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Fu Giolitti, nel 1911, a proporre il passaggio al suffragi universale, facendo cadere il

governo Luzzatti.

Il T.U. 26/06/1913 introduceva, in realtà, il suffragio “quasi universale”, in quanto

accordava il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni e

sapessero leggere e scrivere; a chi avesse passato il servizio militare per un

determinato periodo; e ai cittadini analfabeti che comunque avessero già compiuto i

30 anni.

Questa riforma portò un aumento numerico di oltre 5 milioni di elettori e l’ingresso

degli analfabeti favorì soprattutto le regioni meridionali.

Ma in realtà la riforma non si era limitata al suffragio.Vennero introdotte norme per

impedire le frodi: da quel momento la scheda doveva essere inserita in “una busta di

stato” e la composizione del seggio elettorale doveva essere decisa dalla magistratura

scegliendo tra magistrati ovvero cittadini con particolari requisiti.

Col fascismo il significato di rappresentanza muta, e non poco, infatti il fascismo non

voleva per la Camera dei deputati alcun ruolo di rilievo :la camera dei deputati

doveva essere il luogo tecnico in cui s’imprimeva un sigillo di legittimazione

all’operato del governo.

Così venne deciso in maniera piuttosto rapida e perentoria di introdurre un nuovo

sistema che semplicemente funzionasse come “plebiscito” per la legittimazione del

regime in quanto tale.

Con la legge 1019 del 17 maggio 1928 venne introdotto un sistema elementare :si

creavano un collegio unico nazionale ed un'unica lista che raccoglieva tutti i 400

candidati al parlamento; l’ elettore poteva dire si o no in blocco;ove prevalessero i si

tutti i risultavano eletti, altrimenti in caso contrario non era chiarissimo cosa sarebbe

successo, ma un regime totalitario lascia pensare che l’esito potesse essere

ovviamente uno solo.

Infatti il plebiscito nel 1929 vide solo l,5 % di votanti contrari e quello successivo nel

1934 addirittura lo 0,15 % .

La legge elettorale n 1019 aveva affidato al Gran consiglio del fascismo il compito di

redigere l’unica lista, presentandolo così come il vero perno “rappresentativo” del

sistema: del resto era l’unica sede in cui si discutessero i problemi e in cui fossero

presenti tutte le figure storiche del fascismo in grado di porsi in una qualche dialettica

con Mussolini.

Ad aggravare al crisi venne probabilmente anche la pessima gestione dei meccanismi

residui della rappresentanza che fu fatta nell’ultima parte del regime, infatti l’idea di

Mussolini era quella di creare un nuovo embrione della teoria della rappresentanza

attribuendola direttamente a se stesso. (il dux) risultava capo del governo, capo del

fascismo e colui che ha ricevuto dal popolo un mandato di rappresentanza diretta.

A limitare al rappresentanza ci pensava anche la Camera dei fasci e delle

corporazioni in cui sedevano i vetrici delle corporazioni e i segretari federali del

partito, nessuno dei quali era espressione di un elettorato e la loro legittimazione era

pressoché inesistente.

Il regio decreto del 2 Agosto 1943 dichiarò abolita la camera dei fasci i e delle

corporazioni, promettendo altresì libere elezioni entro 4 mesi dalla fine della guerra.

10

La monarchia però, era uscita dalla vicenda della caduta del regime non meno

distrutta del fascismo.

Così sulla scena s’imposero i partiti politici, soggetti che avevano mantenuto la

posizione di opposizione al fascismo e al momento rappresentavano gli unici soggetti

che operavano politicamente reclamando il ripristino della loro posizione precedente

al regime .

L’iniziativa politica quindi passa interamente nelle mani dei partiti , la cui posizione

aveva un diretto significato rappresentativo, ciò era sostenuto anche dal fascismo,

solo che allora il significato era circoscritto al partito unico e non esisteva confronto

elettorale.

