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Storia del cristianesimo e delle Chiese

Appunti sulla base del programma dell'anno accademico 2016/2017, sulla base dei testi seguenti.
Programma per gli studenti frequentanti del modulo di Storia del cristianesimo e delle Chiese I (6 CF):
-G.L. Potestà - G. Vian, Storia del cristianesimo, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 9-75;
-A.A.R. Bastiaensen, Introduzione a Atti e Passioni dei martiri. Introduzione di A.A.R. Bastiaensen,... Vedi di più

Esame di Storia del cristianesimo e delle Chiese docente Prof. V. Zangara

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ESTRATTO DOCUMENTO

macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo. 2. Piuttosto accarezzate le fiere

perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno.

Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo.

Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 3. Non vi comando come

Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo.

Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non

desiderare nulla.

Forte interpretazione del martirio, fondamentale per le dinamiche della Chiesa del tempo – contro

le tendenze e le eresie, a favore dell’episcopato monarchico – da comprendere in modo unitario e

complesso con la tendenza escatologica dell’unione finale con Cristo anticipata nel martirio. Il

fedele, ed il vescovo tra loro, vivono in tale tensione ed in essa trova significato il martirio.

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Policarpo di Smirne entra per un tratto della sua lunga esistenza in collisione con la figura di

Ignazio di Antiochia: attraverso la lettera di quest’ultimo possiamo avere una prima immagine di

Policarpo stesso. La figura di Ignazio è un esempio per noi significativo per comprendere la

molteplicità delle questioni che potevano agitare un vescovo al tempo, questioni entro le quali deve

essere compresa anche la tensione al martirio che abbiamo visto caratterizzare Ignazio attraverso

questo documento eccezionale indirizzato alla Chiesa di Roma, dove chiede di non intervenire per

evitargli il martirio.

La Lettera a Policarpo include consigli per il vescovato, e lo esorta ad inviare un delegato ad

Antiochia per riferire della sua situazione; inoltre gli chiede di scrivere personalmente delle lettere

alle chiese – richieste che evidenziano l’enorme stima di Ignazio per Policarpo.

Il cristiano a servizio di Dio

VII, 1. Poiché la Chiesa di Antiochia nella Siria, per le vostre preghiere, è in pace come mi è stato

riferito, sono divenuto più fiducioso nella serenità di Dio, se col patire lo raggiungo per trovarmi

nella risurrezione vostro discepolo. 2. Conviene, o Policarpo, ricolmo di ogni felicità divina, che

tu raduni un’assemblea gradita a Dio e che elegga uno che amate e sia zelante che potrà ben

chiamarsi corriere di Dio, e gli sia affidato di recarsi in Siria per celebrare la vostra carità

sempre attiva nella gloria di Dio. 3. Il cristiano non vive per sé, ma è a servizio di Dio.

Quest’opera è di Dio, e anche vostra quando l’avrete compiuta. Ho fiducia nella grazia perché

siete pronti all’opera buona che concerne Dio. Conoscendo il vostro zelo per la verità, vi ho

esortato con poche parole.

Congedo

VIII, 1. Non ho potuto scrivere a tutte le Chiese dovendo imbarcarmi improvvisamente da Troade a

Neapolis, come impone l’ordine ricevuto. Scriverai tu alle Chiese (che ti sono) davanti,

conoscendo la volontà di Dio, che facciano la stessa cosa, di mandare cioè messaggeri,

potendolo, o di spedire lettere a mezzo dei tuoi inviati per essere glorificati con un’opera eterna,

come tu ne sei meritevole. 2. Saluto tutti per nome e la donna di Epitropo con tutta la sua casa

e quella dei figli. Saluto il mio amato Attalo. Saluto chi sarà ritenuto degno di dover andare in

Siria. La grazia sarà sempre con lui e con Policarpo che lo manda. 3. Vi prego di essere forti nel

Dio nostro Gesù Cristo e in lui rimanete nell’unità e sotto la vigilanza di Dio. Saluto Alce, nome

a me caro. State bene nel Signore.

Queste Lettere conducono ad un’idea di inclusione ecclesiastica, ricordano di appartenere tutti ad

un’unica Chiesa; per Ignazio il vescovo è sovrano, ad immagine di Dio e nessuno può contestarlo,

tuttavia queste Chiese hanno già raggiunto la consapevolezza di essere parte di un organismo

istituzionale e superiore che si può organizzare in istituzioni omogenee, ma comunque rimanda

alla Chiesa come sposa e corpo di Cristo secondo la formula paolina. Tali Lettere dunque sono da

leggere alla luce della consapevolezza della loro autonomia ma anche all’appartenenza ad un

organismo unitario.

LETTERA DI POLICARPO AI FILIPPESI

Unica salvata da un naufragio: i Filippesi avevano richiesto le Lettere di Ignazio, e tale lettera

accompagnava il plico.

Capitolo 1

Le catene del martirio sono degne dei Santi: binomio martire-santo. Le catene sono i diademi di

coloro che sono stati scelti da Dio. // Daniele: elezione, scelta del martire

Lodi ai Filippesi per la loro benevolenza verso i fratelli imprigionati per Cristo, e per la loro

salda fede

1. Mi sono molto rallegrato con voi nel Signore nostro Gesù Cristo, perché avete accolto gli

imitatori della vera carità e, come a voi si conveniva, avete accompagnato questi prigionieri

avvinti da venerabili catene, le quali sono il diadema dei veri eletti di Dio e del Signore nostro.

Capitolo 13

Strano che chieda notizie di Ignazio, quando in altre parti lo chiama beato (e dunque già martire):

qualcuno obiettò che fossero due lettere condensate, ma l’ipotesi è ormai scartata – la tendenza

generale della critica d’oggi è quella di considerarlo un testo unitario, scritto quando ormai Ignazio

ha già subito il martirio.

Manderò in Siria la vostra lettera. Vi unisco le lettere d’Ignazio

1. Mi avete scritto voi e Ignazio, affinché, se qualcuno va in Siria, porti la vostra lettera. Lo farò

quando si presenti un’occasione opportuna, sia io stesso, sia mandando un delegato anche a

nome vostro.

2. Vi abbiamo mandato, come ci avete richiesto, le lettere d’Ignazio, tanto quelle da lui inviate a

noi, quanto le altre che abbiamo presso di noi; esse sono unite alla presente. Voi potrete

ricavarne grande frutto, poiché sono piene di fede, di pazienza e di tutto ciò che può edificare e

condurre al Signore nostro. Voi, da parte vostra, se avete notizie sicure a riguardo di Ignazio e

dei suoi compagni, fatemele sapere.

Questo testo ci è giunto non in originale greco, ma in una traduzione latina: dunque l’operazione

critica appare delicata.

Tale lettera è anche pastorale, d’esortazione, interessante perché il vescovo Policarpo sa di

misurarsi con una Chiesa che gode della particolare tradizione della fondazione paolina.

Capitolo 7

A complemento della parte di ammonizione ed esortazione, vi è una parte contenente un

ammonimento riguardo il docetismo ed altre dottrine eretiche.

Fuggite i doceti e perseverate nel digiuno e nell’orazione

1. Infatti, chi non riconosce che Gesù Cristo é venuto nella carne, é un anticristo e chi rigetta la

testimonianza della croce viene dal diavolo. Chi perverte le parole del Signore, adattandole ai

suoi malvagi desideri, e nega la risurrezione e il giudizio, costui è il primogenito di Satana.

2. Perciò, abbandonando la vanità della gente e i falsi insegnamenti, ritorniamo alla dottrina che ci

fu impartita da principio, siamo sobri [per attendere] alla preghiera; perseveriamo nel digiuno e

domandiamo con preghiere a Dio, che tutto vede, di non indurci in tentazione; poiché il Signore

ha detto: Lo spirito é pronto, ma la carne é inferma.

