Il Gesù della storia e i suoi seguaci
La storia del cristianesimo tratta della storia della religione cristiana e delle sue istituzioni in tutto il periodo che va dalle origini del cristianesimo nel I secolo fino ad oggi. Nel I secolo d.C., in cui visse ed operò Gesù, la Palestina era sotto il dominio romano fin dal 63 a.C. Com'era loro politica, i romani non imponevano mai alle popolazioni loro assoggettate il culto dei propri dei, anzi, talvolta subivano gli influssi delle loro religioni e le importavano a Roma, come accadde, per esempio, con le deità greche ed egizie. Ai romani interessava soprattutto lo sfruttamento economico delle popolazioni loro sottomesse.
La figura di Gesù
È la figura centrale del Cristianesimo, che lo riconosce come il Cristo (Messia). Gesù era un ebreo che visse nella Palestina del I secolo e per capire la sua opera e il suo pensiero è necessario studiarlo alla luce dei problemi e delle domande che quella società si poneva. L'indagine sul Gesù storico è stata fatta per capire se la figura di Gesù è un'invenzione di qualcuno oppure è realmente esistito. Per fare questo non bisogna solo studiare il libro canonico. Lo scopo è sapere che quanto scritto nel vangelo sia attendibile. Quindi seguire un percorso storiografico e non religioso. Tutto il territorio a quei tempi era chiamato Palestina e gli abitanti erano palestinesi, ma venivano chiamati anche ebrei. Per palestinesi si intendevano gli arabi che abitavano in quella zona, per israeliti quelli di religione ebraica e arabi quelli che abitavano in un territorio laico.
Le fonti
Il Nuovo Testamento resta la fonte principale per avere informazioni sulle origini cristiane; da un punto di vista letterario, i documenti del Nuovo Testamento corrispondono a quattro generi: vangelo, atti, lettera e apocalisse. Dei quattro, solo il vangelo rappresenta un genere letterario nato nella comunità cristiana. Le principali fonti testuali relative a Gesù sono i quattro vangeli canonici (Matteo, Marco, Luca e Giovanni).
- Matteo: di Cafarnao; è uno dei quattro evangelisti. Il suo nome significa "il dono del Signore"; è un pubblicano (=gruppo di ebrei incaricati dai Romani di riscuotere le tasse; erano disprezzati da tutti). È uno degli apostoli. Scrive in greco verso il 70 d.C. e presenta Gesù come il Figlio di Dio, il Messia atteso dal popolo ebraico. Scrive per gli Ebrei diventati cristiani e spesso fa riferimento all'Antico Testamento che essi conoscevano già bene. Il suo Vangelo è rappresentato da un angelo, perché vuole portare l'annuncio di Gesù Salvatore a tutti gli uomini.
- Marco: è di Gerusalemme; è il primo dei quattro evangelisti. Non è discepolo diretto di Gesù, ma seguì l'apostolo Pietro di cui divenne il segretario. Scrive a Roma verso il 65 d.C. in lingua greca. Probabilmente è il primo ad aver messo per scritto il Vangelo. Nel suo Vangelo non racconta la vita di Gesù, ma ne presenta la personalità e si rivolge ai pagani di Roma che non avevano mai sentito parlare di Gesù e tantomeno conoscevano la religione degli Ebrei. Il suo Vangelo è rappresentato da un leone, simbolo di forza e coraggio.
- Luca: è di Antiochia in Siria; è uno dei quattro evangelisti. È un medico, compagno di predicazione di Paolo. Scrive verso l'80 d.C. in greco ed è anche l'autore degli Atti degli apostoli. Il Vangelo che scrive può considerarsi la biografia più vicina a Gesù: rappresenta Gesù come amico dei poveri e Salvatore degli uomini. Scrive per i pagani di cultura greca e il suo Vangelo è rappresentato da un toro, che indica il sacrificio di Cristo, il suo amore per gli uomini.
- Giovanni: è un pescatore di Betsaida e scrive per ultimo verso il 100 d.C.: è l'apostolo prediletto da Gesù (è l'unico degli apostoli a non morire da martire ma morirà a 102 anni esiliato). Scrive in modo diverso rispetto a Matteo, Marco e Luca perché vuole presentare Gesù soprattutto come il Figlio di Dio. Si rivolge ai cristiani dell'Asia Minore che hanno raggiunto una fede salda e vogliono mettere in pratica il comandamento di Gesù: "Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi". Secondo la tradizione Maria, la mamma di Gesù, visse con lui nella comunità di Efeso. Il suo Vangelo è rappresentato da un'aquila, perché lo sguardo acuto di questo animale è paragonato alla capacità di Giovanni di vedere e leggere dentro l'animo di Gesù.