Con il dlg 25 giugno 1944 s’annunciò l’impegno per le elezioni, entro 4 mesi dalla

fine del conflitto, a suffragio veramente universale (esteso anche alle donne) di un

assemblea costituente con il compito di decidere della forma istituzionale da

attribuire al novo stato e di scrivere una nuova costituzione. Con questo atto si apriva

di fatto un nuovo capitolo nella storia costituzionale italiana.

Perciò non solo era essenziale la competizione tra partiti diversi, ma si riprendeva il

momento elettorale come centrale per la verifica e la legittimazione del radicamento

delle diverse forze politiche. Entro questi canali prefissati si mosse la vicenda di

approvazione della legge elettorale. Con il decreto 16 marzo 1946 De Gasperi operò

il suo capolavoro politico: scindere la questione istituzionale dal problema

costituente e questo dal sistema parlamentare .

La questione istituzionale venne demandata direttamente ad un referendum

popolare, e così a quest’ultima vennero abbinate le prime elezioni politiche libere

dopo 20 anni.

Il 2 giugno 1946 la repubblica ottenne quasi 13 milioni di voti mentre la monarchia

ne ottenne quasi 11 milioni.

Con le elezioni del 1948 inizia la repubblica dei partiti, ove i partiti stessi sono i

depositari della rappresentanza politica. Infatti essi negoziano la formazione dei

governi, condizionano i lavori parlamentari, elaborano le strategie politiche.

I partiti avevano costruito dei canali privilegiati di formazione della classe dirigente

dapprima a livello politico poi,con l’estendersi dei poteri di controllo pubblico di vari

settori, anche a livello più generale di società civile. Iniziò così il crollo della

credibilità dei partiti tradizionali come asse portante della rappresentanza popolare.

A questo punto il sistema della rappresentanza poteva subire due significative

trasformazioni dettate da fattori imprevedibili :lo sviluppo di un potere

“referendario” ; trasformazione del ruolo della presidenza del consiglio e della

presidenza della repubblica.

Infatti la costituzione della repubblica prevede l’ art 75 , la possibilità che su

proposta di 500 mila elettori o di 5 consigli regionali si possa indire un referendum

per l’ abrogazione totale o parziale di una legge;mentre in età repubblicana la

presidenza del consiglio era stata tenuta nell’ambito di un espressione di una

maggioranza parlamentare e la posizione del presidente della repubblica era

qualificata dalla costituzione repubblicana stessa come una figura di rappresentanza

esterna e cerimoniale. 11

CENTRALISMO E AUTONOMIA di Raffaele Romanelli

Fin dal 1859 si pose il problema se rispettare le tradizioni amministrative locali o

imporre un sistema uniforme, in quanto si verificò l’ annessione delle province

lombarde da una parte, e dall’altra sussistevano forme locali di autogoverno (gli

esponenti piemontesi - Cavour, Ricasoli, Minghetti- difendevano la propria

autonomia.

Durante le annessioni dell’ Italia centrale, l’ applicazione della legge sarda fu intesa

come del tutto provvisoria.

Si dette così vita AD UN NUOVO ORDINAMENTO prevedendo la presenza di

organismi regionali e super provinciali.

L’idea del decentramento fu fermata dal prorompere della questione meridionale,

infatti si presentava come scelta obbligata il centralismo.

Si abbandona così l’ipotesi regionale a causa di una notevole diffidenza verso l’uso

della libertà e soprattutto se così fosse stato le regioni sarebbero coincise con gli

antichi stati e il loro carattere statuale avrebbe riprodotto molti dei poteri degli antichi

regimi.