Tale lettera attesta la cura che le Chiese hanno nel raccogliere i testi martiriali, mostrando le

preoccupazioni pastorali di un vescovo dell’Asia che si ritiene in tal misura in dovere di dare

consigli ad una Chiesa dalla tradizione antichissima, concedendo gran spazio a quelli che possono

essere comportamenti eterodossi, dottrinalmente devianti, all’interno delle Chiese.

IRENEO DI LIONE

È un altro personaggio importante in riferimento a Policarpo. Di origini asiane, diventa vescovo in

Gallia. Possediamo due testimonianze omogenee da lui su Policarpo:

1. Adversus Haereses , pervenuta in traduzione latina, in particolare III, 3.4

Dice che Policarpo fu discepolo degli Apostoli, e visse con molti che avevano conosciuto il

Signore. Secondo Ireneo, fu posto come vescovo dagli Apostoli stessi. Inoltre dice che lui

stesso lo vide “da giovinetto” a Smirne, perché egli visse a lungo, tanto però poi da subire

un glorioso martirio in età avanzata. Dice ciò perché è interessato a dimostrare che fu

discepolo degli Apostoli e da loro fatto vescovo, visse in modo santo tanto da meritare il

martirio, per comprovare il fatto che egli in qualche misura necessariamente ha insegnato

una dottrina vera, appresa direttamente dagli Apostoli. È un testimone dell’ortodossia,

quella che Ireneo trova nella Chiesa a lui contemporanea che lotta e sconfigge sette

ereticali, in particolare gnostiche. Racconta che venne a Roma al tempo di Papa Aniceto

(155-166) e che qui combatté in dibattito Marcione vincendo, e che tale dibattito fu

sostenuto in base ad un esempio ricevuto da Giovanni, che aveva combattuto allo stesso

modo l’eretico Cerinto. Soltanto quelle chiese i quali vescovi, come lui, sono stati educati

dai rappresentanti del Signore, e dunque presentano una successione autentica, possono

essere guardate come Chiese che hanno una dottrina vera, ed a tali chiese bisogna fissarsi

per arginare le pretese degli agnostici.

3,4. Possiamo riferirci anche a Policarpo. Egli non solo fu discepolo degli Apostoli e amico

intimo di molti che avevano visto il Signore, ma fu dagli Apostoli stessi costituito

vescovo della chiesa di Smirne in Asia. Io lo potei conoscere nella mia fanciullezza

poiché ebbe una vita longeva ed era assai vecchio quando mori con glorioso e illustre

martirio. Ora egli insegnò sempre ciò che aveva appreso dagli Apostoli e questa è

ancora la dottrina trasmessa dalla Chiesa ed è l’unica vera. Questo attestano

concordemente tutte le chiese dell’Asia e quelli che fino ad oggi successero a

Policarpo.

Egli è un assertore della verità ben più sicuro e degno di fede che Valentino, Marcione

e gli altri perversi dottori. Venuto a Roma sotto Aniceto riuscì a ricondurre molti di tali

eretici al grembo della chiesa di Dio predicando loro che una sola ed unica verità

lasciarono gli Apostoli e ch’essa è precisamente quella trasmessa dalla Chiesa. Alcuni

l’udirono raccontare che Giovanni, discepolo del Signore, recatosi un giorno alle terme

di Efeso e scortovi Cerinto, si precipitò verso l’uscita gridando: “Fuggiamo, ché le

terme non abbiano a caderci addosso ora che v’è Cerinto, nemico della verità!”. Una

volta al medesimo Policarpo venne incontro Marcione dicendo: “Facciamo

conoscenza”. “Ti conosco, ti conosco, rispose, tu sei il primogenito di Satana”. Tanta

era la prudenza degli Apostoli e dei loro discepoli da non voler neppure scambiar

parola coi falsari della verità, come ammonisce pure S. Paolo: “Fuggi l’eretico dopo

averlo ammonito una volta sapendo ch’egli è perverso, sviato e da sé va verso la

dannazione” (Tit. 3,10). Esiste tuttora una lettera assai preziosa di Policarpo ai

Filippesi; da essa coloro che desiderano e sono solleciti della propria salvezza,

possono conoscere le caratteristiche della sua fede e la predicazione della verità.

Anche la chiesa di Efeso, fondata da Paolo e nella quale Giovanni dimorò fino ai tempi

di Traiano, è estimone autentico della tradizione apostolica.

2. Lettera a Florino , pervenuta attraverso l’ Historia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, V, 20 .

Anche Eusebio è preoccupato di definire la linea dottrinale autentica fin dalle origini contro

le tante deviazioni ereticali. Uno dei criteri che adotta è proprio quello della successione

apostolica. Una figura come quella di Policarpo poteva giocare un ruolo significativo,

perché riconosciuta già da Ireneo di Lione. A tal riguardo Eusebio inserisce la Lettera a

Florino, documento altrimenti perduto.

Florino sosteneva che Dio fosse l’autore del male: Ireneo risponde, ricordando anche il suo

rapporto con Policarpo: il carattere apostolico diventa nel II secolo il carattere fondamentale

per individuale ed imprescindibile per distinguere l’ortodossia dall’eterodossia.

Gli studiosi non sono certi che Giovanni fosse il discepolo di Gesù, quanto Giovanni il

Presbitero, del quale parla Papia di Hierapolis.

20. Ciò di cui ha parlato Ireneo scrivendo agli scismatici di Roma.

1. In opposizione a quanti alteravano a Roma la sana istituzione della Chiesa, Ireneo

redasse diverse lettere: una A Blasto, sullo scisma; un'altra A Florino, sulla monarchia,

ovvero Dio non è l'autore del male, perché sembrava che Florino sostenesse tale

opinione. E ancora, quando costui si lasciò attrarre dall'errore di Valentino, Ireneo

compose un'opera Sull'ogdoade, in cui precisa anche di aver ricevuto la prima

successione dagli apostoli.

2. Alla fine del trattato trovammo una sua finissima annotazione, necessariamente inserita

in quest'opera, che ha il seguente tenore: “Per il Signore nostro Gesù Cristo e per la sua

gloriosa apparizione, quando verrà a giudicare vivi e morti, ti scongiuro, tu che

trascriverai questo libro, di confrontare accuratamente ciò che trascriverai e di

correggerlo in base a questa copia da cui l'avrai desunto; e similmente trascriverai

questo scongiuro e lo metterai nella copia”.

3. Anche questo era utile da parte sua dirlo e da parte nostra riportarlo, affinché

consideriamo quegli uomini antichi e veramente santi come ottimo esempio della

sollecitudine più attenta.

4. Nella suddetta lettera a Florino, Ireneo ricorda ancora il suo rapporto con Policarpo,

dicendo:“Queste opinioni, Florino, non sono, per dirla con moderazione, di una sana

dottrina; queste opinioni contrastano con quelle della Chiesa e gettano quanti vi credono

nella più grande empietà; queste opinioni neppure gli eretici che sono fuori dalla Chiesa

osarono mai proclamarle; queste opinioni non te le hanno tramandate coloro che furono

presbiteri prima di noi, coloro che frequentarono gli apostoli.

5. Perché io ti ho visto, mentre ero ancora ragazzo, nell'Asia inferiore presso Policarpo,

quando tu eri illustre alla corte imperiale e cercavi di farti onore presso di lui. Ricordo

infatti gli avvenimenti di allora meglio di quelli accaduti di recente

6. (perché le conoscenze acquisite da ragazzi crescono con l'anima, dentro di essa), così

che posso dire anche i luoghi dove il beato Policarpo si sedeva a discutere e il suo

modo di procedere ed entrare in argomento, il carattere della sua vita e il suo aspetto

fisico, i discorsi che faceva alla folla, come riferiva le sue relazioni con Giovanni e con

gli altri che avevano visto il Signore, come ricordava le loro parole e quali erano le cose

che aveva udito da loro sul Signore, sui suoi miracoli e sul suo insegnamento, e come

Policarpo avesse ricevuto tutto questo dai testimoni oculari della vita del Signore e lo

riferisse in conformità con le Scritture.

