iberici

Anche la penisola iberica conobbe le gravi conseguenze della peste nera.

In Spagna però, la riduzione della manodopera contadina non portò ad un miglioramento delle condizioni del

lavoro rurale: i contadini infatti conobbero una progressiva compressione dei loro diritti e delle loro libertà

tradizionali. Si diffusero, infatti, oneri particolarmente gravosi (malos usos); prevalsero i contratti di affitto a

breve termine, e soprattutto si consolidò il regime della servitù della gleba.

Il fenomeno è stato studiato soprattutto in riferimento alla regione catalana dove i contadini legati alla terra

erano indicati con il termine di remensas, derivato da quello latino di redemptio, che indicava il pagamento

necessario per la manomissione. 43

Contro detta disciplina i contadini meno abbienti si sollevarono più volte nella seconda metà del Trecento.

Alla fine del quattrocento la corona aragonese (che era più volte intervenuta per frenare l’eccessiva autorità

signorile sui contadini), impose la propria soluzione del problema: con la sentenza arbitrale di Guadalupe

del 1486 infatti, Ferdinando il Cattolico ammise la possibilità dei contadini servi di riscattarsi versando una

somma non eccessivamente elevata.

tale sentenza consentiva di conseguire facilmente la libertà solo ai remensas più abbienti; la servitù della

gleba, di conseguenza, continuò a costituire il regime giuridico di una gran parte dei contadini catalani.

Il controllo della manodopera contadina, comunque, non fu sufficiente a garantire da solo la

conservazione dei precedenti livelli di rendita signorile, anche i regni iberici conobbero perciò il fenomeno

della progressiva espansione patrimoniale della grande aristocrazia a danno di domini rimasti vacanti. Anche

nella penisola iberica tale indirizzo portò alla formazione, in ogni regno, di una ristretta elite aristocratica

(pure questa fu fonte di benefici e privilegi).

L’evoluzione dell’ordinamento del regno di Castiglia (15 casate) avvenne in due fasi: prima I signori

fondiari cominciarono ad appropriarsi dei domini più estesi, occupando terre regie, signorie minori e beni

vacanti: si formò cosi un’aristocrazia prevalente sugli ordinamenti di tradizione popolare. In un secondo

momento poi, la prevalenza della maggior nobiltà risulta chiaramente definita, con la conseguente

attenuazione degli altri ordinamenti particolari e del ruolo unitario della monarchia.

I contrasti tra nobili e sovrano ebbero inizio dopo la metà del XIV sec. sotto il regno di Pietro il

Crudele (1350-1369): la vittoria del partito aristocratico fu ottenuta con Enrico II, della famiglia Trastàmara.

Con lui la monarchia avrebbe inaugurato il nuovo corso diretto a favorire la grande nobiltà come ceto

privilegiato: espressione principale di detta politica sarebbero state le c.d. mercedes enriquenas, le

concessioni di zone del realegno disposte dal nuovo sovrano in favore dei suoi fedeli e disciplinate con il

regime di maggiorascato (cioè le terre ritornavano al re in mancanza di eredi maschi); con queste il re

otteneva il controllo di regioni particolarmente importanti.

Nella seconda metà del Trecento comunque, la potestà del sovrano castigliano non si era limitata a

concedere benefici e giurisdizioni: quale principale signore fondiario, il re divise il regno in 3 grandi

circoscrizioni: Castiglia, Leon e Galizia, ed affidò ciascuna di loro ad un adelantado mayor.

Fu poi definito l’ampio complesso di diritti demaniali che il sovrano riscuoteva dalle comunità come il

monopolio della monetazione, del sale e l’alcabala: cioè il tributo sulle compravendite.

I sovrani inoltre, vantavano di numero diritti sul clero come corrispettivo della tutela che garantivano

all’ordinamento ecclesiastico: in caso di bisogno potevano esigere i 2/3 delle decime ecclesiastiche,

chiedevano tributi ai monasteri per la tutela esercitata a loro vantaggio e si impossessavano ei beni personali

dei vescovi alla loro morte.

Infine, in casi di necessità comuni particolarmente gravi, i sovrani si rivolgevano alle Cortes per ottenerne il

consenso per contribuzioni straordinarie, dette servicios o pedidos, che gravavano sui soli pecheros, i liberi

non compresi nella nobiltà.

L’interesse del sovrano per la gestione dei beni e dei diritti demaniali poi, si manifestò anche nei confronti

delle città del realengo, qui le Cortes, avevano approvato il diritto regio di nominare i regidores, cioè i

componenti dei consigli municipali scelti dai cittadini stessi.

Grazie al buon funzionamento delle entrate demaniali e patrimoniali, la monarchia conservò nella

seconda metà del trecento un significativo ruolo di giustizia.

Inoltre nel 1371 Giovanni I (erede di Enrico II) riformò il tribunale della cancelleria, detto Audiencia,

composta da soli esperti del diritto; e l’autorità di ort esuprela le cui sentenze erano inappellabili.

Inoltre lo stesso sovrano favorì le Cortes nell’acquisizione di un ruolo importante nella difesa degli

ordinamenti particolari: a tale assemblea infatti potevano inviare le lamentele i cittadini al fine di esaminarle

per presentare proposte di soluzione al Consiglio regio di Castiglia: cioè una ristretta corte presieduta dal re

e composta sia da persone scelte dal sovrano che da 4 rappresentanti dell’assemblea, competente per

l’esercizio della tutela regia degli ordinamenti particolari.

La funzione unitaria della monarchia si attenuò, invece, nel secolo XI in rapporto alla riduzione del

realengo e alla progressiva espansione degli ordinamenti della grande aristocrazia. Una ristretta elite

nobiliare infatti, riuscì ad allargare i propri possedimenti a danno di domini minori e del realengo stesso.

Già nei primi decenni del XV sec. quindi, la nobiltà casigliana risulta articolata in una scala gerarchica

composta da hidalgos, caballeros e infine i ricos hombres.

Quest’ultimi furono gli unici in grado di affrontare la crisi produttiva ancora in atto e quindi quelli che

prevalsero sugli altri, espandendo i propri domini, impossessandosi di alcuni diritti demaniali e conquistando

il pieno controllo delle Cortes. 44

Importante è ricordare però, che gli equilibri interni all’aristocrazia non erano stabili: tra i nobili maggiori

infatti, vi erano continui contrasti per la conquista delle posizioni migliori.

In questa situazione, il ruolo unitario della monarchia tendeva a farsi marginale; questa infatti subiva

l’influenza della nobiltà prevalente sia nel Consiglio regio che nell’Audiencia.

La funzione prevalente della monarchia allora, divenne quella di fonte di benefici e giurisdizioni, mentre si

attenuava l’altra originaria, di garante degli ordinamenti particolari del regno. Intervenendo infatti nei

conflitti interni all’alta aristocrazia, il sovrano castigliano favoriva con la concessione di terre e privilegi uno

dei gruppi in lotta, in cambio di fedeltà e sostegno.

Il coinvolgimento della monarchia nelle lotte nobiliare raggiunse l’apice nel regno di Enrico IV

(1454-1474), quando il re fu sconfitto dal partito avverso a quello di corte. Suo successore fu poi Isabella,

sorellastra di Enrico IV, che nel 1480, con la Cortes di Toledo, decretò la pacificazione definitiva tra i partiti

ancora in lotta.

Molte analogie con quella casigliana presenta poi, l’evoluzione dell’altro grande regno iberico,

quello della Corona d’Aragona.

Anche qui si affermò una ristretta oligarchia nobiliare che comportò una limitazione delle potestà del

monarca vista soprattutto come fonte di benefici e privilegi. Troviamo comunque qui nuovi assetti

organizzativi.