La prima legge che dette un ordinamento ai comuni e alle province fu votata il 20

marzo 1865. Si trattava di un sistema “prefettizio” in cui l’amministrazione centrale

controllava comuni e province ATTRAVERSO UNA RETE DEI SUOI ORGANI

LOCALI CHE FACEVANO CAPO AL PREFETTO. Quest’ultimi era il diretto

rappresentante del governo centrale nella provincia in tutti i settori della pubblica

amministrazione (esclusa giustizia e difesa), inoltre possedeva il potere di sospendere

i sindaci dalle loro funzioni .Si stabilizzava anche un controllo di legittimità sulle

delibere comunali e di merito su quelle economicamente più rilevanti .

Prefetto (Funzionario governativo) e sindaco (espressione della comunità che

riceveva però la legittimazione dalla nomina regia, mentre dal 1896 tutti i sindaci

diventano elettivi), sono personaggi chiave del rapporto tra centro e periferia.

Rappresentavano l’autorità dello Stato presso le comunità, che però spesso era priva

di forza.

Lacune notevoli si erano manifestate sia dalla mancanza di coordinamento con le

amministrazioni centrali che disponevano di una propria struttura gerarchica, che

raggiungeva autonomamente dal centro la periferia, oltre che dal fatto che in più le

province avevano un diversissimo sviluppo economico, civile e culturale

(condizionando così il dialogo tra centro e periferia).

Uno sviluppo ulteriore si ebbe nel coinvolgimento nell’amministrazione cittadina: nel

1888 con l’allargamento dell’elettorato amministrativo (che abbassava il limite del

censo) e nel 1913 con il voto amministrativo che diventa “quasi universale” (tutti

maschi).

Le amministrazioni comunali divennero così il luogo di sperimentazione politica dei

soggetti che puntavano in futuro a governare lo stato. 12

Nella seconda metà dell’ 800 compare un nuovo soggetto: la città moderna, una

comunità più popolata e economicamente più attiva.

Così nacque un vero e proprio “diritto comunale”, infatti i comuni anticipano una

legislazione statale che tarda ad arrivare, in quanto gli stessi comuni diventano i più

operosi creatori di istituti giuridici.

Nel momento in cui si ammetteva che un intervento pubblico fattosi più penetrante e

complesso dovesse necessariamente essere affidato ai comuni, si volle sostituire al

concetto di “autonomia”, quello di “ autarchia”(che cadde in desuetudine solo dopo

il fascismo).

Autarchia era un termine che indicava non solo gli enti territoriali, ma ogni altra

forma di “amministrazione indiretta” dello Stato, compiuta da persone giuridiche

pubbliche per il diritto soggettivo e nell’interesse oltre che dello Stato anche del

proprio; dunque anche i cosiddetti ”enti pubblici”, come vennero definite molte di

quelle “amministrazioni parallele”, che andarono a moltiplicarsi nel periodo

Giolittiano.

In un quadro in cui lo Stato non risulta più monolitico, ma articolato in numerose

forme di autarchia, i comuni non erano semplicemente organi burocratici però

comunque si affermava la loro subordinazione allo Stato. Così le amministrazioni

locali non erano titolari di alcun potere autonomo di indirizzo politico precedente e

contrapposto allo Stato.

Con il Fascismo si abolì l’elettività delle cariche locali e vennero istituiti “ i podestà”

(1926), i quali nominati con decreto reale, assumevano tutti i poteri prima esercitati

dal consiglio comunale, dalla giunta e dal sindaco.

Nel 1925, infatti, il comune di Roma era diventato un governatorato con a capo un

governatore e due vice governatori di nomina regia.

Ma nonostante la mutilazione dell’elemento elettivo, la struttura amministrativa

venne conservata e rafforzata. Infatti proprio in questi anni le “amministrazioni

parallele” e i “controlli atipici” ebbero il loro massimo sviluppo, basti pensare che

nel 1945 i comuni erano sottoposti a 130 tipi di controlli sia preventivi che successivi.

La fase storica successiva alla caduta del fascismo è dominata dal tema delle

autonomie.