7. Io ho ascoltato attentamente queste cose anche allora per la misericordia di Dio che è

venuta a me, annotandole non su un foglio di papiro, ma nel mio cuore; e sempre per la

grazia di Dio le rimuginai sinceramente, e posso testimoniare davanti a Dio che se quel

presbitero beato e apostolico avesse udito qualcosa di simile, avrebbe gridato e si

sarebbe tappato le orecchie, e avrebbe detto,come è sua abitudine: “Buon Dio, per quali

tempi mi hai tenuto in vita, perché io sopporti simili cose?”. E sarebbe fuggito dal luogo

in cui, seduto o in piedi, avesse ascoltato tali discorsi.

8. E lo si può dimostrare dalle lettere che egli mandò sia alle Chiese vicine, per

incoraggiarle, sia ad alcuni fratelli, per ammonirli ed esortarli”. Così Ireneo.

Secondo Ireneo, Policarpo venne a Roma sotto Aniceto. Questa andata a Roma ubbidisce ad una

datazione precisa, cioè la Pasqua – il 14 del mese di Misan secondo il calendario ebraico. Era

dunque una celebrazione con data fissa. La Chiesa di Roma ed Alessandria invece celebravano la

Pasqua la domenica successiva. Su tale data, le Chiese d’Asia si scontrarono duramente con la

Chiesa di Roma: un primo momento viene evidenziato dalla presenza di Policarpo a Roma per

discutere la questione.

Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, Libro IV, 14:

Ciò che si ricorda di Policarpo, che conobbe gli apostoli.

1. All'epoca in questione, mentre Aniceto reggeva la Chiesa di Roma, Ireneo racconta che

Policarpo era ancora in vita e venne a Roma a colloquio con Aniceto, a proposito di una

questione relativa al giorno della Pasqua.

Quando la situazione si ripropose, Ireneo portò l’esempio di Policarpo a Papa Vittore.

Eusebio di Cirenea, Historia Ecclesiastica, Libro V, 24.14 sgg.:

24. Il dissenso dell'Asia.

1. E una sola fu la determinazione dei suddetti: quella già riferita. Ma i vescovi dell'Asia, guidati da

Policrate, continuarono a sostenere che era necessario mantenere l'usanza che era stata loro

tramandata dall'antichità.

[…]

14. Ireneo aggiunge poi un'osservazione che mi pare appropriato riferire, ed è di questo tenore:

“Tra loro vi furono anche i presbiteri anteriori a Sotero che presiedettero la Chiesa che tu

governi ora, cioè Aniceto, Pio, Igino, Telesforo e Sisto, che non osservarono essi stessi il

quattordicesimo giorno, né imposero la sua osservanza a quanti li seguirono, ma pur non

osservandolo essi stessi, non furono affatto meno in pace con quanti giungevano tra loro dalle

diocesi in cui esso veniva osservato. Eppure l'osservarlo era un contrasto ancora maggiore per

coloro che non l'osservavano.

15. E nessuno fu mai respinto per questa ragione, ma anzi quegli stessi che non l'osservavano,

cioè i presbiteri che ti hanno preceduto, inviarono l'Eucaristia a quelli delle diocesi che

l'osservavano.

16. E quando il beato Policarpo soggiornò a Roma al tempo di Aniceto, pur avendo avuto l'uno con

l'altro piccole divergenze su altre questioni, si rappacificarono subito, non desiderando essere

in disaccordo su questo argomento. Aniceto non riuscì infatti a persuadere Policarpo a non

osservare il quattordicesimo giorno, come aveva sempre fatto con Giovanni, discepolo del

Signore nostro, e con gli altri apostoli con cui era vissuto; né Policarpo persuase Aniceto ad

osservarlo, poiché quest'ultimo diceva che bisognava mantenere la consuetudine dei presbiteri

a lui anteriori.

17. E pur stando così le cose, si comunicarono l'un l'altro, e nella Chiesa Aniceto concesse

l'Eucaristia a Policarpo, evidentemente per riguardo, e si separarono l'uno dall'altro in pace,

poiché tanto gli osservanti quanto i non osservanti avevano pace nell'intera Chiesa”.

18. E Ireneo fu degno del nome che portava, essendo paciere di nome e di fatto, ed esortò ed

intercedette per la pace delle Chiese, poiché in merito alla questione sollevata discusse per

lettera non solo con Vittore, ma anche, uno dopo l'altro, con numerosi altri capi di Chiese.

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IL MARTIRIO DI POLICARPO

Come si presenta il racconto? Innanzitutto, è inserita in una lettera. La stessa cosa avviene per il

martirio dei Martiri di Lione, anch’esso costituisce la ragione di una lettera.

L’incipit della lettera – protocollo – è tipicamente cristiano:

- Mittente : Chiesa di Dio che è pellegrina a Smirne,da παραικούσα, termine con valenza

tecnica cristiana e politica – dove indica il soggiorno in un Paese che non è il proprio,nel

quale non si gode dei diritti del proprio. Inidica in questo contesto il non-definirsi all’interno

di un contesto politico-sociale. I cristiani sono pellegrini e non cittadini del mondo, la loro

cittadinanza è nei cieli (come predicava Paolo). -> A Diogneto, testo dove questa perifrasi

viene esplicata.

- Destinatario 1 : Chiesa di Filomelio, Chiesa della Frigia – più internamente alla penisola

anatolica, che aveva richiesto tali fatti (20, 1)

- Destinatario 2 : A tutte le comunità della santa Chiesa universale (cattolica), espressione

usata per la prima volta da Ignazio – καθολικής – che rimanda alla concezione di unica

Chiesa, pur nella assoluta individualità. Infatti la Chiesa è sposa di Cristo (Paolo). La

Chiesa è una, ma al contempo ogni singola Chiesa è Chiesa nella sua interezza.

In ogni caso, la Chiesa di Filomelio dunque

- Augurio : pietà, pace e amore di Dio Padre e del Signore Nostro Gesù Cristo vi siano

moltiplicati.

Successivamente fa riferimento ad una persecuzione, della quale non abbiamo alcun elemento per

definirla, che culmina col martirio di Policarpo, preceduto da altri episodi di testimonianza –

μαρτύριον, termine che ha significato tecnico solo in ambito liturgico.

1,1 Importante che poi si parli di testimonianza secondo il Vangelo (similmente al capitolo 4) dove

vi si legge non così insegna il Vangelo: il martirio cristiano è modellato sulla narrazione della

morte di Gesù.

1,2 Esce fuori il differimento dal martirio, che Policarpo attua nascondendosi in un piccolo

podere per non cadere nella mani dei persecutori: tale problema viene risolto nelle Chiese

tramite la comprensione della fuga di fronte al persecutore non come un rifiutare l’esperienza

del martirio quanto come momento necessario del governo pastorale della propria Chiesa. La

stessa cosa sperimentò un secolo dopo il vescovo Cipriano di Cartagine, che sotto la

persecuzione di Decio si rifugia in campagna e successivamente, preso sotto la persecuzione di

Valeriano, affronta in modo esemplare il martirio. In altre frange delle comunità cristiane, tale

fuga era un venir meno alla risolutezza ed alle responsabilità del cristiano in quanto tale –

Quinto* mostra un’altra reazione dei cristiani di fronte al martirio, e lascia intuire la

preoccupazione critica di una situazione simile a quella di Policarpo. Ma il testo dice che differì

al modo del Signore: lo scrittore prende questa fuga come imitazione in senso globale della vita

di Cristo, quando Gesù evita la folla perché non era ancora il momento di rendere la sua

testimonianza. Non ci si procura di propria volontà il martirio, ma è definito un momento dalla

volontà di Dio. Inoltre Gesù in Matteo 10, 23 dice: Quando vi perseguiteranno in una città,

fuggite in un’altra; perché io vi dico in verità che non avrete finito di percorrere le città d’Israele,

prima che il Figliuol dell’uomo sia venuto.