Innanzitutto vediamo che le poche famiglie aristocratiche del tempo, riuscirono a prendere il potere

attraverso una forte diminuzione delle libertà contadine, l’usurpazione di terre altrui e l’assunzione di una

nuova autorità di governo.

Il primo aspetto è confermato sicuramente dalla diffusione del c.d. ius maltractandi: il diritto riconosciuto ai

grandi nobili di imporre a proprio piacimento aggravi dei servizi tradizionali e nuovi oneri non previsti dalle

consuetudini.

Per quanto attiene all’usurpazione invece, vediamo che questi si impadronirono di terre non solo vacanti, ma

anche altrui, imponendo la propria forza e autorità sui più deboli.

Per quanto riguarda l’organizzazione degli uffici regi, questa conobbe poche novità: l’ordinamento

domestico infatti conservò la stessa truttura conferitagli da Pietro IV nel 1344 e continuò ad operare la corte

superiore del Justitia (Audiencia). L’unica novità fu la riorganizzazione del consiglio regio, ceh affiancava il

sovrano nell’esercizio ordinario delle sue funzione e che risulta ora presieduta dal re, 3 maggiordomi

(Aragona, Catalogna e Valencia), camerario, mestre racionale, vicecancelliere, tesoriere e auditori.

Anche se sostanzialmente non cambiavano gli uffici regi, l’espansione dei domini aristocratici e la

contrazione delle entrate regie, diminuivano sicuramente il significato dell’autorità unitaria della monarchia.

Basta infatti vedere la crescita del lavoro subita dalla corte del Justicia nella seconda metà del Trecento, dato

che a lei si rivolgevano le comunità desiderose di difendere le antiche tradizioni giuridiche.

Il suo contributo all’evoluzione del diritto delle regioni aragonesi, dunque, fu prezioso: non a caso le sue

decisioni costituiscono il materiale prevalente delle raccolte di Observancias, raccolte che presentavano le

principali opinioni in merito alle questioni giuridiche aperte dalla sensibile evoluzione degli ordinamenti.

Proprio per questo, nel 1390 le Cortes aragonesi (su richiesta dei nobili che le costituivano), decisero di

istituire una commissione di 4 inquisidores con il compito di controllare l’attività della corte. Con questa

l’alta nobiltà poteva facilmente influenzare le decisioni dell’Audiencia a proprio vantaggio.

L’autorità monarchica dunque, aveva perduto nella seconda metà del Trecento parte della sua tradizionale

funzione unitaria (tale situazione anche nel secolo successivo).

La monarchia continuò ad esercitare la sua superiorità unitaria soltanto nella corte centrale dell’Audiencia;

ma soprattutto continuò ad essere guardata come fonte di benefici e giurisdizioni dai grandi nobili che ne

cercavano il favore.

Ordinamenti particolari e autorità unitaria nei principati territoriali

Abbiamo visto che in Inghilterra, Italia e Spagna la potestà monarchica continuò a svolgere un ruolo unitario

anche nel periodo finale del Medioevo ed assunse l’ulteriore funzione di fonte di benefici e giurisdizione.

In Francia e Germania, invece, continuarono ad esistere ordinamenti territoriali nei quali la vera autorità

unitaria era costituita dal principe locale.

In Francia il ducato di Bretagna, quello di Borgogna, la contea di Bearn, quella di Provenza e i

domini dei duchi di Borbone, pur conservando vivi i rapporti con l’autorità del re francese, conobbero

un’evoluzione del tutto indipendente da interventi significativi di questa. 45

D’altra parte, lo stesso territorio che formava la signoria territoriale del sovrano conobbe nella prima metà

del secolo una frattura: alla morte di Carlo VI, infatti, nel 1422, la corona francese fu assunta dall’infante

Enrico VI d’Inghilterra, dal territorio della corona però, venne sottratto un dominio, per il figlio di Carlo VI,

Carlo VII, che costituiva il regno di Bourges.

Solo sulla metà del secolo l’unità territoriale della corona fu restaurata.

Gli storici Francesi hanno ritenuto che in Francia, a differenza del resto Europa, la peste nera e le gravi crisi

economiche, provocarono no una lunga crisi sociale e produttiva, ma una susseguirsi di fasi di ripresa e

depressione, che non favorirono l’ascesa delle famiglie più nobili all’interno dell’aristocrazia.

Così ad es. per quanto riguarda il dominio del re di Francia, vediamo che sussiste una prima fase di difficoltà

tra il 1348 e il 1370, e un'altra tra il 1410 e il 1441.

Per quanto riguarda le unità principesche francesi l’evoluzione degli ordinamenti nel periodo finale

al Medioevo sembra caratterizzarsi per un consolidamento delle potestà signorili della nobiltà maggiore,

titolare di vasti domini, e per il miglioramento della gestione delle terre e dei diritti demaniali dell’autorità

unitaria del principe.

Così in Bretagna si assiste ad un’espansione della potestà giurisdizionale di tutti i grandi signori nei

loro domini fondiari, con la riduzione delle forme tradizionali della giustizia popolare che difendevano le

libertà consuetudinarie dei roturiers.

Tale complesso di autorità consentì all’aristocrazia del ducato di mantenere elevata la rendita fondiaria,

superando i momenti di crisi economica.

Dal canto suo il duca migliorò la gestione delle sue aziende curtensi e l’esercizio dei diritti demaniali; tra

questi, l’amministrazione delle entrate finanziare era affidata al tesoriere e al ricevitore generale di

Bretagna. Localmente queste erano riscosse da senescalchi o appaltatori.

Per quanto attiene alla potestà di giustizia, il duca l’amministrava insieme al Parlamento, detto anche Stati

generali, che fungeva non solo come corte di tutela del ducato, ma anche come corte suprema con autorità

corrispondente a quella riconosciuta, nel demanio del re di Francia, al parlamento di Parigi.

Gli stati generali erano composti da nobiltà, clero e comunità degli uomini liberi e avevano la funzione di

tutelare gli ordinamenti particolari che rappresentavano e venivano, quindi, convocati soprattutto in

occasione delle richieste ducali di sussidi straordinari (erano in Borgonga, Findra e Brabante).

Il miglioramento della gestione finanziaria e di giustizia consentì al duca di affermarsi come potestà unitaria

esclusiva, accentuando maggiormente il distacco con il sovrano francese (questo anche durante la guerra dei

100 anni).

Tuttavia, il duca non negò mai la prestazione dell’omaggio feudale al re (solo omaggio semplice, no di

fedeltà) e, sin dai primi anni del Quattrocento, proclamò di derivare direttamente da Dio, dal quale riceveva

il compito di difendere il popolo e di tutelarne i diritti “Dei gratia dux”.

Un analoga evoluzione si rinviene anche nel ducato di Borgogna che nel periodo in esame conobbe

una significativa espansione territoriale.

Qui vediamo che la grande nobiltà accrebbe la propria autorità signorile, soprattutto in ambito

giurisdizionale, a danno delle libertà popolari; questi risultano infatti titolari della bassa, media ed alta

giustizia e ultimo appello nei loro domini.

Il duca borgognone, dal canto suo, migliorò l’amministrazione delle sue terre e l’esercizio dei diritti

demaniali: in cascina unità territoriale infatti, si fece rappresentare da un governatore locale, coadiuvato dal

consiglio ducale, con la sola eccezione del ducato di Borgona e della contea di Fiandra dove operò

direttamente; all’interno di ciascun dominio si avvalse poi di agenti provinciali, riorganizzò l’ufficio del

cancelliere e istituì nuovi uffici di controllo contabile.

Alla fine del XI sec. infine, riuscì ad affermare la propria posizione centrale nell’amministrazione della

giustizia. Nel 1473, infatti, con l’ordinanza di Thionville il duca Carlo il Temerario sostituì le supreme corti

fino ad allora esistenti, con il Parlamento di Borgogna, corte superiore e ultimo grado di giustizia per l’intero

dominio borgognone.

