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Storia del cristianesimo e delle chiese

Il martirio

Il termine martire è l’adattamento ad un contesto specifico di un termine che deriva dal greco μάρτυς, che significa ‘testimone’, in senso generico e lato: μαρτυρεῖν significa ‘rendere testimonianza’. Per calco in latino nasce il termine martir, al quale fa riferimento l’italiano martire.

Un martire è colui che professa la propria fede in Cristo sino a spargere il proprio sangue per non venire meno alla sua fedeltà; testimone di Cristo per eccellenza; offre la sua vita per la Verità di Cristo. Quindi, la testimonianza applicata alla fede in Cristo, ma senza la perdita della vita, non è martirio.

Derivazione da modelli

  • Giudaico (tramite IV Libro Maccabei e Testo del Profeta Daniele): riconosce valore morte e sofferenza volontaria per non venir meno a Yahvé.
  • Modalità di affrontare la morte volontariamente attraverso il mondo pagano (Socrate, Antigone).

I modelli giudaico e pagano confluiscono nel modello cristiano, usando come catalizzatore le persecuzioni: le attenzioni particolari delle autorità romane nei confronti dei Cristiani.

Ricostruiamo con difficoltà la predicazione di Gesù perché ci basiamo su ciò che hanno scritto i suoi discepoli (Lui non ha scritto nulla): il martirio si ricollega alla morte del Cristo in croce, dunque è imitazione sublime e perfetta del Maestro.

Il primo movimento dei seguaci di Gesù

Il primo movimento dei seguaci di Gesù ha subito una prima ondata di persecuzioni dai giudei, che forzarono le istituzioni per crocifiggere Gesù. Negli Atti degli Apostoli, cap. 6 – 7, si trova il racconto relativo alla figura di Stefano, che fa parte della comunità cristiana di Gerusalemme del Gruppo dei Sette, il quale viene fatto oggetto di persecuzione da parte di gruppi di giudei provenienti dalla diaspora (lui era di tradizione ellenistica) e la sua predicazione viene ritenuta blasfema e dunque viene lapidato. Viene ricordato nella tradizione cristiana col nome di protomartire, ovvero il primo martire ricordato nella tradizione cristiana.

Il gruppo dei Sette

Il Gruppo dei Sette è stato creato dal Gruppo dei Dodici, ovvero i 12 Apostoli (numero simbolico: 12 Tribù di Israele). Dopo la morte di Giuda rimasero in 11, che vollero ricostruire i 12 tramite sorteggio, includendo Mattia. Il Gruppo dei Sette si formò per supplire alle difficoltà nel servizio alla mensa delle vedove degli ellenisti (6, 1), per organizzare ciò.

Gli ellenisti erano convertiti al cristianesimo dalla diaspora, provenienti da comunità di tradizione e lingua greca. Gli ebrei erano convertiti al cristianesimo dal giudaismo. Differenza già esistente nella tradizione giudaica; Sette è un numero che deriva dai 7 Stati, quindi da un ambito pagano. Stefano dunque proveniva dall’ambito del giudaismo ellenistico, ed è stato individuato e condannato dai giudei provenienti dalla diaspora (7, 55-60: modello di testi di rielaborazione di momenti martiri nell’ambito del Cristianesimo, visione di martire, cieli aperti e gloria di Dio, preghiera del martire verso Dio e di perdono verso coloro che lo stanno uccidendo) – passaggio dal modello di Gesù in croce a diversi martiri.

Persecuzione di Stefano

La persecuzione di Stefano è stata espressa dalle sinagoghe giudaiche di stampo ellenistico. Nel capitolo 7 degli Atti degli Apostoli si narra il discorso provocatorio di Stefano, che culmina con un’accusa verso i giudei che lo ascoltano (51-53): 55-59 reazione violenta dei discepoli giudei che lo condannano alla lapidazione.

Lungo discorso a coloro che stanno nel Sinedrio: poi diventa veggente, vedendo la gloria di Dio – Gesù alla destra di Dio perché ha la funzione di avvocato ed intercessore nei confronti del martire.

Il martirio è sempre incentrato sulla figura di Cristo: Cristo è da imitare dal martire, come offerta piena ultima e totale per la salvezza degli uomini. Cristo si fa garante della sorte del martire nel momento che il martire offre la sua vita e giunge nell’Aldilà. Mentre viene lapidato, Stefano prega: parole comprese alla luce di tradizione precedente, ovvero quella legata alla morte stessa di Gesù in croce.