2,1 Il martirio insomma non è frutto di una ricerca personale ma una possibilità, un dono offerto da

Dio al cristiano, i cui tempi sono tutti nelle mani di Dio (Bisogna infatti che noi si sia assai

prudenti e si rimetta a lui la completa giurisdizione su tutto.)

2,2 Si descrive il martirio con la stessa crudezza usata nel Martirio dei Sette Fratelli: tale crudeltà è

un crescendo nella letteratura delle Passioni, e tanto più vengono scritte in tempi lontani dai fatti

– o inventate, tanto più eccedono in queste descrizioni cruente. Questo testo non è scritto molto

lontano dal martirio di Cipriano – allo scadere dell’anniversario – ma già si è creato il gusto del

lettore per la rappresentazione del martirio in questo modo. Inoltre, i martiri sopportano le

crudeltà del martirio perché erano assenti dalla propria carne come se l’anima fosse già andata

via dal corpo poi dice che in realtà la capacità di sopportazione del martire dipende dal fatto che

il Signore era presenta a parlare con essi. Pertanto se Cristo parla col martire, il martirio è già

pronto. Inoltre bisogna ricordare che era assente la canonizzazione nella Chiesa antica: il

martire aveva diritto ad un culto ed alla memoria liturgica.

2,3 Il martire diventa angelo, ovvero intermediario, messaggero tra gli uomini e Dio.

3,1 Il Diavolo è co-protagonista nel martirio: gli uomini sono burattini di quest’essere al quale Dio

permette di fare il male sulla Terra. Anche lui ha natura angelica, natura che però è stata

stravolta da un peccato di superbia, e continua ad intervenire nella storia degli uomini non

indipendentemente dal piano divino. La persecuzione è un male per correggere il popolo. In

ogni caso, il Diavolo non riuscì a prevalere su tutti: questo per dire che nelle persecuzioni

comunque la maggior parte dei perseguitati abiurava. Di fronte alla prova, il cristiano comune

cedeva (lapsi – coloro che sono caduti nella prova): questi alla fine delle persecuzione, dopo la

persecuzione di Policarpo, chiedevano di rientrare nelle Chiese, e si poneva un grave problema

davanti ai capi della Chiesa.

Lottò come martirio contro le belve del circo Germanico, come tentativo del proconsole di

persuadere il martire facendo appello alla sua giovinezza. La reazione fu di aizzare la fiera

(come Ignazio), per essere liberato al più presto da quel loro costume di vita empio ed iniquo.

La giovinezza di Germanico gioca un ruolo fondamentale nella lettera – da porre in antitesi ma

a braccetto col martirio del vecchio ottantaseienne Policarpo: ha la funzione di scatenare la

richiesta del martirio stesso di Policarpo: Morte agli atei! A noi Policarpo! (A partire dal II secolo

i Cristiani vengono definiti atei).

4,1 Questo capitolo si è ipotizzato come successivo: il frigio Quinto* al contrario di Germanico è

timoroso di fronte alle belve: ci lascia intravedere una prospettiva diversa di fronte al martirio.

Siamo di fronte ad un fenomeno che sappiamo presente nel II e III secolo, ovvero

l’autodenuncia – specularmente opposta la fuga di Policarpo, e così come Policarpo segue il

Vangelo, Quinto va contro di esso. Venendo dalla Frigia, s’è supposto facesse parte dei gruppi

montanisti o catafrigi, corrente del Cristianesimo del II secolo che risale al personaggio di

Montano (155-166 in attività), che definiva sé ed i suoi seguaci Nuova Profezia. Coadiuvato

nella sua opera evangelizzatrice dalle due profetesse Priscilla (Prisca) e Massimilla, presentava

il proprio annuncio di salvezza come ispirato direttamente dallo Spirito Santo, riguardante

l’imminente ritorno di Gesù, in corrispondenza della fine: tale fine era legata alla concezione

millenarista o chiliasta, diffusa in Asia Minore: applicazione esegetica fondata sui capp. 20 –

21 dell’Apocalisse con influenza del capitolo 7 di Daniele agli ultimi tempi. Lì si parla di una

prima risurrezione che riguarda i giusti, che segnerà l’imprigionamento di Satana per mille anni,

e dunque mille anni di regno dei giusti con Cristo, nella Gerusalemme celeste discesa sulla

Terra. Tale regno sarebbe stato di grande pienezza e floridezza materiale (non di spiriti).

Immaginando imminente la discesa della Gerusalemme celeste, i montanisti avevano

individuato tali luoghi in Pepuza e Timione ed invitato i fedeli a raggiungere tali località.

Esponente del montanismo fu Tertulliano.

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MARTIRIO DI POLICARPO

Prima di narrare il martirio, si narrano gli antefatti di esso, posti in un contesto di persecuzione nei

quali l’estensore di tale lettera riconosce una climax ascendete che termina con Policarpo –

martirio al culmine ma anche ultimo.

Il capitolo 2 inquadra in uno sguardo d’insieme le prove tremende passate dai martiri in tale

persecuzione, con l’insistenza sulle torture cruente ed il valore del martire; il capitolo 3 narra le

vicende del martire Germanico, coraggioso e valoroso, raffigurazione di un martire giovane,

valoroso, che rifiuta il paganesimo e desidera il sano martirio, da comprendere all’interno di quel

quadro di avversione che circonda i martiri all’interno del circo, tra le fila degli spettatori pagani,

inducendo la folla a chiedere di più al proconsole – la testa di Policarpo; il capitolo 4 infine narra il

caso anomalo della contro-testimonianza di Quinto, cristiano che trascina se stesso e gli altri

all’autodenuncia.

Prosecuzione: il montanismo

Questa attesa spasmodica ha delle conseguenze nel mondo delle Chiese: non si può attendere la

Gerusalemme Celeste sena predisporre animo e corpo ad accoglierla; da qui la predicazione di

una morale religiosa ed un ascetismo rigido – in un primo momento persino il divieto al matrimonio

– spogliazione dei beni materiali attraverso elemosine religiose, digiuno. Un ruolo privilegiato ha

l’incitamento al martirio, che diventa lo strumento per anticipare l’imminente momento del Regno di

Cristo e dei giusti. Il mondo, in ogni caso, giunge alla fine. Questa accentuazione del valore del

martirio comporta il rifiuto assoluto ad ogni tentativo di sottrarsi al martirio stesso, e poteva portare

personalità particolarmente sensibili al fenomeno dell’autodenuncia.

Il fenomeno dei profeti è ormai obsoleto, non più funzionale, e nelle Chiese si chiedono cariche

carismatico-istituzionali, espressione diretta della comunità, come attesta la διδακή. Dunque il

montanismo è un fenomeno di regressione. Lo si può spiegare con l’affievolirsi dell’attesa

escatologica del cristianesimo antico – nella Seconda Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi la

comunità si sente a disagio perché non sembra più imminente la παρουσία, il ritorno di Cristo – il

montanismo dunque porta nuova linfa all’attesa escatologica. I montanisti non sono interessati alle

grandi discussioni teologiche, restano nell’ambito dell’ortodossia, non interessandosi all’aspetto

dottrinale delle Chiese, a differenza dei gruppi gnostici che infrangono l’assetto delle Chiese. Ciò

non toglie che nel II secolo i montanisti indichino un grande pericolo per le Chiese: si

autodefiniscono profeti, riportano un auge un’idea arcaica, si fanno portavoce diretti dello Spirito –

tutto ciò urtava contro le prerogative che un vescovo come Ignazio riconosceva prerogative di un

vescovo cristiano, unico personaggio che donava dottrine, immagine di Dio e guida della comunità.

La profezia di Montano rendeva inutile l’insegnamento dei vescovi nelle Chiese; viene

progressivamente posto ai margini delle Chiese, fino ad essere considerato eterodosso.

Dunque Quinto, frigio, si autodenuncia; di fronte al proconsole che lo incalza però giura e sacrifica.