Tra le varie proposte, l’unica che si discute nell’assemblea costituente è quella di

Ambrosiani (DC) sull’ INTRODUZIONE DELLE REGIONI .Così nella

costituzione , per la prima volta nella storia del paese venne introdotto L’ ISTITUTO

REGIONALE.

Già prima della promulgazione della costituzione furono istituite 4 regioni alle quali

fu concessa l’autonomia locale: Valle d’ Aosta , Sicilia, Sardegna e Trentino Alto

Adige (tra il ’45 e il ’48) e infine il Friuli Venezia Giulia (1963).

Nonostante la concessione di queste condizioni speciali di autonomia, la Repubblica

volle ribadire che era “una e indivisibile” (art 5), e che non aveva una natura

federale . 13

Le competenze delle regioni erano quelle espressamente attribuite loro dalla

costituzione, valendo il principio della competenza generale dello Stato in mancanza

di norme esplicite.

La preminenza dell’ordinamento statuale sulle autonomie è nella logica assolutistica,

e ciò è suggerito anche dall’art 114 della costituzione: “ la Repubblica è composta in

regioni , province , comuni…….” .

Inoltre le regioni hanno per loro natura caratteri “parastatuali” cioè posseggono

una potestà legislativa, che non poteva essere conferita ad altri enti territoriali,

assegnatali direttamente dall’art 117 della costituzione.

Così si può rilevare la novità più importante della istituzione delle autonomie nella IX

disposizione transitoria, la quale stabiliva che la Repubblica, entro 3 anni dall’entrata

in vigore della Costituzione adegua le sue leggi alle esigenze delle autonomie locali e

della competenza legislativa attribuita alle regioni.

Per descrivere gli assetti repubblicani occorre ribadire che le riforme incisive

giunsero molti anni più tardi, infatti è tra il 1970 e il 1977 che furono istituite le

regioni a statuto ordinari, solo quando fu completato il trasferimento delle funzioni

indicate dall’ art 117 della costituzione , mentre, solo nel 1990 una legge generale

sull’ordinamento delle autonomie ha sostituito iL testo unico del 1934.

Così a metà degli anni 70, riconosciute le nuove funzioni ai comuni, l’oggetto delle

legislazione regionale si amplia notevolmente, infatti rientrano nella gestione del

territorio gran parte dei servizi sociali.

La regionalizzazione esalta ancora di più le differenze tra le varie aree del paese.

Infatti nelle regioni del centro-nord si realizza un efficienza delle amministrazioni

molto più elevata in cui l’ amministrazione dello stato finisce laddove comincia il

complesso regioni/enti locali; mentre le regioni del sud sono regnate da

amministrazioni periferiche dello Stato nelle quali lo stato stesso mantiene un ruolo

importante.

Dagli anni ’70, quindi, si ebbe l’esplosione delle autonomie la quale dette vita a

nuove realtà come quelle di circoscrizioni, quartieri e comunità montane.

Come detto in precedenza però, l’abrogazione del testo unico, avvenne soltanto con

la legge generale sull’ “ordinamento delle autonomie locali” del 1990, la quale

riconosce a comuni e province funzioni proprie e potestà normative.

COSI’ SI PASSA DALL’ VECCHIO SISTEMA GERARCHICO AD UN

NUOVO SISTEMA DI PRULARISMO AUTONOMISTICO.

Inoltre è necessario ricordare che sempre nella metà degli anni ’70 avvennero due

significative trasformazioni del sistema della rappresentanza:

1 – utilizzo del referendum abrogativo nel 1974 sul divorzio, mentre nel 1981 sull’

aborto

2- il Presidente della Repubblica nel 1978 con Sandro Pertini (Pres. della

Repubblica) assume nuovo prestigio divenendo una figura che possiede

prevalentemente i connotati di rappresentatività politica del popolo. 14

L’ AMMINISTRAZIONE di Guido Melis

Nel 1861, al momento dell’ unificazione nazionale, l’Italia aveva appena 50 mila

dipendenti pubblici su 25 milioni di abitanti, la struttura interna dell’apparato

amministrativo era rigidamente gerarchico tanto che si parla di modello gerarchico

–piramidale.