Gli atti degli apostoli
Gli atti degli apostoli costituiscono il continuo del vangelo e mostrano come la comunità delle origini, dopo che Gesù era asceso al cielo, riesce ad organizzarsi. Sono in continuità con la prima parte dell'opera di Luca. Gli atti degli apostoli raccontano:
- Come la comunità si organizzava;
- Come iniziava l'annuncio agli ebrei (ebrei della diaspora) che si trovavano fuori Gerusalemme;
- Per la prima volta si sente la necessità di raccontare il vangelo anche a chi non era ebreo (il primo ad avvertire questa necessità fu Paolo). Quindi in questo modo c'è una diffusione più ampia. Questo perché inizialmente il vangelo era rivolto solo al popolo ebraico;
- Quesito principale: se il cristianesimo è da considerarsi parte della religione ebraica oppure una religione nuova e quindi gli ebrei per diventare cristiani devono essere prima circoncisi? Sarà sempre Paolo a risolvere il quesito: "chi è ebreo è ebreo, chi è gentile è gentile, il nuovo è Gesù Cristo".
Le lettere apostoliche
Le lettere sono missive, mandate a comunità o a personaggi con incarichi particolari del governo di determinate città. Sono state scritte dai fondatori della religione, cioè gli apostoli. Dei 27 scritti del Nuovo Testamento 21 sono lettere, 14 delle quali attribuite al solo Paolo. Esse risultano indirizzate a comunità o a personaggi con incarichi pastorali. Il formulario neotestamentario si rifà a quello ellenistico e presenta questo schema: nome del mittente, nome del destinatario, formula di saluto, ringraziamento a Dio, corpus della lettera con argomenti e temi trattati, saluti e benedizione finali.
Apocalisse
È l'ultima parte del Nuovo Testamento ed è l'unico testo profetico dove per parlare deve utilizzare i verbi al futuro perché parla di quando il signore tornerà a giudicare i vivi e i morti. Lo scritto è attribuito a Giovanni.
La Mishnah
La mishnah è l'insieme del codice, delle leggi riguardanti il popolo di Israele e il testo è utile per individuare idee del tempo di Gesù soprattutto di parte farisaica. Mishnah è un termine nel quale compare la radice shi nun-he, che in ebraico ha un significato vario, e significa ripetere o insegnare: quindi mishnah costituisce una sorta di "ripetizione" o di "insegnamento". Era l'approfondimento del torah, scritto a margine delle pagine.
I primi 5 libri dell'antico testamento sono la torah, cioè sono quelle che vengono scelte dal popolo ebraico come fondamento della propria identità. I 5 libri sono:
- Genesi: che riguarda il periodo storico 1899-1700 a.C. descrivere la creazione, il peccato originale, il diluvio, la storia di Abramo, di Isacco, di Giacobbe – Israele e la storia di Giuseppe.
- Esodo: periodo storico descritto 1300-1200 a.C. e riguarda il soggiorno degli ebrei in Egitto schiavitù, liberazione tramite Mosè (→esodo), soggiorno nel deserto del Sinai.
- Levitico: insieme di leggi religiose e sociali.
- Numeri: periodo intorno al 1200 a.C. contenuto storia di Israele nel deserto.
- Deuteronomio: periodo storico intorno al 1200 a.C. contenuto storia di Israele e varie leggi religiose e sociali.
In particolare, ogni conoscenza anche comparata del mondo ebraico e del mondo cristiano deve passare attraverso la Mishnah; una quantità di argomenti, di temi, di critica e di interpretazione del Nuovo Testamento si possono infatti chiarire o leggere in forma completamente differente proprio alla luce della Mishnah. Nella Mishnah c'è la possibilità di trovare dei riferimenti non credenti al cristianesimo. Questi riferimenti ci servono per comprendere se ciò che è stato scritto nel nuovo testamento può essere attendibile, credibile e che abbia dei riferimenti storici.
Gli pseudepigrafi
Siccome le interpretazioni del testo sacro erano scritte a mano i copisti ogni volta ci aggiungevano qualcosa di personale all'interpretazione.
Fonti extra cristiane
Le prime chiare testimonianze storiche sulla persona di Gesù, ci sono tramandate dallo storico giudeo-romano Giuseppe Flavio (37-103 circa), che fu prima legato del Sinedrio, governatore della Galilea e comandante dell'esercito giudaico nella rivolta antiromana, ed in seguito consigliere al servizio dell'imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito. Nella sua opera Antichità giudaiche (93-94), nella quale narra la storia ebraica da Abramo sino ai suoi tempi, egli fa un accenno indiretto a Gesù; l'occasione gli è fornita dal racconto della illegale lapidazione dell'apostolo Giacomo (detto tradizionalmente il Minore), che era a capo della comunità cristiana di Gerusalemme, avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato del sommo sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso: Giuseppe Flavio sottolinea che c'era uno di Gerusalemme che si chiamava Giacomo, che per il vangelo era il diminutivo di Gesù, il quale era stato condannato a morte.