Da molti studiosi è stato indicato come un rappresentante qualificato del montanismo. Casi di

autodenuncia erano presenti anche fuori dalle fila dei montanisti – anche all’interno della Chiesa vi

erano personaggi esaltati dotati di uno straordinario protagonismo all’interno della comunità tanto

da autodenunciarsi perché volevano essere martiri. La Chiesa li guardava con sospetto: il martirio

è un valore anche assoluto all’interno delle Chiese, che implica un dialogo con Cristo del martire,

ma le Chiese non approvano chi si autodenuncia.

5,1 Policarpo non si turbò: tale atteggiamento è stoico, vuole rimanere in città. Quinto si esalta e si

autodenuncia, Policarpo resta quieto. Si nasconde in città, con pochi dei suoi, trascorrendo le

proprie giornate in preghiera per le chiese tutte dell’ecumene.

5,2 Il martire è un visionario: il tema delle visioni è largamente presente nella Chiesa antica; è un

elemento tipico dei montanisti, perché il martire è in una posizione molto prossima al divino e

fruisce facilmente di visioni dall’alto. Ciò che al comune cristiano non accade, al martire, in virtù

della sua prossima dipartita e della sua progressiva santificazione attraverso l’assimilazione del

martirio, ha diritto alla visione secondo la mentalità dei fedeli del tempo. Questa visione viene

interpretata da Policarpo – che è interprete di ciò che vede – come una profezia del suo

martirio: Debbo essere arso vivo.

6, 1-2 Si delinea in modo chiaro cosa intendeva l’estensore di tale lettera quando parlava di

testimonianza secondo il Vangelo: trasferendosi in un altro podere perché perseguitato, i due

servi che rimangono lì vengono torturati, ed uno confessa dove sia.

1. Come Cristo, si rifugia in un orto.

2. Come Cristo, viene tradito: quando a tradirlo erano perfino quelli che aveva in casa.

3. Come Cristo è su un asino

4. Come Cristo di giovedì, poi il Grande Sabato

La costruzione della lettera secondo la perfetta analogia è tale che il capo della polizia si

chiama persino Erode. Col martirio Policarpo diventa compagno di Cristo (κοινωνός Χριστού), i

suoi traditori fanno la stessa fine di Giuda.

NB Attenzione ai riferimenti ed accostamenti bibliografici a fondo pagina nell’edizione critica:

non sempre serve! Ad esempio, a pag. 11 cap. 5 linea 2 non ha senso: hanno parole in

comune, ma non per questo ne è la fonte!

7,1 Sono evidentissimi gli elementi neotestamentari legati alla morte di Gesù: il venerdì, verso l’ora

di cena; arrivano le guardie ed i soldati a cavallo armati come se dovessero affrontare un

brigante (come le parole di Gesù, ad ora ormai tarda gli furono addosso; sia fatta la Volontà di

Dio.

---

Mistica del martirio: concezione alta del martirio come momento di unione mistica del martire con

Cristo

Testo di Matteo 2,3 – 10,36: c’è il riferimento al tradimento dei familiari -> allusione, non citazione.

Allusione che rinvia ad un insegnamento di Gesù e non un racconto della Passione di Gesù.

Cap. 1 del Martirio – tradotto con “la vera testimonianza secondo l’insegnamento del Vangelo:

questa traduzione deriva dal fatto che in riferimento al caso di Quinto cap. 4 per far vedere la

complessità di questa tecnica di riferimento al Vangelo -> riguarda la passione di Gesù. Il modo

che viene descritto dai Vangeli riguardo la morte Gesù riguardo la passione possono anche

esserci esempi di insegnamento.

Il medesimo castigo di Giuda-> Matteo 27,5

Luca 22,39

Giovanni 18,39 e 19.40

Atti 1,18 Giuda comprò un pezzo di terra -> riferimento al suicidio di Giuda

Il termine che indica traditore – οι προδιδόντες (paragrafo 2): costituisce un elemento

fondamentale della passione di Gesù – Gesù muore perché tradito da Giuda. Diversamente dai

Vangeli, dove viene usato παραδίδωμι (= consegnare), qui viene usato προδίδωμι (= consegnare

a tradimento, tradire)

- Per non mettere i due martiri sullo stesso piano?

- Perché il termine era caduto in disuso? (Ma non sappiamo quale testo leggessero

esattamente)

- Perché più incisivo il nuovo termine?

Edizione critica di riferimento per il greco: Nestle-Aland.

MARTIRIO DI POLICARPO

7,1 Ci sono riferimenti espliciti alla passione di Gesù, ed elementi da sottolineare. Le guardie

portano con sé il servo traditore: come Giuda condusse le guardie da Gesù.

[I tre Vangeli Sinottici di Matteo, Marco e Luca derivano da συνόξις = sguardo d’insieme,

ovvero sono leggibili in parallelo narrando le stesse cose – quello più antico è quello di Marco,

forse scritto prima del 70 d.C., dal quale derivano gli altri due – Marco + Quella, Fonte Q, fonte

comune di detti di Gesù.

Quello di Giovanni è il più recente e segue una tradizione del tutto diversa, dal forte spessore

teologico: Giovanni presenta un racconto che non si sovrappone a quello dei Vangeli Sinottici.

Collimano in un solo elemento: Gesù è morto di Venerdì. Per Giovanni il giorno che precede la

Pasqua, per i Sinottici il giorno stesso di Pasqua.]

Policarpo viene catturato di Venerdì, e in 8,1 si dice che muoia il Grande Sabato, uguale a

Giovanni 19,31: Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in

croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato). Non possiamo mettere in

dubbio la realtà storica dell’avvenimento in relazione ai due giorni: siamo peraltro più che

autorizzati a pensare che l’estensore di questo scritto ha voluto intensamente sottolineare il

fatto che Policarpo muore in giorni che sono connessi con la tradizione del martirio di Gesù,

che costituisce un tratto caratteristico della tradizione giovannea. Questo non stupisce, perché

sappiamo che questa tradizione è vivissima all’interno delle Chiese dell’Asia.

Si muovono come se dovessero andare ad affrontare un brigante: citando Marco 14,48 (e

parallelamente gli altri Vangeli Sinottici): Allora Gesù disse loro: «Come contro un brigante,

con spade e bastoni siete venuti a prendermi.

Poi dice verso l’ora di cena, rimandando a Luca 14,17 -> un altro caso di citazione assurda,

rinvio non interessante. Potrebbe rimandare ad un momento escatologico in base alla

parabola del grande banchetto, ma alcuni studiosi ritengono che non sia un richiamo a tale

parabola, ma all’Ultima Cena di Cristo.

Gesù riposava in uno stanzino sotto il tetto dice Marco 14,14: prima di preparare la sala per la

cena pasquale: Policarpo, verso l’ora di cena, viene trovato che si riposava in uno stanzino

sotto il tetto. Se così fosse, sarebbe un gioco di allusioni e rinvii possibili, capaci di sospingere

sempre più il personaggio nell’ambito del modello di Cristo. Un’operazione letteraria molto

complesse, in cui abbiamo un trascolorare di situazioni ed immagini, alcune molto chiare ed

evidenti (briganti) altre più sfumate, ma che rimandano a temi utili come costante riferimento,

anche se non immediatamente sovrapponibili.

7,3 La traduzione devoto del termine greco θεοπρεπή richiama la devozione verso Dio: gli stessi

pagani sono chiamati a ricredersi sull’ateismo di Policarpo, che dà prova di devozione –

diverso da morte agli atei! Urlavano dalla folla – ed il riferimento greco contiene all’interno

θεός, Dio: Policarpo non è qualificabile come ateo.

8,1 Fu issato su un asino come Gesù entra in Gerusalemme (Marco 11,7 e paralleli: Essi

condussero l'asinello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra.)