Così tale apparato era fondato sul carattere verticistico secondo cui il comando

veniva esplicato dall’alto verso il basso lungo la scala rigidamente gerarchica prima

richiamata.

L’accesso all’amministrazione, è importante ricordarlo, non era ancora regolato dal

concorso pubblico, infatti il processo di selezione del personale era largamente

discrezionale, basato su un periodo più o meno lungo di volontariato gratuito e

nell’ambito di un itinerario formativo tutto interno intrapreso dal soggetto aspirante

(si imparava facendo).

Fondamentale, per i riflessi che ebbe su tutta l’ attività burocratica, fu il

perfezionamento dei controlli attuato con la legge di contabilità del 1869.Tale legge

ridusse ulteriormente la residua autonomia delle amministrazioni, subordinandola al

regime del doppio controllo (preventivo e consultivo) della Corte dei conti e della

ragioneria.

Contestualmente i codici disciplinari interni, già particolarmente severi, si

irrigidirono ancora di più nel senso di una negazione sistematica dei diritti dei

dipendenti in nome della supremazia speciale dell’amministrazione.

Così l’impiegato pubblico che prestava giuramento al re, era sottoposto senza

remissione all’obbedienza gerarchica oltre che era soggetto ad un sistema di controlli

esteso sino ai più minuti aspetti della sua personalità e della sua privacy, oltre che era

assoggettato ad una continua e puntigliosa valutazione della sua operosità sul lavoro,

della sua diligenza, della sua moralità pubblica e privata.

Chiaro è che l’amministrazione si basava su un quadro di forte produttività degli

uffici e principalmente sullo sfruttamento del personale .

Tutta la fase che và dal 1861 agli anni ’80 vede un periodo in cui il sistema

amministrativo mantiene alcune caratteristiche dominanti come le contenute

dimensioni, le funzioni ancora ridotte e la relativa mobilità interna.

Perciò risulta evidente che l’amministrazione, in questi tempi, è disciplinata da un

reticolo di regole interne non ancora completamente codificato e quindi risulta

frequente il ricorso alla discrezionalità dei capi degli uffici.

A queste 4 caratteristiche se ne deve aggiungere un'altra altrettanto importante se non

di più : l’ identità di fatto tra vertici politici e vertici amministrativi, cioè quella

che è chiamata “osmosi” tra politica e amministrazione stessa.

E’ proprio da questa condizione particolare che nacque l’indifferenza verso il

problema della garanzie del dipendente pubblico, in quanto il vertice amministrativo

sentendosi di appartenere all’élite della politica, non si poneva il problema di dare al

dipendente pubblico uno statuto di garanzie che lo ponesse al riparo dall’arbitrio del

suo ministero. 15

Il quadro dell’amministrazione italiana cominciò a modificarsi con i primi anni ‘80

(nel 1876 la sinistra è andata al governo).

Infatti la riforma del 1882 aveva allargato sensibilmente la base del corpo elettorale

e gli stessi rapporti politica-amministrazione ne erano stati toccati profondamente.

Così la carriera del burocrate non si incrociava frequentemente con quella del politico

infatti essa tendeva a seguire il CURSUS HONORUM via via sempre più

standardizzato. Perciò la formazione del burocrate assumeva sempre più autonomia,

divenendo interna all’amministrazione e soprattutto affidata all’apprendimento delle

sue regole e all’integrazione nei suoi codici comportamentali.

Nel momento in cui si separava della politica , l’amministrazione perdeva la capacità

di determinare interamente al suo interno lo svolgimento delle carriere e perciò

doveva ricorrere necessariamente al riferimento obbiettivo rappresentato dal titolo di

studio.