Solo la sconfitta e la morte di Carlo il Temerario nel 1477, e il conseguente passaggio del dominio ducale al

demanio regio, posero fine a questa sostanziale indipendenza borgognona.

Lo stesso duplice indirizzo di evoluzione che ha caratterizzato il duca di bretone e quello

borgognone, cioè consolidamento della grande aristocrazia, e miglioramento della gestione demaniale del

principe con un nuovo significato del suo ruolo unitario; si inoltre anche in altre unità principesche, come i

territori dei duchi di Borbone, della contea di Bearn, di quella di Provenza, nonché del dominio del sovrano

inglese del ducato di Aquitania. 46

Lo stesso duplice indirizzo di evoluzione altresì, si può cogliere anche nell’area che formava il

dominio territoriale del re di Francia, ed avvenne in tre periodi:

1. Sconfitta di Azincourt e trattato di Troyes:

2. Ultima fase del conflitto tra monarca inglese e francese:

3. Restaurazione dell’autorità unitaria del re di Francia e sua evoluzione

1. Nel corso della seconda metà del XIV sec. anche i sovrani francesi dedicarono attenzione

all’esercizio delle potestà loro riconosciute, in particolare alla gestione del demanio e allo svolgimento dei

diritti che comportavano riscossione di entrate.

Il demanio regio era diviso in circoscrizioni territoriali di vario livello. L’unità di base era la castellania: il

castellano era l’ufficiale del re che esercitava la funzione di signore territoriale su un determinato territorio

che riguardava non solo le terre dominate dal re, ma anche quelle che erano in mano a signori fondiari

diversi da costui. Naturalmente dai due tipi di terra pervenivano al monarca rendite ed altre entrate: una parte

limita di queste veniva percepita dal castellano, mentre l’altra era appaltata ad un agente che aveva il titolo di

prevosto: da qui prevostura, per indicare il complesso di entrate demaniali e giudiziarie che il prevosto

percepiva.

Le castellanie erano a loro volta riunite in un distretto più grande, la cui guida era affidata al baglivo o il

senescalco.

Gli ufficiali provinciali del sovrano erano revocabili ad natur e responsabili per il loro operato: contro i loro

abusi era possibile ricorrere al Parlamento di Parigi.

Al centro poi il sovrano si avvaleva della collaborazione di magistrati, come il cancelliere e il tesoriere,

nonché del suo Consiglio.

Al parlamento invece spettava l’amministrazione della giustizia; questo si avvaleva di uno stabile corpo di

giudici e consiglieri, tratti dalle famiglie più aristocratiche.

Particolare attenzione venne rivolta dal sovrano francese all’amministrazione delle sue finanze. Sotto Carlo

VI (1380-1422) fu riordinata la gestione delle acque e delle foreste, con la subordinazione degli agenti locali

ad un autorità centrale, il sovrano maestro delle acque e delle foreste. Inoltre, fu rinnovata la Camere elle

monete (fondata nel 1348) e quella dei Conti, con l’aggiunta della Corte del tesoro.

Caratteristica del periodo in esame è, poi, l’importanza che acquistò l’imposizione straordinaria per

le entrate del sovrano. La necessità di consistenti entrate infatti, sollecitò i sovrani francesi ad affiancare la

ricerca di nuove fonti di guadagno al riordinamento della gestione finanziaria.

Sappiamo che il sussidio straordinario richiesto dal sovrano doveva ottenere il consenso delle assemblee

degli stati, e che queste erano due, quella di Linguadoca (ordinamenti della regione meridionale) e l’altra

della Langue d’Oil (settentrionali). Questo consenso fu richiesto fino al 1358, dopo tale data i sovrani fecero

di testa loro.

Per quanto concerne poi la riscossione, questa era assegnata agli elus, che gradualmente si trasformarono da

agenti delle assemblee in funzionari provinciali del re.

Le riforme introdotte nella gestione demaniale regia ebbero l’effetto di crescere le entrate, non l’altro di

mettere in pareggio il bilancio del sovrano, dato che le spese da questo sostenute crebbero in misura

maggiore. Tali spese consistevano soprattutto nelle elargizioni disposte dal sovrano a favore dei grandi

nobili, del cui sostegno e della cui fedeltà aveva assoluto bisogno nella lotta contro gli Inglesi. Alle offerte di

denaro devono essere poi aggiunte le donazioni di terre.

Alla luce di quanto detto possiamo ora notare le differenze del monarca francese rispetto all’inglese:

in primo luogo l’autorità unitaria del re inglese riguardava tutte le regioni del regno, mentre quella francese

solo la sua signoria demaniale; in secondo luogo in I. il monarca non si limitava ad offrire l’ultimo appello

per la tutela del diritto, ma agiva correntemente nel campo della giustizia attraverso le corti della common

law; infine, mentre il sovrano inglese garantiva l’ultima istanza di giustizia sia nelle sue corti centrali che nel

parlamento, il re francese utilizzava esclusivamente la corte parigina e di conseguenza esercitava da solo

(insieme ai suoi giudici) la potestà unitaria che gli era riconosciuta.

2. L’unità della signoria demaniale regia venne spezzata in seguito alla vittoria inglese di Azincourt. Il

trattato di Troyes stabilì che la corona francese passasse al sovrano inglese Enrico VI alla morte di Carlo

VI di Francia (1422).

Qui, l’amministrazione inglese introdusse alcune modifiche solo in merito all’ordinamento della Normandia,

dove accentuò l’individualità del ducato rispetto all’unità del regno, favorì il rafforzamento delle

giurisdizioni signorili e definì meglio i vincoli vassallatici dei nobili con il sovrano. 47

La ripresa delle ostilità tra Inglesi e Francesi fece si che nel 1435 l’Ile de France era di nuovo in

mano a Carlo VII e l’anno successivo la stessa Parigi tornava alla corona Francese. I successi di Carlo VII

non si limitarono al recupero delle regioni che prima dell’invasione inglese avevano formato il demanio

regio: infatti nel 1453 venne conquistata la Guienna e tutto il territorio guascone-acquitano: il demanio regio

aveva acquisito dimensioni mai conosciute.

3. Nelle regioni riconquistate quindi, tornò a funzionare l’amministrazine provinciale regia con le stesse

competenze che aveva prima dell’invasione inglese. Carlo VII restituì ai suoi fedeli i domini fondiari che

erano stati loro espropriati dagli Inglesi e dopo aver riconquistato Parigi vi fece tornare il Parlamento.

Alle tradizionali magistrature monarchiche poi, si aggiunsero nuovi rappresentanti del sovrano detti

luogotenenti generali (funzioni militari) e i governatori (amministrative).

Alla fine del XV sec. allora, la Francia si sarebbe trovata divisa in tre categorie di territori: quella elle regioni

che formavano ancora ordinamenti principeschi (ducato di Bretagna), quella formata dai distretti assegnati a

governatori e luogotenenti regi (Borgogna, Champagne, Provenza); e infine, la zona che faceva direttamente

capo al sovrano.

L’unità dell’ordinamento francese sembra quindi articolarsi in una rinnovata accentuazioni delle componenti

regionali per la formazione di realtà particolari distinte le une dalle altre. Il demanio regio venne diviso in

tante individualità territoriali che ripetevano precedenti ordinamenti principeschi: in ciascuna di esse il

sovrano fungeva da signore territoriale, in quanto titolare per lunga consuetudine di tale autorità.

Dato che non poteva in ciascuno di dette unità, egli era rappresentanto da un governatore, al quale affidava

l’esercizio dei propri poteri di signore territoriale. Tale soluzione sembra seguire il modello attuato dagli

inglesi nei loro domini continentali; un modello che Carlo VII e Luigi XI sembrano aver preferito all’altro

del superamento delle individualità territoriali.