Il Grande Sabato è dunque il giorno della morte. Che sia di tradizione giovannea è un dato di

fatto incontrovertibile; dunque il Venerdì e per Policarpo l’inizio della Passione, che si consuma

il giorno successivo. Ma nella tradizione delle Chiese d’Asia è vivissimo anche il retaggio della

tradizione giudaica dalla quale provengono (Ignazio polemizza contro le tradizioni giudaizzanti

dilaganti): il sabato era per i giudei il Settimo Giorno, ed Ireneo di Lione legge il Settimo Giorno

di Genesi 2,2 (Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel

settimo giorno da ogni suo lavoro.) come il verum iustorum sabatum, il vero sabato dei giusti,

come riferimento specifica al Regno dei Giusti nel giorno della parusia di Cristo nel tempo

escatologico, rimandando all’avvento del regno di Cristo, alla fine dei tempi, di cui Policarpo

rappresenta in virtù del suo martirio una primizia, un anticipo. Muore quel giorno per celebrare

con la sua morte la sua rinascita al Regno di Cristo.

CAPITOLO OTTAVO: LEGGERE NOI DA SOLI Percorso che Policarpo percorre col capo della

polizia Erode verso lo stadio, con scontro verbale.

9,1 Mentre entrava nello stadio, giunse una voce dal cielo: “Policarpo, forza e coraggio!” la voce

viene udita dai cristiani presenti (da quanti erano presenti dei nostri): viene qui anticipato un

altro tratto, quello del meraviglioso, particolare però: l’apertura dei cieli e la voce che giunge è a

più riprese presente nel testo del Nuovo Testamento, giocato in modo del tutto autonomo come

incoraggiamento – nessuno vede chi la produce, ma i cristiani attestano che ci fu. Resta

implicita che deve essere riconosciuta come divina.

---

LA DIDACHE’

Più antico di quello di Ignazio, ci ricollochiamo al I secolo. Indica una struttura piramidale, con al

vertice i vescovi, poi i presbiteri e poi i diadochi. Ci rispecchia una realtà cangiante delle chiese

che si rapportavano a tale testo: esiste infatti una sezione, detta disciplinare, che tratta di come si

dovrebbe trattare una chiesa. Vi sono due rappresentazioni di struttura.

• Un primo quadro ci consegna una comunità cristiana sostanzialmente arcaica, dove le

figure di riferimento sono profeti ed apostoli, figure itineranti di comunità in comunità e che

presentano per essa una prima grande difficoltà: dev’essere in grado di discernere un vero

da un falso profeta. Criterio comodo per comunità piccole: ma quando esse crebbero in

molteplicità, in numero e differenze di credenti, le figure carismatiche degli apostoli non

bastano più.

• Un secondo quadro non ha più figure carismatiche come quelle degli apostoli, ma cariche

istituzionali stabili espressione della comunità stessa, elette da essa: tali figure si

chiamano episcopi (simili a vescovi).

Ci permette di vedere una struttura cristiana in fieri dal punto di vista istituzionale, fedeli che

cercarono per sé rappresentanti istituzionali; con il tempo si vede un trascolorare delle cariche

istituzionali, in particolare l’aggressività e la forza con la quale Ignazio di Antiochia vuole far

prendere piede all’episcopato monarchico, si contrappone alle forme collegiali illustrate nella

Didaché.

MARTIRIO DI POLICARPO

8,1 Entra nello stadio col capo della polizia ed il padre.

9,1 Mentre Policarpo sente una voce, Stefano ha una visione (Atti 7,55-56): il racconto martirologio

rappresenta il legame diretto del martire tra Dio ed il cielo (anche vd. Martirio di San Vigilio:

non si vede la sua visone, ma si sentono la risposta.)

9,2 La folla nello stadio è in tumulto: in questa scena il martire ha un primo dibattito col proconsole,

dalla forma processuale; interrogatorio trasposto nelle forme previste da un racconto

letterario come quello della Passione di Policarpo, sotto forma di lettera: è diverso dunque dal

dialogo secco degli Atti dei martiri scilitani. Già dall’inizio il proconsole gli domanda se fosse

lui; poi tenta di farlo abiurare facendo leva sulla sua vecchiaia. È evidente il tentativo letterario

di contrapposizione di Policarpo alla figura di Germanico. Poi il proconsole prova tre

imposizioni:

1. Giurare sulla τύχη dell’imperatore,

2. Pentirsi,

3. Gridare A morte gli atei!

Quest’ultima non è comune agli altri testi letti. L’accusa di ateismo ha un rilievo particolare in

questa passione: i cristiani sono gli atei per le autorità pagane. Policarpo, simile ad un oratore,

ritorce le stesse parole verso quelli che venivano da lui considerati atei – i pagani nel pubblico.

9,3 Una frase rimase famosa a livello quasi antologico: Sono ottantasei anni che lo servo, e mai mi

ha fatto torto. Come posso bestemmiare il mio re e salvatore? È da qui che deduciamo l’età di

Policarpo; inoltre si sottolinea la fedeltà e la giustizia del Padrone, il Signore.

10,1 Policarpo nel rispondere all’ingiunzione del proconsole tenta di aprirsi un varco per spiegargli

quale sia la sua posizione di fede: dopo aver fatto una piena confessione del suo essere

cristiano – per precludere altre pressioni d’abiura – dopo dice Se poi vuoi conoscere la

dottrina del cristianesimo, dammi un giorno e porgimi orecchio (ugualmente ai Martiri scilitani).

È previsto dunque nella passione un momento nel quale il martire tenta di sfruttare questo

dialogo imposto con l’autorità per proporre il contenuto della propria dottrina, una sorta di

tentativo di evangelizzazione, o apologia, prevalentemente all’interno del processo.

10,2 A quel punto il proconsole lo invita ad esporlo alla folla: ma Policarpo dice di aver giudicato

degno lui, per tributare il dovuto onore ai principati e alle potestà che Dio ha assegnato.

11 Si passa alle minacce: il proconsole vuole gettarlo alle bestie feroci. Policarpo l’asseconda. Di

fronte a tale sprezzo, il proconsole dice che lo farà consumare dal fuoco: Policarpo sottolinea

la brevità della pena per ateismo commisurata rispetto al fuoco del Giudizio e del castigo

eterno, che è in serbo per gli empi. Questo si rimanda al guanciale che aveva preso fuoco nel

suo sogno, al capitolo 5, 1-2.

(Quello che devi fare, fallo presto disse Gesù a Giuda)

12,1 Tema importante è la sua gioia: andando avanti nella lettura delle Passioni si ritroverebbe

ripetuto il tema del sorriso sul volto del martire nel momento della prova. L’araldo, che nel

Martirio degli scilitani aveva letto la condanna fuori dal tribunale, legge la confessione di fede

di Policarpo in mezzo allo stadio.

12,2 Nella folla che si è riunita nello stadio, oltre ai pagani, c’è una cospicua massa di giudei – che

svolgono un ruolo preciso in questo martirio. Documenta dunque questo martirio un momento

nel quale il rapporto cristiano-giudaico è diventato di pura ostilità: i giudei sono visti partecipi

dell’odio che i pagani riversano sui cristiani. Se in un primo momento potevano essere confusi

i due gruppi, adesso non è più possibile. La folla attesta comunque involontariamente quella

che è la realtà di Policarpo: egli è il maestro dell’Asia, ovvero il santo che a poco a poco

acquisisce un’autorità ed un significato nei confronti di una regione e di un’entità politica. Più

tardi questo ruolo sarà svolto dal vescovo, fino a diventare patrono di quel territorio.

12,3 Il popolo chiede a Filippo l’Asiarca (Filippo di Tralle, sommo sacerdote), che poi ricompare al

capitolo 21, di aizzare un leone contro Policarpo. La cosa non è possibile perché i giochi dei

gladiatori sono ormai chiusi: dunque la folla chiede che venga arso vivo, realizzazione della

visione avuta.

13,1-3 I fatti precipitano: c’è stato il resoconto del processo, c’è stato il racconto del perché si

condanna a morte sul rogo. Dunque si racconta di come si sia preparato il rogo e sia avvenuto

il martirio: mentre per i martiri scilitani non vi era alcun resoconto della procedura della morte,

qui, che è una Passio e non sono Acta, si dona ampio spazio ad essa. Particolarmente i

giudei […] collaboravano alla raccolta di legna. Non viene inchiodato ma legato, per sua

stessa volontà.