Si creavano così, nel corpo della burocrazia, 3 grandi fasce:

-Carriere di concetto

-Carriere d’ ordine

-Carriere esecutive

Ognuno dei tre gruppi corrispondeva ad un tipo di funzione e ad un titolo di studio

differente.

Inoltre le grandi riforme legislative del periodo (la legislazione Crispina fu

prevalentemente amministrativa) accrebbero enormemente i compiti

dell’amministrazione, prevedendo un’intensificazione del lavoro ordinario e il ricorso

ad assunzioni straordinarie.

La crescita delle attività impose anche una standardizzazione di comportamenti

amministrativi, in modo che la pratica amministrativa venisse strutturata secondo

moduli ripetitivi, simili in tutte le amministrazioni per tipi analoghi di attività, e che

la maggior complessità degli affari si potesse risolvere nella rigida sequenza di

passaggi obbligati e nell’appesantimento delle verifiche e dei controlli formali.

Con l’età Giolittiana, l’amministrazione entrò a pieno titolo in quello che è stato

definito come il periodo del DECOLLO AMMINISTRATIVO.

In questa fase, che possiamo identificare nel primo quindicennio del novecento si

verificarono 6 fenomeni concomitanti, destinati a mutare la fisionomia

dell’amministrazione italiana:

1) L’amministrazione crebbe sensibilmente di dimensioni (e crebbe la spesa statale in

rapporto al PIL)

2) Non solo l’amministrazione si ingrandì , ma cambio composizione.

In questo periodo si assistette alla prima cospicua meridionalizzazione

dell’amministrazione e il reclutamento della burocrazia non avvenne più al nord, ma,

anzi, quasi esclusivamente al sud.

3) L’amministrazione accentuò la sua caratteristica di luogo di mediazione sociale.

Così l’amministrazione non agiva più nel vuoto istituzionale, ma integrava al suo

interno domande provenienti dal sociale, né teneva conto, spesso ne coinvolgeva i 16

portatori nel processo di decisione amministrativa, prevedendo una loro

partecipazione a fasi del procedimento.

In questo modo però il procedimento amministrativo si complicò ulteriormente per

dar voce a tutti gli interessi e l’azione amministrativa si rallentò per effetto di quella

complicazione.

4) Si crea un nuovo rapporto dell’amministrazione con la politica prevedendo nessi

tra l’ attività propriamente legislativa e quella specificamente amministrativa.

Esempi tipici in cui la politica e l’amministrazione si incontrano sono le commissioni

miste che vagliavano e elaboravano le nuove legislazioni speciali.

5) Il quinto fenomeno fu l’emergere di un primo, accentuato, pluralismo

amministrativo

La struttura dell’amministrazione tradizionale rimase apparentemente identica a

quella del 1861, ma si erano moltiplicate le sue funzioni, in particolar modo quelle

economiche. Nacquero le prime amministrazioni parallele e gli uffici speciali dotati

di relativi margini di autonomia gestionale e finanziaria (per esempio L’INA istituto

nazionale delle assicurazioni).

6) Nascita di un primo sindacalismo del pubblico impiego, strutturato in una miriade

di forme organizzative e associazioni. I primi sindacati si impegnarono per il

riconoscimento dei diritti degli impiegati.

Giolitti nel 1908 regolamentò per la prima volta i rapporti di pubblico impiego,

stabilendo diritti e doveri del dipendente. Con questa legge, che rappresentava la

prima fonte normativa unitaria del rapporto di pubblico impiego, da una parte

venivano rafforzati i trattati dell’ amministrazione gerarchica e il rapporto autoritario

con i dipendenti; dall’ altra si introducevano elementi sia pure timidi di garanzia per

il dipendente e regole certe riguardo al reclutamento (di norma per concorso

pubblico), all’avanzamento (misto, per anzianità e per merito) e ai diritti degli

impiegati.