La scelta ora indicata risulta ulteriormente confermata da altri elementi come l’istituzione di nuovi

parlamenti, come quello di Tolosa, Bordeaux, del Delfinato, quello di Normandia (che elevava a corte

suprema l’antico scacchiere), con il quale il sovrano confermava di voler privilegiare il proprio ruolo di

signore territoriale delle singole regioni.

Si può dire quindi che il sovrano continuò a rispettare gli ordinamenti particolari, e in particolare

quelli delle signorie territoriali ecclesiastiche, dove risulta un miglioramento dell’organizzazione interna. Qui

si ridefinì anche la disciplina del clero e quella della sua giurisdizione all’interno del sistema unitario del

regno.

Il clero francese era infatti tradizionalmente legato al monarca, poiché in lui vedeva il difensore delle proprie

libertà contro i signori. Tale legame aveva trovato sviluppo durante il Grande Scisma della Chiesa cattolica,

quando il re, in cambio del sostegno garantito al pontefice di obbedienza avignonese, aveva ottenuto da lui

ampi riconoscimento dell’autonomia dell’ordinamento ecclesiastico francese dalla S. Sede. Tale autonomia

venne riconosciuta anche dopo la conclusione dello scisma dal pontefice Martino V, il quale nel 1418

concluse con Carlo VI un accordo sulle libertà della Chiesa gallicana e sul diritto regio di protezione. Queste

vennero ribadite, poi dalla Prammatica Sanzione promulgata da Carlo VII a Bourges nel 1438 (venne poi

abrogata).

La monarchia francese della fine del medioevo dunque, appare ancora fortemente limitata.

[Principati e Impero nelle regioni germaniche (NON VA FATTO)

Ancora più sensibile, poi, appare la continuità della tradizione nella potestà unitaria dei principi tedeschi nei

loro territori e in quella dell’imperatore nei riguardi del complesso delle regioni germaniche.

Tale autorità, infatti, mantenne la precedente marginalità della sua funzione di giustizia; e la potestà

imperiale, in particolare, conobbe una riduzione del suo precedente ruolo di tutrice degli ordinamenti

particolari dell’Impero.

Ed in effetti la storiografia tedesca ha considerato questo periodo come epoca di profonda crisi dell’autorità

imperiale dove nessun progresso verso gli ordinamenti dell’età moderna era riscontrabile nelle istituzioni

regie tedesche.

Un’evoluzione in senso statale era, invece individuabile nell’ambito delle grandi signorie territoriali

germaniche, dove l’autorità del principe si sforzava di imporre la propria superiorità alle signorie territoriali

minori, alle città e alla chiesa.

Appare legittimo rilevare quindi un rafforzamento della signoria territoriale dei principi e

l’evoluzione statualistica degli ordinamenti da essi dipendenti. 48

Si deve tener presente però che anche nelle regioni tedesche la peste diffusasi sulla metà del XIV

sec. provocò un forte calo demografico che imponeva ai signori fondiari la ricerca di strumenti idonei a

trattenere sulla loro terra la manodopera contadina necessaria a conservare un apprezzabile livello della

rendita. Secondo l’opinione prevalente tale obiettivo fu perseguito nelle regioni occidentali attraverso le

concessioni di migliori condizioni economiche di possesso ai contadini: in cambio a costoro vennero imposti

più forti legami con la signoria in cui lavoravano. Si diffusero allora da un lato consuetudini che garantivano

ai contadini un censo più basso, nonché forme associative come il comune rurale che godevano di autonomia

e venivano rappresentate nel Landtag, l’assemblea generale di quest’ultimo; dall’altro si affermarono in tutte

le regioni pesanti vincoli alla mobilità dei contadini, ai quali venne negata la libertà di spostarsi e di scegliere

la protezione signorile.

Si diffondeva in tal modo quel regime di dipendenza personale dei contadini al signore fondiari che va sotto

il nome di servitù della gleba.

Inoltre i signori fondiari si mossero per espandere la propria potestà giurisdizionale allo scopo di colmare

con le entrate derivanti dall’esercizio di questa le perdite subite dalla loro rendita agraria.

Tale indirizzo di politica provocò non pochi contrasti all’interno dell’aristocrazia tradizionalmente alla guida

dei singoli territori e portò a trasformazioni significative che nel periodo finale del Medioevo fecero

emergere una diffusa signoria territoriale di media potenza, la quali acquisì in maniera stabile la titolarità

esclusiva di alcune importanti giurisdizioni. È questo, ad es, il caso della Baviera dove dalla metà del XIV

sec. cominciò ad imporsi una signoria territoriale intermedia titolare dell’alta giustizia penale.

Nelle regioni al di là dell’Elba invece, l’evoluzione economica e sociale presenta caratteri più propri.

Anche qui la peste del 1348 e le successive epidemie ebbero l’effetto da un lato di diminuire la

colonizzazione germanica in Oriente e dall’altro di aumentare l’affermazione della signoria fondiaria con una

forma ben netta di economia chiusa.

Questo naturalmente non favorì un rafforzamento della potestà unitaria principesca su quella dei signori

fondiari o territoriali, anzi si considerò inalterata l’individualità degli altri ordinamenti particolari come

quello comune a tutti i liberi; quelli municipali, e quello ecclesiastico. Al riguardo ricordiamo che le città

tedesche erano di tre tipi: signorili, libere (città signorili che avevano ampia sfera di autonomia) e imperiali.

Appare allora legittimo concludere che nell’ultima fase del Medioevo il territorio germanico non si

trovò diviso in ordinamenti unitari principeschi compatti, al contrario, si conservò la tradizionale complessità

degli ordinamenti. Ed è in questo quadro che vanno esaminati i contenuti dell’autorità unitaria del principe

nel suo territorio.

Nel 1356 nella Dieta di Norimberga l’imperatore Carlo IV emanò una costituzione detta Bolla d’Oro

(Goldene Bulle) che stabiliva che il diritto di eleggere l’imperatore non spettava più a tutti i grandi signori

territoriali tedeschi, ma soltanto a 7 principi, tre ecclesiastici e 4 secolari (il re di Boemia, conte del

Palatinato, duca di Sassonia e il margravio del Brandeburgo).

La Bolla d’oro premiava i più fedeli sostenitori di Carlo IV e assicurava loro il diritto di trasmettere agli

eredi i privilegi ricevuti. La potestà giurisdizionale dei principi elettori, dunque, assumeva definitivamente

nel territorio da loro dipendente, natura di più elevata istanza di giustizia e quindi di esplicita superiorità

rispetto a quella degli ordinamenti minori del medesimo territorio (anche se tale superiorità non si

acompagnò però con una crescita di attività della corte di giustizia).

Tale situazione proseguì anche nella prima metà del XI sec.: la corte di giustizia del conte continuò a

costituire un momento della tradizionale curia comitis, senza emergere come tribunale superiore, distinto da

questo. Solo nella seconda metà del secolo XI il conte Federico I dette vita ad uno specifico Hofgericht che a

partire dal 1462 funzionò come superiore corte di giustizia del Palatinato.

Si deve aggiungere, inoltre, che la mancata titolarità dei privilegi de non evocando e de non appellando (che

spettavano ai 7 elettori) non impedì ai signori territoriali esclusi dalla Bolla d’oro di assumere di fatto una

piena superiorità giurisdizionale nel territorio che li riconosceva come autorità unitaria di tutti gli

ordinamenti locali della regione. Tra queste privilegiò soprattutto la corte ducale di Franconia.