14, 1-3 Questo capitolo va sottolineato per due motivi:

1. La forte sottolineatura dell’equivalenza martire – vittima sacrificale. Forse si può

paragonare al testo biblico del Sacrificio di Isacco, che non per niente è figura di Cristo.

2. La preghiera di Policarpo, dalla quale traspare il significato che il martirio ha per il

martire che lo subisce. È un testo dall’andamento innico. Prima ringrazia per essere

stato ritenuto degno d’essere nel calice del tuo Cristo per la vita eterna; poi si dichiara

egli stesso vittima sacrificale, e poi sottolinea come il martirio sia prerogativa divina.

Policarpo è la confutazione vivente di ciò che ha fatto Quinto autodenunciandosi: è stato

predisposto e voluto da Dio.

15,1-2 Dopo aver pregato avviene un miracolo: le fiamme avvolgono Policarpo come il fuoco del

forno con pane, che potrebbe ricordare pane eucaristico (visto che nella preghiera veniva

nominato il calice). Questo fuoco lo incornicia come in una nicchia anziché bruciarlo, ne risalta

la preziosità; da questa scena propaga un prezioso aroma, simile ad incenso – da qui il topos

del profumo di santità, una delle prime attestazioni.

Siamo dunque di fronte ad un nuovo miraggio, dopo il guanciale e la voce dal cielo. Il tema del

prodigio diventerà nell’evoluzione della letteratura martiriale ed agiografica presente in modo

sempre più massiccio: il martire partecipa già in qualche modo a quella realtà celeste alla

quale avrà accesso subito dopo il martirio.

16,1 Il fuoco è tanto miracoloso da non toccare il martire: viene chiamato il boia per finirlo.

Policarpo muore soltanto perché colpito da una daga (o pugnale) nel petto: il sangue del

martire esce dalla ferita e spegne il fuoco (sangue ed acqua dal costato di Gesù dalla ferita

provocata dal soldato, quando era sulla croce). Questo testo ci è giunto da una tradizione

secondo la quale dalla ferita di Policarpo esce non solo sangue, ma anche una colomba.

Unica cosa da dire: se sullo sfondo c’è il costato di Gesù, è possibile che qualche tradizione di

questo racconto abbia pensato ad una duplice realtà che esce dalla ferita di Policarpo, e

dunque non potendo porre nuovamente l’acqua venne posta una colomba.

16,2 La folla guarda stupefatta a ciò: Policarpo è un eletto. Siamo in un contesto di vicinanza

montanista come nuova profezia: la Chiesa di Smirne presenta Policarpo come Il Profeta,

perché i profeti sono all’interno della Chiesa Cattolica Universale. Il vescovo è profeta.

17,1-3 Riguarda la sorte delle spoglie di Policarpo. È un capitolo importante, perché ci introduce ad

una prima attestazione chiara del formarsi di un culto del martire. Il momento è così

importante nella ricostruzione della memoria della Chiesa di Smirne che (come nel capitolo

3,1) torna come testimone il Diavolo, che ispira a Nicete, padre del capo della polizia Erode, di

sollecitare dal proconsole il rifiuto di consegnare ai cristiani il corpo di Policarpo, perché non

inizino ad adorarlo al posto di Cristo. Si dice che Giudei avessero consigliato ciò, ponendoli in

stretto contatto col Diavolo, come suoi intermediari.

Si dilunga il testo sulle proteste dei Cristiani sul negare la possibilità di smettere di adorare

Cristo; evidenzia lo scarto tra i martiri ed il perfetto modello martiriale di Cristo.

18,1-3 Data l’animosità dei giudei, il centurione fa cremare il corpo secondo l’uso loro (dei pagani).

I cristiani raccolgono le ossa e le venerano, celebrando l’anniversario del martire.

---

MARTIRIO DI POLICARPO

Ci sono una serie di capitoli, dal 19 in poi, che servono come chiusura dell’opera, fatta eccezione

per il capitolo 22, più simile ad un’appendice aggiunta in seguito al testo. Non affronteremo la sua

analisi, che si compone di parti che possono risalire a tempi diversi – ed essere a sua volta dunque

un testo composito -, ed in modo così del tutto generale e con una certa genericità possiamo

considerare che tale appendice sia tarda, verosimilmente non aggiunta prima del IV secolo.

Quest’appendice stessa è funzionale alla diffusione del testo in quanto tale.

18,1-2 Si dà conto della costituzione di un luogo di culto relativo al martire. Le ceneri del suo corpo

cremato vengono raccolte, ed il luogo nel quale vengono raccolte diviene luogo di culto che si

risveglia ogni anno in sede di martirio.

18,3 Ci fa supporre che tale testo sia stato scritto antecedentemente al primo anniversario del

martirio stesso: tale ricorrenza viene data come futura, ci sarà possibile.

19,1-2 Questo capitolo segna la chiusa del racconto in senso stretto. Viene dato il luogo del

martirio – Smirne – ed il numero dei martiri che hanno reso testimonianza. Dice però che

Policarpo fu l’unico e solo ricordato: tanto che se ne parla in ogni luogo anche da parte

pagana. Viene descritto come uno speciale testimone (μαρτύς), ma che andrebbe

correttamente tradotto anche come martire nel nostro senso, visto che è una testimonianza

particolare, perché tutti desiderano emulare il suo martirio. Abbiamo un uso del termine greco

già in senso tecnico, per indicare una categoria particolare di persone.

La specificità del martirio di Policarpo è sottolineata, perché fu secondo il Vangelo di Cristo, e

tale è la chiave di lettura che si deve adottare per la comprensione del testo. Il martire

sconfigge il Principe Iniquo, cioè il Diavolo, riceve la corona dell’immortalità e gode già ora

della Gloria Eterna. Nella concezione cristiana antica, soltanto del martire i cristiani sono certi

che godano già della felicità eterna e partecipino già della vita di Dio.

L’aggettivo καθολική è sempre difficile da rendere: alcuni preferirebbero Universale, ma un

termine unico si può intendere in modi diversi, se ci si discosta comunque, bisogna sempre

saperlo spiegare. Per sicurezza, si dovrebbe usare un medesimo termine di traduzione per un

medesimo termine. In questo caso, il termine cattolico potrebbe risultare come un

anacronismo, riflettere una realtà attuale priva di senso nella Chiesa del II secolo.

20,1 In questo capitolo ci sono elementi interessanti per capire come poteva funzionare la stesura

di un testo simile. Sembra che la Chiesa di Filomelio avesse richiesto un racconto esaustivo

dei fatti accaduti: Smirne risponde di aver approntato un memoriale sommario. Può essere

solo un artificio retorico – il testo è sostenuto e ricco dal punto di vista dell’esposizione dei fatti

avvenuti. Sembrerebbe che l’estensore della lettera sia Marcione; in seguito c’è la richiesta

d’inoltrare ulteriormente il testo ai fratelli più lontani.

20,2 Chiude la lettera con una dossologia ed un saluto. Riconosciamo la dimensione comunitaria

della lettera: è la Chiesa di Smirne che si riunisce per ricreare il testo del martirio, affida a

Marcione la stesura di tale testo, ma lo scriba – colui che pone per iscritto tale lettera – è un

tale Evaristo. La stesura di una lettera simile è un’impresa per le comunità, e coloro che hanno

scritto materialmente il testo hanno diritto d’essere citati espressamente nella chiusa della

lettera.

21,1-2 Il capitolo fornisce un’appendice ineliminabile nel racconto di una Passio: serve per riunire

gli elementi fondamentali per individuare la cronologia ed il luogo del martirio del Santo.