L'autore degli Atti

L’autore degli Atti è lo stesso del Vangelo di Luca: tradizione lo identifica come il grande missionario compagno di Paolo. Inizialmente i due testi furono trasmessi assieme: nel Vangelo l’autore tratta della predicazione, morte e risurrezione di Gesù, negli Atti delle primissime vicende della comunità di Gesù e l’espansione del Suo messaggio da Gerusalemme ai “confini della Terra” (Roma): ovvero il viaggio di Paolo, che si conclude con l’imprigionamento di Paolo a Roma, dove comunque continua a predicare – il messaggio cristiano non può essere bloccato da alcuna prigione.

Le parole di Stefano richiamano quelle che nel Vangelo di Luca l’autore pone sulle labbra di Cristo in croce.

Il cristocentrismo nell’invocazione di Stefano: Gesù invoca il padre, Stefano il figlio (Att. 7, 59 // Lc. 13, 46) (Att. 7, 60 // Lc. 13, 34). Uno dei primi esempi di racconto martiriale basata sul modello della morte e Passione di Gesù. Importanza della tradizione di forme di martirio nel mondo giudaico, tramite IV Libro Maccabei e Testo di Daniele.

Giudei ed Ebrei

Giudei diverso da ebrei, con uso puramente storiografico (in realtà designano un’unica realtà): segnano due momenti diversi del popolo ebraico, con spartiacque esilio da Gerusalemme a Babilonia ad opera del re Nabucodonosor (598 a.C.) e distruzione del Tempio di Gerusalemme. Gli Ebrei prima della deportazione; nel 538 a.C. vi è il ritorno in patria degli esiliati, secondo la tradizione, per editto di Ciro, ma probabilmente avvenne progressivamente e fu più tardo. La nuova realtà che viene fuori dal ritorno degli esiliati a Gerusalemme è così innovativa da permettere di usare un nuovo termine, Giudei. I problemi sorti da ciò comportarono una guerra civile tra coloro che tornarono e chi rimase. 515 a.C. ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Ha inizio dunque una nuova esperienza del popolo ebreo, che siamo soliti indicare come Storia del Secondo Tempio, diversa dal Primo Tempio, quello del Re Salomone: questa seconda fase cessa con la distruzione del Tempio nel 70 d.C ad opera di Tito.

Storia del Secondo Tempio

La Storia del Secondo Tempio va dal 515 a.C. al 70 d.C. 323 a.C. Morte di Alessandro il Macedone, detto Alessandro Magno: legato al fenomeno dell’Ellenismo, ovvero il deciso tentativo di diffusione della cultura greca ellenistica: Impero diviso tra diadochi con lotte furiose. La Palestina in questa ripartizione passa in un primo momento sotto i Tolomei d’Egitto. Successivamente però la Palestina viene fatta oggetto di contesa da parte della dinastia dei Seleucidi di Siria, dei quali il più importante fu Antioco III nella Battaglia di Panea (198 a.C.) contro gli Egizi di Tolomeo VI Filopatore.

202 a.C. Roma sconfigge Cartagine, poi sconfigge nel 191 a.C. e nel 190 a.C. nella Battaglia delle Termopili e nella Battaglia di Magnesia Antioco III: pesanti indennità furono imposte, gravami fiscali altissimi. Nel 187 muore Antioco III; nel 174 a.C. succede Antioco IV Epifane: importante nella storia del mondo giudaico – nuova politica religiosa e culturale di ellenizzazione forzata. Rendendo solidale il mondo palestinese ad un mondo culturale omogeneo rispetto all’esterno del suo regno avrebbe potuto contare su un cespite sicuro per quanto riguarda la sua politica economica. Questa politica religiosa e culturale fu catastrofica perché diede origine in Palestina ad una guerra civile: il partito dei conservatori (che non riteneva negoziabile un compromesso con la realtà pagana propagandata da Antioco IV) non voleva scendere a patti col partito favorevole all’ellenizzazione. Costruito un idolo nel Tempio di Gerusalemme – e dunque profanato, “abominio della desolazione” – segna l’inizio di questa guerra, guidata in particolare dalla famiglia che aveva come capostipite il rivoltoso Mattatia, seguito dai figli, uno dei quali, Giuda, soprannominato Il Maccabeo: da questo soprannome si forma il nome dei Maccabei per indicare questa tradizione familiare che indica la rivoluzione violenta contro il potere di Antioco IV. Più che una lotta con eserciti è una guerriglia sui monti, per minare la presenza dell’esercito di Antioco IV in Palestina. A questo movimento si aggiunge il Movimento dei Puri, o Hassidim, fedeli praticanti della religione giudaica per ripristinare nella sua integralità il patrimonio giudaico contro l’avanzata dell’ellenismo. Nel 164 a.C. (anno della morte di Antioco IV) riesce a ripristinare il culto giudaico a Gerusalemme ed a ripristinare il Tempio: il Gruppo degli Hassidim decide di ritirarsi da quello della famiglia maccabaica, perché quest’ultima si muove politicamente lungo una nuova traiettoria politica lontana dalle motivazioni religiose iniziali, simile a quelle dei principi del tempo, desiderosi di crearsi una nuova identità politica (autoproclamazione del proprio potere personale): inizia poi con Simone la Dinastia degli Asmonei, con una proposta comunque diversa da quella di Antioco IV. La loro “avventura” viene narrata nel I e II Libro dei Maccabei entrata nella tradizione grazie alla Bibbia dei Settanta ed alla Vulgata.