DOPOGUERRA E FASCISMO

Tra il 1915 e il 1918 l’ amministrazione passò da apparato che comunque dipendeva

ancora dalla politica ad amministrazione responsabile in proprio, chiamata a scelte

pratiche sostanzialmente autonome .

Sul piano delle questioni amministrative Nitti coniò la formula dei “pochi e ben

pagati”,puntando a un processo di sburocratizzazione che non coincideva però con il

predominio degli interessi privati sull’ interesse pubblico.

Nacquero gli enti economico-finanziari , tutti caratterizzati da un nuovo modello di

organizzazione composto dalla presenza di una personalità giuridica propria , poco

personale, molto cultura tecnico-specialistica, alti stipendi, licenziabilità , produttività

e criteri di economicità nelle scelte.

Tra il 1923 e il 1924 il fascismo mise in cantiere una serie di riforme volte

essenzialmente a ridurre la spesa pubblica . 17

La riforma De Stefani mirò soprattutto alla smobilitazione amministrativa, cioè alla

“epurazione” del personale esorbitante , seguita nel 1926 da un radicale blocco delle

nuove assunzioni.

Gli effetti di tale riforma sono stati logicamente il rapido invecchiamento della

burocrazia italiana e il mancato rinnovamento “politico e morale” del pubblico

impiego. Tuttavia le epurazioni colpirono soprattutto il personale sindacalizzato e le

riforme.

Le riforme di De Stefani miravano a irrigidire ancora di più i meccanismi gerarchici,

mentre riconobbero una sostanziale continuità con tutta la precedente costruzione

teorica del rapporto di pubblico impiego, specie nella riaffermazione della concezione

di pubblico impiegato come servitore dello Stato e portatore di statualità. Vi fu

inoltre il deferimento dell’intera materia del pubblico impiego alla giurisdizione del

Consiglio di stato.

Nel corso degli anni ’30 non si registrò nessun tentativo di riforma generale

dell’amministrazione, infatti vennero fatti interventi di taglio generale (mirati al

sistema nel suo complesso) indirizzati o ad una fascistizzazione obbligata ma

esteriore dei dipendenti (introduzione del sabato fascista , requisito della tessera PNF

per l’ ammissione agli impieghi pubblici….), oppure , nella fine degli anni ’30, alla

campagna demografica (premi di nuzialità, aumento stipendiale per la nascita del

primo figlio……).

Il governo della burocrazia era ora definitivamente delegato alle gerarchie

amministrative, senza più alcuna velleità di “invasione” da parte della politica.

In corrispondenza di ciò i direttori generali assumevano un ruolo sempre più incisivo

nel modello Mussoliniano di governo .

Un capitolo a sè fu quello della regolamentazione della presenza femminile nelle

pubbliche amministrazioni; a riguardo è molto importante il decreto 5 /09/1928 il

quale regolamentò la presenza femminile nella pubblica amministrazione fissando in

un massimo del 10 % rispetto agli organici, mentre un successivo decreto del 1939

stabilì quali mansioni fossero da considerarsi “particolarmente adatte alle donne”.

In questi anni vi fu inoltre un processo di “entificazione” che interessò i settori del

credito, della previdenza e della assistenza, delle assicurazioni , dell’agricoltura,

dell’industria, dello sport, della cultura , del turismo , della artigianato.

Il regime non restò estraneo ai nuovi enti: la burocrazia degli enti fu per molti versi la

burocrazia del fascismo. Escludendo gli “istituti beneduce” affidati alla direzione

dello staff Nittiano, gli altri enti furono largamente diretti da uomini del regime in

senso proprio; così , assai più delle corporazioni (create nel 1934) gli enti

rappresentarono, ognuno nel suo campo ,centri di potere reale , capaci di

condizionare le stesse scelte di governo.

Subito dopo la fine della guerra si susseguirono in Italia una serie di norme che

regolavano l’epurazione dell’ amministrazione, la cui legislazione aveva però 2

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luca d.

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze giuridiche Prof.

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