La sostanziale continuità delle forme tradizionali di giustizia dei grandi signori territoriali, costituisce

una chiara espressione del ruolo marginale che di fatto continuava a svolgere la loro superiore potestà

giurisdizionale. Questa sembra consistere soprattutto nella proclamazione della pace pubblica (che

sostanzialmente era prerogativa del principe) che costituiva una forma primitiva di espressione della

superiorità giurisdizionale del signore territoriale.

Al pari di quanto abbiamo visto in altre regioni europee, anche nei principati germanici i progressi

dell’autorità unitaria nella fase finale del Medioevo consistettero nella migliore gestione delle rendite

49

patrimoniali e signorili. Maggiore infatti si fece il gettito delle entrate fondiarie e l’imposizione di sussidi

straordinari sulle comunità rurali del demanio.

In verità l’evoluzione istituzionale più significativa fu la prosecuzione del processo di definizione dei ceti

destinato a trasformare i principati territoriali appunto in Stati di ceti.

Sull’intero complesso degli ordinamenti giuridici vigenti nelle regioni germaniche aveva poi, autorità

unitaria l’imperatore.

Nel periodo in esame, innanzitutto venne confermato e meglio definito il suo carattere elettivo. La Bolla

d’oro ribadì infatti che il sovrano doveva essere eletto e stabilì i titolari dell’elettorato attivo.

Aggiunse, inoltre, che l’elezione riguardava la dignità di sovrano della Germania, cioè il re dei Romani, non

già l’altra di imperatore, per la quale era indispensabile la consacrazione pontificia.

Il perdurare del carattere elettivo della monarchia non deve essere considerato la causa principale della

debolezza dell’autorità unitaria dell’imperatore. Questa sembra derivare piuttosto dall’incapacità del suo

patrimonio di renderlo signore territoriale primario nelle varie regioni dell’Impero.

Certamente il sovrano era titolare di molte terre: infatti oltre al patrimonio familiare e a quello legato alla sua

carica, l’imperatore aveva il Reichsgut, il patrimonio imperiale comprendente il Reichskammergut (terre

amministrate direttamente dalla corte imperiale); il Reichslehengut (cedute in feudo dal monarca), e il

Reichskirchengut (benefici delle chiese).

Tale patrimonio purtroppo, era sparso nelle varie regioni germaniche in maniera frantumata e non consentiva

in nessuna l’avvio di una significativa signoria territoriale della Corona imperiale.

Mancò dunque, anche nel periodo finale del Medioevo, una signoria territoriale dell’imperatore.

Costui incontrò nello stesso periodo ostacoli anche nell’esercizio dei tradizionali diritti demaniali: come

quello dei diritti doganali sul commercio sul Reno, la coniazione delle monete e l’autorità di garantire la

sicurezza nelle strade: ius conducendi).

Nonostante questi limiti la potestà unitaria del monarca conservò un ruolo di qualche significato:

questa si espresse:

• Nella proclamazione della pace: i sovrani di frequente proclamavano pace e ancor di più, cercarono di

risolvere il problema di detta proclamazione, quello del suo rispetto da parte delle autorità locali. A

proposito Carlo IV, e poi sui figlio Sigismondo, diete vita a leghe di potestà territoriali minori che in

ciascun territorio curassero l’applicazione della pace (fallirono).

• Esercizio della giustizia superiore: all’imperatore la tradizione riservava l’autorità di ultima istanza di

giustizia, e che tale funzione era stata di fatto assunta in alcuni territori dai principi: infatti la Bolla d’oro

del 56 aveva reso definitivela rinuncia del sovrano al suo ruolo di giudice superiore in sette principati.

Tale situazione aveva ridotto la sfera di intervento dell’Hofgericht, il tribunale supremo della corte

imperiale che Federico II aveva istituito nel 1235 sul modello della curia siciliana.

La potestà dell’Hofgericht quale suprema sede di giustizia continuò dunque, ad avere un ruolo significativo

anche dopo la Bolla. E dall’inizio del 400 i monarchi ricercarono nuove forme per esercitare meglio la loro

autorità di giustizia, così, oltre a ridurre la presenza di nobili, Roberto istituì un nuovo tribunale, il

Reichskammergericht, una cura che aveva il compito di intervenire come arbitrio nelle vertenze in atto in

Germania, senza limiti geografici. Dopo di lui Alberto II attribuì al consiglio di corte nuove competenze ed

istituì commissioni temporanee che si occupavano di vertenze in nome e con l’autorità del sovrano. Si

trattava, in entrambi i casi, della volontà dei monarchi di superare i vincoli posti dalla tradizione alle loro

corti.

Gli imperatori, inoltre, tentarono di infondere nuova vitalità ad una serie di altre corti di giustizia previste

dall’antico ordinamento popolare e di usarle come strumenti della superiore potestà giurisdizionale regia. È il

caso della corte detta Feme che operava in Westfalia,corte in origine composta da persone che si erano

assunte spontaneamente il compito di amministrare la giustizia e per questo erano detti liberi conti.

Ma fu soprattutto Sigismondo a rivolgersi alla Feme: egli progettò di trasformarla in corte di giustizia

direttamente dipendente dall’imperatore e competente, in particolare, nelle vertenze che coinvolgevano i

principi dell’impero.

Gli imperatori, dunque, non rinunciarono all’esercizio dell’alta giustizia, usando con grande

elasticità le istituzioni giudiziarie della tradizione al fine di adeguare il loro intervento alle necessità concrete

della società. Così Federico III eliminò l’Hofgericht e conferì nuovo stimolo all’attività delle commissioni e

soprattutto del Kammergericht: quest’ultima sotto la guida del vescovo Ulrich di Passau. 50

Appare allora legittimo concludere che lo sviluppo degli ordinamenti germanici alla fine del medioevo

conservò nel solco della tradizione le giurisdizioni unitarie locali dei principi e quella generale

dell’imperatore.] 51

LA DOTTRINA GURIDICA DI FINE MEDIOEVO. LE TEORIE SULLA POTESTA’

MONARCHICA

Commentatori e umanisti

Nel ‘400 l’indirizzo scientifico ed interpretativo dei commentatori continuò a dominare nella dottrina e nelle

università sorte sul modello bolognese.

Più marcata si fece invece la distinzione tra civilisti e canonisti. I primi appaiono impegnati in un’intensa

attività consulente, di cui sono frutto i consilia da loro elaborati; tra i maggiori ricordiamo Paolo di Castro,

Alessandro Tartana e Raffaele Fulgosio.

Tra i canonisti particolarmente significativi furono Niccolò de Tedeschi, vescovo di Palermo e perciò detto il

Panormita, Francesco Zabarella e Mariano Socini il vecchio.

L’indirizzo prevalente negli studi giuridici rimaneva, dunque, legato all’impostazione tradizionale

nel momento in cui il mondo della cultura conosceva, soprattutto in Italia, la grande stagione della rinascita

umanistica.

L’umanesimo giuridico si distinse dagli indirizzi precedenti per due aspetti principali: l’importanza

attribuita all’analisi filologica del testo e la prospettiva storica con cui le norme giustinianea venivano

esaminate.

Gli entusiasmi filologici nascevano non soltanto dall’impostazione generale degli studi classici, ma anche

dall’analisi di una redazione delle pandette giustinianee conservata a Firenze. Il manoscritto, indicato come

littera pisana o fiorentina, presentava il testo completo del digesto e fu considerato dai giuristi il codice

originario della raccolta.

Importante fu l’opera di Angelo Poliziano (1454-1494) che lo mise a confronto con le traduzioni precedenti

che costituivano la c.d. lettera bononiensis: il suo obiettivo era l’elaborazione di un apparato critico

filologico e di un’edizione critica del testo giustinianea; la sua analisi ebbe l’effetto di evidenziare la quantità

di errori ed inesattezze contenute nella redazione fino ad allora studiata.