Bibbia dei Settanta (LXX)

La Bibbia dei Settanta fu inizialmente scritta in ebraico; l’Antico Testamento necessitò di essere tradotto (non era più compresa): in particolare nella comunità di Alessandria si provvide alla traduzione in lingua greca dei testi sacri. Secondo una tradizione questa traduzione sarebbe stata fatta da saggi e scribi giunti in Alessandria dalla Palestina, 6 per ogni Tribù di Israele: quindi 72 (per approssimazione: 70). Divenne in uso nelle comunità cristiane. Le comunità giudaiche usarono testi secondo loro più attinenti al testo ebraico: non rientrano dunque nelle scritture ebraiche i due libri dei Maccabei, ma rientrano nel canone cristiano e nelle stesure latine successive alla LXX.

Vulgata

La Vulgata è la traduzione in latino di San Gerolamo. I e II Libro dei Maccabei narrano gli eventi dal 170 a.C. al 130 a.C, ala yahveista e giudaista vs. ala ellenista del mondo giudaico.

Il martirio di Eleazaro

Due racconti in particolare sono importanti, nel II: Il martirio di Eleazaro (2 Mcc. 6, 18-31) e il martirio dei 7 fratelli e della loro madre (2 Mcc. 7): soprattutto questo secondo episodio ha acquisito notorietà particolarissima, poiché carico di sofferenza e delineato da un tono patetico-eroico; fu usato spesso per predicazioni, cosicché i predicatori “facessero breccia nel cuore degli ascoltatori”.

Questo passo ha un ruolo importante per la storia nella comprensione del fenomeno delle persecuzioni, che successivamente portano al martirio: la persecuzione viene letta ed interpretata come segno non solo della punizione divina, ma anche per la salvezza dei fedeli: non per la rovina ma per la correzione. Così il martirio si sviluppa come un’esperienza di salvezza: da qui si costruisce il cliché interpretativo del martirio.

Antioco IV Epifane

174 a.C. – 164 a.C. Antioco IV Epifane: acceleramento di ellenizzazione. Non più giudaismo chiuso e ripiegato in se stesso e nella fede nel Dio unico Jahvé, ma un giudaismo possibilista aperto a possibilitorie secondo parametri ellenistici. La rivolta contro Antioco IV si tinge in modo nazionalistico: ma nel primo periodo di Mattatia storicamente parlando è più l’esplicarsi all’interno della Palestina di quella che fu una vera e propria guerra civile tra fazioni diverse che interpretavano in modo diverso le sorti del Giudaismo: la prima più favorevole ad ingerenze di tipo ellenistico, la seconda più nazionalista. Con Simone il movimento da Maccabaico diventa Asmoneo. Inserisce nel Sancta Sanctorum un idolo pagano al posto di Jahvé, forse Zeus: inizio rivolta da qui.

Nel II Libro dei Maccabei (da VI,16-17): Perché sono soggetti a violenza, perché sono messi alla prova, perché si tenti di cancellare la fede giudaica. Un criterio interpretativo adottato vuole che le persecuzioni non siano state poste da Dio per punizione del popolo ma per la sua correzione: partendo dal presupposto che gli Ebrei siano un popolo eletto, che gli Ebrei abbiano peccato e che chi scrive un’affermazione di questo tipo è convinto che Dio segua passo passo la storia, non che stia al di sopra delle nuvole senza agire: Dio interferisce sempre nel mondo degli uomini, a maggior ragione col Suo popolo.