Elemento nuovo è il nome del proconsole, Stazio Quadrato: nell’estensione della lettera

probabilmente non si è ritenuto importante da sottolineare, forse perché già noto. La

fissazione della data è fondamentale, per inserire all’interno del calendario gli anniversari dei

propri martiri: si sta creando già il santorale della Chiesa, che serve ad evidenziare momenti

costitutivi particolarmente pregnanti all’interno di una comunità cristiana e perpetuare il culto

del martire.

CAPITOLO 22: LEGGERE DA SOLI

PASSIONE DI PERPETUA E FELICITA

Passione di Perpetua e Felicita, prefazione di Eva Cantarella, traduzione e note di Marco Formisano, BUR, Milano 2008

– testo che concede nell’interpretazione largo spazio all’adozione di presupposti ermeneutici di tipo psicanalitico, perché

il testo può sopportare un’operazione critica di questo tipo. La prefazione di Eva Cantarella lascia largo spazio a motivi

interpretativi di tipo femminista – nei tempi moderni, la Passio Perpetuae può essere così letta.

La passio Perpetuae è un testo africano (come i Martiri Scilitani) e narra l’arresto, prigionia e

martirio di un gruppo di martiri (come i Martiri Scilitani).

La data di questo martirio è verosimilmente il 7 marzo 203. Siamo al tempo dell’imperatore

Settimio Severo, e sembra essere l’anno da riconoscere come quello del martirio perché potrebbe

essere l’anno del Quinquennalia di Geeta, figlio di Settimio Severo, cinque anni prima elevato a

Cesare.

All’inizio del Martirio di Policarpo l’estensore della lettera ha avuto cura d’inserire questo martirio

all’interno di un momento di persecuzione che ha visto molti affrontare il martirio (nella chiusa si

dice fosse il dodicesimo): dunque anche nel martirio di Policarpo abbiamo una sorta di coralità

nell’affrontare il tema. Nel caso di Policarpo, il problema è quello della funzione che ha Policarpo

come Vescovo di Smirne e maestro dell’Asia; né per i Martiri Scilitani né nella Passio Perpetuae

abbiamo una figura di spicco simile. Anzi, in quest’ultimo caso il martire si pone in posizione di

semi-conflittualità con quello vescovile. Abbiamo modelli diversi che giocano – non letterari ma

istituzionali. La figura di Policarpo – Vescovo non si lascia soprapporre simpliciter a quella

d’Ignazio; c’è uno scarto tra quello di Ignazio (vescovato monarchico) e quello di Policarpo, che

vuole lasciare col suo episcopato una dimensione collegiale delle chiese e vuole che il vescovo

abbia una posizione unica all’interno delle chiese. In quest’ultimo tipo di conduzione della Chiesa si

riflette la chiesa di Smirne; invece nella Passio Perpetuae il modello di vescovo unico ha già preso

piede in Africa. Ci si pone davanti a tensioni interne nella Chiesa non presenti all’interno del caso

di Policarpo.

La Passio Perpetuae è un testo complesso ed unico, perché in esso confluiscono delle parti

autobiografiche vergate come un diario dai loro singoli autori. Possiamo definirlo un testo

redazionale, dove un redattore si assume il compito di raccogliere queste testimonianze

autobiografiche e di trasmetterle legandole assieme e inquadrandole in un contesto narrativo e

storico giustificativo del martirio stesso. Il redattore può manipolare il testo scritto da altre per

finalità sue proprie, mentre il compilatore si limita a raccogliere, lascia il testo così com’è e si

preoccupa solo di darne una cornice che lo renda interpretabile e comprensibile storicamente. È

possibile che il redattore in questo caso debba essere chiamato compilatore – questo personaggio

è a noi sconosciuto, ma per lungo tempo si pensò potesse essere identificato con Tertulliano,

accostandolo all’Ad Martyrias. È chiaro che nell’ipotesi (non più proponibile) che sia stato

Tertulliano, personaggio di alto spicco, è chiaro che ci si possa chiedere se in qualche caso non

abbia ceduto a modificare il testo scritto da altri che confluisce nella Passio, ma non essendone

certi non si può dire – ecco perché Bastiaensen lo chiama redattore. [Redattore: manipola il testo

scritto, Compilatore: si preoccupa solo di fornire la cornice.]

Si può dividere il testo in tre blocchi:

1. Capitoli 3-10, che contengono il diario scritto da Perpetua in carcere – essendo scritto da

una donna, si pone l’interesse di letture femministe. È interessante il fatto che ci troviamo

davanti ad uno dei pochissimi esempi di scrittura femminile: Perpetua, come dice il testo, è

una donna colta, certamente appartenente ad una famiglia altolocata (avendo due nomi,

Vibia Perpetua), che sa parlare verosimilmente in greco – da quanto risulta dal racconto

degli Atti – ed ha tutte le doti sufficienti per poter essere autrice di un testo raffinato come

quello della Passio Perpetuae, dal punto di vista linguistico e teologico.

2. Capitoli 11-13, che contengono il diario del catechista Saturo – è stato dimostrato che la

lingua originaria di tale testo è il greco (ci troviamo di fronte ad una versione); è dunque un

documento molto complesso anche da un punto di vista linguistico, in cui il redattore è stato

anche traduttore.

3. Tutte le altre parti (capitoli introduttivi 1-2 e capitoli 14-21, comprensivi dell’epilogo) sono da

ascrivere al redattore-compilatore.

La particolarità della bivalenza linguistica del testo serve come elemento di conoscenza della

lingua greca nel mondo occidentale e nell’Africa Settentrionale romana. Siamo agli inizi del III

secolo, quando la lingua greca non era ancora morta nella cultura occidentale; le classi colte si

muovevano ancora con disinvoltura in questo contesto linguistico, che permette di accedere ad

una cultura letteraria che autori come Agostino non avranno più (ad esempio, leggerà Plotino in

traduzione), mentre invece Tertulliano traduce i propri trattati anche in greco.

1,1-6 Si pone il problema della trasmissione di questi fatti, manifestazioni di fede (fidei exempla).

Ciò ha due finalità: rendere onore a Dio ed essere d’edificazione all’uomo. Ci troviamo di fronte

ad una cultura che ha ormai optato per la scrittura come mezzo di trasmissione di memoria: il

cristianesimo è a tutti gli effetti una religione colta. Ottica antica secondo le cose del passato

hanno importanza maggiore di quelle presente: più una tradizione è antica, più valore ha.

1,3 Ci sono elementi importanti per porci nell’ottica del redattore: guarda all’agire dello Spirito

Santo nella storia, che nella sua unicità interviene in modo unico e irripetibile nella storia. Ma

secondo il redattore gli accadimenti recenti, rappresentino, rispetto a quelli precedenti, un grado


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti sulla base del programma dell'anno accademico 2016/2017, sulla base dei testi seguenti.
Programma per gli studenti frequentanti del modulo di Storia del cristianesimo e delle Chiese I (6 CF):
-G.L. Potestà - G. Vian, Storia del cristianesimo, Bologna, il Mulino, 2010, pp. 9-75;
-A.A.R. Bastiaensen, Introduzione a Atti e Passioni dei martiri. Introduzione di A.A.R. Bastiaensen, [Milano], Fondazione Lorenzo Valla, 1987, pp. IX-XL;
-Martirio di san Policarpo, vescovo di Smirne. Testo critico a cura di A.P. Orban. Trad. di S. Ronchey, in Atti e Passioni dei martiri. Introduzione di A.A.R. Bastiaensen, [Milano], Fondazione Lorenzo Valla, 1987, pp. 3-31 (testo); 371-383 (commento di A.P. Orban);
-Passione di Perpetua e Felicita. Testo critico a cura di A.A.R. Bastiaensen. Trad. di G. Chiarini, in Atti e Passioni dei martiri. Introduzione di A.A.R. Bastiaensen, [Milano], Fondazione Lorenzo Valla-Arnoldo Mondadori Editore, 1987, pp. 107-147 (testo); 412-452 (commento di A.A.R. Bastiaensen).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storici e filologico-letterari
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ASilviaLeop di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del cristianesimo e delle Chiese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Zangara Vincenza.

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