Tale impostazione venne seguita anche da Andrea Alciato (1492-1550) al quale si fa risalire l’avvio della

scuola culta, o umanistica del diritto.

Gli umanisti, vedevano la compilazione giustinianea come una testimonianza altissima di un’epoca di

fondamentale significato per la storia della società occidentale che poteva essere compresa solo se posta in

relazione al momento storico in cui era stata elaborata. D conseguenza criticavano glossatori e commentatori

che avevano studiato le norme senza avvertirne le differenze cronologiche.

La dottrina giuridica nei regni occidentali

La perdita da parte delle Università del monopolio della cultura si riscontra anche in altre regioni europee,

ma in senso diverso da quello indicato per l’Italia centro-settentrionale. Qui la dottrina si allontanò dagli

sviluppi della cultura umanistica e rimase concentrata nelle Università.

Tale fenomeno può essere segnalato per l’Università di Napoli, la quale sotto Ferrante d’Aragona conobbe

una nuova fioritura, ma non riuscì ad evitare che l’insegnamento del diritto offerto da privati si imponesse

come il polo più carico di energie; e in Sicilia.

Altra caratteristica comune alla dottrina giuridica dei regni europei fu il particolare interesse da essa

mostrato per la realtà concreta del diritto vigente nei territori del regno. Tale interesse si manifestò nei regni

italiani nell’analisi del diritto feudale, analisi che si affiancò all’altra relativa al diritto giustinianea e

canonico.

La potestà monarchica secondo i giuristi inglesi e francesi

Secondo lo studioso inglese Fortescue, l’esperienza del mondo occidentale aveva mostrato che esistono due

forme di governo monarchico, ed una intermedia:

• Domunium regale: fase più arretrata, la legge era formulata dai re che la imponevano come espressione

della loro volontà. Es. Francia

• Dominium politicum: le leggi sono stabilite dal popolo insieme con il re ed è il popolo a scegliere i suoi

governatori. Fase progredita dell’evoluzione umana: con questa gli uomini rifiutano di accettare

un’autorità e decidono di provvedere direttamente alla tutela dei propri diritti.

• Non tantum regaliter set etiam politice: il sovrano non esercita da solo il potere di promulgare legge e

tributi, ma fa partecipare anche il popolo (Inghilterra). 52

A detta del Fortescue, la differenza tra il re che governa tantum regaliter e quello che opera regaliter et

politice non è di sostanza. La loro potestà è identica, cambia soltanto il modo in cui viene esercitata. Tanto

che il titolare del dominium regale resta comunque soggetto alla legge divina e, di conseguenza, se usa tale

sua potestà in danno dei cittadini commette peccato.

Egli stesso, d’altra parte, può ritenere utile avvalersi della collaborazione dei cittadini ed instaurare un

regimen plurium consilio ministratum.

Il pensiero del Fortescue è stato diversamente interpretato. Secondo la tesi a lungo dominante il

giurista inglese sarebbe il primo teorico della monarchia limitata, costituzionale e parlamentare

dell’Inghilterra, cioè colui che per primo avrebbe affermato la supremazia del Parlmaneto nell’ordinamento

del regno. Tale tesi venne respinta, secondo altri infatti, caratteristica del regno inglese, sarebbe stata per il

Fortescue la superiorità del diritto tradizionale sul re, una superiorità tanto rilevante che egli no poteva

cambiare le leggi antiche nemmeno operando insieme con il Parlamento.

In proposito appare sottolineare che la dottrina del F. presenta molti aspetti di novità rispetto al pensiero

passato, in particolare per quanto attiene alla terminologia: infatti il termine dominium, che nel diritto

comune si riferiva al complesso diritto che il signore aveva nei riguardi del suo patrimonio, risulta usato dal

giurista con il significato traslato di governo.

Il ricorso al diritto comune infatti avrebbe imposto al giurista di impostare il suo discorso nel confronto con

il modello imperiale proposto dalla compilazione giustinianea. Il suo obiettivo invece, era quello di

individuare la peculiarità degli ordinamenti vigenti effettivamente nei regni inglesi e francesi secondo il

diritto di quelle regioni, evidenziandone le differenze. Dal confronto risultava infatti la superiorità del diritto

inglese: esso corrispondeva alla fase più progredita dell’evoluzione della società occidentale, dato che il

popolo partecipava all’esercizio di alcune delle principali potestà di cui il sovrano era esclusivo titolare, la

legislativa, la giudiziaria, l’impostativa.

Il Fortescue quindi dava per risolto il problema del rapporto tra il sovrano e la legge da lui stesso

promulgata. Il re inglese, a suo giudizio, rispettava l’intero complesso di norme. Questo non era obbligato a

conservare immutate tutte le norme vigenti, al contrario, poteva modificare ed integrare il diritto positivo

insieme al parlamento.

Tale dottrina esprimeva dunque, la realtà affermatasi in Inghilterra, dove il parlamento si era definitivamente

imposto come istituzione unitaria che svolgeva insieme con il re alcune potestà.

Per quanto attiene poi al ruolo dell’autorità monarchica nei confronti degli ordinamenti particolari,

bisogna sottolineare che il F. attribuisce al sovrano una posizione superiore rispetto all’intera comunità, in

quanto questo assegnava alla potestà del re politice dominans natura identica a quella del monarca che

governava tantum regaliter. Il re quindi aveva un potere superiore nel regno che prevaleva su tutti.

L’esaltazione del ruolo del Parlamento e della superiorità del sovrano nell’ordinamento non

costituisce una contraddizione: l’esperienza inglese aveva infatti, conferito al sovrano un compito

insostituibile in ordine alla distribuzione dei privilegi di cui le signorie nobiliari aveva bisogno per affrontare

la grave crisi economica del XIV sec.

La mobilità sociale comportava un deciso superamento degli equilibri consolidati che avevano caratterizzato

il sistema istituzionale del regno nei secoli precedenti. La monarchia svolgeva, in tale trasformazione, un

compito essenziale, quello di rendre legittima l’acquisizione di potestà giurisdizionali da parte dei nuovi

vertici sociali. La dottrina giuridica, allora, non poteva non riconoscerne l’autorità superiore.

Il parlamento era perciò indicato come istituzione unitaria pienamente idonea a collaborare con il re nello

svolgimento di quelle potestà che mettevano in contratto l’autorità unitaria di questo con gli ordinamenti

particolari e che, se lasciate all’esclusivo esercizio del sovrano, potevano far correre il rischio di violazioni

gravi.

Appare cosi comprensibile il motivo per cui il Fortescue non si pose il problema del rapporto tra re e legge

regia, bensì l’latro della relazione tra il sovrano e il complesso ordinamento vigente nel regno.

Il giudizio del giurista sulla monarchia francese risulta, peraltro, condiviso dalla dottrina giuridica di questo

regno. Già nella seconda metà del XIII sec. Philippe de Beaumanoir aveva rilevato che il sovrano era

legittimato a promulgare da solo leggi vincolanti per tutto il regno, anche se aveva ammesso tale potestà solo

in via eccezionale.

Nel sec. XV l’idea venne ripresa da Juvenal des Ursins, il quale insistette nell’affermare la superiorità del

monarca sulla legge emanata da lui stesso o dai suoi precedessori e la legittimità dell’imposizione fiscale da

lui disposta al di fuori del consenso popolare.

Il giurista dichiarò in termini espliciti la piena legittimità dei diritto della nobiltà e delle libertà ecclesiastiche

ed al contempo proclamò la subordinazione della monarchia all’intero ordinamento giuridico del regno. 53

In altre parole questo non assegnava al sovrano una potestà di natura nuova, tale da consentirgli piena libertà

dall’osservanza degli ordinamenti particolari. Al contrario, sottolineava la funzione di giustizia come

primaria tra le potestà del monarca e non attribuiva a questo compiti nuovi, come la concessione di

giurisdizioni e diritti.