Il gruppo dei Sadducei

  • Il gruppo dei Sadducei (che dialogano polemicamente con Gesù nei Vangeli) pensava che Dio stesse a guardare dall’alto senza interferire col mondo degli uomini, non Dio-Provvidenza. Hanno nelle loro mani l’economia e il tempio, hanno sviluppato una teologia dalle posizioni fortemente arcaiche – come Corpus Scripturistico riconoscono solo i libri più antichi, il Pentateuco, portando a posizioni teologiche importanti (es. non credono nell’aldilà e nelle creature angeliche). È sadduceo solo chi nasce sadduceo, una sorta di élite nobiliare.
  • Il gruppo dei Farisei invece pensava che Dio fosse Provvidenza, seguendo gli uomini ed intervenendo con misure dolorose ma collettive. Sviluppano un tipo di teologia molto diversa, con uno spettro scritturistico più ampio (anche testi successivi) riconoscendo anche la tradizione orale della diffusione e spiegazione dei testi sacri e della consuetudine. Riconoscono Dio-Provvidenza, creature angeliche e demoniache come forma di mediazione tra umano e divino, aldilà. Tramite Alessandra Salome entrano nel Sinedrio (organo di governo religioso di Israele), che prima era a pannaggio solo dei Sadducei. Forse farisei significa separati, perché seguono pedissequamente le regole religiose reinterpretate in base alla tradizione; forse derivanti dagli Hassidim (prima con rivolta maccabaica, poi si separano).

Pericope: brano che viene letto nell’Assemblea Liturgica, per estensione un brano scritturistico fuori dall’ambito liturgico.

Il martirio di Eleazaro

6,18 veniva costretto ad aprire la bocca e ad ingoiare carne suina: nelle persecuzioni ai cristiani si tramuta nel mangiare la carne sacrificata agli idoli. 6,19 Si avvia spontaneamente verso il martirio: anche nella cristianità si accetta volontariamente il sacrificio. 6,21 Gli amici provano a mostrargli delle scorciatoie per evitare il martirio (τόπος anche nelle vicende cristiane). Ci sono casi nei quali l’inganno viene avallato nel racconto, ma anche in tali casi non ha mai il fine di sottrarre il santo allo scopo del martirio (es. Eusebio di Vercelli).

  • Carattere esemplare del martirio nella comunità nella quale si inserisce: esperienza come modello ed esempio. (in tal caso, il vecchio per i giovani)
  • Il martirio ha una dimensione comunitaria ed ecclesiale, oltre l’esperienza stessa del singolo martire.
  • È chiamato a restare nella fede nella quale è cresciuto e che ha accettato, diverso dalla moda straniera.
  • Eleazaro ha già 90 anni, vivrà ancora per poco: anche se è giovane, la vita che gli resta da vivere è nulla rispetto al guadagno che ricava dal vivere per Cristo e con Cristo nell’aldilà.
  • Inoltre Eleazaro teme il giudizio di Dio violando la legge: rispetto a ciò i martiri cristiani si porranno su un altro livello, perché in virtù del martirio il martire entra immediatamente in comunione così stretta con Cristo tale da assicurargli l’entrata immediata nel Regno dei Cieli, da accedere immediatamente al premio eterno. Soltanto dei martiri, tra i morti contemporanei, si può essere sicuri che abbiano avuto accesso al Regno dei Cieli, e per questo oltre Cristo è intercessore privilegiato con Dio.

6,29 Ascoltando le sue parole diventa pazzo agli occhi degli amici. Elemento di straniamento dalla società diversamente interpretato da chi non condivide la sua dimensione eroica. NB: Livio è esempio di come i martiri pagani si mischiano, ma non si possono campare in aria cazzate.

Il martirio dei sette fratelli

7,2 Come Eleazaro, il problema è trasgredire la legge dei padri. Il racconto è molto colorito – tipico del II Libro dei Maccabei – ed è d’esempio per altri martiri. Colorito per rimanere impresso nella mente degli ascoltatori ed impressionarli, nonché avvalorare l’esperienza del martirio. Si avverte la necessità di una narrazione che vada oltre il processo e la condanna, che si soffermi su un racconto parecchio immaginifico delle torture: nelle ultime Passioni persino al di là di ogni credibilità storica.

7,15-17 Il quinto fratello è particolare, perché definisce l’area di competenza concessa all’autorità politica nell’ambito di una disposizione degli eventi e dei fatti della storia che il credente sa disposti in ordine da Dio. All’autorità del re si fa riferimento soltanto per dire che ha un’autorità sugli uomini, per altro il martire sa che invece il popolo dei Giudei appartiene a Dio e non verrà abbandonato da Dio, ed a breve Egli punirà il persecutore. Il persecutore stesso, sebbene pensi d’essere autonomo, è mosso da Dio: la persecuzione rientra dunque nel piano divino di salvezza.

7,15 L’autorità di Antioco viene riconosciuta, tuttavia anche la sua autorità è destinata ad avere un limite, nella misura in cui il giovane dice che Dio non abbandonerà il popolo giudaico, pur avendolo punito con la persecuzione di Antioco poiché avevano trasgredito la legge: la situazione è transitoria. Per contro il re sarà certamente punito per questa sua azione. È riconosciuto il persecutore come colui che agisce per volere di Dio, ma successivamente anche questo suo agire gli viene revocato.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/07 Storia del cristianesimo e delle chiese

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