Ma la testimonianza di gran lunga più interessante è contenuta nel capitolo decimottavo della medesima opera, ed è nota tra gli storici come Testimonium flavianum. Essa, a causa della difficoltà di alcune sue affermazioni, fu oggetto di un lungo dibattito fra gli studiosi. Così infatti si presenta nella forma a noi tramandata: “Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se pure bisogna chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. …E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani” (Ant. XVIII, 63-64).
Cornelio Tacito (54 – 199), grande storico romano, pretore, oratore, consul suffectus e proconsole in Asia, scrisse attorno al 112 i suoi 16 libri di Annali, che narrano la storia romana dalla fine del principato di Augusto (14 d.C.) alla morte dell'imperatore Nerone (68 d.C.). Tacito ci narra che quando nel 64 scoppiò il grande e ben noto incendio della città di Roma, l'imperatore Nerone accusato dall'opinione pubblica cercò in tutti i modi di favorire le vittime del disastro e di stornare da sé l'accusa che pendeva sul suo capo, con vari provvedimenti: “Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani”.
Tacito ci fa notare che i cristiani erano invisi al popolo “a causa delle loro nefandezze”, e che la loro fede era una “esiziale superstitio”; essi sono definiti “rei” e “meritevoli di pene severissime”, accusati di “odio del genere umano”. Il cristianesimo era agli occhi dei pagani una superstitio nova, e i cristiani erano dei molitores rerum novarum, perché introducevano un culto e uno stile di vita assai diverso da quello tradizionale. Superstitio non è più, nel linguaggio romano, un sinonimo di religio, ma ne è l'opposto; superstitiones sono quei culti stranieri o innovatori che non corrispondono alla tradizione degli antenati (mos maiorum) e non hanno ricevuto pubblico riconoscimento. Così, fin dall'epoca antica, stabiliva la prescrizione attribuita al re Numa e riportata da Cicerone: “Nessuno abbia proprie divinità nuove o straniere, non riconosciute pubblicamente”.
Il cristianesimo è dunque una superstizione straniera, e per di più è una “superstizione nuova”, per cui non gode neppure della caratteristica dell'antichità, che dai Romani veniva sempre guardata con grande rispetto. La colpa dei cristiani è che essi costituivano nella società imperiale un gruppo a sé, estraniato dalla vita pubblica e dalla religiosità comune, che era un elemento di coesione sociale. Il rifiuto di adesione alla religione dello stato era visto come un atto di sovversione politica.
Plinio il Giovane (61 – 112/113), nipote dello storiografo Plinio il Vecchio, avvocato, consul suffectus e governatore della Bitinia e del Ponto. Egli ci ha lasciato una raccolta di epistole contenute in 10 libri, l’ultimo dei quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e l'imperatore Traiano. Queste lettere risalgono per lo più al periodo del governatorato di Plinio in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una fonte documentaria di eccezionale importanza. In una di queste lettere egli si rivolge a Traiano per ottenere istruzioni da seguirsi nel trattare con i cristiani della Bitinia e del Ponto, ove, come detto, ricopriva la carica di legato con potere consolare, infatti così scrive:
“Affermavano inoltre che tutta la loro colpa o errore consisteva nell’esser soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio, e obbligarsi con giuramento non a perpetrare qualche delitto, ma a non commettere né furti, né frodi, né adulteri, a non mancare alla parola data e a non rifiutare la restituzione di un deposito, qualora ne fossero richiesti”.
Plinio, da quanto si ricava da questa epistola, ma in genere da tutto il carteggio, ci appare come un funzionario scrupoloso e leale, ma anche alquanto indeciso, in balia alla costante preoccupazione di non prendere iniziative personali che rischino di essere disapprovate dal suo superiore.
Svetonio (70 – 126) ricoprì l’importante incarico di archivista, segretario e bibliotecario dell’imperatore Adriano, fino all’anno 122, quando assieme al prefetto del pretorio Setticio Claro venne destituito ed allontanato dalla corte imperiale. Nella sua opera Vita dei dodici Cesari, una raccolta di dodici biografie degli imperatori da Cesare a Domiziano scritta intorno al 120, ci lascia due accenni ai cristiani. Il primo si trova nella vita di Claudio:
“Espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine” (Vita Claudii XXIII, 4).
La notizia di Svetonio concorda perfettamente con quanto è riportato negli Atti degli Apostoli riguardo all’arrivo di Paolo a Corinto. Il secondo accenno ai cristiani, Svetonio lo colloca nella vita di Nerone; esso in poche parole ci riassume quanto già narrato più diffusamente da Tacito, con il quale condivide anche le consuete accuse di superstitio nova ac malefica: “Sottopose a supplizi i Cristiani, una razza di uomini di una superstizione nuova e malefica”.
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