La potestà monarchica secondo la dottrina napoletana e siciliana

I temi della superiorità monarchica si ritrovano anche nella dottrina meridionale e siciliana del sec. XV.

Per quanto attiene al regno napoletano appare interessante il pensiero di Matteo D’Afflitto, vissuto tra la

metà del Quattrocento e la fine degli anni ’20 del secolo successivo.

Secondo questo, i re nazionali di fatto esercitavano una giurisdizione più ampia di quella gestita

dall’imperatore.

Questi infatti erano titolari di un diritto reale sull’intero territorio del regno, cioè il dominium (qui usato nel

senso giuridico, come complesso diritto sulla terra) e del potere esclusivo di legiferare e di amministrare la

giustizia.

Matteo dunque, continuava a collocare la produzione legislativa del sovrano all’interno della sua potestà di

giustizia, e pertanto ripeteva l’obbligo del sovrano di rispettare l’intero ordinamento vigente, ivi comprese le

leggi da lui stesso deliberate.

Tale giurista, indirizzava dunque la sua attenzione al problema della violazione dell’ordinamento da parte di

un monarca che prendeva parte attiva al processo di trasformazione del diritto tradizionale. Questa doveva

necessariamente assumere carattere di assoluta eccezionalità e rispondere ad un esigenza generale della

comunità al fine di garantire la certezza del diritto e il coinvolgimento della stessa comunità nel momento in

cui il diritto veniva modificato.

La dottrina di questo periodo dunque, presentava l’autorità monarchica come titolare del dominium directum

sull’intero territorio del regno.

Per quanto riguarda l’esercizio delle potestà regie, Matteo D’Afflitto non solo condizionava la

legittimità di un provvedimento contra ius ad una ragione di pubblica utilità, ma dichiarava anche che il

sovrano non poteva a proprio arbitrio alienare il demanio della corona.

Ancora più interessante appare, poi, il pensiero del D’Afflitto in merito al rapporto tra l’autorità unitaria del

sovrano e gli ordinamenti territoriali. Il giurista distingueva due aspetti della potestà rivestita dai signori

territoriali, il dominium relativo al patrimonio concesso in feudo dal sovrano e la titolarità di una più ampia

giurisdizione.

A suo parere il sovrano concedeva un feudo e il vassallo riceveva soltanto il dominio sul beneficio. Il

monarca aveva peraltro la possibilità di aggiungere ulteriori potestà al dominium dei suoi vassalli: era infatti

legittimato a concedere le giurisdizioni di cui egli aveva l’esclusiva titolarità.

Non era però pacifica la disciplina di tali concessioni, perché mentre il dominium passava di necessità con il

patrimonio su cui era esercitato, il mero impero non si avvaleva di uguale base oggettiva, ma tutto dipendeva

dalla volontà del sovrano concedente.

In propositivo Matteo distinse due diverse fattispecie, la prima riguardante la concessione del mero e misto

impero attraverso un contratto come controprestazione di servizi e fedeltà; la seconda concernente

l’attribuzione dello stesso per atto di mera liberalità. Nel primo caso il monarca non avrebbe potuto revocare

la concessione; nel secondo invece, “sine dubio potest revocare quando sibi placet”.

In Matteo D’Afflitto dunque la superiorità del monarca e la stabilità degli ordinamenti territoriali

risultano coordinati in maniera originale. Il sovrano è titolare di una giurisdizione vastissima ed al contempo

è fonte dei privilegi di cui godono i grandi feudatari. La sua funzione di fonte si esprimeva nel fatto che egli

solo legittimava l’esercizio delle ampie potestà legate al mero impero e che le stesse ritornavano nelle sue

mani quando i concessionari non si comportavano correttamente. Non si esprimeva, invece, nella dipendenza

della continuità di quei privilegi dal suo arbitrio: egli era obbligato a rispettarli in virtù della forma

contrattuale con cui li aveva ceduti.

Gli stessi temi risultano trattati anche nella dottrina giuridica siciliana. Spunti interessanti si trovano

ad es. nel Tractatus supe cap. Volentes di Gualtiero Paternò (età dei Martini).

Commentando la disposizione regia che aveva concesso ai feudatari la potestà di alienare il loro beneficio

senza autorizzazione regia, questo affermava che la norma non poteva essere eliminata da una legge

successiva. I sovrani successivi infatti non avrebbero mai potuto modificare la norma perché questa era

entrata a far parte della natura del feudo e i monarchi erano tenuti a rispettare il diritto naturale.

Più ricco è poi il pensiero di Guglielmo Perno: nei Consilia pheudalia egli dedicò attenzione all’analisi della

giurisdizione regia e dei suoi rapporti con quella dei grandi nobili. 54

Ciò non significa tuttavia che il giurista pensasse di assegnare all’autorità monarchica una potestà libera dal

dovere di rispettare l’ordinamento vigente. Lo rileva innanzitutto l’enfasi con cui egli presenta la funzione

regia di tutela del diritto esistente. Il re viene, infatti, indicato come “iustitie vigor” cioè come ultimo grado

di tutela del diritto.

Il monarca dunque, è tenuto a rispettare l’ordinamento che ha creato e non può modificarlo né violarlo sena

una giusta causa di utilità generale.

In questa interpretazione dunque, la potestà monarchica è al centro del sistema, da lei dipende l’esistenza

degli ordinamenti particolari. Potestà regia e potestà signorili erano così prospettate in un equilibrio capace

di rispettare il significato e il ruolo di entrambe. 55

STATI REGIONALI E ALTRI ORDINAMETNI DELL’ITALIA CENTRO-SETTENTRIONALE E

DELLA SARDEGNA

Introduzione

Anche l’Italia centro-settentrionale conobbe la grave crisi demografica della seconda metà del sec. XIV.

In Toscana, Emilia, Romagna e Marche la paura del contagio provocò l’abbandono dei villaggi tradizionali e

lo stanziamento nei fondi coltivati dai contadini stessi. Questo favorì lo sviluppo dei contratti di mezzadria:

con i quali i contadini si obbligavano a risiedere sul fondo al fine di lavorarlo insieme alla sua famiglia, in

cambio da parte del signore, di scorte vive e morte e di parte del prodotto del fondo stesso.

La crisi dei piccoli signori favorì naturalmente l’avvento (e i contrasti) di quelli più potenti che si concluse

con la formazione di una ristretta oligarchia signorile composta sia da dinastie dell’aristocrazia tradizionale,

sia da famiglie di origini più modeste.

In questo quadro economico-sociale si espresse un evoluzione istituzionale particolarmente interessante,

quella della formazione di stati regionali. Nell’area centrale e settentrionale della penisola, infatti, si

imposero ordinamenti unitari cui facevano capo realtà territoriali minori, costituite da città, signorie e

benefici ecclesiastici. Esso si riscontra in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto e Toscana.

Naturalmente detto fenomeno non presenta ovunque i medesimi caratteri soprattutto perché in alcune zone

l’autorità unitaria è costituita da un signore, in altre da una città.

Stati regionali guidati da un signore cittadino

1. Il ducato di Milano

Nel corso del XIII sec. la città di Milano aveva conosciuto periodi di intensa lotta civile i quali erano sfociati

in forme di governo signorile a seguito della prevalenza sulle altre fazioni di quella guidata dalla famiglia

Della Torre. La signoria torriana fu, però, di breve durata, infatti alla fine del secolo venne sostituita dai

Visconti.

Caratteristiche del governo di quest’ultimi erano:

• Maggior stabilità al governo attraverso la ricerca di una legittimazione da parte dell’autorità temporale

superiore del territorio, cioè l’imperatore. Cosi Matteo Visconti ottenne nel 1294 il titolo di vicario

imperiale segnando il passaggio alla forma di governo signorile.

• I membri di questa famiglia si affermarono come signori oltre che a Milano, anche in altri comuni.

• Tale governo era poi in mano a più titolari della stessa famiglia almeno fino alla fine del Trecento,

quando Giangaleazzo riuscì a unificare nelle sue mani l’intera signoria.

Da qui troviamo una serie di trasformazioni del potere signorile: nel 1395 infatti, Giangaleazzo fu investito

dall’imperatore Venceslao del titolo feudale di duca, ricevette cioè la signoria territoriale come feudo

dell’Impero. La concessione del titolo vassallatico aveva l’effetto di trasformare la signoria in principato e,

come vicario dell’imperatore, il signore milanese esercitava nel suo distretto le potestà del monarca.

Il duca milanese diveniva così legittimo dominus di numerose terre che poteva trasmettere ai propri eredi, e

sostituiva l’imperatore nella funzione di difesa e di tutela degli ordinamenti particolari vigenti nell’intera

regione. Tali ordinamenti erano costituiti da quelli a base territoriale: cioè comuni e signorie.

Per quanto attiene ai comuni, i Visconti si affermarono in origine proprio come signori di singole città, ed

ebbero la funzione primaria di difensori dei loro ordinamenti. Così il comune di Milano conservò sia sotto i

Visconti, sia sotto gli Sforza, la sua individualità rispetto al governo signorile e fu amministrato dai Consigli

e dalle magistrature della tradizione municipale: il consiglio generale (o dei 900), il podestà, l’officio di

provvisione, il capitano e i consoli di giustizia.

Pavia inoltre non solo mantenne l’antico governo, ma continuò anche ad osservare la particolare procedura

giudiziaria (con il quale il giudice poteva decidere di affidare la soluzione del caso ad un giurista da lui

scelto) disciplinata dagli statuti.

Qui, l’intervento del signore nel corso della procedura di formulazione degli statuti si limitava ad impegnarsi

a rispettare e a tutelare l’ordinamento giuridico municipale ed al contempo dichiarava di assumere come

proprie quelle potestà che gli statuti non avevano assegnato a magistrature municipali.

Per quanto poi concerne le signorie territoriali si deve ricordare che esse erano nate per necessità

concrete della popolazione e da tempo erano operanti. Le maggiori costituivano la loro volta autorità unitaria

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per gli ordinamenti particolari del loro territorio, esercitavano il mero e misto imperio e godevano degli iura

regalia e potests condendi leges.

I Visconti, in una prima fase si limitarono a tutelarle e a stabilire buone relazioni con loro. A partire dal

Quattrocento poi, cercarono di conferire una più sicura disciplina ai rapporti giuridici intercorrenti tra la

signoria unitaria e quelle locali: a tal fine si rivolsero al diritto feudale ed affermarono che il duca doveva

essere considerato dominus delle terre imperiali possedute dai signori locali.

Tale indirizzo di rifeudalizzazione venne proseguito anche dagli Sforza; così l’utilizzazione dell’ordinamento

feudale fu strumento di grande efficacia per accentuare l’unità degli ordinamenti locali intorno al duca.

Interessanti sono infine le relazioni tra il duca e l’ordinamento ecclesiastico. I Visconti svolsero una

politica di intervento nella scelta dei titolari delle maggiori cariche ecclesiastiche del ducato, politica che

portò alla fine del Trecento all’approvazione di leggi generali in virtù delle quali era imposto l’obbligo

dell’autorizzazione ducale per ‘elezione alle cariche ecclesiastiche, era introdotto il diritto del duca di privare

dei benefici persone a lui sgradite ed era stabilita la sua potestà di amministrare i benefici vacanti.

Gli ultimi anni del 400 videro, infine, un’attenuazione della politica ecclesiastica dei duchi ed al contempo

una riorganizzazione degli uffici responsabili della gestione dei benefici vacanti. Tale politica, comunque,

aveva l’obiettivo primario di limitare l’intervento della S. Sede nel territorio ducale e di liberare le dignità

ecclesiastiche dall’ingerenza dei potentati laici locali. Il duca si affermava dominus delle terre che formavano

i benefici e tutore dell’ordinamento del clero: perciò risultavano difese le potestà spirituali e quelle

temporali.

Proprio per questo la storiografia appare unanime nel sottolineare la frammentarietà del ducato

milanese. In questo infatti mancarono sia il predominio di una città sul territorio ducale, sia il monopolio

delle cariche del governo unitario da parte dell’oligarchia comunale della città dominante.

Il patriziato milanese, infatti, continuò ad incentrare il suo interesse sulla città e sul governo municipale a

conferma ulteriore della significativa importanza degli ordinamenti locali nel ducato visconteo-sforzesco.

La potestà unitaria dei Visconti e degli Sforza trovava dunque, la propria ragione di esistere nella difesa che

assicurava agli ordinamenti locali.

Quella militare trovava il suo perno nella diffusa rete di castellani, vicariali e ducali, dislocati nelle varie aree

a seconda delle esigenze strategiche, e coordinati con i connestabili competenti nelle singole città.

Per quanto riguarda poi l’amministrazione della giustizia, le competenze dell’autorità erano diverse

da caso a caso; pertanto, nei confronti delle signorie territoriali la giustizia ducale risulta nulla. Nelle città

poi, la potestà vicariale e ducale si espresse soprattutto attraverso la nomina dei magistrati incaricati della

gestione della giustizia, il podestà e il capitano di giustizia (competente in materia criminale). Si tratta di un

sistema che collegava la tradizione cittadina ai compiti assunti dalla potestà unitaria del duca. Infatti la carica

podestarile era stata introdotta al fine di conseguire una più sicura amministrazione della giustizia attraverso

un equilibrio tra gli oradinamnet particolari che all’unità municipale facevano capo. Proprio per garantire il

miglior conseguimento di questi obiettivi alla carica podestarile eranocchiamate persone estranee alla

comunità cittadina.

Per quanto poi riguarda l’amministrazione delle entrate spettanti al vicario-duca, si deve rilevare che

queste ultime erano costituite in primo luogo dalle rendite delle terre direttamente da lui tenute, terre della

cui amministrazione erano incaricati agenti locali. Nel corso della seconda metà del secolo XIV i Visconti

erano, poi, riusciti ad imporre sulle città un’imposta ordinaria, denominata solarium domini, versata a titolo

di corrispettivo della funzione di tutela e difesa.

Sulla metà del secolo venne istituita la magistratura del referendario, funzionario signorile che in ogni

municipio aveva il compito di controllare la gestione finanziaria del comune e di coordinarla con quella

della camera signorile.

La burocrazia finanziaria signorile emerse dall’originaria struttura camerale sin dal periodi di Giangaleazzo

Visconti: costui aveva istituito intorno al 1387 l’ufficio dei Maestri delle entrate, perfezionandolo nel 1392

con la divisione in due sezioni, una per le entrate ordinarie con sede a Milano, l’altra per quelle straordinarie

con sede a Pavia.

Nell’esercizio diretto della sua autorità unitaria, infine, il vicarioduca era coadiuvato non soltanto dai suoi

funzionari domestici, ma anche da consigli, magistrature ed uffici centrali. I consigli erano costituiti dal

Consiglio di giustizia e dal Consiglio segreto: il primo era la superiore istanza per le vertenze in materia

civilistica, mentre il secondo si occupava non solo di vertenze criminali, ma anche di materie politicamente

rilevanti e fungeva da consulente del vicario duca. Accanto a questo poi, operava anche la cancelleria. 57


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Moses

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Diritto Medievale e Moderno I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Fioravanti Maurizio.

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